martedì 19 gennaio 2010

Negozio choc: vietato entrare a chi sa solo il cinese

La Nazione

Il proprietario si difende: "Non è razzismo ma provocazione, copiano gli abiti che vendo"



Empoli, 19 gennaio 2010

Roberto Benigni, nel suo film La vita è bella, a un certo punto mostra un cartello esposto sulla vetrina di un bar di Arezzo negli anni ’30: «Vietato l’ingresso a ebrei e cani». Era il suo modo per ricordare l’avanzare strisciante dell’intolleranza razzista in quella stagione sciagurata. Ieri a Empoli, in un negozio di abbigliamento del centro, sulla porta di ingresso è apparso un cartello che a molti ha ricordato quel film: «Vietato l’ingresso a cinesi se non parlano l’italiano». Sottopelle alla civilissima e da sempre accogliente Toscana stanno nascendo nuovi sentimenti di intolleranza?

«Ma per carità! Quale razzismo, quale intolleranza! La mia era solo una provocazione. Ben riuscita, mi pare». E giù una risata falstaffiana, grassa e rotonda come una mina marina. Gino Pacilli è il titolare del negozio di abbigliamento Lulapop e l’autore del cartello che ieri mattina ha fatto sobbalzare mezza Empoli. «Si l’ho scritto io, e tutto per colpa di un idraulico di Castelfiorentino — dice, mentre mostra un paio di jeans a due clienti nigeriani — Se ha voglia di sapere il perché, si sieda che le spiego». Ci sediamo.

La storia che ha di mezzo l’idraulico inizia dunque qualche mese fa, quando il negozio del Pacilli diventa meta di gruppi di cinesi. «Entrano in tre o quattro insieme, non parlano, facendo capire di non sapere l’italiano, toccano tutta la merce, poi se ne vanno. Senza mai comprare niente. E senza mai salutare. Maleducazione allo stato puro». Gli incerti del mestiere. Solo che venerdì scorso succede quello che non ti aspetti. «Il solito gruppo di cinesi è dentro da mezz’ora, sempre senza parlare e toccando tutto — racconta Gino — quando nel negozio entra un idraulico di Castelfiorentino che conosco bene. Questi fa pochi passi, vede i cinesi e li saluta. Loro impallidiscono, balbettano qualcosa, poi se ne vanno di fretta.

 “Ma li conosci?”, dico. E lui: “Certo che li conosco, stanno in un bel palazzo a Castelfiorentino, parlano correttamente l’italiano e sono diventati benestanti facendo confezioni di abbigliamento. Copiano tutto e lo vendono a metà prezzo“. Improvvisamente capisco tutto: “Ecco perché toccano la merce!. E sa che ho fatto?». Questo lo sappiamo. Ha preso carta e penna e ha scritto un cartello dal prepotente sapore di provocazione: vietato l’ingresso ai cinesi che non parlano italiano. «E ora aspetto che l’assessore al commercio, che non si è mai fatto vivo fin qui, mi telefoni che spiego tutto pure a lui», dice Gino Pacilli.

Per ora, a farsi vivo non è stato l’assessore ma chi dal quel cartello si è sentito ferito. E parecchio. «Quantomeno un’uscita non opportuna, di dubbio gusto», si lamenta Celia Pariona Vergaray, membro della consulta degli stranieri, che a Empoli è numerosissima (un residente su 10 è extracomunitario). Ed Enzo Migliorini, consigliere comunale a Certaldo e fra i primi a sollevare il caso: «Facciamo di tutto nelle scuole per educare all’integrazione e poi ci troviamo di fronte a questi episodi che vanificano tutto. Mi meraviglio solo che le istituzioni non si muovano». La preoccupazioni, insomma, che sotto la cenere anche comprensibile dell’esasperazione, trovi terreno fertile una forma di intolleranza strisciante. Questa non giustificabile. Anche perché proprio qui a Empoli, l’ombra del razzismo è rimasta sospesa anche su un episodio avvenuto la scorsa settimana al termine di una gara di pallacanestro.

Allora un giocatore di colore fiorentino, Andrew Rath, dopo un fallo pesante su un avversario dell’Empoli basket, era stato aggredito al grido di «negro di merda». «Ma non c’era razzismo, solo rabbia quel brutto fallo», hanno spiegato poi i dirigenti della squadra empolese al questore Tagliente che aveva aperto un’inchiesta sull’episodio. Comunque un terreno di inquietudine nel quale si è conficcato il cartello-provocazione di Pacilli. Che non ha certo lasciato indifferente il Comune: «Queste tipo di esternazioni Empoli non le sopporta e le stigmatizza — spiega pacata il sindaco della città, Luciana Cappelli — Anche se è una provocazione, lo è di dubbio gusto. Per questo, ho disposto un’inchiesta della polizia municipale. Acquisiremo gli atti, poi valuteremo il daffarsi. Di sicuro vogliamo evitare un effetto domino. Empoli è una città che ha forte il valore della tolleranza: eviteremo assolutamente che questo tipo di iniziative possano ripetersi».
Stefano Cecchi




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Inghilterra, meno soldi a operai italiani

Corriere della Sera

L'azienda Cmn accusata di pagare oltre mille sterline in meno rispetto all'accordo. Protestano i sindacati




MILANO - Gennaio 2009: al grido di "british jobs for british workers" scesero in piazza gli operai inglesi contro 300 colleghi italiani assunti dalla Irem, che aveva vinto una gara d'appalto in una raffineria della Total nel Lincolnshire. L'accusa: ci rubate il lavoro. Un anno dopo, Midlands orientali: l'azienda italiana Cmn, vincitrice di un subappalto nella centrale elettrica di Staythorpe, viene accusata di pagare la forza lavoro (per la maggior parte italiana) oltre mille sterline in meno rispetto all'accordo siglato tra il maggior sindacato britannico, Unite, e l'Alstom, l'azienda a cui è stato assegnato l'incarico di costruire la nuova centrale. Una questione che rischia di riaprire il capitolo "lavori inglesi per lavoratori inglesi".

REVISIONE DELLE PAGHE - A far suonare il campanello d'allarme è stata la sentenza sulla revisione delle paghe chiesta dai sindacati: ha rivelato che ogni mese, tra aprile e dicembre 2009, una media di 17 operai è stata pagata 1.300 euro in meno rispetto ai loro colleghi dipendenti di ditte inglesi. Unite è sul piede di guerra e chiede che il contratto della Cmn sia rescisso. «Il fatto che questi lavoratori vengano sottopagati è un oltraggio - ha tuonato il segretario generale Les Bayliss al Guardian -.

Queste rivelazioni sono la prova che i lavoratori del settore avevano remore genuine. Alcuni operai impiegati a Staythorpe hanno perso migliaia di sterline che sono loro dovute. Unite non permetterà che i datori di lavoro la facciano franca, non rispettando gli accordi sottoscritti al di là della nazionalità dei lavoratori». Nella centrale arrivano ad essere impiegati oltre 2mila lavoratori, molti sono stranieri ingaggiati dalle aziende che si sono aggiudicate i subappalti.

Redazione online
19 gennaio 2010



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Mozzarella, commissariato il Consorzio Zaia: presidente annacquava il latte

Corriere del Mezzogiorno
 

Il ministro: ho nominato 4 uomini che controlleranno con la lente di ingrandimento i casi di contraffazione



CASERTA - Latte di bufala annacquato dal presidente in persona, lo stesso che, nel programma operativo, aveva annunciato misure per «consolidare ancora di più la qualità e l'eccellenza della mozzarella nelle aree Dop (Caserta, Salerno, Napoli, Benevento e province di Roma, Latina, Frosinone e Foggia). E il ministro Zaia commissaria il consorzio di tutela.

