sabato 9 gennaio 2010

Libera la donna che uccise il marito neonazista

Corriere della Sera

Alessandra Karkas


NEW YORK - Aveva ucciso il marito neonazi mentre dormiva, dopo anni di abusi fisici e psicologici, aiutando le autorità a scoprire un vero e proprio arsenale terroristico nascosto nel garage in grado di provocare uno sterminio di massa. Ma questa settimana un giudice del Maine ha stabilito che Amber Cummings non dovrà passare neppure un giorno dietro le sbarre.



La notizia, unica e rara nell'America del patibolo, arriva proprio mentre il Paese inaugura il nuovo anno con ben tre esecuzioni: di due afro-americani in Texas e Ohio e di un bianco in Louisiana.

Per la 32enne Amber il Pubblico Ministero aveva chiesto ben otto anni di carcere, ma, data la natura del caso, il giudice Jeffrey Hjelm ha deciso di risparmiarla. Avvallando la tesi della difesa secondo cui la donna, affetta da sindrome da moglie maltrattata, avrebbe agito per autodifesa.

La mattina del 9 dicembre 2009 Amber aveva freddato il marito James sparandogli due colpi in testa con la sua calibro 45 mentre l'uomo dormiva nella camera da letto della loro villa a Belfast, in Maine. "Il mio istinto iniziale era stato quello di suicidarmi", ha spiegato Amber al giudice, "Ma l'idea di lasciare nostra figlia da sola in balia di quel mostro pedofilo mi ha trattenuta".

Dopo la sua morte l’FBI ha rinvenuto libri, manuali e componenti (tra cui uranio impoverito) accumulati dal neonazista per costruire una ‘bomba sporca’, un rudimentale ordigno potenzialmente letale che aveva l’intenzione di usare per protestare contro l’elezione di Barack Obama. Oltre a bandiere con la croce uncinata e altri ammennicoli in omaggio ad Adolph Hitler, nel garage della sua casa le autorità hanno trovato anche materiale pedopornografico – un’altra sua ossessione – insieme alle prove che l’uomo aveva assoggettato la moglie e la figlia di 9 anni ad anni di inenarrabili torture.

 “Era la personificazione stessa del male”, ha sostenuto durante il processo l’avvocato della difesa. Quando il giudice Hjelm ha lasciato il tribunale, una folla di sostenitori che sventolavano cartelli all'insegna dello slogan “Liberate Amber” è esplosa in un fragoroso applauso.

Pubblicato il 09.01.10 16:00



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Gb, la prima volta delle sculture di neve

Corriere della Sera

Apparsi nel Somerset i «rulli di neve», cilindri che si formano con particolari condizioni metereologiche

Un cilindro di neve
Un cilindro di neve
MILANO - Quando gli abitanti delle campagne del Somerset si sono svegliati da un giorno all’altro davanti a una distesa di balle di neve, tutte disposte in fila, e modellate come sculture sul ghiaccio, hanno pensato ai misteriosi cerchi di grano che ogni tanto vengono fotografati in giro per il mondo. In realtà, la combinazione di neve, ghiaccio e vento, che in questi giorni ha messo in ginocchio la Gran Bretagna, ha prodotto questo fenomeno, conosciuto più che altro in Nord America e in Nord Europa. Sono chiamate «snowrollers» (rulli di neve) e hanno il fascino del mistero, ma con una spiegazione scientifica molto precisa.

CILINDRI PERFETTI – «Siamo rimasti a bocca aperta e un po’ impauriti», raccontano al Daily Telegraph Ron Trevett e sua moglie Aileen, due abitanti di Yeovil, che portavano a spasso il cane, quando si sono imbattuti nelle sculture naturali. «Inizialmente pensavamo che fossero state create dai bambini, ma poi ci siamo accorti che non c’erano orme di scarpa, ma anzi, la neve sembrava battuta da poco attorno ai rulli». Frank Barrow, meteorologo del Met Office, il servizio meteorologico nazionale, spiega che «queste balle di neve si formano solo grazie a condizioni precise e molto inconsuete. Si comincia con sottili strati di neve, coperti di soffici fiocchi leggeri a causa della temperatura o del sole. Lo strato di neve diventa appiccicoso e a quel punto una folata di vento forte stacca come pelle la parte più fredda e soffice facendola rotolare». A questo punto si formano all’unisono decine di cilindri perfetti.

COME SCULTURE – Dopo essersi formati, i rulli sono troppo grandi e pesanti per essere trasportati ancora dal vento e si fermano (sempre contemporaneamente) in un punto. I cilindri sono scavati all’interno, perché la parte più interna è anche la più sottile e debole e viene spazzata via dal vento. Rimane la parte esterna. Il fenomeno, assolutamente nuovo nel Regno Unito, è più frequente in Utah, o in Islanda. I rulli possono essere piccoli come palle da tennis o grandi oltre mezzo metro, come sculture di ghiaccio.

Ketty Areddia
09 gennaio 2010



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Squilli a mezzanotte? Rischiate una multa

di Redazione

Resa definitiva la condanna a 300 euro di multa nei confronti di un 53enne abruzzese, Nicola F., reo di avere fatto una telefonata all'ex moglie dopo la mezzanotte: "Molesta intrusione in ore riservate al riposo"





Roma - Ricordate lo spot della telefonata che allunga più la vita? Ora non sarebbe più attuale, almeno per la Cassazione che sconsiglia di fare "squilli" dopo la mezzanotte. Può bastare anche solo una telefonata per fare scattare la multa per molestia. In questo modo la Suprema Corte ha reso definitiva la condanna a 300 euro di multa nei confronti di un 53enne abruzzese, Nicola F., reo di avere fatto una telefonata alla ex moglie Franca dopo la mezzanotte.

