domenica 31 gennaio 2010

Arabia Saudita, l'elogio del censore

La Stampa


Parla il supervisore dell'aeroporto internazionale di Gedda, "tutore della cultura e della religione". Il nemico n.°1 è Internet
La censura esiste, non c'è dubbio. Poi c'è chi la nega, chi la pratica di nascosto, chi ne giustifica un uso limitato in nome della difesa dei bambini o della moralità, o di altro. Raro è leggere l'elogio della censura tout court, senza infingimenti, senza se e senza ma, si direbbe da noi. Accade leggendo su Arab News un colloquio con Abdul Khaliq Abdullah Al-Zahrani, titolare di un incarico delicato. A lui spetta il compito di "filtrare" pubblicazioni e materiale audiovisivo in arrivo al'aeroporto internazionale King Abdulaziz di Gedda, la porta dell'Arabia Saudita sul mar Rosso. Una porta da cui entrano merci, visitatori, ma anche suggestioni e idee da tenere sotto controllo.

Abdul ecc. infatti non si considera un questurino qualsiasi ma un "guardiano della cultura e della religione".
Nell'ex territorio beduino diventato feudo wahabita regna infatti, con la benedizione occidentale, il regime islamico più severo e intollerante forse del mondo intero. E tuttavia, anche così, malgrado la polizia segreta, l'occhiuta vigilanza, le nerbate e la pena capitale per chi sgarra, la globalizzazione preme. E quindi, per dirla con Abdul: "L'attuale sistuazione di estrema apertura ha dato una particolare importanza al ruolo del censore incaricato di preservare l'identità culturale di ogni Paese".

Lavoro duro, ma qualcuno deve svolgerlo. Non si tratta infatti, chiarisce, di "impedire la diffusione di libri e pubblicazioni giusto per il gusto di farlo". E tuttavia questa pericolosa circolazione di idee e informazioni - Internet è ovviamente il primo imputato - ha minato alle basi l'efficacia del lavoro censorio.
C'è chi, nel mondo, se ne compiace, ma Abdul la considera una vera disgrazia. Una difficoltà in più nello svolgere il suo compito. Che non è tanto "prevenire l'ingresso di qualsiasi pubblicazione, quanto piuttosto bloccare il diffondersi di idee insane e distorte".  Quindi se la "pornografia", che in Arabia Saudita include l'immagine di donne in costume da bagno, resta il babau, la seconda minaccia più grave sono le "diavolerie" che rappresentano una minaccia intellettuale e diffondono idee non adatte a una società islamica. Non si parla tanto di trattati filosofici quanto di pericolose minuzie quotidiane. Ad esempio capi di abbigliamento che riportano "frasi immorali".

Abdul vorrebbe che la produzione di simili sconcezze fosse decisa dai consumatori perché se nessuno le compra non verranno più prodotte, ma poiché un simile giorno pare obiettivamente lontano, nel frattempo gli tocca vigilare.
Poi ci son i libri che come insegna Farehneit 451 sono sempre un ottimo bersaglio per chi vuole preservare qualsiasi "integrità". I libri "assurdi", quelli che minano le basi della morale e della religione, sono ovviamente banditi ma Abdul sotto sotto è un liberale e quindi ammette di lasciar entrare nel regno anche titoli che non sono ufficialmente "purgati e approvati" dal ministero saudita della Cultura e dell'Informazione".

E aggiunge che i tempi stanno davvero cambiando perché, sorpresa sorpresa, i testi che parlano di altre religioni non sono più respinti al confine. La Bibbia, ad esempio, ha libero ingresso.
Subito, come a limitare tanta liberalità precisa che ovviamente il custode, cioè il censore, cioè lui, ha una certa discrezionalità in materia, anche in base alla situazione. Ad esempio i libri che il visitatore porta con sè per lettura, romanzi e affini, sono autorizzati senza troppo sottilizzare. Salvo che Abdul non li reputi "assurdi", ovviamente.
Ma che succede a chi porta satana nel regno eletto? "Le punizioni, sempre a discrezione del censore, possono andare dalla confisca alla multa fino all'arresto e all'espulsione, quando si tratta di stranieri.




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Lella Bertinotti perde le staffe con la Iena «Questa purtroppo è l'Italia del gossip»

Nel parterre di una sfilata di Gattinoni la moglie dell'ex leader Prc, avvicinata da Lucci, si sfoga con la Scajola

ROMA - «Questa purtroppo è l'Italia del gossip». A Lella Bertinotti le indiscrezioni sulla presunta separazione tra lei e il marito Fausto non sono proprio andate giù. E di fronte all'ennesima richiesta di spiegazioni - con la Iena Enrico Lucci che le chiedeva se avesse fatto pace con l'ex leader di Rifondazione - non ci ha visto più.

