giovedì 21 gennaio 2010

Avvelena i cappuccini e li offre a 4 commesse Le ragazze si salvano indagata la cliente

Quotidianonet

E' successo in un paesino del Cuneese, dove la signora - una sessantenne - ha offerto la bevanda calda a quattro ragazze tra i 21 e i 25 anni che lavorano in un piccolo supermercato.
Tutte si sono sentite male ma dopo le cure se la caveranno con pochi giorni di prognosi


RACCONIGI (CUNEO), 21 gennaio 2010 - 

La cliente, un'anziana signora
dai modi gentili, si è presentata al supermercato 'Punto Fresco' con quattro cappuccini caldi da offrire alle commesse e loro non hanno saputo resistere. Peccato che dopo essersi rinfrancate con la bevanda, tutte e quattro le ragazze si siano sentite male.

Nel cappuccino infatti la premurosa cliente - una sessantenne del paese - aveva versato una buona dose di benzodiazepine. Le ragazze - tra i 21 e i 25 anni - dopo le cure mediche nell'ospedale di Savignano sono state dimesse e se la  caveranno con pochi giorni di prognosi, mentre l'attentatrice è stata denunciata per lesioni dolose aggravate.

Nell'ameno paesino di Caramagna Piemonte, nel cuneese, resta il mistero sull'inspiegabile gesto della signora: perché attentare alla vita di quattro ragazze? Cero non si è trattato di un (tentato) delitto perfetto: è stato facile ai carabinieri collegare l'improvviso malore con il cappuccino appena preso dalle giovani commesse e altrettanto facile andare a casa della cliente avvelenatrice, dove hanno trovato e ovviamente sequestrato alcuni flaconi di farmaci contenenti la sostanza utilizzata per l’ avvelenamento.

 Il capitano Marco Campaldini, comandante della Compagnia di Savigliano, si limita a riferire che saranno svolti ulteriori accertamenti e che non risultano esserci motivi di risentimento fra la persona indagata e le vittime.





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Vallettopoli 2: fra le vittime Santoro, Beatrice Borromeo Ricucci, Barbara Berlusconi

Quotidianonet

Milano, 21 gennaio 2010 -



Un noto personaggio avrebbe pagato 300 mila euro per evitare la pubblicazione di una fotografia imbarazzante. È uno degli episodi al centro dell'inchiesta avviata dal pm Frank Di Maio che punta a scoprire cosa accade nelle agenzie fotografiche impegnate sul fronte del gossip al di là di Fabrizio Corona. Bersagli dei ricatti di questa 'Vallettopoli 2' sarebbero stati anche un politico e una persona molto vicina a un politico: nel primo caso, si sarebbe trattato di un'estorsione che lascia poco spazio a dubbi, nel secondo invece il pm sta valutando se ci si trovi dinnanzi a una vicenda solo di malcostume o se rivesta un interesse penale. L'inchiesta è nata all'inizio del 2008, da un input venuto da un'intercettazione effettuato nel corso di un'inchiesta su traffici di droga, coordinata dallo stesso pm.


Nella conversazione intercettata due persone parlavano di un 'ritirò, di quella pratica cioè che porta personaggi immortalati nelle foto a pagare dei soldi per ritirarle dal mercato del gossip. Per il momento gli indagati sono 4, oltre ai 3 interrogati ieri (Carmen Masi e Max Scarfone della 'PhotoMasì e Maurizio Sorge della 'Spy Onè), anche un terzo fotografo di un'altra agenzia. Molti sono gli indagandi, pesone che, sulla base di quanto finora emerso, saranno presto iscritte nel registro degli indagati. Il
reato contestato è estorsione. Fabrizio Corona, sentito due giorni fa dal pm come teste, ha dato dei riscontri a elementi già in mano a Di Maio. Il pm sta cercando di capire se i fotografi abbiano agito per conto delle agenzie o in autonomia.

Frank Di Maio, che ha ottenuto la condanna in primo grado di Corona,  sta vagliando alcune fotografie che ritraggono Michele Santoro insieme con Beatrice Borromeo, nonchè il famoso scatto all´ex portavoce del presidente Prodi, Silvio Sircana, in macchina, mentre parla con un trans. Poi c'è il caso Marrazzo. Santoro non è l´unica vittima. Ci sarebbero anche immagini di Stefano Ricucci con la showgirl Natalia Bush, Barbara Berlusconi, figlia del premier, Leonardo Pieraccioni e la compagna Laura Torrisi.

Intanto,  il giorno dopo essere stato prosciolto dal Gup di Potenza, Fabrizio Corona è incontenibile:  "Le mie parole e tutte le battaglie che ho combattuto fino ad adesso non sono state battaglie perse. Da ieri comincia una mia piccola rivincita perchè è stata fatta la prima giustizia. Rivivo in questo momento una sensazione di adrenalina, di rivincita, come se fossi tornato a vivere: non mi interessa quello che ho fatto, i film, i soldi, le linee di abbigliamento, adesso per me è un momento felice e sono sicuro che mi prenderò tante rivincite e aiuterò le persone giuste che credono nella legge a far rispettare i miei diritti e a far si che le mie battaglie non siano valse a niente", affermato oggi a 'Mattino Cinque', intervistato dal direttore di Videonews, Claudio Brachino.

"Oggi sono tranquillo perchè devo stare tranquillo, ma vi assicuro che nei prossimi giorni non sarò assolutamente tranquillo: combatterò e dirò la mia più forte di quello che ho fatto precedentemente", aggiunge Corona che poi, a proposito dei suo attuali rapporti con i pm Henry Woodcock e Frank Di Maio, dice: "Quello che più mi dispiace è che in Italia manca una legge: la legge della responsabilità oggettiva del magistrato quando esso stesso sbaglia; oggi mi sembra banale fare i soliti insulti anche perchè la rabbia non c’è più, però una persona che fa delle indagini per avere visibilità spendendo tantissimi soldi, e poi l’inchiesta finisce in niente, è ingiusto che continui a fare il suo lavoro e gli si permetta di continuare a fare delle inchieste".

"Come pagano le persone che vanno in carcere, devono pagare, ovviamente non con il carcere, le persone che sbagliano le inchieste, perchè se io sono finito in carcere e ho fatto 150 giorni di detenzione, quei 150 giorni potrebbero avermi cambiato la vita per sempre e nessuno può più darmeli indietro. Oggi - prosegue Corona - apriamo un capitolo del quale dovremo parlare per molto tempo; io non riesco ad accettare neanche adesso che sono passati 3 anni dall’inizio delle indagini, perchè il pm Woodcock nella sua inchiesta e nelle sue intercettazioni aveva le stesse cose che hanno adesso gli inquirenti, però le ha lasciate stare. Questa non è legge. Io non sono uno stupido, sono uno di cuore, di testa, ma molto sanguigno: con il pm Frank Di Maio mi sono attaccato molte volte, ci siamo insultati, l’ho rimproverato in aula di tribunale, ma quando sono uscito dal carcere ho ringraziato subito il pm Frank Di Maio perchè era l’unico che si era studiato l’inchiesta".

Corona smentisce poi di essersi presentato spontaneamente alla procura di Milano: "Io non mi sono mai presentato spontaneamente in Procura a Milano -sostiene- io non sono uno che si presenta perchè deve accusare, io ho sempre aspettato. Le mie accuse le ho fatte davanti alle televisioni e nelle aule dei tribunali, ma non sono quello che va dal magistrato, perchè ho dei codici di pensiero e di rispetto di come ci si comporta nella vita che derivano dalle vecchie concezioni delle famiglie di una volta. Quindi non mi sono presentato spontaneamente, ma sono stato chiamato e, quindi, sono dovuto andare".

"Io non voglio giustificazioni e pago quello che devo pagare. Fino al momento del mio arresto io ero un ragazzo normale che faceva una vita normale, che poteva aver commesso qualche piccolo reatuccio che può essere una dichiarazione dei redditi o una piccola evasione fiscale che in Italia penso faccia l’85% della popolazione, ma fino a quel momento ero vergine. Sono uscito dal carcere ed è successo di tutto, dalla pistola, ai soldi falsi alla corruzione a pubblico ufficiale. Io sono entrato in carcere che avevo una famiglia, una moglie, un figlio, una società, una casa, una macchina e sono uscito -lamenta Corona- che non avevo più la famiglia, il figlio, la società, la macchina, i soldi e ho dovuto ricominciare da zero".

"Purtroppo, la mia vita non è stata facile, ho fatto tantissimi errori che voglio pagare. Io mi sono fatto 90 giorni di carcere: oggi sono stato condannato a 3 anni e 8 mesi e sono disposto a farmi questi 3 anni e 8 mesi di carcere, ma con me se li devono fare tante altre persone. E se queste persone se lo fanno, io non ricorrerò neanche in appello". Afferma ancora Corona che torna, infine, sul suo intervento telefonico in diretta durante una puntata di «Pomeriggio Cinque», con toni accesi e parole pesanti.

"Io chiedo scusa innanzitutto a te (Claudio Brachino, ndr) per i toni con cui l’ho detto, però se mi sento accusare in diretta nel programma ‘Domenica Cinquè e poi in studio la conduttrice dice di dissociarsi completamente da ciò che la giornalista (Beatrice Barattolo, giornalista del Secolo XIX, ndr) dice, ma, nello stesso tempo, le fa dire tutte queste cose senza portare delle prove legali, delle denuncie o delle intercettazioni, io ho perso la testa. Inoltre, tutto quello che è stato detto dalla giornalista non è assolutamente vero. Chiedo scusa a te per i rapporti che ho con te e con voi, ma le scuse a Barbara (d’Urso, ndr) io non le faccio, lei sa il perchè. Io ho la mia idea, lei si è comportata male e io le scuse a chi si comporta male non le faccio», conclude Corona.