IL COMMISSARIAMENTO - «Ho appena commissariato il Consorzio di tutela della Mozzarella di Bufala». Lo ha rivelato dai microfoni dell’Alfonso Signorini Show in onda su Radio Monte Carlo il ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Luca Zaia. «Ho commissariato il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala, perché - ha spiegato il ministro - durante i controlli lo stesso presidente del Consorzio (Luigi Chianese ndr) è stato sorpreso mentre annacquava il latte. Ho già firmato un decreto in cui ho nominato quattro uomini di mia fiducia, che controlleranno, con la lente di ingrandimento, anche questo grave caso di contraffazione».

AL CONSORZIO NESSUNO SA NIENTE - Eppure al Consorzio di tutela di Caserta è una mattinata tranquilla, nessuno sa niente e il presidente non c'è. Quando il corrieredelmezzogiorno.it telefona la risposta è questa: «Cosa? L'ex presidente? No, lei cerca il presidente. Non c'è nessun commissariamento, almeno non ci hanno avvisato...».

Il consiglio di amministrazione del Consorzio per la tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop aveva nominato Luigi Chianese, già consigliere, presidente del Consorzio all'unanimità. Il nuovo presidente, titolare delle Fattorie del Massico di Piedimonte di Sessa Aurunca, era il successore di Francesco Serra, dimessosi per motivi personali. Chianese, 46 anni, imprenditore conosciuto nel settore lattiero-caseario, aveva già ricoperto il ruolo di presidente nel 2007 all'indomani della scadenza dei primi mandati dello stesso Serra.

IL 25% MOZZARELLE FALSE - «Da due anni a oggi - ha proseguito il ministro - la mia politica di tolleranza zero ha portato alla scoperta di molti casi di contraffazione di prodotti alimentari. A novembre i numerosi controlli nella grande distribuzione hanno rivelato che nel 25% dei campioni analizzati, le mozzarelle non erano vere mozzarelle di bufala poiché contenevano almeno il 30% di latte di vacca».

COLDIRETTI: AVEVAMO CHIESTO UN CAMBIAMENTO - «Da tempo ritenevamo che sia la compagine che il modus operandi del consorzio doveva avvalersi di un maggior contributo delle imprese agricole e in particolare degli allevatori. Questa situazione, più volte denunciata, anche alla luce dei problemi di carattere sanitario attraversati negli ultimi anni, ci aveva portato a chiedere a una modifica della composizione del consorzio per rilanciare un comparto che usciva da un tunnel maledetto».

Lo dice Vito Amendolara, direttore regionale della Coldiretti campana in merito al commissariamento del consorzio di tutela della mozzarella di bufala. «Anche se sul piano dell’immagine questa iniziativa crea problemi, comunque circoscritti e sui quali attendiamo documentazioni ufficiali, l’auspicio è che nella terra dei commissariamenti - conclude Amendolara - si riesca a risalire la china in maniera definitiva per un comparto che dà lustro alla Campania sul piano economico consegnando risposte concrete alle aziende zootecniche».

NAPPI (REGIONE): NOI, PARTE LESA - «Siamo lieti dell’intervento del ministro Zaia, che ha annunciato il commissariamento del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala. Come Regione ci sentiamo parte lesa di fronte alle violazioni riscontrate durante i controlli nelle aziende, perchè è inconcepibile che per le inaccortezze e le frodi di alcuni un’intera filiera, altamente strategica per la Campania, rischi di essere fortemente penalizzata». L’assessore all’agricoltura della Regione Campania, Gianfranco Nappi, commenta così la notizia del commissariamento del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala da parte del Governo.

«È venuto il momento di rafforzare il sistema dei controlli sui Consorzi, che ad oggi risulta ancora centralizzato - aggiunge Nappi - la Regione a tale proposito rivendica un ruolo più attivo, non contrapposto ma complementare a quello dei livelli nazionali. E fin dalle prossime ore incontrerò tutti gli attori della filiera bufalina per sviluppare un programma di promozione della mozzarella campana, su cui la giunta regionale ha già individuato le risorse economiche, che si fondi irrinunciabilmente su qualità e rintracciabilità dei prodotti».


R. W.
19 gennaio 2010





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La Cina censura Avatar

La Stampa


Lo stop per motivi politici e per proteggere le pellicole made in Pechino




PECHINO

La Cina ha deciso di bloccare le proiezioni del film «Avatar», nonostante il grande successo di pubblico. Lo afferma la stampa cinese. Dietro lo stop ad un film che nei primi otto giorni di programmazione ha raccolto l’equivalente di 40 milioni di dollari, vi sarebbero motivi politici. Pare che molti spettatori abbiano visto nella battaglia degli abitanti di Pandora per proteggere la loro terra e cultura, quella dei tanti cinesi che si sono opposti alle autorità per proteggere le loro case che dovevano essere abbattute per grandi progetti edilizi del governo. Secondo il quotidiano «Apple Daily», le autorità vogliono anche assicurare il successo di un costoso film approvato dal governo sulla vita del filosofo Confucio, la cui uscita nelle sale è prevista per venerdì.

Per stoppare il film a stelle e strisce la censura sta utilizzando una strada molto sottile: indiretta, ma efficace. Una comunicazione inviata alle sale di tutto il Paese dalla China Film Group Company, distributrice di «Avatar» in Cina, impone infatti di sospendere le proiezioni della versione «normale» del film. Rimarrà in circolazione solo la versione tridimensionale, per la quale è richiesto l’uso di speciali occhiali che vengono distribuiti all’ingresso delle sale. Siccome le sale attrezzate per il tridimensionale sono pochissime, la decisione equivale di fatto al ritiro dalla circolazione di un film che sta battendo tutti i record di incassi, in Cina come nel resto del mondo.

In alcuni commenti affidati ad Internet la decisione viene spiegata con la necessità di fare spazio non soltanto al film «patriottico» su Confucio, prodotto ad Hong Kong, ma anche agli altri film cinesi, schiacciati dal successo di «Avatar». Altri affermano che le autorità avrebbero visto nel film pericolosi riferimenti alla situazione delle minoranze etniche della Cina, come i tibetani e gli uighuri. Secondo «Apple Daily» di Hong Kong, l’ordine di bloccare il film sarebbe venuto direttamente dal Dipartimento Centrale di Propaganda del Partito Comunista Cinese



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La Nasa rottama gli Shuttle

La Stampa

In vendita ai privati le navette. I motori saranno regalati a chi se li porta via





CAPE CANAVERAL

Come giocattoloni sono decisamente ingombranti, anche per piazzarli in giardino. Ma chissà che non si faccia avanti il solito miliardario bizzarro: la Nasa ha deciso di vendere ai privati le vecchie navette degli Shuttle. E per portarsi - si fa per dire - a casa un motore non si spenderà manco un cent, benché si tratti degli oggetti che hanno volato più in alto e più velocemente di qualsiasi altre macchine mai costruite dall’uomo.

In vista del probabile prossimo pensionamento alla fine del 2010 la Nasa cederà gli Space Shuttle per meno di 30 milioni di dollari ciascuno. Come riporta il quotidiano britannico «The Independent», «Discovery» (con alle spalle 37 missioni e il cui contachilometri segna 5.247 orbite) è già stato promesso allo «Smithsonian Institute», ma «Atlantis» ed «Endeavour» sono ancora disponibili a 28,2 milioni di dollari; e pur di far cassa la Nasa potrebbe decidere di vendere anche il prototipo delle navette, l’«Enterprise». Se il costo vi sembra troppo alto, sappiate che il vero affare è costituito dai motori delle navette, non più necessari una volta che queste siano parcheggiate in un museo: il prezzo di listino era compreso fra i 400mila e gli 800mila dollari, ma vista la mancanza di acquirenti la Nasa li offre gratis: basta che chi li vuole abbia i mezzi per portarseli a casa.