«QUESTA È L'ITALIA» - La signora Bertinotti era nel parterre di una sfilata romana di Gattinoni, a Borgo Santo Spirito in Sassia. Dopo l'assalto di Lucci, infastidita, si è rivolta alla sua vicina di posto, Maria Teresa Scajola, moglie del ministro dello Sviluppo economico. E si è sfogata: «Hanno fatto dei gossip sulla separazione tra me e mio marito che abbiamo cercato di fermare ancora prima che andassero in pagina, quando ho capito le intenzioni del giornalista. Ma hanno pubblicato lo stesso il loro gossip nonostante gli avessi passato al telefono mio marito che smentiva. Questa è l'Italia».

Redazione online
31 gennaio 2010





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La Sinistra? Sparita pure dal Carnevale»

Corriere Fiorentino

Ha preso il via, con i tradizionali tre colpi di cannone, la 137/ma edizione del Carnevale di Viareggio.
Famoso in tempi lontani per la forza di sbeffeggiare poteri palesi e occulti 


VIAREGGIO - Quel che resta della satira politica, al Carnevale di Viareggio, ha il volto di Silvio Berlusconi e di molti dei suoi ministri. La sinistra? Non c’è. Tanto che il decano dei carristi, Arnaldo Galli, sottolinea che la sinistra «è sparita dal Carnevale di Viareggio perchè è sparita in sè, punto e basta. Magari tornasse la Dc. Per favore, ridateci Andreotti!» Primo corso della 137/ma edizione del Carnevale di Viareggio, una città che si rialza e chiede giustizia dopo la terribile strage del 2009, 32 vittime nel rogo provocato dall’esplosion di una ferrocisterna: in 65 mila, per un incasso di 135 mila euro, sfidano il freddo polare per guardar sfilare 17 carri di prima e seconda categoria, gruppi e maschere isolate. Zucchero Fornaciari, che ha appena ricevuto la cittadinanza onoraria per il concertone in favore delle vittime della strage di Viareggio nel giugno 2009, guarda la sua testa sfilare sul corso.

PREMIER PROTAGONISTA - Ma chi si aspetta di veder irridere il potere in tutte le sue forme e tutti i personaggi politici si deve rassegnare: il premier e il suo governo hanno monopolizzato le idee dei carristi, dell’opposizione non c’è l’ombra. Berlusconi ’uber alles’: viene raffigurato come ’Edward Mani di Forbicè, film gothic-noir di Tim Burton; ma anche come Alice nel Paese delle meraviglie, come sultano circondato dalle baiadere e dai ciambellani oppure in versione ’Papì, come Gobbo di Notre Dame e come Casanova. Persino come albero di fico. Dovunque giri gli occhi, lui c’è. Doppia citazione per il guardasigilli Alfano e per il ministro Brunetta, gettonatissimo Bossi, primo mascherone per il capo del Viminale Roberto Maroni, perfetta Maria Stella Gelmini che sbuca dalla corona dentata della Repubblica con un paio di splendide forbici in mano. Ma a seguire ci sono quasi tutti: anche Tremonti e Calderoli, poi Fini. Una citazione per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che come il Coniglio Bianco di Alice nel paese delle meraviglie cerca eroicamente di gestire il tempo della crisi. Satira politica dunque quasi marginale e totalmente monopolizzata: solo 5 carri e qualche maschera isolata l’hanno come riferimento e sono tutti monotematici.

Fotogallery

GLI ALTRI CARRI -
Gli altri si dedicano all’ambiente, al sociale, all’economia e anche alla crisi internazionale con la maschera del presidente Obama raffigurato nelle vesti di Superman che tenta di salvare la statua della Libertà in gramaglie. Da un punto di vista estetico, il carro ’Machinarium’ di Franco Malfatti ha centrato, richiamando ’Metropolis’ di Fritz Lang, la spettacolarità richiesta dal Carnevale, così come ’Una sola madre: la terrà di Roberto Vannucci, due cigni, uno bianco e uno nero, alti 27 metri che intrecciano i colli e le ali: un richiamo alla diversità e all’attenzione che tutti dobbiamo all’ambiente. Altro carro spettacolare quanto inquietante ’L’amore rubatò di Massimo Breschi, una evidente condanna alla violenza sulle donne. Per il resto, tutta fantasia e tante citazioni: dal Ronconi per Sanguineti di ’Alfabeto Apocalitticò, al De Chirico cui si riferisce Alfredo Ricci per ’Paesaggiò fino alla ’Danza del Dragonè con la quale la Cina si augura forza e potenza, reinterpretata da Verlanti e Bonetti.