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Viterbo, dimessa 4 giorni dopo il parto, muore di fronte all'ospedale

Corriere della Sera


La procura indaga sulla morte di Sara Pelosi, 38 anni


VITERBO - Stava per salire nell'auto del marito, parcheggiata nel piazzale antistante l'ospedale Belcolle di Viterbo, Sara Pelosi, di 38 anni,morta pochi minuti dopo essere stata dimessa dal reparto di ostetricia e ginecologia dove, quattro giorni prima, aveva partorito una bambina con il parto cesareo. La donna, al momento di lasciare l'ospedale, stava bene, aveva conversato con le infermiere ed aveva detto di non vedere l'ora di tornare a casa e riabbracciare il figlio maschio nato alcuni anni prima.

Secondo quanto si è appreso, il decorso post-cesareo era stato assolutamente normale, tanto che il giorno precedente aveva chiesto ai medici se fosse possibile essere dimessa. Le è stato risposto di no perchè i protocolli per i parti cesarei prevedono quattro giorni di degenza. Non appena ha avvertito il malore, il marito l'ha fatta salire in macchina - con loro c'era anche la bambina adagiata nella culla - e l'ha accompagnata al pronto soccorso, distante circa 250 metri.

Le sue condizioni sono subito apparse gravissime e, pochi minuti dopo, è morta mentre i medici tentavano di rianimarla. Il referto del pronto soccorso parlerebbe di arresto cardiocircolatorio. Non si esclude che possa essere strato causato da un'embolia polmonare. (Fonte: Ansa)

21 gennaio 2010




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Falso allarme bomba su un volo Usa

La Stampa

Un passeggero estrae un oggetto sospetto, i passeggeri nel panico. Ma era solo un "filattero" ebraico
WASHINGTON

Un aereo della Us Airways partito da New York e diretto a Louisville è stato costretto a compiere un atterraggio d’emergenza a Philadelphia dopo una minaccia bomba a bordo.


Poco dopo la polizia ha riferito che nessun passeggero è stato arrestato e che un oggetto religioso è stato scambiato per un congegno. L’aereo era partito dall’aeroporto di LaGuardia. Secondo quanto riferito dalla CBS 3, un passeggero di sesso maschile aveva legato a sè un "oggetto". Le unità dell’Fbi, riferisce la Nbc, sono salite a bordo e hanno verificato che non si trattava di una bomba ma di un oggetto religioso. Un portavoce dell’aeroporto ha detto che l’aereo è atterrato senza incidenti e che i passeggeri sono stati trasferiti su un altro volo.

A far scattare l'allarme sarebbero stati dei filatteri, due piccoli astucci quadrati di cuoio nero con cinghie fissate su di un lato, che gli Ebrei portano durante la preghiera del mattino chiamata Shachrit. A bordo dell’aereo, decollato da New York e diretto a Louisville, il gesto del passeggero ebreo ortodosso, che si è arrotolato i tefillin, come è richiesto, dal braccio fino alla testa, ha spaventato tutti facendo scattare le procedure di emergenza e l’atterraggio a Filadelfia dove l’uomo non ha opposto resistenza agli agenti che lo arrestavano.




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Fiumicino, fermato tassista ubriaco aveva a bordo una cliente ignara

Corriere della Sera



L'uomo ha tentato di giustificarsi: ho solo bevutouna birra. Denunciato, sequestrata l'auto bianca



ROMA - Guidava il suo taxi ubriaco, incurante dei pericoli che avrebbero corso i suoi clienti. Un «biglietto da visita» a dir poco imbarazzante per la Capitale, specie se si considera che l'uomo lavorava con i turisti in arrivo a Fiumicino. I vigili urbani lo hanno arrestato dopo un pedinamento. E' accaduto all'aeroporto «Leonardo da Vinci», dove la polizia municipale di Roma ha sorpreso il tassista in evidente stato di ebbrezza: F.D.R. era alla guida della propria auto bianca con una cliente, il tassametro pronto a scattare. Una notizia che imbarazza la città, ma soprattutto la categoria dei tassisti romani, già al centro di polemiche e protagonista di una crisi che ha portato i sindacati a chiedere un nuovo pesante aumento delle tariffe.

GUIDA PERICOLOSA - Sul tassista ubriaco giravano voci da tempo nell'ambiente dei conducenti di auto pubbliche. I colleghi avevano condannato e denunciato il comportamento poco professionale e potenzialmente pericoloso del tassista romano dedito all'alcol. Gli agenti municipali della Squadra vetture del Gruppo pronto intervento traffico, hanno verificato che l'uomo è titolare di una delle ultime licenze taxi rilasciate dal Comune di Roma nel 2008. Al momento dell'arresto prestava regolare servizio con una cliente a bordo. Aveva, raccontano i vigili «occhi lucidi e arrossati, alito vinoso, equilibrio precario». Sottoposto alla prova dell'etilometro, è risultato positivo con valori nettamente superiori al minimo consentito.

BIRRA E TRAMEZZINO - Il conducente del taxi ha provato a difendersi affermando di aver poco prima consumato un tramezzino e una birra, ma l'etilometro non gli ha dato alibi. F.D.R. è stato denunciato a piede libero per guida in stato di ebbrezza, il taxi è stato sottoposto a sequestro. Contestato al tassista anche il mancato rispetto del proprio turno di chiamata e la omessa revisione del veicolo. Da febbraio a Fiumicino sarà operativo un nuovo piano di sicurezza per individuare «condotte di guida da parte di conducenti taxi e noleggio».

Redazione online
21 gennaio 2010




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L'ultimo delirio su Facebook ''Haiti, viaggi per necrofili"

Quotidianonet

Un blog per promuovere viaggi ad Haiti per necrofili. E' l'inquietante link apparso su Facebook, il noto social network, e che in poche ore si e' trovato al centro di comprensibili polemiche e molti insulti da parte di contestatori indignati, ma gli organizzatori rivendicano il diritto allo scherzo

MILANO, 21 gennaio 2010 - Un blog per promuovere viaggi ad Haiti per necrofili. E' l'inquietante link apparso su Facebook, il noto social network, e che in poche ore si e' trovato al centro di comprensibili polemiche e molti insulti da parte di contestatori indignati, ma gli organizzatori rivendicano il diritto allo scherzo. ''Organizziamo viaggi per necrofili ad Haiti - recita uno dei post pubblicitari - Date una scossa agli ormoni''.

E ancora: ''L'Avpn (Agenzia viaggi per necrofili), ha appena organizzato delle settimane tra gli splendidi scenari haitiani. I promotori del forum, presentato con un fotomontaggio che rappresenta un uomo che abbraccia una donna creola in parziale decomposizione, e coloro che hanno scritto post di adesione (peraltro travolti dal numero dei dissenzienti) rivendicano il diritto allo scherzo, al grottesco, e molto probabilmente - asseriscono alcuni sul sito - si e' trattato solo di una boutade di macabro gusto. Fenomeni analoghi, pero', si registrarono realmente in occasione dello tsunami in Indonesia, quando vennero venduti filmati raccapriccianti e macabri souvenir.

Tra gli interventi c'e' anche chi incita alla speculazione, ovvero all'acquisto di case e cottage, i pochi rimasti in piedi, ovviamente, per una manciata di dollari. Sul social network il caso pero' non si presenta isolato. Sono attivi infatti anche altri link con titoli razzisti come ''Haiti: 200 mila morti inferiori...'', ''Perche' il terremoto ad Haiti e non in Sardegna...'' o ''Diamo asilo alle donne haitiane...non ai bambini'' ed uno che incita a proseguire la sperimentazione medica su esseri umani.





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Milano, esplode Vallettopoli 2 Ricattati politici e manager Corona prosciolto a Potenza: "Ora qualcuno deve pagare"

Quotidianonet

Un notissimo personaggio avrbebe pagato 300 mila euro per evitare la pubblicazione di una foto imbarazzante. Quattro indagati. Intanto, in Basilicata, clamorosa assoluzione del re dei paparazzi che, dopo essere stato incarcerato ingiustamente,  si sfoga: "In Italia manca una legge sulla responsabilità oggettiva dei magistrati"

Milano, 21 gennaio 2010


Un noto personaggio avrebbe pagato 300 mila euro per evitare la pubblicazione di una fotografia imbarazzante. È uno degli episodi al centro dell'inchiesta avviata dal pm Frank Di Maio che punta a scoprire cosa accade nelle agenzie fotografiche impegnate sul fronte del gossip al di là di Fabrizio Corona. Bersagli dei ricatti di questa 'Vallettopoli bis' sarebbero stati anche un politico e una persona molto vicina a un politico: nel primo caso, si sarebbe trattato di un'estorsione che lascia poco spazio a dubbi, nel secondo invece il pm sta valutando se ci si trovi dinnanzi a una vicenda solo di malcostume o se rivesta un interesse penale.