La flotta degli space shuttle - persa la decana «Columbia» nell’incidente del 2002 - comprende attualmente la «Atlantis», la «Discovery» e la «Endeavour» - l’ultima navetta ad essere costruita per sostituire la «Challenger», esplosa al decollo nel 1986. Il primo space shuttle ad essere costruito, «Enterprise» (battezzato in tal modo su richiesta dei fan di Star Trek), è rimasto un modello statico e non è stato mai dotato di propulsori, dopo che i tecnici decisero di apportare alcune modifiche al progetto originale. Il nuovo programma spaziale statunitense si chiama «Constellation», nome scelto da un’azienda pubblicitaria newyorchese.

La Casa Bianca aveva calcolato in 230 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni la spesa necessaria, dei quali 8 miliardi già appaltati e tre miliardi già spesi. Sono in corso la progettazione della nuova capsula Orion e del relativo vettore Ares I; per la prima missione con equipaggio si dovrà invece attendere il 2015. L’intero programma spaziale potrebbe però essere rivisto dall’Amministrazione Obama, anche alla luce della crisi economica globale. Il mantenimento della flotta degli space shuttle oltre la data di ritiro prevista del 2010 costerebbe tre miliardi di dollari l’anno oltre ad aumentare il rischio di incidenti mortali.





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I versetti della Bibbia nei mirini dei fucili americani

Corriere della Sera


La ditta che rifornisce l'esercito Usa ignora il divieto di proselitismo imposto ai militari in Afghanistan e in Iraq




WASHINGTON - Ai militari americani in Afghanistan e in Iraq è vietata qualsiasi forma di proselitismo religioso, verbale o scritta, per rispetto all’Islam. Ma la ditta fornitrice dei mirini dei fucili ad alta precisione dei marines ha sempre ignorato e continua a ignorare il divieto. La tv Abc ha rivelato che la Trijicon del Michigan iscrive in codice sui mirini passi del vecchio e nuovo testamento. Un esempio è JN 8:12 (Gv 8: 12), l’invito di Gesù sul vangelo di Giovanni: «Chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita». Un altro è 2 COR 4:6, un passo della seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, dove si parla della «gloria divina che rifulge sul volto di Cristo»
.
POLEMICHE - La rivelazione della Abc ha diviso in due il Congresso. Secondo i liberal, ai musulmani i codici della Trijicon possono evocare il ricordo delle crociate, termine usato inizialmente dal presidente Bush, che poi lo abbandonò, per la lotta al terrorismo, e possono conferire alle guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan il connotato di guerre di religione, esattamente come sostengono i jihadisti. Secondo i conservatori invece non ci sono rischi del genere, anzi i codici della Trijicon sono di conforto ai soldati che, dice, nutrono una profonda fede.

LA TRIJICON E IL PENTAGONO - La Trijicon, che fornisce ai marines 800 mila mirini ogni anno, e ne fornisce altri all’esercito, per 660 milioni di dollari circa, ha smentito di fare del proselitismo occulto. Ha ricordato che il fondatore della ditta, Glen Bunde, un sudafricano scomparso in un incidente aereo nel 2003, era molto religioso, ed esigeva che i dipendenti studiassero la Bibbia. L’America, afferma la Trijicon, «è una nazione buona perché i suoi valori si basano sull’insegnamento biblico» che non deve essere abbandonato. La ditta aggiunge di fare parte dell’establishment industriale militare perché crede nelle guerre giuste. Sulla questione il Pentagono non si è ancora pronunciato, pur avendo protestato dietro le quinte che la rivelazione della Abc mette in pericolo i marines in Afghanistan e in Iraq. Non è escluso che imponga alla ditta di non iscrivere più codici sui mirini. Sulla religione il suo regolamento è ferreo: ciascun soldato americano, anche musulmano – e ve ne sono alcuni - deve potere praticare la propria senza interferire minimamente in quella altrui.

Ennio Caretto
19 gennaio 2010






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Fano, ritrovata la 17enne pakistana Arrestati il padre-padrone e la madre

Corriere della Sera

L'hanno rapita davanti al centro di accoglienza dove vive, poi la fuga: volevano che sposasse un connazionale

ESARO - Almas è salva. Dopo ore di ansia, è finito bene il sequestro della 17enne pakistana prelevata dal padre-padrone a Fano, davanti al centro di accoglienza dove la ragazza vive. Martedì mattina i carabinieri hanno intercettato l'auto mentre era in viaggio sulla A14, tra Fano e Marotta. «Sta bene ed è stata molto felice di vederci» ha detto un militare. I genitori sono stati portati, insieme agli altri due figli, al Comando dei carabinieri di Fano: il padre è stato arrestato per sequestro di persona e la madre per concorso in sequestro. I due vengono interrogati in queste ore dal pm Maria Letizia Fucci. È indagato anche il fratello sedicenne di Almas: la sua posizione sarà valutata dalla procura del Tribunale dei minori. In ogni caso, sia per lui che per la sorella più piccola (14 anni) si apre l'ipotesi di un affido. Almas, che non ha subito violenze anche se è fisicamente provata, è tornata nella comunità di accoglienza.

IL RAPIMENTO - Akatar Mahmood, ambulante di 40 anni, progettava il blitz da mesi. Forse dallo scorso agosto, quando la Sezione minori della Corte d'Appello di Ancona ha stabilito che Almas, finita in ospedale ad aprile per le botte del padre, doveva stare lontano dalla famiglia. Lunedì alle 13.30 il sequestro: Almas ha trovato l'auto di famiglia ad attenderla davanti alla comunità Fenice della onlus Cante di Montevecchio, dove vive per disposizione della magistratura minorile. Stava rientrando da scuola, l'istituto commerciale "Cesare Battisti", ed era sola. Ha tentato di chiedere aiuto ma l'auto è ripartita prima che qualcuno potesse intervenire. A bordo, oltre al padre, c'erano anche la madre (Aslam, 37 anni) e i due fratelli, il maschio di 16 anni e una femmina di 14. Alla scena ha assistito un consigliere comunale che ha preso la targa del veicolo e dato l'allarme: le ricerche sono cominciate immediatamente, con posti di blocco e controlli sui cellulari dei componenti della famiglia. Nelle indagini sono state impegnate centinaia di carabinieri tra Marche, Umbria, Lazio ed Emilia Romagna. L'auto è stata così seguita attraverso le varie celle. Akatar Mahmood è però riuscito a raggiungere Roma o una località vicina, appoggiandosi a dei familiari o membri della comunità pachistana. La famiglia è ripartita per Bologna, intorno alle 3-4 del mattino. Non si sa dove fosse diretta, ma è probabile che, constatata l'impossibilità di lasciare l'Italia, considerato che c'erano posti di blocco ovunque, il capofamiglia abbia deciso di tornare nelle Marche, a Senigallia, dove la famiglia risiede da una decina d'anni. Di certo i familiari della diciassettenne non avevano messo in conto il clamore che il sequestro ha suscitato.