31 gennaio 2010




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La crisi e quelle valigie di documenti ammassate nell'ufficio legale della Cgil

Corriere della Sera


Tantissime le richieste di consulenze: «Nel 2008 sono state 10mila, recuperato salario per circa 55 milioni»




MILANO - Aziende, consorzi, cooperative che aprono e chiudono in continuazione. Stabilimenti che abbassano le saracinesche da un giorno all’altro senza dare preavviso, senza lasciare nessuna traccia. Dipendenti che restano mesi senza stipendio. Sono queste alcuni degli scenari più gravi rivelati dall’osservatorio della Cgil che ne ha calcolato il peso: vertenze e contenziosi nel 2009 sono saliti del 40% a livello territoriale e nazionale. Per non parlare dell’Istat che denuncia quasi 400.000 posti di lavoro in meno rispetto a un anno fa e un tasso di disoccupazione ai massimi dal 2004. Ma c'è anche un altro dato da sottolineare: l'aumento della disoccupazione giovanile con un tasso del 26,5% nella fascia tra i 15 e i 24 anni a fronte del 21% medio registrato nella zona euro. Questo vuol dire che la crisi sta interessando il lavoro interinale, a termine e con tutte le modalità di collaborazione. Ecco perché aumentano le vertenze e i contenziosi.

9.500 VERTENZE - «Già nel corso del 2008 gli uffici vertenze hanno sviluppato un’intensa attività che ha portato a recuperare salario per circa 55 milioni di euro - sottolinea Gualtiero Biondo, coordinatore degli uffici vertenze della Cisl in Lombardia -. Le vertenze aperte sono state 9.500 e hanno interessato 14mila lavoratori». Da almeno due anni il menù della crisi è davvero variegato. A maggior ragione nel 2009, quando gli uffici dell’assistenza sindacale che si occupano della consulenza legale hanno aumentato notevolmente il loro carico di lavoro. Per rendersene conto basta analizzare i dati territoriali diffusi dalle tre organizzazioni sindacali principali - Cgil, Cisl e Uil - e considerare ogni regione come una lampadina che forma una plafoniera generale.

CAMERA DEL LAVORO - Siamo andati a vivere una giornata nell’ufficio vertenze e contenziosi legali della Camera del Lavoro di Milano. Scatole, faldoni, scrivanie prese d’assalto da pratiche di richiesta di intervento, telefoni che squillano il continuazione. C’è fibrillazione. E ci sono code. Lunghe code fin dalle prime ore del mattino. Non sono più solo immigrati, ma coppie di cassaintegrati, disabili, anziani, donne, donne in stato interessante e uomini di ogni età. Ognuno con il suo borsello. Fardello verrebbe da dire. Molti hanno delle valigie o dei trolley con la documentazione. «Ne vediamo di tutti i colori - dice Corrado Mandreoli, responsabile dell'ufficio politiche sociali della Cgil milanese -, però quel che colpisce durante la crisi è il proliferare di situazioni illecite da parte delle aziende con la conseguente perdita dell’identità aziendale.

Ci sono le grandi società che fino a dieci, vent’anni fa erano delle entità solide e ora sono frantumate in appalti, subappalti, uffici esterni e chi ne ha e più ne metta. Per non parlare delle migliaia di piccole realtà che non hanno neanche il delegato sindacale interno; o dei consorzi che continuano a cambiare nome passando da una società all’altra. E durante i cambi di proprietà o la chiusura repentina senza preavviso, il lavoratore accetta ogni decisione per paura di perdere il lavoro. Poi cosa succede? Arrivano da noi quando non ce la fanno più».

AMAREZZA - C’è grande rabbia, unita alla rassegnazione. Si aspetta pazientemente il proprio turno. Tra i giovani soprattutto c’è amarezza per non poter costruire un futuro. E se a formare un nucleo familiare sono due precari, la vita si fa dura. «Con questo meccanismo contorto del lavoro precario unito alla crisi - dice Annalisa Rosiello, avvocato dello Sportello consulenze e mobbing della Camera del lavoro di Milano - c’è un disorientamento generale e un clima di sfiducia, congiuntamente alla presa di coscienza che se qualche anno fa il lavoro era un punto saldo della nostra vita, ora non lo è più. E l’idea della famiglia a questo prezzo è un’utopia».

