mercoledì 13 gennaio 2010

Facebook trascina in tribunale chi spinge ai "suicidi" virtuali

Repubblica


ALCUNI preferiscono darci un taglio netto. Altri la fanno finita, ma poi ci ripensano. Altri ancora lasciano che sia un software a effettuare per loro l'ultimo click. È il variegato mondo dei suicidi, o aspiranti tali, virtuali.

Per gioco o perché la dipendenza dai social network è troppo forte, perché si è sfufi del proprio data-body ed è meglio rifarsene uno nuovo, o semplicemente perché è più bello passare il tempo con persone in carne e ossa, sono sempre di più gli utenti che cancellano profili, avatars, feeds, e tracce personali nella fitta rete di relazioni del Web 2.0.

Che il fenomeno abbia raggiunto livelli di guardia è evidente dal fatto che alla defezione personale si stia affiancando un esodo sempre più organizzato, premeditato, collettivo. Due servizi Seppukoo e Web 2.0 Suicide Machine permettono infatti agli utenti di staccare la spina da social network come Facebook, Myspace, LinkedIn e Twitter attraverso una procedura automatizzata.

Lanciati entrambi nel mese di dicembre, i due software sono finiti da qualche giorno sotto il fuoco del team legale di Facebook, che contesta loro la violazione della Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità degli utenti Facebook. Non solo, mentre gli avvocati delle parti interessate sono impegnate nelle schermaglie preliminari di quella che potrebbe essere una lunga battaglia legale, Facebook ha bloccato l'accesso al proprio network dai due siti, rendendoli così inefficaci.

Creato da Les Liens Invisibles (Le Connessioni Invisibili), gruppo di net artisti italiani formato da Clemente Pestelli e Gionatan Quintini, Seppukoo permette agli utenti di cancellare il proprio profilo seguendo una procedura "ritualizzata" (il seppuku è il suicidio rituale dei samurai giapponesi). Per effettuarlo l'utente Facebook inserisce il proprio nome utente e password su Seppukoo.com, compone una pagina Web con cui essere ricordato/a, e scrive un biglietto d'addio.

Il servizio disattiva l'account, spedisce le sue ultime parole al suo intero network di amici, e gli attribuisce un punteggio. Quanti più amici dell'utente suicidato decidono di imitare il suo gesto, tanto più l'utente ottiene un punteggio alto su Seppukoo.com - un meccanismo volto a incentivare il carattere virale dell'azione. Nel giro di poche settimane infatti, e prima dello stop di Facebook, Seppukoo avrebbe disconnesso circa ventimila utenti. Effettuata la rimozione, il servizio consentiva comunque agli utenti di riattivare il proprio profilo.

Più radicale l'approccio della Suicide Machine, una piattaforma lanciata da poche settimane da Moddr Lab, laboratorio multimediale di stanza a Rotterdam, coordinato dall'artista austriaco di origini bosniache Goran Savicic. In questo caso, una volta lanciata la Suicide Machine, gli utenti non possono più tornare indietro. Il programma inizia cambiando la password utente (il che significa che diventa impossibile riattivare il proprio account Facebook) e la foto del profilo utente. Poi procede alla rimozione di tutti i suoi amici, dei gruppi cui è iscritto e di tutti i suoi post.

Infine, crea una pagina di commemorazione con una foto e poche parole d'addio e, per chi loro richiede, un video-ricordo del processo di cancellazione. Inoltre la Suicide Machine permette agli utenti di disconnettersi anche da Myspace, LinkedIn e Twitter. Ma a differenza di Seppukoo, e probabilmente per il carattere irreversibile dell'azione, la Suicide Machine avrebbe disconnesso finora "solo" 900 utenti, un numero che dopo lo stop di Facebook, arrivato nei primi giorni del 2010, non sembra destinato a salire di molto.

Difficile prevedere quale sarà l'esito della battaglia legale in corso. La principale contestazione che i legali di Facebook muovono ai due servizi è di fare phishing, cioé di utilizzare i dati personali dei suoi utenti e di farlo senza il loro consenso. I gestori dei siti rivendicano invece il diritto degli utenti di disporre come meglio credono dei propri dati personali.

Come dichiara a Repubblica.it Guy McMusker, art director e portavoce immaginario di Les Liens Invisibles, le richieste di Facebook "sono ingiustificate e nascondono la volontà di mantenere una posizione di monopolio nel sistema dei network e, soprattuto, nella conservazione e gestione dei dati dati personali che l'uso di questo sistema consente di ottenere a chi lo gestisce. In realtà - prosegue McMusker - le informazioni che risiedono sul sito seppukoo.com ci sono state comunicate volontariamente e coscientemente dagli iscritti a Facebook che ne sono gli unici titolari e che devono poter disporre di queste come vogliono; devono dunque avere la facoltà di poterle condividere con chiunque, anche esterno a Facebook e senza le imposizioni di Facebook."

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Libia, libertà dal carcere per chi studia il Corano

di Redazione

La proposta del Consiglio Supremo di Giustizia: imparare i versetti del Corano per ottenere l'uscita anticipata dal carcere per i detenuti comuni





Tripoli - Imparare i versetti del Corano a memoria potrebbe diventare presto, in Libia, la via di uscita anticipata dal carcere per i detenuti comuni. Non è ancora realtà, ma la proposta è ora al vaglio del Consiglio Supremo di Giustizia, l’organo che esercita il potere giudiziario in Libia. Una misura che potrebbe diventare ben presto un diverso sistema di uscita anticipata dal carcere in un Paese che sta facendo una politica di amnistie, anche di detenuti ex-terroristi. Meccanismi che ha portato allo svuotamento di alcune storiche carceri. 

Il Corano in cambio della libertà La decisione di includere nell’amnistia "anche le persone che imparano a memoria il Corano", come si legge oggi sul quotidiano arabo on linea Al Manara, e quindi di introdurre lo studio del libro sacro per i musulmani come metodo di riabilitazione per i detenuti, farà parte delle disposizioni soggette a ratifica del Consiglio Supremo di Giustizia, la cui prima riunione ordinaria per l’anno 2010, è stata diretta dallo stesso Ministro della Giustizia, Mustapha Abdul Jalil. Il metodo della riabilitazione dei detenuti, che passa attraverso lo studio del Corano, è stato già applicato ai prigionieri rilasciati lo scorso ottobre, circa un centinaio, tutti ex appartenenti al Gruppo Combattente Libico Islamico (Lifg), legato ad Al Qaida, e al Gruppo cosidetto Jihad. Gli ex miliziani islamici, sotto gli auspici della Fondazione Gheddafi, hanno trascorso due anni studiano il corano e rivedendo le loro convinzioni politiche. 

