sabato 6 febbraio 2010

Crisi, il Quirinale tira la cinghia: risparmia 3 milioni ma salva i corazzieri

Quotidianonet


La richiesta di dotazione a carico del bilancio dello Stato è pari a 228 milioni di euro ma si comincia a sentire il peso delle riduzioni del personale negli altri anni, quindi i militari non sono stati tagliati


Roma, 6 febbraio 2010 - Il Quirinale continua a tirare la cinghia. Le spese in termini reali diminuiscono, e non di poco, ma si comincia a sentire il peso delle riduzioni del personale negli altri anni. Ragione per cui intanto, quest’anno, gli effettivi dei corazzieri non sono stati tagliati.

"In termini di riduzione della spesa sono stati adempiuti tutti i più significativi impegni assunti all’inizio del settennato",  recita la nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2010 pubblicata stamane sul sito del Quirinale, e per quanto riguarda il personale è stato ridotto rispetto al 31 dicembre 2006 di 302 unità".

Solo che "già ora iniziano a manifestarsi sofferenze in alcuni comparti, anche per i nuovi compiti affidati dalla riforma alla struttura del segretariato generale -  Continua la nota - per colmare tali carenze si procederà nel 2010 ad un’attenta verifica dei fabbisogni, che verranno coperti attraverso un limitato e mirato programma di concorsi pubblici, nel pieno rispetto dell’articolo 97 della Costituzione".

Nel frattempo, se 21 elementi del personale militare non sono stati rimpiazzati lo scorso anno, "tali riduzioni nel 2009 non hanno interessato il reggimento dei corazzieri, la cui composizione è rimasta stabile".

Al di là del personale,  sono state ridotte le spese ridotte per oltre tre milioni di euro. Un risultato che conferma il trend avviato da qualche anno. La richiesta di dotazione a carico del bilancio dello Stato è pari a 228 milioni di euro: per la prima volta si riduce di 3.217.000 euro la dotazione rispetto a quella dell’anno precedente, un risultato che “va ben al di là dell’impegno assunto in sede di predisposizione del bilancio pluriennale dello Stato per il 2009-2011”.




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Pass falsi a Cortina, Cucuzza: «Non sono io». Giallo sui vip imbroglioni

Corriere del Veneto

Il presentatore tv smentisce l'Espresso: «Mai falsificato documenti per entrare nel centro storico»


BELLUNO — «Tutto falso». Michele Cucuzza smentisce l’Espresso e chiede la rettifica. «Nessun processo a Belluno e nessuna "multa salata" a Cortina d’Ampezzo. Mai falsificato pass per entrare in centro». Il conduttore della «Vita in diretta» e di «Unomattina» respinge con sdegno l’articolo del settimanale che lo piazzava nella lista dei vip «cattivi sulle Dolomiti», quelli cioè che hanno fatto i furbi con la viabilità ampezzana e che sono stati beccati in flagrante. L’accusa è di aver utilizzato un documento falsificato e intestato a terzi per scorrazzare liberamente nel centro storico. «Cado dalle nuvole— afferma Cucuzza —. Confido nella disponibilità dei colleghi per rettificare quanto erroneamente contenuto nel pezzo. Peraltro è dal 2008 che non vado a Cortina». Una bufala? «Non proprio — spiega il comandante della polizia municipale locale Nicola Salvato — il fatto è avvenuto. Solo che il giornalista ha preso un granchio, sia nella descrizione dell’avvenimento che nell’individuazione del responsabile». Cucuzza non c’entra. E allora il vip chi è? «Il nome— chiarisce Salvato— non lo farei neppure sotto tortura, per questioni di privacy e deontologiche. Il fatto invece lo racconto, perché si sappia che qui non si fanno sconti a nessuno. Le cose sono andate così. Due contrassegni, l’uno accanto all’altro e con, rispettivamente, una lupa e il vecchio simbolo della televisione di Stato, quello Rai a caratteri cubitali. Esposti alla pubblica fede, e cioè sul parabrezza di una macchina in divieto di sosta da un giorno e mezzo. I vigili si insospettiscono: quello del Comune di Roma indicante la disabilità, condizione che consente spazi riservati e agevolazioni sul traffico, non era prismatico, e da qualunque parte si guardasse la lupa, questa non rifletteva i colori, come fanno i contrassegni legali».

E allora? «Fanno la posta al proprietario dell’auto — prosegue il comandante — e con sorpresa scoprono che il falso invalido è un famoso giornalista della televisione di Stato, di Rai Uno, se ricordo bene». Falso invalido? Come ha reagito il vip? «Un po’ di imbarazzo, certo — ammette Salvato — anche perché il documento è risultato un falso palese, una fotocopia. Quando gli agenti gli hanno chiesto "Scusi, lei usa un contrassegno per disabili?" si è profuso in mille scuse. Ma sembrava tranquillo, anche quando gli hanno detto che la vicenda avrebbe preso la via dei tribunali. "Per queste cose c’è il mio avvocato, chiamate lui", ha risposto». Dunque la cosa è finita in procura. «Esatto — precisa il comandante— per violazione degli articoli 477 e 481 del codice penale, e cioè falsità materiale e ideologica in certificati. Reati che prevedono una pena di un anno di reclusione. Insomma, alla fine uno se la cava con decreto penale di condanna, pagando una certa somma di denaro al posto della detenzione». E allora? «Fanno la posta al proprietario dell’auto — prosegue il comandante — e con sorpresa scoprono che il falso invalido è un famoso giornalista della televisione di Stato, di Rai Uno, se ricordo bene». Falso invalido? Come ha reagito il vip? «Un po’ di imbarazzo, certo — ammette Salvato — anche perché il documento è risultato un falso palese, una fotocopia. Quando gli agenti gli hanno chiesto "Scusi, lei usa un contrassegno per disabili?" si è profuso in mille scuse. Ma sembrava tranquillo, anche quando gli hanno detto che la vicenda avrebbe preso la via dei tribunali. "Per queste cose c’è il mio avvocato, chiamate lui", ha risposto». Dunque la cosa è finita in procura. «Esatto — precisa il comandante— per violazione degli articoli 477 e 481 del codice penale, e cioè falsità materiale e ideologica in certificati. Reati che prevedono una pena di un anno di reclusione. Insomma, alla fine uno se la cava con decreto penale di condanna, pagando una certa somma di denaro al posto della detenzione».

