giovedì 14 gennaio 2010

Era un vero asteroide di 15 metri quello che ha sfiorato la terra

Corriere della Sera



La Nasa ha sciolto ogni dubbio:«corpo naturale e non artificiale». Si era ipotizzato che potesse essere anche lo stadio spento di un razzo



MILANO - Era proprio un asteroide e non un gigantesco rottame spaziale il bolide cosmico cheil 13 gennaio ha sfiorato la Terra alle 12.46 pm, ora di Greenwich. La Nasa ha sciolto ogni dubbio giudicandolo un «corpo naturale e non artificiale»: si era immaginato che fosse lo stadio spento di un razzo. Così «2010 AL30», appena apparso in cielo, va ad allungare la lista degli asteroidi che si avvicinano pericolosamente alla Terra. Sono ormai circa un migliaio e l’ultimo arrivato è transitato a 130 mila chilometri dal nostro pianeta, quindi ben più vicino della Luna lontana 384 mila chilometri. Scoperto dal Linear Survey dei Lincoln Laboratories del MIT il 10 gennaio scorso, aveva una taglia stimata di 10-15 metri di diametro.


NESSUN PERICOLO - Quindi anche se fosse caduto nell’atmosfera come è accaduto nell’ottobre scorso non avrebbe causato guai perché si sarebbe disintegrato. Però quello di ottobre oltre lo spettacolo in cielo generò un’onda d’urto che fece tremare la terra facendo immaginare un terremoto tanto che la gente scappava in strada. Ma al di sotto dei 25 metri non si corrono seri rischi, dicono per tranquillizzare gli astronomi della Nasa, i quali hanno precisato di aver verificato tutte le orbite di satelliti, razzi e rottami vari presenti intorno alla Terra e che l’orbita di AL30 non coincideva con nessuno di questi.

Nell’occasione gli stessi esperti hanno aggiunto un dato interessante. Gli asteroidi del diametro di 10-15 metri potenzialmente presenti nel circondario terrestre sono circa un milione per cui si aspettano che quasi uno ogni settimana transiti fra la Terra e la Luna. E se ci cade addosso può soltanto provocare pochissimi danni con qualche frammento se riesce a sopravvivere, oppure nulla. Un messaggio ottimista, sperando che non superino i 15 metri. Ma forse sarebbe meglio saperlo in anticipo.


Giovanni Caprara
14 gennaio 2010




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Laras contro la visita del Papa in sinagoga «Non è un fatto positivo, io non ci sarò»

Corriere della Sera


Il presidente dei rabbini: «Ne trarrà vantaggio la Chiesa più retriva». Lewy: antigiudaismo cattolico esiste ancora



ROMA - «La visita del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo». È una posizione dura quella espressa dal presidente dell'Assemblea rabbinica italiana Giuseppe Laras, che domenica non parteciperà alla storica cerimonia nel Tempio maggiore di Lungotevere De' Cenci. Un evento, dice, che «non porterà nulla di buono, ma servirà solo ai settori più retrivi della Chiesa». Laras spiega che durante l'attuale pontificato «il rapporto fraterno tra ebrei e cattolici è diventato sempre più debole». In particolare il rabbino ha fatto riferimento a «infortuni sul lavoro», come la revoca della scomunica del vescovo lefebvriano Richard Williamson e il processo di beatificazione di Pio XII.

L'AMBASCIATORE LEWY - Alle sue parole fanno eco quelle dell'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, secondo cui «l'antigiudaismo cattolico esiste ancora»: «Sono sicuro - ha detto - che quando il Concilio Vaticano II ha approvato la "Nostra Aetate" (dichiarazione sui rapporti tra cattolici ed ebrei con la condanna dell'antisemitismo, ndr) non tutti erano d'accordo, come credo che non tutti lo siano ancora oggi».

Inoltre, spiega, le precisazioni del Vaticano sul timing della beatificazione di Pio XII non fermeranno le critiche. In ogni caso, riconosce, la visita di Benedetto XVI ha una «dimensione storica» e «nonostante la differenza di opinioni possiamo mantenere un dialogo onesto e molto amichevole». L'anno scorso la celebrazione comune della Giornata era saltata per la protesta da parte di alcuni rabbini contro l'introduzione della preghiera per la conversione degli ebrei: «È stata un'eccezione - spiega Lewy -, una breve interruzione di rapporti che però da tempo sono positivi. Ora siamo rientrati sul binario giusto».

CORRENTI RETRIVE - Secondo il presidente dei rabbini Laras, che ha rilasciato un'intervista al Juedische Allgemeine Zeitung, giornale della comunità ebraica tedesca, nulla di positivo può derivare dalla visita di Benedetto XVI, «né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Laras ha poi attaccato la comunità ebraica romana dato che - spiega - l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all'incontro con il Pontefice.

La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni, e l'idea di annullare la visita dopo la recente dichiarazione di Benedetto XVI su Pio XII «è stata condivisa da molti in Italia, soprattutto da parte delle famiglie dei superstiti della Shoah e da alcuni esponenti del Rabbinato italiano. Pur condividendo l'idea di non annullare l'incontro, avrei preteso un chiarimento maggiormente significativo della Chiesa cattolica sui presunti eroismi di Pio XII, ora additati al mondo come modello da esaltare e da imitare».

DI SEGNI: VISIONI DIVERSE - A Laras ha replicato lo stesso Di Segni: «Abbiamo visioni differenti e io rispetto molto le visioni differenti, sarà il tempo a dire chi ha fatto la scelta giusta». E sulla visita di domenica: «Quello che farà il papa francamente non lo so. Stiamo valutando se e come affrontare gli argomenti sollevati dalla vicenda della beatificazione di Pio XII». L'ultima visita di un papa alla sinagoga romana risale al 1986, quando Giovanni Paolo II fu accolto nel tempio dall'allora rabbino capo di Roma Elio Toaff.

Ed è proprio Toaff a dire oggi che il cammino di dialogo e chiarificazione tra ebraismo e cristianesimo prosegue anche se ogni tanto compaiono «quelli che oramai chiamiamo errori di percorso». L'anziano rabbino, sostituito da Di Segni nel 2001, domenica sarà presente per salutare brevemente Benedetto XVI. Il suo giudizio sulla visita è «molto positivo»: «Ebraismo e cristianesimo continuano a dialogare e a parlarsi ormai ininterrottamente da decenni a partire dal Concilio Vaticano II. Questo nuovo appuntamento significa che il cammino prosegue su questa strada anche se ogni tanto compaiono quelli che oramai chiamiamo errori di percorso. Tuttavia credo che grazie alla buona volontà di tutti il dialogo proseguirà sulla strada della collaborazione e della comune comprensione».