Il programma di riabilitazione I prigionieri, che hanno aderito al programma di "riabilitazione" attraverso lo studio del testo sacro e che erano tutti detenuti da più di dieci anni nel carcere Fellah di Tripoli, nel quartiere Abu Slim, rappresentavano il terzo gruppo di detenuti islamici liberati in Libia negli ultimi due anni. La proposta di questi giorni, di liberare chi studia il Corano, fa seguito alla fase di amnistie e rilasci che sono iniziati in concomitanza con i festeggiamenti per il quarantesimo anniversario di Gheddafi al potere. Lo scorso primo settembre è infatti passata la decisione di dare la grazia a 1.273 detenuti e di sostituire la pena di morte con l’ergastolo per tutti coloro che erano stati condannati alla massima pena prima del primo settembre.




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Statua romana dal valore inestimabile nel cortile di un condominio

Corriere del Mezzogiorno

a napoli: era lì dagli anni '30
Fuorigrotta, la scultura d'epoca romana posta sotto sequestro dai carabinieri. Ritrae un imperatore

NAPOLI - Valore? Inestimabile. Eppure una statua in marmo di un imperatore romano giaceva nell'androne di un palazzo a Napoli. Grande lo stupore dei condomini dello stabile di Fuorigrotta quando i carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale hanno posto sotto sequestro il cimelio. La scultura in marmo bianco priva di testa faceva bella mostra nel cortile del palazzo sin dagli anni ’30. La statua ritrae un imperatore di epoca antonina.

INDAGINI - Il ritrovamento è il frutto di una serie di indagini, coordinate dalla procura della Repubblica di Napoli, sugli scavi clandestini e la relativa ricettazione di reperti archeologici. Per trovare la statua, i carabineri hanno affrontato una vera e propria corsa contro il tempo perché l’imperatore, guarda un po', faceva gola anche alla delinquenza locale, ben informata sul valore dell'opera da qualche ricettatore-collezionista senza scrupoli.

LA STORIA - In base alla ricostruzione fatta dagli inquirenti, la statua venne rinvenuta durante i lavori di costruzione del fabbricato che risale agli anni ’30. Secondo gli esperti dei militari, l’opera ha un rilevante interesse archeologico: si tratta infatti di una scultura di notevole e pregiata fattura, che faceva probabilmente parte di un monumento dedicato a un imperatore di età antonina, eretto lungo la via per Pozzuoli, subito dopo l’uscita della crypta neapolitana. Sculture simili sono esposte nei più importanti musei archeologici del territorio.

LA TASK FORCE AL LAVORO - All’operazione di recupero ha contribuito una task force composta anche dai funzionari archeologi della soprintendenza speciale di Napoli e Pompei che hanno provveduto a prelevare e a trasportare la statua nel laboratorio di conservazione e restauro del museo archeologico nazionale di Napoli.

R. W.
13 gennaio 2010




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Guatemala: il presidente non è il mandante dell'omicidio di Rosenberg

Corriere della Sera


L'avvocato ha assoldato un killer per farsi uccidere e in questo modo accusare il capo dello Stato



WASHINGTON (USA) - Questa è una storia da film. La scena è il Guatemala. Nei primi giorni di maggio l’avvocato Rodrigo Rosenberg registra un drammatico video nel quale afferma: «Se verrò ucciso, i mandanti del mio omicidio sono il presidente Alvaro Colom, la moglie e il suo segretario personale». Poi consegna il filmato in mani sicure. Il 10 maggio il legale viene assassinato mentre è in giro in bicicletta. L’agguato provoca furiose proteste, dimostrazioni di piazza ed una richiesta di incriminazione per il presidente Colom, esponente di centro-sinistra in lotta con l’elite del paese. L’attentato all’avvocato sembra il classico «delitto di stato». Oltre all’inchiesta locale, parte un’indagine affidata alle Nazioni Unite che, dopo mesi di analisi e verifiche, è arrivata ad una clamorosa conclusione: Rosenberg ha pianificato il suo omicidio. E per portare a termine il piano ha ingaggiato con l’aiuto di due cugini un killer che poi ha eseguito la missione. Ma i parenti – hanno accertato gli inquirenti - non sapevano chi fosse l’obiettivo, pensavano di doversi occupare di «un nemico».

Video

COMPLOTTO - La svolta nell’inchiesta è stata resa possibile dall’analisi dei tabulati telefonici. Si è scoperto che Rosenberg ha utilizzato due cellulari: uno per inviare messaggi di minaccia a se stesso, l’altro per tenere i contatti con il sicario. L’avvocato era molto depresso ed aveva problemi familiari. Una situazione aggravata dall’uccisione di un importante imprenditore, Kalil Mousa, e della figlia Marjory che aveva una relazione con Rosemberg. Un delitto misterioso all’origine di sospetti e polemiche nei confronti del presidente Colom. Nelle settimane precedenti all’agguato Rosenberg aveva comprato due tombe – una per sé e l’altra per Marjory -, quindi aveva sistemato i suoi affari per non lasciare pendenze ed aveva annunciato che si sarebbe ritirato dall’attività. Un’uscita di scena pianificata fino all’ultimo dettaglio con l’obiettivo finale di portare all’incriminazione del presidente e ad un’inevitabile destituzione.

Guido Olimpio
13 gennaio 2010



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La Coop ti spia

Libero

di Gianluigi Nuzzi


Direttori di supermercati, manager, sindacalisti e poi giù sino a cassieri e persino i magazzinieri. Dopo lo scandalo Telecom, dei dossier predisposti sui dipendenti, emerge una nuova inquietante vicenda di microspie nei luoghi dove si lavora. In diverse coop in Lombardia sono state piazzate telecamere nascoste e sistemi di registrazioni audio per spiare i movimenti, le parole, i segreti, la vita privata di decine e decine di dipendenti. Occhi nascosti,piazzati negli uffici, nei box office, nei punti vendita, persino ai piani nobili della direzione centrale di Coop Lombardia.

Ma non solo filmati sui dipendenti. Venivano installati anche impianti di intercettazione nei centralini dei supermercati che registravano ogni telefonata. Centinaia e centinaia di conversazioni che venivano ascoltate, filtrate e vagliate. Da quelle innocenti sull’influenza dei figli di qualche dipendente sino alle storie di amori e amanti tra colleghi, di scontri tra cordate avverse di manager.

Libero ha raccolto prove di quanto accaduto. Ha sentito quasi un migliaio di file audio, visionato decine di filmati girati da telecamere nascoste in numerosi punti vendita. Il materiale inevitabilmente sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria che vorrà valutare la rilevanza penale di quanto accaduto, sempre che qualche inchiesta non sia già avviata. Individuare chi ha autorizzato, organizzato e predisposto questo monitoraggio sui dipendenti delle coop.

