martedì 12 gennaio 2010

Sono musulmani i paesi che perseguitano di più i cristiani nel mondo

Il Foglio

L'Egitto denuncia le "aggressioni alla minoranza araba" in Italia

"L'Egitto condanna gli episodi di violenza cui si è assistito a Rosarno negli ultimi due giorni e che hanno visto coinvolti un gruppo di lavoratori immigrati africani e la popolazione locale, causando il ferimento di molti immigrati". E' quanto si legge in una nota apparsa questa mattina sul sito del ministero degli Esteri egiziano, in cui si esprime la speranza "che il governo italiano adotti le misure necessarie a proteggere le minoranze e gli immigrati". La nota spiega che la questione sarà discussa dal ministro degli Esteri Ahmet Aboul Gheit nell'incontro in programma il 16 gennaio al Cairo con l'omologo italiano Franco Frattini. "I recenti episodi di violenza sono solo un esempio delle molte violazioni ai danni degli immigrati e delle minoranze in Italia - si legge ancora - tra cui quella araba e musulmana".

Il Wall Street Journal l’ha chiamata eloquentemente “cristianofobia islamica”. E’ impressionante l’ultimo rapporto dell’organizzazione no profit americana Open Doors, che getta nuova luce sulle dimensioni dell’agonia cristiana in terra islamica. Dei cinquanta paesi presenti in lista, oltre a regimi comunisti e dittature, trentacinque sono islamici. Lo sono anche otto dei primi dieci. Mentre proseguono gli attacchi alle chiese in Malesia, si scopre che la cellula islamista che ha ucciso i sette cristiani in Egitto puntava al vescovo Anba Kirollos.

Nel rapporto annuale World Watch List, Open Doors elenca i paesi dove maggiormente la fede cristiana è sottomessa e perseguitata. Tutti islamici, tranne la Corea del Nord al primo posto e più avanti il Laos, due distopie totalitarie comuniste. In Corea del Nord ogni manifestazione religiosa è considerata “insurrezione antisocialista” ed è permesso soltanto il culto di Kim Jong-Il. Il regime ha sempre tentato di ostacolare la presenza religiosa, in particolare di buddisti e cristiani, e impone ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal partito. Sono frequenti le persecuzioni violente nei confronti dei fedeli e di coloro che praticano l’attività missionaria. Da quando si è instaurato il regime comunista nel 1953, sono scomparsi circa trecentomila cristiani e non ci sono più sacerdoti e suore, forse uccisi durante le persecuzioni. Attualmente sono circa ottantamila quelli che nei campi di lavoro sono sottoposti a fame, torture e morte.

L’Iran è il secondo carnefice dei cristiani, quando il presidente Ahmadinejad si fa beffe delle anime belle dichiarando che in Iran “le minoranze religiose godono di diritti uguali”. I cristiani in Iran sono 360 mila su una popolazione di 65 milioni di abitanti; i cattolici sono 25 mila. Nel 2009 il regime dei mullah ha arrestato 95 cristiani e l’anno precedente una coppia di missionari è stata torturata a morte. In Iran, le campagne sulla moralità nel vestire portata avanti dalle “pattuglie della modestia”, perché il vestire sia più adeguato all’ideale islamico totalitario, è uno dei mezzi principali di negazione della libertà religiosa personale, omologando tutti (musulmani e non) in un solo modello (“il vestito nazionale islamico”), confezionato dal regime per reprimere e controllare la popolazione.

Il problema più spinoso sono però i cristiani convertiti dall’islam. Di fatto, sono “illegali”. Si tratta di musulmani convertiti alla fede cristiana, o cristiani “pentiti” che ritornano alla fede originaria dopo essersi formalmente convertiti all’islam (nel caso di un matrimonio misto); oppure sono figli di coppie islamo-cristiane. Nel 1994 il pastore protestante Haik Hovsepian venne ucciso e sepolto in una fossa comune con un musulmano convertito al cristianesimo che il religioso aveva difeso pubblicamente. Molto spesso i convertiti devono tenere nascosta la loro nuova fede perfino alla famiglia; oppure devono decidersi a emigrare per poterla rendere pubblica. Alle cerimonie nelle chiese cristiane è presente sempre la polizia: ufficialmente, a titolo di “protezione” dei luoghi di culto; di fatto, al fine di proibire l’ingresso a coloro che non sono “legalmente cristiani”. Per costume, l’apostasia viene infatti condannata con la morte, comminata spesso dagli stessi parenti del convertito.

In Mauritania, dove ci sono diverse migliaia di cristiani, la sola religione riconosciuta è quella islamica, è vietato il proselitismo e chi si professa cristiano in pubblico è perseguito penalmente. In Afghanistan non è meno oscurantista la situazione, nonostante la liberazione del paese dal giogo talebano. La situazione dei cristiani è definita “catacombale”. Gli unici cristiani che vivono la fede apertamente sono i membri della comunità internazionale, tanto che l’unica chiesa pubblica è la cappella all’interno dell’ambasciata italiana a Kabul.

L’Arabia Saudita, custode della Mecca e Medina, è al terzo posto nella classifica e vieta ufficialmente ogni culto non islamico. La polizia religiosa (i famigerati mutawwa’in) si occupa di monitorare la pratica di altre religioni e ha poteri enormi. Così si registrano arresti sommari e torture di fedeli cristiani in carcere. Spesso la polizia religiosa detiene cristiani che vengono liberati solo dopo aver firmato un documento in cui abiurano la loro fede. I lavoratori non musulmani sono soggetti all’arresto, alla deportazione e alla prigione, se vengono sorpresi nell’esercizio di qualsiasi pratica religiosa, oppure se vengono accusati di detenere materiale religioso e di proselitismo. Nella vecchia Gedda esiste un cimitero di cinquecento non musulmani, gestito dal consolato svizzero. Non viene usato da mezzo secolo. Ci sono due tombe di ebrei dei primi del Novecento, un’antica lapide che recita “braccio d’un lavoratore italiano” e alcuni bambini filippini che riposano senza croce.

