domenica 10 gennaio 2010

Nuove violenze in Egitto, cristiana uccisa

Il Tempo


IL CAIRO - Resta alta la tensione tra comunità cristiana e musulmana in Egitto. Dopo la strage della notte di Natale a Nagaa Hamady, dove otto cristiani sono stati uccisi da colpi sparati da una vettura, scontri tra cristiani e musulmani si sono accesi in due villaggi vicini, con l'incendio di case e negozi di entrambe le comunità. Sei persone tra cristiani e musulmani, sono rimasti feriti. Negli scontri ad Al Bahgorah, una donna cristiana ha perso la vita come hanno confemato fonti di sicurezza. I villaggi sono quelli di Tiraks e Al Bahgorah.

La polizia avrebbe raccolto una cinquantina di testimonianze secondo cui gli incendi sarebbero stati appiccati sia da musulmani che da cristiani. Per l'episodio della notte del Natale copto sono già stati arrestati tre musulmani, che secondo la polizia hanno una lontana parentela con la ragazzina che sarebbe stata violentata da un giovane cristiano circa un mese prima. Dopo quell'incidente si erano verificati altri scontri come quelli di ieri, con vari edifici di cristiani danneggiati.

Il governo egiziano condanna «l'abominevole attacco» compiuto la notte del Natale copto a Nagaa Hammadi, con l'uccisione di un gruppo di cristiani che uscivano dalla Messa, ma ritiene che sia ancora prematuro stabilire quali siano i veri moventi dell'attacco o parlare di mandanti nascosti. Lo ha sottolineato il ministro degli Affari Legali Mofeed Shehab, intervenendo al Consiglio della Shura, una delle due camere del Parlamento, in una seduta in cui è stato osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime e di cui dà notizia la Mena.

L'attacco a colpi di arma da fuoco, per il quale vi sono già stati tre arresti, «è stato preceduto da uno stato di furore che prevaleva in circoli musulmani a causa dello stupro subito da una ragazzina musulmana da parte di un giovane copto», ha detto ancora il ministro. Ma «questi incidenti criminali - ha aggiunto, criticando anche gli incidenti fra cristiani e polizia avvenuti nel giorno dei funerali delle vittime - non danneggeranno mai la nostra unità nazionale e non sono in alcun modo motivati dalla religione». Fra i membri della Shura è stato espresso allarme per «i tentativi di canali satellitari mercenari e giornali di interferire con l'unità nazionale egiziana».

Il fatto è stato «un incidente individuale» perpetrato da «criminali incalliti», ha detto l'ambasciatore Mohammed Bassiyuni, presidente del comitato per gli affari arabi ed esteri dell'assemblea. Intanto si è recata a Nagaa Hammadi la delegazione del Consiglio Nazionale per i diritti umani, presieduto da Boutros Boutros Ghali, per accertare esattamente quanto accaduto. Il vescovo copto cattolico Youhannes Zakaria ha lanciato un appello al mondo cristiano.

«Chiedo alla comunità cristiana universale di pregare per le comunità cristiane che si trovano in difficoltà, anche alla luce di quanto è successo di recente qui in Egitto ma anche in Malaysia e in Tunisia - ha detto il vescovo di Luxor, nell'Alto Egitto, nella cui diocesi è compresa la cittadina di Nagaa Hamadi teatro della strage di Natale - A nostra volta noi, piccola comunità cristiana d'Egitto, preghiamo per i cristiani europei perchè riscoprano le radici della loro fede, come ci insegnano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI».

John Voice
10/01/2010




Powered by ScribeFire.

Mediaset: sciopero degli addetti al trucco, presidio a Cologno Monzese e a Roma

Corriere della Sera


I lavoratori protestano contro la decisione di cedere il ramo d'azienda a partire dal primo febbraio
 

Un'immagine del presidio (Sergio Pontoriero)
)
MILANO - Con un presidio di oltre cento lavoratori si sta svolgendo a Cologno Monzese e davanti alla sede romana uno sciopero dei lavoratori di Videotime, l'azienda attiva nelle produzioni televisive del gruppo Mediaset. È quanto rende noto Paolo Casamassima, delegato dello Slai Cobas, il sindacato di base che ha condiviso la protesta con le altre organizzazioni, Sistel-Cisl, Uilcom-Uil e Flc-Cgil.

PRESUNTE IRREGOLARITA' - Il sindacalista ha denunciato il fatto che «è stato impedito ai delegati che ne avevano fatto richiesta di entrare in azienda per verificare l'andamento dello sciopero». Secondo Casamassima infatti «sono stati visti entrare lavoratori di altre aziende che noi riteniamo siano stati utilizzati per svolgere le mansioni dei lavoratori in sciopero». Il sindacalista punta il dito contro l'azienda «di proprietà del presidente del Consiglio e guidata dal proprio figlio che non rispetta il contratto di lavoro che prevede per i rappresentanti sindacali il diritto di entrare in sede per verificare il funzionamento delle attività».

LA PROTESTA - Come detto la protesta è stata indetta dai sindacati Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil dopo avere avuto ufficiale comunicazione insieme alle Rsu di Videotime di Milano e Roma della intenzione della volontà della proprietà di procedere, prevedibilmente a partire dal primo febbraio 2010, alla cessione a Pragma Service srl del ramo d’azienda relativo alle attività di Sartoria, Trucco e Acconciatura, costituito da un organico complessivo di 56 addetti di cui 26 a Cologno Monzese, 4 a Milano Due e 26 a Roma. «Da qualche tempo - denunciano fra l’altro i sindacati - registriamo un graduale allentamento della qualità delle relazioni, che l’operazione di esternalizzazione rischia di compromettere in modo pesante. Siamo convinti che questa non sia la strada migliore per affrontare le trasformazioni in atto».

10 gennaio 2010




Powered by ScribeFire.