MALTRATTAMENTI - Quella di Almas è la storia di un inferno familiare. Il padre non accettava lo stile di vita della figlia, troppo occidentale, e le sue amicizie e voleva costringerla a sposare un connazionale contro la sua volontà. La madre, con il suo atteggiamento remissivo, non avrebbe saputo o voluto contrastare l'atteggiamento del marito nei confronti della figlia. Ciò, hanno spiegato gli investigatori, aveva creato una situazione di «forte disagio psicologico» nella diciassettenne, e da qui era scaturita la decisione dei giudici minorili. Akatar Mahmood è un uomo rigido e violento: tante volte aveva maltrattato la ragazza. Ad aprile l'ha picchiata selvaggiamente e Almas è finita in ospedale. È quindi scattata una segnalazione ai Servizi sociali e il Tribunale l'ha affidata alla comunità di accoglienza gestita dalla onlus Cante di Montevecchio. Akatar Mahmood ha fatto ricorso in Corte d'appello ma la diciassettenne aveva implorato i magistrati di trovarle una sistemazione alternativa alla famiglia. Così è iniziata la sua nuova vita. Quella che il padre ha tentato di troncare con il rapimento e la fuga, senza riuscirci.

Redazione online
19 gennaio 2010







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British Airways lo obbliga a cambiare a posto, lui li denuncia

Corriere della Sera

Le norme della compagnia proibiscono agli uomini di sedersi in aereo accanto a minorenni non accompagnati


MILANO - I regolamenti interni delle compagnie di trasporti non finiscono di stupire. Una delle più bizzarre è costata alla British Airways una querela per diffamazione. La policy della compagnia di bandiera britannica vieta ai passeggeri uomini di sedersi accanto a minorenni che non siano accompagnati dai genitori, onde evitare abusi sessuali. E l’aereo non decolla finché l’adulto non cambia posto. Ma la norma interna ha trovato un vivace oppositore in Mirko Fisher, manager di 33 anni, che ha sporto denuncia, come riporta il quotidiano Daily Mail.

SEX OFFENDER – Fisher viaggiava con la moglie incinta, Stephanie, che aveva chiesto di sedersi accanto al finestrino. Così il passeggero si trovava tra la moglie e un dodicenne, i cui genitori erano seduti più indietro. Quando lo steward, controllando la cabina prima del decollo, lo ha invitato a cambiare posto, Mr. Fisher ha risposto che voleva viaggiare accanto alla moglie. Ma l’assistente di volo ha insistito appellandosi al regolamento della British e al fatto che altrimenti non sarebbero partiti. Da qui il conflitto fra i due e la denuncia. «Mi sono sentito un delinquente davanti agli altri passeggeri e chissà cosa avrà pensato il bambino. Con questa norma etichettano tutti gli uomini come pedofili e perversi. I viaggiatori innocenti sono pubblicamente umiliati», ha commentato il manager esperto di finanza, che vive in Lussemburgo e ha una figlia.

DISCRIMINAZIONI SESSUALI – Una delle accuse mosse dal manager alla British Airways è la discriminazione sessuale, perché lo stesso trattamento non è riservato alle donne adulte. «Inoltre statisticamente è più probabile che i bambini ricevano offese e violenze all’interno delle mura domestiche che non nello spazio ristretto di un aereo», ha aggiunto Fischer. La sentenza sarà emessa il prossimo mese e nel caso che la corte dia ragione al passeggero, la compagnia britannica sarà tenuta a cambiare il regolamento e a risarcire il querelante. Fisher promette, in quel caso, di devolvere il risarcimento per i danni all’immagine subiti in favore della Nspcc, l’organizzazione britannica che previene la crudeltà sui bambini.

Ketty Areddia
19 gennaio 2010





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Rivelazione: Wojtyla delegò Papa Pio XII a fare il miracolo

di Andrea Tornielli

Una giovane mamma era affetta da un tumoreWojtyla gli apparve in sogno e gli disse di rivolgersi a Papa Pacelli


C’è un presunto miracolo attribuito all’intercessione di Pio XII che potrebbe portare in tempi relativamente brevi alla sua beatificazione. Un miracolo che vedrebbe in qualche modo misteriosamente coinvolto anche Giovanni Paolo II, il cui decreto sull’eroicità delle virtù è stato promulgato da Benedetto XVI lo stesso giorno di quello su Papa Pacelli: la guarigione di una giovane mamma da un linfoma maligno. Il condizionale è d’obbligo, in queste circostanze, ma il caso viene attentamente vagliato dalla postulazione della causa e dalla diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, dov’è avvenuto. La notizia è stata resa nota dal giornale online «Petrus», senza alcun particolare, ma con l’importante conferma del vicario della stessa diocesi. Il Giornale ha potuto ora ricostruire l’intera vicenda, che sarà studiata nei prossimi mesi.



Siamo nel 2005, poco tempo dopo la morte di Papa Wojtyla. Una giovane coppia che ha già avuto due bimbi, ne aspetta un terzo. Per la madre trentunenne, che fa l’insegnante, la gravidanza si presenta in salita: ha forti dolori e i medici non riescono inizialmente a comprendere l'origine dei suoi disturbi. Alla fine, dopo molte analisi e una biopsia, le viene diagnosticato un linfoma di Burkitt, tumore maligno del tessuto linfatico piuttosto aggressivo, che insorge di frequente nelle ossa mascellari per diffondersi poi ai visceri dell’addome e del bacino e al sistema nervoso centrale. L’attesa della nuova vita che la donna porta in grembo si trasforma in un dramma.

Il marito della donna inizia a pregare Papa Wojtyla, da poco scomparso, per chiedergli di intercedere per la sua famiglia. Una notte, l’uomo vede in sogno Giovanni Paolo II. «Aveva il volto serio. Mi disse: “Io non posso fare niente, dovete pregare quest’altro sacerdote...”. Mi mostrò l’immagine di un prete smilzo, alto, magro. Io non lo riconobbi, non sapevo chi fosse». L’uomo rimane turbato dal sogno, ma non può identificare il prete che Wojtyla gli ha indicato. Pochi giorni dopo, aprendo casualmente una rivista, ecco una foto del giovane Eugenio Pacelli che attira la sua attenzione. È lui quello che aveva visto ritratto in sogno.



Si mette in moto una catena di preghiera che chiede l’intercessione di Pio XII. E la donna guarisce dopo le primissime cure. Il risultato è considerato così importante che i medici ipotizzano un possibile errore diagnostico iniziale. Ma gli esami e le cartelle cliniche confermano l’accuratezza dei risultati delle prime analisi. Il tumore è sparito, la donna sta bene, ha avuto il suo terzo figlio, è tornata al suo lavoro a scuola. Lasciato passare un po’ di tempo, è lei a rivolgersi al Vaticano per segnalare il suo caso.

Una conferma il vicario generale della diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, don Carmine Giudici: «È tutto vero - ha dichiarato a “Petrus” - la Santa Sede ci ha comunicato di essere stata contattata da un fedele della nostra diocesi che sostiene di aver ricevuto un miracolo per intercessione di Pio XII. L’arcivescovo Felice Cece ha quindi deciso di istituire a giorni l’apposito Tribunale diocesano». Sarà questo tribunale a vagliare il caso per formulare un primo responso. 

Se sarà positivo, le carte passeranno a Roma, alla Congregazione delle cause dei santi: qui dovranno essere studiate prima dalla Consulta medica, chiamata a pronunciarsi sull’inspiegabilità della guarigione. Se anche i medici che collaborano con la Santa Sede diranno di sì, il caso della mamma guarita sarà discusso prima dai teologi della Congregazione, quindi dai cardinali e vescovi. Soltanto dopo aver superato questi tre gradi di giudizio, il dossier sul presunto miracolo arriverà sul tavolo di Benedetto XVI, che deciderà sul riconoscimento finale. Allora e solo allora, Papa Pacelli potrà essere beatificato.