Leggi B-XVI invoca la difesa dei cristiani in medio oriente e del cristianesimo in occidente

di Giulio Meotti





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L'ultima vergogna della Casta Deputati e senatori al Fisco pagano solo il 17,36% di ciò che intascano

Quotidianonet


Inchiesta di Libero: "I rappresentanti del popolo dovrebbero versare all'Erario il 43% del loro reddito, più i contributi per assistenza e previdenza. Ma poi, ogni mese, ci sono la diaria esentasse (5.468,58 euro), rimborso spese mensile (4.190 euro), rimborso taxi (1.100 euro) e pure 300 euro di rimborso spese telefoniche. E ai senatori va pure meglio...



Roma, 12 gennaio 2010




L'analisi è accurata e ha l'effetto di un pugno nello stomaco dei contribuenti spremuti dal Fisco anche perché hanno la scalogna di non essere né deputati né senatori della Repubblica. I quali, all'erario versano soltanto il 17,36% di ciò che intascano. Altro che aliquota del 22% e del 33%, di cui si discute in questi giorni, a proposito del progetto di riforma fiscale.

Franco Bechis, vicedirettore di Libero, scrive stamane sul suo giornale: "L'unica cosa importante l'hanno già ottenuta da tempo: il fisco non mette le mani nelle loro tasche. Sarà per questo che Pierluigi Bersani, Antonio Di Pietro ed Enrico Letta fanno spallucce alla riforma fiscale proposta da Silvio Berlusconi. Due sole aliquote, una del 23 per cento e una al 33 per cento oltre quei centomila euro che sono circa la metà di quel che guadagnano i Bersani, Di Pietro e Letta jr? Il magnifico trio appena sceso in campo contro l'abbassamento delle tasse se ne può allegramente infischiare: tutti e tre dovrebbero versare al fisco il 43% del loro reddito, più i contributi per assistenza e previdenza.

Ma facendo parte della casta dei mandarini che le leggi le impone agli altri lasciando per sé un trattamento di lusso, i Bersani- Di Pietro e Letta jr all'erario girano il 17,36% di quel che davvero finisce nelle loro tasche, come capita per altro a chi è stato eletto alla Camera (e al Senato il fisco è ancora più leggero: 15,32%). Chi ha un reddito imponibile di 9 mila euro lordi all'anno, pari a 692 euro lordi al mese, paga in proporzione più tasse del segretario del Pd, del suo vicesegretario e dal padre-padrone dell'Italia dei valori: il 23 per cento.

E' per questo che i mandarini del centrosinistra, nati e cresciuti a palazzo dove vigono sempre regole speciali, non riescono a capire perché ci si lamenta delle tasse troppo alte. Non le devono pagare loro, non le devono pagare i loro amici, i collaboratori di una vita: in quel mondo le tasse un tempo non si pagavano del tutto, poi si è fatto finta di pagarle come tutti i comuni mortali. Così oggi i deputati si intascano netti ogni mese 5.486,58 euro, dopo avere pagato ritenute previdenziali di 784,14 euro, assistenziali di 526,66 euro, un contributo per l'assegno vitalizio di 1006,51 euro e Irpef per 3.899,75 euro. Così sembrerebbero come tutti gli altri.

Ma poi si mettono in tasca ogni mese esentasse 4.003,11 euro di diaria, 4.190 euro netti "a titolo di rimborso forfettario per le spese inerenti il rapporto fra eletto ed elettore", circa 1.100 euro al mese di rimborso per taxi che né Bersani né Letta né Di Pietro di solito prendono, e poco meno di 300 euro al mese netti a titolo di rimborso spese telefoniche. I senatori si intascano invece qualcosina in più, perché durante una delle varie auto-riduzioni della indennità sotto il pressing della protesta popolare, hanno girato la testa dall'altra parte lasciando che fossero solo i deputati a tirare un pochino la cinghia: prendono quindi 150 euro al mese più dei colleghi di base e rimborsi assai più generosi. E' per questo che i mandarini della riforma fiscale non sentono proprio alcun bisogno...



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AL30, l'asteroide che sfiorerà la Terra

I Bot trimestrali scendono «sottozero»

Corriere della Sera

Il rendimento lordo dei titoli di Stato fissato a quota 0,386% che equivale ad uno netto di -0,08%

MILANO - Attenzione ai Bot. Tornano infatti nuovamente «sottozero» i rendimenti netti dei Bot trimestrali che all'asta di oggi toccano il minimo storico. I titoli trimestrali hanno toccato un rendimento lordo dello 0,386%, superando il precedente record negativo che lo aveva visto attestarsi allo 0,37% lo scorso 10 settembre. I rendimenti netti - calcola l'Assiom - sono così scesi sotto lo zero, esattamente allo 0,08%. In base a una recente normativa però con il «rendimento negativo» si riduce la commissione delle banche. Gli operatori accolgono tuttavia con soddisfazione il collocamento dei titoli a brevissimo termine italiani, con le scadenze a tre e dodici mesi che hanno portato nelle casse del Tesoro 11 miliardi di euro.

BOT ANNUALI - Ritorna a scendere anche il rendimento dei Bot annuali: i titoli scadenza 14 gennaio 2011 hanno registrato un rendimento dello 0,795% (-0,221) abbondantemente sotto la soglia dell'1% e vicino al minimo di 0,741% registrato a settembre.


12 gennaio 2010





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Rosarno, si muove l'Egitto «Roma tuteli gli immigrati»

Corriere della Sera


MILANO - Su Rosarno si muove l'Egitto. Il ministero degli Esteri del Cairo è intervenuto sugli scontri in Calabria denunciando «la campagna di aggressione» e «le violenze» subite dagli «immigrati e le minoranze arabe e musulmane in Italia» e chiedendo al governo italiano di «prendere le misure necessarie per la protezione delle minoranze e degli immigrati». La questione, annuncia il ministero degli Esteri in una nota, sarà sollevata dal ministro Aboul Gheit nell'incontro in programma il 16 gennaio con il titolare della Farnesina Franco Frattini.