Malaysia, scontro sul nome di Allah molotov contro chiesa e convento

di Redazione

Altri due luoghi di culto attaccati, nell'ennesimo episodio di intolleranza scatenato dalla diatriba sull'uso del termine "Allah" da parte dei non mussulmani


Nel giorno in cui migliaia di cristiani in tutta la Malaysia si sono riuniti in preghiera, in chiese ormai sorvegliate dalla sicurezza, altri due luoghi di culto del Paese sono stati attaccati con ordigni incendiari, nell'ennesimo episodio di intolleranza scatenato dalla diatriba sull'uso del termine "Allah" da parte dei non musulmani. Segno che i molteplici appelli alla calma, nonché le rassicurazioni offerte dal governo di Najib Razak, non hanno finora sortito l'effetto desiderato. 

Dopo le tre chiese attaccate venerdì nella capitale Kuala Lumpur e un'aggressione simile verificatasi ieri, oggi delle bombe molotov sono state lanciate - provocando solo lievi danni - contro un convento cattolico e una chiesa anglicana di Taiping, nello stato di Perak, a 300 chilometri dalla capitale. Negli ultimi tre giorni, inoltre, le autorità hanno ricevuto segnalazioni di piccoli atti di vandalismo - come l'imbrattamento di automobili di sacerdoti - contro la minoranza religiosa, che rappresenta il 10 percento dei 28 milioni di malaysiani. 

Il migliaio di fedeli della chiesa pentecostale semidistrutta nella notte tra giovedì e venerdì, la Metro Tabernacle, hanno oggi pregato in un edificio fornito dal governo.
Il caso religioso-giudiziario che ha riscaldato gli animi, nel frattempo, rimane in stallo. Il verdetto dell'Alta Corte che difendeva il diritto di un settimanale cristiano di usare la parola "Allah" per riferirsi a Dio è ancora sospeso, in seguito al ricorso presentato dall'esecutivo in difesa dell'esclusivo uso della parola da parte dei musulmani, che compongono il 60 percento della popolazione. 

Sia membri cristiani del governo Najib sia Anwar Ibrahim, il leader (anch'egli musulmano) dell'opposizione, hanno incontrato in questi giorni i vertici della comunità cristiana. Alti esponenti religiosi musulmani hanno promesso donazioni alle congregazioni vittima degli attacchi.




Powered by ScribeFire.

L’albo che fa sparire 30 mila restauratori

Corriere della Sera


Nuove norme per la categoria, pochi sono in regola. La Confartigianato: tagliati fuori i più giovani 

 


Controlli sui restauri agli affreschi di Piero della Francesca sulla 'Leggenda della Vera Croce' (Ansa)

ROMA — Nell’Italia delle cor­porazioni, dove c’è chi ha pro­posto in Parlamento l’istituzio­ne dell’ordine dei cuochi profes­sionisti e perfino quello dei pre­dicatori islamici, non si poteva certamente rifiutare un albo ai restauratori. Nobile professio­ne, soprattutto in un Paese che ha un patrimonio sterminato di beni storici e artistici, anche se finora asseverata a regole piut­tosto sgangherate. Che fosse quindi necessaria una messa a punto, è una cosa sulla quale tutti si sono trovati d’accordo. Peccato soltanto che il risultato si sia rivelato altrettanto sgan­gherato.

La Confartigianato e la Cna, organizzazioni a cui fa riferi­mento una fetta consistente del­la categoria, hanno fatto ricor­so al Tar contro i decreti appro­vati a maggio dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e che entreranno in vigore il pri­mo gennaio 2010. I restauratori sono scesi in piazza, mentre Partito democratico e Lega Nord hanno chiesto consistenti modifiche.

La principale lamen­tela è che le nuove regole provo­cherebbero una fucilazione di massa. Le imprese di restauro attive in Italia, non di rado indi­viduali, sono 12.864 e danno la­voro a 32.116 persone. Entro il 31 dicembre di quest’anno chi vorrà ottenere dai Beni cultura­li il titolo di «restauratore» per poter accedere all’albo soste­nendo un esame, dovrà dimo­strare di avere le caratteristiche previste dai decreti ministeria­li. Il fatto è, sostengono le orga­nizzazioni artigiane, che allo stato attuale potrebbero avere con certezza diritto a fregiarsi di quel titolo, e quindi ad acce­dere agli appalti pubblici, non più di 640 persone. Cioè il 2% di tutti gli addetti del settore.

C’è da dire che il numero delle ditte di restauro vere e proprie, quelle cioè del settore opere d’arte e monumenti sono 4.441, con 12.140 dipendenti. Calcolata su questi numeri, la fetta dei sopravvissuti salireb­be così al 5%. Ma è pur sempre infinitesima. Chi sono i 640 fortunati? Quelli con il diploma consegui­to in tre scuole: l’Istituto centra­le per il restauro, l’Opificio del­le pietre dure di Firenze e la Scuola del mosaico di Ravenna. Sono gli unici che potrebbero avere con certezza assoluta il ri­conoscimento.

Ovviamente non sono queste le sole scuole di restauro esistenti in Italia. Nel corso degli anni se ne sono aggiunte molte organizzate dal­le Regioni, e sono nati anche corsi specifici nelle Accademie di Belle arti. Le regole volute da Bondi sono però tassative: per avere il riconoscimento di «re­stauratore » è necessario aver accumulato almeno 1.600 ore di formazione. E questa potreb­be rappresentare una barriera decisiva. Si sa che presso il mi­nistero le scuole alternative ai tre istituti non hanno mai ri­scosso particolare credito. In molti casi, va detto con onestà, per ragioni più che solide.

Ciò non toglie che il segretario ge­nerale della Confartigianato Ce­sare Fumagalli si dichiari preoc­cupato perché «in questo mo­do si potrebbero qualificare ogni anno soltanto poche deci­ne di persone» in grado di far avere alle imprese il «patenti­no» per partecipare alle gare pubbliche. E tutti gli altri? Quelli che per anni e anni, anche senza avere fatto quelle scuole hanno mes­so le mani sui marmi romani o sugli affreschi del Trecento? I re­golamenti ministeriali hanno previsto una porta d’accesso an­che per loro: sulla carta. Basta che possano dimostrare di aver lavorato per otto anni prima del 2002. Otto anni «solari», cioè con 365 giorni di cantiere aperto. Il che significa, per mol­te imprese, un periodo ben più lungo.