Nessuna attenuante Per la Cassazione una telefonata dopo quell’ora non merita le attenuanti perché, anche se si tratta di un solo squillo, è "petulante" e arreca disturbo. Nicola F. aveva effettuato una sola chiamata dopo mezzanotte sul cellulare della consorte dalla quale si stava separando, per chiedere informazioni sul figlio che avrebbe dovuto incontrare il giorno precedente. Cosa che non era avvenuta, rileva la sentenza, perché il bambino era stato portato al mare dalla madre. Denunciato per lo squillo, Nicola è stato condannato per il reato punito dall’art. 660 c.p. dal Tribunale di Chieti. Sentenza confermata dalla Cassazione che ha bocciato il ricorso dell’uomo volto a dimostrare che la sola chiamata effettuata dopo le 24 non era dettata dall’intento di "interferire nella sfera della libertà della ex moglie ma era stata fatta allo scopo di richiedere informazioni sul figlio".

Ricorso bocciato La Prima sezione penale - sentenza 36 - ha bocciato il ricorso di Nicola F. e ha ritenuto "impertinenti le considerazioni sull’assenza del requisito della petulanza, avendo la sentenza impugnata basato la decisione sull’esistenza dell’unico biasimevole motivo di recare molestia". Del resto, aggiungono gli ermellini, "l’ora in cui era stata effettuata la telefonata, attorno alla mezzanotte, dimostrava sia l’obiettiva molesta intrusione in ore riservate al riposo sia l’evidente intenzione di Nicola F. di molestare la moglie piuttosto che di vedere il bambino, che a quell’ora avrebbe dovuto dormire".



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No a Via Craxi", manifestazione a Milano

Corriere della Sera

Di Pietro e Grillo in piazza: «È una violenza alla storia». Il figlio Bobo da Hammamet: «Patetici»

 

Grillo in piazza
Grillo in piazza
MILANO - Oltre un centinaio di persone ha manifestato nel pomeriggio, sotto un'intensa pioggia, contro l'intenzione dell' amministrazione Moratti di intitolare una via a Bettino Craxi. Al presidio, organizzato da Piero Ricca e dall'associazione "Qui Milano Libera" in piazza Cordusio hanno partecipato tra gli altri anche il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro e il blogger Beppe Grillo che hanno parlato da un piccolo palco allestito nel piazzale, sotto un grande striscione con la scritta "No alla via a Craxi".
GRILLO IN PIAZZA - «Riteniamo - ha detto Di Pietro - che si stia facendo una violenza alla storia nel far credere che deve essere riabilitata una persona senza informare i cittadini che questa sul piano politico ha indebitato il Paese, su quello giudiziario ha fatto il latitante, e che ha usato le istituzioni per fregare i soldi ai cittadini». «Utilizzare questa persona come punto di riferimento per il riscatto del Paese - ha concluso Di Pietro - è come usare Lucifero per inneggiare a Dio». Caustico Grillo: «Non sono contrario ad una targa, un vicoletto dedicato a Craxi purché siano intitolate vie anche ad altri: ci potrebbe essere, ad esempio, Buenos Dell'Utri al posto di corso Buenos Aires a Milano, o Largo Mangano». «La verità - prosegue Grillo - è che chi ci amministra non sa nulla di quel che pensano i cittadini. Se avessero fatto Dario Fo sindaco di Milano a quest'ora avremmo una cittá capitale della cultura in Europa e non una m...».




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Gagarin morì per colpa di una presa d'aria

Corriere della Sera

I risultati delle inchieste di un team di studiosi russi: nessun complotto dietro la morte del cosmonauta

Yuri Gagarin in tuta da cosmonauta

MOSCA (Russia) - Quaranta anni fa, quando a bordo di un MiG-15 si schiantò su un bosco vicino alla città di Kiržač, furono tanti coloro che pensarono a un attentato. E nel corso degli ultimi decenni decine di teorie cospirative sono state ideate per spiegare la sua misteriosa morte. Ma a quanto sembra Yuri Gagarin morì a causa di un banale errore umano. L’hanno dimostrato alcuni studiosi, capitanati da Igor Kuznetsov, un colonnello d'aviazione in pensione, che recentemente hanno portato a termine una lunga ricerca sui motivi che determinarono il tragico schianto.

LA RICERCA - Secondo lo studio, il famoso cosmonauta sovietico, divenuto nel 1961 il primo uomo a volare nello spazio, mentre stava effettuando un volo di routine nel marzo del 1968 a oltre 3000 metri d'altezza, si accorse che una prese d'aria nel suo abitacolo era stata lasciata aperta. Preso dal panico, tentò assieme al suo copilota Vladimir Seryogin una manovra spericolata per ritornare a un'altitudine più sicura. Ma la discesa in picchiata fu così veloce che entrambi i piloti persero coscienza e si schiantarono sul vicino bosco di Kiržač.