IL COMUNICATO - In un comunicato diffuso oggi al Cairo dal portavoce del ministero degli Esteri, all'indomani del duro monito dell'Osservatore Romano, si parla di «campagna di aggressione» da parte degli abitanti della cittadina calabrese, che - si sostiene - segue a «incidenti simili» avvenuti nei giorni scorsi in altre città italiane. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani, si legge ancora nella nota, hanno registrato negli ultimi tempi una crescita di questi episodi, in particolar modo di quelli «razzisti», e la condizione di disagio degli immigrati in Italia a causa delle «condizioni di detenzione, della violazione dei loro diritti economici e sociali e della pratica delle espulsioni coatte». Il Cairo si appella quindi alla comunità internazionale affinchè intervenga sulla questione della «discriminazione religiosa, razziale e l'odio contro gli stranieri per evitare che questo tipo di incidenti si ripetano in futuro».

RIPRESE LE DEMOLIZIONI - Dopo gli scontri dei giorni scorsi, Rosarno prova a tornare alla normalità. Polizia e carabinieri continuano a presidiare il paesino calabrese, ma è una presenza che ha finalità puramente preventive e non è legata a situazioni particolari. Sul posto c'è il personale della Squadra mobile di Reggio Calabria che sta eseguendo i sequestri ordinati nell'ambito dell'operazione contro la cosca Bellocco coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.

Si tratta, in particolare, di alcuni supermercati e discount ubicati nel centro del paese e nell'immediata periferia. Esercizi di proprietà di affiliati alla cosca ma intestati a prestanome. In mattinata, intanto, sono ripresi i lavori di demolizione delle strutture di ricovero per immigrati dell'ex fabbrica Rognetta. Un lavoro che una volta completato proseguirà con la demolizione dell'altro centro di ricovero, realizzato in una fabbrica dell'ex Opera Sila. Attività, quest'ultima, più complessa e dai tempi più lunghi perché le strutture da abbattere sono più grandi.

Nella notte l'automobile di un immigrato è stata incendiata da persone non identificate. Il proprietario della vettura è un ghanese con regolare permesso di soggiorno che fa il bracciante agricolo e che vive nel centro del paese, insieme ad un'altra immigrata, in un'abitazione presa in affitto. Per spegnere l'incendio l'uomo è stato aiutato da alcuni vicini di casa, cittadini di Rosarno non immigrati.

L'immigrato al quale è stata incendiata l'auto non è stato coinvolto nella rivolta scoppiata giovedì scorso, né negli scontri con gli abitanti. L'uomo è a Rosarno da sette mesi e si è integrato nel paese, avviando rapporti normali e cordiali con gli abitanti. Secondo i carabinieri, dunque, l'incendio della sua auto sarebbe legato ad un fatto occasionale non collegato agli incidenti dei giorni scorsi.

12 gennaio 2010




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In Egitto massacrano i cristiani ma Il Cairo ha il coraggio di protestare per Rosarno Blitz contro i clan, 17 arresti

Quotidianonet


Il governo di Mubarak si appella alla comunita' internazionale affinche' intervenga sulla questione della ''discriminazione religiosa, razziale e l'odio contro gli stranieri per evitare che questo tipo di incidenti si ripetano in futuro''. Nessuna parola sui copt assassinati dai fanatici islamici e sulle chiese bruciate nel Paese

Il Cairo, 12 gennaio 2010
 
«L’Egitto condanna gli episodi di violenza cui si è assistito a Rosarno negli ultimi due giorni e che hanno visto coinvolti un gruppo di lavoratori immigrati africani e la popolazione locale, causando il ferimento di molti immigrati». È quanto si legge in una nota apparsa questa mattina sul sito del ministero degli Esteri egiziano, in cui si esprime la speranza «che il governo italiano adotti le misure necessarie a proteggere le minoranze e gli immigrati».

La nota spiega che la questione sarà discussa dal ministro degli Esteri Ahmet Aboul Gheit nell’incontro in programma il 16 gennaio al Cairo con l’omologo italiano Franco Frattini. «I recenti episodi di violenza sono solo un esempio delle molte violazioni ai danni degli immigrati e delle minoranze in Italia - si legge ancora - tra cui quella araba e musulmana».

 Nella nota, attribuita al portavoce del ministero, Husam Zaki, si denunciano precedenti episodi di violenza contro gli immigrati avvenuti «in numerose città italiane», nei quali «gli immigrati sono rimasti feriti, anche gravemente». «Le stesse organizzazioni internazionali per i diritti umani - si legge ancora - hanno registrato un netto incremento di simili eventi nell’ultimo periodo, ma anche un’escalation di odio nei discorsi pubblici, senza contare il grave isolamento, la violazione dei diritti economici e sociali e le espulsioni forzate che devono subire in Italia gli immigrati».

Il ministero degli Esteri egiziano si augura «che il governo italiano adotti le misure necessarie a proteggere le minoranze e gli immigrati, assicurando la sua determinazione a sollevare la questione con il capo della diplomazia italiana (Franco Frattini) in occasione della sua prossima visita il 16 gennaio».

L’Egitto «chiede inoltre - si aggiunge - che la comunità internazionale si impegni a risolvere radicalmente il problema della discriminazione su base religiosa ed etnica e quello della xenofobia, per impedire che in futuro si verifichino episodi analoghi a quelli di Rosarno».



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Treviso, insulti a bimba down: «Con figli così, state a casa»

Il Secolo xix


«Quando si hanno dei figli mongoli è meglio restarsene a casa»: infastidito dal gioco di una bambina down seduta nel tavolo vicino al suo, il cliente di un pizzeria di Treviso s’è rivolto con queste parole ai suoi genitori.

Per non turbare ulteriormente la bambina, subito il padre non ha reagito all’offesa, ma, non volendo far passare sotto silenzio questo «atto di inciviltà», successivamente ha scritto una lettera alla Tribuna, quotidiano di Treviso: «L’ho fatto perché simili scene non accadano più - ha spiegato il padre - In un istante, quell’uomo è riuscito a rovinare una tranquilla serata, ma non ho voluto che mia figlia assistesse a una scenata che avrebbe trasformato un bel ricordo in un trauma».