Chi ne era a conoscenza ed ha avvallato la rete clandestina d’ascolto. E, quindi capire soprattutto i motivi di questa attività d’ingerenza, i riflessi operativi che la raccolta informativa permetteva nei rapporti con dirigenti, quadri, maestranze sino a figure più sensibili come i sindacalisti. A noi, quindi, interessa soprattutto far luce su questo scandalo d’incursioni nella vita e nei segreti dei dipendenti di una grande azienda. Incursioni che fanno carta straccia dei diritti minimi dei lavoratori e di qualsiasi prerogativa sindacale. politici in ballo

Da quanto Libero è in grado di ricostruire l’idea di monitorare l’attività dei dipendenti con  ricognizioni audio e video risale agli inizi del 2004. All’epoca, da quanto affermano tre diversi testimoni, l’allora responsabile sicurezza di Coop Lombardia, Massimo Carnevali, avrebbe contattato un’azienda  di intercettazioni dell’hinterland milanese per predisporre un progetto pilota affinché tutte le conversazioni venissero registrate.

L’idea di partenza era quella di estendere poi l’iniziativa a tutti i 50 punti vendita della regione. In modo che rimanessero custodite tutte le conversazioni che passavano dai centralini. Il primo progetto cadde sulla coop di Vigevano, alle porte di Pavia. Nel maggio del 2004 venne installata la prima centrale occulta d’ascolto. L’operazione avvenne di notte con gli operai della ditta specializzata che entrarono nella coop dopo che i responsabili sicurezza del supermercato avevano disinserito l’allarme. La centrale rimase attiva tre settimane e vennero raccolte oltre 800 telefonate. Nei mesi successivi vennero filtrate e ripulite da rumori e brusii di sottofondo.

Dove queste siano finite ancora non è chiaro. Di sicuro il cd rom con tutte le conversazioni venne consegnato, alla presenza di testimoni, alla direzione centrale di Coop Lombardia di viale Famagosta: all’incontro avrebbe partecipato anche Daniele Ferré, già vice sindaco di Busto Arsizio in quota Pds poi arrestato per concussione durante Mani pulite, uno dei dirigenti di rilievo del colosso della distribuzione in regione. Ferrè nel 2004 uscì assolto dalle accuse, veltroniano, oggi ricopre un incarico di primo piano nel mondo delle cooperative: è direttore sviluppo e affari istituzionali di Coop Lombardia, nella direzione di Legacoop Lombardia e partecipa all’assemblea regionale del Pd. I file audio raccontano storie di varia umanità che all’orecchio di chiunque possono sembrare persino innocenti.

Figli ammalati, litigi tra coniugi tra le conversazioni private ma anche storie segrete di amori nascosti tra dipendenti che avevano la doppia vita tra amante e famiglia. Debolezze, umanità che forse potevano interessare a chi doveva mettere in atto giochi di forza.

Mentre era allo studio il progetto delle intercettazioni audio,  la stessa società venne coinvolta in altri delicatissimi incarichi. L’installazione di telecamere nascoste sia all’ipercoop “la Torre” di Milano, ad esempio, con la giustificazione di riprendere eventuali dipendenti sleali, sia alla direzione generale,  nel dicembre del 2007. Nel frattempo entra in azione un’altra telecamera nascosta in direzione generale.

Stavolta l’obiettivo si allarga su E.A. che si occupa di qualità e di rapporti con i clienti. Per settimane, a sua insaputa, viene registrato ogni movimento in ufficio. La dipendente è una figura sensibile visto che ricopre anche la carica di sindacalista. Il perché di questa azione non è chiaro. Non si capisce se qualcuno all’interno di coop abbia voluto creare un dossier sulla donna o se ci fossero dei motivi particolari a stringere lo zoom sui suoi movimenti. La voce all’interno di coop, seccamente smentita dall’interessata, è che violasse la corrispondenza di un collega. Fosse anche così non è una giustificazione per filmarne i movimenti dietro i quadri

Che non si tratti di episodi isolati ma di scelte strategiche nei rapporti con i dipendenti in modo da conoscerne ogni lato e sapersi comportare di conseguenza lo si evince dal numero di telecamere nascoste piazzate negli ultimi anni. Da quanto è in grado di ricostruire Libero, limitandosi agli episodi certi e documentati con materiale video, il Grande Fratello era presente anche alle coop di Bonola e in quella di via Palmanova. Riprese sulle cassiere, nei magazzini, con l’occhio vigili nascosto dietro a quadri e orologi. Telecamere abusive quindi che venivano installate all’insaputa dei dipendenti e che filmavano con inquadrature e angolature diverse rispetto a quelle predisposte per la sicurezza della coop.
 
13/01/2010




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Avvenire : "Augias chieda scusa"

Libero

Avvenire non ci sta. Dopo le dichiarazioni di ieri a Rai3 di Corrado Augias, oggi il quotidiano dei Vescovi italiani - in un editoriale - chiede ad Augias di scusarsi.



"Sarò molto brutale - aveva detto ieri Augias - "un medico mi ha detto che se il signor Englaro invece di fare tutto questo putiferio, avesse mollato 100 euro alla monaca, la cosa si risolveva in pochi minuti". Dichiarazioni pesantissime, che non sono piaciute alla Chiesa e al quotidiano di riferimento dei cattolici italiani.
Scrive infatti Avvenire: "La 'cosa' (a cui si riferisce Augias, ndr) è la vita di Eluana. I '1oo euro' il prezzo della morte procurata della giovane donna. La 'monaca' una delle religiose misericordine che - come madri e sorelle hanno accudito la giovane disabile negli anni del suo stato vegetativo. Non è solo stato molto brutale - prosegue l'editoriale -. Augias è stato sprezzante e volgare. E per amor di polemica ha osato insultare - dalla tv di stato la dedizione delle suore di Lecco e di qualunque altra religiosa che si china sugli ammalati negli ospedali del nostro Paese. È intollerabile. Se non era questa l'intenzione, lo dica chiaro. E comunque, ad ogni 'monaca', chieda scusa". Si conclude così il fondo della prima pagina odierna del quotidiano dei Vescovi cattolici italiani.
13/01/2010




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I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»

Corriere della Sera

PALERMO — «Sicuramente il Dell’Utri ha gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontate che a persone a loro legate», dice Massimo Ciancimino riferendosi al senatore del Popolo della Libertà e al capomafia degli anni Settanta. Il pubblico ministero domanda da dove il figlio dell’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino tragga tanta sicurezza , ma la risposta è coperta da un lungo «omissis». Si riprende a parlare dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e un altro boss, Bernardo Provenzano. Di che tipo erano? «Molto stretti, molto stretti... C’era rapporto diretto, tant’è che mio padre quando aveva bisogno di avere favori da quel partito che poi era nato (Forza Italia, ndr), bozze di legge, il punto di riferimento era sempre il Lo Verde», che poi sarebbe Provenzano.