L’istituzione di un Tribunale diocesano e l’eventuale arrivo della documentazione al dicastero che studia i processi di beatificazione e canonizzazione non significano alcun riconoscimento, ma soltanto che il caso in questione è giudicato interessante e degno di attenzione. È dunque del tutto prematuro ipotizzare sviluppi, ancora di più immaginare date. Quello che colpisce, nella storia della famiglia di Castellammare di Stabia, è il ruolo avuto nella vicenda da Papa Wojtyla, che in sogno avrebbe suggerito al marito della donna la preghiera a quel «prete smilzo» rivelatosi poi essere Pacelli. Quasi che Giovanni Paolo II avesse voluto in qualche modo aiutare la causa del suo predecessore. La notizia del presunto miracolo è arrivata in Vaticano pochi giorni prima che Benedetto XVI promulgasse il decreto sulle virtù eroiche di Wojtyla e a sorpresa sbloccasse anche quello di Pio XII, rimasto in attesa per due anni a motivo di ulteriori verifiche negli archivi vaticani.






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Toghe, ecco le vere cifre sui fannulloni

di Stefano Zurlo

La maglia nera spetta ai gip di Catanzaro. Secondo il sistema di rilevazione voluto dall’ex Guardasigilli Castelli, nel 2008 i giudici di Bari hanno chiuso 367 processi.

In Calabria? Solamente 37. Anche il Csm deve ammettere: "Un giudice su tre lavora poco"





Semaforo verde a Bari, semaforo rosso a Catanzaro. L’enigma Italia raccontato attraverso i numeri della giustizia di due città vicine geograficamente, ma lontanissime quanto a efficienza. Bari è largamente in «attivo». Nel 2008 sono arrivati 25.453 fascicoli e ne sono stati smaltiti molti di più: 43.812. 

L’indice di ricambio che misura il rapporto fra procedimenti sopravvenuti e procedimenti definiti, è il più verde d’Italia, e si attesta al 172,13 per cento; a Catanzaro le cifre precipitano: l’indice è del 62,89 per cento, ovvero per 7.470 fascicoli nuovi ne sono stati smaltiti 4.698. È profondo rosso.
Perché capita questo? È su questa pista che si era spinta negli anni scorsi la Global Brain, chiamata al capezzale della giustizia dall’allora Guardasigilli Roberto Castelli. 

La Global Brain non ha avuto il tempo per approfondire le cifre, ma certo se si segue la catena di montaggio dei fascicoli si scoprono altri dati sorprendenti. Se paragoniamo gli uffici del gip-gup delle due città troviamo altre incongruenze e anomalie. 

L’indice di ricambio a Bari è del 108,67 per cento, a Catanzaro sprofondano, ancora una volta, al 71,64 per cento. L’ufficio del gip-gup è l’imbuto in cui finiscono le inchieste della Procura. Come mai questo ritardo? Allarghiamo ancora il dettaglio: ogni gip-gup di Bari ha definito in un anno 367 procedimenti, a Catanzaro solo 37. Trecentosessantasette contro trentasette. 

Numeri che stridono. E che autorizzano qualche domanda impertinente sulla produttività dei singoli. E qualche proiezione ulteriore; il team di Castelli aveva calcolato la durata in prospettiva dei processi, scoprendo ancora una volta le diverse velocità: a Bari 1,23 anni, a Catanzaro 1,72. 

Certo, si possono sollevare altre questioni, critiche e obiezioni; si può discutere sul fatto che un procedimento non sarà mai uguale ad un altro e su mille altri punti, anche sofisticati, ma non si può sfuggire al ragionamento complessivo: si può e si deve trovare un modo per far funzionare meglio la macchina. 

Castelli nel 2001 aveva trovato un varco e aveva chiamato la Global Brain di Alberto Uva. Uva ha lavorato quattro anni coltivando un progetto ambizioso: sottoporre ad uno scrupoloso check up la giustizia italiana. Malandata per definizione. 

Una scommessa che però è stata persa: «Ci hanno attaccato in tutti i modi - racconta Uva - si è messa di traverso la corporazione dei giudici, si sono messi di mezzo alcuni burocrati del ministero, infine il colpo di grazia ce l’ha dato l’inchiesta della Corte dei conti». È la storia che il Giornale ha raccontato ieri: il cruscotto che doveva illuminare la giustizia italiana è rimasto spento. 

Ma il progetto, per quanto mai decollato, era e resta valido e qualche coraggioso dirigente di via Arenula l’ha perfezionato. I dati, relativi al 2008, sono disponibili e danno un’indicazione di quel che va e soprattutto di quel che non va nel nostro apparato giudiziario. Il problema fondamentale, quello da cui era partito Castelli, è la lunghezza interminabile dei processi penali e civili. 

Dunque, il primo passaggio è conoscere la situazione, ufficio per ufficio, distretto per distretto, volendo giudice per giudice. Il sistema elaborato dalla Global Brain è assai semplice e suggestivo: i pallini verdi indicano quelle realtà che marciano positivamente perché il numero dei processi definiti è superiore a quello dei processi sopravvenuti. Insomma, quelle scrivanie non producono altro debito giudiziario, ma per il loro comportamento virtuoso o, più banalmente perché hanno risorse sufficienti a disposizione, ogni anno sfoltiscono l’arretrato e dunque danno qualche certezza ai cittadini.

I pallini gialli indicano quelle situazioni in stallo, né buone né cattive per usare un linguaggio un po’ forte e semplificato: qui le nuove cause equivalgono a quelle risolte. Infine, eccoci così al terzo capitolo, il più corposo, quello dell’Italia da terzo mondo: le drammatiche, talvolta scandalose situazioni di procure e tribunali che sono letteralmente sommersi da migliaia di pratiche che non riescono assolutamente ad eliminare. 

In queste realtà, la macchina è in grave ritardo, i procedimenti si accumulano, le cause si allungano come elastici nel tempo. È l’Italia che manda in prescrizione migliaia di fascicoli penali, è l’Italia che per una bega condominiale resta in lite dieci, quindici, anche vent’anni. «Il passo successivo - spiega Uva - sarebbe stato interfacciare questi numeri con le piante organiche degli uffici per valutare sul campo, caso per caso, le diverse situazioni». 

Un tribunale può essere in affanno perché le forze in campo sono insufficienti, ma naturalmente la ragione può essere anche un’altra: le energie sono dislocate male, i vertici dell’ufficio hanno organizzato le risorse in modo confuso e irrazionale. L’Italia a tre colori, dunque, a seconda delle percentuali dell’indice di ricambio, l’unità di misura studiata da Castelli e Uva per rifondare la giustizia. Una rifondazione strozzata nella culla.



Sciopero in difesa del dirittto di continuare a far danni




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Palermo tappezzata di manifesti con le foto dei boss in manette

Corriere della Sera


Gianni Nicchi e Domenico Raccuglia nel momento dell'arresto e la scritta: «Farete tutti questa fine»

Il manifesto con le foto dei boss
Il manifesto con le foto dei boss
PALERMO - Manifesti con le foto dei boss Gianni Nicchi e Domenico Raccuglia in manette e la scritta «Farete tutti questa fine» rivolta ai mafiosi ancora in libertà sono comparsi stamani in varie zone di Palermo, soprattutto davanti le scuole e le facoltà universitarie. L'iniziativa è della Giovane Italia, il movimento giovanile del Pdl (ex An), che ha voluto così simbolicamente augurare buon compleanno a Paolo Borsellino, il magistrato assassinato nella strage di via D'Amelio, di cui oggi ricorre l'anniversario della nascita.

