mercoledì 3 febbraio 2010

Due euro per un caffè, se sei rom» Per tutti gli altri solo 75 centesimi

Corriere della Sera



Conto con sovrapprezzo per una nomade in un bar a Tor Cervara: costa caro così ve ne andate da un'altra parte


ROMA - Via di Tor Cervara, un bar. Siamo nella periferia est di Roma, tra Tiburtina e Collatina, vicino al Raccordo anulare. Ma anche nei pressi dell’ufficio immigrazione della questura di Roma e del quartier generale della Guardia di Finanza. Vicino c’è infine un campo nomadi, quello della Martora. In fila alla cassa, per un caffè. Costa 75 centesimi, annuncia la tabella in mostra alle spalle della giovane cassiera italiana. Diamo un euro, in cambio di uno scontrino e di 25 centesimi di resto.

CONTO DIVERSO - Poi tocca a una nomade. Chiede un caffè anche lei. «Due euro», è la risposta. «Ma come?», protesta la donna. «Ieri costava un euro e cinquanta. Oggi due?». Imperturbabile la cassiera ribatte: «Sono due euro». La direttiva deve essere molto netta. Caffè a due euro. La nomade paga, lo scontrino indica come voce dell’acquisto la categoria «varie». Accanto ci sono due agenti, stanno acquistando cartelle del Superenalotto alla vicina cassa, sono indaffarati, forse non sentono. Eppure la nomade ha protestato alzando un po’ la voce.

IL SOVRAPPREZZO - Va avanti così da tempo. Finora era un euro e mezzo, oggi (mercoledì 3 febbraio) è addirittura scattato un ulteriore sovrapprezzo. La banconista addetta alla macchina del caffè è una giovane rumena, alla nomade rumena come lei (ma rom) serve il caffè richiesto in un bicchierino di plastica. Tutto avviene in silenzio ora. Non è la prima volta che succede. La nomade lavora come operatrice di una cooperativa per la scolarizzazione dei bambini rom. Se ne va via col suo bicchierino di plastica in mano e lo scontrino che registra il prezzo del caffè probabilmente più caro d’Italia.

LA SPIEGAZIONE - Una volta fuori la nomade spiega: «Un giorno me l’hanno anche detto chiaro e tondo, il caffè costa caro perché così ve ne andate da qualche altra parte…». Sono appena passate le 15,12, dice lo scontrino, e in via di Tor Cervara si è ripetuta una scena che i rom considerano abituale. Tra gli operatori della cooperativa la vicenda infatti è più che nota, sono state fatte anche segnalazioni a quanto riferiscono alle forze dell’ordine, i controlli si sarebbero arenati di fronte al fatto che ogni esercente fa quello che vuole. Questo il succo degli interventi effettuati. Però, ricordano gli operatori della cooperativa in cui è ingaggiata anche la nomade, la tabella dei prezzi esposta dovrebbe pur contare qualcosa…

Paolo Brogi
03 febbraio 2010




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Foto, Di Pietro contro il Tg1: "Domande del c..."

di Redazione

Il leader dell'Idv perde la pazienza con un giornalista che lo interroga sulle foto che lo ritraggono a cena con Contrada: "Fate domande del c..., non ce l'ho con lei ma con Minzolini". Ma poi si scusa: "E' un'accusa grottesca". La redazione: "Continuiamo con le nostre domande". Bersani: "Solo un polverone"

 


Roma - Tonino perde la pazienza. "Il Tg1 fa domande del ca... Non ce l’ho con lei ma con il suo amico Minzolini. Fuori ci sono i lavoratori dell’Alcoa che rischiano di perdere il posto e mi fate queste domande?". Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro si sfoga così al termine delle dichiarazioni alle telecamere a Montecitorio rivolgendosi ad una giornalista del telegiornale di Rai Uno. L’ex pm risponde alle domande dei cronisti sul legittimo impedimento e sul "caso" delle fotografie che lo ritraggono insieme all’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada in una cena del 1992. 

Ma proprio una domanda della giornalista del Tg1 sul "dossier" determina la reazione di Di Pietro: «Parliamo di cose serie - risponde davanti alle telecamere anche se dopo preferisce ricorrere all’ironia - Prima facevo parte della Cia, poi sono passato al controspionaggio russo e sono diventato il capo dei comunisti. Sono il più grande: James Tonino Bond". Ma è a telecamere spenta che arriva lo sfogo dell’ex magistrato: "Ma come - dice - ci sono i problemi del lavoro e mi fate queste domande del ca...?".

Poi chiede scusa "Certamente mi scuso con la giornalista del Tg1. Non avevo alcuna intenzione di offenderla per il rispetto che ho del suo lavoro e della sua professionalità". Lo scrive in una nota il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro spiegando che "la mia eccessiva reazione voleva solo rimarcare l’assurdità del lungo e incalzante elenco di domande postomi su una questione che reputo grottesca e ridicola a fronte delle vere emergenze del Paese e il Parlamento, invece di affrontarle, si occupa di legittimo impedimento".

Il Tg1 insiste: "Continuiamo con le nostre domande" La segreteria di redazione del Tg1 replica ad Antonio Di Pietro, che rivolgendosi a una giornalista della testata aveva parlato di "domande del c...": "Potremmo rispondere alle parole volgari dell’onorevole Di Pietro con il silenzio e la superiorità, forti anche della tempestiva solidarietà al Tg1 espressa dalla stampa parlamentare, tuttavia vogliamo ostinarci nel rivolgere al leader dell’Italia dei valori alcune domande. Del resto, i latini dicevano 'repetita iuvant'...". "

Rispondere a ciò che fa comodo e offendere quando la domanda crea imbarazzo o è scomoda: è questa la concezione della libertà di stampa che ha l’onorevole Di Pietro? È questa l’informazione del servizio pubblico che vuole l’onorevole Di Pietro, sempre in prima fila nel farsi paladino dell’autonomia del giornalismo? E ancora: non ritiene l’onorevole Di Pietro che siano i giornalisti a dover stabilire le priorità dei temi da sottoporre all’attenzione dell’opinione pubblica e non la politica? Speriamo - conclude il Tg1 - che almeno a queste domande il laeder dell’Italia dei valori voglia rispondere, sempre che non le ritenga ’domande del c....’. In attesa delle risposte, accogliamo con piacere le sue scuse...". 