Già, ma come si può di­mostrare? Semplice: producen­do una montagna di documen­ti, dai certificati di collaudo ai verbali di consegna dei lavori, i contratti di appalto... Ma dopo tanto tempo capita facilmente che questa documentazione non esista più. Talvolta non è neanche mai esistita, se si pen­sa che la certificazione di cantie­re è obbligatoria soltanto a par­tire dal 2000. Il ministero si ac­contenterebbe allora in casi par­ticolari anche della «memoria storica» del funzionario. Già, e se poi il funzionario in questio­ne soffre di amnesia, o è stato sostituito? Anche ammettendo che la tradizione orale possa funzionare, secondo Fumagalli «questa regola ha un effetto per­verso, perché taglia fuori tutti coloro che hanno lavorato ne­gli anni successivi, dal 2002 al 2009. Vale a dire che sono esclu­si tutti i giovani che hanno co­minciato a lavorare nel nuovo secolo».

Perché chiudere il can­cello alla fine del 2001? Più vol­te, in varie occasioni, esponenti del ministero hanno dichiarato pubblicamente che in Italia ci sono troppe imprese di restau­ro. Enunciando l’obiettivo di ri­durre il loro numero a non più di 1.500. E sia. Ma questo anco­ra non spiega il 2001. Vero è che in questa storia ci sono diversi aspetti curiosi. A cominciare dal tempo biblico che c’è voluto per fare i decreti di cui si parla, regolamenti at­tuativi di una riforma che porta la data del 22 gennaio 2004.

Os­sia, il codice dei beni culturali varato per decreto legislativo quando al ministero dei Beni culturali c’era Giuliano Urbani. Da allora sono passati al Colle­gio Romano altri tre ministri. Perché ci sono voluti sei anni per partorire due regolamenti? Altro mistero. Ma che la buro­crazia italiana non sia in grande sintonia con la realtà del Paese è un fatto incontrovertibile. Per non parlare dei mestieri particolari che non potranno avere l’ambito riconoscimento di «restauratore».

Per esempio gli organisti, cioè gli esperti che riparano gli antichi stru­menti musicali delle chiese: non sono contemplati dai de­creti. C’è infine la ciliegina sulla torta. Una volta dimostrato di essere in possesso di un diplo­ma accettabile o di aver lavora­to per i famosi otto anni prima del 2002, per accedere alla cor­porazione così selezionata biso­gna superare un esame. Rispon­dendo in un’ora a un centinaio di quiz. Come per la patente...

Sergio Rizzo
17 dicembre 2009



Powered by ScribeFire.

Le Regioni: ai privati le linee soppresse

Corriere della Sera


La protesta dei pendolari. La Toscana al governo: quei convogli sono di utilità sociale, vanno ripristinati


(Photoviews)
(Photoviews)
MILANO — Un partito delle Regioni per ripristinare i treni a media e lunga percorrenza. È la risposta politica ai tagli di Treni­talia. Con Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna pronte anche ad assegnare le tratte a vettori privati pur di non lasciare isola­ti pezzi di provincia che fino a ieri potevano contare su un col­legamento, se pur di serie B, con l’Alta velocità. Ma anche con la Toscana che richiama il governo al suo dovere: «Quei treni sono di utilità sociale, van­no ripristinati».

Dopo la protesta dei pendola­ri, anche le Regioni fanno senti­re la loro voce. E come succede in carrozza, il dito è puntato sul­la qualità dei treni che ci sono (locali in ritardo e sporchi) e sull’importanza di quelli che non ci sono più (Eurostar City tagliati). Il Piemonte la sua stra­da l’ha intrapresa. «Di fronte al­le continue proteste dei pendo­lari abbiamo fatto l’unica cosa da fare: liberalizzare il traporto locale (di competenza delle Re­gioni) e aprire alla concorren­za », afferma il governatore Mer­cedes Bresso. «Il governo ha fat­to una sorta di proroga di sei an­ni alla legge Ue, noi abbiamo scelto un’altra strada». I bandi per tre lotti sono già pubblicati sulla Gazzetta Ue.

«A febbraio saranno raccolte le manifesta­zioni di interesse», spiega l’as­sessore Daniele Borioli. Nel 2010 sarà la volta di altri due lotti. Finora hanno mostrato in­teresse aziende pubbliche e pri­vate, italiane e non (tedesche e svizzere). La clausola inderoga­bile: «L’utilizzo di materiale ro­tabile nuovo». Fin qui la rete lo­cale. «Ma ora sembra che si sia arrivati a un triste momento— dice Bresso —. Quello dell’ab­bandono di tutta la rete non-Av. Cuneo, Asti, Alessan­dria sono state tagliate fuori. Ho preso spesso il Torino-Bolo­gna, trenaccio ma sempre pie­no ». E adesso? «Adesso stiamo ragionando per ripristinarlo at­traverso accordi senza oneri o con piccole retribuzioni». Le va a ruota Borioli: «Accordi anche con privati, per permettere a di­stretti storici di agganciarsi al­l’Alta velocità. Ne avevamo par­lato anche con Trenitalia...».

Da qui il progetto di uno shuttle Torino-Bologna, ma an­che di un Torino-Genova che continui verso la Toscana. Un’idea condivisa dal governa­tore della Liguria Claudio Bur­lando: «L’Alta velocità è fonda­mentale. Capisco pure che lì si fanno i soldi, la concorrenza al­l’aereo. Ma le altre tratte non de­vono morire, siamo indignati». E l’assessore Enrico Vesco ag­giunge: «Di fronte all’arroganza di tagli unilaterali ecco la no­stra risposta: la messa a gare di quelle tratte». «Arrabbiato» an­che Alfredo Peri, assessore re­gionale dell’Emilia Romagna (nel 2007 la gara per regionale è stata vinta da un consorzio Trenitalia-ferrovie locali): «Ar­rabbiato per le fermate soppres­se (Faenza, Forlì, Cesena).

E per quegli Eurostar City tagliati che da noi erano stati integrati nel servizio regionale con un con­tributo: 110 euro l’anno a cari­co dei pendolari (6000 quelli che hanno aderito), 240 dalla Regione». E il Torino- Alessan­dria- Piacenza- Bologna? «Forse di nicchia ma interessante. Dob­biamo ora valutare i costi». Con­trario invece ad «operazioni spot» l’assessore della Toscana Riccardo Conti: «Il piano regio­nale può essere integrato, e va bene l’apertura alla concorren­za. Ma la competenza di quelle tratte è del governo e il mini­stro deve fare il suo mestiere».