LE PROPOSTE - Martedì mattina il movimento Giovane Italia presenta nell'aula Rostagno del comune di Palermo un documento con alcune proposte «per colpire definitivamente Cosa Nostra», tra cui «vietare la candidatura per chi è in odore di mafia, l'istituzione del seggo unico per bloccare il controllo del voto e la creazione di presidi permanenti delle forze dell'ordine nei quartieri a rischio». (Fonte: Ansa)






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Japan Airlines avvia procedure per bancarotta, via 15.600 dipendenti

Corriere della Sera

La compagnia ha reso noto che in ogni caso non sarà interrotto il servizio e continuerà a volare

TOKYO - La Japan Airlines (Jal) ha avviato le procedure legali per la bancarotta protetta e ha presentato un piano di risanamento che prevede il licenziamento di 15.600 dipendenti, pari a un terzo dell'organico, entro marzo 2013. La compagnia ha reso noto che in ogni caso non sarà interrotto il servizio e continuerà a volare. Il piano di ristrutturazione prevede anche la vendita o la chiusura di metà delle controllate della società per raccogliere liquidità e ridurre i costi operativi del 25%. Tra gli altri punti, si legge in una nota, figurano la cancellazione di 14 rotte internazionali e di 17 nazionali, oltre che il delisting di Borsa dei titoli Jal a partire da mercoledì.

Video

DEBITI - I debiti della Jal assommano a circa 16 miliardi di dollari, pari a 11,1 miliardi di euro. La compagnia di bandiera giapponese ha inoltre chiesto ai creditori di rinunciare a circa 730 miliardi di yen sui debiti accumulati al 30 settembre scorso. La procedura di bancarotta permette a Jal di beneficiare di fondi pubblici per 300 miliardi di yen (2,3 miliardi di euro). Secondo il governo giapponese l'operazione permetterà a Jal «una riorganizzazione trasparente». Il presidente Haruka Nishimatsu ha presentato le dimissioni e un nuovo consiglio di amministrazione sarà nominato all'inizio di febbraio, ha reso noto la compagnia. Redazione online
19 gennaio 2010



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Nessuno sfruttamento della tragedia I guadagni della compagnia ad Haiti»

Corriere della Sera


La lettera di un ufficiale a bordo della nave da crociera Independence of the Seas, che ha fatto tappa sull'isola


A seguito del nostro articolo «Cocktail in spiaggia e sport acquatici. La nave da crociera sbarca ad Haiti» abbiamo ricevuto e pubblichiamo questa lettera del secondo ufficiale elettrotecnico a bordo della nave da crociera Independence of the Seas, che ha fatto tappa ad Haiti tra le polemiche.

 
Buongiorno, scrivo dalla nave da crociera Independence of the Seas dove lavoro come secondo ufficiale elettrotecnico. Il vostro sito non mi permette di scrivere commenti all'articolo pur avendo effettuato la registrazione. Sono molto stupito da quanto scritto oggi sul Corriere della Sera riguardo a questa nave e la compagnia Royal Caribbean. Anzitutto a seguito del terremoto la compagnia si è attivata per aiutare i terremotati organizzando, a bordo di tutte le navi che passano a Labadee, una raccolta di fondi da parte di passeggeri ed equipaggio. Noi su questa nave, Independence of the Seas, prima di arrivare a Labadee siamo stati a San Juan de Puerto Rico. In questo porto abbiamo caricato riso, legumi, latte in polvere, acqua e generi di prima necessità che sono stati scaricati a Labadee al nostro arrivo. Altre navi della compagnia Royal Caribbean che passano a Labadee stanno facendo lo stesso. Inoltre il guadagno di tutte le navi facenti tappa a Labadee verrà donato alla popolazione haitiana colpita dal terremoto.

Riguardo alle guardie armate, io che sono sceso a Labadee con mia moglie e mia figlia non ne ho vista nemmeno una, all'interno del resort si circola senza nessun problema, rischio o qualsiasi preoccupazione. In Labadee, Royal Caribbean affitta un'area dove ha costruito strutture per ricevimento e divertimento dei passeggeri delle proprie navi, dando lavoro alla popolazione locale che come sapete non ha molte opportunità in un Paese tanto disastrato come Haiti. Riguardo ai passeggeri, può essere che una parte di loro, non essendo al corrente delle intenzioni della compagnia Royal Caribbean, si sia detta disgustata; ma sapendo l'aiuto reale che stavamo dando ad Haiti, il loro disgusto io lo chiamerei ignoranza.

Il turismo è una fonte di guadagno per la gente e per uno Stato: dopo il terremoto in Abruzzo in Italia i turisti forse non sarebbero dovuti andare a visitare Roma? Chi era in hotel avrebbe dovuto forse digiunare per rispetto alle vittime? Chi aveva già prenotato e pagato un viaggio o un tour in Italia avrebbe dovuto disdirlo per rispetto delle vittime? Mi auguro che simili articoli non vengano pubblicati in futuro risaltando l'immagine negativa di una consolidata compagnia di navi da crociera: cercate invece di risaltare quello che possiamo fare noi, equipaggio e passeggeri, per aiutare Haiti nel recupero da questa tragedia. La foto della nave è vecchia, Royal Caribbean ha costruito un molo dove le sue navi possono attraccare. Grazie.


TNG
Redazione online






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Può farlo di nuovo»: Don Lu resta in cella

Il Secolo xix


Don Luciano Massaferro resta in carcere. Così ha deciso il tribunale del Riesame al termine di quattro giorni di camera di consiglio, aggravando l’aspetto delle esigenze cautelari. Non ci sarebbe infatti solo il timore di una reiterazione del reato, ma di fronte alle contraddizioni palesate negli interrogatori «una sua scarcerazione potrebbe creare problemi sotto il profilo dell’inquinamento delle prove».

Ossia don Luciano, tornando a casa, potrebbe avere la possibilità di intralciare le indagini, anche perché, come anticipato nei giorni scorsi dai racconti dei compagni della presunta vittima, sarebbero venuti alla luce altri due presunti aspetti su cui fare luce. Altre due ragazzine divenute oggetto delle attenzioni pericolose del prete. E non è una decisione senza importanza quella che arriva dal Riesame. In attesa del processo, è un pronunciamento ufficiale e quindi in grado di segnare il destino futuro.

Ma è di ieri anche l’inquietante notizia di un furto messo a segno nell’abitazione della famiglia della ragazzina implicata nella vicenda. Un episodio che la magistratura, pur riservandosi dietro un no comment sui particolari, puntualizza come «non abbia nulla di ricollegabile all’inchiesta». Un’incursione denunciata ieri e che va a rendere ancora più odiosa una vicenda brutta già di per sè e tutt'altro che conclusa.

L’ordinanza di sedici pagine depositate ieri in cancelleria ha invece di fatto accolto in toto il castello accusatorio costruito dalla procura di Savona. Secondo i giudici genovesi la bambina di undici anni, vittima delle presunte attenzioni sessuali del sacerdote di Alassio, è attendibile sotto tutti i profili e soprattutto «ha sempre descritto in modo univoco i fatti, di fronte ai vari psicologi, ma anche alla presenza della madre, del nonno ed a casa del prete». Un confronto, non giudiziario, che non è mai venuto alla luce e regala un ulteriore aspetto di riflessione sulla vicenda.

Don Luciano sapeva, quindi, delle accuse prima ancora dell’arresto e benché i giudici non facciano riferimenti temporali a quell’episodio, la sparizione del quarto computer risalirebbe proprio a quel periodo.

Sulla sua esistenza anche i giudici del riesame non hanno dubbi sostenendo «che c’è un computer di cui don Luciano nega l’esistenza» e che un testimone oculare aveva indicato senza ombra di dubbio. Si tratta di un perito informatico che aveva lavorato in casa del sacerdote per trasferire alcuni files dal vecchio pc a quello nuovo.

Se l’ordinanza regala otto pagine alla trattazione giuridica sull’attendibilità della presunta vittima, i giudici hanno anche fornito riscontri su fatti accessori che hanno convinto il sostituto procuratore Alessandra Coccoli a richiedere al giudice delle indagini preliminari Emilio Fois l’ordinanza di custodia cautelare.