Bersani difende Tonino Nessun silenzio del Pd sul caso Di Pietro: è soltanto un "grosso polverone" quello che si sta sollevando sul leader dell’Idv. Piuttosto, si rifletta sul fatto che proprio ora vengano tirate fuori foto di 18 anni fa. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, replica con una nota al richiamo venuto dai dipietristi: "Non c'è nessun silenzio del Partito democratico. Noi pensiamo che quella che si sta sollevando su Di Pietro sia un grosso polverone e che ci sia da riflettere sul fatto che foto di 18 anni fa sbuchino fuori proprio adesso".




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Rimossa l'applicazione iMussolini

Corriere della Sera


La decisione dell'autore dopo le polemiche e la denuncia di Cinecittà Luce per uso improprio del suo materiale




MILANO - Alla fine Luigi Marino, ideatore della controversa applicazione iMussolini (120 discorsi del Duce scaricabili sull'iPhone con audio e video) ha deciso di correre ai ripari. Prima le polemiche seguite alla pubblicazione del programmino sull'AppStore (il negozio online della Apple), arrivate persino oltreoceano con la denuncia di una società americana di sopravvissuti della Shoah. Quindi l'ira di Cinecittà Luce, che 24 ore fa ha minacciato un'azione legale contro «chiunque abbia impropriamente fatto uso e commercializzazione di materiale di nostra proprietà».

L'AUTORE: «BUONAFEDE» - Marino sostiene di non aver violato alcun diritto d'autore, prelevando i video direttamente da internet. «Ho anche inviato all'Istituto Luce la lista dei siti da cui il materiale è stato prelevato - afferma -. Nell'attesa di contattare Apple e il legale ho deciso per ora di rimuovere l'applicazione mostrando in tal modo la mia buonafede e collaborazione in merito all'accaduto». In ogni caso le polemiche hanno portato all'applicazione (e al suo creatore) molta fortuna: è schizzata subito nella lista delle più scaricate e negli ultimi giorni il prezzo era raddoppiato, da 0,79 a 1,59 euro.

CINECITTÀ: ABERRAZIONE - Cinecittà Luce aveva chiesto alla Apple di «interrompere immediatamente la vendita» dell'applicazione, ma l'azienda di Cupertino non ha mai commentato la vicenda. I filmati di circa 25 minuti - spiega Cinecittà - «provengono dall'Archivio Storico Luce e sono stati indebitamente scaricati da dvd di documentaristica storica regolarmente in vendita. I filmati sono caratterizzati dal logo dell'Archivio Luce in modo inequivocabile». La società ricorda di non aver «in alcun modo autorizzato la commercializzazione di tali filmati né al signor Luigi Marino né tanto meno alla Apple».

«Risulta inoltre inaccettabile - si legge ancora nella nota - l'uso di materiale storico fuori dal contesto dell'analisi complessiva che caratterizza da sempre la produzione di documentari da parte di Cinecittà Luce. L'uso strumentale, e a fini economici, dei discorsi di Mussolini in questa maniera impropria è particolarmente odioso e diseducativo. Un'aberrazione ben lontana dai valori e dalle pratiche quotidiane di un'azienda pubblica impegnata sul fronte della ricerca storica e della documentazione della memoria collettiva».

Redazione online
03 febbraio 2010






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Il killer di Boffo è in Vaticano

Libero

di Antonio Socci



Una cosa si sta clamorosamente chiarendo: nel “caso Boffo”, che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire, Berlusconi non c’entra niente. Questo per dare “A ciascuno il suo” come recita (in latino) il motto che sta sotto la testata dell’Osservatore romano.

Se dunque non è esistito un “mandante” Berlusconi sfumano nel nulla fiumi di inchiostro dei polemisti “addetti ai livori” che quattro mesi fa misero sotto accusa il premier, accusandolo di voler intimidire e imbavagliare la stampa e perfino la Chiesa. E sfumano nel nulla soprattutto i furori degli ambienti ecclesiastici che imputarono al primo ministro – tramite il Giornale - un feroce e gratuito attacco al mondo cattolico. 

Anzi, l’affare adesso si sta facendo scottante per il mondo ecclesiastico perché da giorni si susseguono boatos e articoli che portano in tutt’altra direzione, una direzione insospettabile: quella vaticana. 

La vicenda si fa scottante anche perché nei giorni di fine agosto in cui il Giornale lanciò la sua paginata su Dino Boffo ad avvalorare implicitamente l’interpretazione della correità (oggettiva o soggettiva) di Berlusconi fu addirittura il segretario di Stato Vaticano, cardinal Bertone che, scrive La Stampa, «annullò l’incontro alla Perdonanza dell’Aquila con il premier (Berlusconi) in segno di solidarietà verso una delle personalità più apprezzate dell’editoria cattolica».

Una decisione pesantissima, praticamente inedita nella storia della diplomazia vaticana, che pose in serissimo imbarazzo il presidente del Consiglio italiano.  Una decisione che non divenne frattura diplomatica fra Italia e Santa Sede solo per la saggezza di Palazzo Chigi che incassò lo sgarbo e tacque. Sgarbo istituzionale che mai il Vaticano aveva fatto nei confronti del governo italiano.

L’intervista

Ad avallare l’interpretazione politica dell’attacco a Boffo però, oltre al gesto di Bertone, provvide anche il direttore dell’Osservatore romano che si espose anch’egli in modo del tutto inusuale attaccando il direttore del giornale della Cei con un’intervista al Corriere della sera nella quale – dopo avergli espresso solidarietà personale - accusava Boffo di aver tenuto una linea troppo ostile al governo sull’immigrazione clandestina e rivendicava con orgoglio la scelta di non aver scritto una riga, sull’Osservatore, in merito alle «vicende private di Silvio Berlusconi».

Si trattava di critiche obiettivamente infondate che furono lette nel quadro di uno scontro fra la Segreteria di stato bertoniana, desiderosa di prendere le redini del rapporto con la politica, e i vescovi italiani guidati da Ruini e Bagnasco: Boffo da anni rappresenta la mente politica del ruinismo ed è stato osteggiato soprattutto dai settori di sinistra dell’episcopato italiano e del mondo cattolico proprio per il suo attento equilibrio. Farlo passare per un antiberlusconiano era obiettivamente una forzatura.

La vicenda ha avuto poi sviluppi sensazionali. Feltri ha onestamente riconosciuto, con un sorprendente editoriale, che vedendo le carte «Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali» e quindi quella “nota” che accreditava tali risultanze era falsa.

