giovedì 4 febbraio 2010

Il Dalai Lama ricevuto alla Casa Bianca

Corriere della Sera >

L'annuncio ufficiale: il leader spirituale tibetano a Washington il 17 e 18 febbraio


WASHINGTON - Gli Stati Uniti hanno confermato oggi ufficialmente che il Dalai Lama sarà ricevuto alla Casa Bianca durante la sua visita a Washington a metà febbraio.

LA DATA - Ancora non è stato comunicato un calendario ufficiale della visita del leader spirituale tibetano, ma il Dalai Lama sarà a Washington i prossimi 17 e 18 febbraio. L'incontro tra il presidente americano e il capo del governo in esilio del Tibet, che Pechino considera una provincia cinese a tutti gli effetti, era stata preannunciata nei giorni scorsi e aveva scatenato le secche proteste da parte della Cina, che aveva rimesso in discussione i rapporti con Washington.


04 febbraio 2010





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Morta l'ultima indigena che parlava il "Bo", lingua di 65mila anni fa

Corriere della Sera


Quando gli Inglesi colonizzarono l'arcipelago, nel 1858, i c'erano almeno 5.000 persone. Ora ne sopravvivono 52





MILANO - Un'altra lingua che si parlava sulla Terra è scomparsa per sempre, un altro patrimonio che non sarà più recuperabile in alcun modo, non c'è tecnologia che tenga. E questo idioma, di sicuro, era uno dei più antichi: dopo circa 65mila anni l'unica donna indigena rimasta al mondo che ancora lo conosceva era Boa Sr. Aveva circa 85 anni, ed è morta: con lei si spegne per sempre il “bo” la lingua parlata da una delle più antiche tribù del pianeta.

Si stima infatti questa gente abbia vissuto nelle per almeno 65mila anni. Era una delle 10 tribù di cui si componeva il popolo dei Grandi Andamanesi. «Da quando era rimasta la sola a parlare il bo - ha raccontato il linguista Anvita Abbi dell'Università di Nuova Delhi, che la conosceva da molti anni, Boa Sr si sentiva molto sola perché non aveva nessuno con cui conversare. Era comunque una donna con


grande senso dell’umorismo;

il suo sorriso e la sua risata fragorosa erano contagiosi». «Non potete immaginare - ha commentato il professor Abbi - il dolore e l’angoscia che ho provato ogni giorno nell’essere muto testimone della perdita di una cultura straordinaria e di una lingua unica». Boa Sr aveva detto al professor Abbi di considerare la tribù confinante dei Jarawa, che non erano stati decimati, molto fortunata per il fatto di poter continuare a vivere nella foresta, lontano dai coloni che attualmente occupano gran parte delle Isole.

LA STORIA DEGLI INDIGENI DELLE ANDAMANE - Quando i Britannici colonizzarono le Isole, nel 1858, i Grandi Andamanesi contavano almeno 5.000 persone. Ora, dopo la morte di Boa Sr, ne sopravvivono 52. La maggior parte fu uccisa dai colonizzatori o dalle malattie importate. Non riuscendo a “pacificare” le tribù con la violenza, i Britannici cercarono di “civilizzarli” catturandoli e tenendoli rinchiusi nella famigerata “Casa degli Andamani”. Dei 150 bambini nati nella Casa, nessuno ha superato l’età di due anni.

Oggi, i Grandi Andamanesi sopravvissuti dipendono largamente dal governo indiano per il cibo e le case, e fra di loro è molto diffuso l’abuso di alcool. «I Grandi Andamanesi sono stati prima massacrati, e poi quasi tutti spazzati via da politiche paternalistiche che li hanno condannati a malattie epidemiche e li hanno derubati della loro terra e della loro indipendenza» ha commentato Stephen Corry, Direttore Generale di Survival International, associazione che tutela le culture dei nativi in tutto il mondo. «La perdita di Boa è un tetro monito: non dobbiamo permettere che questo accada ad altre tribù delle Isole Andamane».




LO TSUNAMI - Boa Sr, come quasi tutti gli indigeni delle Andamane, era sopravvissuta allo tsunami del 2004. «Gli anziani - aveva raccontato in quell'occasione - avevano detto che non dovevamo muoverci e che non dovevamo scappare». Nell'arcipelago gli indigeni ebbero pochissime vittime, grazie anche al fatto che molti di loro riconobbero in anticipo quello che stava accadendo, forse perché seguirono i movimenti degli animali e non si fecero trovare nei pressi della costa quando arrivarono le ondate dello tsunami. Rimangono nella memoria, a differenza della lingua di Bo, le foto nelle quali si vedono indigeni delle isole Andamane che puntano il loro arco contro barche ed elicotteri che provano ad avvicinarsi per portare aiuti.

Stefano Rodi
04 febbraio 2010






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La religione impedisce di ragionare»

Corriere della Sera



«La religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità»



MILANO - La religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della verità. Sono mondi molto lontani. Umberto Veronesi, nel corso di Sky Tg24 Pomeriggio, ha spiegato i motivi che, da scienziato, lo hanno portato ad allontanarsi dalla fede. «Scienza e fede non possono andare insieme - ha affermato l' oncologo - perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di legenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».

«INTEGRALISTA» - Secondo Veronesi, infatti, la religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare. In sostanza, è la sua tesi, si tratta di due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l'uno dall'altro, che non possono essere abbracciati tutti e due. Nel corso della trasmissione l'oncologo ha poi ricordato di venire da una famiglia religiosissima, «ho recitato il rosario tutte le sere fino ai 14 anni», ma di aver deciso di allontanarsi, nei primi tempi con grande difficoltà, dopo aver esaminato a fondo tutte le religioni. «Perché - ha concluso - mi sono convinto che ogni religione esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico».

(Fonte: Ansa)

04 febbraio 2010




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Quella volta che l'aviazione peruviana abbattè un aereo di una famiglia Usa

Corriere della Sera


Nove anni fa l'azione coordinata dalla Cia. Scambiato per un volo carico di droga

Video


MILANO - Pensavano di aver intercettato un aereo carico di droga e dopo blandi tentativi per fermarlo, lo abbatterono. Solo più tardi scoprirono che sul velivolo viaggiava una famiglia di missionari americani. Un video, girato nove anni fa da agenti della Cia e arrivato nei giorni scorsi nelle mani del network americano Abc, che lo ha immediatamente postato sul suo sito web, mostra l'incredibile cantonata presa dall'aviazione peruviana che provocò la morte di due persone innocenti. Inoltre le drammatiche immagini sono un severo atto d'accusa contro la Cia. I servizi segreti americani avevano sempre negato un coinvolgimento nella missione, ma il video mostra inequivocabilmente la loro attiva presenza.