Ma i giudici del Riesame hanno regalato spunti anche sulle varie testimonianze fornite dai compagni della ragazzina, dei vicini di casa del prete e dei parrocchiani che a più riprese hanno smentito le dichiarazioni rese in interrogatorio da parte di don Luciano.

Una vicenda sulla quale il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, invita alla pacatezza e alla riflessione, dopo le prese di posizione nette della prima ora: «Lasciamo che le cose facciano il loro corso e preghiamo che tutto si risolva nella giustizia e nella verità». Prima un articolo su Avvenire nel quale veniva duramente attaccata la procura savonese per l’arresto (e soprattutto la conferma della custodia cautelare in carcere) per il sacerdote alassino.

E poi il silenzio, che suonava come una benedizione alla linea del quotidiano dei vescovi, del vescovo di Albenga-Imperia. Mario Oliveri si era detto convinto di trovarsi di fronte a un colossale malinteso e si era limitato a commentare «Non ho nulla da aggiungere né da togliere a quanto pubblicato sull’Avvenire».

A bocce ferme, il presidente dei vescovi (che aveva già precisato di non conoscere personalmente e di non aver mai incontrato don Luciano) indica le virtù da seguire: «La giustizia - che è quella degli uomini ma anche quella divina - e la verità, piaccia o meno».




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Mafia, quando Di Pietro si dimenticò di indagare

di Gian Marco Chiocci

L'expm denuncia l'esistenza di un dossier bidone sul suo conto ma, al contempo, il "geometra egli appalti" di Cosa nostra, Giuseppe Li Pera, ricorda di avergli rilasciato dichiarazioni devastanti sulle collusioni tra mafia e imprenditori, specie al Nord, di cui Di Pietro non avrebbe mai tenuto conto



Nel giorno in cui l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, conferma quanto anticipato da Antonio Di Pietro, e cioè l’esistenza di più fotografie che ritraggono i due seduti a tavola 9 giorni prima che Contrada venisse arrestato per mafia («oltre che in quella occasione non ho avuto rapporti con Di Pietro - dice l’ex poliziotto - il 15 dicembre furono scattate numerose fotografie di cui sono in possesso») sul doppio fronte mafia-Tonino e mafia-americani - evocato sempre da Di Pietro giorni fa - da Palermo emergono novità degne di nota. Partiamo dal primo fronte. 

L’avvocato Piero Milio, difensore del «geometra» Giuseppe Li Pera, gran conoscitore del «sistema degli appalti» poi sviscerato nei dettagli dal pentito mafioso Angelo Siino, si sofferma sulle «irritualità investigative» che sarebbero seguite all’interrogatorio che Di Pietro fece al suo assistito il 9 novembre 1992. 

Per capire a quali «irritualità» faccia riferimento il legale occorre procedere per gradi, partendo dall’esame che Di Pietro fece al «geometra» in compagnia dell’allora capitano dei carabinieri del Ros, Giuseppe De Donno (quello della presunta «trattativa» fra Stato e antistato mafioso oggetto delle battaglie politiche del leader Idv) lo stesso ufficiale che lo accompagnò a Rebibbia a parlare qualche mese dopo con Vito Ciancimino, interrogatorio che Di Pietro ha incautamente negato di avere mai svolto. 

«COSÌ FUNZIONAVA IL CARTELLO DELLE GARE»

Stando a quel che risulta all’avvocato Milio le rivelazioni-bomba di Li Pera su determinati appalti al Centro e Nord Italia, confessati ad Antonio Di Pietro, non hanno avuto seguito. Semplicemente perché «con somma sorpresa dell’interessato», spiega l’avvocato Milio, Li Pera non venne più invitato ad approfondire i temi della confessione a Di Pietro né dallo stesso pm milanese né da altri suoi colleghi settentrionali ai quali il politico molisano potrebbe aver trasmesso il verbale per competenza, e nemmeno venne mai chiamato a testimoniare nei processi dedicati in tutto o in parte alle circostanze da lui riferite il 9 novembre 1992.
Quale responsabile delle commesse siciliane per l’azienda Rizzani-De Eccher, Li Pera fa presente di aver chiesto di parlare con un pm di Milano «perché, per esperienza diretta, ho avuto modo di constatare alcuni meccanismi di suddivisione degli appalti» al Nord, «specie con riferimento a quegli Enti che si occupano di autostrade: mi riferisco, in particolare, alle società Autostrade, ai consorzi autostradali (consorzio Val di Susa per l’autostrada del Frejus, consorzio Torino-Savona etc) e, principalmente, l’Anas».

«I TRUCCHI ALL’ANAS PER LE SOCIETÀ AMICHE»

In sostanza, prosegue Li Pera, «faccio riferimento alla costruzione di quelle strade di cui l’Anas ha la gestione o l’alta sorveglianza». Ma non solo. Prima di elencare a Di Pietro l’elenco degli appalti viziati dal pagamento di tangenti, da accordi fra società solo in apparenza concorrenti, dalle percentuali alle imprese riconducibili a Cosa nostra, Li Pera spiega come funzionava il «sistema delle imprese» che si «accordano fra loro in una specie di “cartello” avente lo scopo di controllare e precostituire il buon esito della gara». 

Ogni società, a turno, «con un sistema di rotazione» attraverso «un sorteggio a eliminazione», si aggiudicava l’appalto. Per i lavori autostradali era lo stesso, e attraverso progettisti compiacenti, si arrivava «a far lievitare ad arte il valore di un appalto a un prezzo tale che (...) gli potesse permettere di creare un surplus di guadagno tale anche da ricompensare quegli organi delle istituzioni che le hanno permesso simili operati». 

Li Pera fa l’elenco degli studi di progettazione puntualmente beneficiati dalle commesse, parla di «prezzario dell’Anas» che «è una specie di vangelo (...) che non corrisponde ai reali valori di mercato ma serve per creare utili non giustificati», si dilunga sugli escamotage per creare il nero e finanziare i partiti (o la mafia). 

«PAGAVAMO IL 7% A TUTTI I POLITICI»

Parla per esperienza diretta, e a Di Pietro rivela: «Sull’autostrada Val di Susa (...) la mia ed altre imprese assegnatarie degli appalti pagavano una somma di circa il 7% del valore dell’appalto ai politici». Segue l’elenco dei politici pagati, dei funzionari a conoscenza della corruzione. «Poi c’è la questione dell’autostrada Roma-Napoli dove ho appreso del pagamento delle tangenti all’Anas» idem «per l’ospedale di Torino» così come molto dice sull’appalto «da 80 milioni di dollari per costruire una strada, in Tanzania, della cooperazione» con relative percentuali del 10% da versare al dipartimento del ministero degli Esteri e ai ministri africani, «dell’8% al procacciatore d’affari». 

Li Pera passa poi a raccontare del comitato d’affari costituito da politici di rilievo (Salvo Lima su tutti) e dagli imprenditori siciliani e di spessore nazionale. 

Ascoltato come teste al processo Borsellino Ter, il 21 aprile ’99 Di Pietro s’è ricordato di Li Pera, soffermandosi sul filone siciliano del comitato d’affari. «Nel settembre ’92, mi arrivò, non ricordo se dal Ros o dal nucleo operativo di Milano, suggerimento di sfruttare un certo Li Pera per avere delle notizie ed aprire un troncone di “Mani pulite” in Sicilia. Ascoltai Li Pera e indagando sul comitato di affari indicatogli dal geometra scoprii che Salvo Lima, 15 giorni prima di essere ucciso, ricevette dall’Enimont un miliardo in Bot e Cct». 