Alessandra Mangiarotti
17 dicembre 2009



Powered by ScribeFire.

Il don accusato di pedofilia La diocesi attacca la Procura

Il Secolo XIX


Don Luciano
Attraverso la pagina diocesana domenicale del quotidiano cattolico L’Avvenire, la diocesi di Albenga e Imperia ha indirizzato un attacco alla Procura della Repubblica di Savona per la vicenda dell’arresto di don Luciano Massaferro, il 44enne parroco di Alassio che da oltre una settimana è nel carcere di Chiavari perché accusato di violenza sessuale nei confronti di una bambina di 11 anni che frequentava la chiesa.

In un articolo nella pagina curata dall’ufficio diocesano delle Comunicazioni Sociali si fa riferimento alla detenzione in carcere di don Luciano: «In questa triste pagina, tre elementi oggettivi restano fissati, ad oggi, nel cuore e nella mente. Prima di tutto l’arresto di un sacerdote, che sembra essere condannato di un reato infamante, prima ancora che le indagini siano terminate e che un rinvio a giudizio e un processo penale siano stati celebrati sul suo conto».

Paura in California, sisma e blackout

La Stampa

Violenta scossa di magnitudo 6,5 della scala Richter. Panico tra la popolazione ma nessun ferito
LOS ANGELES


Un terremoto di magnitudo 6,5 sulla scala Richter è stato registrato ieri al largo delle coste settentrionali della California. Lo ha annunciato l’Istituto geofisico degli Stati Uniti (Usgs), che aveva inizialmente parlato di una magnitudo di 6,1.

L’epicentro è stato localizzato 35 chilometri a ovest di Ferndale e 360 chilometri a nordovest di Sacramento, a una profondità di 16 chilometri. La scossa, ha scritto il Los Angeles Times, è stata avvertita fino a San Francisco. Secondo gli organi di informazione locali, che citano la polizia, il comune di Ferndale ha riportato alcuni danni ma non sono stati segnalati feriti. Si sono invece verificati blackout elettrici e rotture di tubature di gas. Il terremoto è stato registrato alle 16.27 locali (l’1.27 di notte in Italia) ed è stato seguito da tre scosse di assestamento, di magnitudo 3,5, 3,7 e 3,8. Non è stato lanciato alcun allarme tsunami a seguito del terremoto, secondo l’amministrazione americana.




Powered by ScribeFire.

E in piazza a Roma i centri sociali cercano vendetta

di Redazione

Momenti di tensione, ieri pomeriggio a Roma, tra polizia e manifestanti dei centri sociali che si erano ritrovati in piazza dell’Esquilino per un sit-in di solidarietà per gli immigrati di Rosarno promosso dal movimento antagonista Action


Momenti di tensione, ieri pomeriggio a Roma, tra polizia e manifestanti dei centri sociali che si erano ritrovati in piazza dell’Esquilino per un sit-in di solidarietà per gli immigrati di Rosarno promosso dal movimento antagonista Action. Circa 200 persone sono riuscite ad aggirare il cordone di contenimento delle forze dell’ordine che presidiavano la piazza per cercare di dirigersi verso il ministero dell’Interno, ma sono state bloccate all’imbocco di via del Viminale, all’altezza di via Cesare Balbo. Polizia e carabinieri in assetto antisommossa sono arretrati di un centinaio di metri mentre i partecipanti al corteo antirazzista continuavano a spintonare chi cercava di fermarli al grido di «Siamo tutti clandestini».

Con cariche di alleggerimento gli uomini delle forze dell’ordine sono riusciti a riportare i manifestanti in piazza dell’Esquilino. Durante questa fase qualcuno ha cominciato a tirare oggetti contro la polizia, altri sono fuggiti. Nel corso dei tafferugli, in via Urbana, all’altezza di via de Pretis, un agente è stato ferito dal lancio di un sanpietrino. Medicato sul posto, per lui non si è reso necessario il ricovero in ospedale.

Dopo gli scontri i manifestanti si sono allontanati da piazza dell’Esquilino per dirigersi verso piazzale Tiburtino. Il corteo spontaneo ha provocato inevitabili disagi al traffico. Tra loro c’erano anche molti immigrati. Il presidio era stato organizzato dalle associazioni antirazziste per protestare «contro l’intolleranza e i lager dei migranti». In prima fila Andrea Alzetta, capogruppo comunale di Roma in Action. Circa trenta i manifestanti identificati dalla polizia che saranno denunciati.



Powered by ScribeFire.

Usa, "Obama non ha l'accento negro" Bufera su un senatore democratico

La Stampa

La frase infelice in un libro in uscita
negli States. Imbarazzo per Reid
Obama: «Lo perdono, siamo amici»
WASHINGTON
«Non ha l’accento negro». Questo giudizio del senatore democratico Harry Reid su Barack Obama, rivelato in un nuovo libro, ha creato notevole imbarazzo al leader dei senatori democratici che ha telefonato oggi alla Casa Bianca per scusarsi.

Il presidente Obama ha reso noto di avere accettato le sue scuse «senza esitazioni perchè conosco Harry Reid da anni e so come veramente la pensa: per me la vicenda è chiusa». A mettere in imbarazzo Reid è stato un nuovo libro sulla campagna elettorale, intitolato "Game Change" e da lunedì prossimo in libreria, dove si racconta di come il potente senatore democratico abbia definito in una conversazione privata il suo allora collega Obama (erano entrambi senatori) come un afro-americano «dalla pelle chiara» che «non ha l’accento negro, a meno che non lo voglia».

Reid non ha negato il commento rivelato nel libro, comparso oggi sui media americani, ed ha subito diffuso una dichiarazione affermando di essere «profondamente dispiaciuto per avere usato in tale occasione una scelta di parole infelice». «Mi scuso profondamente per avere offeso tutti gli americani, in particolare gli afro-americani, per il mio commento fuori luogo», ha affermato il leader dei senatori democratici. «Sono stato un sostenitore entusiasta di Barack Obama durante la campagna elettorale ed ho lavorato col massimo impegno per far diventare realtà la sua agenda legislativa», ha sottolineato l’imbarazzato Reid.