LOCALIZZAZIONE E ABBATTIMENTO - Le immagini risalgono al 21 aprile del 2001. I jet peruviani in collaborazione con i servizi segreti americani localizzano nello spazio aereo del paese sudamericano un velivolo sospetto. I top gun peruviani tentano di stabilire un contatto via radio, ma non ci riescono. Alla fine, nonostante i numerosi dubbi espressi dagli agenti della Cia, i piloti peruviani decidono di fare fuoco sull'aereo che dopo essere stato colpito, precipita in un fiume.

Sull'aereo, oltre al pilota Kevin Donaldson, viaggiavano i coniugi Veronica e Jim Bowers e le loro due figlie. La famiglia, originaria del Michigan, stava tornando negli Usa dopo aver portato a termine una missione umanitaria in Brasile. Il bilancio fu tragico: Veronica Bowers e la piccola Charity morirono sul colpo. Il pilota Donaldson fu ferito gravemente alle braccia e alle gambe, mentre Jim Bowers e l'altra figlia di sei anni, Cory, si salvarono miracolosamente.

ACCUSE - Il video, emerso all’improvviso dopo 9 anni, mette sott'accusa sia l'aviazione peruviana sia i servizi segreti americani. I primi non si preoccuparono di verificare il numero d’identificazione dell’aereo sospetto e nonostante i ripetuti ammonimenti dei servizi segreti americani decisero di abbatterlo. Dalle conversazioni via radio emergono chiaramente i dubbi dei piloti della Cia: «Siete sicuri che siano trafficanti di droga?» urla un membro dei servizi segreti americani. Un altro pilota statunitense ripete: «Secondo me ci stiamo sbagliando.

Temo che stiamo facendo un terribile errore». Dopo che i jet peruviani cominciano ad aprire il fuoco, i piloti della Cia, avvertiti dal comando generale del terribile malinteso, gridano: «Non sparate. Fermatevi. Stop». Tuttavia i familiari delle vittime e alcuni politici statunitensi non perdonano alla Cia di aver mentito al Congresso e di aver sempre negato un proprio coinvolgimento nell'azione di quel giorno: «Vorrei che qualcuno si alzasse e dicesse "Sono anch'io responsabile"» - ha dichiarato alla Abc Gloria Lutting, madre di Veronica Bowers.

Il senatore Pete Hoekstra non ha dubbi: «Se mai c'è stato un esempio di giustizia tardiva che equivale a una giustizia negata, questo è il più clamoroso». Poi ha aggiunto: «Il comportamento della Cia in termini di responsabilità è stato inaccettabile. Due americani sono stati uccisi con l'aiuto del loro governo. Inoltre l'Intelligence ha tentato di nascondere alcune cose e ha ritardato le indagini».

DIFESA - La Cia non ci sta e ha diffuso un comunicato per rispondere alle accuse: «Il personale della Cia non aveva alcuna autorità né per dirigere né per proibire le azioni del governo peruviano - recita la circolare. «I nostri piloti non hanno aperto il fuoco su alcun aereo. Per quanto riguarda il tragico caso del 21 aprile del 2001, il personale della Cia ha fatto notare ai piloti peruviani più volte che su quell'aereo non c'erano trafficanti di droga. Si è trattato di un tragico episodio, ma l'Agenzia si è mossa con professionalità e coscienza». Quindi segue l'attacco verso i critici: «Disgraziatamente alcuni hanno voluto trasformare i fatti e insinuare altre cose. Facendo ciò, hanno reso un cattivo servizio agli ufficiali della Cia che hanno rischiato la loro vita per la sicurezza americana».

Francesco Tortora
04 febbraio 2010



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Lo scrive su Facebook e poi si toglie la vita Muore 17enne a Treviso

di Redazione

Andrea P., studente modello, ha preso il fucile da caccia del padre e l'ha portato in camera.

Poi si è sparato. Sul social network aveva rivelato la sua intenzione



Treviso - Stava male, non ce la faceva più. Capita a molti adolescenti. Alcuni trovano la forza di uscire fuori dal tunnel, altri purtroppo no. Andrea Parpinello, 17 anni, si è tolto la vita. E' successo a Ponte di Piave, nel Trevigiano. Per spiegare il suo gesto ha scritto un biglietto ai genitori: ha spiegato loro che non ce la faceva più ad andare avanti. Probabilmente progettava da tempo il gesto. Difficile che ne abbia parlato con qualcuno. A quell'età spesso ci si chiude e si evita di parlare ei propri problemi con gli altri. Un po' per vergogna, un po' per mancanza di coraggio. Si resta soli davanti al proprio dolore. E tutti, intorno a te, pensano chissà a cosa: magari una delusione amorosa. Oppure che tu abbia problemi a scuola.

Lo sfogo su Facebook C'è un particolare inquietante in questa storia: Andrea ha scritto su Facebook le sue intenzioni. Ha affidato al social network la sua disperazione. Lo scorso 29 gennaio si era iscritto a un gruppo: "Che ne dici di farla finita?". Molti suoi amici non gli avranno creduto, avranno pensato a una battuta, o alla solita esagerazione da ragazzi. Invece era tutto vero. Andrea viveva con la famiglia: mamma parrucchiera, papà tecnico a un consorzio di bonifica, e due sorelle, una più piccola (frequenta le medie) l'altra più grande (25 anni). Era considerato uno "studente modello". Martedì scorso ha aspettato di essere da solo in casa e ha preso il fucile da caccia del padre. L'ha portato con sé in camera. Poi se l'è puntato contro e ha fatto fuoco. A fare la terribile scoperta è stato il padre, al rientro dal lavoro, tra le 18.30 e le 19. Ormai era troppo tardi. Andrea non c'era più. 