TECNICHE INVESTIGATIVE - A quei tempi i piloti non sapevano che una discesa così improvvisa e veloce potesse provocare danni enormi e perciò tentarono la manovra azzardata. Il colonnello Kuznetsov assieme ai suoi collaboratori ha usato le più moderne tecniche investigative per riuscire a scoprire le circostanze che determinarono il fatale schianto. Kuznetsov ha sempre ritenuto troppo superficiali le indagini, mai rese pubbliche, che i militari sovietici portarono a termine all'indomani della morte di Gagarin. Secondo la versione degli ufficiali sovietici «la più probabile causa» dell’improvvisa manovra del cosmonauta fu l'avvistamento di una sonda atmosferica o di un manto di nubi. Invece il team guidato da Kuznetsov ha potuto appurare, dopo nove anni d'indagine e la consultazione di centinaia di documenti, che una presa d'aria dell'abitacolo era parzialmente aperta e che questo fu il motivo principale che indusse Gagarin alla spericolata manovra: «Nessuno sa che cosa accade quel giorno tranne noi - ha dichiarato alla stampa locale il colonnello Kuznetsov -. Bisogna far sapere alla comunità internazionale la vera ragione che provocò la morte di Gagarin».

TEORIE COMPLOTTISTE - Dopo il suo celebre volo nello spazio Gagarin fu proclamato eroe nazionale e a soli 27 anni divenne uno degli uomini più famosi del mondo. Ciò, secondo i dietrologi avrebbe fortemente irritato Brežnev, divenuto dopo le dimissioni di Chruščёv presidente dell'Urss, e avrebbe indotto il nuovo leader sovietico a far manomettere il velivolo sul quale si esercitava il popolare cosmonauta. Un'altra spiegazione diffusa all'indomani della tragica morte sarebbe quella che Gagarin e il suo copilota avessero alzato il gomito prima di mettersi in volo. Il colonnello Kuznetsov non crede affatto a queste indimostrabili teorie e conclude: «La presa d'aria aperta determinò tutti gli eventi che seguirono. Sarebbe giusto che una commissione governativa o persino studiosi stranieri potessero verificare la nostra scoperta».

Francesco Tortora
08 gennaio 2010(ultima modifica: 09 gennaio 2010)




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Inedito del futuro Papa Paolo VI Montini bacchetta le Acli sinistrorse

di Andrea Tornielli

Datata 15 maggio 1960, è indirizzata dall’allora cardinale Montini, arcivescovo di Milano, ai vertici delle Acli milanesi. Il testo integrale della lettera



La lettera riservata e inedita ha toni inequivocabili ed è datata 15 maggio 1960: è indirizzata dall’allora cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, a Luigi Clerici e a don Ezio Orsini, rispettivamente presidente e assistente ecclesiastico delle Acli milanesi. È un richiamo all’ordine che esprime tutta la preoccupazione del futuro Paolo VI per quello che ai suoi occhi appariva come un vero e proprio sbandamento dell’associazione cattolica, che in quegli anni simpatizzava per l’apertura a sinistra: «Mi pare che prevalga l’interesse per le cose temporali, e che l’interesse per la missione religiosa e cattolica vada prendendo un posto subordinato», scrive Montini alle Acli, ricordando loro che la politica «non è la vostra missione».

La missiva è stata messa a disposizione dall’Istituto Paolo VI di Brescia al professor Paolo Gheda, curatore del volume Siri, la Chiesa, l’Italia (Marietti 1820) appena pubblicato. Gheda nel suo contributo su Siri e Montini utilizza alcuni brevi passaggi della lettera, che Il Giornale ora pubblica integralmente.
Montini era stato sempre vicino alle Acli: nel 1944, da Sostituto della Segreteria di Stato, aveva partecipato alla loro fondazione, auspicando che fossero «espressione della corrente cristiana in campo sindacale per contrastare la presenza dominante della Cgil». 

Arrivato a Milano, Montini aveva promesso agli aclisti di essere loro «padre, amico, alleato». Ma l’evoluzione in chiave più marcatamente socio-politica dell’associazione e il favore espresso dalle Acli nei confronti della cosiddetta apertura a sinistra avevano addolorato non poco il futuro Paolo VI. L’arcivescovo, durante gli anni milanesi, vivrà un rapporto spesso conflittuale con la corrente democristiana della Base che guardava a sinistra, ed è dunque da smentire il cliché del «vescovo rosso» che gli venne cucito addosso, come ha peraltro sottolineato Eliana Versace nel libro Montini e l’apertura a sinistra (Guerini e Associati, 2007).

La lettera inedita che ora viene pubblicata va proprio in quella direzione: Montini contesta alle Acli troppa polemica «non già verso gli avversari del nome cristiano, ma verso persone e gruppi e giornali del campo nostro»; scrive che gli aclisti non aderiscono come ci si aspetterebbe da «buoni cattolici militanti» alle indicazioni della Chiesa «circa la famosa apertura verso il socialismo»; critica il fatto che le Acli suscitino 

«simpatie e speranza per un socialismo che tuttora si mostra così avverso alla religione» e che è «ostile e pericoloso per la nostra causa, sia religiosa che sociale»; rimprovera all’associazione di offrire argomenti agli «avversari nel nome di Dio, di Cristo, della Chiesa»; contesta la pretesa di autonomia degli aclisti pregandoli «di esaminare se nelle vostre amicizie e nelle vostre idee non lavorino fattori di provenienza non sicura». Copia di questa lettera viene inviata da Montini al cardinale Giuseppe Siri, allora presidente della Cei, che gli risponde a stretto giro congratulandosi e appoggiandolo pienamente.