Redazione online
14 gennaio 2010



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Foto con svista: che birbante quel McQueen...

Il Tempo


Simpatica svista del Corriere della Sera che ieri, a pagina 33, ha pubblicato una foto in bianco e nero di Steve McQueen con il pene di fuori. Nel servizio giornalistico del quotidiano di via Solferino si parlava di moda e, in particolare, del ritorno di un classico capo da uomo come il cardigan. Nello scatto, infatti, l’attore indossa un cardigan. Peccato, però, che da sotto il cardigan spunti qualcos’altro. McQueen, noto burlone, non la smette di tirare, anche dall’aldilà, scherzi "da viveur".

Foto




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Cina, risposta a Google: la censura serve

Corriere della Sera


La portavoce del governo: sia rispettata la nostra legge. E un funzionario: dobbiamo guidare l'opinione pubblica





MILANO - Pechino ha emesso la propria sentenza. E, salvo clamorosi dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate mercoledì, Google dovrà presto fare le valigie e lasciarsi alle spalle l'esperienza all'ombra della Grande Muraglia. I vertici della compagnia di Mountain View avevano infatti spiegato di non volere più sottostare alla censura imposta dal governo cinese, che sostanzialmente limita le ricerche di informazioni pretendendo l'introduzione di filtri che evitino la circolazione di notizie considerate scomode.

La portavoce governativa Jang Yu oggi ha annunciato la versione ufficiale dell'esecutivo guidato da Wen Jiabao: le imprese straniere «sono le benvenute» su Internet se «agiscono in accordo con la legge» cinese. Come dire: potete stare, ma solo se fate come diciamo noi. Ovvero, se i filtri imposti alle ricerche degli utenti restano.

«MA NOI INCORAGGIAMO INTERNET» - Google aveva minacciato di chiudere le sue operazioni in Cina dopo aver subito attacchi di «pirati informatici» cinesi che cercavano informazioni riservate sui suoi utenti, in particolare cittadini cinesi oppure aziende straniere che utilizzano i server di posta Gmail. Parlando in una conferenza stampa a Pechino, Jiang Yu ha aggiunto che «in Cina Internet è aperta, noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet». La portavoce non ha però chiarito cosa succederà in futuro con Google, che da ieri non usa i «filtri» richiesti dal governo cinese consentendo dunque l'accesso ad una serie di siti web considerati «proibiti».

«GUIDARE L'OPINIONE PUBBLICA» - Non è stata solo la portavoce del governo a prendere posizione sulla querelle avviata dalla compagnia americana. Il ministro dell'Ufficio informazioni del consiglio di Stato, Wang Chen, ha detto che pornografia online, frodi e «rumours» rappresentano una minaccia. E ha aggiunto che i media su Internet devono contribuire a «guidare l'opinione pubblica» in Cina, che conta il maggior numero al mondo di utenti Web, attualmente a quota 360 milioni.

Un mercato dunque importantissimo per gli operatori internazionali, che tuttavia, accettando la censura imposta da Pechino, si espongono a dure critiche negli Usa e nel resto del mondo libero. Nelle sue dichiarazioni Wang non ha mai citato espressamente Google. Ma sono parole che pesano, soprattutto la pretesa di «guidare l'opinione pubblica», che si scontra con uno dei caposaldi della democrazia, ovvero la libertà di opinione. Difficile dunque immaginare un'intesa attorno ad un qualsivoglia compromesso.

LA POSIZIONE DEGLI USA - E ora che succederà? Google terrà fede al proposito di non restare in un mercato soggetto a vincoli democratici tanto ingombranti? Il presidente degli Usa, Barack Obama, ha fatto sapere, proprio in concomitanza con il braccio di ferro avviato da Mountain View, che lui e la sua amministrazione sono «convinti sostenitori della libertà per internet». Gibbs ha ricordato che lo stesso Obama aveva affrontato il tema con le autorità cinesi durante il suo viaggio a Pechino l'anno scorso.

I POSSIBILI SCENARI - Resta ora da vedere se la possibile ritirata di Google verrà vista dalla comunità internazionale come una violazione dei diritti civili a cui far seguire sanzioni o ritorsioni. Per ora, nonostante la presa di posizione di mercoledì, quella del ritiro è solo un'eventualità. Già in diverse occasioni i principali motori di ricerca erano stati messi sul banco degli imputati per la decisione di assecondare le autorità cinesi nell'imposizione dei filtri alle ricerche, ovvero limitando la libertà di espressione e di opinione degli individui. Un funzionario dell' ufficio informazioni governativo cinese ha detto all' agenzia Nuova Cina che le autorità «stanno cercando di ottenere maggiori informazioni» sulle intenzioni della compagnia americana.


SOCIAL NETWORK BLOCCATI - Dall'altra parte del mondo, negli Usa, il New York Times, cita «fonti vicine all' indagine» condotta da Google, e spiega che gli attacchi oggetto della presa di posizione sono stati condotti la scorsa settimana contro 34 «compagnie o entità» che si trovano nella Silicon Valley in California, sede dei server di Google usati da molti cinesi che vogliono sfuggire alla censura. Che non colpisce solo i motori di ricerca, ma anche social network e siti di condivisione come Youtube, Facebook e Twitter. Rebecca MacKinnon, esperta di Internet in Cina, afferma che «Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni». Google, che è la principale concorrente del più popolare motore di ricerca cinese, Baidu.com, è stata messa sotto accusa in Cina per motivi che vanno dalla «diffusione di materiale pornografico», all' uso senza autorizzazione dei testi di autori cinesi.

Alessandro Sala
14 gennaio 2010





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Dà alla moglie un cellulare "spia" Marito geloso rischia quattro anni

Corriere della Sera


Per due anni avrebbe intercettato illegalmente telefonate ed sms in entrata ed uscita sul telefonino della consorte


MILANO - È accusato di aver spiato la moglie attraverso unj cellulare "truccato". Per questo un impiegato cinquantenne di Bovalino (Rc) rischia fino a quattro anni di carcere. L'uomo è stato denunciato dai carabinieri della compagnia di Locri, diretti dal maggiore Ciro Niglio, perché per oltre due anni avrebbe intercettato illegalmente telefonate ed sms in entrata ed uscita sul cellulare della moglie.

Alla donna, una casalinga, nel 2007, il coniuge, evidentemente troppo geloso, regalò un telefonino dotato di un particolare software in grado di spiare le comunicazioni. Troppe strane coincidenze hanno insospettito l'ignara moglie dell'impiegato che si è rivolta ai carabinieri, i quali sono venuti a capo della singolare vicenda. Per questo tipo di reato il codice prevede anche la reclusione fino a quattro anni (fonte Agi).