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Standa, addio al marchio della «casa degli italiani»

Corriere della Sera


Il vertice tedesco rimuove le insegne dopo 79 anni


MILANO - Addio «casa degli italiani». Tutti i magazzini Standa entro marzo si chiameranno Billa. Lo ha deciso il gruppo tedesco Rewe che ha rilevato la catena nel 2001. Perché? Secondo i proprietari il vecchio marchio non funziona più, va archiviato: le conversioni già testate nei punti vendita del Nordest dimostrano che i clienti preferiscono il nome estero. Ma con l’insegna se ne vanno ottant’anni di storia del Paese e, soprattutto, vengono consegnate ai soli ricordi le storie di tanti italiani che alla Standa hanno accompagnato i genitori a fare la spesa e hanno «preteso» i primi giocattoli, hanno visto i film girati in quei magazzini e hanno tentato la fortuna con i concorsi organizzati in tv da Rai e Fininvest.

Già, era così tanto un pezzo d’Italia che la Standa fin dagli anni Sessanta è stata scelta anche per «ciak» rimasti famosi. In «Nessuno mi può giudicare » (1966) Caterina Caselli e Gino Bramieri recitano per buona parte del film nei magazzini romani di via Cola di Rienzo. Gli stessi nei quali, 25 anni dopo, Renato Pozzetto e Paolo Villaggio girano una parte di «Le Comiche 2». Mentre in uno dei più grandi supermercati del gruppo a Milano, in piazza Cordusio dove oggi c’è Decathlon, nell’83 Renato Pozzetto e Ornella Muti ambientano una «pezzo» di «Un povero ricco». E che dire dei concorsi tv? Negli anni Ottanta il programma del sabato sera, «Fantastico», aumenta l’audience grazie anche al gioco in cui una famiglia italiana vince mezz’ora di tempo per fare la spesa gratis: la location è di solito la Standa di via Dante a Cagliari.

E nel ’90, quando la Standa è di Silvio Berlusconi e lo slogan è appunto «la casa degli italiani », il programma Fininvest «Ok Il prezzo è giusto!» ha per sponsor i magazzini con il concorso «Isola felice Standa». La scomparsa del marchio è comunque l’ultimo capitolo di una storia lunga e travagliata. La Standa viene fondata nel 1931 dall’ex direttore di Upim, Franco Monzino, con il fratello Italo (lo stesso che ha poi costituito il Centro cardiologico) e la sorella Ginia. Il capitale iniziale è di 50mila lire.

Il nome è per la verità diverso, Magazzini Standard, ma cambia in Standa (acronimo di Società tutti articoli nazionali dell’abbigliamento) nel ’38 quando Mussolini impone di italianizzare le scritte straniere. Il gruppo cresce dal dopoguerra in poi con la formula del self service. Nel 1966 passa alla Montedison che raddoppia le filiali utilizzando vecchi teatri o locali dismessi. Pochi anni dopo il «corsaro » Raul Gardini la cede alla Fininvest che la rilancia appunto come «la casa degli italiani», lo slogan rimasto in assoluto il più famoso: i successivi «Il valore dei soldi » e «Un mondo che vale» restano più nei portafogli che nell’anima degli italiani.

In questa fase la Standa acquista dai Franchini i Supermercati brianzoli, apre in joint venture i punti vendita Blockbuster, si allea a Giochi Preziosi e inaugura un magazzino anche a Budapest. La svolta si profila negli anni ’90 quando i conti cominciano a segnare rosso e Berlusconi la cede di nuovo divisa in due: la parte tessile a Coin e l’alimentare agli stessi Franchini. Nel 2001 arrivano i tedeschi di Rewe (45 miliardi di fatturato, di cui 2,2 in Italia) che trovano i conti ancora in rosso e avviano un drastico piano di ristrutturazione. Inizialmente promettono di lasciare la vecchia insegna ma l’amministratore delegato Gottard Klingan capisce che l'altro brand di famiglia, Billa, funziona meglio, il piano cambia. Si comincia a sostituire i cartelli delle filiali. Prima in sordina, finché la casa madre annuncia il completo «rebranding». Dice Klingan: «Ripartiamo con il marchio utilizzato a livello internazionale per i supermercati. Standa è troppo "tessile"».


Sergio Bocconi

Roberta Scagliarini
04 febbraio 2010





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Incatena il figlio per andare a lavorare

Corriere della Sera

Il padre: lo facciamo per la sua sicurezza, un mese fa sparita l'altra nostra figlia.
Le autorità non gli credono




MILANO - L’immagine è di quelle choc: un bimbo infagottato in un giaccone colorato, che regge la catena con cui il padre lo ha legato ad un lampione, mentre un lucchetto gli blocca la caviglia per impedire che si muova. Per noi occidentali, un esempio di crudeltà infinita. Ma per molti cinesi senza uno stipendio fisso e costretti a sbarcare il lunario facendo i lavori più umili e malpagati, questo è il solo modo che hanno per tenere d’occhio i propri figli ed evitare così che vengano portati via per essere magari venduti da gente senza scrupoli.

SPARITA LA SORELLINA - Ecco perché il signor Chen Chianliu è stato costretto a ricorrere ad una simile barbarie per assicurarsi che il piccolo Lao Lu non se ne andasse in giro per conto suo mentre lui scorrazzava i clienti con il suo risciò abusivo per le strade di Pechino e la moglie disabile raccoglieva i rifiuti. Insomma, i due genitori lo avrebbero fatto per la sicurezza del bimbo, dopo che il mese scorso si sono visti sparire da sotto il naso la figlioletta Ling, di 4 anni appena, portata via da chissà chi in un attimo di distrazione. Ma la spiegazione non ha convinto le autorità che, avvertite da alcuni passanti che si sono ritrovati davanti il povero Lao Lu in catene all’esterno dell'Huaguan Shopping Mail di Liangxiang, hanno ordinato a papà Chen di liberarlo immediatamente, anche se ora nessuno sa quale fine potrà fare il piccolo Lao Lu. All’asilo, infatti, il bimbo non può andare, perché il 42enne genitore arriva dalla provincia di Szechuan e, pertanto, non può usufruire degli aiuti statali, come dimostra anche il fatto che la famiglia viva in una stanza di neanche 3 metri per 2 e mezzo. Tantomeno, il signor Chianliu può permettersi una babysitter, visto che guadagna 5 euro al giorno con il suo lavoro saltuario .