L'inchiesta è nata all'inizio del 2008, da un input venuto da un'intercettazione effettuato nel corso di un'inchiesta su traffici di droga, coordinata dallo stesso pm. Nella conversazione intercettata due persone parlavano di un 'ritirò, di quella pratica cioè che porta personaggi immortalati nelle foto a pagare dei soldi per ritirarle dal mercato del gossip. Per il momento gli indagati sono 4, oltre ai 3 interrogati ieri (Carmen Masi e Max Scarfone della 'PhotoMasì e Maurizio Sorge della 'Spy Onè), anche un terzo fotografo di un'altra agenzia. Molti sono gli indagandi, pesone che, sulla base di quanto finora emerso, saranno presto iscritte nel registro degli indagati.

Il reato contestato è estorsione. Fabrizio Corona, sentito due giorni fa dal pm come teste, ha dato dei riscontri a elementi già in mano a Di Maio. Il pm sta cercando di capire se i fotografi abbiano agito per conto delle agenzie o in autonomia.

Il giorno dopo essere stato prosciolto dal Gup di Potenza, Fabrizio Corona è incontenibile:  "Le mie parole e tutte le battaglie che ho combattuto fino ad adesso non sono state battaglie perse. Da ieri comincia una mia piccola rivincita perchè è stata fatta la prima giustizia. Rivivo in questo momento una sensazione di adrenalina, di rivincita, come se fossi tornato a vivere: non mi interessa quello che ho fatto, i film, i soldi, le linee di abbigliamento, adesso per me è un momento felice e sono sicuro che mi prenderò tante rivincite e aiuterò le persone giuste che credono nella legge a far rispettare i miei diritti e a far si che le mie battaglie non siano valse a niente", affermato oggi a 'Mattino Cinque', intervistato dal direttore di Videonews, Claudio Brachino.

"Oggi sono tranquillo perchè devo stare tranquillo, ma vi assicuro che nei prossimi giorni non sarò assolutamente tranquillo: combatterò e dirò la mia più forte di quello che ho fatto precedentemente", aggiunge Corona che poi, a proposito dei suo attuali rapporti con i pm Henry Woodcock e Frank Di Maio, dice: "Quello che più mi dispiace è che in Italia manca una legge: la legge della responsabilità oggettiva del magistrato quando esso stesso sbaglia; oggi mi sembra banale fare i soliti insulti anche perchè la rabbia non c’è più, però una persona che fa delle indagini per avere visibilità spendendo tantissimi soldi, e poi l’inchiesta finisce in niente, è ingiusto che continui a fare il suo lavoro e gli si permetta di continuare a fare delle inchieste".

"Come pagano le persone che vanno in carcere, devono pagare, ovviamente non con il carcere, le persone che sbagliano le inchieste, perchè se io sono finito in carcere e ho fatto 150 giorni di detenzione, quei 150 giorni potrebbero avermi cambiato la vita per sempre e nessuno può più darmeli indietro. Oggi - prosegue Corona - apriamo un capitolo del quale dovremo parlare per molto tempo; io non riesco ad accettare neanche adesso che sono passati 3 anni dall’inizio delle indagini, perchè il pm Woodcock nella sua inchiesta e nelle sue intercettazioni aveva le stesse cose che hanno adesso gli inquirenti, però le ha lasciate stare.

Questa non è legge. Io non sono uno stupido, sono uno di cuore, di testa, ma molto sanguigno: con il pm Frank Di Maio mi sono attaccato molte volte, ci siamo insultati, l’ho rimproverato in aula di tribunale, ma quando sono uscito dal carcere ho ringraziato subito il pm Frank Di Maio perchè era l’unico che si era studiato l’inchiesta".

Corona smentisce poi di essersi presentato spontaneamente alla procura di Milano: "Io non mi sono mai presentato spontaneamente in Procura a Milano -sostiene- io non sono uno che si presenta perchè deve accusare, io ho sempre aspettato. Le mie accuse le ho fatte davanti alle televisioni e nelle aule dei tribunali, ma non sono quello che va dal magistrato, perchè ho dei codici di pensiero e di rispetto di come ci si comporta nella vita che derivano dalle vecchie concezioni delle famiglie di una volta. Quindi non mi sono presentato spontaneamente, ma sono stato chiamato e, quindi, sono dovuto andare".

"Io non voglio giustificazioni e pago quello che devo pagare. Fino al momento del mio arresto io ero un ragazzo normale che faceva una vita normale, che poteva aver commesso qualche piccolo reatuccio che può essere una dichiarazione dei redditi o una piccola evasione fiscale che in Italia penso faccia l’85% della popolazione, ma fino a quel momento ero vergine. Sono uscito dal carcere ed è successo di tutto, dalla pistola, ai soldi falsi alla corruzione a pubblico ufficiale. Io sono entrato in carcere che avevo una famiglia, una moglie, un figlio, una società, una casa, una macchina e sono uscito -lamenta Corona- che non avevo più la famiglia, il figlio, la società, la macchina, i soldi e ho dovuto ricominciare da zero".

"Purtroppo, la mia vita non è stata facile, ho fatto tantissimi errori che voglio pagare. Io mi sono fatto 90 giorni di carcere: oggi sono stato condannato a 3 anni e 8 mesi e sono disposto a farmi questi 3 anni e 8 mesi di carcere, ma con me se li devono fare tante altre persone. E se queste persone se lo fanno, io non ricorrerò neanche in appello". Afferma ancora Corona che torna, infine, sul suo intervento telefonico in diretta durante una puntata di «Pomeriggio Cinque», con toni accesi e parole pesanti.

"Io chiedo scusa innanzitutto a te (Claudio Brachino, ndr) per i toni con cui l’ho detto, però se mi sento accusare in diretta nel programma ‘Domenica Cinquè e poi in studio la conduttrice dice di dissociarsi completamente da ciò che la giornalista (Beatrice Barattolo, giornalista del Secolo XIX, ndr) dice, ma, nello stesso tempo, le fa dire tutte queste cose senza portare delle prove legali, delle denuncie o delle intercettazioni, io ho perso la testa. Inoltre, tutto quello che è stato detto dalla giornalista non è assolutamente vero. Chiedo scusa a te per i rapporti che ho con te e con voi, ma le scuse a Barbara (d’Urso, ndr) io non le faccio, lei sa il perchè. Io ho la mia idea, lei si è comportata male e io le scuse a chi si comporta male non le faccio», conclude Corona.





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Dio esiste": il vescovo sfida la scienziata



Faccia a faccia tra Margherita Hack e monsignor Zenti che attacca: "Il vero ateo è l'egoista". 

 

L'astrofisica ribatte: "I cristiani dovrebbero essere più cristiani". Ma alla fine né vincitori né vinti



Il vescovo e la scienziata atea, un uomo in tonaca e una donna in pantaloni. Un faccia a faccia davanti a un’intera città, un migliaio di persone stipate in un auditorium, 400 all’aperto e chissà quante davanti alle tv che hanno trasmesso il dibattito via satellite. Un confronto cercato e voluto dal monsignore, ansioso di sfidare lo spauracchio che aveva paragonato Dio a Babbo Natale. Un tema, «Dialogo su fede e scienza», che fino a qualche anno fa non avrebbe suscitato tutto questo interesse.

Il vescovo è quello di Verona, Giuseppe Zenti. La scienziata è Margherita Hack. Monsignore non ha particolari incarichi nella Cei; la studiosa invece è conosciutissima, astronoma, astrofisica, accademica dei Lincei, eccetera. E soprattutto atea di ferro, presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, quelli dello sbattezzo e delle scritte sugli autobus di Genova («La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno»). 

Un incontro ad alto rischio fortissimamente voluto dal presule, uno che ama le grandi sfide: quand’era vescovo di Vittorio Veneto scrisse due lettere a Romano Prodi perorando la causa delle famiglie tartassate e dei precari. Zenti e la Hack si sono fronteggiati a viso aperto, lealmente, menando fendenti ma senza colpi bassi. Dovevano essere tenuti sotto controllo come nei duelli televisivi americani, tipo Obama e McCain: venti minuti a testa per sintetizzare le proprie idee, quattro domande di esperti (un industriale biomedico, un docente universitario, un preside, un prete-giornalista), infine un dialogo diretto. Brevi intermezzi musicali. E niente applausi fino alla fine.

Invece sono state subito scintille appena il vescovo ha chiuso il suo primo intervento dicendo che «il vero ateo è l’egoista». La Hack è saltata su: «I cristiani dovrebbero essere più cristiani». «Quando entrambi ci ritroveremo in paradiso continueremo a discorrere». «No monsignore, il suo è stato un bel discorso ma privo di razionalità». «Io sono credente, non credulone». «Lei porta suggestioni, non ragioni». «La mia ragione sta nell’esperienza quotidiana, dove Dio è presente anche se non lo vedo».

«Comunque io in paradiso non ci andrò, le mie molecole svolazzeranno libere nell’aria senza un perché». «Cara signora, come fa a esserne così convinta? Anche questo è un atto di fede». La tesi della Hack è che scienza e fede convivono perché non si parlano, lavorano su piani diversi. «Dio è la più comoda delle risposte per spiegare il mistero che ci circonda. È l’invenzione con cui l’uomo spiega quello che la scienza non chiarisce. Siccome dispiace morire, fa piacere credere in un aldilà. Nell’antichità non si conosceva nulla dell’universo e lo si popolava di dei.