Ambra Craighero
31 gennaio 2010



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Tasse, sopra i 150 mila euro quasi tutti dipendenti e pensionati

Corriere della Sera

ROMA - Già quelli che dichiarano al Fisco redditi elevati sono pochi, ma poi sono quasi tutti lavoratori dipendenti o pensionati. Basti dire che su appena 149 mila contribuenti che nel 2009 hanno denunciato redditi superiori a 150 mila euro, ben 129 mila hanno la ritenuta alla fonte, cioè redditi da lavoro dipendente o da pensione.

Il dato si ricava dalle elaborazioni dell’Agenzia delle entrate, guidata da Attilio Befera, sulle denunce delle persone fisiche (anno d’imposta 2008) scomposte per categoria. Sono infatti 90.316 i lavoratori dipendenti che hanno dichiarato al Fisco più di 150 mila euro. Ai quali devono sommarsi 38.962 pensionati «ricchi», per un totale di 129.278. Insomma, agli occhi del Fisco i cittadini che guadagnano bene continuano ad ess e r e una rarità: 149.323 per la precisione, cioè lo 0,3% del totale (circa 41,7 milioni di contribuenti), ovvero 3 contribuenti su mille. E sono nell’86% dei casi dipendenti o pensionati, soggetti cioè che hanno meno possibilità di evadere. Gli altri 20.045 sono o lavoratori autonomi o contribuenti che hanno solo redditi da terreni e fabbricati o partecipazione e rappresentano appena lo 0,04% di tutti i contribuenti. Le nuove tabelle dell’Agenzia delle entrate consentono però anche di fare alcune considerazioni su come la crisi ha colpito le diverse categorie e segnalano, un po’ a sorpresa, che l’incremento maggiore del reddito medio dichiarato si ha tra i professionisti, che hanno aumentato del 3,3% l’imponibile medio rispetto a un anno prima. In sofferenza, invece, artigiani e commercianti.



I redditi dei dipendenti e dei pensionati
I contribuenti che hanno denunciato redditi da lavoro dipendente per l’anno d’imposta 2008 sono stati poco più di 21 milioni. Il reddito medio dichiarato è stato di 21.660 euro (1.805 euro al mese), l’1,12% in più rispetto al 2007. Ciò significa che operai e impiegati hanno subito una secca perdita del potere d’acquisto, visto che nel 2008 l’inflazione è stata del 3,3%. L’incremento delle retribuzioni, insomma, non ha tenuto il passo con quello dei prezzi. Meno colpiti i 15 milioni di pensionati, i cui redditi, in media pari a 17.070 euro (1.422 euro al mese), sono cresciuti del 2,15%, comunque meno del costo della vita. Dalla scomposizione per fasce di reddito si vede che il grosso dei lavoratori dipendenti si concentra tra 10 mila e 50mila euro, ma ci sono circa 5,2 milioni di contribuenti sotto i 10 mila euro. Passando ai pensionati, anche qui il gruppo maggiore, con 9milioni di persone, si trova tra 10 mila e 50mila euro, ma quelle che stanno sotto 10 mila euro sono ben 5,7 milioni. In conclusione, circa 11 milioni di contribuenti con redditi da lavoro dipendente o da pensione denuncia meno di 833 euro al mese, anche se va detto che una parte di questi probabilmente dichiara anche redditi di natura diversa (autonomo, immobiliare, eccetera).

I lavoratori autonomi
Le tabelle dell’Agenzia consentono di fotografare la realtà del lavoro autonomo distinguendo i diversi regimi di contabilità ed evitando quindi di mettere in un unico calderone situazioni molto diverse tra loro, di confondere per esempio la piccola bottega di paese con il professionista affermato. Il gruppo principale è rappresentato dai contribuenti con reddito d’impresa in contabilità semplificata, in gran parte artigiani e commercianti. Si tratta di un milione e mezzo di dichiarazioni, per un reddito medio di 17.977 euro (1.498 euro al mese), appena sopra quello dei pensionati, e solo lo 0,65% in più di quanto dichiarato per il 2007. Entrando ancora di più nel dettaglio, si va dai 9 mila euro denunciati dai lavoratori impegnati nell’agricoltura o nella pesca ai 26 mila di chi ha attività finanziarie e assicurative, passando per i 13.907 euro di alberghi e ristoranti, i 18.301 di commercianti e meccanici, i 18.611 di noleggiatori e agenti di viaggio, i 19.320 degli agenti immobiliari. Ma ci sono anche 217 mila contribuenti autonomi in regime di contabilità ordinaria, quindi con un volume d’affari maggiore, che hanno dichiarato in media per il 2008 33.149 euro (2.762 euro al mese), qui addirittura con un calo dell’1% rispetto a quanto denunciato l’anno prima, con una punta negativa nelle attività finanziarie e assicurative, dove il reddito medio scende dagli 85.000 euro del 2007 a 78.500. Male anche le attività immobiliari (in media quasi 2mila euro in meno) e quelle del commercio. Andamenti che probabilmente hanno risentito della recessione, partita proprio nel 2008, con un calo del prodotto interno lordo dell’1%.