14 gennaio 2010




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Minzolini su Craxi: "Fu uno statista" Di Pietro s'infuria: "Lo querelerò"

Quotidianonet

Il direttore del Tg1: "Accettando coraggiosamente da socialista e riformista gli euromissili, contribuì, insieme a Reagan e a papa Woityla, a mettere in crisi l’Urss"


Roma, 13 gennaio 2010


Bettino Craxi? Un “capro espiatorio” e uno “statista” che non ha bisogno di essere riabilitato. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini ha sferrato un duro attacco alla storia dell’inchiesta su Tangentopoli, a dieci anni dalla morte del leader socialista.

Richiamandosi alla vicenda della guerra fredda, il giornalista ha sottolineato che “una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima Repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del Muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra".

"Basti pensare - ha proseguito Minzolini - che il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri. La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fui spedito alla ghigliottina. Per questo Craxi non volle mai vestire i panni dell’imputato".

"E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura. Un vulnus che per quasi un ventennio ha fatto cadere governi per inchieste che spesso non hanno portato da nessuna parte e che ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti, che già per questo avrebbero dovuto dimostrare di non essere di parte”.

Il "vulnus" nel rapporto fra politica e magistratura porta Minzolini verso la conclusione del suo editoriale: "Ecco perché - ha aggiunto il direttore del Tg1 - non ha bisogno di nessuna riabilitazione l’uomo, che accettando coraggiosamente da socialista e riformista gli euromissili, contribuì, insieme a Reagan e a papa Woityla, a mettere in crisi l’Urss, che disse di no agli americani nella crisi di Sigonella e affrontò i referendum sulla scala mobile".

Secondo il direttore del Tg1 "il destino di Craxi, la sua carriera fatta di luci e ombre, è comune a molti dei grandi personaggi di quel periodo complesso. Addirittura Helmut Kohl riunì le due Germanie e poi finì sotto processo. Ma per la storia Craxi va già ricordato oggi come uno statista”.

LE REAZIONI 

"Querelerò Augusto Minzolini e lo denuncerò alle Camere e al Paese per le sue affermazioni fatte nel suo editoriale". Lo ha detto Antonio Di Pietro, intervistato in diretta dalla trasmissione Otto e Mezzo dell’emittente La7. "Sarà la storia a giudicare Bettino Craxi come statista. Io l’ho indagato come magistrato e non spetta a me stabilire se era uno statista. E’ stato condannato perché aveva tre conti correnti non per il partito ma per se stesso, era un corrotto e ha fatto il latitante".

Di Pietro ha poi aggiunto che "’a questo punto il problema non è Craxi ma Minzolini". "Minzolini - ha aggiunto il leader dell’Idv - ha raccontato bugie sul servizio pubblico pagato dagli utenti. E’ inaccettabile che abbia paragonato Bettino Craxi al Papa".

Chiaramente opposta la reazione di Stefania Craxi, parlamentare del Pdl e sottosegretario agli Esteri: "Rivolgo un grazie al direttore Augusto Minzolini per il suo editoriale in ricordo di Bettino Craxi, uno Statista che ha dato la vita per il bene del Paese. Le sue idee innovative sono ormai patrimonio di tutti gli italiani".




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Il prete accusato di pedofilia «L’ho visto nudo in canonica»

Il Secolo xix


E alla vigilia dell’atteso appuntamento giudiziario, spuntano nuovi particolari sul terzo episodio del quale è accusato il parroco di San Vincenzo ad Alassio

Proprio alla vigilia dell’udienza davanti ai giudici del Tribunale del riesame di Genova, fissata per questa mattina alle nove e mezza, spunta un nuovo episodio di accusa nei confronti di don Luciano Massaferro, il parroco alassino di 44 anni arrestato la mattina del 29 dicembre scorso dalla polizia con l’accusa di violenza sessuale su una bambina di dodici anni.

Si tratta di un incontro che, secondo la tesi accusatoria sostenuta dalla procura di Savona basata su quanto la vittima aveva raccontato prima alla madre e poi alla psicologa dell’ospedale Gaslini che aveva subito segnalato l’accaduto al tribunale dei minori di Genova, sarebbe avvenuto all’interno della canonica che si trova proprio attaccata alla parrocchia di San Vincenzo.

Un episodio che, almeno secondo quanto raccontato dalla bambina, sarebbe stato più grave rispetto a quelli precedenti. In sostanza il sacerdote si sarebbe in parte spogliato di fronte alla dodicenne che nel suo racconto alla psicologa dell’ospedale Gaslini avrebbe fornito una serie di dettagli precisi nella descrizione del luogo dove era avvenuto questo incontro.

Non solo. La bambina avrebbe fornito anche alcuni particolari sulla successione di quanto accaduto e addirittura una descrizione delle parti intime del sacerdote. «È vero che tra gli episodi per i quali è stato firmato l’ordine di custodia cautelare in carcere nei confronti di don Luciano Massaferro vi è anche questo episodio che sarebbe avvenuto nella canonica attigua alla parrocchia - si limita a commentare l’avvocato della diocesi di Albenga e Imperia Alessandro Chirivì, che insieme all’avvocato Mauro Ronco (presidente del consiglio dell’Ordine forense di Torino) difende il parroco alassino - ma non mi risulta che la bambina abbia fornito dettagli particolari riguardanti il corpo del sacerdote.

Vorrei comunque sottolineare come anche in questo caso si tratti soltanto del racconto di una bambina di dodici anni, da cinque seguita dagli psicologi del Gaslini. Come per gli altri due presunti episodi che hanno portato al suo arresto non vi sono prove di quanto sarebbe accaduto, ma soltanto il racconto della bimba.

Mi sembra un po’ poco per arrivare ad arrestare e soprattutto a tenere per tutto questo tempo in carcere una persona che sino a prova contraria deve esser considerata innocente». Una tesi che i difensori di don Luciano Massaferro avevano già provato a sostenere di fronte al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Savona, Emilio Fois, senza per la verità ottenere alcun risultato.

Tesi che questa mattina riproporranno davanti ai giudici del Tribunale del riesame di Genova. Un appuntamento che per la sorte del sacerdote alassino sembra essere, almeno dal punto giudiziario, decisivo. «Ho incontrato don Luciano questo pomeriggio (ieri pomeriggio per chi legge, n.d.r.;) in carcere a Chiavari - spiega ancora l’avvocato Chirivì - e devo dire di averlo trovato molto provato. Nonostante le lettere, e sono quasi un centinaio, che ha ricevuto dai suoi parrocchiani che sono certi della sua innocenza, ha il morale basso. Ma non potrebbe essere diversamente, perché parliamo di una persona che è in carcere da quindici giorni sapendo di essere innocente».