Ancor più clamorosamente Feltri ha svelato che tale “nota” gli era stata accreditata da «informatore attendibile, direi insospettabile», anzi «una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente». E del resto fin dall’inizio aveva detto che il plico gli era stato materialmente consegnato addirittura dalla gendarmeria vaticana. Tanto da costringere padre Lombardi a smentire.
Ma la ricerca della pista vaticana è andata avanti.

Il 30 gennaio, proprio quando l’Osservatore romano pubblica vistosamente una nota di plauso di Bertone allo stesso Osservatore, Il Foglio di Giuliano Ferrara comincia un pesante bombardamento sul direttore del giornale vaticano, Vian.

Il quale già il 22 settembre aveva liquidato come «fantavaticano» gli articoli che lo presentavano come fonte di un articolo anti-Ruini uscito sul Giornale. Anche verso le accuse di questi giorni del Foglio da oltretevere si risponde: «sono solo polveroni».

Ma ieri il giornale di Ferrara è andato giù ancor più pesante: «Al Foglio risulta da buona fonte che alcune telefonate fatte con lo scopo di avvalorare il documento falso sono arrivate a Feltri dal direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian».

Il Foglio proseguiva così: «Chi poi abbia avuto l’autorità di muovere un postino vaticano, e se questo abbia un significato riguardo al diretto superiore del direttore dell’Osservatore, la segreteria di stato, è questione ancora discussa».

Ad accreditare questa ricostruzione dietrologica c’è anche Sandro Magister che dal suo blog sull’Espresso (di impronta ruiniana) ha bombardato un po’ da acceso tifoso: «Ora si è giunti al ”redde rationem” finale. Il giornale del papa è al tappeto, nella persona del suo direttore, e le autorità vaticane, in testa la segreteria di stato, non possono più tirare avanti come se nulla fosse. Il conteggio è iniziato e il k.o. tecnico appare il verdetto più logico».

Nelle ultime ore poi in un vistosissimo ristorante milanese si sono fatti vedere a pranzo Vittorio Feltri e Dino Boffo. Un incontro di chiarimento che, secondo una cronaca di Repubblica.it, sarebbe iniziato con due domande di Feltri: «Perché Bertone ce l’ha tanto con te? E perché Gian Maria Vian ce l’ha   tanto con te?». 

È obiettivamente una situazione imbarazzante. Personalmente ritengo che Vian abbia un modo semplice e chiaro per smentire in maniera netta e inconfutabile queste voci. Non è neanche necessario sfidare con un giurì d’onore (o a duello) Giuliano Ferrara.

La verità

Gli basta chiedere – anzi esigere – da Feltri che faccia il nome della «personalità della chiesa» di cui ha parlato. Feltri spiega che non farà nomi perché un giornalista non rivela le sue fonti. Ma in questo caso avrebbe tutto il diritto di farli, avendogli costoro accreditato una nota rivelatasi fasulla. E avrebbe anche il dovere di farlo in difesa di Vian, nel caso in cui costui fosse chiamato in causa senza motivo e fosse innocente. Dunque c’è un modo velocissimo per far luce.

Ieri Vian – secondo la cronaca di Repubblica – «ha avuto incontro col direttore di un quotidiano nella sede dell'Osservatore», direttore che secondo i boatos sarebbe Ferruccio de Bortoli del Corriere della sera, giornale che ha sempre sostenuto Vian. Una cosa è certa: Vian deve dissolvere al più presto ogni dubbio, in modo inequivocabile e ha un modo semplice per farlo. Quello sopra detto.

Altrimenti coloro che chiederanno le sue dimissioni saranno sempre più numerosi e bisognerebbe riconoscere le loro buone ragioni. Ma in questo secondo caso il problema non riguarderebbe solo lui. E il ciclone non si fermerebbe a lui. Per amore alla Chiesa, e per obbedienza al Papa stesso, si esige che sia fatta chiarezza.

 
03/02/2010





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Complotto» su Boffo Il Vaticano: sconcerto

Corriere della Sera


Il caso - Irritazione Oltretevere sul pranzo tra l’ex direttore e Feltri

Mogavero: immorale se le accuse vengono dalla Chiesa

 

CITTÀ DEL VATICANO—Caso Boffo, parte seconda. L’irritazione che trapela dai piani alti del Vaticano dopo il pranzo riparatorio (e pubblico, in un ristorante milanese ) dell’ex direttore di Avvenire con il direttore del Giornale Vittorio Feltri — che a settembre lo aveva attaccato e costretto alle dimissioni —è tutta in un passo evangelico (dal processo a Gesù) citato con sarcasmo a mo’ di commento: «In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici, prima infatti c’era stata inimicizia tra loro ». Tira di nuovo un’aria pesante, e tra i pochi che hanno voglia di parlare c’è chi, come il vescovo Domenico Mogavero, presidente del Consiglio per gli affari giuridici della Cei, sospira: «Sono sconcertato.

Se davvero le accuse contro Boffo sono nate in ambiente ecclesiastico, siamo di fronte a un gesto immorale, un peccato...Questa vicenda ha fatto male alla Chiesa fin dall’inizio, speriamo non ne faccia ancora». Il disagio si avverte anche tra i vescovi, «questa cosa va anche contro il cardinale Bagnasco»: il presidente della Cei ha passato gli ultimi mesi a sopire le polemiche interne, ricucire le fratture aperte e mettere in guardia dalle varie guerre mediatiche, come una settimana fa nella prolusione al Consiglio generale: «Il giornalismo del risentimento che si basa, più che sulle notizie, sui conflitti veri o immaginati, finisce per nuocere anche alla causa per cui si sente mobilitato».

E invece ci risiamo, il pranzo milanese ha riaperto le ostilità. Epicentro, stavolta, il Foglio di Giuliano Ferrara, che ieri, ricostruendo il famoso pranzo tra Feltri e Boffo, ha tirato le fila di ciò che aveva già scritto nei giorni scorsi e indicato in un «mandante istituzionale» la mente delle accuse che lo stesso Feltri ha poi ammesso false: la «velina» contro Boffo sarebbe stata mandata al Giornale da una «personalità della Chiesa» di cui «ci si deve fidare istituzionalmente », recapitata dalla «gendarmeria vaticana», con tanto di telefonate fatte «dal direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian» per «avvalorare il documento falso». Dulcis in fundo, il riferimento al «diretto superiore del direttore dell’Osservatore », cioè il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone.

