venerdì 8 gennaio 2010

Gli ultimi giorni di Craxi a dieci anni dalla morte

di Stefano Lorenzetto

Ruzzolato per terra la moglie gli spalmava il Lasonil sul ginocchio. Colpa del piede ulcerato dal diabete ("un foruncolone" secondo Di Pietro). Mi disse: "Non scrivere che Anna qui fa l'infermiera". Nel giardino un grande disordine: dov'era la ricchezza accumulata se non poteva permettersi manco il giardiniere?

 


«Porta il computer». Quale computer, scusi? «Se non hai con te il computer, con che cosa la scriviamo l’intervista?». Ero arrivato in hotel a Tunisi da mezz’ora e già temevo di dover tornare indietro a mani vuote. Bettino Craxi - l’avrei imparato solo l’indomani - non dava interviste: le dettava. Sillabava le parole, torniva le frasi, scolpiva i concetti. Quindi uno scalpellino, gli serviva, come si confà a chi consegna alla Storia massime eterne, non un giornalista. Mi dava del tu senza che ci fossimo mai incontrati o sentiti in precedenza. Ma, al telefono da Hammamet, dietro il tono confidenziale dissimulava il tratto distintivo del suo carattere: la perentorietà. «E vabbè, vieni domattina col registratore». 

Porta, vieni. Parlava solo per imperativi. Il giorno dopo non fu da meno:entra, siediti, scrivi, aggiungi, cancella, dimmi, spiegami, raccontami, spegni (il registratore, «ti rivelo il nome del politico democristiano che condannò a morte Aldo Moro»), bevi (il rosso dell’Oltrepò pavese), assaggia (il salame felino, «ma qui mi mandano anche il pecorino sardo e la burrata pugliese e mangio pure i mondeghili, come a Milano, che ti credevi?»). Una vita passata a dare ordini, a decidere per gli altri. Continuava. Non da esule, non da latitante. Da statista. Il mestiere per cui era nato. 

Per la prima voltamelo immaginai indifeso. Non è burbanza, pensai, ma timidezza. Quante gliene avevo dette, appena quattro anni prima, sul giornale della mia città! Per la sua insistenza nel trasmettere in fac-simile memoriali e rettifiche a Procure e quotidiani, scrissi che non ad Hammamet avrebbe dovuto rifugiarsi, bensì a Sfax. E quando aveva confessato a Panorama che non trovava il mezzo di trasporto adatto per tornare in Italia («E come? In carrozzella? A cavallo? »), in prima pagina mi offrii persino di pagargli il biglietto, 271.000lire, del volo TU752 per Roma della Tunis Air, in partenza ogni mattina alle ore 10.55 da Tunisi. Sarcasmi così, d’accatto. 

Era il 28 gennaio 1999. Un anno dopo, di questi giorni, sarebbe morto.Credo che il presentimento del congedo lo accompagnasse a ognipasso. Però gli seccava moltissimo ammetterlo. «La questione non mi sembra attuale», rispose sbrigativo quando gli chiesi se avesse già individuato il luogo dove farsi seppellire. «Oggi vedo che la vita si allunga in modo straordinario. Io sonogià arrivato ai 65. Ma alla morte ci dobbiamo pensare tutti, vero?». 

Fece una delle sue pause, un po’ studiate e un po’ sincere. «Il meno possibile...». Poi, per non sottrarsi alla domanda, mi confidò che era pronto per lui «un posticino» nel cimitero cattolico di Hammamet, accanto alla tomba del parroco italiano, don Vittorio Lombardi, nativo di Tunisi. Riposa lì da dieci anni. Non ha fatto nemmeno in tempoadarrivare ai 66. «La mia libertà equivale alla mia vita » è inciso nel libro di marmo bianco sulla lapide. Poteva bastare così, c’erano già nome e cognome, tutti avrebbero capito. No, ha voluto che aggiungessero il suo autografo.Fedelealpersonaggiofino all’ultimo. La libertà. 

La sera prima di partire per Tunisi, Indro Montanelli mi aveva spiegato che, fosse dipeso da lui, Craxi sarebbe potuto rientrare  in Italia anche subito senza transitare da San Vittore. A una condizione: «Che se ne stia zitto e si faccia dimenticare».Lo riferii all’interessato, che commentò tagliente: «È l’esatto contrario di ciò che intendo fare. Non mi metto nelle mani della giustizia politica. Neanche morto. O da uomo libero o mai più».

Mai più. Ma non fu affatto una libertà vera, quella di cui godette nei 2.074 giorni finali della sua breve vita. «Non sono costretto in una condizione di dolore e infelicità, sarebbe ingiusto se ti dicessi questo. È che nonci sono abituato. Prima giravo il mondo, lavoravo ». Gran sospiro. «Forse è la fine di tutti i pensionati», cercava di sviare la malinconia. Lo sapeva persino Amhadi, il tassista che da Tunisi mi portò fino ad Hammamet, come stavano le cose: «Et voilà la prison!», aveva esclamato, fermando la vecchia Peugeot davanti al muro bianco di cinta in route El Fawara. 

Craxi viveva prigioniero in casa propria, guardato a vista dagli agenti della polizia tunisina, almeno una quarantina suddivisi in vari turni di guardia. Io ne contai sette soltanto all’ingresso della villa. Anche se fingeva con se stesso sulla sua reale situazione («non sono protetto dalle autorità, ma ben voluto dal popolo»), appariva evidente anche a lui, l’uomo che in Italia era stato per due volte capo del governo, come la deferente custodia assicuratagli dal presidente Zinal-Abdin Ben Ali si fosse trasformata in una dorata reclusione. Me l’aveva lasciato intendere chiaramente nella telefonata: «Quando arriverai ad Hammamet, all’entrata di casa troverai i militari. Digli che sei un amico di famiglia, non un giornalista. Non esibire tessere professionali, mi raccomando. Se non ti lasciassero passare, vai all’albergo AbouNawas e telefonami da lì. Vedrò di raggiungerti». 

Gli agenti nella guardiola erano armati di pistola e muniti di metal detector e ricetrasmittenti. Dal cinturone di uno di loro pendevano un paio di manette. Filò tutto liscio. Nel vialetto d’ingresso i mulinelli di vento  sollevavano brandelli di Corriere della Sera, foglie secche, gomitoli di lanugine vegetale proveniente dai tronchi delle palme. Ricordo d’aver pensato: e questa sarebbe la reggia da mille e una notte del più grande tangentiere di tutti i tempi? manco un giardiniere può permettersi? ma allora dove l’ha nascosta tutta la ricchezza accumulata illecitamente? come l’ha spesa? a chi l’ha data, visto che i figli lavorano e in casa l’unica colf è la moglie? 

Considerazioni che facevano il paio - me ne rendevo conto solo in quell’istante- conlascopertachelacontessa Marina Lante dellaRovere,poiRipa di Meana, assidua frequentatrice del buen retiro tunisino, aveva fatto anni prima,ai tempi d’oro: Craxi dava da bere ai suoi numerosi ospiti l’acqua del pozzo, riempiendo le bottiglie vuote di minerale. Di lì a un paio d’ore, l’ex leader socialista m’avrebbe letto nel pensiero: «A proposito, ma tutti questi casi di arricchimento personale dove sono? Si dovrebbero vedere, no? 