Oltre al racconto della bambina vittima dei presunti episodi, a dire il vero, la tesi accusatoria punta anche sul fatto che il sacerdote alassino continui a negare con decisione l’esistenza di un quarto computer che avrebbe utilizzato nei mesi passati e della cui esistenza gli investigatori sono certi. Computer che però sino ad oggi non è stato ancora trovato.





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Gli spioni dentro l'Antimafia

La Stampa

Napoli, scoperta centrale illecita: intercettazioni e controlli abusivi
ANTONIO SALVATI

NAPOLI
Adesso sarà interessante capire chi veniva spiato, perché e soprattutto per conto di chi. Perché dell'esistenza di una struttura all'interno della Direzione investigativa antimafia di Napoli in grado di raccogliere informazioni sulla vita privata di alcune persone i magistrati sospettavano da tempo. E con le perquisizioni ordinate ieri gli inquirenti della Procura di Napoli hanno ottenuto già i primi riscontri.

Tutto parte l'estate scorsa, esattamente il 14 agosto, quando uno degli uomini in servizio alla Dia partenopea scopre che in un'area non protetta del sistema informatico è stata creata una cartellina con all'interno dei file riguardanti le nuove indagini nate dall’inchiesta Magnanapoli, che rivelò i rapporti tra l'imprenditore Alfredo Romeo e diversi esponenti della giunta comunale di Napoli.
Le notizie coperte da segreto erano relative a presunte irregolarità negli appalti inseriti nel cosiddetto Piano Sicurezza a Napoli e in provincia. Per l'amministratore del sistema informatico ricostruire il percorso dei dati fu un gioco da ragazzi. Venne individuato anche il computer e il giorno in cui fu avviato quel tipo di lavoro. E in quella data era in servizio un sostituto commissario, 45 anni, allontanato qualche mese prima proprio dal gruppo ribattezzato Fedra, che indagava appunto sulla vicenda Global Service.

Facciamo un passo indietro: Giorgio Nugnes, l'assessore comunale morto suicida nel 2008 dopo essere stato coinvolto nell'inchiesta nata in seguito agli scontri scoppiati dopo l'apertura della discarica di Pianura, fece alcune confidenze a un colonnello dell'Arma. L'uomo politico temeva di essere finito nel mirino della magistratura che indagava su una delibera per l'appalto della manutenzione delle strade cittadine. Parlò di un impiegato comunale in rapporti con un uomo della Dia in grado di fargli ascoltare anche le intercettazioni telefoniche a suo carico.

Le forze dell'ordine indagarono sul dipendente del Comune di Napoli e scoprirono che un appartamento intestato a quest'uomo venne affittato in passato proprio al sostituto commissario in servizio alla Dia che, a scanso di equivoci, fu allontanato dal gruppo investigativo che si occupava di quella delicata inchiesta. Poi la scoperta dei file segreti violati e i magistrati Falcone, D'Onofrio e Filippelli decisero di convocarlo e di sottoporlo ad interrogatorio, alla fine del quale fu arrestato e accusato di accesso abusivo ai sistemi informatici della Procura per acquisire informazioni riservate sulle indagini in corso.

Ma già all'epoca i magistrati ebbero la sensazione dell'esistenza di una più ampia rete di soggetti coinvolti in quella vicenda. Da qui alle perquisizioni di ieri il passo è breve: l'ipotesi investigativa è che all'interno della Dia ci fosse una vera e propria centrale di spionaggio in grado di operare in maniera stabile per conto di chiunque potesse mettersi in contatto con essa. Un sodalizio composto da alcuni agenti che acquisivano notizie riservate e svolgevano attività di investigazioni illecite per conto di privati. Con tanto di foto, video e pedinamenti. Che naturalmente avevano un costo, visto che durante i controlli sarebbe stato sequestrato una sorta di «tariffario» che era in possesso di uno degli agenti coinvolti nell'inchiesta.

Si farebbe riferimento anche a una tariffa di 50 euro all’ora relativa a un pedinamento. Gli inquirenti ipotizzano il reato di associazione per delinquere finalizzata alla interferenza illecita nella vita privata e all'accesso abusivo al sistema informatico. E fino a tarda sera negli uffici del procuratore aggiunto Rosario Cantelmo sono state interrogate le quattro persone che hanno subito le perquisizioni: si tratta di un altro sostituto commissario della Dia di Napoli, di un agente di polizia e di due cittadini.




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Cosi spiavo i dipendenti Coop

Libero





Alberto R. è l’imprenditore milanese che ha collocato almeno una centrale d’ascolto per intercettare le telefonate dei dipendenti delle coop. Ha poi piazzato anche telecamere nascoste in diversi uffici e filtrato i colloqui registrati. Ed è stato regolarmente pagato dal colosso della distribuzione. Libero lo ha incontrato raccogliendo la sua inquietante confessione. Con una sola premessa: l’imprenditore ha chiesto di non apparire con il nome per esteso pur rendendosi disponibile a rendere ogni chiarimento all’autorità giudiziaria che dovesse contattarlo
.
Di cosa si occupa la sua società?
«Sono titolare di un’azienda nel milanese che si occupa di tecnologie elettroniche e progettazione/installazione di sistemi di sicurezza. La collaborazione con Coop Lombardia ha avuto inizio nel 2004 allorquando sono stato contattato dal responsabile alla sicurezza, il signor Massimo Carnevali».

Perché venne contattato?
«Mi chiese la disponibilità di un’apparecchiatura atta alla registrazione di telefonate. Mi disse che Coop Lombardia voleva avviare un progetto pilota su un negozio da applicarsi successivamente a tutti gli altri, in cui ogni telefonata in entrata e in uscita relativa ai telefoni fissi fosse registrata».

Quindi fornì la centralina d’ascolto?
«Un attimo. Io dissi subito a Carnevali che disponevo di questi apparati idonei all’ascolto ma lo informai dei limiti legali inerenti l’applicabilità di tali registrazioni. Non è che uno può intercettare le telefonate dei dipendenti….».

E lui cosa le rispose?
«Che se fosse andato in porto tale progetto, prima di ogni conversazione telefonica avrebbero inserito un messaggio vocale che avvisava circa le registrazioni delle telefonate».

Questo le bastò?
«Sì, io fornisco gli apparecchi. Poi cosa ne fai sono affari del cliente. Quindi, chiariti i dettagli mi disse che il negozio scelto per il progetto pilota era il punto vendita Coop di Vigevano, chiedendomi il costo del noleggio di circa tre settimane. Considerata la possibilità di installare le mie apparecchiature in più di 50 negozi, dissi a Carnevali che qualora Coop avesse adottato tale sistema in tutti i propri negozi, per il solo progetto pilota, avrei concesso la mia apparecchiatura in comodato gratuito, al fine di verificarne l’affidabilità. Accertata la compatibilità tra le mie tecnologie e gli apparati telefonici del negozio di Vigevano, Carnevali mi comunicava che l’installazione avrebbe dovuto avvenire in orario notturano, così da non creare disagi alle operazioni di vendita».