Secondo quanto riferito, la famiglia - padre, madre e quattro bambine dai 3 ai 9 anni - aveva appena finito di mangiare la pizza e, in attesa del caffè, una cameriera intratteneva la più grande facendola giocare con alcuni ritagli di carta; un foglietto sarebbe inavvertitamente volato sul tavolo vicino, dove un uomo stava cenando insieme con la famiglia e alcuni amici, cadendo vicino a un piatto: la reazione è stata quella frase brutale e intollerante che ha creato il gelo in sala, ma di fronte alla quale nessuna delle altre persone sedute al tavolo ha avuto nulla da eccepire.

«Cose del genere non devono succedere - dice il titolare della pizzeria - Se avessi assistito alla scena avrei allontanato quel cliente arrogante e cattivo. Di clienti così facciamo volentieri a meno».



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A Torvajanica la prima prigione

Il Tempo

Nuova confessione dell'ex amante di Renatino De Pedis: "Emanuela fu portata nell'abitazione estiva dei miei in via Rumenia".
La betoniera indicata come "bara" si trova a pochi passi da casa Minardi.



Il caso della scomparsa, nel 1983, di Emanuela Orlandi, potrebbe essere a un punto di svolta. Secondo le ultime rivelazioni fatte da Sabrina Minardi, all’epoca compagna del boss della Banda della Magliana Renatino De Pedis, al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, la prima prigione della Orlandi sarebbe stato un appartamento a Torvajanica, in via Rumenia, al primo piano di un palazzetto grigio a due passi dal lungomare. L’abitazione, casa di villeggiatura dei genitori della Minardi, avrebbe ospitato la Orlandi per circa tre settimane, all’inizio dell’estate, prima che i coniugi Minardi vi si trasferissero per le vacanze.

A prendersi cura della ragazza, sempre secondo il racconto fatto agli inquirenti dalla Minardi, sarebbe stata Adelaide, una parente di De Pedis, oggi defunta. I racconti della donna si sovrappongono in questo noir a quelli di una compagna di corso di Emanuela, Raffaella, che ricordò di averla vista per l’ultima volta il 22 giugno, ultimo giorno di lezione al Conservatorio, quando le disse, uscendo di fretta dall’istituto: «Vado di fretta, scappo. Ho un incontro di lavoro». Da quel giorno non si ebbero più notizie della giovane.

È sempre la Minardi a ricordare che proprio in quei giorni - era insieme a De Pedis - incontrarono al laghetto dell’Eur il guardiaspalle di Renatino, un certo Sergio detto «il pugile». Lì avvenne la consegna. I due caricarono in auto Emanuela Orlandi, destinazione, forse, proprio Torvajanica. I flashback della Minardi continuano. Ricorda che l’ostaggio, quando i genitori si trasferirono nell’appartamento di via Rumenia per le vacanze, dopo il 10 di luglio, fu trasferita a Monteverde, in via Pignatelli, in un appartamento che fungeva da covo e nascondiglio della Banda della Magliana. L’ex di De Pedis vedrà la Orlandi, viva, in un’altra occasione, alle Mura Aurelie, alla pompa di benzina. Nei ricordi della Minardi c’è poi un salto temporale di circa un anno. La testimone rammenta un pranzo, forse nei primi giorni del 1984, avvenuto proprio a Torvajanica nel ristorante «Pippo l’abruzzese». De Pedis aveva un appuntamento con «il pugile».

Fu in quell’occasione, probabilmente, che De Pedis pensò di liberarsi del corpo della Orlandi. La Minardi racconta che dal bagagliaio dell’auto del pugile furono tirati fuori due grossi sacchi neri, che vennero poi lasciati cadere in una betoniera parcheggiata lì sul lungomare, a due passi dal ristorante. L’altro sacco conteneva forse il corpo di Mirella De Gregori, una ragazza sparita pochi giorni prima di Emanuela. Sarà un caso, ma sia il ristorante sia la betoniera, si trovavano a pochi metri dall’incrocio con via Rumenia.





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E morta la donna che salvò i diari di Anna Frank

Corriere della Sera

Miep Gies aveva 100 anni. Nascose la famiglia della ragazza durante le persecuzioni naziste


Video


ROMA - Era l'ultima superstite del gruppo di persone che cercarono di proteggere e di nascondere Anna Frank e i familiari dalle persecuzioni naziste durante la seconda guerra mondiale: all'età di 100 anni è morta Miep Gies, la donna che tra l'altro scoprì e custodì i celebri diari. Lo riferisce la Bbc. Miep Gies, che era nata a Vienna, è deceduta nel periodo natalizio in una casa di riposo olandese in seguito alle conseguenze di una caduta.

LA STORIA - Nel 1942 Miep lavorava come segretaria di Otto Frank, il padre di Anna, quando questi le confidò che voleva trovare un rifugio per proteggere la famiglia. Quando i nazisti scoprirono il rifugio e arrestarono la famiglia Frank e gli altri fuggitivi, Miep Gies si incaricò di custodire il diario di Anna, su cui la ragazza aveva raccontato i due anni in cui era rimasta nascosta. E nel 1945, quando la giovane era ormai morta di tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, lo consegnò al padre, l'unico sopravvissuto della famiglia, e lo aiutò a collazionare le carte. Una volta pubblicato, il diario divenne un successo mondiale, dolorosa testimonianza della follia nazista e della persecuzione degli ebrei.

12 gennaio 2010




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Prosperini candidato-bruciato? Un regalo ai giustizialisti2

di Renato Farina


Un politico sbattuto in cella, senza processo, senza neanche richiesta di processo, è da considerare già morto? O se non è morto bisogna provvedere a rapida eutanasia dando una mano agli accalappiapidiellini? Non sono domande retoriche, bensì molto pratiche. Pier Gianni Prosperini, assessore allo Sport e Turismo della Lombardia, è in carcere a Voghera. Ci sta dal 16 dicembre. Viene ingabbiato mentre si sta per ricandidare, il tutto per presunti reati datati due anni prima, e cascati a fagiolo proprio tre mesi prima delle elezioni.