Perché non saltano fuori?». Collimava con ciò che il suo storico avversario, Francesco De Martino, il segretario del Psi che nel 1976 all’hotel Midas di Roma fu disarcionato dai quarantenni capeggiati da Craxi, m’aveva detto appena un mese prima: «Bettino ha applicato con eccessiva disinvoltura il principio machiavellico del fine che giustifica i mezzi. Ma io non credo che egli si sia arricchito personalmente. Il denaro era per lui soltanto unostrumento della politica». 

Il freddo africano, tanto più fastidioso di quello europeo quanto più inaspettato, nel villino di Hammamet era appena mitigato dal ciocco che ardeva in un caminetto troppo lontano per riscaldare le ossa. Fuori s’intravedeva una piscina anni Sessanta. L’insieme della scena era di una tristezza infinita, quasi angosciosa. Il padrone di casa si mostrò molto docile nel lasciarsi ritrarre mentre sfogliava un libro pubblicato nel 1848 che pareva procurargli una mesta ilarità, Les gens de justice di HonoréDaumier, il caricaturista fustigatore di giudici e avvocati. 

Prima che scattassi la foto, si preoccupò di aprirlo su una pagina dove non comparisse un magistrato: gli scocciava passare per vittimista. La scelta cadde sulla vignetta di un leguleio altezzoso che accompagna all’uscita del palazzo di giustizia una povera vedova piangente, sorretta dal figlioletto vestito come un martinitt. La didascalia in francese suonava pressappoco così: «Avete  perso il processo, è vero, ma avete potuto provare il piacere di sentirmi perorare la vostra causa». Il Craxi di  Hammamet sembrava straziato dal pendolarismo fra due sentimenti contrapposti: un’orgogliosa rivendicazione di autonomia da un lato, una nostalgica afflizione dall’altro. 

I quotidiani italiani freschi di stampa, in bella mostra sul tavolo, avevano lo scopo di confermare la prima e smentire la seconda agli occhi del visitatore. Al pari di certe affermazioni d’un candore disarmante: «Prima che tu arrivassi stavo giusto guardando una corsa di cavalli a SanSiro in televisione...». Ma il suo stato d’animo era ben altro e gli proruppe dal petto, insieme con una lacrima liberatoria, qualche istante dopo: «La verità è che l’Italia mi incombe in casa a tutte le ore del giorno e della notte. Vedo Milano inTv e mi viene il magone. Vorrei andare in piazza del Duomo, vorrei sostare sulla tomba dei miei genitori nel cimitero di Musocco». 

Rievocò la sua partenza dall’Italia in aereo, maggio 1994, con gli accenti lirici dell’«addio monti» manzoniano: «Guardavo Roma giù sotto, i campi ben pettinati, il profilo  dellitorale, il mar Tirreno...Sentivo che non li avrei più rivisti». D’improvviso si ricordò che ero lì per un’intervista. Sul retro diuna fotocopia formato A3, che riproduceva un articolo del Tempo di Roma, cominciò a disegnare quella che definì «la mappa». Tracciava le linee con la teatralità di certi chirurghi in sala operatoria quando s’accingono ad affondare il bisturi nelle carni e intanto illustrava la sua teoria: «È come se l’Italia fosse stata divisa in tre zone, regione per regione. La prima è la zona N: sta per “non”, cioè questi qui non si devono toccare. La seconda è la zona S: sta per “scomparire”, cioè questi qui devono starsene buoni, non agitarsi, tornare dietro le quinte, soltanto così avranno la certezza di salvarsi. 

La terza è la zona M: sta per “massacrare”, cioè questi qui vanno annientati. Devo dirti in che zona stava Craxi?». Proseguì: «Vogliamo applicare la mappa a un partito? Il Pli, per esempio. Nella zona N chi troviamo? Zanone. Non si tocca. Zona S: Altissimo. L’hai più visto, tu, Altissimo? Sparito. Zona M: De Lorenzo. Massacrato». In alto mise l’intestazione: «La mappa». In basso la irma: «B.Craxi».Sottolineata. Aggiunse la data. 

La conservo ancora, appesa nel mio studio. Ad  Antonio Di Pietro, il pubblico ministero che lo aveva inseguito per anni, riservò cinque parole in tutto:«Di Pietro non guida, è guidato ». Per non apparire criptico, soggiunse: «Chi invitavano a parlare ai convegni di Fiuggi presieduti da Giulio Andreotti e organizzati da Giuseppe Ciarrapico? Di Pietro. E a Milano chi erano quelli che preparavano insieme col futuro eroe un’associazione per il rinnovamento dell’Italia? Gli andreottiani ». 

Pochi giorni prima i giudici tributari della sua città avevano sentenziato che il tesoro di Craxi custodito nei caveau esteri, di cui tanto si favoleggiava, non esisteva,non era mai esistito. Non sembrò affatto sorpreso che la notizia fosse passata sotto silenzio: «A parte IlGiornale, ne hascritto qualcun altro? Giusto all’Ansa è scappato un flash alle 8 della sera dopo, ma nessuno l’ha ripreso. A proposito dic ompletezza dell’informazione». Cercai di portare il discorso sui suoi compatrioti. 

Devoto com’era a Garibaldi,  lo troncò con un giudizio sprezzante, che suonava più aspro d’un epitaffio: «Gli italiani! In mille partirono da Quarto. Non ci sarebbe neanche l’Italia se fosse statopergli italiani». Preferì parlarmi invece del suo destino di prete mancato. «Da bambino  avevole visioni. Mi appariva Gesù. Un’illusione ottica, ma io allora ero convinto che Cristo guardasse proprio me. 

Accadeva nella sacrestia  della chiesa di SanGiovanni, in piazza Bernini a Milano, davanti a un dipinto che raffigura il volto della Sindone. Avevo 10anni, facevo il chierichetto, stavo lì per ore sull’inginocchiatoio a fissarlo. E Gesù a un certo punto apriva le palpebre e mi guardava». Aveva coltivato la vocazione fino all’adolescenza: «Ho studiato al collegio De Amicis di Cantù. Ho girato tutti i seminari della Lombardia. Ma poi, la guerra...».

Passato qualche anno, m’arrivò un’indiretta conferma che quell’antica chiamata aveva lasciato una traccia spirituale profonda: cinque litografie, tirate da Craxi in 50 esemplari, con la preghiera che l’arcangelo Gabriele fece leggere a Maometto nella «notte della Rivelazione », definita dal Corano «più buona di mille mesi».Scritta in arabo, perché ad Hammamet l’artista autodidatta di route ElFawara aveva imparato la lingua locale. Hor ivisto in questi giorni nel sito Dagospia una foto di Bettino Craxi mentre pedala sulla cyclette nel suo romitaggio tunisino. Ha lamedesima tuta color antracite che indossava quando lo incontrai. 

Ma guarda tu ’sto nababbo che vestiva sempre uguale, non aveva neppure una felpa di ricambio. Solo che quel 28 gennaio la gamba destra dei pantaloni era sollevata fino al ginocchio. Appena entrato in cucina, trovai la moglie Anna accovacciata per terra, intenta a massaggiargli con una pomata la rotula dolorante. Il giorno prima era caduto inciampando nel proprio piede sinistro, infilato dentro una scarpa da ginnastica tagliata in punta per lasciar fuoriuscire l’alluce piagato dal diabete, «un foruncolone», secondo la definizione del pm DiPietro. 