Quindi è andato a piazzare la centralina per le intercettazioni al chiar di luna?
«Conservo tutte le agende e ho rintracciato la data del blitz. Era il 4 maggio del 2004, verso le 23.30 mi sono incontrato con Carnevali nel parcheggio del negozio Coop di Vigevano. Il capo della sicurezza telefonva all’istituto di vigilanza che gestiva l’allarme e disinserito lo stesso, apriva il negozio, facendomi entrare nell’ufficio ove avrebbe dovuto posizionarsi l’attrezzatura. Terminata tale operazione e effettuate le prove tecniche tra il telefono fisso e il portatile di Carnevali, si procedeva a reinserire l’allarme, allontanandoci».

E dopo? «Ho rispettato l’accordo. Dopo tre settimane siamo tornati sempre in orario notturno in quel punto vendita con Carnevali e ho disinstallato l’apparecchiatura. Anche in questa occasione il responsabile coop disinseriva l’allarme e allertava la vigilanza. Carnevali mi chiese di trasportare tutto il traffico telefonico registrato su un cd che gli avrei dovuto recapitare. Dopo qualche giorno sono andato alla sede di coop Lombardia a Milano in viale Famagosta 75 e ho consegnato le intercettazioni a Carnevali insieme al programma per l’ascolto dei file. Mi fece attendere al bar sito al piano rialzato e lì gli consegnai il tutto».

Il progetto pilota come andò avanti?
«Carnevali mi disse che avrebbe dovuto partire dopo l’estate del 2005 e che prima di tale periodo sarei stato contattato dal loro ufficio acquisti. Nel dicembre del 2006 venni nuovamente contattato da Carnevali per un sopralluogo presso il suo ufficio in viale Famagosta. Lo stesso mi chiese una consulenza per installare una telecamera nascosta. Effettuai il sopralluogo che, memore della precedente esperienza, fatturai in data 11.1.2007, ma il preventivo da me predisposto, nonostante il pagamento della fattura, non venne mai preso in considerazione».

Forse avrà abbandonato l’idea di collocare la telecamera…
«O forse facevano fare a me delle prove per ottenere dei preventivi e confrontarli con qualcun altro. Nell’estate del 2007, ad esempio, rammento di aver effettuato un ennesimo sopralluogo presso l’ipercoop “la Torre” di Milano. In questa occasione il responsabile coop, tale signor Capogrosso, mi chiese un preventivo per installare telecamere nascoste in area vendita e in magazzino, finalizzate, così mi disse, eventuali dipendenti sleali. Fatturai subito l’attività di sopralluogo che mi fu regolarmente pagata ma anche in questo caso non venni più pagato per l’esecuzione dei lavori. Ebbi la sensazione che volessero come comparare i prezzi…».

E il progetto pilota, il cd con tutte le intercettazioni?
«Carnevali mi disse che il cd si sentiva male, era disturbato. Dato che l’apparecchiatura era stata schermata, era possibile che le linee telefoniche avessero creato delle interferenze che mediante un’idonea pulizia, avrebbero potuto essere eliminati. Comunicai a Carnevali le enormi tempistiche e i costi  che una simile attività avrebbe comportato ma lo stesso mi riferì di non avere fretta. Dopo qualche giorno mi recai alla sede  di Coop lombardia in viale Famagosta. Come da accordi attesi al solito bar l’arrivo di Carnevali per la consegna del cd. Il responsabile sicurezza arrivò insieme ad un’altra persona che mi veniva presentata come il signor Ferrè, dirigente di quel gruppo  (si tratta di un alto dirigente di Coop Lombardia, responsabile del patrimonio, già vice sindaco di Busto Arsizio in quota Pd, ndr)».

Ferrè era quindi il capo di Carnevali. Cosa le dissero?
«Ferrè mi chiese alcune notizie tecniche inerenti le bonifiche ambientali, informandomi che, a breve, ne avrebbe richiesto una per il suo ufficio e per la sala riunioni. Contestualmente Carnevali mi consegnava il cd riguardante la vicenda di Vigevano. Ricordavo a Carnevali e a Ferrè che avevo noleggiato l’apparecchiatura gratuitamente e che prima di iniziare qualsiasi attività di pulizia, ritenevo opportuno essere pagato per quanto già svolto. I due mi dissero di fatturare tutto a Coop lombardia. Mi dissero che non c’era alcun problema per il pagamento ma posero la condizione di indicare, come descrizione fattura, una semplice consulenza sugli impianti tvcc, altrimenti non l’avrebbero saldata».

Lei accettò?
«Ero obbligato per rientrare delle spese così feci la fattura che mi venne pagata. Tornando all’incontro il più preoccupato era comunque Ferrè che mi fece continue raccomandazioni sulla riservatezza di questi files. Me lo ricordo perché il dottor Ferrè ribadì più volte l’assoluto riserbo che rivestiva tale cd aggiungendo che era un lavoro molto delicato».

E la pulizia dei file con le intercettazioni?
«Solo lo scorso marzo sono riuscito a terminare l’attività di pulizia. Ho contattato Carnevali e gli ho consegnato il cd ripulito. Carnevali mi disse di aspettare la fine dell’estate per emettere la fattura perché doveva parlare con Ferrè per stabilire l’oggetto della stessa».

Quanto le deve coop?
«Per la pulizia delle telefonate, che sono quasi un migliaio, la fattura è di 280 mila euro».

Una cifra enorme.
«Sono lavori molto delicati, penso possa capire».


14/01/2010





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Italiano o terrone d’Europa: quando l'identità è la stessa

di Redazione

Lo storico Franco Cardini interviene nel dibattito lanciato dal Giornale: "Siamo vicini all'Oriente e all'Africa". Il dibattito è aperto: ecco cosa ne pensano i lettori. Di' la tua: essereitaliani@ilgiornale.it

 




L’identità è ordinariamente definita come coscienza di se stessi - anzitutto «sentita» e «vissuta», ma della quale va acquisita razionale consapevolezza -: cioè della propria specificità, di quel che distingue «noi» dagli «altri»; e della gradualità dell’essere «noi» rispetto agli «altri», che sono tali secondo criteri di maggiori o minori prossimità e/o affinità. 

Quindi, l’identità è per sua natura dinamica, in quanto si modifica nella storia; ed è imperfetta, in quanto nessuna comunità e nessun individuo può vantarne una assoluta, metafisica e metastorica. Ciascuna identità deve misurarsi su concreti parametri storici, spaziali, linguistico-dialettali, religiosi, antropologici, che sono a loro volta matrici identitarie. 