I professionisti
I circa 700 mila contribuenti con redditi da lavoro autonomo, in buona parte identificabili con i professionisti, hanno invece dichiarato mediamente 44.266 euro (3.688 euro al mese), con un incremento del 3,3% rispetto all’anno prima. In particolare, i 437 mila contribuenti con attività professionali, scientifiche e tecniche hanno denunciato per il 2008 43.457 euro contro i 42.675 euro del 2007. In forte miglioramento anche i contribuenti del mondo dello sport e dello spettacolo, che passano da circa 40 mila a 42.500 euro. Qui potrebbe aver pesato una maggior propensione a pagare le tasse che, osservano i tecnici dell’Agenzia, si è riscontrata nei consistenti aumenti delle dichiarazioni medie in particolare al Sud, dove comunque si partiva e si è ancora su livelli bassi.

I «contribuenti minimi»
Per completare la panoramica sui lavoratori autonomi vanno infine aggiunte circa 500 mila persone che hanno scelto il regime introdotto dalla Finanziaria 2008 per i cosiddetti «contribuenti minimi». Sono quelli che hanno redditi così ridotti (fino a 30 mila euro di ricavi lordi) che pagano le imposte a forfait con un’aliquota del 20% sui guadagni (ricavi meno costi) in alternativa a Irpef, Irap e Iva.

Enrico Marro
31 gennaio 2010



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Milano, una domenica senza le auto. Primo multato: è un ciclista

di Redazione

Era da 20 giorni consecutivi che l'aria di Milano era ammorbata oltre i valori limite consentiti, dai 50 microgrammmi per metro cubo a oltre 130. Troppo. Il blocco della circolazione delle auto terminerà alle 18. Ciclista multato per "guida senza mani". 


Ci fanno cambiare auto solo per beffarci meglio. Ma trent'anni fa l'aria era più sporca





Milano - L'altoparlante della metropolitana alle 10 in punto ha annunciato che stava per iniziare il blocco del traffico e il potenziamento dei servizi di trasporto pubblico. E' una giornata fredda e con il sole a Milano. La città si risveglia lenta. Per la strada corrono solo lunghe file di taxi bianchi diretti verso le aree di parcheggio. Era da 20 giorni consecutivi che l'aria di Milano era ammorbata oltre i valori limite consentiti, dai 50 microgrammmi per metro cubo a oltre 130. 

Troppo. Il blocco della circolazione delle auto terminerà alle 18.
Le strade di Milano sono deserte e insolitamente silenziose, percorse solo da taxi, dagli autobus e dalle biciclette. Sono tanti i cittadini che hanno approfittato del blocco del traffico per trascorrere una domenica su due ruote, dandosi appuntamento in centro. Alcuni gruppi di ciclisti, in divisa e caschetto, si fermano per una foto ricordo davanti al Duomo. Altri milanesi, nonostante il freddo pungente, hanno scelto invece di fare jogging, correndo in mezzo alle strade senza dover fare gimcane fra le macchine.

Mezzi pubblici potenziati e metropolitane piene, come conferma il vice sindaco Riccardo De Corato, dopo un giro a piedi da Porta Venezia a via Senato e una corsa in metro: "Ringrazio già i milanesi per come stanno rispettando il blocco. Non c'erano auto in giro stamattina, mentre tutti hanno scelto i mezzi". Le pattuglie di vigili, impegnate a far rispettare il divieto, sono state intanto aumentate da 140 a 177 "e stanno già dando dei risultati" assicura De Corato: "Sono state fermate delle macchine, alcune non in regola". Per fare il punto della situazione, bisognerà però aspettare ancora qualche ora.

Da domani, invece, a Milano, anche i veicoli diesel euro 4 ed euro 5 senza filtro antiparticolato pagheranno l'ecopass ma solo se sarà superato il ventesimo giorno consecutivo di superamento della soglia d'inquinamento.Protagonista della vicenda è Gianfranco Giardina, un giornalista milanese che percorreva via Gallarate in bicicletta e si è visto affibbiare una contravvenzione per 'guida senza mani': "La strada era completamente deserta e ho tenuto le mani in tasca per un tratto di circa 300 metri perché avevo freddo" ha raccontato. Fermato dalla polizia stradale, Giardina ha ricevuto 23 euro di multa. 