E così m’è tornata in mente la telefonata che Craxi mi fece al mio rientro in Italia, dopo che gli avevo spedito via fax l’intervista per il benestare alla pubblicazione, come concordato: «Non c’è una virgola da toccare. Però, ti prego,non scrivere che Anna qui fa l’infermiera, che l’hai vista spalmarmi il Lasonil sul ginocchio». D’accordo. «Grazie. Addio». Allora non sapevo perché mi salutasse in quel modo. Ma lui sì.

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Il giudice le ridà il posto di lavoro L'azienda la spedisce in India

Corriere del Mezzogiorno
 

Società irpina che produce frigoriferi manda operaia in distacco presso un'impresa di Nuova Delhi
 

Gaetanina Di Paolo
Gaetanina Di Paolo
AVELLINO - «Te ne vai un anno in India, a Nuova Delhi». Questa, detta in breve, la risposta di un’azienda dell'Avellinese che produce frigoriferi industriali ad una sua operaia, che aveva appena incassato dal Tribunale la sentenza di riassunzione in servizio alle medesime mansioni svolte al momento della violazione delle norme sui contratti a tempo determinato. Lei si chiama Gaetanina Di Paolo, 49 anni, madre di 5 figli.

La Di Paolo «per poter proficuamente svolgere la prestazione inerente alle mansioni di assemblaggio frigoriferi che svolgeva precedentemente» - così le ha comunicato l’azienda - dal mese di febbraio dovrà trasferirsi a New Delhi, dove è attiva con una propria sede una società collegata. Il magistrato ha dichiarato illegittime le continue proroghe di contratto a termine, che la lavoratrice ha contestato all'azienda irpina, la Cei srl.

In extrema ratio però, la lavoratrice si dice pronta anche a partire per l'India. «Non è stato un bel regalo di Natale - spiega al Corriere - ma nonostante abbia cinque figli pur di lavorare e lasciarmi alle spalle la condizione di precariato sarei disposta a fare le valigie e raggiungere Nuova Delhi». Nel frattempo che la decisione maturi, la signora Di Paolo, assistita dall'avvocato Giacomo Ambrosino, si affretta a presentare un ricorso d'urgenza al Tribunale di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino) per ottenere almeno la sospensione del provvedimento di distacco deciso dall'azienda.

«Una vergogna», denuncia il segretario dei metalmeccanici Uil, Gaetano Altieri. «Le motivazioni del trasferimento - annuncia in una nota il sindacato- sono del tutto pretestuose e intendono intralciare la reintegrazione disposta dal giudice (Giuseppa D’Inverno del Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, ndr) piuttosto che soddisfare una urgente e improrogabile esigenza aziendale».

R. W.
08 gennaio 2010



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Rosarno, gambizzati due immigrati Ancora spari e scontri in strada

Corriere della Sera


Otto persone arrestate, 32 feriti. Ronde e caccia all'uomo in città: «Se non c'è lavoro, vadano via»


ROSARNO - È ancora caccia all'africano a Rosarno in Calabria. Due immigrati in serata sono stati gambizzati da ignoti. La sparatoria è avvenuta nei pressi della fabbrica Rognetta, ricovero abituale degli extracomunitari, tra Rosarno e Laureana di Borrello. I due sono stati colpiti da fucili a pallini. Gli extracomunitari, le cui condizioni non sono gravi, sono stati portati all'ospedale di Polistena. Nella stessa zona era stato colpito giovedì pomeriggio l’extracomunitario il cui ferimento ha dato il via alle manifestazioni di protesta degli immigrati.

LA BARRICATA - La situazione è molto tesa. Infatti un centinaio di abitanti, armati di bastoni e spranghe di ferro, ha tirato su una barricata sulla statale 18 all'altezza del km 474, a poche centinaia di metri dai locali dell'ex Opera Sila dove si trovano molti degli stranieri che la scorsa notte hanno dato vita agli scontri.

Al momento non c'è stato alcun contatto tra i due gruppi, con gli immigrati che, secondo quanto riferiscono fonti investigative, si sono chiusi dentro i locali dell'ex Opera Sila - una struttura fatiscente in mezzo al nulla di una zona industriale mai decollata - e non avrebbero intenzione di uscire. Ma il blocco dei cittadini sembra tutt'altro che pacifico: quasi tutti hanno bastoni, stecche da biliardo, spranghe di ferro e mazze. E tra loro sono circolate anche alcune taniche di benzina.

BILANCIO - Questa la situazione a Rosarno dove si è vissuta una giornata ad alta tensione con scontri e proteste. Il bilancio, prima dell'ultima sparatoria, è di 32 feriti di cui 14 tra gli extracomunitari e 18 fra le forze dell’ordine, mentre al momento non risulta che nessun cittadino italiano sia stato curato o medicato negli ospedali della zona. Il bilancio degli arresti invece è di otto arresti, di cui sette cittadini extracomunitari accusati di devastazione, rissa e violenza a pubblico ufficiale, mentre l’unico italiano arrestato è un 37enne del luogo che venerdì mattina mentre con il proprio escavatore stava spostando i cassonetti dal centro della strada, alla vista di un gruppo di extracomunitari ha tentato di investirli ferendone uno. L’accusa per lui è di tentato omicidio.

LA TASK FORCE - Il Viminale ha costituito una task force dai ministeri dell'Interno e del Welfare e dalla Regione Calabria con il compito di «affrontare la questione non solo dal punto di vista dell'ordine pubblico, ma anche per quanto riguarda gli aspetti legati allo sfruttamento del lavoro nero e all'assistenza sanitaria». In città gruppi di giovani hanno organizzato ronde spontanee: «Difendiamo la nostra città e le nostre case. Siamo a caccia degli africani: se vogliono lavorare restino, ma se non c'è lavoro, devono andare via», dice qualcuno.

Video

INCONTRO
- Nel primo pomeriggio centinaia di extracomunitari, tra i quali alcuni giunti dalle zone vicine, scortati in testa e in coda dalle forze dell'ordine hanno raggiunto in corteo il municipio scandendo slogan di protesta. Una loro delegazione è stata ricevuta dal commissario prefettizio, in quanto il Comune è stato sciolto nel 2008 per infiltrazioni mafiose. Dopo l'incontro, i migranti sono tornati nelle strutture di ricovero in cui sono ospitati («ai limiti del sopportabile», secondo molte testimonianze). Il commissario ha poi ricevuto anche una delegazione di cittadini di Rosarno, i quali chiedono l’immediato allontanamento degli immigrati.

STRADA OCCUPATA - Intanto monta la protesta dei cittadini di Rosarno, dopo la rivolta degli immigrati, e si sposta anche in periferia. Un gruppo di persone sta infatti occupando la strada statale 18 tirrenica, in segno di dissenso contro la guerriglia di queste ore e contro la presenza, nella cittadina, di extracomunitari irregolari.