Le «identità» vanno pertanto pensate al plurale: ve ne sono di comunitarie e di individuali. La «nazionale», ad esempio, non può sacrificare la sua complessità a proposte riduttive e semplificatrici. L’idea di «nazione» si è sovrapposta difatti, magari con l'ambizione di sintetizzarle, a una serie d’«identità» precedenti non solo individuali, ma altresì familiari, cittadine, municipali, regionali: che corrispondono ad altrettanti modi di essere, di pensare, di sentire. 

Bisogna inoltre tener presente che l’iter storico dell’Occidente moderno, dal Cinquecento e con maggior forza dal Settecento in poi, è stato caratterizzato da un progressivo iperatrofizzarsi dell'identità individuale, dell’ego: cui si sono andate sacrificando quelle comunitarie, considerate un ostacolo all’affermarsi sia dei poteri statali, sia della Libertà e della Volontà dell’individuo. Ancor adesso, il grande problema dell’Occidente è la difficoltà obiettiva di far convivere i princìpi dei Diritti Umani, considerati come assoluti e universali, con la Volontà di Potenza individualistica: che in determinati momenti storici si è proiettata in progetti collettivi di tipo nazionale o classistico, ma che comunque è di per sé insofferente di limiti. 

Noi abbiamo difatti difficoltà a «pensare» sul serio un’identità che non sia anzitutto e soprattutto individuale. A livello comunitario, oggi molti parlano di «identità minacciata»: ma, se un’«identità» può venir senza dubbio combattuta o addirittura repressa dall’esterno, essa è tuttavia minacciata sul serio solo dal suo interno: cioè dalla carenza di autocoscienza, dall’oblìo delle tradizioni. Si autominaccia. Curando specie negli ultimi decenni la crescita della propria identità individuale, noi italiani abbiamo smarrito in gran parte la consapevolezza del nostro essere e del nostro vivere comunitario nella sua complessità. Salvo poi vederceli ricomparir davanti nelle forme del pregiudizio e della scarsa coscienza civica. 

Perché siamo in effetti una nazione complessa. Siamo a dir poco «settentrionali», «centrali», «meridionali», «adriatico-ionici», «tirrenici», «isolani», ciascuno con proprie caratteristiche. La stessa lingua italiana è, in realtà, una costruzione ottocentesca. C’è poi il fatto religioso, complicato dalla crisi della religione prevalente - la cattolica -, in quanto la maggior parte dei cattolici sono soltanto sociologicamente tali; mentre bisogna tener d’altronde conto dei valori «laici» che hanno potentemente contribuito alla costruzione storica di una «nazione italiana» unitaria.

Ma il processo unitario nazionale si è realizzato da noi sulla base di scelte centralistiche di giacobina e bonapartistica memoria: coerente con la storia della Francia, da cui era nato, ma non con la nostra. Ch’è policentrica, regionale, municipale, comprensoriale, cittadina, familiare (anche le «mafie» ne fanno parte). Storia di varie «patrie», magari non granché compatibili fra loro ma profondamente e lungamente vissute, praticate, sentite, amate. 

In tedesco, la patria si indica con due parole: Vaterland, la «terra degli antenati»; e Heimat, da una radice linguistica significante il segreto, l’intimo, il cuore delle cose.
La nazione italiana centralizzata si è imposta contro le tradizioni stratificate (da etruschi a greci, a celti, a longobardi, ad arabi), policentriche e regionalistiche delle genti italiche e la loro storia. Il secolo e mezzo di vita nazionale trascorso è per più versi stata una «falsa partenza» (pensiamo al tentativo di trasformarsi in grande potenza europea e al suo lungo contraccolpo, che ha diviso e ancora in parte divide le coscienze). 

Oggi la «seconda repubblica», se davvero è nata, ha scelto la forma federalistica: cioè ha in sostanza rifiutato un modello nel quale a lungo avevamo pur cercato e creduto d’identificarci. Va dunque costruita una nuova «identità italiana». Ciò non implica alcun rifiuto, alcun oblìo del passato: ma richiede un atteggiamento positivo ed energico di fronte alla realtà presente e alle potenzialità del futuro. 

Nessuno può rinunziare alla sua Heimat profonda: la mia, per esempio, è toscana, anzi fiorentina, e cattolica. Ma la storia e la realtà attuale impongono anche quello che in tedesco si chiamerebbe il Grossvaterland, la «Grande Patria»: che per me è l’Europa, ma che io vivo da euromeridionale, da «euroterrone». Un europeo che si sente immerso nel Mediterraneo, prossimo al Vicino Oriente e all’Africa settentrionale. Tutto ciò esige sia il recupero di valori magari antichi, magari dimenticati, sia la scoperta di nuove affinità e di nuove frontiere. 

Se riusciremo a vincere questa sfida, potremo parlare sul serio di una «identità italiana». A chi lo accusa di ateismo, uno dei protagonisti dei Demoni di Dostoevskji, Shatov, risponde: «Io crederò in Dio». Egli intende dire che accetterà la fede quando il popolo russo, nel suo insieme, saprà riscoprire le sue autentiche radici religiose. 

Ebbene: nei confronti dell’Italia, mi sento un po’ come Shatov: io crederò nell’Italia se, al di là di nostalgie e di nuovi fanatismi, sapremo riscoprirci italiani recuperando le nostre tradizioni e al tempo stesso aprendoci - i tempi nuovi lo esigono - a chi ancora italiano non è ma in buona fede e buona volontà intende diventarlo; perché il ricambio è una forma di rinnovamento storicamente indispensabile (specie in tempi di decremento demografico dovuto, sul piano delle scelte morali, al benessere e al consumismo). Solo allora potrò dire anch’io, col poeta del Novecento che più amo, lo Ezra Pound dei Canti pisani: «Credo nell’Italia; e nella sua impossibile rinascita».





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Commessi spiati» Coop: non da noi

Corriere della Sera


La Cgil chiede verifiche

 

MILANO — Immagini e conversazioni rubate con telecamere e sistemi di registrazione nascosti dentro ai supermercati e agli uffici Coop della Lombardia. Il tutto per spiare commessi e impiegati della catena della grande distribuzione. E' questa la denuncia contenuta in un'inchiesta pubblicata ieri dal quotidiano Libero. Coop rifiuta con forza ogni accusa. E affida oggi la sua risposta a spazi pubblicitari acquistati su alcuni quotidiani nazionali e locali.