Ora che la scienza ha scoperto grandissime verità, lo spazio di Dio si restringe. Com’è possibile che una zuppa di particelle elementari si sviluppi fino a diventare un organo come il cervello umano, più complesso di qualsiasi galassia? Non lo so, ne resto meravigliata ma non voglio spiegarmelo con la scorciatoia di un dio. Io non credo perché non ne ho ragioni scientifiche. Mi sembra un’idea assurda».




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Afghanistan, Bin Laden jr: «Mio padre ha vinto»

Corriere della Sera


Il quartogenito di Bin Laden, Omar: «Obama ha sbagliato a inviare più truppe»


Omar Bin Laden
Omar Bin Laden
MILANO - «Osama Bin Laden non ha bisogno di lanciare nuovi clamorosi attacchi, perché ha già vinto»: ne è convinto Omar, quartogenito dello sceicco del terrore. «Nel momento stesso in cui gli Stati Uniti hanno messo piede in Afghanistan - afferma Bin Laden jr. in un'intervista a Rolling Stone in edicola venerdì - mio padre ha vinto». «In Afghanistan (l'Occidente, ndr) non può vincere» e il presidente statunitense Barack Obama ha commesso un errore inviando ancora più truppe a Kabul. «È come aggiungere acqua alla sabbia, come diciamo nel mondo arabo: la rende solo più pesante».

«Se io mi fossi trovato nella sua situazione - aggiunge -, avrei cercato una tregua. Quindi, per sei mesi o un anno, niente scontri, niente soldati. L'Afghanistan non può essere sconfitto. Non ha niente a che vedere con mio padre. Si tratta del popolo afghano». Non solo: secondo il figlio del numero uno di al Qaeda, che nel 2007 ha sposato una cittadina britannica convertita all'Islam e che Rolling Stone ha intervistato in un locale di striptease a Damasco, la situazione non può che peggiorare nel caso in cui Bin Laden muoia. «Il mondo diventerà molto, molto pericoloso, sarà un disastro», ha detto, aggiungendo che Osama «uccide solo quando pensa che sia necessario: lui ha un obiettivo religioso, è votato alle regole della jihad».

CRESCIUTO NEI CAMPI JIHADISTI - Omar, che vive attualmente nel Qatar dopo essere stato espulso dall'Egitto e rifiutato dalla Spagna, ha poi tracciato un ritratto di se: uno degli 11 figli di Osama Bin Laden è cresciuto nei campi jihadisti sudanesi insieme a combattenti che, fra le altre cose, testavano le armi chimiche sui cuccioli di animale. Ha lasciato l'Afghanistan nel 2001, molti mesi prima dell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle ed al Pentagono. Secondo quanto anticipato da Rolling Stone, Omar, che sognava di lavorare per l'Onu e di incontrare Obama ed il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, ha raccontato che suo padre gioì quando George W. Bush andò alla Casa Bianca nel 2000: era proprio il genere di presidente di cui gli Usa avevano bisogno, «uno che attaccherà, spenderà e dividerà il Paese».

Redazione online
21 gennaio 2010



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Sciopero della birra

La Stampa

I lavoratori della multinazionale Ab Inbev, tra le maggiori produttrici di birra al mondo, protestano contro i tagli al personale.
E in Belgio si fa sempre più difficile trovare una pinta.

In Belgio è in atto uno sciopero della birra senza precedenti. I lavoratori della Ab Inbev – uno dei maggiori produttori di birra al mondo, titolare di marchi come Juliper, Leffe, Stella Artois, Beck's, Budweisser - sono ormai da due settimane sul piede di guerra contro il piano di ristrutturazione del gruppo. Piano che prevede un taglio di 300 dipendenti sui 2.700 che lavorano nei due grandi stabilimenti di Lovanio e Jupille, entrambi non lontano da Bruxelles.

A causa dei blocchi attuati dai lavoratori, la distribuzione è praticamente paralizzata. La birra negli scaffali dei supermarket comincia a scarseggiare, mentre i magazzini sono stracolmi, denuncia l'azienda. I dirigenti della Ab Inbev spiegano che il piano di ristrutturazione è giustificato dalla crisi economica, che non ha risparmiato un prodotto come la birra, uno dei simboli del Belgio, con il settore che nel 2009 ha subito perdite record.

I tagli della multinazionale, che da sola rappresenta il 25% del giro d'affari mondiale della birra, riguardano anche altri paesi: in Germania è previsto il licenziamento di quasi 400 lavoratori. Complessivamente in tutta Europa gli esuberi ammonterebbero a più di mille.

Tuttavia i lavoratori degli stabilimenti belgi - che giorni fa si sono resi protagonisti di un'azione clamorosa, sequestrando per 24 ore alcuni dirigenti del gruppo - non ci stanno e non sembrano intenzionati a mollare. I blocchi andranno avanti - spiegano i sindacati di categoria – “fino a che con l'azienda non troverà una soluzione per ridurre drasticamente il numero delle persone che dovranno abbandonare il lavoro”.



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I bambini fantasma delle sette d’Italia

La Stampa

Trascinati dai genitori o vittime di «guru» pedofili
ELENA LISA

TORINO


Al centro una «figura carismatica». Attorno una casta di «eletti». Più in basso, gli «adepti»: uomini, donne. E i loro figli, anche piccoli: «bambini fantasma» dei quali si sa pochissimo, vittime indifese di violenze psicologiche e fisiche in nome di una pseudo-religione o di «credo» mascherati.

«In Italia succede sempre più spesso», è la drammatica denuncia di Telefono Azzurro. Ma quanti sono i bambini coinvolti? Non esistono cifre ufficiali, ma è ragionevole ipotizzare una stima di diverse centinaia, visto che il numero complessivo di «adepti» italiani, secondo le associazioni che riuniscono i parenti delle vittime, supera abbondantemente il milione. Una sola setta, la «Arkeon», controllava diecimila persone cui ha sottratto negli anni milioni di euro: contro i suoi undici leader è in corso un processo a Bari in cui per la prima volta è stata riconosciuta l’accusa di «associazione a delinquere». E tra i numerosi capi di imputazione, compare anche il «maltrattamento di minori».

Dice Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro: «Non ci sono soltanto i bambini trascinati nella setta dai genitori o da qualche pedofilo travestito da guru. Ci sono anche quelli che nascono dentro la comunità. Sono più fortunati degli altri: avendo avuto pochi contatti con il mondo esterno non devono sottoporsi a continui “riti di purificazione”. Ma di loro si hanno poche, debolissime tracce. Spesso non sono neppure registrati all’anagrafe».

Il quadro che emerge dai racconti dei seguaci in fuga e dalle denunce raccolte da polizia e carabinieri è terribile. Figli piccolissimi «regalati» dai genitori al capo-setta o a tutta la comunità. Confessioni «aperte» sulle pratiche sessuali, alle quali i bambini sono costretti ad assistere. Violenze quando vengono sorpresi a disubbidire - dove disubbidire significa anche solo parlare con la mamma - scariche elettriche, ustioni, droghe e psicofarmaci. Per «purificare lo spirito» è proibito piangere: i piccoli che lo fanno sono chiusi in stanze buie, minacciati o costretti al digiuno, umiliati «pubblicamente, davanti ai coetanei, per imprigionarli nell’insicurezza e tenerli legati.

«Riceviamo decine di segnalazioni ogni giorno - spiega Lorita Tinelli, presidente del Cesap, il Centro studi sugli abusi psicologici - e non è un azzardo ritenere che le sette “abusanti” in Italia siano circa un migliaio. Censirle non è facile: agiscono nell’ombra, e una volta scoperte si ricostituiscono in breve tempo sotto un altro nome».

L’ultimo elenco «ufficiale» delle congregazioni in Italia è vecchissimo, addirittura del ‘98. A produrlo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza in un rapporto dal titolo «Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia» che calcolava 137 gruppi settari: 76 religiosi e 61 magici. Già allora le più diffuse erano le psicosette. «Gruppi “motivaziona- li” che agganciano i più giovani e promettono risultati sorprendenti a scuola, nello sport, con gli amici - spiega Maurizio Alessandrini, presidente della Favis, l’associazione dei familiari delle vittime -. Negli ultimi anni le psicosette si sono moltiplicate a dismisura entrando anche nelle scuole. Del resto, l’Italia è tra i pochi Paesi in Europa dove non c’è una legge ad hoc e nemmeno è punito il reato di “manipola- zione mentale per fini illeciti”».

Di un fenomeno che dilaga si occupano associazioni laiche e religiose: «Riceviamo spesso chiamate da coniugi che si stanno separando - dice Don Aldo Buonaiuto, della comunità Papa Giovanni XXIII -. Non riescono più a vedere i figli e sospettano che siano finiti in una qualche comunità strana insieme all’altro genitore».

Le forze di polizia, che hanno formato squadre antisette con psichiatri e psicologi, confermano l’allarme. «Ho incontrato molti ragazzini irretiti da figure carismatiche, trascinati nelle sette all’insaputa della famiglia - dice Giorgio Manzi, comandante del reparto analisi criminologiche dei Carabinieri -. I genitori devono vigilare, cogliere ogni sfumatura di cambiamento nei figli. Il rischio, se non lo si fa, è perderli per sempre».



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Telecom, la frode delle sim fantasma

La Stampa

Documenti inesistenti e utenti ignari: una su cinque era fuorilegge
GIANLUCA PAOLUCCI

TORINO


Cinque milioni e mezzo di schede sim della Telecom a fine 2008 erano fuorilegge. Su 28 milioni di carte prepagate (e altre 6,7 milioni in abbonamento), una su cinque violava il codice delle comunicazioni elettroniche, che prescrive di rilevare i dati personali - carta d’identità e codice fiscale - dell’acquirente di una sim telefonica.