SPARI E SASSAIOLA - In precedenza alcuni abitanti di Rosarno avevano raggiunto la zona antistante il municipio. Erano venuti a contatto con gli immigrati e hanno provato a inseguire e malmenare gli immigrati che incontravano in strada. Un uomo ha sparato dal terrazzo della sua casa due colpi di fucile in aria per difendere la moglie e le figlie che guardavano dal balcone, contro le quali erano stati lanciati sassi da alcuni immigrati che stavano transitando in corteo.

Dopo i colpi, alcuni immigrati sono entrati nell'abitazione ma per protestare vivamente. Sassi anche contro una troupe del Tg2 e il giornalista Francesco Vitale, senza conseguenze. Ci sono stati momenti di tensione tra un gruppo di abitanti e le forze dell'ordine dopo che un giovane era stato fermato perché stava litigando con un immigrato davanti al municipio. Gli animi si sono calmati dopo che il giovane è stato rilasciato. I negozi e le scuole sono rimasti chiusi dopo gli atti vandalici della sera scorsa.

REAZIONI POLITICHE - Molte le reazioni politiche sugli avvenimenti di Rosarno, tra le quali quelle del ministro dell'Interno, Roberto Maroni: «In questi anni è stata tollerata l'immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato situazioni di forte degrado».



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Rinforzi in Calabria: agenti e magistrati La bomba, il giallo della donna nel video

Corriere della Sera


REGGIO CALABRIA

Per rispondere alla bomba che ha divelto un portone ma conteneva messaggi che andavano ben oltre i danni provocati, lo Stato si presenta a Reggio ai suoi massimi livelli: i ministri dell’Interno e della Giustizia, Maroni e Alfano, i capi e comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, i vertici degli uffici investigativi.

Dopo la riunione del comitato nazionale per la sicurezza Maroni e Alfano annunciano rinforzi e programmi per sostenere l’azione contro la ’ndrangheta: 121 unità investigative in più, sei nuovi magistrati per rendere più incisiva e spedita l’azione degli uffici giudiziari, una strategia di contrasto alle attività economiche del crimine organizzato che parta dalla Calabria ma si estenda altrove (anche perché gli affari della ’ndrangheta non sono certo confinati a questa regione): Maroni conferma l’idea di insediare a Reggio l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, pianifica nuove iniziative per impedire le infiltrazioni mafiose sugli appalti e spiega che a giorni riunirà a Milano la commissione per sorvegliare sui lavori dell’Expo 2015.

Video

Tutto questo è conseguenza — per ora come annunci, occasione per ribadire che i beni sequestrati alle varie organizzazioni mafiose ammontano a circa 7 miliardi di euro dell’attentato alla sede della Procura generale di Reggio Calabria, l’ufficio che gestisce la pubblica accusa nei processi d’appello; un passaggio importante dei procedimenti contro la ’ndrangheta (ma non solo). Le indagini per risalire a esecutori e mandanti passano anche per l’esame dei fascicoli pendenti o appena chiusi presso la Procura del secondo grado, per cercare di capire chi poteva avere interesse amandare l'avvertimento al «nuovo corso» inaugurato dal neoprocuratore generale Salvatore Di Landro.

I carabinieri studiano le carte, mentre gli specialisti del Ris e del Racis provano a trarre ogni elemento utile dal filmato che ha ripreso i due attentatori giunti sul luogo dell’esplosione con uno scooter alle 4,49 della notte tra domenica e lunedì. I volti sono protetti dai caschi, ma è possibile che a guidare la moto fosse una donna, ipotesi basata sul dettaglio di una scarpa che sembra di tipo femminile. Sarebbe una novità per il modus operandi della ’ndrangheta, che aprirebbe nuovi scenari, e anche per questo gli investigatori sono cauti.

È certo, invece, che l’uomo che deposita l’ordigno (confezionato con polvere pirica e non tritolo, come riferito all’inizio dell’indagine) prima accende la miccia e poi lo sistema davanti al portone: «Solo una persona molto esperta può assumersi un simile rischio» è stato spiegato nella riunione di ieri. La miccia ha bruciato per un minuto e quattro secondi, quando la bomba è esplosa lo scooter (sul quale l’attentatore è risalito quasi in corsa) era già lontano.


Gio. Bia.
08 gennaio 2010



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Gli immigrati seminano terrore e distruzione Tensione e spari, aggredita troupe del Tg2 I rosarnesi urlano alla polizia: "Ammazzateli"

Quotidianonet


Ore drammatiche in Calabria: dopo la guerriglia urbana, scatenata dal ferimento di due extracomunitari, migliaia di clandestini hanno marciato verso il Municipio. Incendi, furti, devastazioni, auto spaccate, donne incinte e bambini terrorizzati dall'orda incivile dei dimostranti. Maroni: "Tutta colpa della clandestinità". Polemiche del Pd e dell'Italia dei Valori contro il governo: "Non strumentalizzate questa storia"




ROSARNO (REGGIO CALABRIA), 8 gennaio 2011


Non si placa la rabbia degli extracomunitari di Rosarno: dopo la guerriglia urbana di ieri notte è ripresa la protesta. Gli immigrati sono usciti dalle due strutture di ricovero in cui sono ospitati e sono scesi in strada, scandendo slogan di protesta.

I negozi sono chiusi, la popolazione è spaventata. È di 34 feriti il bilancio dei disordini. Secondo i dati diffusi dalla Polizia, sono ricorsi alle cure dei medici degli ospedali della zona due cittadini extracomunitari, 14 cittadini italiani, dieci poliziotti e otto carabinieri. Gli uomini del Commissariato di Gioia Tauro hanno arrestato sette extracomunitari per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e danneggiamento.

La rivolta ha avuto inizio ieri pomeriggio, quando un immigrato che stava tornando dal lavoro è stato colpito da un colpo esploso da un’arma ad aria compressa in via Nazionale, sulla Ss 18 a Gioia Tauro. L’attentatore, rimasto sconosciuto, passava a bordo di un’automobile. L’extracomunitario ferito guarirà in dieci giorni dalla «ferita da arma da fuoco sovra pubica» .

La situazione è sempre più preoccupante. Secondo quanto si apprende, si stanno unendo agli immigrati in protesta altri gruppi provenienti dai centri dell’hinterland. Non si conoscono ancora le intenzioni dei manifestanti, nè quanti se ne raccoglieranno nelle strade di Rosarno.
Da ieri hanno chiesto di parlare con il commissario prefettizio Domenico Bagnato (che regge il Comune di Rosarno) per esporre le loro problematiche. Secondo i loro movimenti potrebbero avanzare verso il Municipio. Circa duecento immigrati hanno attuato due blocchi stradali, uno a nord e uno a sud dell’abitato di Rosarno, sulla statale 18, impedendo alle auto di transitare.

Sono oltre 200 i cittadini di Rosarno per lo più giovani che seguono da vicino l’evolversi della situazione, mentre sono circa 3000 gli immigrati che continuano a intimorire la cittadinanza rosarnese e stanno presso la sede del Comune di Rosarno.

L'IRA DEI CITTADINI

Un centinaio di cittadini di Rosarno ha occupato la sede del Comune e chiedono al Commissario prefettizio Francesco Bagnato lo sgombero degli estracomunitari dalal città.