Ne abbiamo raccontato la storia domenica. Resiste. Se si dimettesse da assessore e consigliere (il più votato dopo Formigoni), se magari accusasse qualcuno, esperienza insegna che tornerebbe a casa. Lui no, resiste. Oltre che convinto e convincente sulla propria estraneità a reati di corruzione, è persino tanto cretino da credere nella Costituzione che afferma la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Poveretto: era persino convinto di essere ricandidato. Infatti in Lombardia tutti i consiglieri uscenti saranno ricandidati, qui funzionano le preferenze. Però.

Però interviene il coordinatore nazionale del Pdl, Ignazio La Russa. Avvocato e ministro, viene interpellato dal Corriere della Sera che gli domanda qualcosa sulla candidatura di Prosperini, «uno dei candidati sicuri». Risposta: «È chiaro che finché non viene liberato, c’è poco da discutere. Io continuo ad augurarmi che possa rapidamente dimostrare la sua totale estraneità ai fatti... quindi aspettiamo».

Traduco la prima frase: se resta in carcere non entra in lista. Previsione ovvia: col cavolo che i magistrati lo mollano a questo punto. Traduco la seconda proposizione: Prosperini per uscire deve dimostrare di essere innocente. Chiediamo: è la linea ufficiale del Pdl? Se uno è incarcerato va considerato indegno di affacciarsi in una lista di centrodestra? Mai sentita. Ah no: già sentita e praticata dai partiti ai tempi feroci di Tangentopoli.

Se uno veniva spedito dal Pool a San Vittore era come un cane morto nella discarica. Ho in mente tra i tanti casi simili a quello di Clelio Darida, ministro democristiano, estromesso subito dal Consiglio nazionale della Dc. Lo incontrai nel luglio del ’93, solo ma con la schiena diritta. Innocente, assoltissimo. Ma intanto morto. Repetita juvant? Vogliamo ripetere i fasti di vigliaccheria di quel tempo? Si assegnerebbe ai magistrati il potere che spetta solo al popolo (si chiama sovranità popolare) di scegliere quanti siano degni di rappresentarlo.

Non c’è una scrematura che la Costituzione e il buon senso assegnino ai pm. Toccherà al giudice di terzo grado limitare i diritti politici nel caso di condanna. Prima sarebbe un atto eversivo. Questa esternazione di La Russa può avere anche una sua motivazione legata a equilibri interni al Pdl in Lombardia. Prosperini è della componente di An, e uno potrebbe ragionare nei termini seguenti: ciascuno è padrone a casa sua. La Russa, autorevolissimo ex di Alleanza nazionale, può gestire come crede il suo giro e giustificare come gli pare le scelte centellinate tra i suoi sodali quanto all’origine.

Ci permettiamo eccepire: qui non si tratta di indicare uno o l’altro, ma di fornire le ragioni di inclusioni ed esclusioni le quali attengono a tutto il Popolo della libertà, non nel senso dei capi, ma in quello proprio del popolo e della sua idea di che cosa sia la giustizia. Non può esistere una linea di confronto con la magistratura che dica A quando c’è di mezzo un big, o uno molto amico, e invece dica B se la faccenda investe qualcuno in periferia. Ehi, qui non si parla di un uomo arrestato in flagranza di reato, con le mani nel portafoglio del prossimo, ma di deduzioni misconosciute dall’indagato, in galera preventiva, sottolineato preventiva.

In passato è stata data una ragione alle estromissioni dalle liste. Ad esempio: motivi di opportunità sconsigliano la candidatura. In questo caso, ci sono persino le preferenze. E se è in carcere può fare persino poca campagna elettorale, di certo è difficile compaia in tivù per un comizio. Al massimo non lo voterà nessuno. Paura che il sigillo negativo delle toghe sia nocivo per la causa? Escluderei. Opportunità di chi allora? Magari di qualcuno che ragiona nei termini latini di «mors tua, vita mea», e spera si liberi un posto dove piazzarsi con comodo. Siccome siamo convinti che La Russa non la pensi così, galantuomo com’è, attendiamo rettifica con fiducia.


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Ma i nostri emigrati erano trattati peggio dei nuovi schiavi

di Giancarlo Perna


Di fronte ai fatti di Rosarno ci si divide. C'è chi giustifica i calabresi con i fastidi provocati dall'immigrazione e chi li accusa di sordità umana. Sono entrambi esercizi retorici. Convivere tra diversi è duro. Se il rapporto tra indigeni e immigrati supera una certa soglia lo scontro ci sarà. Avviene a qualunque latitudine. Non c'è chiacchiera che tenga.

Millecinquecento stranieri a Rosarno erano troppi. Fossero stati un terzo non sarebbe successo nulla. Se poi i 1500 vivono in condizioni disumane, restano disoccupati per mesi, ciondolano randagi, è facile affiorino gli istinti peggiori di chi si sente assediato in casa propria.



L'accoglienza di cui si straparla scatta solo se chi accoglie ha la situazione in pugno. A Mantova, dove una bimba marocchina ha vegliato per ore la mamma morta, è in corso una gara di solidarietà per assicurare il futuro dell'orfana. In Calabria, in condizioni analoghe, succederebbe lo stesso. In tv è apparso un costernato parroco di Rosarno.

Il prete ha condannato le violenze ma ha aggiunto che non rappresentano l'indole pacifica dei parrocchiani. A snaturarli è l'invivibilità della situazione. Questo chiama in causa l'autorità. Lo Stato che non regola i flussi migratori, i comuni impotenti, l'Ispettorato del lavoro che lascia correre. Ma anche i sindacati, inflessibili e arroganti in gran parte d'Italia però pusillanimi nelle regioni difficili e ciechi, per quieto vivere, di fronte al bieco sistema del caporalato.