"Non è per i soldi, ma trovo ridicolo che nella domenica senza auto, fermino proprio me che ero uscito in bici per rispettare il blocco". Sul verbale della contravvenzione sono state anche riportate le rimostranze del malcapitato che ha chiesto ai poliziotti se non avessero niente di meglio da fare che multare una bici. "Nel quarto d'ora in cui sono stati fermi con me, nessuno ha controllato le macchine che passavano" ha commentato Giardina. 

Scende la concentrazione delle polveri sottili nell'aria della Lombardia, ma resta comunque ben oltre il valore limite di 50 microgrammi per metro cubo secondo il bollettino diffuso stamani dall'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'Ambiente. I dati si riferiscono alla giornata di ieri, quando nelle centraline di Milano città (dove il blocco del traffico è iniziato stamani alle 10) sono state registrate concentrazioni di pm10 in genere più basse rispetto a quelle del giorno prima ma sempre oltre i limiti fissati e per la precisione di 98, 99 e 106 microgrammi per metro cubo. A Varese (dove sono in vigore le targhe alterne) il dato è di 86 microgrammi, a Magenta (Milano) di 53. 




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L'antilope e i ghepardi, nemici amici

Corriere della Sera


I tre felini si imbattono in quella che normalmente sarebbe una loro preda.
Ma si limitano a coccolarla

MILANO. Quando la piccola antilope ha incontrato i tre giovani ghepardi, il suo destino sembrava segnato. E, invece, sorprendentemente, non solo i «gattoni» hanno risparmiato il cucciolo, ma ci hanno pure giocato per un po’, accarezzandolo persino sulla testa con le loro zampotte prima di salutarlo con una leccatina sul collo e lasciarlo andare via indisturbato. Le immagini di questo incredibile incontro nella savana sono state immortalate dal fotografo Michel Denis-Huot nell’ottobre scorso, durante un safari al Masai Mara in Kenya.

NON PREDA, MA GIOCO - «I tre ghepardi sono fratelli e vivono insieme da quando hanno lasciato la loro madre all’età di 18 mesi – ha spiegato l’ancora allibito fotografo al Daily Mail -. Li avevo visti gironzolare insieme fin dalle prime ore della mattina, ma non sembravano affamati, camminavano veloci e si fermavano spesso a giocare insieme.

Ad un certo punto, hanno incontrato un gruppo di impala (una delle più graziose specie di antilopi, la più diffusa nella savana, ndr) che è subito scappato via, ma uno dei cuccioli non è stato altrettanto veloce e così i tre fratelli lo hanno catturato facilmente, ma dopo averlo buttato per terra, hanno perso subito interesse. I ghepardi si sono messi così a giocare con la piccola antilope come farebbe un gatto con un gomitolo di lana e per più di un quarto d’ora sono rimasti con il cucciolo, non facendo altro che leccarlo o mettendogli le zampe sulla testa».

GUARDA la carezza del ghepardo all'antilope
 
IL LIETO FINE - Ancora più straordinario è il fatto che la storia abbia avuto un lieto fine perché, a parte un piccolo momento di tensione quando sembrava che uno dei tre ghepardi stesse per morsicare l’antilope sul collo, l’impala se n’è poi andato via senza problemi. Ma oltre che la sua buona stella, il cucciolo deve ringraziare anche madre natura: a differenza, infatti, degli altri felini, i ghepardi cacciano per il cibo soltanto di giorno, al mattino presto o nel tardo pomeriggio, e dopo hanno bisogno di riposarsi per la lunga corsa. Ed è stato proprio in quel momento, ovvero con i tre «gattoni» sazi per una precedente «abbuffata», che la piccola antilope ha fatto l’incontro che poteva davvero cambiare in peggio la sua giovane vita.