Il senatore ha poi chiamato la Casa Bianca per scusarsi di persona. Obama ha diffuso subito dopo la dichiarazione dove rivela che Reid lo aveva chiamato «per scusarsi di un suo infelice commento riferito oggi». «Accetto le scuse di Harry senza esitazioni perchè lo conosco da anni, ho visto la sua appassionata leadership in materia di giustizia sociale e so come la pensa. Per quello che mi riguarda la vicenda è chiusa». Obama ha bisogno in questo momento dell’aiuto di Reid per una rapida approvazione della riforma sanitaria mentre il senatore ha a sua volta bisogno del presidente perchè a novembre dovrà affrontare una difficile rielezione per il suo seggio di senatore. Il libro, scritto dal giornalista del Times Mark Halperin insieme ad un collega, rivela anche le istruzioni date da un collaboratore di John McCain al team incaricato di dare un corso accelerato di politica estera a Sarah Palin, appena scelta come candidata repubblicana alla vicepresidenza : «Dovrete lavorare molto: non sa proprio niente».




Powered by ScribeFire.

Egitto, è ancora caccia al cristiano In Malesia attaccata un’altra chiesa

di Rolla Scolari

Non si placano le tensioni tra copti e musulmani al Cairo: nuovi scontri Uccisa una donna nel Sud del Paese. Bombe incendiarie a Kuala Lumpur

 


Non si sono ancora placate in Egitto le tensioni tra cristiani e musulmani, innescate dall’uccisione di sette copti in un villaggio del Sud del Paese nella notte tra il 6 e il 7 gennaio. I cristiani restano sotto attacco anche in Malesia, dove è stata bruciata ieri una quarta chiesa, a Kuala Lumpur.
In Egitto, a Nagaa Hamadi, cittadina a 64 chilometri da Luxor, venerdì e sabato sono state giornate di scontri tra le comunità religiose e case e negozi di proprietà di cristiani sono state prese d’assalto. Secondo Radio vaticana, una donna copta sarebbe rimasta uccisa nelle violenze più recenti. Il patriarca copto-ortodosso del Cairo, Shenouda III, ha espresso al premier Ahmed Nazif il suo sconcerto per l’accaduto.

Il massacro di Nagaa Hamadi ha innescato violenze nel Sud dell’Egitto e dibattiti e proteste nella capitale. Ieri, circa 300 persone si sono riunite per manifestare contro le tensioni confessionali davanti al tribunale del Cairo. La protesta è inedita in un regime in generale allergico alle manifestazioni di piazza e in cui la questione delle relazioni fra minoranza cristiana e maggioranza musulmana resta ancora in larga parte un tabù. Il governo egiziano ha nel frattempo condannato «l’abominevole attacco compiuto la notte del Natale copto» (celebrato il 7 gennaio, ndr), ma tende a smontare la tesi dell’odio confessionale. Secondo il ministro Mofeed Shehab, la strage non avrebbe motivazioni religiose.

E a Nagaa Hamadi i politici locali fanno lo stesso: Fathi Qandil, deputato del villaggio, ha spiegato ad Al Masri El Yom, quotidiano egiziano, che «non c’è bisogno di nessuna riconciliazione tra cristiani e musulmani» nella zona perché «sono già riconciliati». Eppure, il Cairo ha dispiegato forze di sicurezza in assetto anti sommossa nei villaggi della zona proprio attorno a obiettivi sensibili: vicino alle chiese o alle abitazioni e alle botteghe dei cristiani.

Quanto accaduto a Nagaa Hamadi è il peggior incidente interreligioso degli ultimi dieci anni, sostiene Amr Shobky, analista egiziano dell’Ahram center for political and strategic studies del Cairo. Per lui, in un Paese dove gli scontri confessionali sono periodici, è la prima volta che si assiste a un attacco contro i cristiani «in stile iracheno». Ricorda come precedente le violenze di El Kosheh, sempre al sud. Qui nel 2000, in scontri tra cristiani e islamici morirono 20 cristiani e un musulmano. Per quegli attacchi contro copti, un tribunale ha condannato quattro musulmani a 12 anni di carcere e ha scagionato altre 92 persone coinvolte.

Tra i fatti del 2000 e quelli di pochi giorni fa ci sono state altre violenze. Tensioni e scontri tra cristiani e copti nel Paese sono periodici. «Non passa settimana senza attacchi contro i cristiani in qualche governatorato d’Egitto: la situazione è spaventosa», dice al Giornale un politico egiziano di origini copte che preferisce rimanere anonimo. «Nessuno vuole ammettere il problema, ma da 30 anni, da quando il boom petrolifero ha spinto gli egiziani a emigrare in massa in Arabia Saudita, l’influenza del Golfo sul Paese si fa sentire» attraverso una visione della società e della religione più estrema.

«Non è neppure necessario entrare nelle moschee: basta guardare le televisioni nazionali o i programmi scolastici» per capire il grado di islamizzazione dell’Egitto. Ne è convinto anche l’analista Shobki, secondo il quale la questione non è soltanto la presenza di un forte islam politico e fanatico, ma anche le posizioni dell’islam ufficiale, quello degli imam che dipendono dal governo e pronunciano editti religiosi in tv. «C’è un clima di islamizzazione ovunque. I cristiani si sono sentiti sempre più marginalizzati e hanno reagito radicalizzandosi a loro volta. E il governo non fa nulla per arginare tensioni ed estremismi».




Powered by ScribeFire.

Incontro in carcere con Prosperini: "Io non racconto balle..."

di Renato Farina

L'assessore lombardo in cella da 25 giorni per corruzione: resta in carica e si difende. Intercettazioni: un copia e incolla fatto da chi non capisce il suo gusto per i toni esagerati


Voghera Pier Gianni Prosperini, 63 anni, assessore allo Sport e al turismo della Regione Lombardia, alle 11 e 30 del mattino sta mangiando del risotto con i piselli. Si alza, grande e grosso, è la solita famosa statua da gigante di Rodi, ma senza piedi d’argilla a quanto pare. Dice: «Mica male. È come quello della mensa al Pirellone».