«Contestiamo il contenuto di questi articoli ed escludiamo categoricamente di aver mai commissionato attività di spionaggio — dicono dal quartier generale Coop di Milano —. Daremo disposizioni affinché siano fatti tutti i necessari accertamenti. Degli esiti informeremo immediatamente l'autorità giudiziaria qualora emergessero, da parte di terzi, condotte penalmente rilevanti o comunque illecite». Coop assicura di avere già dato incarico ai propri legali di prendere ogni iniziativa a tutela della propria immagine. Ma il sindacato si mette in allerta. «Se le notizie saranno confermate ci troveremmo di fronte a fatti gravissimi e inquietanti», stigmatizza Susanna Camusso della segreteria nazionale Cgil.

«La Cgil chiede alla Coop, nelle sue responsabilità nazionali e della Lombardia, di fare subito chiarezza — continua la sindacalista —. E, qualora ci fosse un sistema di sorveglianza di quel tipo, di smantellarlo immediatamente». Particolarmente grave sarebbe — secondo Camusso — il fatto che alle riprese delle telecamere corrispondessero registrazioni audio: «Una palese lesione della privacy, una violazione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici che nulla potrebbe avere a che fare con la tutela del patrimonio aziendale».

Secondo l'inchiesta di Libero, impianti di intercettazione sarebbero stati installati anche nei centralini di alcuni supermercati. Centinaia e centinaia i file audio e video. L'occhio indagatore del Grande Fratello avrebbe osservato, dal 2004 a oggi, i punti vendita di Vigevano (nel Milanese) e di Bonola e Palmanova (due quartieri del capoluogo lombardo). Sono 50 in tutto i super e ipermercati Coop in Lombardia.

Rita Querzé
14 gennaio 2010



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Il dentista non può chiedere se il paziente ha l'Aids

Corriere della Sera

E i medici protestano contro il Garante della privacy

ROMA — Non si parla d'altro su Odontoline, un Forum molto frequentato dagli odontoiatri. Tiene banco la recente ordinanza del Garante della privacy dove si «prescrive» a tutti i sanitari «di non raccogliere l'informazione circa l'eventuale stato di sieropositività del paziente». In pratica questo dato non può essere richiesto quando il paziente arriva in studio per la prima volta, ma solo in un secondo momento e solo se il fatto di sapere che ha l'Aids può determinare la scelta della terapia e di interventi clinici.

La decisione di Francesco Pizzetti riguarda in particolare i dentisti perché è negli studi odontoiatrici che si verificherebbero violazioni definite inaccettabili dalle associazioni nel modo di schedare i nuovi clienti con domande dirette, a volte da parte di segretarie e infermiere, oppure attraverso moduli di accettazione. In allarme la categoria: «L'ordinanza è una grande limitazione per la nostra professione — dice Michele Cerquetti, dentista romano —. La privacy in questo caso rischia di creare un danno allo stesso paziente perché la presenza dell'infezione può compromettere, ad esempio, il successo di un percorso terapeutico. E poi basta con queste regole, ne abbiamo già troppe». Dello stesso tenore molti degli interventi sulla community, aperta otto anni fa dal dottor Francesco Simoni per favorire uno scambio di opinioni fra colleghi. Sul piano della prevenzione, oltretutto, l'iniziativa dell'Autorità viene giudicata senza significato visto che ormai le precauzioni igieniche sono talmente sicure da rendere estremamente remoto il rischio di contagio di virus. L'ordinanza nasce dalla segnalazione di Matteo Schwarz, legale di Nps Italia, associazione di persone con l'Aids: «E' molto frequente che negli studi vengano utilizzati questionari dove bisogna dichiarare se si è sieropositivi. Una procedura poco ortodossa, applicata anche al di fuori della sanità. Noi pretendiamo invece che l'informazione rientri nell'ambito di uno scambio confidenziale tra medico e paziente. Siamo indignati poi dalla passività degli Ordini professionali che non sono mai intervenuti per censurare comportamenti dei loro iscritti non in linea con la deontologia».

L'avvocato Matteo Schwarz si riferisce a storie di persone che hanno grosse difficoltà a farsi curare una carie perché sieropositive. Sono stati denunciati casi di vero e proprio rifiuto. Per questo motivo Francesco Pizzetti ha ritenuto necessario ribadire che la raccolta del dato sanitario sull'Aids debba avvenire «previo consenso informato dell'interessato da parte del medico curate nell'ambito di un processo di cura in relazione a specifici interventi clinici» e se è ritenuto necessario. Mario Falconi, presidente dell'Ordine dei medici di Roma e provincia afferma «il nostro diritto ad essere a conoscenza delle condizioni di salute del paziente, nel suo interesse. Quindi l'eccessivo garantismo può diventare un limite. Ciò non significa non tutelare la sua riservatezza per quanto riguarda le chiavi di accesso a schedari cartacei ed elettronici».

Margherita De Bac
14 gennaio 2010



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Tra me e Bettino una promessa: il suo corpo non tornerà mai in Italia»

Corriere della Sera 


HAMMAMET (TUNISIA)— Craxi lo seppellirono su un furgone Transit, dentro una fossa scavata nottetempo nella sabbia, sotto le mura della medina di Hammamet. Nella concitazione del funerale, un fotografo ci cadde dentro, lo tirarono fuori i colleghi a braccia. La bara era troppo piccola per il suo corpo: dovettero togliere il rivestimento di zinco per poterla chiudere. Dieci anni dopo, domenica prossima, verrà qui a onorarlo mezzo governo. Il suo migliore amico è presidente del Consiglio. La sua città gli dedica una via. Rino Formica e altri propongono di riportarlo in Italia. Lui però è ancora qui, tra le tombe di coloni francesi del secolo scorso e la lapide di un bambino che «visse tra due crepuscoli».

«E qui Bettino resterà, come lui stesso ha stabilito. Per me non è cambiato nulla. Ho tenuto fede a quanto dissi allora: sono rimasta ad Hammamet, sono diventata cittadina della Tunisia. Vede quella lapide, vicina a quella di mio marito? È di mia madre, Giuseppina. Ha vissuto con me fino a quando non è morta, qui, nell’agosto del 2008, a 98 anni. Vede quello spazio accanto a Bettino? È per me. L’abbiamo tenuto libero in tutti questi anni.

Ce lo siamo promessi quando vedemmo per la prima volta questo cimitero, nel 1967: un domani riposeremo insieme». Anna Craxi viene qui quasi ogni giorno, in silenzio. Non ha dato interviste per questo anniversario, né lo farà. «Non tutti ci credettero, quando dissi che non sarei tornata in Italia. Invece vivo nella nostra casa sulla collina, con la sua pensione da parlamentare: 5.127 euro. Non ci credevano neppure quando Bettino diceva che sarebbe tornato solo da uomo libero. Era una persona di parola, mio marito. Non potevo essere da meno». Dieci anni fa si celebrarono le esequie di un uomo in disgrazia. Funerali di Stato; ma dello Stato tunisino.