Sistema ramificato Con l’implicazione di una quantità enorme di sim attive, difficilmente rintracciabili (perché non associate al vero proprietario come prescrive la legge) potenzialmente utilizzabili per scopi illeciti. Un vero e proprio «sistema», partito dal basso, dalla rete di vendita, ma ramificato fino ai piani alti di Telecom, costato il posto a un top manager, ad alcuni dirigenti e alla sospensione dal lavoro di una serie di dipendenti. La storia inizia due anni fa, si conclude - almeno per ciò che riguarda gli aspetti interni all’azienda - in questi giorni e merita di essere raccontata in tutta la sua ampiezza.

Più schede, più bonus
Il sistema di incentivazione dei rivenditori di sim Telecom Italia prevedeva, fino al 2008, un sistema di premi sulla base delle sim attivate. Più sim vendi, più guadagni. Tutto funzionava a meraviglia fino all’inizio del 2008, quando una serie di verifiche interne fatte a campione fa emergere delle irregolarità. L’ad Franco Bernabè, il 9 maggio, emana una circolare interna contenente «precise disposizioni finalizzate a sradicare il fenomeno della fraudolenta attivazione di sim card».

Parte un’indagine interna curata dalla Ti Audit & Compliance, società del gruppo che si occupa dei controlli interni, a capo della quale nel frattempo è arrivato Federico Maurizio D’Andrea, ex colonnello della Guardia di Finanza, già in prima linea per l’indagine di Mani pulite e chiamato da Francesco Saverio Borrelli al suo fianco in Federcalcio.

La Ti Audit esamina le sim vendute nel 2007 e il 4 luglio del 2008, quando consegna i risultati, il fenomeno emerge in tutta la sua ampiezza. «Assenza di documenti d’identificazione dei clienti nell’archivio aziendale (la cui acquisizione è obbligatoria per legge) per il 55,1% delle utenze prepagate intestate nel 2007». Oltre 4 milioni su 8,097 milioni di sim vendute quell’anno.

Il rapporto indica i rischi per l’azienda («non rispondenza alla normativa di riferimento») e assegna il livello massimo («critico»). Indica una serie di misure da intraprendere per evitare la frode su larga scala ai danni dell’azienda, dando appuntamento a un successivo audit per fare il punto sulla loro efficacia. Vengono anche indicati i responsabili delle azioni da compiere: per la parte delle rete commerciale è il capo, Lucio Golinelli.

Situazione critica Il secondo documento è 9 aprile del 2009: la situazione è migliorata ma critica. Nel frattempo è successo qualcos’altro. A Feltre, il pm di Belluno Luigi Leghista ha trovato alcuni venditori Telecom che intestavano le schede un po’ come capitava. Persone ignare o inventate, e schede che erano finite in mano a personaggi legati alla malavita. Gli inquirenti capiscono che il fenomeno non si limita ad alcuni rivenditori di Feltre e a metà luglio i finanzieri si presentano agli uffici Telecom di Roma e acquisiscono i documenti dagli uffici di Golinelli e di alcuni suoi collaboratori.

A settembre vengono richieste dall’autorità giudiziaria informazioni su Advalso, una società del gruppo che si occupa di raccolta e archiviazione dati. A inizio dicembre vengono sentiti i collaboratori di Golinelli come persone informate sui fatti. Infine, il 18 dicembre del 2008, Golinelli viene licenziato.

Marilyn e Spider Man L’indagine del 2009 è ancora più circostanziata: nelle sue ventisette pagine c’è scritto che le schede irregolari, tra tutte quelle vendute tra il 2005 e il 2008, sono 5,5 milioni. Di queste, 5,2 milioni con il documento non in regola e 285 mila associate a codici fiscali inesistenti. Il quadro è «ancora critico», c’è scritto, in seguito alla «parziale realizzazione di alcune fondamentali azioni di miglioramento»; che il management dell’area commerciale (dove al vertice stava Golinelli) ha assegnato le verifiche alle stesse funzioni commerciali che quelle azioni le mettono in atto; che alcune delle misure previste sono state realizzate da un punto di vista «formale ma non sostanziale».

Vengono controllati i codici fiscali con più di dieci numeri intestati: la media è di 37 per ciascuno, con punte di oltre mille. Un venditore del Nord-Est, la Connecta srl, ha assegnato 3.577 numeri a 3 soli codici fiscali. Un altro dell’aera Centro-Nord, la Sm srl, ha venduto 1.167 schede allo stesso codice fiscale, almeno in teoria tutte alla stessa persona. Un testimone racconta che durante le verifiche spunta fuori al posto dei documenti la foto di Marilyn Monroe e quella dell’Uomo Ragno.
Nel 2008, il sistema degli incentivi prevedeva bonus maggiori per clienti che passavano a Telecom da un altro gestore?

Bene, il 40% delle intestazioni multiple riguardava proprio questo tipo di utenti. L’attenzione cade sul «canale etnico», la struttura commerciale che sovrintende alla vendita di schede sim presso i centri per chiamate internazionali e intercontinentali, utilizzati da clienti stranieri. È un segmento appetibile del mercato ma anche delicato, specie per la rilevanza delle implicazioni in tema di controlli antiterrorismo, per questi venditori c’è un tetto massimo alle intestazioni multiple: a una stessa persona non possono essere assegnati più di 4 numeri. Salta fuori che il 40% delle schede dei clienti ha 3 numeri di telefono intestati.

Cancellate
Il 31 marzo, oltre a tutte le revisioni di procedure, viene così avviato il controllo sistematico di tutte le schede irregolari. Un lavoro immane, dice l’ad Bernabè nell’intervista a fianco. La fine è arrivata pochi giorni fa: 4,5 milioni di schede cancellate, mezzo milione alle quali è stata inibita la ricarica, un milione circa quelle «regolarizzate». E l’Uomo Ragno non ha più un telefonino.


Franco Barnabè: "Situazione sanata. Il gruppo è parte lesa"



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Mozzarella di bufala ancora nella bufera

Il Tempo


Il direttore del consorzio: non c'è commissariamento. Zaia: azzerate le funzioni.
La disciplinare non vieta l'arrivo di latte prodotto fuori dalla zona Dop.


Lettere anomime su analisi parziali, indagini dei Nas e sequestri, licenziamenti e posti a rischio, sicurezza e falle nel disciplinare, rischio scissione, richieste di scusa, smentite, denunce, lo sfondo delle prossime elezioni regionali e quel commissariamento che non c'è. Il consorzio della mozzarella di bufala campana Dop è nella bufera. Nel mirino è sempre il presidente Luigi Chianese, presunto annacquatore, che si difende. «Il consorzio non è stato commissariato - dicono Chianese e il suo vice Mimmo Raimondo - nel decreto del ministero notificato solo questa mattina (ieri ndr) si parla di organo di garanzia che opera in stretta collaborazione con il consorzio nell'azione di tutela per consolidare il rapporto di fiducia con il consumatore».

Ma il ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia, raggiunto dal Tg satirico di Canale 5, ha confermato la sua versione dei fatti: «Il consorzio è un ente privato, ma con funzioni pubbliche di tutela e promozione. Queste due funzioni con il mio decreto sono state di fatto commissariate. Oggi c'è un rappresentate dei Carabinieri, uno della Guardia di Finanza, uno della Forestale e uno dell'Ispettorato per il Controllo della Qualità, che hanno di fatto assunto queste due funzioni che il consorzio non ha più».

E conclude: «Noi abbiamo fatto 530 controlli e prelevato 106 campioni, il 25% dei quali è risultato positivo, cioè mozzarella di bufala ottenuta con parte di latte di vacca. Questa è la verità «Se l'esito delle analisi al caseificio di Chianese verrà confermato - rincara la dose Vincenzo Oliviero, ex direttore del consorzio - sarà un fatto molto grave ma l'immagine è già danneggiata e gli altri produttori dovrebbero chiedere i danni». Oliviero, licenziato a suo dire perché voleva rafforzare i controlli, avverte che il disciplinare ha una falla perchè non vieta l'arrivo di latte non prodotto nell'area del consorzio.




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Orlandi, si cerca la prigione

Il Tempo

Interrogato in procura l'uomo che aveva le chiavi dell'appartamento di Monteverde dove si pensa sia stata tenuta Emanuela. I pm seguono la pista della Banda della Magliana, escludono di sentire Ali Agca.



La procura di Roma sta cercando di chiudere il cerchio per arrivare alla soluzione del caso di Emanuela Orlandi. E il procuratore Capaldo è sempre più convinto della pista «De Pedis» e della Banda della Magliana. Infatti i pm di Roma che indagano sul rapimento di Emanuela Orlandi, non sono intenzionati a sentire Mehmet Ali Agca, il «lupo grigio» scarcerato lunedì in Turchia che ha detto di sapere che la ragazza, scomparsa il 22 giugno del 1983, è viva.

Così le attenzioni degli inquirenti puntano su ulteriori accertamenti in quella che, secondo le dichiarazioni di Sabrina Minardi, all’epoca amante di Renatino De Pedis, è stata una delle prigioni della cittadina vaticana. Ieri in procura a piazzale Clodio sono stati sentiti Vittorio Sciatella, marito di Daniela Mobili, l’intestataria dell’appartamento di Monteverde, e Assunta Costantini, amica della Mobili con un passato da ricettatrice del quartiere Trastevere. Sciatella era già stato ascoltato dal procuratore Italo Ormanni.