IL RISCHIO DI NUOVI LUCCHETTI - «Mia moglie non può prendersi cura del bambino – ha detto l’uomo alla stampa locale – e io devo lavorare per mantenere la famiglia, così non posso fare altro che legare Lao Lu al palo con una catena quando devo fare una corsa con il risciò. Dopo aver già perso una figlia, di cui non ho neanche una foto da usare come volantino per le persone scomparse, non posso rischiare di perdere anche mio figlio e ho pure rinunciato ad un sacco di soldi pur di non darlo in adozione». Ma se non verrà trovata una diversa soluzione, il piccolo Lao Lu, che in un’altra foto è ritratto sorridente fra le braccia del padre, potrebbe ritrovarsi presto con un nuovo lucchetto ai piedi, sempre per il suo bene.

Simona Marchetti
04 febbraio 2010





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Energia dalla Terra: la sfida del Vesuvio

Avvenire



Ad aprile le trivelle entreranno in a­zione cominciando a perforare il ter­reno nella zona attorno all’ex area in­dustriale di Bagnoli. Obiettivo: realizzare un pozzo-pilota che raggiungerà una profondità di 500 metri. A partire dal febbraio del pros­simo anno, sulla base delle esperienze e del­la verifiche rese possibili da questo primo im­pianto esplorativo, la perforazione entrerà nel vivo: dal pozzo- pilota le sonde lavore­ranno con una pendenza di circa 25 gradi ri­spetto alla verticale, percorreranno almeno 1.500 metri fino a raggiungere il centro della caldera flegrea sotto il mare di Pozzuoli e toc­cheranno una profondità massima di 4mila metri, nel cuore di una struttura geologica instabile dove le temperature sono compre­se tra i 500 e i 600 gradi centigradi.

Gli occhi dei vulcanologi di tutto il mondo saranno puntati sull’area napoletana e su una cam­pagna di ricerche mirata alla individuazione delle possibilità di mitigazione dei rischi vul­canici e allo studio dell’utilizzo a fini ener­getici del calore endogeno della Terra. Due obiettivi che da soli dicono come il gioco val­ga la candela. 


È dunque ai blocchi di partenza il Progetto Cfddp ( Campi Flegrei Deep Drilling Project) al quale aderiscono il Consorzio internazio­nale per le perforazioni crostali profonde (Icdp, International Continental Drilling Pro­gram), istituti di ricerca di una decina di Pae­si, il nostro Cnr, alcune università italiane, la Regione Campania. Il progetto comporterà un investimento valutato tra i 12 e i 15 milioni di dollari solo per le operazioni di perfora­zione, ma le sue ricadute si prevedono di e­norme impatto per la vulcanologia e per lo studio del sistema geotermale non soltanto flegreo. «

Sarà - sottolineano alla Sezione di Napoli dell’Istituto nazionale di geofisica e vulca­nologia – un esperimento unico al mondo per le difficoltà connese alla trivellazione in presenza di altissime temperature, soltanto in Islanda infatti si stanno pianificando ope­razioni in condizioni termiche similari». Sarà soprattutto – questo va messo in evidenza – un progetto a guida italiana, coordinato dal professor Giuseppe De Natale, con la colla­borazione della dottoressa Claudia Troise, en­trambi dell’Osservatorio vesuviano dell’Ingv. 


Grazie all’installazione nel pozzo di 4mila metri di sistemi in fibre ottiche per il moni­toraggio continuo della temperatura e della deformazione delle rocce, oltre ad apparati di prelievo di acqua e gas per l’analisi delle va­riazioni geochimiche dei fluidi, la comunità scientifica internazionale ritiene di poter in­dividuare la profondità alla quale è localiz­zato il magma ( si ipotizza a circa 7,5 chilo­metri sono il livello del mare) e di ottenere informazioni di enorme importanza vulca­nologica non solo per la caldera flegrea ma anche per comprendere il funzionamento delle altre aree affini nel mondo, fare luce sul fenomeno del bradisismo, individuare gli e­venti premonitori di una eruzione, studiare le ragioni per le quali le rocce in certe circo­stanze cedono plasticamente senza romper­si.

Le caldere, e quella dei Campi Flegrei ne è un tipico esempio, costituiscono le zone vulca­niche potenzialmente più esplosive della Ter­ra, suscettibili di generare eruzioni di massi­ma energia («eruzioni ignimbritiche», le chia­mano i tecnici, e sono le stesse che poi for­mano le depressioni calderiche) in grado di provocare catastrofi globali. Eventi statisticamente rarissimi, certo, ma dalle conseguenze più pesanti di quelle in­dotte dall’eruzione di un vulcano attivo, pa­ragonabili all’impatto di un meteorite di gros­se dimensioni sulla superficie del Pianeta. 


La comprensione dei meccanismi di genesi di queste super- eruzioni è un passaggio chiave nell’approfondimento delle tematiche con­nesse alla difesa dai disastri naturali. Questo vale a mag­gior ragione per un’area e­stremamente popolata co­me quella napoletana, al cui interno anche eruzioni di modeste entità compor­terebbero rischi rilevantis­simi.

Il Progetto Cfddp aprirà in­fine interessanti prospetti­ve di natura pratica, darà preziose informazioni sul­la possibilità di sfruttamen­to geotermico dell’area, si­curamente una delle più « calde » del mondo. I fluidi a temperatura supercritica ( 500- 600 gradi centigradi) delle maggiori profondità potrebbero fornire energia termica con rendimenti di gran lunga superiori a quel­li ricavabili delle attuali me­todologie di sfruttamento della geotermia, consen­tendo a parità di flusso po­tenze di un ordine di gran­dezza superiore. La tecno­logia a fluidi supercritici è ancora nella fase della spe­rimentazioni iniziale, ma le ricerche da qualche anno condotte in Islanda sono di grande interesse.
Antonio Giorgi




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In stato vegetativo, ma può parlare Miracolo scientifico a Londra

La Stampa

Un 29enne dice "sì" o "no" usando soltanto la mente
Studio sul "New England Journal of Medecine"
LONDRA

Un uomo considerato in stato vegetativo da cinque anni è riuscito a comunicare e a rispondere «si» e «no» usando unicamente la sua mente. La straordinaria novità arriva da un gruppo di scienziati britannici e belgi, il cui studio -pubblicato sul «New England Journal of Medecine» - potrebbe modificare il modo in cui vengono considerati e curati i pazienti in coma.