A questa confusione, che già basterebbe, si aggiungono gli Illuminati: politici, giornalisti, sapienti dell'ultima ora. L'argomento preferito è che gli italiani sono un popolo di emigranti e dovrebbero perciò avere più buon cuore. Quando toccò a noi - dicono - altri Paesi ci hanno accolto consentendo a milioni di connazionali di crearsi un avvenire. Non fosse che per gratitudine dovremmo oggi essere aperti a tutti senza distinzioni di lana caprina tra legali e illegali, volenterosi e malintenzionati, ecc.

La leggenda va sfatata. Se gli italiani ripagassero con quello che hanno ricevuto, dovrebbero essere molto peggiori e più egoisti di quanto già non siano. L'emigrazione ha sempre avuto i contorni della tragedia. Quella italiana è costellata di pagine nere. Rinfresco la memoria.

Si cita talvolta, ma non si racconta mai, la faccenda di Aiguesmortes, oggi ridente cittadina provenzale alle foci del Rodano tra gli acquitrini della celebrata Camargue. Allora, era l'agosto del 1893, Aiguesmortes era povera e viveva della raccolta del sale. Contava quattromila abitanti più 800 italiani, in gran parte piemontesi, occupati nelle saline.

Il lavoro sotto il sole ardente era massacrante: le mani tagliate dai cristalli del sale, le spalle scorticate dai canestri usati per il trasporto. Il ministero dell'Interno italiano li aveva ammoniti con una circolare: «Agli operai che si recano in Francia senza prima avere avuto assicurazione di trovarvi un lavoro e che non portano con sé sufficiente peculio, vanno rammentate le ben note difficoltà cui possono andare incontro e le misere condizioni alle quali verranno a ridursi». Ma gli emigranti ci erano passati sopra perché a spingerli, al di là dell'indigenza, era un motivo «politico»: evitare il servizio militare.

L'attività ad Aiguesmortes era saltuaria. Le frizioni con gli indigeni quotidiane. Avevano sempre qualcosa da rinfacciare, considerandoci sporchi, brutti e cattivi. Così nacque il pandemonio. Mentre un torinese mangiava sul bordo della salina, un francese gli gettò della sabbia sul pane. L'uomo non reagì e pulì il pane con il fazzoletto. Poi, per sciacquarlo, usò l'acqua potabile, poca e razionata, in dotazione delle maestranze. Il francese, inviperito, disse: «Se vuoi lavare il fazzoletto, pisse lui dessus, che tanto è lo stesso per un italiano come te». L'altro brandì un coltello e replicò: «Me ne fotto di te e di tutti i francesi». È il dagherrotipo color seppia dei dispetti di questi giorni tra africani e rosarnesi.

La cosa non finì lì. L'indomani, gli italiani fecero una spedizione punitiva contro i locali. Ci scapparono due morti a detta delle autorità. Ma pare non fosse vero. Il giorno successivo, cinquecento francesi iniziarono la caccia all'italiano: «A morte l'Italia. Fuori gli orsi italiani». Intervennero i gendarmi sparando a vista sugli immigrati che si rifugiarono nelle paludi. Molti restarono intrappolati mentre gli inferociti abitanti di Aiguesmortes lanciavano pietre su di loro. Una lapidazione a regola d'arte. Annegarono a decine. Il tiro al bersaglio durò due giorni. Otto ospedali locali rifiutarono di accogliere e curare i feriti. La conta dei morti non dette risultati certi. Chi disse che gli italiani uccisi erano cinquanta, chi cento. Secondo la Treccani furono 400. Questo in Francia e per citare un solo episodio.

La discriminazione degli italiani emigrati in Usa fu più sottile, duratura e crudele. Gli americani, che hanno mentalità razziale, si posero il problema se gli italiani fossero o no dei bianchi. Per decenni la nostra «bianchezza» non fu affatto scontata. Gli emigranti che spesso avevano visi «biscottati» (cotti dal sole) furono assimilati agli afroamericani e vennero perciò chiamati «guinea». Sentendosi autorizzato dai lambicchi di un italiano mondialmente noto, Cesare Lombroso, il Bureau of Immigration distinse tra immigrati del Nord classificati come «celtici» e del Sud considerati «iberici». Nell'aureo dibattito si inserì l'antropologo George A.Dorsey il quale, incaricato dal Chicago Tribune di andare nel Belpaese per dire una parola definitiva, stabilì che il meridionale aveva «ascendenze negroidi».

Gli americani, alla fine, concordarono su questa conclusione: «Gli italiani sono bianchi di colore e non di razza». L'opinione restò ferma fino agli anni Trenta del Novecento ed ebbe il suo peso nell'ingiusta condanna alla sedia elettrica degli anarchici Sacco e Vanzetti. Dunque, con buona pace del benpensantismo illuminato, non è certo nell'emigrazione vissuta sulla sua pelle che l'italiano troverà ispirazione per l'accoglienza. Solo una politica realistica potrà indurlo. Senza chiedergli l'impossibile.



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Quei numeri Ugl che la Polverini tace

di Giancarlo Lehner


Caro direttore,


comincio a sospettare che tu abbia la palla di vetro, attraverso la quale riesci a vedere nitidamente ciò che a noi politici pidiellini sfugge. Sulla candidatura della sindacalista Polverini, tu prendesti una posizione netta, del tutto negativa. Io stesso borbottai qualcosa contro di te, perché la Renata era la nostra governatrice perfetta, piacente a tutti, dai social forum ai compagni apocalittici, dai confederali sino a Caltagirone, pardon, all’Udc di Casini. I finiani, poi, ti diedero del matto e del mascalzone, richiedendo per la centesima volta la tua testa: paradosso di quanto i neo-antifascisti siano più squadristi dei fascisti.

Adesso esce fuori che l’Ugl, il sindacato della Polverini, potrebbe risultare una macchina magica che dà i numeri, non dico come il mago Do Nascimento, ma poco ci manca. Anche Vanna Marchi dava i numeri, ma si beccò, per il vizio di prendere per i fondelli i fessi, secondo me ingiustamente, due esagerati lustri di galera. Nessuno, tuttavia, la candidò alle Regionali del Lazio. Sembra che la Polverini abbia dichiarato 558mila pensionati iscritti alla sua Ugl, mentre ne risultano solo 66mila. Idem, per i ministeriali: di contro ai 171mila conclamati, ce ne sono soltanto 44mila.