L’uomo ha ribadito che all’epoca dei fatti era in carcere. Sabrina Minardi nei verbali resi ai magistrati ha raccontato che Sciatella si presentava agli incontri con il boss De Pedis al Gianicolo in pelliccia e pantafole. Daniela Mobili, moglie di Sciatella era molto vicina a Danilo Abbruciati per conto del quale acquistò l’appartamento in via Pignatelli a Monteverde dove, secondo la Minardi, sarebbe stata tenuta segregata Emanuela Orlandi. La casa a Monteverde è stata perquisita e controllata nel giugno di due anni fa.

Un piccolo appartamento sotto il quale si apre una cantina con un dedalo di cunicoli e dove c’è persino un piccolo bagno. Il locale sotterraneo sicuramente fu utilizzato come rifugio di latitanti della banda della Magliana e, secondo la testimone, è stata utilizzata per tenere prigioniera Emanuela Orlandi.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo continua a scavare sui misteri della banda della Magliana. «Sulla vicenda Orlandi può essere fatta chiarezza - ha detto capaldo nel corso della presentazione del libro di Angela Camusso «Mai ci fu pietà», sulla Banda della Magliana - Un pò perché ci sono delle testimonianze attendibili, con riscontri che già esistono nelle carte processuali».

Su quella che da molti è stata definita «una holding del crimine - ha aggiunto Capaldo - non può essere scritta la parola fine». Della Banda della Magliana «resta il substrato culturale», in alcuni casi, il «fascino criminale» generato da «alcuni soggetti pur nel loro essere rozzi e brutali». Della Banda, oggi, «rimane una cultura criminale che si tocca con mano». Legata al «modo di parlare, di raccontare, alla filosofia di vita, alla criminalità romana. Anche se, della Banda in sé non rimane più nulla».

Maurizio Piccirilli
21/01/2010




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Picchiarono un immigrato "Il fatto non è rilevante" Otto minorenni prosciolti

Quotidianonet

L'episodio avvenne a Cosenza nel 2008. La decisione del Gup del Tribunale dei Minorenni: nessuna punizione, nemmeno l'affidamento ai servizi sociali, solo una 'sonora reprimenda'

Cosenza, 20 gennaio 2010


Il gup del Tribunale dei Minorenni di Catanzaro ha prosciolto otto giovanissimi che erano stati arrestati dai carabinieri per aver pestato un immigrato a Santa Caterina Albanese, nella valle dell’Esaro cosentina. La motivazione della decisione nell’udienza preliminare che è stata celebrata questa mattina è che «il fatto non è rilevante». L’episodio risale al gennaio 2008.

Il gruppo di otto ragazzi, tutti minorenni, aveva aggredito davanti a un bar un cittadino marocchino di 34 anni e poi, secondo l’accusa, lo avevano seguito fino alla sua abitazione per finire di picchiarlo. La vittima del pestaggio era riuscito a chiedere aiuto al parroco inviandogli un sms. L'uomo si era presentato ai medici dell'ospedale di San marco Argentano che gli avevano riscontrato ferite giudicate guaribili in sette giorni. Successivamente i carabinieri della Compagnia di San Marco Argentano hanno avviato indagini risalendo all’identità dei presunti responsabili.

Dopo qualche udienza di rinvio, oggi è giunta la decisione, inaspettata per gli stessi avvocati che, hanno confessato, si aspettavano quanto meno l’affidamento ai servizi sociali. Invece il colpo di scena con la motivazione del fatto non rilevante per il gup. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Giulio Tarsitano, Roberto Loscerbo, Emilio Servidio.

La formula ''per irrilevanza del fatto'', e' stato evidenziato in ambienti giudiziari, e' prevista dalla legge 448 del 1988 che ''in caso di comportamenti di particolare tenuita' che appaiano assolutamente occasionali il pubblico ministero puo' chiedere che sia emessa sentenza di non luogo a procedere''.

Il giudice, che ha basato la sua decisione anche sulle relazioni degli assistenti sociali, non ha pero' dimenticato di fare una sonora reprimenda agli otto ragazzi, tutti studenti.



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I trucchi di Emma: fustiga e si permette tutto

di Giancarlo Perna

Nel ’99 l’Eurocommissione di cui faceva parte si dimise perchè travolta dallo scandalo. Da quando lei stessa è diventata un partito la sua capacità di autocritica è sparita. Corre contro il Pd in Lombardia, col Pd nel Lazio. E' moralmente identica a Casini

 




Se i radicali non vantassero continuamente la loro perfezione, se ne trascurerebbero i difettucci lasciandoli in pace. Se ne parlerebbe col contagocce - sono quattro gatti - e rispetto per le battaglie del passato. A furia però di dirsi diversi, senza esserlo affatto, i commenti se li tirano.

Prendiamo Emma Bonino che corre per la presidenza della Regione Lazio. Lo fa con una lista a suo nome (Bonino-Pannella) ma con l’appoggio del Pd, Verdi e altri. È, cioè, a pieno titolo una rappresentante dello schieramento di sinistra. D’altronde è legata al Pd anche come parlamentare: è eletta con i voti del partito e siede a Palazzo Madama tra i banchi del gruppo. Il marchio è indelebile e impresso a fuoco.

Ed Emma, invece, che ti combina? Secondo uno stile che più partitocratico e inciucione non si può, due giorni fa si è presentata per le amministrative anche in Lombardia con la solita lista Bonino. Ma stavolta contro il Pd. Lei punta a diventare consigliere regionale, il giovane Marco Cappato presidente della Regione. In sostanza, cercano di fare le scarpe tanto a Roberto Formigoni (Pdl) quanto a Filippo Penati del Pd. Ossia, Emma - la vera protagonista - si pone come terzo incomodo e mette in bastoni tra le ruote al suo stesso schieramento in piena contraddizione con le alleanze romane e gli impegni in Senato.

Per riassumere il pasticcio: i radicali nel Lazio sono alleati del Pd, o il Pd dei radicali, che è lo stesso; in Lombardia, si combattono. Situazione incresciosa e foriera di sconfitta di cui è esclusivamente responsabile la dispettosa iniziativa di Bonino. È stata lei, infatti, a intrufolarsi nella lizza dopo che il Pd aveva scelto Penati come proprio alfiere. A cosa punti non è chiaro. Vuole visibilità, mostrarsi autonoma dal Pd, alzare il prezzo per una trattativa poltronesca?

Chissà. Ma non è affare nostro. Quel che conta è che si ripiomba nella solita bizantineria all’italiana che a parole Emma depreca e che nei fatti alimenta. È politicamente e moralmente identica a Pierferdy Casini. Stesse giravolte, politica dei due forni, solito ambaradam da vecchi democristiani. Un contributo a perpetuare il gioco delle tre carte che il sistema bipolare - tanto auspicato da Pannella in anni lontani - avrebbe dovuto abolire. Altro che diversità radicale.

Ma c’è di più. Emma si offre a fare il consigliere lombardo sapendo perfettamente che non potrà assumere l’incarico. La candidatura a governare il Lazio lo esclude. Delle due l’una: o a Roma prevale sull’avversaria, Renata Polverini, e diventa presidente della Regione; o perde e sarà automaticamente capogruppo dell’opposizione al consiglio regionale del Lazio. A Milano, in ogni caso, non ci sarà nemmeno dipinta. La richiesta del voto ai lombardi è una trappola: lei li turlupina e loro lo sprecano. Si dirà - e i radicali già lo dicono - che anche il Cav si è presentato alle elezioni europee in più posti pur non potendo andare a Strasburgo.

Le cose però sono diverse. Il Berlusca, col suo nome, voleva coagulare consensi la cui somma, in una consultazione nazionale, porta alla vittoria. In una elezione amministrativa, al contrario, i voti necessari per governarla sono solo quelli raccolti nella Regione. Gli altri sono vento. Perciò a Milano, il massimo che Emma può ottenere, se va bene, è un’affermazione personale. Una pura vanità per calmare il proprio ego.

La vanità di Bonino. Da anni ci si crogiola. Emma qua, Emma là, liste personalizzate, campagne nominative. Ricorderete lo slogan Emma for President che avrebbe dovuto portarla sul Colle al posto di Carlo Azeglio Ciampi nel 1999. Da quando il suo nome è un logo, la sua capacità di autocritica è sparita. Eppure motivi di contrizione li ha anche lei.

Si ricorda raramente di quando fu commissario europeo (1995-1999). Una vicenda che fa pensare visto che si candida ad amministrare una regione. Il suo «ministero» era quello chiave degli Aiuti umanitari d’emergenza (Echo). La Commissione di cui faceva parte, presieduta da Santer, è stata la sola nella storia dell’Ue che abbia dovuto dimettersi, travolta da brogli, corruzione e spese pazze. Un comitato di periti nominato per controllare le voci imbarazzanti presentò, al termine dell’indagine, una relazione impietosa.

A scatenare la polemica, uno scaldaletto rosa, la punta dell’iceberg. Il commissario francese, madame Edith Cresson, aveva nominato il suo favorito, un dentista di provincia, a non ricordo quale importantissimo incarico. Il tizio non si fece mancare nulla e saltarono fuori ammanchi. L’intera Commissione finì in un vortice. Col lavoro dei periti, si aprì il baratro. Furono scoperti abusi non solo in casa Cresson ma anche negli altri Dipartimenti. Il fenomeno più rilevante era quello dei cosiddetti «sottomarini», cioè imbucati nei più diversi settori: consulenti esterni e amici degli amici che si arricchivano e bisbocciavano in violazione di ogni procedura legale.