Dice proprio così, Massimo Ciancimino, in uno degli oltre venti verbali riempiti in un anno e mezzo di interrogatori depositati al processo contro gli ufficiali del carabinieri Mori e Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la presunta mancata cattura dello «zio Binnu»: negli anni Novanta, tramite il latitante più longevo di Cosa Nostra, a suo padre all’epoca detenuto arrivavano i disegni di legge da discutere in Parlamento. Compreso uno presentato da alcuni deputati del centrodestra a favore della dissociazione dei mafiosi: «Fu fatto avere da Dell’Utri a Provenzano e Provenzano lo fece avere a suo padre?», domanda il pubblico ministero riassumendo quel che il giovane Ciancimino ha detto fin lì, e il testimone (imputato in un altro processo dov’è stato condannato per riciclaggio) conferma: «Sì».

Non si fermano dunque alla «trattativa» del 1992 le fluviali deposizionidel figlio dell’ex sindaco condannato per mafia morto nel novembre 2002. Parla di contatti e contrattazioni proseguiti anche dopo, di cui suo padre— dice— fu «agnello sacrificale» nella stagione in cui i partiti tradizionali furono spazzati via dalle inchieste giudiziarie e sulla scena politica irruppe Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi con l’apporto di Dell’Utri. Ciancimino jr riassume così, dopo un altro «omissis», i ragionamenti dell’ex sindaco: «Io vendo Riina, mi arrestano, e chi mi sostituisce, continua a dialogare col Provenzano e poi va alla fase della nascita di questo partito è Marcello Dell’Utri». Che suo padre non conosceva, a differenza del boss latitante.

CONTATTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO - I magistrati chiedono se ci sono stati colloqui diretti tra Provenzano e il senatore, e Massimo Ciancimino risponde: «Sì, erano stati fatti, l’amico gli aveva spiegato che si erano riuniti...», e il verbale torna ad essere segreto. Quale fosse il canale il testimone dice di non saperlo, ma «sicuramente era diretto... Mio padre parlava direttamente con Lo Verde (cioè Provenzano, ndr) e Lo Verde parlava con Dell’Utri. Questo è quello che mi ha riferito mio padre». Il quale commentava col figlio i pizzini in cui il boss discuteva, nel 2000, della possibile amnistia e di altre vicende: «Dell’Utri gli manda a dire che era stata fatta una riunione a tal proposito, che loro erano tutti d’accordo a votare l’amnistia da cui mio padre si aspettava tanto». Al giovane Ciancimino, però, non piace parlare di certi argomenti: «Come ho avuto paura a suo tempo, continuo ad avere paura adesso».

Racconta di strane visite di personaggi qualificatisi come carabinieriche gli consigliavano di non parlare della trattativa, e l’incontro avuto qualche mese fa a Parigi («era il giorno che dovevo prendere il papello», cioè il foglio recapitato nel ’92 con le richieste mafiose allo Stato per far cessare le stragi) col giornalista ex senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi: «È un personaggio che mio padre conosceva da tempo, lo collocava vicino ad ambienti di Servizi... Mi ha chiesto spiegazioni in quello che era la trattativa...».

L’attendibilità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino è tutta da verificare, anche se i pubblici ministeri di Palermo lo ritengono credibile. Per questo lo porteranno a testimoniare nel processo contro Mori e Obinu, accusati di aver lasciato libero Provenzano, nel 1995; forse per i «patti» siglati con l’ex sindaco (e tramite lui con lo stesso boss) in cambio della cattura di Riina. Ipotesi che i due imputati, e con loro l’ex capitano Ultimo che mise le mani sul capomafia corleonese il 15 gennaio 1993, hanno sempre respinto con sdegno.

LE GARANZIE SUL COVO DI RIINA - Le «garanzie» sul covo di Riina Ma Ciancimino jr racconta un’altra storia, e spiega che quando si venne a sapere della mancata perquisizione del rifugio del latitante (episodio per il quale Mori e Ultimo sono stati già processati e assolti), suo padre commentò che così doveva andare: «Era una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che i carabinieri ovviamente diedero... Riina era solito vantarsi di tutta una serie di documentazione che conservava, perché se un domani lo avessero dovuto arrestare crollava l’Italia, succedeva un finimondo». Magari lo «zio Totò» bluffava, ipotizzavano Provenzano e Ciancimino, ma meglio non rischiare: «Una delle cose che bisognava fare era mettere al sicuro tutto questo patrimonio di documentazione».
 
Quanto ai colloqui tra i carabinieri e suo padre, il testimone riferisce che furono gli stessi ufficiali Mori e De Donno (quest’ultimo gli avrebbe promesso che su quei contatti sarebbe calato addirittura il segreto di Stato) a confermare all’ex sindaco che della «trattativa» erano informati gli exministri Mancino e Rognoni; facevano parte di governi diversi e hanno sempre negato, ma Ciancimino jr insiste nella sua versione, che include anche un abboccamento con l’allora parlamentare del Pds Luciano Violante, richiesto esplicitamente da suo padre. E dei contatti con l’Arma sapeva tutto (al pari di Provenzano) il misterioso «signor Franco», il «collettore» legato ai servizi segreti che pure s’incontrava con Ciancimino padre.

ALTRI POLITICI E I «MISTERI D'ITALIA» - Altri politici e i «misteri d’Italia» Nei pizzini inviati da Provenzano all’ex sindaco, tra i contatti è indicato anche un «pres.», un presidente, che secondo il figlio di Ciancimino sarebbe l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Di lui il testimone mostra di non sapere molto, ma ricorda: «Quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima spesso rimanevo fuori in macchina, e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. I tre autisti erano questi... Gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no».

Nei suoi interrogatori il giovane Ciancimino non si limita a parlare della trattativa degli anni Novanta e primi Duemila, ma distribuisce pure qualche rivelazione sui meno recenti misteri della storia italiana. Racconta del sequestro Moro, e svela un ruolo dei Servizi contrario a quello che si potrebbe immaginare: «Mio padre mi disse che era stato pregato, per ben due volte, di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Provenzano affinché si attivassero per aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Aldo Moro ».

Non volevano più cercare il presidente della Dc rapito dalle Brigate rosse, insomma, mentre due anni più tardi, nel giugno 1980, Vito Ciancimino — che secondo il figlio faceva parte della struttura segreta di «Gladio»—e i suoi contatti istituzionali (compreso l’ex ministro dc Attilio Ruffini, dice Massimo) vennero a sapere «della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il Dc9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse per niente... e qualora ci fosse stato bisogno di interventi di qualsiasi tipo, i Servizi dovevano poter contare su mio padre».

Giovanni Bianconi
13 gennaio 2010






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Google sotto attacco in Cina basta censura, ma rischia stop

Repubblica

Dopo i raid di pirati informatici che volevano accedere a caselle di posta di militanti cinesi per i diritti civili, Mountain View ha deciso di non compiacere più Pechino: lascerà liberi i risultati sul suo sito


dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI



NEW YORK -  Google minaccia di abbandonare la Cina. L'annuncio clamoroso è arrivato ieri dal quartier generale di Mountain View, nella Silicon Valley californiana, al termine di una escalation di tensione fra il colosso di Internet e il regime di Pechino. I vertici di Google hanno rivelato che il loro motore di ricerca - nella versione in mandarino - è stato fatto oggetto di attacchi sempre più frequenti da parte di hacker cinesi, che si sospetta siano al servizio della censura di Stato.