Gli abitanti delle vie interessate alla protesta, guardano affacciati dai balconi e urlano: "Ammazzateli". L'area e' presidiata dai carabinieri, vigili urbani e forze di polizia

LA TASK FORCE DEL VIMINALE

Una task-force per affrontare la questione non solo dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma anche per quanto riguarda gli aspetti legati allo sfruttamento del lavoro nero e all’assistenza sanitaria. La decisione è stata presa al termine di una riunione svoltasi al Viminale, che è stata convocata dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Della task force, che sarà istituita nella Prefettura di Reggio Calabria, faranno parte oltre al ministero dell’Interno, quello del Lavoro e la Regione Calabria.

AGGREDITA ROUPE TG2

Durante gli scontri a Rosarno è stata aggredita una troupe del Tg2 e il giornalista Francesco Vitale: un gruppo di immigrati alla vista della telecamera ha lanciato sassi contro il giornalista e il suo operatore. La troupe e lo stesso cronista hanno già ripreso il loro lavoro.

LA TESTIMONIANZA DI UN IMMIGRATO

"Abbiamo bisogno di protezione perchè contro di noi ci sono continue violenze che sono frutto di razzismo", dice  Sidiki, un immigrato africano di 25 anni, che viene a Rosarno di frequente per lavorare nei campi. "Subiamo continuamente - ha aggiunto Sidiki - atti di intolleranza, ma noi siamo lavoratori onesti che vengono qui solo per guadagnarsi il pane e non diamo fastidio a nessuno. Piuttosto, sono intollerabili le condizioni in cui ci fanno vivere perché avremmo bisogno di piu’ igiene e dignita’. Non possono prendersela sempre con noi perche’ non abbiamo nessuna colpa. Adesso ci devono garantire sicurezza perche’ questo e’ razzismo".

IL PREFETTO: SITUAZIONE GRAVE

"La situazione è grave, è pesante. Ho parlato con i migranti e ho detto loro che faremo tutto il possibile per proteggerli. Ma ho anche specificato che non devono confondere l’attacco da parte di singoli con l’atteggiamento di tutta la cittadinanza", dice ai microfoni di Cnrmedia Domenico Bagnato, commissario prefettizio a Rosarno. "Ho detto loro -continua Bagnato- di non confondere l’azione delinquenziale di pochi dalla disponibilità della maggioranza degli abitanti di Rosarno. Ora la situazione è grave perchè un qualsiasi altro incidente potrebbe innescare nuove tensioni".

Bagnato si dice «preoccupato» per «la reazione violenta degli immigrati. Il problema qui è che questi migranti vengono sfruttati con l’alibi che la crisi dell’agricoltura non permette di sfruttare manodopera regolare. Il nostro problema è fornire una assistenza di carattere sanitario a queste persone e negli ultimi mesi abbiamo fatto tutto il possibile, fornendo bagni chimici, container collegati con la rete idrica e le fogne. Ma rimane -conclude- una tensione altissima con la popolazione".

SPARI DALLE CASE

Un uomo è salito sul tetto della sua casa a Rosarno e ha sparato dei colpi di fucile in aria per difendere la moglie e le figlie che erano state oggetto di colpi di pietra da un gruppo di immigrati che in corteo stava transitando. Gli stessi immigrati sono entrati dentro l’abitazione della famiglia.

IL SACERDOTE: TROPPO DEGRADO

"Rosarno è non una città xenofoba e non può passare questo messaggio. La rivolta degli immigrati è stata innescata da un’aggressione ma di fondo c’è una situazione di disagio che vivono gli immigrati e che va risolta. Per questo serve l’intervento delle istituzioni sia a livello locale che nazionale". Così Don Pino Varrà, parroco della Chiesa di San Giovanni Battista di Rosarno.

"Non ci si può solo indignare per i danni di ieri ma - continua Don Pino - bisogna guardare oltre e vedere in che condizioni vivono gli immigrati. L’intervento delle autorità deve andare nella direzione dell’aiuto per permettere a queste persone di vivere in una condizione umana, con i servizi che, nonostante l’impegno della parrocchia, mancano ancora. Qui a Rosarno - sottolinea il parroco - sono tante le famiglie che nel silenzio aiutano gli immigrati ma non basta. Serve una mobilitazione di tutte le istituzioni".
 

IL MINISTRO MARONI

"A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perchè in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazione di forte degrado": così, ai microfoni di Mattino Cinque su Canale 5 il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, parla della rivolta degli extracomunitari ieri sera in Calabria. 


"Stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari - spiega - per ora abbiamo fatto una cosa molto importante, cioè porre sostanzialmente fine all’immigrazione clandestina: a poco a poco riporteremo alla normalità le situazione che lo richiedono".

LIVIA TURCO: BASTA PROPAGANDA

"È necessario impedire la guerra tra immigrati sfruttati e cittadini onesti. Il ministro Maroni anzichè ripetere il copione della propaganda faccia qualcosa per combattere la criminalità che sfrutta gli immigrati e continua a tenere in ostaggio parte del territorio calabrese", afferma Livia Turco, capogruppo del Pd nella commissione Affari sociali della Camera la quale aggiunge che "il vero obiettivo è liberare gli italiani e gli immigrati dalla criminalità e battersi contro lo sfruttamento degli uni e degli altri. Il governo applichi la Direttiva europea che prevede proprio sanzioni gravi nei confronti dei datori di lavoro che sfruttano gli immigrati".





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Sydney, il governo scarica gli aborigeni il monte sacro resta aperto ai turisti

Corriere della Sera

Il premier Kevin Rudd, ha respinto la richiesta degli indigeni di chiudere le escursioni a Uluru

 


Una vista dalla cima di Oluru (Ap)
Una vista dalla cima di Oluru (Ap)
SYDNEY - Il governo australiano è stato, per poco, di fronte a un bivio: difendere gli interessi del turismo oppure quelli degli aborigeni? Il premier Kevin Rudd non ha avuto dubbi: ha scelto i primi. Ha infatti bocciato la proposta di chiudere a visitatori ed escursionisti la Uluru, montagna sacra degli indigeni, che i turisti di tutto il mondo conoscono come "Ayers Rock". A schierarsi dalla parte degli aborigeni che ne chiedevano l'esclusiva per via della sacralità del luogo, era stato in un primo momento il ministro dell'Ambiente Peter Garrett. Ma il premier ha preso le difese degli escursionisti che a centinaia ogni anno visitano Uluru e si arrampicano sulla roccia alta 347 metri che spunta isolata su un territorio pianeggiante al centro del continente.

LA MONTAGNA SACRA RESTITUITA AGLI ABORIGENI SOLO NEL 1985 - Così Garrett, constatato il mancato supporto dei colleghi di governo, ha deciso di respingere la richiesta degli aborigeni. Vince Forrester, un portavoce dei Mutitjulu, ha ricordato che la chiusura ai visitatori di Ayers Rock è stata richiesta fin dal 1985, anno in cui la montagna sacra è stata restituita alla comunità aborigena. «Non si può scalare il Vaticano o i templi buddisti - ha detto -. Ovviamente anche noi chiediamo rispetto per il nostro attaccamento religioso alla terra». Intanto, i tour operator attivi nella regione del Northern Territory protestano per i pedaggi imposti dalla comunità aborigena ai visitatori. Dal canto suo il ministro Garrett, che un tempo intonava canzoni di protesta a sostegno della causa aborigena con la band dei "Midnight Oil", ha spiegato di non aver cambiato idea su Uluru.