Berbere le divise del picchetto d’onore. Litanie in arabo. Al governo c’era D’Alema, che mandò Minniti, Dini e Angius: entrarono in chiesa cinque minuti dopo l’inizio ma furono notati lo stesso e presi a monetine, come Craxi sotto il Raphael. Uno che c’era allora e tornerà adesso, Fabrizio Cicchitto, racconta che pareva di essere tra reduci di Salò: una rabbia da esuli in patria. Volti noti alle cronache — Giallombardo, Mach di Palmstein, Renato Squillante, Del Turco, La Ganga —, giornalisti amici — Onofrio Pirrotta, Alda D’Eusanio stretta a Mengacci— e una piccola folla di assessori, amministratori della Metro milanese, dirigenti siciliani del Psi che nella caduta del capo avevano visto il segno della propria disgrazia.

Da quel giorno, al cimitero sono stati raccolti 25 registri zeppi di firme. Migliaia di italiani sono stati sulla tomba di Craxi. Qualcuno lo maledice, altri gli chiedono perdono. Chi invoca la punizione divina su Borrelli, chi sui comunisti. Gli rimproverano Berlusconi e lo ringraziano per Berlusconi.

Dieci anni fa, al cimitero, Berlusconi piangeva con le lacrime. Al suo fianco c’era anche Veronica, che — ricorda Anna Craxi— negli anni dell’esilio telefonava ogni sera. Berlusconi chiamava di rado, sempre dall’estero, per paura delle intercettazioni. Dice oggi Bobo, che ad Hammamet ha passato le vacanze di Natale: «La guerra del Cavaliere non è la nostra. La nostra guerra è finita con la morte di papà. Il paragone è improponibile: Berlusconi è il padrone d’Italia, non ha nulla da temere; Craxi era solo contro i giudici.

Io ho cercato di tenerne viva l’eredità salvando un piccolo partito socialista. Non ci sono riuscito. Ricordo quando con De Michelis andavamo ai vertici di maggioranza, tra il 2001 e il 2006: ci trattavano con sufficienza, come intrusi; l’unico cortese era Fini. Da questo anniversario non mi attendo nulla, fuorché le parole di Napolitano. Ho parlato spesso con lui, nei due anni che sono stato nel governo Prodi. Credo che il capo dello Stato dirà cose destinate a lasciare il segno».

La casa sulla collina è quasi come l’ha lasciata lui.

La piscina senz’acqua, i cimeli di Garibaldi, il busto del Duce, una delle false teste di Modigliani omaggio dei burloni livornesi, il ritratto di Anna vestita di rosso. Qualche ospite ha creduto di riconoscere un quadro di sua proprietà e ha intentato una causa per ricettazione. Foto di Stefania bambina sul pony e di Craxi gigantesco con una lady Diana quasi intimidita; Bobo in divisa da recluta dell’Aeronautica, Reagan con il cappello da cow-boy.

Ricorda la signora Anna che, una delle prime estati, quando i figli erano piccoli e vedevano le vacanze nella Tunisia preturistica come un incubo, il marito inventò una caccia al tesoro, animata da un personaggio immaginario: Axi. Ogni sera Axi lasciava un biglietto con l’indicazione per il giorno dopo. Stefania ha conservato l’ultimo: «Picchi picchi/ siete proprio due bei micchi/ il tesoro è qui a due passi/ e voi due cercate sassi/ il tesor, milioni e rotti/ troverete in via Condotti».

Il tesoro— un baule con monete e mani di Fatima portafortuna — era nella condotta dell’acqua, trovata dal rabdomante del villaggio.

Poi Hammamet (che è il plurale di «hammam» e quindi significa banalmente Bagni) divenne luogo dell’immaginario. Paolo Rossi cantava: «Dov’è finita la fontana di piazza Castello? Ad Hammamet! » . «Ad Hammamet!» gridava Pecoraro Scanio, futuro ministro, salendo in groppa a un cammello al Gilda on the Beach, dopo aver tagliato la torta per il compleanno di Tangentopoli. Tra il ’94 e il 2000 la casa sulla collina divenne la scena di una vicenda a tratti drammatica, a tratti picaresca. Arrivavano Lucio Dalla dopo un concerto a Cartagine e volenterosi con le presunte prove che Di Pietro era un agente della Cia, Vauro con un sacchetto di terra italiana emilitanti socialisti con caciotte e dolci regionali, Arafat e l’intera giunta di Aulla.

Artisti minori dipingevano e scolpivano in veranda. All’ingresso vegliavano le Tigri dei corpi speciali di Ben Alì: un giorno — ricorda Bobo — riferirono con toni da cospiratori di «un italiano sorpreso mentre preparava un attentato a Craxi, che aveva detto di chiamarsi Scalfaro o Scalfari. Ci facemmo due risate». Bettino dipingeva vasi tricolori, mandava fax ai giornali anche di notte e scriveva furiosamente: un giallo, Da Parigi a Hammamet, poesie che ora saranno pubblicate, la storia di un martire cristiano in Tunisia rimasta incompiuta.

Poi, a ogni anniversario, si è celebrato qui il rito craxiano. Voli charter con mezza pensione e pernottamento, tutto incluso. Gare di processi tra i pellegrini (la spuntò Giovanni Battista Lombardozzi sindaco di Guidonia: 22 assoluzioni su 22). Antonio Craxi, il fratello, che ne vaticinava la reincarnazione, il sindaco di Aulla che progettava di trafugare la salma. Cene da Achour, il ristorante che ancora espone il suo ritratto. Chokri, il piccolo cui Bettino pagò i denti nuovi, è partito militare. Marcello, il centralinista del Raphael, si è convertito all’Islam: ora si chiama Mohammed, ha sposato una tunisina, gli è appena nato il secondo figlio.

Racconta Bobo che il cimitero sotto le mura della medina è diventato anche «il rifugio del capro espiatorio. Il debito pubblico? Colpa di Craxi. Di Pietro? Colpa di Craxi. Berlusconi? Colpa di Craxi. Un giornale importante mi chiamò per informarmi che in realtà Noemi Letizia era figlia sua, e quindi mia sorella: minacciai querela. La tomba di Craxi come una discarica per ogni male della nazione». Forse. Ma anche segno di una storia patria che — sia pure in circostanze imparagonabili — non depone i leader ma li abbatte. Monza, piazzale Loreto, via Caetani. Ferita aperta, pietra dello scandalo, memento di quanto l’Italia sappia essere prima servile e poi crudele.

Aldo Cazzullo
14 gennaio 2010






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