Gli attacchi più gravi, che hanno portato all'annuncio di ieri, hanno violato le e-mail di alcuni attivisti per i diritti umani, oltre che di grandi imprese occidentali. In un blog del gruppo, i dirigenti di Google ieri sera hanno rivelato di avere "scoperto un attacco mirato ed altamente sofisticato contro la nostra infrastruttura, originato dalla Cina". Ulteriori indagini interne hanno confermato che il bersaglio principale sono stati "gli account G-mail di diversi militanti per i diritti civili".

Google non ha esplicitamente accusato il governo cinese di essere il regista di questa violazione. Tuttavia la reazione del gruppo californiano non lascia dubbi. Infatti come risposta a questa offensiva senza precedenti, Google ha deciso che non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese.

Interromperà cioè quella politica di cooperazione con le autorità della Repubblica Popolare che in passato era stata oggetto di polemiche negli Stati Uniti: secondo le ong che difendono i diritti umani infatti Google avrebbe praticato un "collaborazionismo" con la censura di regime, pur di avere accesso al mercato online più grande del mondo (così come Yahoo che arrivò a macchiarsi di delazione consegnando alla polizia cinese le email personali di un dissidente).

Assunto chi sa il ladino di Bolzano

La Stampa

FLAVIA AMABILE

Le università proprio non ne vogliono sapere. Le regole e le buone intenzioni del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini giacciono in un angolo dimenticate mentre rettori e docenti fanno di testa loro. Gli stanziamenti per assumere ricercatori sulla base della normativa voluta da Mussi tre anni fa sono arrivati alle università poco prima di Natale dopo una lunga attesa. Permetteranno di assumere poco meno di 700 persone, un terzo rispetto alle cifre promesse solo pochi mesi fa dal ministro, sei volte di meno rispetto alle promesse di due anni fa. Ma la macchina dei concorsi si è mossa e durante le vacanze di Natale sono apparsi i primi bandi.

Soltanto il Politecnico di Torino applica in pieno la riforma del ministro Gelmini che impone regole di maggiore trasparenza e rigore e abolisce ad esempio ogni tipo di prova orale. Le altre università sembrano far finta di nulla, in alcuni casi violano in modo palese le nuove norme, in altri inseriscono condizioni quasi impossibili se non per pochi eletti. E quindi i concorsi che potrebbero vedere soltanto tra molto tempo la proclamazione dei vincitori. I ricercatori che avrebbero i requisiti per candidarsi e non potranno farlo per gli ostacoli posti dalle facoltà, hanno già annunciato una pioggia di ricorsi.

Più o meno è quello che accade da un anno a questa parte, da quando è entrato in vigore il decreto Gelmini con le nuove regole. Sono circa 370 i concorsi che corrono il rischio di essere annullati, sei su 10 di quelli banditi. «Non escludiamo di prendere in considerazione possibili ricorsi contro i bandi di concorso irregolari. Ci chiediamo anche cosa aspetti il Ministero a far applicare rigorosamente norme che sembra aver fortemente voluto, o se preferisca invece lasciare che centinaia di concorsi rischino l'annullamento», spiega Francesco Cerisoli, presidente dell’Apri, l’associazione dei precari della ricerca.

Sulla prima Gazzetta Ufficiale del 2010 sui concorsi è apparso soltanto un bando. Si tratta di un concorso da ricercatore indetto dalla «Libera Università di Bolzano» presso la Facoltà di Scienze della Formazione nel settore Glottologia e Linguistica.

Dovrebbe poter fare domanda chiunque abbia compiuto studi che attengono a quel tipo di disciplina. E, invece, l’università di Bolzano inserisce un requisito del tutto irregolare in base alle nuove norme. E' infatti scritto «La prova orale accerterà anche la conoscenza della lingua straniera». In una sola frase ci sono già due irregolarità: le nuove regole della Gelmini non prevedono alcuna prova orale e tantomeno la verifica di una lingua straniera. 


In ogni caso, in neretto, si specifica che la lingua straniera da conoscere è il ladino, ovvero la lingua delle valli altoatesine, che nemmeno potrebbe essere considerata una lingua straniera a rigor di termini. Paul Videsott, che all’Università di Bolzano insegna ladino, riconosce che si tratta di una forzatura. «Non avevamo un altro modo, le formula per i bandi sono molto rigide ma no avevamo bisogno di un docente per la nostra scuola di formazione in ladino, ci serviva qualcuno con una preparazione specifica e la conoscenza della lingua. 

Sapevamo di fare una cosa nuova, mai prima si era richiesto il ladino e sarà anche l’ultima volta che lo faremo». E il problema della irregolarità della prova orale, qualsiasi essa sia? «Di questo bisognerebbe parlare con il nostro ufficio legale - risponde Paul Videsott - So che avevano controllato le norme vigenti al momento della stesura del bando, ma so anche che è stato scritto in primavera, forse alcune norme sono cambiate nel frattempo».

In realtà le norme sono cambiate agli inizi dello scorso anno ma le università sembrano non accorgersene. Si chiede la conoscenza della lingua francese a Parma, nel settore «Storia dell'Architettura». Soltanto a Pavia dopo aver ricevuto le proteste degli aspiranti candidati e le minacce di ricorsi, i bandi emessi sono stati modificati e eliminata la prova in lingua straniera.

Il caso del ladino, però, è ancora più complesso perché non è una lingua codificata ma diversa da località a località. Il ladino parlato a Bolzano e dintorni non è lo stesso di quello parlato in Svizzera. E allora che cosa accadrebbe se si presentasse un candidato originario dei Grigioni o del Friuli al posto da ricercatore bandito dalla Libera Università di Bolzano? «A parità di altri requisiti, preferiremmo un candidato di Bolzano o delle valli dove il ladino è piuttosto simile. Altrimenti il candidato dovrebbe imparare la nostra lingua in modo da farsi comprendere». Ieri, però, il concorso in ladino è venuto fuori, i giornali ne hanno scritto, i vertici dell'università di Bolzano hanno capito e deciso di annullare il concorso e bandirne un altro.

A Udine, invece, hanno specificato di voler dare un punteggio per la prova orale che sarebbe appunto del tutto illegale, e introdotto per la prima volta richieste aggiuntive molto specifiche come all’università di Udine dove si chiede per il bando del settore Reumatologia un’esperienza «clinica e scientifica sulla criglobulinemia mista» che di sicuro non tutti avranno. In ogni caso, chi volesse partecipare dovrebbe pagare 20 euro come «contributo per le spese di gestione», una vera e propria tassa di iscrizione. Una cifra tutto sommato sostenibile. A Modena si pagano 30 euro e a Perugia 50. E chi butterebbe del denaro per una tassa e per le spese di spedizione di un voluminoso plico senza avere una discreta probabilità di vittoria?