08 gennaio 2010




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Urss: le previsioni per il 2010

Corriere della Sera

Abolito il denaro. Alcol e criminalità zero.

Gratis elicotteri e auto. Mense gratuite per tutti.

Siberia senza ghiacci

L'articolo della Komsomolskaya Pravda del 1959
L'articolo della Komsomolskaya Pravda del 1959
Negli archivi della Komsomolskaya Pravda(organo ufficiale del Comitato centrale dell'Unione comunista della gioventù sovietica dal 1925 al 1991, tuttora il giornale più venduto in Russia) si è trovato un articolo pubblicato il 31 dicembre 1959 su come sarebbe stata l'Urss il 1° gennaio 2010. Il giornalista russo è, ovviamente, alquanto pieno di fiducia nello sviluppo in vari campi dell'Unione Sovietica.

KRUSCIOV - In quegli anni, Nikita Krusciov era segretario del Pcus e capo del governo. Tre anni prima, il 25 febbraio 1956, lo stesso Krusciov aveva presentato il famoso rapporto segreto al XX Congresso del Partito comunista in cui si gettavano le basi per lo smantellamento della società staliniana. Il 4 ottobre 1957 era stato lanciato nello spazio lo Sputnik, il primo satellite artificiale. Si prospettava, dunque, come predicava Krusciov, il sorpasso dell'Urss sugli Usa. Il «futurologo» della Komsomolskaya Pravda è sicuro che il primo uomo che metterà piede sulla Luna sarà un sovietico e l'evento avverrà nel 1969. Azzecca l'anno, ma non il resto: fu l'americano Neil Armstrong a sbarcare sul satellite della Terra.

ABOLITO IL DENARO - Nel 2010, in Russia il denaro sarà stato abolito e ognuno potrà fare la spesa senza pagare nulla. L'alcol e la criminalità spariranno e tutto il lavoro pesante sarà fatto da macchine o robot. L'articolista immagina un suo viaggio per le vie di Mosca: le strade sono piene di limousine che si possono affittare gratis. Per chi non ama l'auto vi è la possibilità di usufruire di elicotteri (gratuiti anch'essi). Quasi nessuno mangia a casa propria: nella città vi sono mense e ristoranti sempre aperti dove si può pranzare gratuitamente. Interessante è la profezia riguardo ai telefoni: saranno piccoli e portatili e saranno dotati, inoltre, di una telecamera. La vita si è allungata: si vive per più di 100 anni, con punte di 125.

MARTE - Dopo la Luna, si è arrivati anche su Marte dove vi è una clinica specializzata in trapianti di organi umani che si chiama Pozitron. Sulla Luna, invece, sono state impiantate decine di fabbriche dove si lavorano i metalli di cui il satellite è ricco. Nell'Istituto di medicina termica di calore (non si dice dove sia) si sta risvegliando un mammuth. Il cervello già funziona e -v erso marzo del 2010 - potrà essere messo nello zoo di Mosca. I ghiacci in Siberia sono spariti grazie al riscaldamento del suolo effettuato con l'atomo. Purtroppo, su questo punto la Komsomolskaya Pravda non dà altre delucidazioni. Però, il giornale è sicuro che nella Siberia del 2010 vi sono immensi campi coltivati a grano oltre ad agrumeti a perdita d'occhio. Quasi tutte le previsioni non si sono realizzate. Ma sognare ad occhi aperti non costa nulla.

Paolo Torretta
08 gennaio 2010



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Svizzera: a 137 all'ora con la Ferrari Ducentomila euro di multa

Corriere della Sera

Un miliardario diplomatico della Guinea Bissau con la passione della velocità

Roland S. (da Blick.ch)
Roland S. (da Blick.ch)
MILANO - Multa record di 299 mila franchi svizzeri (circa 200 mila euro) per essere stato «beccato» dalla polizia elvetica a 137,2 km all'ora alla guida della propria Ferrari Testarossa, una delle cinque auto di superlusso che possiede, su un tratto con limite a 100 ed essere passato attraverso l'abitato di Mörschwil (Cantone San Gallo) a cento all'ora. E in Svizzera la legge dice che le multe sono proporzionate al reddito personale: più si è ricchi e più si paga. Anche se si ha un reddito di 23 milioni di franchi e si guida un bolide rosso e si è un diplomatico onorario della Guinea Bissau. L'unica consolazione è che la legge gli consente di pagare a rate: 130 aliquote giornaliere di 2.300 franchi l'una (1.540 euro).

VELOCITÀ - Il reprobo si chiama Roland S. (il quotidiano Blick conosce il suo cognome, ma non ha voluto renderlo noto). Roland è un uomo di affari e la sua azienda ha sede in Dubai. Egli stesso nel suo sito internet dice di parlare correttamente l'arabo. Ma ha un vizietto: la velocità, ed è per questo conosciuto alla polizia svizzera. Ma lo conoscono anche altri: tra i suoi amici nel suo profilo su Facebook figurano anche Michael Schumacher, Felipe Massa, Jarno Trulli e Kimi Raikkonen, l'élite della Formula Uno. E per un tipo così, andare a 137,2 km all'ora con una Testarossa significa quasi neanche accorgersi.

RECORD - Roland ha battuto il record della multa più alta in Svizzera, finora detenuto dal 2008 dal guidatore di una Porsche, che a Zurigo aveva oltrepassato il limite di oltre 57 chilometri orari e preso una multa di 111 mila franchi.


08 gennaio 2010





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Abbiamo portato le prove, altro che notizie infondate"

di Gian Marco Chiocci

l reato che Veltri contesta all'ex prm: "I suoi familiari si spacciavano per il partito e incassavano. Una semplice associazione di famiglia di tre persone che ha incassato milioni di euro di fondi pubblici spacciandosi per un partito politico"



Signor Elio Veltri, il tribunale di Milano trasmette gli atti alla Procura ritenendo i fatti documentati su Di Pietro meritevoli di indagine. E cioè, chiede di verificare se un’associazione di famiglia che reca lo stesso nome di un partito, si sia sostituita ad esso sfruttando l’omonimia e la carenza dei controlli della Camera. È così? Teme trattamenti di favore per l’ex pm?
«Sulla questione soldi e Antonio Di Pietro, da Milano ci si attende una risposta di imparzialità e grande serietà. L’atto compiuto dal presidente del tribunale, persona serissima, parla da solo. Sarebbe un errore gravissimo se di fronte a fatti come quelli che sono stati descritti nella nostra memoria, calasse il silenzio o peggio. Fatti di questo tipo porrebbero davvero a rischio le istituzioni democratiche. 

Quanto da noi documentato e, ripeto, giudicato meritevole di approfondimenti dalla dottoressa Pomodoro, assume un significato importante: perché i fatti su cui fare chiarezza hanno non solo un rilievo penale ma prima di tutto costituzionale. Qui si parla, è vero, di una semplice associazione di famiglia di tre persone che ha incassato milioni di euro di fondi pubblici elettorali spacciandosi per un partito politico». 