Proprio ieri, il cardinale Bertone è andato a benedire il presepe dei carabinieri a due passi da San Pietro, accompagnato tra gli altri (come di consueto, peraltro) da Vian. «Il segretario di Stato era di ottimo umore», fanno sapere Oltretevere. Davanti alle accuse, la replica che arriva dal Vaticano è «ne verbum quidem», ovvero «neanche una parola». Risposta significativa, non un semplice no comment: nel Vangelo, «neanche una parola» è la stessa reazione di Gesù davanti a Pilato che gli chiede: «Non senti quante cose attestano contro di te?». Sottotraccia, le reazioni variano a seconda dell’indole. Posto che le accuse «oltre che false e calunniose sono illogiche e inverosimili: al cardinale Segretario di Stato, anche se volesse, basterebbe una telefonata», a prevalere è l’amarezza:

«Nei vertici non c’è il minimo turbamento, la tranquillità è assoluta: la serenità dell’innocenza consapevole», dice un’alta personalità vaticana. «Certo che provoca dispiacere e delusione, è vergognoso vedere trattate così persone integerrime, inattaccabili ». Problema: perché? Dopo che il premier Berlusconi e Gianni Letta andarono a trovare il cardinale Camillo Ruini, il 22 gennaio fu il Foglio a sostenere che l’ex presidente della Cei, nell’udienza dell’8 gennaio, avrebbe riferito al Papa delle «manovre » ordite contro Boffo da un «ambiente lobbistico» laico «che si è avvalso di una certa "spregiudicatezza e ingenuità" del direttore dell’Osservatore Romano». Il cardinale Ruini smentì seccamente la ricostruzione, in base alla quale il complotto avrebbe avuto lo scopo di colpire con Boffo il «trait d’union» tra lo stesso Ruini e il successore Bagnasco, la figura che avrebbe garantito «presenza nell’agone pubblico invece che tiepida irrilevanza».

Questione di indole, si diceva. C’è chi in Vaticano taglia corto: «Questi non hanno la consapevolezza né la visione. Sono dei disperati, e adesso si stanno scoprendo: le conseguenze saranno durissime». Ricostruzioni, sospetti, complotti. All’origine di tutto, c’è anche la lettera affettuosa al «venerato e caro fratello», pubblicata sull’Osservatore del 22 gennaio, con la quale Benedetto XVI ha confermato pubblicamente Bertone. Un gesto non scontato: la fiducia e i pieni poteri al Segretario di Stato, che ha quasi completato il rinnovamento della Curia, potrebbero aver scatenato «gelosie» nella «vecchia guardia» cardinalizia. Altri vi leggono addirittura una «lotta per la supremazia in vista del prossimo conclave: è evidente».

Lo stesso pranzo tra Boffo e Feltri sarebbe stato voluto da «un’altissima personalità della Chiesa ». Sospetti colti fra vescovi autorevoli. Oppure «scenari alla Dan Brown», sorride un’alta personalità Oltretevere: «La Chiesa è fatta di uomini con i loro difetti, ma non si può ridurre tutto al complotto». Di certo, di là dai giornali, le nuove polemiche e accuse mostrano che le divisioni nella stessa Chiesa non si sono sopite. «Purtroppo ancora oggi nella Chiesa c’è il mordersi e il divorarsi a vicenda, come espressione di una libertà male intesa», scriveva Benedetto XVI nella lettera ai vescovi di marzo. E un prelato ai massimi livelli, in Vaticano, considera amaramente: «Se si ha una serenità di coscienza e di linea su ciò che si deve fare a servizio della Chiesa e del Papa, l’unica è andare avanti nonostante le confusioni».

Gian Guido Vecchi
03 febbraio 2010



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Gli Stati Uniti diedero un aiutino»

Corriere della Sera


Carra: sono credibili i rapporti tra l’ex magistrato e i servizi segreti
 
ROMA—«Io all’inchiesta Mani pulite avrei fatto l’antidoping». Enzo Carra, che ha appena lasciato il Pd per l’Udc, Antonio Di Pietro lo conosce bene. E vederlo ritratto, nella foto pubblicata ieri dal Corriere della Sera, al fianco dell’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, riapre vecchie ferite. Il 20 febbraio del ’93, nell’ambito dell’inchiesta sulla maxitangente Enimont, Carra viene arrestato. La foto con le manette ai polsi suscita un grande dibattito sulla «giustizia spettacolo».

Carra sarà condannato a un anno e 4 mesi per reticenza a pubblico ministero. Cosa pensa di questa foto?
«Mi pare credibile che Di Pietro avesse rapporti con i servizi».

Di Pietro sostiene che si tratta di un incontro occasionale a una normale cena organizzata dai carabinieri.
«Il fatto stesso che stiamo a parlarne dimostra che così normale non è. E del resto se si mena scandalo per queste foto è forse anche perché c’è chi le voleva fare sparire e sono uscite solo ora dopo 17 anni ».

A tanti anni di distanza, cosa pensa di Mani pulite?
«Penso che la straordinaria rapidità della Procura, la sua capacità di organizzare blitz, contrasti con il quadro complessivo della giustizia. Del resto, mentre ne stiamo parlando, sono alla Camera dove si discute dei ritardi della giustizia».

Rapidità sospetta?
«L’inchiesta è stata sostenuta dai grandi giornali e dall’opinione pubblica ».

Sostegno legittimo. Ma c’è chi, anche sulla scorta di questa foto, ipotizza anche un aiuto esterno: dei servizi segreti e degli Stati Uniti. È credibile?
«Io non amo la dietrologia. Ma penso che ci sia stato un aiutino».
Di Pietro respinge ogni accusa e parla di un «teorema da menti malate ».
«Pensi piuttosto ai teoremi di chi ha tenuto in piedi processi come quello di Calogero Mannino, che si sono sciolti come neve al sole».


Molti altri processi, però, sono stati confermati. Lei crede che Mani pulite non avesse basi reali? «Nient’affatto. Si può anche sostenere che le inchieste siano state utili per rigenerare il sistema. Io non so se sia vero o meno. Però bisognerebbe anche parlare del contesto».

Cioè?
«C’era un contesto contrario al sistema politico che si è tradotto in carta bianca ai magistrati. Altrimenti non si capirebbe come per anni tutto sia rimasto immobile e poi all’improvviso si sia aperto il vaso di Pandora».

Il contesto era anche internazionale?
«È un dato oggettivo il fatto che i rapporti tra l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e gli Stati Uniti si fossero raffreddati. E che le relazioni, soprattutto dopo la presa di posizione di Sigonella, si fossero fatte difficili tra Washington e una parte consistente di Dc e Psi».