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Gb: all'asta la Bugatti ripescata nel lago

Corriere della Sera

Parte da 95mila euro il prezzo della rara Type 22 rinvenuta sul fondo di un lago svizzero nel 2009

La Bugatti Type 22 (dal sito del Times)

LONDRA (GRAN BRETAGNA) - Dopo 73 anni di parcheggio sul fondo di un lago svizzero, una Bugatti Type 22 detta «Brescia» ripescata nel 2009 verrà messa all’asta dalla londinese Bonhams con un prezzo di partenza di 85mila sterline (circa 95mila euro): nonostante solo il 20% della carrozzeria sia ancora utilizzabile, la vettura - costruita nel 1925 - conserva traccia della vernice blu originale.

RESTAURO - Come riporta il quotidiano britannico The Times, secondo Bonhams sarebbe possibile restaurare la macchina, o in alternativa crearne una replica fedele a un prezzo equivalente. L’esistenza della Type 22 in fondo al lago era rimasta una leggenda popolare fino a quando un sommozzatore non la avvistò nel 1967; si pensa che fosse appartenuta a Max Schmuklerski, un architetto svizzero di origine polacca che la lasciò in custodia nel cortile di un costruttore: questi, stanco di sentirsi richiedere dalle autorità il pagamento dei dazi doganali sulla vettura, l’avrebbe affondata nel lago nel 1936.


09 gennaio 2010





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L’Appello? Scontificio". Travaglio ne approfitta

di Gian Marco Chiocci

Ad "Annozero" il giornalista critica le sentenze di secondo grado. Però tace del suo caso: pena ridotta da 8 mesi di carcere a mille euro di multa per aver diffamato Previti. Confermato anche il risarcimento da 20mila euro per l’ex deputato


Condanna confermata, pena scontata. Rispetto agli otto mesi e 100 euro di multa rifilati in primo grado al giornalista Marco Travaglio (querelato da Cesare Previti), al processo d’appello celebrato ieri a Roma l’«ospite» fisso di Annozero si è visto ridurre la pena a soli mille euro di multa. La terza sezione penale presieduta dal giudice Maisto ha dunque parzialmente riformato la sentenza con una forte rideterminazione della pena, ridotta a multa (che è pur sempre una condanna e presuppone l’accertamento del reato di diffamazione a mezzo stampa).

Per Travaglio resta la condanna, anche se l’interessato nel dare notizia alle agenzie di stampa parla di «annullamento» del verdetto di primo grado. Resta pure il risarcimento di 20mila euro dovuto a Previti. E resta la diffamazione, perché «la notizia - come scrisse nelle motivazioni il giudice di primo grado Roberta Di Gioia - così come riportata non risponde a verità».

Lo «sconto» in Corte d’appello per Travaglio arriva a poche ore dalle considerazioni, non certo benevole, dello stesso Travaglio, sugli «scontifici» delle Corti d’appello. Nel corso della trasmissione sui Rai2, subentrando a Santoro che a proposito della bomba di Reggio Calabria ipotizzava una rottura degli equilibri dovuti all’arrivo del nuovo procuratore e alla riorganizzazione degli uffici, Travaglio osservava: «Le Corti d’appello molto spesso sono degli scontifici rispetto ai primi gradi (Santoro annuisce), evidentemente questo procuratore generale carica un po’ più di prima i pg e quindi chiedono pene più alte o conferme alle pene di primo grado». Nemmeno 24 ore dopo a beneficiare dello «scontificio» d’appello è stato proprio lui.

La querelle, e la querela, riguardano l’articolo dell’Espresso del 3 ottobre 2002 incentrato sulle rivelazioni del colonnello dei carabinieri Michele Riccio versus l’ex ministro della Difesa presente (in realtà era assente) a un incontro nello studio dell’avvocato Carlo Taormina, con Marcello Dell’Utri e lo stesso ufficiale che raccolse le confidenze del pentito Luigi Ilardo su presunti accordi tra mafia e Forza Italia.

Travaglio riportò le dichiarazioni che Riccio aveva verbalizzato alla Procura di Palermo specificando che una fuga di notizie «quasi certamente di natura istituzionale» sarebbe stata all’origine dell’uccisione del mafioso Ilardo, ormai prossimo a vuotare il sacco. «Solo Riccio può ridargli la voce - scriveva Travaglio sul settimanale - cosa che fa attraverso i suoi appunti (...) senonché nel marzo 2001 viene convocato nello studio del suo avvocato, Carlo Taormina, per una riunione con Dell’Utri e il tenente Canale, entrambi imputati per concorso esterno in mafia».

Travaglio aggiunge che «Riccio denuncia subito il fatto in procura. “Si è parlato di dare una mano a Dell’Utri - dice -, io avrei dovuto dire che Ilardo non mi ha mai parlato di Dell’Utri come uomo vicino a Cosa Nostra”. In cambio - continua Travaglio - gli viene promesso un aiuto per rientrare nell’Arma e per ottenere “la rimessione nel mio processo”». Dopodiché, «in quell’occasione, come in altre - chiosa sempre Travaglio riportando le parole di Riccio - presso lo studio dell’avvocato Taormina era presente anche l’onorevole Previti», che invece nega con decisione.

Chi mente, allora, tra Riccio e Previti? Nessuno dei due. Dalla lettura integrale del verbale del colonnello dei carabinieri al pm Di Matteo, il giudice Di Gioia fa notare come Riccio «richiesto più volte dal pm di precisare se in quella sede fosse presente anche Previti, ha dapprima escluso che Previti fosse presente, chiarendo di non essere in grado di ricordare se lo avesse visto in quella o in altre occasioni ma solo per un attimo, precisando che Previti non aveva comunque partecipato all’incontro o ascoltato la conversazione». Sempre secondo il giudice di primo grado, Marco Travaglio ha messo in bocca a Riccio cose che lo stesso Riccio non ha mai proferito.