Nel 2003 un giovane, oggi 29enne, sopravvisse a un incidente stradale riportando gravi danni cerebrali. Il giovane non può muoversi né parlare, per cui è considerato in stato vegetativo. Ma poiché i medici avevano accertato segni di coscienza, hanno deciso di applicare un scanner di ultima generazione al suo cervello mentre gli rivolgevano domande-base del tipo: «Tuo padre si chiama Thomas?». I risultati hanno mostrato che, nel suo cervello, si attivavano le stesse aree cerebrali che si mettono in moto in una persona sana.

«Siamo rimasti attoniti quando abbiamo visto il risultato dello scanner e che era in grado rispondere correttamente alle domande semplicemente cambiamento i suoi pensieri, che noi successivamente decodificavamo», ha spiegato Adrian Owen, professore di neurologia all’università di Cambridge e che ha guidato il team di scienziati. In tre anni, sono stati presi in esame 23 pazienti considerati in coma; e la nuova tecnica ha individuato segni di coscienza in quattro di loro. «Siamo stati in grado di chiedere a pazienti che erano coscienti, ma non riuscivano a parlare o muoversi, se sentivano dolore», ha spiegato la neuropsicologa Audrey Vanhaudenhuyse, «in modo che i medici potessero immediatamente somministrare loro antidolorifici». I ricercatori tengono a far notare che non tutti i pazienti in stato vegetativo hanno un’attività cerebrale, ma adesso contano di continuare le ricerche e di condurre altri test proprio sui pazienti che non hanno reazioni.



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Quell’amicizia scomoda con il «boss» bulgaro

di Gian Marco Chiocci

Dice l’ex pm di Montenero di Bisaccia: «non sapevo» che Bruno Contrada fosse il numero tre del Sisde, ma solo un questore. Dice ancora: pur avendo rapporti con la Procura di Palermo nel dicembre del '92 «non sapevo» che Contrada fosse indagato e stava per essere arrestato per mafia. Dice di più: quella era solo una cena, non c'era niente di segreto, «non sapevo» che insieme ai carabinieri a tavola ci fossero anche i servizi segreti.

Dice infine: «non sapevo» che qualcuno avesse scattato dodici foto. Ammesso che gli si possa credere, ci piacerebbe dicesse finalmente qualcosa sui suoi rapporti con il bulgaro Iliya Pavlov. Ai lettori del Giornale questo nome dirà poco o niente, ma ai servizi segreti di mezzo mondo e alle polizie dell’altro mezzo quel nome fa venire i brividi: perché il miliardario Iliya Pavlov era sospettato, sia pur senza aver mai subito una condanna, di essere la faccia imprenditoriale della mafia bulgara. Parliamo al passato perché l’«Al Capone dei Balcani» - come l’ha definito il quotidiano Trud -, presidente del colosso MG Corporation (49 società impegnate nell’estrazione mineraria, turismo, energia, alimentare), venne ucciso a Sofia da un killer il 7 marzo 2003.

L’OSCURO BUSINESS DELL’«AL CAPONE DEI BALCANI»

Per risalire ai rapporti fra i due (Di Pietro e Pavlov), o meglio agli interessi bulgari di Tonino, occorre partire da un dato di fatto documentato che lo stesso Di Pietro, non potendolo smentire, ha minimizzato: il suo investimento nella società immobiliare di diritto bulgaro «Suko Srl» in quel di Varna, sul Mar Nero, uffici in via Graf Ignatiev 175, in società con quel Tristano Testa presente nel cda della BreBeMi (l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano) di cui si è ampiamente scritto a proposito delle polemiche/scandalo su costi e convenzioni per 62 chilometri d'asfalto e sul presunto conflitto d’interessi dell’allora ministro dei Lavori pubblici,

Di Pietro. Richiesto di un chiarimento a margine delle rivelazioni su un patrimonio immobiliare che valicava i confini nazionali, il politico molisano ha ammesso d’aver effettivamente investito a Varna, città cara a Pavlov e alla moglie, oggi vedova, Dorina, presidente della squadra di calcio locale «Cherno More», nota ai cultori del gossip per esser stata immortalata in Sardegna dal fotografo Zappadu. «La mia lontana e cessata partecipazione in una società di impresa agricola - urlò l’ex pm a novembre 2007 - è stata da me regolarmente denunciata nelle dichiarazioni pubbliche in Parlamento. Rivendico il diritto di svolgere tale attività giacché iscritto all’albo degli agricoltori in quanto ho ricevuto in eredità da mio padre i relativi terreni e attrezzature».

GLI INVESTIMENTI SUL MAR NERO E IL CONTADINO DI MONTENERO

Cosa c’entri il suo essere profondamente contadino con l’investimento in Bulgaria, sfugge. La prima visita di Tonino nel Paese dell’Est può essere collocata nella primavera del 2002 «in missione per conto del Parlamento europeo», di cui era diventato membro. «Una missione - ha rivelato il 27 novembre 2007 Panorama - organizzata da un gruppo operativo dell'Idv di Cremona, denominato Gemme d'Italia». Il fine?

Ottenere l’apertura di due sedi dell’associazione «Amo», affiliata appunto a Gemme d’Italia, per le adozioni. Una sede doveva essere a Sofia, e una, giust’appunto, a Varna, dove Di Pietro entrerà nella Suko Srl e dove le cronache riferiscono esistesse un punto d’appoggio di questo Pavlov alle cui dipendenze - secondo i report dell’intelligence americana - erano esponenti dei servizi segreti (come Dimieter Ivanov, capo di sei dipartimenti dei Servizi comunisti), alti funzionari del Partito comunista, massoni e personaggi dai soprannomi terrificanti come il Teschio, il Dottore, il Becco e Dimi il Russo che presenziarono ai suoi affollati funerali. Alle esequie, però - secondo l’approfondito reportage di Misha Glenny dal titolo «Mc Mafia, il nuovo crimine organizzato globale» - non partecipò l’ambasciatore americano in Bulgaria, Jim Pardew.

L’ALTOLÀ DEGLI AMBASCIATORI USA ALLA RICHIESTA DI CITTADINANZA

«L’ambasciata - scrive Glenny - aveva eseguito urgenti indagini una settimana prima, il 7 marzo, quando alle otto meno un quarto di sera, un unico proiettile sparato da un cecchino aveva abbattuto Iliya Pavlov mentre chiacchierava al telefono fuori della sede centrale della sua mega società, la Multigroup». Pavlov era da anni nel mirino della Cia, l’Fbi si era a lungo occupata di lui.