Simona Marchetti
29 gennaio 2010(ultima modifica: 30 gennaio 2010)



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Ha due gemelli, ma uno solo è suo figlio

Corriere della Sera

L'amara scoperta di un uomo tradito della moglie.
E' un caso di «superfecondazione», fenomeno assai raro

MILANO - Che la moglie lo tradisse lo sospettava da tempo e per questo, prima di chiedere il divorzio, aveva deciso di effettuato il test del Dna sui suoi due figli gemelli, nati tre anni fa. Ma A.K, un agente dei servizi di sicurezza turchi di Istanbul, è rimasto davvero sorpreso quando ha conosciuto il responso degli esami. Il test genetico ha stabilito che egli è padre di uno solo dei due gemelli, mentre l'altro bambino è figlio di un altro uomo. Il quotidiano turco Sabah, che per primo ha raccontato la singolare vicenda, è riuscito a ricostruire i fatti. La moglie dell'agente avrebbe avuto nello stesso giorno un doppio rapporto sessuale, prima con l'amante e poi con il marito e sarebbe stata fecondata da due semi diversi. Il fenomeno scientifico, più unico che raro tra gli esseri umani, ma più frequente tra gli animali, si chiama «superfecondazione» e come hanno spiegato gli esperti spiegherebbe la nascita di questi due «falsi gemelli».

DOPPIA GRAVIDANZA - Secondo Rusen Aytac, capo del dipartimento di ginecologia di Ankara, la superfecondazione è un fenomeno che si verifica una volta su un milione: «Se questa signora ha avuto relazioni sessuali con due uomini diversi nello stesso breve periodo, ha evidentemente avuto una doppia gravidanza - spiega il professor Aytac - I due ovuli sono stati fecondati da materiale genetico differente». Il tribunale, a cui si è rivolto l'agente per chiedere il divorzio, avrebbe ordinato al marito tradito di effettuare un nuovo test del Dna, ma in un diverso laboratorio. Il risultato è stato lo stesso: A.K. è al 99.99% padre di uno solo dei due bambini. La fedifraga, secondo la ricostruzione del quotidiano turco, sarebbe stata costretta, diversi anni fa, dalla sua stessa famiglia a sposare l'agente perché aveva una relazione sentimentale con un uomo sposato. Nonostante il matrimonio, la donna avrebbe continuato a frequentare l’amante e ad avere rapporti sessuali con quest’ultimo.

TRISTE EPILOGO - La vicenda ha avuto un epilogo triste. L'agente dei servizi di sicurezza ha chiesto e ottenuto dal tribunale la custodia del figlio genetico, mentre l'altro è stato affidato a un orfanotrofio. La donna, invece, non solo ha subito minacce di morte sia dai propri parenti sia da quelli del marito, ma il tribunale le ha vietato di avvicinarsi all'ormai ex coniuge e di mantenere una distanza di almeno 500 metri dalla sua abitazione.

Francesco Tortora
30 gennaio 2010(ultima modifica: 31 gennaio 2010)



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Il caso Il medico del Migliore e la clinica degli infanticidi

di Redazione


Il filo rosso che unisce il Partito comunista alla pratica dell’aborto clandestino si dipana nei decenni e sfiora tutta la storia del Pci nel Dopoguerra. La rivelazione dello storico Piero Melograni sull’interruzione di gravidanza alla quale il partito obbligò Nilde Iotti, fa il paio con un’altra vicenda che vide per protagonista Mario Spallone, il medico privato di Palmiro Togliatti.

La sua clinica romana, Villa Gina, nel 2000 si trovò al centro di un’inchiesta su aborti praticati illegalmente anche su feti di oltre sei mesi e alcuni dei suoi familiari finirono agli arresti. Lui, il patriarca che Giorgio Bocca definì «mediocre medico della mutua» e che secondo molti ispirò Alberto Sordi nell’omonimo film, non fu coinvolto, ma dichiarò:«Prima dell’entrata in vigore della legge 194 (la legge sull’aborto del 1978, ndr) ne ho praticati a centinaia: come missione politica».

Già, perché è una verità risaputa che - nell’Italia democristiana degli anni ’50 e ’60, l’interruzione di gravidanza fosse praticata frequentemente nelle cliniche private «vicine» al Pci. Nella stessa Villa Gina, nel 1978, morì una donna in seguito a un aborto praticato al costo di 700mila lire senza neppure essere sottoposta ad analisi. In quell’occasione fioccarono lettere di denuncia delle lettrici al quotidiano «Lotta continua».

Classe 1917, Spallone è un personaggio controverso. Esuberante, accusato di aver favorito l’evasione di un boss della Magliana e di aver redatto falsi certificati per consentire a Flavio Carboni di non testimoniare al processo sulla morte di Roberto Calvi, non piaceva ad Enrico Berlinguer. Lui, ormai ritiratosi a vita privata, ancora si difende: «Gli aborti? Era un servizio sociale».