O meglio, il giornalista ha omesso di riportare per intero la frase di Riccio che spiegava come Previti, a quella riunione, non vi partecipò. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado si faceva presente come «l’omissione del contenuto integrale della frase riferita dal Riccio (...) ne ha stravolto il significato, in quanto ha fornito una distorta rappresentazione del fatto riferito dalla fonte, le cui dichiarazioni, lette integralmente, modificano in maniera radicale il tenore della frase (...)». Col risultato di «insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto nella circostanza da Previti».

Il giudice Di Gioia, nelle sue conclusioni, è tranchant: «Il dovere in capo al giornalista di riferire la notizia in termini aderenti alla fonte da cui la stessa è stata attinta è stato, nel caso di specie, palesemente disatteso come dimostrato dalla arbitraria censura della frase virgolettata (...). Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano peraltro sintomatiche della sussistenza in capo all’autore di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione di Previti».




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Vauro precario da 1000 euro. A puntata

di Redazione

Della serie quando è meglio tacere; perché se con quest’uscita voleva riaffermare la sua vicinanza al mondo dei precari, dei «milleuristi», dei giovani disoccupati, è andata proprio male. «Io guadagno mille euro a puntata, e per di più lordi». Cosi Vauro (nella foto), il vignettista ogni settimana ospite fisso di Michele Santoro ad «Annozero», ha risposto a quanto detto l’altroieri in trasmissione da Roberto Castelli, viceministro alle Infrastrutture, che in diretta aveva parlato di mille euro a vignetta. «Magari» ha commentato il «compagno» Vauro. Che magari faceva meglio a tacere.



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Truffe allo Stato e ripetitori abusivi Ma le tv campane intascano 14 milioni

di Redazione

«Nu latitante è na foglia int’o viento, nun pò alluccà nun pò dì so innocente». Parola di Tommy Riccio, che al latitante in questione ha dedicato una delle più struggenti canzoni del filone neomelodico napoletano. E innocenti non possono dire di essere neppure i vertici del Corecom della Campania, il Comitato regionale per le comunicazioni che ha recentemente stanziato i 14 milioni di euro erogati dal governo per 54 emittenti locali. Suscitando più polemiche di un rigore negato al «Pocho» Lavezzi.
A garantire contributi statali alle emittenti locali è la legge 448 del 1998. Il problema sta nei criteri con cui queste aziende accedono ai finanziamenti. Come denunciato da Rita Pennarola su La Voce delle Voci, «il comitato ha spiegato di non essere tenuto a valutare la qualità delle trasmissioni, basta che le emittenti abbiano assunto dei giornalisti». È l’unica discriminante, facile da aggirare. Basti pensare che molte delle 54 beneficiarie (solo sei infatti non hanno ottenuto denari) neppure trasmettono. E vabbuò.

«A parte alcune tv storiche, come Canale 9, Canale 21, Televomero e Telecapri - spiega Pennarola -, tre quarti delle tv finanziate basano i loro palinsesti su concerti e video di cantanti neomelodici». Quelli che anni fa furono accusati dall’allora ministro dell’Interno Amato di «cantare la cultura camorrista» a colpi di Nu latitante, Nu pentito ’nammurato e via «scugnizzando». Domanda: in una Regione come la Campania di Bassolino, devastata dal caos rifiuti et similia, ci sono tante risorse da sprecare? Evidentemente sì, e così un soldino per Tiziana che gorgheggia su Tele Akery, un soldino per Lello Murtas e le sue tammuriate su Tele Luna, un soldino per Tele Radio Buon Consiglio, «la tv francescana che porta l’Immacolata nel tuo cuore». E pazienza se nella graduatoria ufficiale ben quattro emittenti hanno totalizzato zero virgola zero punti: due lire le raccolgono pure loro. Giusto due, perché il meccanismo prevede che i quattro quinti dei fondi vadano alle prime tv in graduatoria. Agli altri spicci.

A fare scandalo, però, è anche altro. Innanzitutto la composizione del Comitato. Tra i membri, presieduti dal giornalista Gianni Festa, anche un liquidatore di un negozio di scarpe (tra l’altro maestro venerabile della massoneria) e un assicuratore, alla faccia dei «titoli scientifici» richiesti ai 160 candidati al bando, come ha scritto Furio Lo Forte ancora su La Voce delle Voci. Ecco spiegato perché ci hanno impiegato 27 sedute «per dare il nostro contributo alle televisioni private nella trasparenza e nella legalità», così come annuncia il presidente del Corecom Festa.
E meno male. Peccato che al sesto posto in classifica ci sia ItaliaMia, l’emittente di Giuseppe Giordano, della moglie e dei figli, tutti finiti agli arresti domiciliari nel 2008. Con quali accuse? «Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e falso ideologico». Per i pm «simulavano l’assunzione di praticanti giornalisti» per incassare i fondi del ministero dello Sviluppo economico (sequestrato un milione e mezzo di euro). Come premio, ItaliaMia è nella graduatoria del Corecom e ne intascherà altri. Come del resto VideoNola, finita nella stessa indagine «Onde Rotte» e ora al 21° posto.