Da garantista totale, mi aspettavo che le cifre truffaldine fossero ipso facto clamorosamente smentite dalla Polverini, che, al momento, però, è riuscita soltanto a proferire frasi sconnesse: «Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, non intendo rispondere... ». Non risponde, però quelle cifre gonfiate, fino a prova contraria, sono alla base della sua candidatura nel Lazio, dopo aver propiziato, prendendo per il naso financo l’ingenuo ministro Sacconi, 3 posti nel comitato di vigilanza dell’Inpdap.

Se Sacconi avesse avuto la pazienza di scrutare i dati dell’Aran, l’organismo che certifica la rappresentatività nella pubblica amministrazione, si sarebbe evitato la figuraccia, visto che per quanto riguarda gli statali, l’Ugl comunicò al ministero 12.887 iscritti contro i 6mila reali, mentre per i dipendenti degli enti locali, sparò 54.309 e non la cifra giusta di 16.400. Nel settore della Sanità, poi, un vero miracolo dei pani e dei pesci: 42.124 dichiarati, di contro a soli 3.600 iscritti.

Da notare, inoltre, che i dati forniti dall’Aran sono comprensivi anche del sindacato Cisal, come a dire che la truffa dei numeri è ancora maggiore. Insomma, il sindacato della Polverini avrebbe nella pubblica amministrazione una consistenza pari allo 0,7%, quasi prossima allo zero assoluto.
A questo punto, caro direttore, dovresti chiedere alla Polverini, nell’interesse del Pdl, di Berlusconi e degli stessi finiani, di non rifugiarsi nell’omertà, raccontando per filo e per segno come stanno veramente le cose.

Da parte mia, sono sicuro che i finiani e gli ex retini, da Italo Bocchino a Fabio Granata, così sensibili alle ragioni di Procura e ai filosofemi di Lynch, si uniranno a te, egregio Vittorio, nella ricerca della verità, per chiarire se Renata Polverini debba fare un passo indietro o se possa continuare a rappresentare il popolo laziale della libertà. Attraverso te, Vittorio, vorrei inviare un saluto affettuoso a Vanna Marchi.

Giancarlo Lehner
Deputato del Pdl



Caro Giancarlo,

i numeri sono davvero impressionanti e sarebbe utile ne fosse data una spiegazione. Tuttavia sono convinto che Renata Polverini vincerà nel Lazio le elezioni regionali perché piace alla gente che piace, la quale mi auguro si ricordi anche di votarla.



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Padova: quel concorso confezionato "su misura" per il figlio dell’ex rettore

di Stefano Filippi

Una mail anonima è arrivata al Giornale il 1° dicembre scorso. "Vi comunico che il vincitore della selezione 20009N35 sarà il figlio dell'ex rettore". Un posto a tempo indeterminato. E così è stato 10 giorni dopo, grazie a un concorso dall'esito annunciato



Padova - La mail anonima ma ben informata era datata 1 dicembre. «Vi comunico che il vincitore della selezione 2009N35 dell’università di Padova sarà Federico Milanesi».

Cioè il figlio dell’ex rettore Vincenzo. Il quale aveva già ottenuto un contratto a termine nello stesso ateneo che scatenò un pandemonio. Adesso invece l’augusto genitore ha passato la mano (si parla di lui come un possibile candidato del centrosinistra a governatore veneto contro Luca Zaia): momento giusto perché il rampollo fosse assunto in pianta stabile. E così fu, grazie a un concorso dall’esito annunciato. 

Il risultato della selezione è appeso nella bacheca del Bo, sede dell’università padovana. Selezione pubblica numero 2009N35 per titoli ed esami, bandita il 18 settembre e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il mese successivo. La commissione presieduta dal professor Stefano Merigliano ha svolto le due prove (pratica e colloquio) il 10 e 11 dicembre nel laboratorio Laif di piazza Capitaniato. I 15 iscritti iniziali si sono assottigliati fino a poche unità. Soltanto tre gli idonei, uno il vincitore, l'esimio figlio di cotanto padre. 

Il lavoro è quello di fonico. Tecnico audio. Un impiego che Federico già svolge in università. La figura professionale fu creata nel 2008 all'interno del Master di giornalismo istituito in collaborazione con l’Ordine e diretto (in origine) dal professor Ivano Paccagnella. Milanesi jr vinse la selezione e strappò un contratto di due anni a mille euro il mese. Paparino era ancora in sella e scoppiò il finimondo. 

Del caso si interessò la procura della Repubblica, che aprì un fascicolo poi archiviato. I vertici dell’ateneo finsero di scandalizzarsi. I giornalisti furono i più litigiosi, con polemiche e dimissioni annunciate e ritrattate: alla fine si ritirarono sdegnati. Il Master passò sotto la direzione del preside di Lettere. Federico non dovette rinunciare al contratto ma fu destinato a un diverso settore.
Stavolta invece si fa sul serio. Basta precariato, assunzione definitiva nel centro multimediale universitario. 

Per il quale servono competenze tecniche particolari: la «conoscenza di sistemi informatici di registrazione e post-produzione, di sistemi analogici e digitali per la registrazione, manutenzione e configurazione del sistema di editing audio e video». Per queste mansioni «l’ideale sarebbe un ingegnere elettronico o informatico specializzato in informatica musicale», spiega la mail. Invece il bando chiede la laurea in Scienza della comunicazione o al Dams (Discipline delle arti, musica e spettacolo): guarda caso, è proprio il titolo posseduto da Federico. 

Così per la commissione non c’è il rischio di trovarsi concorrenti che ne sappiano più di lui dal punto di vista ingegneristico.Un concorso su misura. Che contiene anche alcune incertezze tecnico-scientifiche, a detta della mail: che cosa vuol dire «registrazione e post-produzione» senza specificare «di documenti sonori e digitali»? E quel «posizionamento microfoni» invece di «tecniche di ripresa microfonica»? Di quale «manutenzione» si parla? Pulire e spolverare l’impianto? E poi quel «sistema di editing audio e video» senza accenni alle caratteristiche della strumentazione in possesso dell’ateneo. In commercio ne esistono migliaia. «Il bando è così poco preciso che sembra scritto dallo stesso vincitore in pectore».