Questo autorizza a credere che gli americani abbiano deciso di intervenire in Italia per spazzare i partiti di maggioranza?
«Questo è il contesto, se poi abbia influito io non lo posso sapere. Per questo sarebbe opportuno che venissero aperti gli archivi e si facesse luce davvero su Mani pulite».

Da anni si parla di una Commissione d’inchiesta?
«Quelle che sono state fatte, a partire da quella sulla mafia, hanno combinato ben poco. Sarebbe meglio fare un’operazione di trasparenza, come fanno negli Stati Uniti, per scrivere la vera storia di Mani pulite. Non per ribaltarla e senza usare teoremi, ma solo per capire quali elementi abbiano contribuito al successo di chi ha lavorato alla distruzione della Prima Repubblica. Per capire chi aggiungere al medagliere di quei "benemeriti" che ne hanno scavato la fossa. Perché mi pare davvero strano che i magistrati abbiano fatto tutto da soli».


Alessandro Trocino
03 febbraio 2010



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Di Pietro: ho sempre difeso lo Stato Per me Contrada era un poliziotto

Corriere della Sera

«La Kroll? Mai avuto a che fare, nemmeno con la Cia. E chi accidenti è l'americano?»

ROMA— «Io non ho mai venduto Mani pulite».
È la premessa di Antonio Di Pietro, infuriato contro chi ipotizza trame oscure tessute dietro la Tangentopoli del ’92. Comincia così l’intervista sulle foto (pubblicate ieri dal Corriere della Sera) che lo ritraggono a cena il 15 dicembre di quell’anno accanto a Bruno Contrada (il funzionario Sisde nove giorni dopo arrestato per mafia) e ad altri agenti dei Servizi, compreso un «americano» dell’agenzia Kroll.

Teme che i suoi avversari leghino la coincidenza della cena e dell’avviso a Bettino Craxi, spiccato la sera prima?
«È storia vecchia. È da quando ho cominciato l’indagine su Mani pulite che si sta tentando di spostare l’attenzione su un asserito e pretestuoso complotto mai esistito. E mi ribello con tutte le mie forze. Avendo sempre fatto al meglio il mio dovere. Da manovale, costruendo muri dritti. Da operaio, in Germania, fabbricando forchette. Da magistrato, impegnato a difendere lo Stato. E oggi facendo opposizione in modo chiaro».

È solo un caso che si sia ritrovato a cena quella sera con alcuni alti gradi dei Servizi italiani e stranieri?
«E che ne sapevo io dell’identità di quelle persone invitate in una caserma dei carabinieri dal comandate del nucleo operativo? Cioè dal colonnello Vitagliano con il quale noi del pool di Milano lavoravamo ogni giorno. Al termine di una giornata di lavoro mi invita a cena per gli auguri di Natale e vado senza sapere chi c’è. Che ne so io dei Servizi? Ma lo so che si lavora a costruire le coincidenze. Per dimostrare che il giorno dopo l’avviso a Craxi io andavo a rendere conto del buon lavoro compiuto. E so qual è il passo successivo. Mi aspetto la domanda: a chi ha riferito?».

Non ha provato sorpresa quando si è ritrovato accanto Bruno Contrada, visto che già allora i pentiti ne parlavano e tanti magistrati di Palermo dubitavano sul suo conto?
«Stiamo parlando di un questore, non di una escort. Per me era un funzionario dello Stato. E nemmeno lo conoscevo. Né potevo sapere che nove giorni dopo l’avrebbero arrestato. Se qualcuno ha sporcato quella cena non sono io, ma adesso non voglio nemmeno sputare addosso a Contrada, anche perché la sua è una storia complessa e non va banalizzata».

Perché qualcuno tentò di fare sparire quelle foto?
«Io non sapevo nemmeno che esistessero. Anzi, se qualcuno me le fa avere pago il francobollo. Era tutto alla luce del sole. Ero in una caserma, con tanta gente e manco se ci fosse stato Provenzano me ne sarei accorto. Non ero mica nel sottoscala di una bettola di Istanbul con Ali Agca».

Una volta arrestato Contrada, non ha pensato di avvertire i suoi colleghi di Palermo o il suo capo, Borrelli?
«E che gli dicevo a Borrelli? Che ero andato a cena dai carabinieri».

Che s’era ritrovato accanto a Contrada.
«Ma nemmeno me ne ricordavo».

E l’agente americano?

«Chi accidenti è st’americano? Chi lo conosce? E poi guardi che è difficile parlare con me in americano».

Ma la targa premio della Kroll la prese?
«Di coppe e targhe casa mia è piena. Anzi, debbo proprio cercarla. Ce ne sono di mezzo mondo. Forse è in mezzo a quelle della Turchia e della Corea». I suoi rapporti con la Kroll? « Mai avuto a che fare né con l’agenzia Kroll, né con la Cia, sia chiaro. E se vogliamo giocare agli 007, se vogliamo costruire una spy story, allora, io merito il patentino del Kgb, del servizio russo perché è chiaro che ho lavorato per i comunisti. Allora, altro che spionaggio americano, posso concorrere da campione del controspionaggio...».

A chi si riferisce quando parla di «menti malate»?
«Anche a chi butta fango come l’avvocato Di Domenico che alcuni giudici hanno accusato di praticare "una condotta priva di rilevanza penale", pronto alla "strumentalizzazione dell’iniziativa giudiziaria"».

Lei è mai stato con Di Domenico in America anche per cercare fondi elettorali?
«In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no. Ci andrò dopo le regionali negli Usa».

E il sospetto lanciato nella lettera a lei inviata ieri da Di Domenico su una sua recente presenza alla Hong Kong Shangai Bank?
«Altra bufala tutta da ridere. Io ci sono andato nel ’92 in quella banca per Tangentopoli, per una delle rogatorie a caccia di fondi occulti. Ecco la non notizia lanciata come una chiacchiera che si lascia echeggiare finché non si sviluppa il dibattito sul niente assoluto».

Mai avuto suoi depositi a Hong Kong o in altre banche straniere?
«No, la risposta è: mai venduto Mani pulite a nessuno».
Felice Cavallaro
03 febbraio 2010



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Folla e bandiere clonate, volto illuminato Le foto ritoccate del nuovo libro su Silvio

Corriere della Sera


L'editore: «Il Cavaliere ha chiesto di modificare alcune immagini che al naturale non lo convincevano»


MILANO - Il titolo è inequivocabile. «Noi amiamo Silvio» è un libro fotografico dedicato a Silvio Berlusconi in cui sono state raccolte le immagini che - si legge nella prefazione firmata dall'editore Alberto Peruzzo - testimoniano il suo impegno a livello nazionale e internazionale. Una sorta di album dei ricordi, dunque, che racconta per scatti la storia politica del premier, ritratto tra i suoi sostenitori e accanto ai più grandi leader mondiali e che dal 27 gennaio scorso è in vendita nelle edicole. Qualcuno però, sfogliandolo, ha notato alcune stranezze.