Gli americani avevano storto il naso di fronte alla sua aspirazione di ottenere la cittadinanza statunitense e «ben due ambasciatori a Sofia, uno dopo l'altro, l’avevano energicamente avversata». Nel 1998 l’ambasciata Usa in Bulgaria collezionò un dossier su Pavlov, e in merito alle sue richieste per il rilascio di un passaporto specificava come «non fosse adeguato aderire essendo le imprese da lui controllate sospettate di riciclaggio, furti e omicidi».

Le indagini sul suo assassinio hanno preso strade senza uscita: dal regolamento di conti per il controllo dei traffici illeciti all’indebitamento di Pavlov per il fallimento degli affari sull’energia. Il capo della polizia arrivò a ipotizzare una pista che portava in Serbia, anche alla morte del premier Dijndijc.

GLI INCONTRI UFFICIALI FILMATI DALLA TV DI SOFIA

Sia come sia, per motivi imperscrutabili, il celebre pm Di Pietro e il temuto imprenditore Pavlov iniziarono a frequentarsi. Non sappiamo se per interesse del secondo - come sostengono alcune fonti contattate dal Giornale in Bulgaria - «al solo fine di rifarsi un’immagine continuamente macchiata dai sospetti» di collusioni con la malavita locale, in particolare con l’omonimo Pavlov, Filip Naidenov, detto Fatik junior, trafficante d’armi e droga crivellato di proiettili nel centro di Sofia.

Il senatore Sergio De Gregorio, che di Di Pietro fu alleato per un breve periodo e che in Bulgaria ci andava spesso pure lui con la sua «Associazione italiani nel mondo» per interscambi culturali con il circolo La Strada, è stato testimone diretto degli incontri fra Di Pietro e Pavlov. Il 18 gennaio l’ha ricordato così a Tonino: «Rammento perfettamente che almeno in una occasione Di Pietro andò in Bulgaria come consulente per riscrivere una parte del codice, allora era eurodeputato, e si accompagnava a questo Pavlov, un noto imprenditore mafioso ucciso poi con un colpo in fronte. Mi invitò anche a cena con lui una volta...».

Nel suo blog (www.sergiodegregorio.com) ha aggiunto ulteriori particolari su quel rapporto, non ultima l'esistenza di foto e filmati (in suo possesso?) che ritrarrebbero i due in diverse occasioni, ufficiali e non. «Credo fermamente che, per dimostrare di che razza di personaggio sia Di Pietro, dovrò occuparmi, a breve, considerate le sistematiche provocazioni, delle sue relazioni in Bulgaria, con il defunto mafioso Iliya Pavlov, una sorta di Provenzano dell’Est, che girava a braccetto con Di Pietro e accettava di incontrare gli imprenditori a lui collegati.

Il nome di Iliya Pavlov - insiste il senatore - compare nei libri di storia sulla mafia transnazionale e credo che il Pdl abbia il dovere di approfondire la frequentazione pericolosa di Di Pietro e stabilire se Pavlov finanziò o meno le sue attività politiche. Ciò che è certo è che le televisioni bulgare conservano decine di filmati nei quali Pavlov si accompagna a Di Pietro anche in occasioni ufficiali. Pavlov non potrà testimoniare: un cecchino di una cosca rivale gli ha tolto la vita con un colpo alla tempia proprio nel momento in cui il suo impero del male cominciava a espandersi anche in Italia, dove Di Pietro convocava imprenditori alla sua corte per favorirne i rapporti nel nostro Paese».

«IO LO DISSI A TONINO: STAI ATTENTO AL BULGARO...»

Se Pavlov non può testimoniare, altre persone presenti sì. De Gregorio cita episodi specifici. Un incontro a Roma, a via Veneto. «Fui personalmente testimone di una riunione all'Hotel Excelsior di Roma, presieduta proprio dal fondatore di Idv». Di che si trattò? «Eravamo sei-otto persone - dice De Gregorio al Giornale - in una saletta dell’hotel non distante dal ristorante. Noi di qua, e Pavlov con i suoi uomini di là intorno a un tavolo a ferro di cavallo. C’era il direttore commerciale e il responsabile delle imprese di Pavlov, uno dei due era americano».

Per «noi» chi intende? «Io, Di Pietro, alcuni imprenditori come Angelo Tramontano, oppure un tale di Bergamo amico suo che evito di nominare ma che Di Pietro sa bene chi sia, e altri, tutti interessati a investire a Sofia e dintorni. Io lo dicevo a Di Pietro di stare attento, che in Bulgaria giravano voci terrificanti su Pavlov, che non era il caso di farsi vedere troppo in giro con simile personaggio. Addirittura l’interprete, dopo la cena, ci mise in guardia su Pavlov». E lui, Tonino, che rispose? «Diceva che dovevo stare tranquillo perché Pavlov, con quelle voci, non c’azzeccava niente». Il cecchino ci ha azzeccato, però.


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Manette all’interprete arabo della procura

Il Secolo xix

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso matrimoni combinati, contratti di lavoro fasulli e certificati medici che attestavano gravidanze inesistenti. Un servizio completo, con tanto di listino prezzi: mai inferiori ai quattromila euro. A finire in carcere è stato un tunisino di 44 anni, Mohamed Feki Ben Ammar. Una vecchia conoscenza delle forze di polizia. Feki, infatti, da anni svolge, su incarico dell’autorità giudiziaria, la funzione di interprete assumendo il ruolo di ausiliario di polizia giudiziaria. Indagato anche un poliziotto

 

Un capo d’imputazione lungo quattro pagine. Dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, alla sostituzione di persona, al falso ideologico, al millantato credito. Il tutto - secondo l’accusa - finalizzato alla regolarizzazione di decine di clandestini nordafricani attraverso matrimoni combinati, contratti di lavoro fasulli e certificati medici che attestavano gravidanze inesistenti. Un servizio completo, con tanto di listino prezzi: mai inferiori ai quattromila euro.