C’è una certa differenza però rispetto alla «location». Dal 16 dicembre è rinchiuso nel carcere di Voghera, provincia di Pavia, famoso perché c’è la cella in cui Michele Sindona il 22 marzo 1986 sorbì la fatale tazzina di caffè alla stricnina. Era a quel tempo la prigione più elettronica d’Europa, poi hanno dismesso le telecamere e i marchingegni leonardeschi, ora è un cigolio di metallo in mezzo alla neve della Bassa. Prosperini si fa vedere come uno forte, a cui del carcere non importa molto.

Parla con il direttore Paolo Sanna come un alpino al suo ufficiale e gli fa sapere: «Signor direttore, il sopravvitto (gergo carcerario per significare la piccola spesa in cibarie cui hanno diritto i detenuti) quando lo consegnano? A me basta il tonno, tale e quale la mia dieta in Regione. Riso e tonno. E poi, signor direttore, quand’è che posso avere la macchina per scrivere, una roba piccolina, a mano non ci riesco».

Come mai? Aspettava questa domanda e come un gatto col topo se lo palpeggia prima di inghiottirlo. «Vede qua il rossore? Mi sono rotto il polso destro tempo fa, gli ho dato un gancio per sbatterlo giù». Il direttore allarmato: ah sì? Non risulta? «È stato quando ho vinto il titolo di campione mondiale di pugilato: pesi supermassimi, categoria master». Sul serio? «Sono uno che dice balle io?». Be’, i magistrati dicono... Il direttore blocca tutto: non si parla di vicende giudiziarie quando si è in visita e il detenuto è in attesa di giudizio.

In attesa di giudizio... Carcere preventivo da 25 giorni, con Natale in mezzo. Prospettiva: star dentro tre mesi minimo, senza processo ovvio. Ma intanto con le elezioni regionali ormai all’uscio, lui candidato, il più votato del Pdl dopo Formigoni, e lui dentro, con accuse di disonestà politica. Chi lo conosce per averci lavorato insieme è drastico. Ha operato arci bene, il turismo lombardo è l’unico in crescita costante, sta (stava) cercando di costringere i lombardi a godersi di più le proprie bellezze.

Dal presidente Formigoni all’assessore che tiene i conti Romano Colozzi: non ci credono perché sanno che tipo è, come usa i soldi personali e le macchine di servizio. Preferisce adoperare la sua, di auto; se la Regione non ha fondi, apre lui il portafogli per i praticanti di sport minori in bolletta. Sono mitici i tremila euro messi in mano ai lombardi in viaggio per Tokio: hanno vinto la medaglia di bronzo ai campionati mondiali di braccio di ferro. Sì, braccio di ferro.

C’è un altro braccio di ferro che si gioca da queste parti: con la magistratura. Lo hanno arrestato, interrogato, ma insistono nel tenerlo dentro. Una ragione molto pratica c’è, ma lui non molla di un’unghia. Si difende, si urla innocente, ma fa anche qualcosa di più. Resta in carcere ma resta pure assessore e consigliere regionale. Nessuno a memoria di homo italicus ha osato tanto: si dimettono tutti per ammorbidire le toghe inamidate.

Oppure sono i loro stessi partiti vigliaccamente a costringerli a gettare la spugna per rispetto della magistratura e dell’opinione pubblica - vedi il caso di Ottaviano Del Turco in Abruzzo. Prosperini invece rivendica con il suo atteggiamento un primato: quello della sovranità popolare. Allo stesso modo ragiona Formigoni. È stato votato (e pure tanto), non può prima di una sentenza passata in giudicato, lasciarsi imprimere il marchio di indegnità e abbandonare un ruolo pubblico. Non ne è lui il padrone. Così resiste, costi la galera che deve costare. Resta assessore e consigliere. Fornisce ai pubblici ministeri un buon motivo per invocare dal Gip la galera preventiva. Dicono: può reiterare, perché da libero essendo assessore, questo continuerà a...

Ecco: continuerà a far che? Ho visto le carte: le telefonate intercettate sono il classico copia e incolla di gente che non capisce i toni, che non afferra il modo di parlare del Prosperini, il suo gusto del linguaggio esagerato. È diventato famoso per le sue battute alla Gentilini (il prosindaco di Treviso) prima ancora che esistesse Gentilini. L’invito a «ciapà su el camel e la barcheta» rivolto ai musulmani perché se ne tornino in patria non è roba studiata a tavolino: parla così, e poi è buono come il pane, non ha neanche un’oncia di razzismo nei suoi pensieri.

Se uno non vuol capire vale quanto mille volte per Prosperini quanto scrisse il cardinale Richelieu: «Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare». Allora, verso il 1630, non esistevano ancora le telefonate con annesse intercettazioni e relativi brogliacci dei marescialli per le Procure. A Richelieu oggi basterebbe uno squillo, e via. Del resto i nostri pm sono persino più mordaci dell’allora primo ministro del re di Francia. Dunque, elezioni in arrivo, galera assicurata: ma vi pare giusto?

A qualcuno pare giusto e ci gode pure. Annozero. Giovedì sera, forse Travaglio, forse Santoro, ma qualcuno senz’altro lì ha detto: «Oggi come nel 1992 ci sono in prigione assessori di Milano, ma nessuno se ne accorge... ». Come dire: cascherà il mondo. Seguirà ben altro, eh eh. Interessante. Ce n’è uno solo, in realtà: Pier Gianni Prosperini. È lui la palla di neve che scivolando diventerà slavina, valanga, neo tangentopoli? Sbagliano i conti.

Il motivo per cui è stato mandato in galera è presto detto: lo accusano di corruzione e turbativa d’asta. Avrebbe favorito la vittoria in appalti regionali per promuovere il turismo in Lombardia a tv amiche, in cambio di soldi e personali passaggi in video dove farsi réclame. Ci sarebbero versamenti di denaro, e telefonate intercettate. Su queste abbiamo già detto. Sul denaro per appalti truccati: lì non c’è neanche bisogno di credere o no a Prosperini. I meccanismi applicati nella Regione Lombardia sono tali da rendere impossibili interferenze.