 La foto con il ritoccoL'immagine con i ritocchi usata nel libro «Noi amiamo Silvio»


RITOCCHI GROSSOLANI - Vacon Sartirani è un grafico bergamasco che qualche giorno fa ha acquistato il volume: «L'ho fatto per curiosità professionale: avevo sentito molte critiche riguardo la grafica e l'editing e ho voluto vedere quanto ci fosse di vero». Sartirani si accorge ad occhio nudo che le immagini sono state modificate, a volte in maniera molto maldestra, grazie al fotoritocco digitale. In particolare, una foto attrae la sua attenzione: quella che vede Berlusconi sorridente nell'atto di allargare le braccia davanti ad un'immensa folla in piazza Duomo. «Innanzitutto è sbagliata la didascalia: quello scatto risale al 1998, e non al 2008. E poi si tratta di un'immagine costruita: Berlusconi regge un mazzo di fiori palesemente disegnato, e sono stati «clonati» dei pezzi di folla, per riempire la piazza». Ovvero, fuori dal gergo di Photoshop, in due diversi punti della piazza, appare lo stesso gruppo di persone.

GUARDA la foto «navigabile»

LE «IMPRECISIONI» - Sartirani scansiona la foto e la manda al blog San Precario, i cui visitatori trovano altre «imprecisioni»: ad esempio, due bandiere di Forza Italia che sono state aggiunte successivamente, e che non si capisce bene da chi siano tenute in mano. «Poi c'è il parapetto del palco, i cui contorni sono troppo sfumati per essere veri» continua Sartirani, che ha notato come nel resto del volume il volto del premier sia stato ritoccato con una luce completamente diversa rispetto agli astanti. «Ma questa è una pratica comune - ammette il grafico bergamasco – solo che è stata eseguita in maniera davvero grossolana».

L'EDITORE - Alberto Peruzzo non si scompone. Avrà i dati di vendita domani, ma è convinto che l'album, di cui sono state stampate 70mila copie, avrà successo. «Non voto nessun partito e non sono iscritto al Pdl» precisa, dichiarandosi semplicemente un amico del premier. «Proprio in nome dell'amicizia che ci lega ho deciso di pubblicare questo libro: Berlusconi non è un santo però gli stanno buttando addosso cose che non gli competono». Prima di mandarlo in stampa però, Peruzzo fa visionare il libro al Cavaliere. «Sapeva che lo stavo preparando, e mi ha chiesto di fargli avere una bozza in anteprima per vedere se le immagini erano a posto» racconta Peruzzo, il quale non ha problemi a dire che è stato lo stesso premier a suggerire alcuni cambiamenti. «Cosa vuole che le dica, io avrei lasciato tutto al naturale, lui ha voluto cambiare un po' la scenografia. D'altronde la gente è abituato a vederlo in un certo modo e magari senza quegli accorgimenti non l'avrebbe riconosciuto».
Elvira Pollina



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Cene, foto e conti all’estero: il libro che preoccupa Di Pietro

di Gian Marco Chiocci



I segreti del volume firmato dall’ex amico e braccio destro del leader Idv Il giallo di un presunto deposito sui circuiti finanziari di Hong Kong. La casa editrice avverte: la pubblicazione non è affatto imminente. "Ci siamo presi sei mesi per decidere"

 





Il problema non era solo quale fotografia mettere in copertina (la più gettonata sembrava essere quella con Antonio Di Pietro, coppola, sigaro e sguardo truce). Il problema vero era se mandare in stampa tutto quel che l’ex braccio destro dell’ex pubblico ministero ha inserito in un libro di prossima pubblicazione. Libro che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe contenere tutte e dodici le foto degli incontri di Di Pietro con Bruno Contrada alla vigilia dell’arresto di quest’ultimo, nonché altre immagini «delicate». 

Alla casa editrice Koinè si dicono sorpresi dell’anticipazione non concordata del libro dell’avvocato Mario Di Domenico, cofondatore con Tonino di quell’Italia dei valori che poi lasciò polemicamente non appena - dice l’interessato - venne a scoprire come Tonino gestiva i soldi del partito. Sorpresi, perché l’uomo che ha trascinato senza troppa fortuna in tribunale Di Pietro denunciando reati gravissimi che la procura di Roma alla fine non ha ritenuto di addebitare all’imputato, ha dato per imminente quello che gli editori ancora devono valutare. 

Il libro, infatti, è in fase di editing. Ogni pagina viene vivisezionata, controllata e ricontrollata con i documenti che Di Domenico ha recuperato con non poca fatica. Al di là del capitolo dedicato alla gestione dei quattrini dell’Italia dei valori, in particolare della gestione dei fondi elettorali incassati non dal «partito Idv» ma dall’«associazione Idv», fra le pagine più delicate, sulle quali la Koinè si riserva correzioni e aggiunte in corso d’opera, c’è un passaggio da riportare con estrema cautela. 

Seguendo la ricostruzione di Di Domenico, riguarderebbe un presunto conto estero acceso da Di Pietro sui circuiti finanziari di Hong Kong, conto di cui avrebbe dato ampi riferimenti allo stesso Di Domenico un testimone oculare, un avvocato, su cui si mantiene uno strettissimo anonimato.

Lo stesso Di Pietro, quando preannunciò l’arrivo del dossier che definì «bidone» con le foto di Contrada accanto a lui, fianco a fianco, parlò di conti esteri: «Si tratta di una bufala per screditare me e l’Italia dei valori durante la campagna elettorale e, soprattutto, operare una falsa rivisitazione storica degli anni di Tangentopoli e di Mani pulite nel tentativo di far credere che all’epoca non ci fosse una classe politica corrotta, ma una magistratura militante al soldo di qualcuno. 

Sì, proprio al “soldo”, perché si vorrebbe far credere che in cambio di un servizio reso queste fantomatiche potenze straniere avrebbero poi versato ingenti somme di denaro in conti correnti esteri sparsi fra gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda». 

L’«informatore» di Di Pietro aveva suggerito bene, ma fino a un certo punto: le foto di Contrada esistevano davvero, mentre il riferimento ai presunti conti correnti di cui si parlerebbe nel dossier (che ora si è scoperto essere invece un libro) insistevano da tutt’altra parte: ad Hong Kong. La Koinè, interpellata dal Giornale, non smentisce la circostanza del capitolo dedicato a Hong Kong, semplicemente non ne vuol proprio parlare. 