L’università italiana è il regno delle baronie e dei concorsi pilotati. E chi non vanta padri nobili e santi in paradiso si rassegna. «Non sono un veggente - scrive il “quarantenne disoccupato” che ha spedito la mail alla redazione del Giornale -. Sono una persona molto più preparata di Federico sulle materie del colloquio, e il mio curriculum non è neppure confrontabile con il suo. Per me sarebbe un sogno avere finalmente un contratto a tempo indeterminato. Quindi mi è stato consigliato di non partecipare a questo concorso perché “tanto riusciremmo lo stesso a far vincere Federico, ma se partecipi tu ci rompi le scatole e ti puoi scordare futuri possibili contratti con l'università”.

Io volevo partecipare lo stesso, ma la mia compagna, una giovane ricercatrice, mi ha minacciato: “Diranno che sono la compagna di un rompicoglioni e non mi prenderà più nessuno”. Potevo farle torto? No. Sono stanco di partecipare a selezioni universitarie, fare prove di concorso eccellenti e sentirmi telefonare dal presidente della commissione che mi dice: “Sei stato molto bravo, ma sai che questo concorso non era per te”. Addirittura una volta mi hanno mandato una mail. Non credereste ai vostri occhi».




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Giovane inglese stuprata a Dubai: denuncia e la arrestano per adulterio

di Fausto Biloslavo


Un inserviente dell'hotel la violenta in bagno. Ma la polizia la incrimina per aver fatto sesso fuori dal matrimonio con il compagno

 


Una ragazza inglese di 23 anni denuncia uno stupro. La polizia fa spallucce ed invece di indagare sulla violenza la incrimina per aver fatto sesso al di fuori del matrimonio. Non è un brutto incubo notturno che sparisce al mattino, oppure uno scherzo di cattivo gusto. Purtroppo si tratta di una storia incredibilmente vera capitata a due fidanzati, che avevano deciso di concedersi tre giorni di vacanza per Capodanno. L’errore è stato scegliere come meta Dubai, una città che molti occidentali scambiano per la capitale da “Mille e una notte” del Golfo Persico. In realtà negli Emirati Arabi si può finire in galera per colpa di precetti medievali imposti dalla legge di Allah.

I giornali britannici hanno raccontato la vicenda di una giovane inglese di origini pachistane, che l’ultima notte dell’anno alza un po’ il gomito in un albergone della famosa Marina di Dubai. Con il fidanzato, vent’anni più stagionato, che le chiede la mano per sempre, vuole solo passare una vacanza indimenticabile. Invece il sogno si trasforma in un incubo ad occhi aperti. Dopo aver bevuto, la ragazza, di cui non viene fatto il nome per evitare ulteriori ritorsioni, si ritira in un bagno dell’Address Hotel. 

Un dipendente dell’albergo la segue e la violenta. All’inizio la ragazza non dice nulla, ma poi scoppia in lacrime con il futuro marito. Il giorno dopo la coppia va dalla polizia per denunciare lo stupro. Raccontano anche che avevano bevuto un po’ passando la notte assieme. Gli zelanti poliziotti non ci pensano due volte e li incriminano per avere fatto sesso al di fuori del matrimonio. A nulla vale spiegare che vogliono comunque sposarsi. Un esame del sangue prova che la donna ha bevuto, altro grave reato secondo la legge islamica. 

Non è finita. I ferrei esecutori della Sharia vanno a prendere il presunto violentatore. Lui giura che la ragazza era consenziente. Nessuno si sogna di far eseguire una perizia medica: l’accusa di violenza sessuale salta, ma il sospetto si becca comunque l’incriminazione per aver fatto sesso al di fuori del matrimonio.

Ai fidanzatini inglesi viene sequestrato il passaporto e li sbattono in cella per una notte. Poi riescono ad uscire pagando una cauzione, ma non possono lasciare il Paese. La ragazza viene consigliata di far cadere la storia dello stupro. Invece dovrebbe ammettere la grave colpa di aver bevuto e sposarsi subito con il fidanzato per poter tornare a casa. Dal “paradiso” di Dubai la poveretta confessa al tabloid Sun: «Ho sempre sognato un matrimonio in grande con la mia famiglia in Inghilterra, ma adesso voglio solo sposarmi il più in fretta possibile per andarmene da questo posto».
Una città luccicante di grattacieli, grandi magazzini, lusso sfrenato, che talvolta si trasforma in una trappola per gli occidentali conquistati dal suo miraggio.

Lo scorso anno Michelle Palmer, 36 anni, si è beccata tre mesi di carcere ed una multa per aver fatto un po’ di sesso di nascosto su una spiaggia. Il compagno era pure lui occidentale. Vita dura anche per le divorziate, come Marnie Pearce, 40 anni, per una presunta relazione extraconiugale. La prima sentenza le aveva affibbiato sei mesi, poi ridotti a tre ed una multa di 700 euro. Sally Antia, un’altra inglese, e il suo accompagnatore sono stati arrestati all’alba, all’uscita di un hotel di Dubai. Colpevole di sesso al di fuori del matrimonio, i bacchettoni islamici l’hanno condannata a due mesi di carcere, poi ridotti in appello.

L’incubo più assurdo è toccato a Roxanne Hillier, una bionda sudafricana, che lavorava come sub per i turisti nell’esotico centro di Khawr Fakkan a est di Dubai. Rea di essersi appisolata un attimo in ufficio mentre al piano superiore c’era Mohammed, il suo capo. Da fuori l’hanno vista e hanno chiamato la polizia. Il principale arabo ha giurato che non era successo niente, ma non gli hanno creduto. La povera sub si è beccata tre mesi di galera per essere stata trovata da sola con un uomo che non era suo marito. A Mohammed, invece, la clemenza islamica ha inflitto una condanna di appena due settimane.

www.faustobiloslavo.eu



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