Sarebbe come incolpare Prosperini di aver ucciso un elefante con una pistola ad acqua. Anche se fosse cattivissimo e ne avesse l’intenzione, è abbastanza difficile... Di questo non si può parlare mentre si visita un detenuto in attesa di giudizio. Si regala un libro basta che non abbia la copertina rigida. Prosperini sta studiando la Bibbia, e tutto Wilbur Smith. In particolare: «Il destino del leone». Informarsi sulla salute, constatare le condizioni di detenzione.

Poi - questo è consentito - si deve cercare di tener su il morale, questo sì. Posso dirlo? Il morale Prosperini lo tira su lui a tutti noi che siamo fuori. C’è una bella tempra d’uomo nelle file dei politici di centrodestra. Probabile che abbia il ballo di San Vito dentro la pancia, e abbia una voglia da Spartaco di strappare le sbarre per il nervoso, lui che viaggiava come un animale migratore, avanti e indietro, dappertutto per portare manifestazioni e campionati a Milano, l’ultimo quello del golf, con trasferta a Malaga a sue spese. Qui comunque non resta con le mani in mano. Sta organizzando i campionati carcerari di braccio di ferro.



Powered by ScribeFire.

Giustizia: niente prove su Del Turco? Quel pm dovrebbe pagare

di Vittorio Sgarbi

Scandalo cliniche in Abruzzo, per il procuratore di Pescara c’era "una valanga" di elementi, ma in 18 mesi non si è trovato nulla.  Sarà difficile risarcire chi è stato arrestato


Dopo le ultime sconcertanti rivelazioni relative alla inchiesta sulla malasanità in Abruzzo, capisco la soddisfazione di Ottaviano Del Turco che, mentre ricorda l’assoluta latitanza dei suoi compagni del Pd e sottolinea la meschinità di Veltroni, ci tiene a ricordare «le parole di solidarietà di Berlusconi», e una bellissima telefonata che gli fece Cossiga. Non pretendo la riconoscenza e neppure l’amicizia, ma Del Turco dimentica che, all’indomani dell’arresto, il primo a manifestare l’assoluta convinzione sulla sua onestà, per prova ontologica, e a rilevare la grossolana infondatezza delle accuse, fui io, su questo giornale.

Nonostante questa distrazione, ho goduto con lui alla prima avvisaglia della eccezionale bufala della magistratura di Pescara, riportata dal Giornale. In sostanza, non le tesi della difesa del malcapitato presidente, ma quattro rapporti, uno dei carabinieri, uno della Guardia di finanza, e due della Banca d’Italia scagionano Del Turco e la sua giunta, accrescendo il turbamento di un uomo che ha sempre avuto fiducia nella giustizia, l’ex assessore di Pescara, Marco Alessandrini, figlio del procuratore Emilio, ucciso da Prima Linea. Con stupore Alessandrini conclude: «Il rapporto dei carabinieri offre un punto di vista diametralmente opposto a quello cristallizzato negli arresti». Sostanzialmente il 16 giugno 2008, solo un mese prima degli arresti di Del Turco, i carabinieri del Nas documentavano di aver riscontrato una serie di truffe ai danni della Regione nei conti delle cliniche convenzionate di Vincenzo Angelini, l’accusatore.

Reati tanto gravi da consigliare l’arresto di Angelini. La causa del «pentimento» del quale, con la messinscena, non documentata, delle mazzette a Del Turco, sarebbe stata nella determinazione della giunta abruzzese di tagliare i fondi destinati alle cliniche di Angelini, per la loro gestione troppo «allegra», con una riduzione di circa 43 milioni di euro, quattro volte di più dei tagli disposti dalla precedente giunta di centrodestra. Come io sospettavo, dunque, conoscendo Angelini: una ritorsione, una vendetta. E una mossa d’anticipo per evitare gli arresti. Naturalmente, la morale della vicenda non è nella sventura toccata a Del Turco, e neppure nella pesante ingerenza della magistratura nella politica, con la conseguenza di determinare nuove elezioni e di ribaltare, attraverso la diffamazione, il risultato politico; ma nella straordinaria leggerezza della procura di Pescara.

Al di là di tutto, ed essendo tutto giusto e vero, ciò che sconcerta e che dovrebbe far riflettere anche gli esponenti latitanti del Pd (non pretendo i Travaglio e i Di Pietro che aggrediscono Violante per il suo revisionismo) è la stolida sicurezza del procuratore capo Nicola Trifuoggi, persona all’apparenza gentile, misurata ed educata, quindi credibile che, in una non necessaria conferenza stampa, dichiarò: «Vi assicuro: tutti gli indagati sono schiacciati da una valanga di prove» e ancora: «Credetemi: stavano letteralmente distruggendo la sanità abruzzese». Affermazioni precise, forti, e decisive con in due verbi intensivi: «Vi assicuro», «credetemi».  A distanza di 18 mesi non è emersa una prova, della valanga annunciata, e i carabinieri documentano l’opposto di quanto ha affermato il procuratore Trifuoggi. Risulta che la Procura, nonostante la sicumera, abbia chiesto, per due volte, la proroga delle indagini e abbia disposto oltre 100 rogatorie internazionali alla ricerca di conti esteri, senza nessun risultato.

In compenso, la Guardia di finanza ha riscontrato movimentazioni sospette di danaro, estero su estero, da parte di Angelini. Ci si chiede: perché Trifuoggi ha chiesto l’arresto di Del Turco e non di Angelini? Come si può distruggere un uomo, trattarlo da ladro, macchiarne, con l’infamia, tutta la carriera, di sindacalista, di ministro, di presidente della Commissione Antimafia, sulla base delle dichiarazioni di un imprenditore interessato, e senza una sola prova certa? Da anni, io combatto non la magistratura, ma la forza dirompente della diffamazione in nome del popolo italiano, non per un astratto errore della giustizia, ma per la vanità, la presunzione, l’insufficienza di rigore, la leggerezza di uomini che hanno un potere senza paragone.