Scoppiato il putiferio, ci si accorse che anche Emma, che noi conosciamo come implacabile fustigatrice del pressappochismo nazionale, aveva taciuto su ciò che accadeva sotto i suoi occhi. Stesso silenzio da parte dell’altro commissario italiano, il professor Mario Monti. Anzi, sentita dagli inquirenti, Bonino non seppe spiegare le irregolarità emerse nel suo Dipartimento degli Aiuti umanitari. I «sottomarini», stando alla relazione, erano addirittura «particolarmente presenti» nell’Echo a lei affidato.

Il che - osserva Ida Magli nel suo studio Contro l’Europa: tutto quello che non vi hanno detto su Mastricht - è «tanto più ripugnante in quanto andava a scapito dei beneficiari degli aiuti (ex Jugoslavia, Bosnia, Ruanda, ecc.)». Sull’inchiesta, tuttavia, fu steso un velo per non offuscare l’immagine dell’Ue. In prima linea l’Italia, sia per filo europeismo farlocco che per tutelare i nostri due augusti rappresentanti.

Emma, per nulla frustrata dalla faccenda, fece di più. Attenti alle date. Il 16 marzo 1999, la Commissione Santer, ridotta un pedalino, si dimise. Lo stesso giorno, incoraggiata da un sondaggio secondo cui gli italiani l’avrebbe voluta al Quirinale, Bonino avviò la campagna Emma for President. E sapete su che la basò? Sui suoi meriti come commissario Ue. Quando si dice il SuperEgo.



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A Scalfari piace l’immunità. Solo quando serve a lui

di Luigi Mascheroni

Il fondatore di "Repubblica" critica Craxi perché non si fece processare.

Ma dimentica che nel 1968 fece lo stesso





Processo breve, appunto. Come la memoria corta di Eugenio Scalfari, moralista senza titoli per esserlo, da anni - come da titolo del suo annoso volume molto pubblicizzato ma di scarso successo - Alla ricerca della morale perduta. La sua?

Intellettuale celebre per la disinvoltura nel cambiare idea sui fondamentali della vita pari solo alla proverbiale ricercatezza nel vestire, da cui il soprannome «Gegè» e da cui il noto trend «sinistra al cashmere», Scalfari non perde occasione per dare lezioni di civiltà al prossimo. Iniziò, studente, sui banchi al liceo Mamiani di Roma, quando era un giovane fascista. Continua, da professore a riposo, sulle colonne di Repubblica, oggi che è il più ascoltato dei “vecchi” saggi della Sinistra. 

Due giorni fa il Fondatore ha dedicato la sua ultima lectio, sotto il titolo «Il gesto che Bettino non fece», alla lettera che il presidente Napolitano ha scritto alla vedova Craxi. E, come faceva sommessamente notare proprio ieri sul Foglio Andrea Marcenaro, affrontando l’aggrovigliato nodo di Tangentopoli Eugenio Scalfari si è lanciato in un ragionamento tanto pacato dal punto di vista linguistico quanto complesso sul piano della coerenza. 

Così come, del resto, già gli accadde di fare quando, dopo aver esaltato per anni le magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica e i luminosi destini proletari, festeggiò commosso il crollo del Muro e del comunismo. Ma tornando all’altroieri: per commentare la vicenda Craxi e i finanziamenti illeciti, Eugenio Scalfari rievoca il discorso parlamentare in cui il leader socialista lanciò una chiamata di correità a tutti i partiti: tutti avevano violato la legge, tutti quindi dovevano assumersene le responsabilità. 

«Discorso senza dubbio coraggioso - chiosa a questo punto Scalfari - se ad esso fosse seguito il necessario sbocco: la chiamata di correo è l’ammissione di un reato particolarmente grave. Chi si avventura su quel terreno prosegue dimettendosi dalle cariche che ricopre e mettendosi a disposizione dell’autorità giudiziaria». Cioè: si fa processare e sconta l’eventuale condanna. 

Opinione più che legittima, e forse anche moralmente ineccepibile. Ma perlomeno singolare, e forse moralmente ipocrita, se espressa da un cittadino della Repubblica, e incidentalmente futuro fondatore di Repubblica, che in passato si fece eleggere deputato nel Partito socialista per avvalersi dell’immunità parlamentare e sottrarsi in questo modo alla sentenza dell’autorità giudiziaria. 

Era l’anno del Sessantotto e dell’inizio della Quinta Legislatura (5 giugno 1968 - 24 maggio 1972) quando Eugenio Scalfari, reduce dall’inchiesta firmata insieme a Lino Jannuzzi sul caso Sifar-De Lorenzo e protagonista di una infiammata vicenda processuale, entrò alla Camera per evitare il peggio. Nel marzo di quell’anno era stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma a un anno e quattro mesi di reclusione. 

Nel giugno fu eletto deputato nelle liste del Psi di Pietro Nenni. Glissando in questo modo, con l’eleganza che gli è propria, quel «gesto» che, con la coerenza che gli è impropria, chiede oggi retrospettivamente a Bettino Craxi. Si chiama doppiopesismo. Pretendere con severità dagli altri il rigore che per codardia non si possiede. Gli piace l’immunità, ma solo quando serve a lui.

Comunque Eugenio Scalfari - che fino a quel momento nella sua vita era già stato caporedattore di Roma fascista, poi si era imposto alla pubblica opinione come inflessibile anti-fascista, quindi era stato tra i fondatori del Partito radicale ma ancora non aveva firmato l’appello contro il commissario Calabresi - iniziò la sua avventura di peone socialista sfilando nei cortei contro la «repressione» con un magnifico tre quarti di montone. 

Della sua personalissima avventura parlamentare, trascinatasi nel più inutile anonimato, si ricordano solo due aneddoti: nel 1969, episodio passato alla Storia e che ormai fa Letteratura, quando un vigile osò fargli una multa alla stazione Centrale di Milano perché aveva parcheggiato in sosta vietata, esplose nell’ormai proverbiale: «Lei non sa chi sono io!», scagliandogli contro l’Espresso; e quando i gruppi extra-parlamentari assaltarono il Corriere della Sera per impedirne la distribuzione, si complimentò con loro: «Questi giovani ci insegnano qualcosa, l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate a nascondere le informazioni e a manipolare le opinioni pubbliche. 

Chi ama la libertà non può che rallegrarsene». Poi Scalfari uscì dal Parlamento, fondò Repubblica e imboccò la strada del moralsocialismo, dimenticandosi del Partito socialista. Solo per ricordarsene, incidentalmente, quando si tratta di chiedere a Bettino quel «gesto» che Eugenio non seppe fare.




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Bob a 2 con imprevisto

Ii Secolo xix


Chi avrebbe mai parlato - quantomeno in Italia - delle gare di Coppa del mondo di bob femminile che si sono svolte lo scorso week-end a Saint Moritz?


Video

D’altra parte le tutine diventano sempre più aderenti e c’è un lmite di resistenza allo strappo...
Il video ovviamente è uno dei più cliccati questi giorni...Per la cronaca, l’equipaggio inglese si è classificato al settimo posto, considerato un ottimo risultato per Nicola Minichiello, già campionessa del mondo, al rientro alle competizioni dopo un grave infortunio all’occhio. Il lato B che vedete è invece quello della sua compagna, Gillian Cooke.




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Immigrati: il sindacato vieta lo sciopero ai negri

di Vittorio Macioce

Gli stranieri che lavorano in Italia vorrebbero incrociare le braccia il primo marzo per far vedere quanto contano. Ma Cgil, Cisl e Uil dicono no: temono di perdere il loro potere. L'80% degli stranieri sogna una rappresentanza tutta sua e questo per i confederali è un terremoto


Invisibili. Li vedono solo da clandestini, quando stanno nelle piantagioni dei nuovi signori del latifondo, sotto la schiavitù della ’ndrangheta, della camorra, della mafia. Quando finiscono nel fuoco di certe piazze da far west, sui marciapiedi del sesso, da delinquenti, da rapinatori, da razziatori di ville. Quando lavorano no, non li vede nessuno. La normalità non paga. Invisibili. Invisibili soprattutto per il sindacato, che li ha lasciati alla deriva, che li vede come carne da macello, come questione politica, come un affare. 

Questo sindacato di pensionati ed ex tute blu, di funzionari in giacca e cravatta e aspettative non li riconosce. Questo sindacato che assomiglia sempre più a una società di servizi, con fini di lucro, specializzato in dichiarazione dei redditi, in corsi di formazione lavoro con i soldi Ue, in tutto quello che è affari e parcelle non riesce neppure a intercettarli. Stanno giù, troppo giù. Invisibili. E se per caso pensano di scioperare, per un solo maledetto giorno, la risposta di Cgil, Cisl e Uil è un no in piena faccia. Gli invisibili non scioperano.

C’è una domanda che da un po’ di tempo rimbalza su blog, social network, quotidiani, tazebao, bollettini vari, giornalini delle parrocchie: che cosa accade se quattro milioni di immigrati incrociano le braccia? È un ritornello che arriva dalla Francia, dove l’appuntamento è per il primo marzo. La giornata senza migranti è stata buttata lì, quasi per caso, da Emma Bonino. La guerriglia di Rosarno l’ha rilanciata, creando un tam tam nel sottobosco del web.