«Questa fuga di notizie, chiamiamola così, sul libro di Di Domenico ci danneggia non poco. Anche perché di fatto al momento c’è solo un contratto firmato e la bozza del libro consegnata con molti omissis. Stiamo facendo l’editing, ci siamo presi sei mesi di tempo per decidere. Il libro è ancora lontano dall’essere concluso, e anche la copertina che è stata pubblicata sul Corriere della Sera non ci appartiene. Quanto a certi contenuti, essendo tutti di una delicatezza estrema, ci riserviamo di parlarne quanto prima con Di Domenico».

Il resto del libro, stando alle prime indiscrezioni, passerebbe in rassegna temi noti e meno noti del «caso Di Pietro». Visti, per la prima volta, dall’ottica di uno che più di chiunque altro è stato molto vicino all’ex pm. Temi come l’«immobiliare Di Pietro», le finanze del partito, le amicizie «scomode» di Tonino (da Mani pulite in avanti), il viaggio negli Stati Uniti, le inchieste sulla mafia, eccetera, eccetera, eccetera.




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Di Pietro, foto con Contrada e 007 Usa Facciamo 10 domande all'ex magistrato

di Paolo Bracalini


Di Pietro ha sempre negato di aver conosciuto Contrada. 


Ma ora una serie di foto documenta il suo incontro con l’ex numero tre del Sisde e con carabinieri arruolati dai servizi il 15 dicembre ’92, in piena Tangentopoli. 

 

 





Seduti uno di fianco all’altro, in un momento molto particolare della recente storia italiana: poche ore dopo l’avviso di garanzia a Bettino Craxi, firmato (insieme agli altri magistrati del pool milanese) proprio da Antonio Di Pietro, e pochi giorni prima dell’arresto di Bruno Contrada, numero tre del Sisde e, in quell’occasione, commensale dello stesso Di Pietro. È il 15 dicembre 1992, una foto (pubblicata ieri dal Corriere della Sera) documenta le relazioni dell’allora magistrato Di Pietro e (ri)apre diversi interrogativi (già posti dal Giornale che per primo ha scritto di quella cena, negata da Tonino). 

Quella sera, al tavolo della mensa apparecchiata per la speciale occasione, nella caserma del reparto operativo dei carabinieri di Roma, c’è il pm più famoso d’Italia, l’eroe di Mani pulite, Tonino Di Pietro, ospite d’onore per la consegna di una targa ricordo. Accanto a lui siedono Contrada, a quel tempo responsabile dei centri Sisde di Roma e del Lazio, il colonnello Tommaso Vitagliano, comandante del reparto, diversi ufficiali arruolati nei servizi segreti, più uno 007 «americano» vicino alla Cia, Rocco Mario Modiati, presentato come responsabile dell’agenzia Kroll (la più grande agenzia investigativa del mondo, con sede negli Usa), con oggi un incarico nell’ambasciata americana a Roma. 

Una cena «conviviale», scrive il Corriere sulla base delle notizie contenute nelle bozze di un libro (fatto dall’ex dipietrista Di Domenico), una semplice «cena prenatalizia» chiarisce il leader dell’Idv, ma con alcune coincidenze temporali a rendere interessante la sequenza fotografica che comprende 12 scatti. Non è un Natale come gli altri. Siamo in piena bufera Tangentopoli, con Di Pietro superstar, e non c’è solo l’inchiesta sulle tangenti ai partiti a scuotere l’Italia. 

Cinque mesi prima, a Palermo, è stato ucciso dalla mafia il giudice Paolo Borsellino. L’Italia è affacciata su un baratro, una repubblica sta per crollare e non è semplice capire cosa potrà nascere dalle sue macerie. 

Su Bruno Contrada (attualmente agli arresti domiciliari dopo la condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) pesano i sospetti dei magistrati palermitani, che infatti nove giorni dopo emetteranno l’ordine di custodia cautelare per il super-poliziotto. Insomma il 15 dicembre ’92, quando Contrada banchetta con gli 007 e con Tonino, è già un personaggio controverso, eppure il magistrato Di Pietro, il paladino della legalità, siede vicino a lui, perfettamente a proprio agio, insieme agli agenti dei servizi e a un uomo vicino alla Cia. Come se non sapesse nulla. 

Scatti imbarazzanti che molti dei convitati alla cena - secondo il Corriere della Sera - si sarebbero adoperati per far sparire. In modo particolare Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri (amico del banchiere Pacini Battaglia) che accompagnò Di Pietro alla cena. «Non ho mai subito pressioni per far sparire quelle foto» precisa invece Contrada (che possiede altre foto di quella sera) attraverso il suo legale, né «ho mai avuto alcun tipo di rapporto con Antonio Di Pietro». 

E Tonino? Il leader Idv parla di «teoremi da menti malate e spiega: «Sono orgoglioso di aver accettato l’invito a quella cena. A differenza di altri che vanno con le veline io sono andato con i carabinieri che lavoravano con me e non in un night o in un ristorante ma in una mensa dei carabinieri. Non sapevo neanche che esistessero le foto, le avranno fatte i carabinieri».
Le inchieste dell’allora pm Tonino non riguardano solo Milano, ma hanno anche un capitolo siculo, sui rapporti mafia-politica. 

Uno degli incontri che Di Pietro cancellerà dalla sua memoria è quello con Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Anche la cena conviviale del 15 dicembre ’92 non è mai stata menzionata in nessuna occasione, nemmeno in quei giorni. Di Pietro infatti non avrebbe avvisato di quella cena né i magistrati di Palermo né quelli di Milano, con cui solo la sera prima aveva deciso l’informazione di garanzia a Craxi. 

«Io non sapevo assolutamente niente di questa cena e non conoscevo allora Contrada, come non credo che lo conoscesse neanche Di Pietro - dice l’ex capo della Procura di Milano e senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio - Eravamo nel pieno di Mani pulite e Di Pietro era osannato dai carabinieri. Lo invitano a cena e ci va». 

Un episodio dimenticato da Di Pietro e riemerso solo adesso con la pubblicazione delle foto. Su Contrada, anzi, Di Pietro si sarebbe espresso con toni molto duri, più tardi. Quando i legali dell’ex dirigente Sisde inviarono la domanda di grazia al capo dello Stato, sul suo blog Di Pietro si scagliò contro quella richiesta, «perché l’età di Contrada non è una giustificazione necessaria per farlo passare da vittima». E oggi tra i fan di Tonino c’è Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato. Solo l’ultimo di una serie di casi che adesso fanno uno strano effetto.