A finire in carcere, su richiesta della procura di Sanremo, è stato un tunisino di 44 anni, Mohamed Feki Ben Ammar. Una vecchia conoscenza delle forze di polizia, purtroppo nel senso più stretto del termine. Feki, infatti, da anni svolge, su incarico dell’autorità giudiziaria, la funzione di interprete assumendo il ruolo di ausiliario di polizia giudiziaria. Traduce in aula gli interrogatori degli imputati nordafricani e, soprattutto, ascolta e trascrive in italiano i nastri delle intercettazioni telefoniche.

Un compito molto delicato, che nel corso degli anni ha consentito all’insospettabile tunisino di entrare in possesso di notizie riservate e coperte da segreto istruttorio che, evidentemente, avrebbe utilizzato per creare una estesa rete di complicità volta a favorire l’immigrazione clandestina, traendone consistenti vantaggi economici. Complicità cui - ritengono gli inquirenti della squadra mobile - non sarebbe estraneo un loro collega. Si tratta di un poliziotto del commissariato di Sanremo: non un giovane e inesperto agente di pattuglia, ma un investigatore con oltre trent’anni di servizio, protagonista di inchieste di grande rilievo, soprattutto sul fronte dello spaccio e del traffico di droga, con il sequestro di decine di chili di stupefacenti.

Il suo nome figura nel primo capo d’imputazione, quello di favoreggiamento personale. In concorso con il tunisino, il poliziotto avrebbe fornito informazioni su imminenti controlli del commissariato finalizzati all’espulsione di tre nordafricani, consentendo loro di sottrarsi ai provvedimenti della questura.

Ma il procedimento a carico di Mohamed Feki vede il coinvolgimento di altre cinque persone, tra le quali il responsabile del patronato Acli di Sanremo, Marco Rapetti, che si sarebbe adoperato per fornire permessi di soggiorno sulla base di false attestazioni. Risultato indagati anche tre sanremesi, Simone Gelati, Giuseppina Massaro ed Eleonora Covalea. E un commerciante di Bordighera, Andrea Pratticò, titolare di una ditta denominata “Quadrifoglio”.

Sembra di capire, però, che l’ordinanza cautelare eseguita ieri mattina dalla “mobile” sarebbe solo il prologo di un’inchiesta molto più articolata e complessa, destinata a fare luce su aspetti ancora più gravi sotto il profilo penale. Stando ad alcune indiscrezioni, la squadra mobile - coordinata dal pm Antonella Politi - avrebbe raccolto elementi indiziari anche in ordine a indagini antidroga condotte con l’ausilio dello stesso interprete. Si parla di un “do ut des” destinato ad aprire scenari inquietanti.



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Regionali, figli e politica: tanti prima di Bossi jr

di Marco Zucchetti

Sui siti internet la rivolta contro Renzo: tutti indignati perché il Senatùr ha candidato il rampollo alle Regionali.

Pluribocciato e senza esperienza, è un bersaglio facile.

Ma dai Craxi a D’Alema, da Segni a Cossiga, in Italia il nepotismo è bipartisan e va avanti da sessant’anni


Roma - Inseguire un pescespada per il mar dei Caraibi come il vecchio pescatore di Hemingway è complicato. Meglio accanirsi sulla Trota che si rigira spaesata nel lavabo. Ed è questo che mezza Italia sta facendo con Renzo Bossi, il figlio 21enne del Senatur candidato dalla Lega a Brescia. Cento gruppi su Facebook lo insultano, la coscienza civile si ribella per la discesa in politica di un pluribocciato alla maturità, il Paese riscopre la sua dignità e la sua purezza meritocratica. Che non essendo mai stata utilizzata in sessant’anni, sa ancora di naftalina ma è come nuova.

Vi piace pescare facile, eh? Infiocinare Renzo Bossi, uno che pure il padre sacramenta di mazzate, è l’unica battaglia talmente ovvia da poter unire l’Italia dei conformisti radical chic. Peccato che l’indignazione, oltre che sovraproporzionata rispetto al personaggio, sia pure tardiva e ipocrita. Perché la crociata contro i figli di papà in politica è in ritardo di una dozzina di lustri, dato che questa Repubblica - più che sul lavoro - è fondata sul nepotismo. Che a volte dà buoni frutti, altre no. Ma che suscita sdegno solo per partito preso.

Si va da Giorgio La Malfa, figlio del fondatore del Pri Ugo, a Mariotto Segni, carne della carne dell’ex capo dello Stato Antonio. Politici che hanno attraversato tutta la prima Repubblica, navigando a vista tra partiti, referendum, «elefantini» e foglie d’edera. Non risulta che nessuno si sia mai strappato le vesti per la loro entrata nell’agone civile. Al massimo, la gente ha smesso di votarli. Così come nessuno ha mai urlato allo scandalo per il testimone di Bettino passato nelle quattro mani di Bobo e Stefania o se il padre di Dario Franceschini, Giorgio, era deputato dc.

Serviva lui, Renzo, per togliere le fette di salame dagli occhi della sinistra illuminata. Serviva l’ittico erede di leader leghista per capire che «si è sempre figli di qualcuno». Un «figlio di» in America è diventato pure presidente, figuriamoci da noi, dove un cognome significativo può farti saltare pure le code alla posta. Eppure no, prima della Trota tutti a bocca aperta come «buddaci», quei pescetti dello Stretto tanto fessi da ingurgitare tutto, ami inclusi. Tutti lì a pensare che se uno era nell’empireo dei politici, doveva per forza splendere di luce propria. Nessuno che si chiedesse se Massimo D’Alema fosse solo omonimo del padre Giuseppe (senatore Pci), se Maura e Dario Cossutta non fossero discendenti di tovarish Armando.

Non sono le colpe dei padri a ricadere sui figli, ma le cariche e le tessere. E di certo da prima che Umberto Bossi concedesse a suo figlio di entrare in lista. In lista, non nel listino bloccato. Il che fa differenza, perché se l’elettore considera più «pesante» la sua impreparazione rispetto al suo cognome, col cavolo che la Trota viene eletta: fa la figura del pirla e resta a casa. Eletti, invece, sono stati a vario titolo la parlamentare pd Daniela Cardinale, erede dell’ex ministro Salvatore che ritirò la sua candidatura con la promessa di un posto per la figlia; Enrico La Loggia, ex ministro forzista e figlio di Giuseppe, già presidente democristiano della Regione Sicilia; Giovanni Russo Spena, comunista nato da Raffaello, senatore dc. E ancora il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (suo padre Ferdinando fu fondatore della Dc di Imperia), Giuseppe Cossiga, deputato del Pdl, sottosegretario alla Difesa e figlio del presidente emerito e picconatore Francesco.