Lo scenario è quello di un’Italia dove chi fa i lavori più duri, quelli che nessuno vuole più fare, quelli che mandano avanti le fabbriche del Nord, i latifondi del Sud e le aziende del Nord-Est si ferma, sciopera, non lavora. È un modo per contarsi e per mandare un segnale: noi ci siamo e siamo utili. Molti operai, per la verità, questo sciopero non possono permetterselo. Non possono rinunciare a un giorno di salario. E questo la sa anche la Bonino. Ma, a quanto pare, l’ostacolo maggiore è un altro.

Quando la giornata senza migranti è arrivata nelle segreterie del sindacato più di qualcuno ha avuto una mezza sincope. Uno sciopero degli immigrati? Non scherziamo. La Cisl ha fatto sapere che il discorso è troppo vago, servono contenuti precisi, certe cose non s’improvvisano: «È inutile parlare alla pancia degli immigrati». La Uil ha risposto con un no secco: «Gli italiani non capirebbero questo tipo di sciopero». La Cgil ha preso atto, tergiversato, con generici vediamo. Cose del tipo: il primo marzo è troppo presto, meglio prima delle elezioni e poi non è che possono incrociare le braccia solo gli immigrati, qui serve una grande manifestazione nazionale, con italiani e stranieri in piazza, insieme. Hanno cominciato, insomma, a buttarla sulla politica. Imbarazzo.

I comitati «primo marzo» quasi non volevano crederci. Ma come, proprio i sindacati storici ci boicottano? Impossibile. Eppure è così. Kurosh Danesh, iraniano, dirigente Cgil dice: «Non esiste lo sciopero generale etnico. Esiste lo sciopero generale dei lavoratori. Semmai potremmo ragionare su uno sciopero con al centro il tema dell’immigrazione». Ed è tutta un’altra filosofia.

Il timore è che tutta questa storia sfugga di mano. Gli immigrati si sono avvicinati al sindacato solo negli ultimi anni. È un’onda che sta riportando le confederazioni a questioni antiche, quando non si riscrivevano le Finanziarie ma si lottava per il salario. Quando il sindacato non era un comitato di affari. I lavoratori extracomunitari sono il 6,1 per cento degli iscritti: 332.561 tesserati dalla Cisl, 297.591 dalla Cgil, 190.078 dalla Uil, 103mila la quota Ugl. Se fanno lo stesso lavoro di un italiano guadagnano, in media, 238 euro in meno al mese. In tempo di crisi sono i primi a perdere il lavoro. 

Questo è quello che raccontano i dati Istat. Il sindacato da troppo tempo vive come un club di pensionati, che conosce tutti i segreti della concertazione, ma fatica a fare i conti con la generazione senza posto fisso, con il tramonto di tute blu e colletti bianchi, con chi viene da lontano. Non li rappresenta. Non sono il suo popolo. Forse è per questo che lo sciopero degli invisibili spaventa il sindacato. È qualcosa di nuovo, che viene dal basso, difficile da gestire, fuori dalle logiche di chi scende in piazza per far cadere i governi o per proteggere le roccheforti del Novecento. Gli invisibili non possono scioperare da soli. Il sindacato deve metterci sopra il suo marchio, certificarli. «Meglio un’ora di sciopero di tutti i lavoratori, italiani compresi».

È la vecchia ricetta, con la speranza di sposare i vecchi iscritti con quelli nuovi, i pensionati con i proletari o con quei 90mila «cafoni» ufficiali, e un’esercito di schiavi clandestini, che faticano nei latifondi. Ma l’80% ricerca Eures) dei lavoratori stranieri sogna un sindacato tutto loro. E questo per Cgil, Cisl e Uil è peggio di un terremoto. È il crollo di un nuovo muro, la fine di un’utopia, quella di un sindacato universale, capace di conciliare in una sola formula magica tutti gli interessi. Ecco allora l’ultima risposta: non contate gli invisibili.




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Firenze, giudice malato ma fa l'attore a teatro

di Mariateresa Conti


Il magistrato non va al lavoro da tre mesi, perché convalescente dopo un intervento chirurgico al cuore Ma ha recitato durante una serata benefica in una commedia da lui stesso scritta. Ora rischia sanzioni

 

«Galeotte» sono state le locandine. Le locandine di uno spettacolo benefico, la rappresentazione in un teatro di periferia della commedia «La fortuna di perdere», pièce sui pericoli delle vincite plurimiliardarie, affisse anche al tribunale di Firenze. Già, perché proprio lì, tra le austere aule in cui ogni giorno va in scena la giustizia, l’autore e interprete della commedia, Bruno Maresca, 59 anni, napoletano, è una celebrità: non tanto, o almeno non solo, come attore e drammaturgo, ma soprattutto come magistrato di punta. «Galeotte», si diceva, quelle locandine.

E la passione per il teatro. Già, perché si dà il caso che il dottor Maresca da tre mesi, per l’amministrazione della giustizia, sia in malattia, convalescente dopo un delicato intervento chirurgico al cuore. E così la domanda è nata spontanea: malato per fare il giudice ma non per fare l’attore?
Una bufera. Tanto più che Maresca, a Firenze, non è un giudice qualunque ma un magistrato piuttosto conosciuto. A sollevare il caso, che imbarazza non poco i vertici delle toghe, il Corriere fiorentino. Il presidente del Tribunale di Firenze, Enrico Ognibene, ha annunciato che molto probabilmente non finirà qui: «Se accerteremo un comportamento dissonante dalle regole – ha dichiarato – il caso potrebbe essere segnalato a chi è titolare di decidere sull’eventuale azione disciplinare».

Ma Maresca non ci sta ad entrare nel novero dei «furbetti» beccati in altre faccende affaccendati mentre al lavoro figurano come malati: come l’insegnante di Viterbo, poi assolta, denunciata qualche anno fa perché in vacanza alle Bahamas mentre era in malattia; o come il poliziotto palermitano - anche lui assolto - che mentre figurava in servizio in realtà era con la fidanzata a Madrid e che è stato beccato solo perché in metropolitana gli hanno rubato i documenti. «Se pensate di aver trovato il giudice assenteista vi state sbagliando, in 32 anni di carriera non ho preso un solo giorno di malattia», ha precisato Maresca al Corriere fiorentino.

E ha spiegato: «È stata una serata unica, un impegno che avevo preso tanto tempo fa, e visto che ormai sono sulla strada della guarigione, non mi sono tirato indietro. Di questa serata era informato anche il presidente della mia sezione». Quanto alla fatica dell’attore, per Maresca è decisamente inferiore a quella del giudice: «Ho rappresentato questa commedia decine di volte dal 1999 ad oggi. Non ho dovuto fare un grande sforzo. Non sono un invalido – ha aggiunto, precisando che lui aveva chiesto di rientrare in anticipo al lavoro –, i medici mi consigliano di fare moto. Ma se mi succede qualcosa in tribunale il responsabile è il datore di lavoro, se mi succede altrove il responsabile sono io».

Uno scivolone. Specie per un giudice come Maresca, che ha un’intensa attività teatrale e di drammaturgo ma un altrettanto fitto curriculum da magistrato di punta. A metà degli anni ’90, da pm, è stato titolare di alcune importanti inchieste della procura fiorentina, da quella sulla Fondiaria a quella sulle tessere vip della Fiorentina. Maresca pensa a un tiro mancino nei suoi confronti.

E infatti nella lettera che ha scritto al presidente del Tribunale di Firenze Ognibene e al presidente della sezione del Tribunale del riesame chiede che venga difesa «la reputazione di un magistrato che ha sempre fatto il suo dovere, suscitando l’invidia di qualche frustrato, che si è preoccupato di far affiggere locandine in tribunale». Nella missiva ricorda inoltre che avrebbe volentieri anticipato i tempi del rientro dopo l’operazione alla valvola aortica, visti gli accertamenti clinici abbastanza tranquillizzanti: «Avevo prospettato al presidente di sezione – spiega ancora – l’eventualità di rientrare in servizio anzitempo, se il medico mi avesse autorizzato. Il presidente mi disse di non affrettare i tempi della guarigione. L’esibizione in teatro non ha richiesto alcuno sforzo da parte mia».




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Comune tedesco revoca la cittadinanza a Adolf Hitler

Libero




Ci sono voluti oltre tre quarti di secolo per prendere la decisione, ma finalmente il comune di Schwalmtal, in Nord Reno-Vestfalia, ha deciso di revocare la cittadinanza onoraria a Adolf Hitler al quale l’aveva concessa poco dopo la sua elezione ad cancelliere nel 1933
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"In realtà una decisione solo simbolica", ha detto una portavoce del piccolo comune renano da 19 mila abitanti, "in quanto la cittadinanza onoraria per noi cessa con la morte dell’interessato". Così se dal punto di vista giuridico Hitler non è più da tempo un abitante di Schwalmtal, è stata comunque presa la decisione di revoca come strumento per esprimere, a distanza di 77 anni, in chiaro dissenso rispetto a quanto decisero gli amministratori comunali nel 1933. A sollevare il problema di ritirare la cittadinanza onoraria all’ex dittatore nazista è stato uno storico che per caso durante ricerche nell’archivio comunale si è trovato tra le mani il documento ufficiale dell’onorificenza.


20/01/2010




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