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Tassista fa 80 km per restituire 13mila euro ad una turista italiana

La Stampa

Non ha voluto nessuna ricompensa

NEW YORK

Un tassista di New York ha restituito una borsetta contenente 21.000 dollari, circa 13mila euro, ad una turista italiana che l’aveva dimenticata sulla sua auto. Felicia Lettieri, 72 anni, aveva lasciato inavvertitamente la borsa contenente i soldi dopo una corsa a Manhattan per la vigilia di Natale.

Il denaro serviva per il viaggio suo e dei suoi sei parenti. Quando ha riportato la scomparsa alla polizia, le è stato detto di non farsi illusioni. Il tassista Mukul Asaduzzaman ha invece guidato per 80 chilometri e ha raggiunto un indirizzo di Long Island trovato nella borsa.

Nessuno era in casa, e così ha lasciato il suo numero di telefono e un messaggio con scritto: «Non preoccuparti, Felicia, li terrò al sicuro». Asadduzzaman ha aspettato un pò ed è tornato più tardi all’abitazione di Patchogue, dove ha finalmente consegnato la borsa alla donna. Il tassista ha rifiutato una ricompensa e ha detto successivamente ai giornalisti: «Quando avevo cinque anni mia mamma mi disse, "Sii onesto, lavora sodo e salirai di livello"». Asaduzzaman 28 anni, è originario del Bangladesh ed è anche uno studente di medicina.




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Scienziati e generali scomparsi La guerra silenziosa all'atomica

Il Tempo

Cittadini europei e americani rinchiusi in carcere a Teheran come ritorsione.
E il regime accusa Washington e Tel Aviv l'attentato che ha ucciso il fisico nucleare Massoud Mohammadi.

Un vice ministro della Difesa, Ali Reza Asgari, scomparso nel nulla durante un viaggio a Istanbul. Un fisico nucleare, Shahram Amiri, che si dilegua durante l'haji, il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca. E ancora un ingegnere, Amir Hossein Ardebili, che viene arrestato a Tbilisi in Georgia nel 2007 e ricompare davanti a una Corte americana. Tutti iraniani tutti legati a vario titolo al programma nucleare di Teheran. Non solo, due di loro, Amiri e Ardebili, a conoscenza degli impianti segreti di Qom.


L'Iran punta il dito contro gli Stati Uniti e Israele, così come ha fatto ieri per l'attentato che ha ucciso il fisico nucleare Massoud Mohammadi davanti alla sua abitazione di Teheran. Washington e Tel Aviv respingono le accuse. Ma il regime degli ayatollah non sta a guardare e ha attuato le contromosse tenendo in ostaggio un ex agente dell'Fbi scomparso, Robert Levinson, mentre si trovava nell'isola di Kish per contattare un ricercato di omicidio. Arrestato e condannato con l'accusa di aver partecipato alle manifestazione dell'Onda verde un impiegato del Gruppo Soros, Kian Tajbakhsh. In questo scenario si inquadra anche la detenzione di Clotilde Reiss, la giovane ricercatrice universitaria francese arrestata nel luglio scorso durante le manifestazioni di protesta dell'opposizione e accusata di spionaggio.


Una guerra «coperta» e silenziosa con operazioni «bagnate» per indebolire il programma atomico iraniano. Dapprima la sparizione del generale Asgari nel febbraio 2007, uomo di fiducia del presidente Ahmadinejad, esperto di guerriglia, ritenuto l'istruttore dei ribelli sciiti in Iraq e responsabile della sicurezza dei siti atomici. L'ufficiale era a Istanbul quando è sparito dal suo albergo. Teheran ha subito accusato gli Stati Uniti i quali si sono limitati a dire che non ne sapevano nulla, ma «era nelle mani di un Paese alleato». Più complessa la storia di Amir Ardebili che viene arrestato nell'ottobre 2007 a Tbilisi con l'accusa di traffico di armi e poi viene estradato negli Usa a gennaio 2008.


A maggio dello stesso anno è comparso davanti ai giudici americani. Nel suo computer portatile sembra siano state trovate importanti prove del traffico di armi, ma in Iran Ardebili era impegnato nella realizazione del reattore di Qom. Il ricercatore atomico Shahram Amiri era scomparso nel maggio scorso in occasione di un pellegrinaggio in Arabia Saudita. Teheran si è scagliata contro i sauditi incolpandoli di complicità con gli americani nel rapimento. In Occidente risiede attualmente anche un altro ingegnere iraniano, Majidi Kakavand. Si trova in Francia, ma gli Stati Uniti hanno più volte chiesto di poterlo interrogare. La sua potrebbe essere solo una «defezione volontaria».


Non solo rapimenti. Nel «grande gioco» per ostacolare il programma atomico iraniano ci sono anche misteriose morti. Come quella dello scienziato nucleare Ardeshir Hassanbpour, professore all'università di Shiraz. Lo scienziato viene trovato, nel gennaio 2007, morto soffocato apparentemente per una fuga di gas. L'autopsia parlerà di avvelenamento. La radio in lingua farsi che trasmette da Londra e finanziata da Washington riferisce di un possibile coinvolgimento del Mossad, il servizio segreto israeliano non nuovo a operazioni di questo tipo.

 
A Teheran, dopo la scomparsa di Amiri a La Mecca, sono state prese delle contromisure. A tutti gli scienziati e ai tecnici che lavorano al programma nucleare è stato proibito di fare viaggi all'estero. La loro corrispondenza viene controllata per evitare rischi di avvelenamento o attentati esplosivi. Misure evidentemente inefficaci se nel quartiere residenziale di Qeitarieh è stato possibili portare una moto-bomba e farla esplodere.


Maurizio Piccirilli

13/01/2010





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Stavolta le elezioni le paghiamo noi

La Stampa

Il costo per aver cambiato la legge nazionale: 2 milioni

Alessandro Mondo
Torino


A pensarci adesso, la modifica della legge elettorale da parte della Regione non è stata un grande affare: se non per i partiti già rappresentati in Consiglio. Non certo per i piemontesi, visto che il «ritocco» costerà all’ente, e quindi a noi, due milioni in più: mal contati, sono quattro miliardi di vecchie lire. Cifra che la Regione ha già inserito nell’assestamento di bilancio, portando così a venti milioni il costo sostenuto per organizzare le elezioni di marzo (nella tornata elettorale di cinque anni fa l’esborso aveva superato di poco i 18 milioni). In compenso il ministero dell’Interno, grazie a questo giochetto, risparmierà due milioncini. Di questi tempi, non sono briciole.