Di Pietro aggiunge d’aver collaborato con Borsellino fino alla morte di Falcone e di «aver interrotto il rapporto con la Sicilia» dopo la bomba di via d’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Sarà per questo che delle precise rivelazioni di Li Pera sulle tangenti al Nord non se ne è saputo più nulla? 

LE «INDAGINI» DEGLI USA SUI REPERTI DI VIA D’AMELIO

Passando invece al capitolo «mafia-America» evocato da Tonino, per trovare qualcosa di interessante-inquietante occorre andare a rileggere determinati atti depositati ai processi Falcone e Borsellino. Per la strage di Capaci c’è da registrare il ruolo «sinistro» ricoperto dall’Fbi che si precipitò a Palermo a raccattare le cicche delle sigarette fumate sulla collina che sovrasta Capaci da dove Brusca azionò il telecomando: il test del Dna su quei mozziconi, considerato essenziale, non è mai confluito al dibattimento. 

E che dire della decisione di affidare, ancora all’Fbi i reperti della strage di via D’Amelio che sono stati esaminati in un laboratorio a Roma il cui accesso è stato sempre vietato ai tecnici della nostra polizia scientifica: durante il dibattimento s’è scoperto che l’Fbi ha fatto piazza pulita di tutti i reperti «dimenticandosi» della targa dell’auto di Borsellino e soprattutto del gigantesco «blocco motore» della presunta autobomba mai rintracciato nei video girati e nelle foto scattate immediatamente dopo la strage. 

LA MANUTENZIONE DI CAPACI A UNA DITTA DELLE COSCHE

Di America e americani nelle stragi del ’92 s’è poi discusso a lungo in due altre occasioni. Allorché venne riesumato il data-base di Falcone a proposito di un suo viaggio misterioso negli Stati Uniti, confermato dal funzionario Rose dell’Fbi («ma non posso dire dove e con chi il giudice si incontrò») e smentito dall’ex ministro Martelli (che in precedenza aveva sostenuto il contrario). E quando un’interrogazione parlamentare dell’allora radicale Piero Milio evidenziò come la manutenzione del tratto stradale di Capaci saltato per aria era gestito da un’azienda di Altofonte, riconducibile ai mafiosi Di Matteo e Gioè, che prese l’appalto a trattativa privata e consegnò i lavori pochi giorni prima della bomba. Le «vie» della mafia sono infinite.




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Concussione», Vendola indagato

Corriere della Sera


Il governatore: si vuole inquinare la lotta politica. Io dovrei essere premiato




BARI — L'inchiesta sulla sanità pugliese appare ormai un ciclone inarrestabile. Dopo funzionari, assessori, manager di primo livello come Lea Cosentino, la direttrice della Asl di Bari finita agli arresti domiciliari, nel registro degli indagati viene iscritto anche il governatore Nichi Vendola. Reato ipotizzato: concussione.

Vendola (Emblema)


L'episodio appare banale, riguarda la mancata nomina di un luminare dell'epidemiologia. Ma sembra inserirsi in un filone più ampio sul sistema di designazione dei primari e dei direttori sanitari in una logica spartitoria che i pubblici ministeri hanno messo sotto osservazione già da diverso tempo. E che adesso deflagra in piena campagna elettorale e a cinque giorni dalle primarie del centrosinistra.

Questo filone di indagine nasce da una serie di conversazioni intercettate nella primavera 2008 tra lo stesso Vendola e l'allora assessore alla Sanità Alberto Tedesco. I due discutono della posizione di Giancarlo Logroscino, medico barese che insegna alla Harvard School di Boston. Si tratta di un professionista stimato, che può vantare numerosi titoli accademici, ma nonostante questo non è riuscito ad ottenere la nomina di primario al "Miulli".

Il governatore rimprovera l'assessore in quota al Pd di essere intervenuto per bloccarlo, quest'ultimo dice di aver ricevuto numerose pressioni sia da politici, sia dall'ambiente sanitario. Alla fine il presidente della Regione si mostra convinto che si sia mossa la massoneria. Ne parla esplicitamente, senza però rivelare da chi lo abbia saputo. È stato proprio questo scambio di opinioni a convincere i pubblici ministeri che fosse necessario verificare in che modo avvengano le designazioni e che ruolo abbia in questa partita lo stesso Vendola.

Lui ostenta sicurezza: «Sarei indagato? Sono mesi che danzano per aria queste "notiziole", che provano ad assediare la mia vita. Sono notizie usate continuamente allo scopo di inquinare la lotta politica. Se poi parliamo del caso del professor Giancarlo Logroscino, non riesco neppure a capire il motivo per cui sarei stato iscritto nel registro degli indagati e per quali reati. Diciamo che dovrei essere premiato per aver capovolto l'andazzo italiano: premiare e selezionare coloro che operano nella sanità pubblica non con criteri meritocratici, ma con il sistema della fedeltà politica».

L'episodio si inserisce in un'inchiesta più ampia documentata in una informativa consegnata dai carabinieri alla fine dello scorso novembre per denunciare il governatore insieme ad altre dieci persone per aver «imposto nel maggio 2008 ai direttori generali delle Asl e di differenti presidi ospedalieri pugliesi, le nomine dei direttori amministrativi e sanitari, nonché di primari di strutture operative complesse al fine di rafforzare la presenza della propria coalizione politica nelle istituzioni locali».

Oltre a Vendola, nell'elenco compaiono il suo capo di gabinetto, Francesco Manna; l'ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco, indagato e costretto alle dimissioni nella scorsa primavera, ma beneficiato di un posto da senatore del Partito democratico; l'attuale assessore ai trasporti, Mario Loizzo, anche lui del Pd; il responsabile dell'Area personale Mario Calcagni; Lea Cosentino; l'ex direttore della Asl di Lecce, Guido Scoditti; il presidente del Consiglio comunale di Triggiano, Adolfo Schiraldi; l'imprenditore di Altamura Francesco Petronella.

È stato l'ascolto delle intercettazioni telefoniche e ambientali e l'analisi delle delibere a convincere gli investigatori dell'Arma che le scelte avvenissero privilegiando la sponsorizzazione politica piuttosto che i requisiti tecnici dei candidati. Un sistema confermato dall'imprenditore Gianpaolo Tarantini che ha ammesso di essere riuscito a far designare dalla sua amica Lea Cosentino i funzionari che lo avrebbero poi agevolato nella concessione di appalti per le forniture di materiale sanitario. Ieri sera l'assessore regionale alla Salute Tommaso Fiore non ha escluso di poter lasciare l'incarico: «Devo capire se sono stato un anno lì dentro a governare un sistema criminale oppure no. Ci sono tre possibili alternative: o questa teoria è falsa; o questa teoria è vera e quindi io non ho il diritto, come capocriminale, di parlare; oppure io sono un imbecille, non essendomi accorto di tutto questo e quindi ugualmente non ho il diritto di parlare».

Angela Balenzano
Fiorenza Sarzanini
19 gennaio 2010



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I sorrisi dei bambini prima del lager Un ossario digitale per 288 storie

Corriere della Sera 


Le foto scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz in una specie di sacrario virtuale 



C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».

Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa Vittoria delle armi, vittoria del bambino o i proclami nel Mein Kampf di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della memoria, il Cdec, il Centro documentazione ebraica contemporanea, ha deciso di metterle online. È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano

«L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.

Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato ricerche deportati ebrei (Crde) che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...». Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore. Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro.

Dei 1.023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1.541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.


Fotogallery

Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec. Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia quella Liliana Picciotto di cui è in uscita L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944, vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare.

L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio. Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli. Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità. Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria.

Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne La notte lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».

Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».


Gian Antonio Stella
19 gennaio 2010





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