E che sbagliano per i loro limiti. Un medico che sbaglia - lo vediamo nelle recenti inchieste sulla sanità - paga per la sua incapacità. Nel mio stesso campo molti professori non vedono, non capiscono i quadri e i loro errori vengono prontamente smascherati. Nel sacro recinto della Giustizia non si contempla l’errore per incapacità, per pregiudizio, per arroganza. Se le presunzioni di Trifuoggi dovessero rivelarsi totalmente infondate, non pagherà Trifuoggi. Pagherà lo Stato, cioè noi, a Del Turco, un risarcimento comunque inadeguato a restituirgli dignità, ruolo, onore. Una anomalia. Una grave anomalia. Perché l’errore non è colpa della magistratura, ma del solo Trifuoggi.

E se egli ha disposto l’arresto di Del Turco per un fatto inesistente, con grave danno, non solo per Del Turco e per la verità, ma per tutti gli abitanti dell’Abruzzo, che hanno perso un presidente onesto, e anche per i numerosi elettori del Pd, sconcertati e sfiduciati per la asserita disonestà di un importante politico di sinistra, perché non dovrà pagare per il suo solitario errore, oggi che smentito da carabinieri e finanzieri con questa «valanga» di danni, determinati dalla leggerezza e dalla insufficienza della inchiesta, non meriterebbe di essere arrestato, oltre che sospeso?

E disabilitato, come è stato Del Turco, perdendo la funzione? Non è più grave il reato di Trifuoggi di quello, inesistente, di Del Turco? Invece il politico è stato arrestato, esautorato, umiliato, e il magistrato continua a sostenere la sua accusa senza prove, non ci dà elementi corrispondenti ai suoi «vi assicuro», «credetemi». Resta lì nel suo ruolo di procuratore, pronto ad altre inchieste, ad altre accuse, con le stesse incrollabili certezze. E senza escludere altre vittime nel suo metodo. Che, alla luce dei rapporti di carabinieri e Finanza, appare: «Lasciare liberi i mascalzoni, i ladri, trasformandoli in eroi; e arrestare gli innocenti, trasformandoli in criminali». Riflettano Bersani e gli uomini del Pd, a partire da Marini (che oggi, tardivamente, difende Del Turco), dovendo procedere alla riforma della giustizia. Inizino con il restituire l’onore agli onesti. E rispondano a un potere cieco, rappresentato da un solo uomo, contrapponendogli l’autonomia della politica come giudizio del popolo. La strada c’è, gli stessi radicali dovranno seguirla: candidare Del Turco presidente della Regione Lazio.



Powered by ScribeFire.

Tagli di poltrone, anche Calderoli beffato dalla casta

di Mario Cervi

Il ministro, come tutti i suoi predecessori, ha ceduto al pressing degli amministratori locali: fermata la scure. A marzo si vota per le Regionali: non era il momento per inimicarsi le periferie

 

Altro che Schubert. Per i conati d’austerità cui infallibilmente si dedicano i governi italiani, le incompiute sono la regola. C’è tanta buona volontà d’affondare il machete nella selva selvaggia degli sprechi, gli incitamenti all’implacabilità risanatrice si sprecano, ma ad un certo punto una magia perversa blocca il braccio di chi si appresta ad agire, anche se ha le sembianze grintose del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli. Si ha sempre l’impressione che manchi un niente per portare a termine l’opera.

Ma poi ci si mette di traverso il destino cinico e baro, e l’opera resta lì come certi viadotti ripresi da Striscia la notizia. Per pudore - anche i ministri hanno un cuore - non si dice mai, con plateale e leale franchezza, che la riforma tale o la riforma talaltra è stata cancellata o accantonata a tempo indeterminato. Questi termini brutali sono sostituiti da altri meno scioccanti: slittamento, rinvio, pausa di riflessione, in attesa del classico «tavolo» dove «le parti» siederanno più volte pensose per trovare un accordo.

Tra tanta melina sui sommi principi, avevamo esultato per l’annuncio d’un taglio vigoroso di poltrone delle istituzioni locali. Se ben ricordo la mannaia si sarebbe dovuta abbattere su cinquantamila posti. Era infatti prevista la riduzione del 20 per cento dei consiglieri e si era fissato un tetto per gli assessori comunali e provinciali. Non potevano essere più d’un quarto o d’un quinto - rispettivamente - dei consiglieri. Era inoltre prevista una falcidie di direttori generali e difensori civici.

I sindaci avevano opposto proteste vivaci all’ukase, tirando in ballo anche paroloni come la democrazia e la rappresentatività popolare. Non voglio criticare questa sollevazione, che magari aveva motivazioni meno nobili di quelle enunciate, ma che poggiava sotto sotto su un ragionamento ineccepibile. Perché mai i deputati e i senatori avevano trovato l’energia necessaria per sloggiare i poveracci degli sgabelli politici, e non trovavano mai un briciolo di slancio e di dignità per calmierare, a titolo d’esempio, i loro emolumenti, i loro privilegi, il loro numero esorbitante?
Tuttavia il cittadino s’era sentito rassicurato dalla promessa del rigore. Pareva un buon inizio.

Invece niente. L’avvio è diventato un rinvio. Lo ha spiegato su Italia Oggi, in un servizio molto tecnico, Francesco Cerisano. La macellazione verrà, assicurano i semplificatori. Non però adesso ma tra un anno.

Perché mai si è soprasseduto? La risposta mi pare semplice. Si è soprasseduto perché nel prossimo marzo si svolgeranno le elezioni amministrative, e non è il caso di indurre all’agitazione, allo scontento, o addirittura alla ribellione, il personale delle periferie di partito.

Se la cura dimagrante pare troppo dolorosa, la si rimanda al futuro. Non scatteranno risparmi pubblici sui quali gli italiani più informati facevano assegnamento, ma per le indennità degli eletti i quattrini si trovano sempre, al massimo sarà necessario lesinare sul carburante per le macchine della polizia.
Le mie sono supposizioni d’una mente maligna? I chirurghi sono pronti, con il bisturi in mano? Beh, non proprio pronti. Possono riposare un anno, così come si sono riposati in previsione d’altri disboscamenti. Che con il tempo diventano prudenti potature. L’insofferenza degli italiani è meno temibile di quanto sia la collera delle poltrone.



Powered by ScribeFire.