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Una barbarie figlia dello stalinismo Lo dissi alla Camera e lei non smentì»

di Redazione


«Ma io questa cosa l’avevo già ricordata alla Camera. E nessuno mi smentì». Nulla di più nuovo del già detto. Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo venerdì sera, lo storico Piero Melograni butta la notizia in zona Cesarini: questioni di cuore e politica sono sempre andate a braccetto. Anche ai tempi del Pci, quando la segreteria impose a Togliatti, fresco della sua relazione extraconiugale con una giovanissima Nilde Iotti, di abortire il frutto del loro amore. Stupore in studio. «Gli hanno impedito di avere un figlio, capisce? Lei lo sapeva?». Il sì poco convinto della Gruber ha dato la misura del silenzio che Melograni rimprovera proprio ad ex e post-comunisti sulle vicende del loro passato.

Oggi i siti internet riportano la notizia come fosse uno scoop, i blog si esercitano equamente nello sdegno o nella condanna di nuova ondata revisionista. E invece, purtroppo, la storia è nota. Ma come spesso accade, poco divulgata. La raccontò nel 1994 Filippo Ceccarelli ne Il letto e il potere, accennando a quel figlio della «colpa» sacrificato sull’altare della ragion politica, occultato come gli incontri clandestini tra Palmiro e Nilde nel solaio al sesto piano di Botteghe Oscure. Una vicenda che avrebbe dovuto far discutere. Non per questioni di gossip, ma perché un partito che si spendeva pubblicamente per l’emancipazione femminile non poteva negarla internamente e con modalità così terribili.

Abbiamo quindi contattato Melograni per un supplemento di spiegazioni. Esisteva quindi una doppia morale, libertaria in piazza ma intransigentemente borghese in casa?. «I comunisti erano dei moralisti, dei bacchettoni per certi versi. E questo perché c’era Stalin, la cui rigidità s’imponeva tanto in politica quanto nella vita di tutti i giorni, in Unione Sovietica e nei partiti fratelli». Quindi Togliatti non era padrone in casa sua...

«Ma certo che no. Basti pensare alla svolta di Salerno. Mica la decise lui, gli fu imposta da Stalin».
E allora facciamo peccato a immaginare un’analoga eterodirezione anche nel caso dell’interruzione di gravidanza della Iotti?

«Non escluderei che possa essere accaduto. Probabilmente tutti gli interpreti di Stalin all’interno della segreteria del partito hanno ordinato a Togliatti di far abortire la Iotti. Ricordo che anni fa, presentando con Filippo Ceccarelli il suo libro alla Camera, dissi questa cosa. Accennai cioè alla vicenda dell’aborto imposto dal partito. La Iotti allora era ancora deputato alla Camera. Mi son detto: vuoi vedere che adesso smentisce. E invece no, non lo fece».

Come mai tanto rancore verso la Iotti? Pesava la sua formazione cattolica, la sua originaria estraneità al Pci e alla resistenza?

«No, gli aspetti religiosi non contano. Semplicemente non bisognava far sapere che il compagno Togliatti aveva lasciato per sempre la moglie, Rita Montagnana, storica militante del partito, unendosi a una donna giovane e bella per godersi la vita».

Godersi la vita poteva significare venir meno a una visione della politica intesa come missione totalizzante...
«Forse c’è stato anche questo pensiero recondito. Certo è che all’interno del Pci non fu l’unico caso di adulterio e di separazione. Ci furono altri scandali: Teresa Noce, “rivoluzionaria professionale”, fu lasciata in malo modo da Luigi Longo per la più avvenente Bruna Conti. E per venire a tempi più recenti, Alfredo Reichlin lasciò Luciana Castellina in favore di altre compagne».

Perché alcune notizie, pur essendo di pubblico dominio, quando riguardano certi personaggi rimangono nascoste?

«Perché è tutta la storia del partito comunista a essere misteriosa. L’ho ricordato più volte. Fin dalle origini, da quella scissione di Livorno (gennaio 1921) in cui i socialdemocratici, che nel precedente congresso erano pronti a entrare nell’internazionale comunista, non si fecero più avanti. Tutta la storia del Pci è da riscrivere. L’ho detto anche a Veltroni. Gli ho spiegato che una delle ragioni dell’insuccesso del suo riformismo è stato proprio il fatto che gli storici di sinistra non hanno mai raccontato la storia del partito. Sa cosa mi ha risposto?

“Forse hai ragione”».

Deve ancora nascere chi scriverà la storia del Pci?

«Paolo Spirano riportò molti degli aspetti più oscuri di quelle vicende nelle note a pie’ di pagina della sua opera. Una volta si sfogò con me dicendo che il partito avrebbe potuto aiutarlo molto di più. Ma erano bastate quelle poche note per suscitare la diffidenza di Botteghe Oscure».



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