Malcostume o genetica predisposizione alla politica, cambia poco. I figli seguono le orme dei padri da decenni nella completa accondiscendenza di chi li vota. Rosa Russo Iervolino è figlia di Angelo - ministro con De Gasperi - e di Maria De Unterrichter - parlamentare dc; la senatrice pd Franca Chiaromonte ha imparato i segreti della sinistra dal padre Gerardo, parlamentare comunista; l’ex udeur Pino Pisicchio è stato cresciuto a politica e orecchiette da papà Natale, parlamentare in cinque legislature. Si cresce in un ambiente e spesso è più comodo non uscirne mai. Specie se i genitori che «tengono famiglia» rendono la culla più confortevole.

Comunque i rigurgiti di orgoglio sono sempre ben accetti, anche parziali. Salutiamo con gioia questo «niet» contro i figli di papà. Un «niet» a posteriori, dopo i vari figli di Fanfani, Moroni e Misasi infilati nelle liste. D’altronde neppure la candidatura alla Provincia di Campobasso di Cristiano Di Pietro, figlio di tanto ingombrante e immacolato padre, aveva mosso le coscienze come ha fatto Renzo Bossi. Lui, nordico bambascione dalle magliette volgarotte, ha unito i sepolcri imbiancati e gettato le basi per un Paese responsabile ma tanto fariseo da suscitare perfino la difesa di papà Umberto: «Ha voglia di fare politica, è attivo nel Bresciano e sta studiando, che problema c’è?».

Ma il Paese ha mostrato il pollice verso ed è pronto a togliere i diritti politici ai figli di parlamentari. Sarebbe un bel disegno di legge da Direttorio per un’Italia più rigorosa. Così se ne riparlerebbe tra due generazioni e si passerebbe dai «figli di» ai «nipoti di». E il nepotismo sarebbe finalmente fondato anche dal punto di vista lessicale.





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Il caso Boffo e le nuove tensioni «Tutta la Chiesa sotto attacco»

Corriere della Sera

Gli amici dell'ex direttore di «Avvenire»: distorsioni spaventose



CITTÀ DEL VATICANO - Nella Segreteria di Stato vaticana, in questi giorni, fa mostra di sé una Bibbia aperta sul primo libro della Sapienza, «i ragionamenti tortuosi allontanano da Dio; l’onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti».

Sono tempi difficili, il pranzo tra l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo e Vittorio Feltri — il direttore del Giornale che l’aveva attaccato e costretto alle dimissioni —, ha rianimato voci di complotti, retroscena e accuse che nella ricostruzione dell’incontro fatta sul Foglio di Giuliano Ferrara sono arrivate a indicare un «mandante istituzionale» nella Santa Sede: con tanto di riferimenti al direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, che avrebbe «avvalorato» telefonando a Feltri il documento falso contro Boffo, e soprattutto al suo «diretto superiore», e cioè il Segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Proprio ieri, con una dichiarazione all’Ansa, è stato lo stesso Feltri a dirsi «stupito e incredulo » per il «chiasso» che si è scatenato su fonte e mandanti del «dossier» falso recapitato al quotidiano. Il direttore del Giornale, che il 30 gennaio aveva parlato al Foglio di un informatore di cui «ci si doveva fidare direi istituzionalmente », ora dice che la notizia «mi è stata consegnata da una persona affidabile del mondo cattolico, della Chiesa». Quanto ai nomi che si sono scritti, Feltri smentisce: «Si sbizzarriscano pure, ma io non ho fatto né il nome di Bertone né di Vian: non li conosco nemmeno perché, grazie a Dio, sono ateo».

E ancora: «In queste vicende c’è sempre un mandante, ma io so solo chi mi ha dato l’informazione, peraltro poi verificata dalla nostra redazione di Roma». Il direttore del Giornale dice quindi di sapere solo chi gli ha fornito il dossier. E che nel pranzo, in un ristorante a Milano («perché avremmo dovuto vederci in modo carbonaro?»), non se ne è parlato: «Nella conversazione, Boffo non mi ha chiesto quale fosse la mia fonte perché ovviamente la sapeva già e la conosceva molto meglio di me». Il pranzo, aggiunge Feltri, «è stato un incontro tra persone civili che avevano desiderio di conoscersi dopo tutto quello che è successo». Parole calibrate, attente da una parte a non creare problemi Oltretevere e dall’altra a non turbare l’equilibrio raggiunto con Boffo.

Anche se il direttore del Giornale, che già aveva riconosciuto la falsità della «velina» che diffamava Boffo, insiste sul processo di cui aveva scritto il suo quotidiano: «È sorprendente tutta questa attenzione sulla fonte della notizia e non sulla notizia stessa. Non si dibatte sulle molestie che sono documentate nella sentenza del tribunale di Terni, ma si fanno ipotesi sull’informatore». In Vaticano, del resto, non si è voluto replicare alle accuse «false e inverosimili». In segreteria di Stato la linea è di andare avanti senza dare peso «ad illazioni da compatire».

Il cardinale Bertone ha incontrato Benedetto XVI, «come d’abitudine », ed è «ovvio che il Papa sia al corrente di tutta la vicenda », fanno sapere Oltretevere. C’era chi aveva valutato la possibilità di presentare querela, ma non se ne è fatto niente: «Sono tutte invenzioni una sull’altra, come un castello di carte: aggiungi carta su carta e arriva il momento che cade da sé, non c’è neppure bisogno di soffiare».

Eppure c’è disagio per l’«attacco alla Chiesa» e l’immagine che ne esce. I veleni ancora in circolo, il contrasto tra «ruiniani » e «bertoniani», mostrano come le divisioni nella stessa Chiesa non si siano sopite. E il disagio è comune, almeno ai livelli alti. Come in Vaticano, pure ai vertici della Cei si preferisce tenersi lontani da tutto questo. E la stessa preoccupazione si avverte anche nelle persone vicine all’ex direttore di Avvenire: «È spaventosa questa distorsione di immagine della Chiesa: esattamente quello che Boffo non vuole, che ha cercato di evitare con le sue dimissioni e con tutta la sua vita professionale».

Gian Guido Vecchi
04 febbraio 2010






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