Non ha risposto. Teme, o no, trattamenti di favore?
«Confido nella magistratura, anche in quella dove Di Pietro ha prestato servizio per molti anni. Registro, però, che gli atti trasmessi dal presidente del tribunale giacciono ancora nel limbo del modello 45 come se fosse una qualsiasi notizia totalmente infondata, e non invece documentata. A giudicare dall’iniziativa della Pomodoro, magistrato di lunga esperienza, considerato da tutti attento e preparato, così infondata questa benedetta notizia di reato non sembra esserlo. 

È da sottolineare che nessuno aveva chiesto al presidente di trasmettere gli atti alla procura, si è trattato di una decisione autonoma, vuol dire che ha ravvisato la necessità di farlo, di andare a fondo alla faccenda, di chiarire passaggi sui quali chiunque inorridirebbe alla lettura di quanto riportato. Se invece poi non si indaga, allora è un altro discorso...». 

Il pm Fusco ha fama di magistrato preparato in reati finanziari.
«Appunto. Il pm a cui il procuratore capo ha affidato il caso è decisamente competente a indagare sui fatti che trattano della gestione poco trasparente di un mare di soldi dello Stato. Anche per questo chiederemo al pm Fusco di essere ascoltati sui fatti documentati che vanno esaminati seriamente e portate davanti a un giudice terzo».




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Iran, profanata la tomba di Neda: la foto sulla lapide crivellata di colpi

Quotidianonet

Lo rivela il Times, che mostra le immagini: la lastra nera su cui è inciso il volto della giovane è stata crivellato di proiettili.La profanazione è avvenuta nonostante agenti iraniani montino la guardia tutto il giorno



Londra, 8 gennaio 2009

Per la seconda volta è stata profanata la tomba di Neda Soltan, la studentessa iraniana uccisa durante le proteste anti-regime dello scorso giugno e divenuto il volto-simbolo nel mondo dell'"onda verde".

 Immagini ottenute dal Times mostrano che la lastra nera su cui è inciso il volto della giovane è stata crivellato di proiettili. La profanazione è avvenuta nonostante agenti iraniani montino la guardia tutto il giorno accanto alla tomba per evitare che diventi il sacrario di un martire.

La famiglia di Neda aveva messo in loco la nuova pietra tombale il 14 dicembre scorso, dopo che la precedente lastra era stata distrutta a metà novembre. I genitori hanno scoperto il nuovo danno il 31 dicembre, cinque giorni dopo che il quotidiano britannico aveva nominato la ragazza "Persona dell’Anno".

fonte agi




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Il tribunale chiede di indagare su Di Pietro

di Gian Marco Chiocci


Il presidente Pomodoro trasmette ai pm di Milano un esposto dell’ex alleato Elio Veltri. È necessario approfondire la gestione dei fondi elettorali: incassati dall’associazione Idv e non dal partito? Ma la procura dove Tonino lavorava, però, per ora lascia la pratica tra le "notizie infondate"

 


Antonio Di Pietro spa, nuova puntata. Sulla controversa gestione dei soldi pubblici da parte dell’ex pm di Mani Pulite, attraverso non si capisce bene quale soggetto - se la sua «associazione di famiglia» Italia dei Valori e/o il suo omonimo «movimento-partito» Italia dei Valori - il presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro ha attivato quella stessa procura in cui il Tonino nazionale un tempo giocava a tutto campo. La palla è passata così al pm Eugenio Fusco, che da mesi la sta trattenendo senza sapere bene cosa fare delle nuove circostanziate denunce di Veltri (nel 2004 alleato insieme a Occhetto per le Europee in una lista con Di Pietro, a cui ancora chiedono la loro parte di rimborsi elettorali). Il magistrato è indeciso se continuare a tenere la pratica scottante ricevuta dal presidente Pomodoro a «modello 45» (ovvero nel calderone delle notitiae criminis completamente infondate) oppure iscrivere il tutto a «modello 21», a «carico di noti». 

Una differenza non da poco: nel primo caso il pm può infatti decidere di archiviare direttamente la pratica e di far morire seduta stante il procedimento senza che le parti possano metterci becco; nel secondo, deve optare invece per una richiesta di archiviazione su cui dovrà pronunciarsi un gip e su cui le parti potranno eventualmente avanzare opposizione. 

Nonostante l’iniziativa del presidente del tribunale (che se avesse reputato l’atto totalmente infondato nemmeno l’avrebbe trasmesso alla procura) il fascicolo Veltri-Di Pietro ancora galleggia a «modello 45», appunto tra le notizie prive di qualsiasi fondamento. Il pm Fusco si è preso altro tempo e la cosa sorprende non poco Elio Veltri (leggere l’intervista sotto). L’avvocato di Veltri, Luigi Gianzi, è altrettanto perplesso: «Confermo che la pratica è ancora a modello 45. 

A prescindere da tutte le valutazioni sulla fondatezza in diritto e in fatto, anche da una lettura ictu oculi delle carte, come minimo meriterebbe una iscrizione a modello 21. Sostenere che determinate notizie di reato, che il presidente Pomodoro ha ritenuto meritevoli di un approfondimento da parte della procura, siano ritenute affatto meritevoli di approfondimento dalla stessa procura, beh... ce ne passa».
L’iniziativa del presidente del tribunale di Milano nasce da un ricorso rivolto al tribunale civile di Milano per chiedere la nomina di un liquidatore dell’«associazione Italia dei Valori» in quanto soggetto giuridico non legittimato a percepire i milioni di euro di fondi elettorali destinati ai «partiti», e non certo alle «associazioni di famiglia» come sembrerebbe essere quella di Di Pietro. 

Con l’ordinanza del 23 luglio 2008, il tribunale di Roma aveva constatato che esistono due soggetti distinti, aventi organi diversi, e quindi ognuno una propria autonomia: ovvero l’«associazione» Italia dei Valori (costituita da Di Pietro, dalla moglie e dalla fiduciaria, onorevole Mura) e il «movimento politico» vero e proprio. L’Associazione di famiglia si era presentata in giudizio affermando di essere il partito e in tale modo sostituendosi ad esso. Condotta di per sé strana e discutibile.
Leggendo gli atti, il presidente del tribunale si è convinto a trasmetterli alla procura dopo aver preso atto degli esiti delle ulteriori iniziative degli ex alleati di Di Pietro, come i controlli effettuati presso le corti di appello e il Viminale per capire quale soggetto, di volta in volta, effettivamente percepisse rimborsi elettorali. 

Controlli che a detta di Veltri avrebbero dimostrato lo schermo fittizio «con cui l’associazione familiare Idv - si legge nella memoria depositata - si sia potuta facilmente sostituire, nella richiesta e gestione dei fondi elettorali, attraverso proprie auto dichiarazioni non rispondenti al vero, al Movimento politico Idv, in modo che i fondi elettorali affluissero direttamente sul conto corrente intestato alla stessa associazione (nell’esclusiva disponibilità dei tre soci) e non invece al movimento politico che mai ha potuto esercitare alcuna ingerenza tanto che non risulta aver mai richiesto un codice fiscale. Se sono vere tali premesse, il movimento politico non ha mai richiesto e percepito fondi elettorali, tanto che non risulta aver mai richiesto un codice fiscale», tutto essendo rimesso al buon cuore e all’arbitrio dell’associazione.