Ciliegina sulla pastiera, ai fondi accede pure TeleVolla. Nel febbraio 2008 vennero sequestrati i suoi ripetitori sul Monte Faito: «C’è un abnorme presenza di trasmissioni abusive irradiate mediante canali a uso militare», spiegò la polizia postale. In sostanza, usavano le frequenze delle basi Nato di Capodichino e Bagnoli e la loro audacia verrà premiata con qualche euro pure quest’anno. Vide ’o Corecom quant’è bello, spira tanto sentimento...



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Staglieno, salme in magazzino

Il SecoloXIX


Le bare si contano a decine. «L’altro giorno ce n’erano più di cinquanta», dice un dipendente del Comune di Genova. Vengono sistemate all’interno di un deposito del cimitero di Staglieno che era stato costruito nel 1970 quando il colonnello Gheddafi, subito dopo il colpo di Stato che lo portò al potere, aveva dato il via alla cacciata degli italiani dalla Libia.

Quel capannone fu costruito per ospitare le salme dei defunti che dovevano essere rimpatriate a tempo di record: tirarono su le pareti con pannelli di lamiera e gettarono una colata di cemento come pavimento. Doveva essere una struttura temporanea, ma oggi è ancora in funzione. Viene utilizzata come deposito di materiali del servizio tecnico.

Ma anche, all’occorrenza, come una vera e propria cripta “temporanea”. Lì vengono portate le salme in attesa che siano portate, in genere entro 36 ore, a destinazione. E capita sempre più spesso, soprattutto nei giorni festivi e durante i lunghi ponti, che i luoghi deputati ad ospitare le salme in attesa di essere cremate, tumulate o inumate (la cappella del cimitero e la cripta B, per un totale di una quarantina di posti) siano pieni.





Domenica scorsa, il capannone di lamiere e cemento è finito al centro di una sconcertante vicenda che ha visto come protagonisti una madre e un figlio, reduci da un funerale. Rita Tanzi, 60 anni, era arrivata al cimitero di Staglieno per mostrare al ventidueenne Matteo Bianchi il feretro del nonno Bartolomeo, che il giorno prima si trovava nella cappella. Ma lì non c’era più. Qualcuno l’aveva portato via. Dove? La bara era stata sistemata all’interno della baracca, ovviamente. I custodi del cimitero, però, non lo sapevano con certezza.

È una storia non certo esemplare: «Siamo spiacenti per quello che è capitato a questa signora - dice Clavio Romani, direttore servizi civici del Comune - Quel magazzino invece è stato utilizzato in via eccezionale per mancanza di alternative. Le salme che devono essere cremate sono aumentate in modo significativo negli ultimi anni e la Socrem, la società genovese di cremazione, non dispone di spazi sufficienti per gestire questi numeri senza allungare i tempi di attesa delle cremazioni».





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Quel Sud messo in ginocchio dal vizio di non voler faticare

di Redazione

PASSIVITÀ 


I ragazzi si aspettano sempre un aiuto dallo Stato. E, se non c’è, dalla criminalità


Dinanzi alle immagini di Rosarno, alla rivolta degli immigrati clandestini, mi viene una domanda molto scorretta. Perché la Calabria è piena di disoccupati, di giovani che si lamentano, e poi a raccogliere le arance arrivano dall’Africa questi uomini disperati? È giusto dire come fa il ministro Maroni: basta tollerare i clandestini. Ma la tolleranza della clandestinità ha dei padri (anche) molto molto giovani. Ragazzi-padri e ragazze-madri. Sono i giovanotti del lamento e del bar, nessuna voglia di lavorare perché si aspetta la manna dallo Stato, il posto e li coccolano tutti promettendo: ti sistemo, sta’ tranquillo. E se non è lo Stato o la Regione c'è sempre la ’ndrangheta. E i loro genitori che li curano, li trattano come la porcellana dietro la vetrinetta della vecchia zia, manovrarla con cura che si rompe.

In questo caso è chiaro che i cattivi non sono in primis i clandestini in rivolta. La violenza va repressa. Ovvio. Guai a lasciar ingrandire il fuoco. Non credo però che queste persone abbiano attraversato in massa il mare per andare in Calabria a far concorrenza alla ’ndrangheta e per esercitare la criminalità. Non sarebbero lì a Rosarno a cogliere mandarini. I cattivi sono di certo quelli che li hanno fatti arrivare in condizioni disastrose, i governanti locali e nazionali che hanno chiuso due occhi, ma anche i ragazzi di quelle parti che non hanno voglia di lavorare, specie se è un affare dove si usano le mani e fa male la delicata schiena per staccare dai rami i bergamotti, raggranellando magari qualche soldo nell’attesa di meglio. C’era domanda di manodopera in Calabria, ma niente offerta. Perché no? Perché la fatica non va bene, è roba da negri, non è vero? E dire che avendo la casa decorosa lì, si potrebbe anche studiare e lavorare qualche ora negli agrumeti, in America lo fanno.

Anche in Italia. Conosco molta brava gente che frequentava le serali; lavorava di giorno, roba modesta, poco qualificata, per poi crescere grazie agli studi. Ma intanto sgobbava, provava le difficoltà della vita, e si migliora e ci si tempra anche pulendo le strade. Nel mio piccolo sono stato fortunato, ma mi è capitato di pitturare cancellate e di imbustare medicinali, invece del bar. Mi capitò da cronista, negli anni ’80, di fare un’inchiesta sul lavoro in Calabria, a Lamezia Terme e paesi intorno.