Come si spiega? Nel momento in cui ha rimesso mano alla legge elettorale il Piemonte, analogamente ad altre Regioni, «ha esercitato la sua potestà legislativa». Il che, stando alla pronta comunicazione del Viminale, implica che dovrà farsi carico di tutti gli adempimenti annessi e connessi. Quelli formali e organizzativi: in primis il decreto di convocazione dei comizi elettorali, cioè l’indizione delle elezioni (teoricamente, riflettono negli uffici regionali, il Piemonte potrebbe indirle in una data diversa rispetto al resto del Paese). Ma anche gli adempimenti sostanziali: stampaggio delle schede e dei manuali con le istruzioni di voto, riconoscimento degli straordinari maturati durante la tornata elettorale dal personale delle Prefetture, allestimento dei seggi e chissà cos’altro.

Mansioni e costi finora a carico dello Stato. E poco importa se il Piemonte - rispetto ad altre Regioni - per ora ha modificato solo in minima parte la legge elettorale nazionale, con riferimento alle modalità di presentazione delle liste. La legge regionale numero 21 del 29 luglio, lo ricordiamo, abolisce la raccolta delle firme in tre casi: liste di partiti o gruppi politici che hanno ottenuto almeno un seggio durante le ultime elezioni Europee, Politiche o regionali; liste contraddistinte da un contrassegno che esprima partiti o movimenti rappresentati da gruppi consiliari già presenti a Palazzo Lascaris al momento della convocazione dei comizi elettorali; liste che abbiano un collegamento con gruppi consiliari già in Consiglio. In sostanza, chi c’è c’è. Le altre modifiche, non meno controverse, sono rimaste nel cassetto.

Anche così, il Piemonte - secondo l’interpretazione di Roma - ha esercitato la sua potestà legislativa e quindi dovrà farsi carico degli onori ma anche degli oneri. Al contrario, le Regioni che non hanno modificato la legge elettorale nazionale continueranno a presentare il conto al Viminale.

Come si è premesso, per il Piemonte l’aggravio riguarda alcune voci di spesa ben precise - l’esempio classico è la stampa delle schede elettorali - in aggiunta a quelle tradizionalmente sostenute dalla Regione o condivise con lo Stato. Nei Comuni dove si vota non solo per le regionali ma anche per le amministrative, ad esempio, i costi sono divisi al 50%. E’ il caso dei Comuni che a marzo saranno interessati dalla doppia tornata elettorale: appena 44 su 1.206. Questa volta il Viminale se la caverà con un contributo di poche migliaia di euro. Da qui la perplessità di chi, come il vicepresidente della Regione Paolo Peveraro, fatti due conti si interroga sullo scaricabarile di Roma: «Certamente per noi si tratta di un impegno non indifferente. In termini economici e organizzativi».

La potestà legislativa esercitata dalla Regione, infatti, le impone non solo di farsi carico delle spese supplementari ma anche dell’organizzazione vera e propria: ad esempio provvedere fisicamente alla stampa delle schede. Almeno su questo fronte l’inghippo verrà risolto con un compromesso: un protocollo d’intesa stipulato con la Prefettura di Torino, che raccorda le altre sul territorio, farà sì che queste mansioni continuino ad essere svolte dal personale statale. Con una differenza: contrariamente a cinque anni fa il conto lo pagherà la Regione.




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Il moralista «viennese» dell’Idv che vola a spese della Provincia

di Paolo Bracalini

CHECK IN È consigliere Idv a Pescara ma vive in Austria. E l’ente gli rimborsa 1.275 euro per i biglietti aerei


Ce lo dobbiamo immaginare con la camicia bicolore, colletto bianco su azzurro - tonalità ufficio polizze vita -, il capello sistemato con la gelatina e la ventiquattrore in mano, in attesa ad un qualsiasi gate di Vienna-Schwechat, aeroporto internazionale. Il dott. Attilio Di Mattia, anni 33, analista finanziario abruzzese attualmente in prestito all'Austria, sta per imbarcarsi per Roma Fiumicino, dove una volta atterrato prenderà un autobus che lo scaricherà a Pescara, dopo un’altra oretta e mezzo. Viaggio lungo, e un po’ costoso, ma non un tipico viaggio di affari, nonostante il Master Mba alla Saint Joseph’s University di Philadelphia e la «gestione di un portfolio di 3 miliardi di euro», ma piuttosto un «trasferimento» valevole di «indennità chilometrica».

Perché Di Mattia, oltre ad essere un luminare delle scienze economiche (un cervello in fuga, che però ritorna nei week end), è consigliere dipietrista alla Provincia di Pescara, anche se vive un po’ fuori mano, a Vienna, che col territorio pescarese c’entra come gli arrosticini con la Sachertorte. Eppure, compatibilmente col portfolio e con i clienti degli equity funds, Di Mattia ogni tanto lascia le brume viennesi di Arthur Schnitzler per sedere al consiglio provinciale della più solare Pescara di Ennio Flaiano (e il viaggio in nota spese Vienna-Abruzzo ha un che di flaianesco...). Non tanto spesso, però, a giudicare dai rimborsi, 1275 euro per sei mesi, a fronte di gettoni di presenza da 167 euro totali.

Grosso modo, non più di cinque sedute nell’arco di mezzo anno, zero presenze invece nelle commissioni e neppure all’approvazione del bilancio provinciale di fine anno, dove i suoi Mba sarebbero anche serviti. E meno male però che gli impegni lo trattengono alla Aurelius Capital Management di Vienna (dove, fa sapere, prende uno stipendio di 7mila euro al mese), perché se avesse presenziato più spesso alle riunioni provinciali il colletto bianco dipietrista sarebbe costato un capitale all’ente pescarese, che come prassi rimborsa le spese di viaggio a consiglieri e assessori che non vivono a Pescara. Sì, ma anche a quelli che non vivono neppure in Italia? Bella domanda, che il presidente del consiglio provinciale ha testé girato al ministero degli Interni. Attendesi risposta.

Nel frattempo lo yuppie del medio Adriatico è finito sui giornali locali come presunto sperperatore di fondi pubblici. Proprio lui, che poi di fondi se ne intende, e che ha iniziato la carriera dipietrista nel nome della lotta ai privilegi di casta politica, denunciando la Provincia per i generosi regali fatti a Natale: una coppia di gemelli in argento cadauno assessore (1.200 euro), penne Iceberg e agendine per i più modesti consiglieri (5.800 euro totali). A tirare fuori il caso è stato il presidente della Provincia Guerino Testa, area Pdl.

Dalle tabelle rese note dall’ente emergerebbe che il von Hayek di Tonino costa dai 180 ai 450 euro per ogni biglietto aereo a/r da Vienna, il resto sono spiccioli per l’autobus visto che grazie alla sua parsimonia dipietrista, il Di Mattia risparmia alle casse provinciali la corsa in taxi. L’Idv sul caso non ha nulla da eccepire, solo grande stima per il rampante broker di Montesilvano, che da parte sua adesso propone di abolire i rimborsi viaggio per assessori e consiglieri, e di predisporre sedute e consigli via webcam, in teleconferenza, come fanno gli americani o gli austriaci, ma vallo a spiegare agli abruzzesi.