Proprio per interrompere ciò che ai ricorrenti pare una evidente gestione «privata» e «personale» dei fondi pubblici, il 10 luglio scorso sul tavolo del presidente del tribunale viene recapitata la richiesta di nomina immediata di un liquidatore. E proprio in merito a questo meccanismo di condotte di sostituzione di un soggetto (l’associazione dei tre soci) con l’altro (movimento politico) nella richiesta e gestione dei fondi pubblici elettorali, il presidente Pomodoro ha ritenuto di trasmettere gli atti al procuratore capo. E ciò nella premessa, rimarcata da Veltri, che un soggetto diverso da un partito o da un movimento politico non possa avere in alcun modo titolo a richiedere in sostituzione e al posto di essi, questi fondi. 

Nel frattempo (il primo dicembre 2009) Antonio Di Pietro è corso a sottoscrivere l’ennesimo atto notarile, l’ennesima rincorsa per tentare di dimostrare che nulla di illecito è stato commesso, e che l’associazione e il movimento-partito sono la stessa, identica, cosa. Come Di Pietro scrisse a Vittorio Feltri quand’era direttore del quotidiano Libero.




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Le fermezza e l'ipocrisia

Corriere della Sera



Sappiamo da tempo che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni.

Ci sono almeno tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa?

Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore.

Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.

C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema.

Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione.

E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.

Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.

Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione.

Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale.

Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale. La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive.

In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.


Angelo Panebianco
08 gennaio 2010



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Baby campione e dopato "Così mi davano di tutto"

Repubblica

Eugenio Bani, diciannovenne pisano, è una promessa del ciclismo italiano.

Squalificato per 21 mesi, ora racconta tutto e denuncia.

Con nomi e cognomi

di EUGENIO CAPODACQUA

Il commento: Poco sport, troppa farmacia
La replica: la lettera della Procura Antidoping

Baby campione e dopato "Così mi davano di tutto"
 
Era ed è ancora considerato uno dei talenti emergenti del ciclismo giovanile. Una sorta di Ivan Basso in fieri, già inserito nella rosa azzurra. Ma Eugenio Bani, diciannove anni, pisano, fisico statuario da passista veloce, da due stagioni nel ciclismo degli "Under 18", i dilettanti una volte definiti "puri", è finito d'improvviso nel tunnel del doping. Gonadotropina corionica, un ormone femminile, usato nello sport maschile per stimolare la produzione endogena del testosterone, l'ormone della forza. Un caso grave che vale all'atleta una squalifica di 21 mesi. Ma un caso emblematico della pessima situazione in cui versa buona parte del ciclismo giovanile, nonostante anni di scandali, campioni dopati e appelli a ripulire l'ambiente partendo dalla base. Ancora oggi il pedale diventa subito sinonimo di farmacia, anche ai primissimi gradini, e resta feroce il sospetto di "trattamenti" totali, complessivi, cioè di squadra.

Impressionante, anche volendo limitarsi al lecito, ciò che emerge dai verbali della Procura Coni: endovene, fiale intramuscolari, ricostituenti, acido folico, vitamine, antidolorifici, eccitanti, siringhe già confezionate e pronte all'uso conservate in frigo. Una "terapia" globale, fatta a tutta la squadra, confessa l'atleta. Una cura che comincia prima della gara (antidolorifici), si sviluppa durante - "pasticche di caffeina (una volta vietata, oggi di libero uso ndr) per il finale di corsa" assicura Bani - per concludersi al dopo gara con la cosiddetta "integrazione".

Bani cosa è successo?
"Sono stato trovato positivo al campionato italiano l'estate scorsa e non so perché. Non ho mai fatto alcuna cura a casa, né iniezioni, né altro; i miei genitori non sanno neppure cos'è una medicina. Gli unici a somministrarmi qualcosa sono stati quelli della squadra".

Punture o che altro?
"Punture e pasticche, iniezioni endovenose, tutto quello che serve per recuperare, mi dicevano".

Ma lei andava da un medico molto discusso, la sua era una società molto chiacchierata.
"Ci andavo fino all'anno scorso e solo a fare i test".

Non le è mai venuto un dubbio, un sospetto?
"Il fatto è che devi fidarti della squadra (l'Ambra Cavallini Vangi, una delle formazioni giovanili più in vista, ndr). E poi la storia era cominciata prima, quando non avevo ancora 18 anni. Chi ci faceva più caso? Non puoi non fidarti perché quello è il sistema. Altrimenti non trovi posto né lì né in nessun'altra squadra. Sono convinto che è così in tante se non proprio in tutte le formazioni giovanili. E' il sistema che è corrotto e ci corrompe, noi siamo costretti ad andare dietro a queste cose altrimenti non si arriva".
Sta dicendo che la responsabilità è dei suoi dirigenti?
"Io so solo che non ho mai assunto nulla al di fuori di quello che mi ha dato la squadra".

Come avveniva la cura?
"Una volta la settimana si andava nel ritiro di Empoli Bagnara e lì ci praticavano le iniezioni".

Chi faceva le punture?
"Un ex infermiere e un altro dirigente, responsabile della squadra".

Anche persone non abilitate alla pratica, quindi. Di che medicine si trattava?

"Dicevano che erano vitamine, venivano prese nel frigorifero, erano in siringhe già confezionate. Io ho chiesto tante volte cosa ci fosse dentro e sempre mi rassicuravano: ricostituenti per riprendere le forze. Alla fine uno cosa deve fare? Si fida".

Le iniezioni le faceva anche quando era minorenne?

"Sì. Era normale, l'ho detto. Ma non le facevo solo io, anche gli altri compagni".

Lei è stato interrogato dalla Procura del Coni. Ha collaborato?

"Ho raccontato tutto, ho fatto nomi e cognomi di tutte le persone coinvolte. Ma mi è sembrato non fossero molto interessati mentre parlavo. Chi beveva qualcosa, chi era al telefono... Mi è parso di parlare a vuoto".

Davvero incredibile un simile atteggiamento. Come lo spiega?

"Non saprei. So che dirigenti della mia squadra avevano ottimi rapporti con dirigenti della federazione".

E allora? Avrebbero preferito punire solo l'atleta? Un sospetto pesante, il suo.
"Lo so, ma la cosa non può non far riflettere. Io da solo non mi sono dopato".

Se fosse vero vorrebbe dire che il sistema di controllo è manipolabile e corrotto. Una situazione senza speranza.

"No, senza speranza no. Bisogna partire da qui per rivedere tutto. Quello che è capitato a me può capitare a chiunque. Sono convinto di non essere il solo ad aver assunto senza saperlo quella sostanza. Solo che io sono trovato positivo. Ma un mio compagno di squadra è svenuto due volte in corsa; dunque queste cure non è che facessero proprio bene".

Ora cosa farà?

"Voglio tornare a correre. Per questo mi sono rivolto a Ivano Fanini che mi ha offerto il suo appoggio e, dopo la squalifica, vestirò le insegne dell'Amore & Vita. Sono pulito. So di avere le qualità giuste, voglio dimostrare che si può fare ciclismo pulito anche ad alto livello. E ci riuscirò".

(5 gennaio 2010)



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