C'era disoccupazione e lamento, come ora, più di ora. Ma raccontai l’avventura di chi apriva piccole aziende artigiane per fare sedie sulla Sila, coraggiosamente, con problemi di strade e di trasporto enormi; chi invece di fare il pigro prof di Stato si metteva insieme con genitori e apriva cooperative scolastiche senza finanziamenti, piene di entusiasmo. Le fabbriche costruite con le sovvenzioni erano abbandonate già allora. C’era chi cercava di sviluppare la propria azienda agricola, mi illustrava come bisognasse fare concorrenza agli spagnoli nel campo degli agrumi e nel resto, perché quelli si organizzavano (già allora... ).

Ma poi si immalinconì guardando i campi. Mi disse il giovane imprenditore triste: «È qui in macchina? Prenda una cassetta, raccolga le fragole». «Quanto me le mette?», «Scherza, sono gratis». Le fragole marcivano nel campo, era estate, ma i ragazzi non avevano voglia di abbassare la schiena, e se mai si presentasse qualcuno intervenivano subito le autorità per vedere se era tutto in regola, la paga in regola eccetera. Ma un ragazzo che tirasse su quel ben d’Iddio, che si ingegnasse in cooperativa per portare sui mercati e ai supermercati da Roma in su quella dolcezza fragolina? Niente. I figlioli stavano al bar a ciondolare e a protestare che non c’era lavoro, sorbendo eccellenti granite al caffè.

Qualcuno si dava da fare, costruiva qualcosa nell’inerzia. Li hanno fregati tutti. Se non è stata la ’ndrangheta è stata la magistratura politicizzata. Ricordo il capofila di questa azione di rinascita, era Tonino Saladino, lo conoscevo dai tempi dell’università a Milano a metà degli anni ’70: lui studiava veterinaria, ma era fidanzato con una di lettere. Andavamo insieme a prendere botte dai compagni fuori delle scuole tipo Berchet dove non lasciavano uscire i ragazzi di Cl senza dargli come minimo l’augurio della morte e cazzotti vari. Invece di restare a Milano, volle provare a risollevare la sua Calabria. Andai a vedere quel che faceva: magnifico.

Mi disse: «I ragazzi qui non vedono il rapporto tra il lavoro e il denaro. Il denaro qui non si fa lavorando, ma avendo il posto e poi arrangiandosi». Tonino Saladino è stato messo sotto inchiesta. Peraltro anch’io per avergli telefonato un paio di volte.
L’altra sera ad «Annozero» si è visto plasticamente che cosa provoca l’arrivo dei clandestini. C’era una bella ragazza siciliana, 36 anni, precaria della scuola, il marito precario musicista a Palermo. Diceva: «Non abbiamo speranza». Chiedeva alla politica la soluzione. Dall’altra c’era Roberto Castelli che ha detto la cosa più semplice del mondo. «Perché non prova a darsi da fare?

Mi alzavo alle quattro del mattino con l’auto gibollata e rientravo alle dieci la sera». Non è la politica che può mettere a posto il Sud, essa deve creare le condizioni di sicurezza perché se uno vuole impegnarsi, inventando qualcosa, mettendo su una bottega o un’azienda, possa farlo senza essere vessato dalla malavita e dalla burocrazia. Ma la prima condizione è quella strana difficile cosa che si chiama voglia di prendersi le proprie responsabilità, di mettere via il fazzoletto per le lacrime facili e il megafono dei professionisti della protesta, e provare persino a raccogliere le arance. Ci sarà meno immigrazione clandestina. Meno rivolte. Meno problemi con l’islam. Sperare è possibile, bisogna rischiare di lavorare.




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Sanitopoli Abruzzo, dopo diciassette mesi un rapporto dei Nas scagiona Del Turco

Quotidianonet

Diciassette mesi dopo l'arresto, reso pubblico il rapporto firmato dai Nas un mese prima dello scandalo: la giunta guidata da Del Turco non complice ma vittima della truffe che ha avvantaggiato alcune cliniche private


L'Aquila, 8 gennaio 2010


A diciassette mesi dall'arresto per presunte tangenti nella sanità privata dell'ex governatore d'Abruzzo, Ottaviano Del Turco, da un rapporto dei carabinieri del Nas del quale sono in possesso alcuni difensori emerge che la Giunta guidata da Del Turco non avrebbe avvantaggiato le cliniche private, in particolare quelle di proprieta' di Vincenzo Maria Angelini, ma anzi, fra il 2005 e il 2007, avrebbe tagliato drasticamente i fondi ad esse destinate di quasi il quadruplo rispetto al precedente governo regionale di centrodestra.

Il rapporto documenterebbe una serie di truffe ai danni della Regione Abruzzo, consumate nelle cliniche convenzionate di Angelini. Truffe talmente gravi da indurre i carabinieri a richiedere misure cautelari in carcere nei confronti di Angelini, di sua moglie, Anna Maria Sollecito, e di altre quattro persone, ex direttori amministrativi e sanitari del gruppo Villa Pini.

Il primo a dare notizia dell'esito del rapporto dei Nas con gli esiti delle indagini sulla Sanitopoli in Abruzzo, è stato il quotidiano abruzzese 'Il Centro' un paio di giorni fa.
Il rapporto, di ben 84 pagine, si conclude con la richiesta di arresto dell'imprenditore Maria Vincenzo Angelini. In manette finì invece, il 14 luglio del 2008, il presidente della Regione, Ottaviano Del Turco.