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Crescono i senza dimora Anche molti padri separati

Avvenire


Il popolo degli invisibili sta cambiando. Certo, nessuno sa con precisione quanti siano i senza dimora e, in attesa del censimento organizzato da Istat e Caritas italiana, si deve credere alle stime. Secondo le più recenti, sono centomila gli homeless in Italia tra connazionali e stranieri. 

Di certo si sa che il freddo che avvolge la penisola dalla fine di novembre ne ha uccise finora 13 (l’ultimo ieri, un romeno nel Veneziano). Un inverno duro, che come ogni anno ha colpito i più deboli. Dalle viscere delle città, come denunciato da più associazioni, emergono cambiamenti, contraccolpo delle crisi. Primo, la presenza crescente tra gli italiani, di padri di famiglia separati, sulla strada nonostante lavorino. E poi l’aumento dei cinesi in coda per un pasto caldo e una coperta.

«La presenza dei padri separati – spiega Paolo Pezzana, presidente della Fiopsd, la federazione degli organismi che aiutano i senza dimora, soprattutto Caritas diocesane e assessorati ai servizi sociali – non è una novità, le nostre antenne segnalano da anni l’aumento costante di persone che sono finite sulla strada per una separazione». In generale, il popolo della strada è spesso segnato da un trauma familiare.

«Il clochard – chiarisce Pezzana – associa i problemi psichici alla perdita del lavoro dovuta magari a un forte esaurimento, alla dipendenza da alcol o altre sostanze stupefacenti. La novità è che accanto a questo disagio sta invece crescendo la povertà di chi non riesce ad arrivare a fine mese per colpa di un divorzio. Soprattutto padri di famiglia; 40-50enni che, una volta che il giudice ha assegnato l’alloggio alla madre, cui è andata la custodia dei figli, devono trovarsi un alloggio e versare metà stipendio per mantenere la prole. 


Se non si ha un reddito elevato, non si può reggere questo tenore di vita. Così, per un divorzio, spesso non si arriva a fine mese e si è costretti a mettersi in fila alle mense di carità per riuscire a mangiare. Solo che non è facile reggere psicologicamente e tenersi un lavoro se si dorme in auto o da amici. La tenuta della famiglia è fondamentale per prevenire la caduta sulla strada».

A Milano, città dove è stato lanciato l’allarme padri separati poco dopo Natale, la Comunità di Sant’Egidio dispone di una unità mobile di strada. La metropoli rappresenta da sempre un punto di osservazione privilegiato sul popolo della strada. Conta circa 5.000 senza dimora e dispone di almeno una decina di mense di carità religiose e altrettante unità mobili di strada «Girando per il centro spesso ci imbattiamo in italiani di mezza età – racconta Ulderico Maggi, responsabile dell’unità mobile dei santegidini milanesi – e nel coordinamento delle unità di strada che convochiamo abbiamo gli stessi riscontri dagli altri».

Maggi ricorda, ad esempio Antonio, impiegato milanese di 45 anni circa, che fino a poco tempo fa dormiva nei pressi della stazione di Cadorna. «Lo abbiamo seguito – spiega Maggi – e dialogando con pazienza abbiamo capito che aveva lasciato moglie e figli. Sulla strada non è riuscito a conservare il suo lavoro d’ufficio ed era completamente annichilito. Gli abbiamo dato abiti coperte e viveri, ma non voleva muoversi da lì. Poi non l’abbiamo più visto, penso che sia ritornato a casa».

Sant’Egidio e tutti gli altri operatori registrano la crescita dei cinesi, che resta per molti aspetti un mistero. Perlopiù giovani, espulsi dal circuito dei laboratori clandestini in seguito alla crisi e ai maggiori controlli delle forze dell’ordine. «Di loro si sa molto poco – conclude Maggi – perché in pochi parlano inglese. Vivono sparsi nella metropoli e arrivano a gruppi presso i centri di accoglienza o alle unità mobili per ritirare generi di prima necessità».

«Da anni – conferma Raffaele Gnocchi, responsabile del Sam, servizio di accoglienza della Caritas ambrosiana – registriamo l’arrivo di una quota di uomini che una volta si sarebbero definiti normali. Non sono molti, non hanno redditi elevati, ma in alcuni casi abbiamo dovuto occuparci persino di dipendenti di enti pubblici, di mezza età finiti, sulla strada per le conseguenze economiche e psicologiche di un divorzio».

A Firenze in questi giorni preoccupano le condizioni di intere famiglie dell’Europa dell’Est sgomberate da palazzi dismessi del centro. «Ed emerge il problema dei separati – commenta il direttore della Caritas Alessandro Martini –, che cominciano ad arrivare nei centri. L’impressione è che sia la punta di un iceberg che sta per affiorare». 


L’organizzazione diocesana gestisce l’accoglienza invernale, per conto del Comune, di 250 senza dimora, ne restano altrettanti fuori, perlopiù giovani. E registra che dalla vicina Prato arrivano senza dimora cinesi. «Sono in espansione, dopo la crisi e il giro di vite sui laboratori clandestini. Sono soprattutto giovani, saranno in tutto una cinquantina e temiamo che rappresentino la prossima emergenza».

Infine, la capitale, le cui viscere sono state raccontate dallo scrittore Gabriele Del Grande nel libro Roma senza dimora, viaggio di 20 giorni tra i seimila homeless sulle strade romane. «Tre vecchi "randagi" mi hanno accolto alla stazione Termini e, una volta rivelato il mio scopo, mi hanno aiutato a sopravvivere per tre settimane. Sulla strada non si finisce per povertà materiale, almeno gli italiani, ma per la solitudine. Soprattutto per l’allentarsi delle reti di solidarietà familiari. Il problema è quando non si ha più un luogo dove tornare. E questo è sempre più vero nelle nostre città dove un affitto è inaccessibile per un precario o un lavoratore con salario basso, per giunta dimezzato da una separazione.

Al resto basta aggiungere un momento di debolezza, di depressione. Mi preoccupa pensare quanti cinquantenni separati siano a rischio. Poi ci sono le dipendenze da alcol e da droghe che ti azzerano i legami sociali e ti ritrovi seduto sull’asfalto senza sapere bene come». E senza che tu abbia scelto di viverci.

 
Paolo Lambruschi




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