Nessuno però, nell’Idv, si è mai chiesto che ci faccia a Vienna un consigliere provinciale di Pescara, che se frequentasse stabilmente le sessioni costerebbe un patrimonio, ma se non lo facesse rietrerebbe giocoforza nella categoria degli assenteisti con stipendio pubblico. Non se lo chiedono per nulla i dipietristi, anzi, spiegano che «grazie a lui abbiamo ottenuto un successo anche nel collegio di Montesilvano: è molto radicato nel territorio».

L’analista abruzzese pare radicato un po’ ovunque, a dire il vero. Nella sua biografia compaiono nell’ordine: Chieti (luogo di nascita), gli Stati Uniti (Paese della madre), Pescara (fa l’università), Siviglia (fa la tesi), Angers (in Francia, ci fa il dottorato), Philadelphia (fa il master), New York (ci lavora un po’), Los Angeles (ci lavora un altro po’), Ginevra (lavora anche qui), infine Vienna. Un tour panoramico nel pianeta, con deviazioni verso la Provincia di Pescara, ma non più di una volta al mese.

Dice di essere stato nominato nel 2008 responsabile nazionale Mercati e Finanza dell’Idv, dipartimento che però non esiste. Altro pezzo di bravura: giura di aver votato Barack Obama alle elezioni presidenziali, e anni addietro Rudolph Giuliani alle primarie, nello stesso periodo di ardori politici giovanili quando, pur essendo fresco di iscrizione ai Giovani Repubblicani, avvertì un subitaneo interesse «per il marketing Cheguevariano del neo-fondato partito di Rifondazione comunista». Un profilo che mancava nell’album scombiccherato del pensiero politico dipietrista. Lo yuppie cheguevariano, sulla rotta Vienna-Pescara.



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Di giorno obiettore di notte abortista

Il Secolo xix


Di giorno medico obiettore al San Camillo di Roma, di sera invece pratica aborti in uno studio privato. È l’inchiesta choc del tg Studio Aperto di Italia 1 realizzata con telecamere nascoste e andata in onda oggi nell’edizione delle 12.25. L’inchiesta parte dalle corsie del San Camillo, un ospedale dove appare difficilissimo abortire perché la maggior parte dei ginecologi dichiarano obiezione di coscienza.

Un giornalista si è armato di telecamera nascosta e si è finto il fidanzato di una ragazza che voleva abortire. Superare le difficoltà gli è stato facile perché nella struttura sono tutti a conoscenza dei nomi dei medici che fanno il «doppio gioco». E il giornalista si è affidato ai consigli della vigilanza: «No, non nell’ospedale perché si rischia. Qualche clinica privata te lo può fare? è il primo suggerimento che arriva dalla guardia giurata -; questa è bravissima ma c’è un altro che fa tutto... sono quelli che lo fanno...questi qua sono medici che sono obiettori di coscienza..».

Al giornalista viene dato un “pizzino” con un numero di telefono per contattare il medico. Scatta allora la telefonata della ragazza che chiede appuntamento allo specialista, pronto a riceverla e a parlare apertamente di aborto, come se non fosse un obiettore. Anzi invita gli interlocutori a non perdere tempo, «ragazzi bisogna che quagliate perché se le avete avute il 29 ottobre.. non è che la prendo e domani faccio l’intervento...». Non ci sono quindi problemi di obiezione. Anzi, ribadisce il medico, «ho bisogno di vederla, di fare un’ecografia e di un BHCG (dosaggio ormonale, ndr), però non può fare i capricci questa ragazza...».

Alla domanda se questa cosa si potesse fare al San Camillo, il dottore risponde categorico «Ma al San Camillo passano due mesi, nasce il ragazzino, lo deve fare privatamente».



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I clandestini? Noi li trattiamo molto peggio»

di Redazione

La sortita anti italiana del Cairo ha provocato una levata di scudi anche tra molti egiziani. Tra questi Nagag Nayel, direttore del Programma arabo per i militanti dei Diritti umani, secondo cui egiziani e arabi sono più razzisti degli occidentali. Nayel, commentando l’intervento egiziano sui fatti di Rosarno, sottolinea come il proprio governo «adotta il più severo razzismo contro gli immigrati clandestini, fra cui gli africani e anche i palestinesi». E ricorda le violenze della polizia egiziana contro un gruppo di rifugiati sudanesi, il 31 dicembre 2005, con 25 immigrati uccisi nello sgombero di un loro accampamento in una piazza del Cairo.

Ma Nayel cita anche i migranti disarmati diretti verso Israele talvolta uccisi dai soldati egiziani nel Sinai, e il «rimpatrio inumano dei palestinesi» trovati in condizione di clandestinità in Egitto. Oltre ai numerosi «arresti per reati politici e di opinione», e «torture e violazioni dei diritti umani». Nayel condanna inoltre l’Egitto per le «discriminazioni contro i copti», chiedendo al governo di garantire loro protezione e pari accesso agli incarichi pubblici. Stupore per le dichiarazioni del ministero è stato espresso anche dal direttore della Rete araba di informazione sui diritti umani Gamal Abdel Aziz Eid, dato che «il ministro non ha fatto nulla per i lavoratori egiziani oggetto di aggressione in certi Paesi arabi», con riferimento a quelli del Golfo.

Il portavoce del ministero Hossam Zaki, sottolinea ancora Eid, «sembra perorare le cause di tutto l’universo ma si sottrae proprio a quella egiziana». Commenti a cui fa eco anche il messaggio dell’associazione Musulmani moderati che opera nella Penisola: «In Italia non vi è alcuna discriminazione contro le minoranze arabe musulmane. Forse il ministero degli Esteri egiziano non sa che in questo Paese ci sono oltre 800 moschee».




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Google: niente filtri sul web in Cina Ora c'è il rischio di chiusura del sito

di Redazione

Il colosso del web non filtrerà più le informazioni sul suo sito cineseAttacchi di pirateria contro militanti per i diritti umani oltre e alcune grandi società


New York - Il colosso del web Google ha deciso che non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese, riconoscendo che ciò potrebbe significare di fatto la chiusura delle sue attività in Cina. Il gruppo di Mountain View, nella Silicon Vlley californiana, sostiene di essere stato l'oggetto di ripetuti attacchi di pirateria, provenienti dalla Cina e aventi come oggetto militanti cinesi per i diritti umani oltre ad alcune grandi società. Secondo l'edizione online del New York Times, le caselle postali di attivisti all'opposizione sarebbero state violate da pirati informatici cinesi.

"Uno degli obiettivi primari degli hackers era di accedere agli account Gmail degli attivisti di difesa dei diritti umani cinesi", scrive il gruppo di Mountain View, senza attaccare direttamente il governo di Pechino, ma precisando che "non abbiamo l'intenzione di continuare a censurare i nostri risultati" sul motore di ricerca cinese. La compagnia americana riconosce che la decisione presa potrebbe forzarla a chiudere il sito cinese ed i suoi uffici nel paese.




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