La redazione del rapporto, con le relative richieste di arresto, sarebbe stata ultimata il 16 giugno 2008, e, dunque, un mese prima dell'arresto per tangenti dell'allora governatore Del Turco, di alcuni esponenti della sua Giunta, ma non di Angelini, subito indicato come ''il grande accusatore''.

La Procura di Pescara chiese l'arresto di 12 persone - politici, amministratori e imprenditori - tra le quali figurava anche Vincenzo Angelini, ma il Gip Maria Michela Di Fine ne dispose undici e non accolse la richiesta per l'imprenditore della sanita'. A conclusione dell'indagine risultano indagate 33 persone e due societa'.

«Documenti ora in possesso di tutti - osserva oggi l'ex governatore d'Abruzzo, - parlano chiaro e se ne stanno ricevendo delle conclusioni logiche. Quei documenti parlano un linguaggio indiscutibilmente importante perché c'è un atto del Nas dei carabinieri alle osservazioni della Guardia di Finanza e della Banca d'Italia. Il problema è dove sono andati i soldi che Angelini ha tolto al bilancio delle sue aziende». I carabinieri si sono occupati dei ricoveri impropri, la Guardia di Finanza del movimento dei capitali in Italia, la Banca d'Italia del movimento finanziario all'estero. «Sono felice - aggiunge Del Turco - di constatare che c'è questa somma di prove che veniva dichiarata contro di noi e che in realtà non esiste. Sono passati 17 mesi: tra noi e il processo - rileva l'ex presidente - c'è un giudice terzo che deve decidere se ci sono le condizioni» per processarci.




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Vuoi vedere il Colosseo? Un euro» Pedaggio abusivo per la vista sui Fori

Corriere della Sera

di Carlotta De Leo e Luca Zanini

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ROMA «Vuoi vedere il Colosseo dall’alto? Paga un euro». E’ l’ultima trovata del fantasioso esercito di persone che a Roma sbarca il lunario intorno all’Anfiteatro Flavio inventandosi improbabili mestieri. Dopo gladiatori e vestali, ai piedi del Belvedere Cederna – panorama mozzafiato, segnalato da tutte le guide turistiche – è comparso da qualche giorno un «guardiano» che per sua iniziativa regola l’accesso alla terrazza di proprietà pubblica. Come «pedaggio» per salire sul Belvedere chiede un euro a persona.

SPETTACOLO INACCESSIBILE - Sulla sinistra il Colosseo, di fronte la Basilica di Massenzio e i Fori Imperiali, a destra l’Altare della Patria… Peccato che questo spettacolo sia ormai inaccessibile, occupato perennemente da gazebo e sorvegliato dal guardiano autodidatta che chiede la tassa-Colosseo. «Si può entrare?» domandano un giornalista e un fotografo del Corriere fingendosi turisti. «Prego» risponde l’uomo di origine asiatica – forse un immigrato del Bangladesh - che apre un varco spostando una fioriera. Dietro, resta un gruppo di turisti che ha percorso la Salita Clivo Acilio. Aspetteranno, forse, il prossimo giro.

PLASTICA E LAMPIONI DIVELTI - Il guardiano segue i visitatori ammessi all’interno. Non vuole che curiosino troppo in giro con macchine fotografiche e videocamere. Il Belvedere, infatti, è in condizioni spaventose. È occupato da sei gazebo di plastica bianca - un pugno nell’occhio visibile anche da via dei Fori Imperiali - piantati in estate per una rassegna di cinema e sfruttati anche per le feste di Natale. In ogni angolo, una piccola discarica a cielo aperto: tavolini, sedie, lampioni divelti, ombrelloni e persino frigoriferi lasciati a marcire. E come se non bastasse, recentemente sono stati posizionati bagni chimici proprio davanti al Colosseo.

SOLDI PER MANGIARE - L’accompagnatore ha fretta: con la mano sinistra apre il cancelletto che dà sulle scale, con la destra tesa chiede soldi. «Due euro per mangiare», dice. Un meccanismo collaudato, un euro a persona, anche se un gruppo di giapponesi se ne va per non pagare a costo di perdersi il panorama. I visitatori hanno solo una banconota da cinque? Lui non ha il resto. Lauta mancia. Che però rende cordiale il guardiano e acconsente a riportare gli ospiti all’ingresso. E alla domanda «Ma tu sei il guardiano?», risponde: «Qui è di Comune, io lavoro guardare qui».

SENZA AUTORIZZAZIONE - Non è così. Non può essere così visto che gran parte delle strutture sul Belvedere Cederna sembrano essere senza autorizzazione. Ne è certa Nathalie Naim, consigliere municipale del Centro Storico, che si sta occupando della vicenda. «I gazebo dovevano essere smontati dopo l’estate – dice - e invece sono ancora lì. Per mesi sono rimasti in funzione bar e ristoranti in maniera del tutto abusiva».

RISTORO CHIUSO DALLA ASL - Lo scorso dicembre, dopo le denunce dei residenti, polizia e Asl hanno chiuso il ristorante trovando escrementi di topo e cibi in cattivo stato di conservazione. «Ma a Capodanno era di nuovo in funzione», denuncia la Naim che ora ha fatto approvare dal consiglio della I Circoscrizione una risoluzione per la rimozione immediata delle strutture sul Belvedere e nel vicino parco di Villa Celimontana.
«Abbiamo votato all’unanimità – dice la Naim – dimostrando senso civico. Come è noto, infatti, le associazioni che gestiscono questi spazi sono vicine al centrodestra. Ma anche i consiglieri del Pdl si sono dimostrati contrari a questi abusi che sono dannosi per la collettività».



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