Marco de’ Francesco
06 febbraio 2010



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Vi svelo i loschi traffici dei pasdaran"

Il Tempo

Parla un ufficiale delle Guardie della rivoluzione islamica fuggito all’estero. I miliziani dispongono di 300mila uomini. Coinvolti nel traffico di droga e nella tratta di donne, anche minorenni, addestrano le milizie sciite contro lo Yemen e la dinastia saudita.


Parla a rischio della sua vita e quella dei familiari. Fuggito dall’Iran 18 mesi fa, prima delle elezioni che hanno visto la riconferma di Ahmadinejad, Ehsan Soltani, 25 anni, più volte premiato come «pasdaran dell’anno», ha deciso di raccontare per la prima volta all’Occidente, i loschi traffici delle Guardie della rivoluzione islamica. E le attività terroristiche per colpire i Paesi nemici. Da una località protetta il giovane pasdaran squarcia con il suo racconto il velo di mistero intorno alla temutissima milizia della Rivoluzione khomeinista. 

Soltani che ruolo aveva nei pasdaran?
«Nel 2002 entrai nell'accademia militare dei Pasdaran. Ho completato i miei studi nel settore specifico per la raccolta di informazione e per la sicurezza. Dopo la laurea, ed i vari corsi di specializzazione, mi hanno assegnato in diversi uffici tutti nell'ambito dell'intelligence. Ho lavorato nei vari uffici come quello situato nel sud-ovest di Teheran, la sezione seyedolshohadah, a Teheran. La sezione 1300, 400 e altre, che spiegherò le loro utilità più tardi. Negli ultimi tempi ero il vice responsabile dell'ufficio di raccolta dati e le informazioni, e quello di sicurezza dell'aeroporto di Teheran. Essendo un pasdaran, ero sempre in borghese».

Quale ruolo aveva?
«Ero il vice direttore della struttura di sicurezza e informazioni, uno degli uffici più importanti dei pasdaran: lì lavoravo io. In quest'ufficio si controlla qualsiasi cosa passa per l'aeroporto. Merci persone e aerei. In Iran qualsiasi cosa accade è sotto il controllo dei pasdaran. I pasdaran sono sopra a tutti».

Cosa ha potuto vedere durante il suo incarico all'aeroporto di Teheran?
«Quasi tutti i traffici che i pasdaran gestiscono. Loro controllano tutto e naturalmente tutti i documenti o i fascicoli finiscono nell'ufficio di raccolta dati».

Che tipo di traffici?
«Quello che racconto posso provarlo con documenti che confermano quanto le dico. I pasdaran hanno il controllo del traffico di droga, oro, antichità». 


Traffico di droga?
«Gli aerei vengono da Bangkok a Teheran. Trasportano anche "shisha" una sostanza trasparente che poi in parte smistano verso Dubai. Un'altra parte viene spacciata in Iran. Acquistano oro a Dubai e lo importano in Iran senza dazi e senza controlli».

E le donne? 
 «I pasdaran gestiscono la tratta di ragazze iraniane verso i Paesi del Golfo. Anche di nove, undici, quattordici anni. Le prendono e le vendono a Dubai». Ma come se le procurano? «Vanno negli orfanatrofi. Prendono vagabonde. A volte quando arrestano alcune ragazze le schedano e poi le ricattano. Ci sono anche delle donne che sono complici dei capi della tratta, che collaborano con i pasdaran. Le ragazze vengono prese anche tra quelle che vanno in cerca di un lavoro. Poi a piccoli gruppi vengono fatte partire con gli aerei delle compagnie gestite dei pasdaran. Verso Dubai».

E nessuno si accorge di nulla?
«Alle ragazze viene detto che a Dubai troveranno un lavoro come segretarie o cameriere. Uno dei casi, più complicati è stato quando su un volo da Dubai a Teheran sono morte 6 ragazze,sicuramente le hanno uccise per tapparle la bocca. È stato aperta un'inchiesta ma dopo un iter di processi falsi, lo stesso giudice è stato ammazzato dai pasdaran».

Questo traffico continua?
«Certo. L'averlo scoperto mi ha fatto rivedere le mie convinzioni. Quando durante una di riunione degli ufficiali della Sepah ho chiesto delle spiegazioni e delle risposte valide al capo di alti ufficiali di Sepah, Sardar Nejat, che per l'altro è il commandante di "Sepah Valiye amr" che si occupa tra l'altro della sicurezza personale di Ali Khamenei. Ho anche ho espresso vari dubbi sull'operato di Sepah pasdaran. A questo punto sono stato messo sotto inchiesta e poi arrestato, mi hanno rilasciato dopo aver pagato una cauzione».

Così hai deciso di scappare?
«Sì. Sono fuggito dall'Iran attraverso la frontiera con la Turchia». Cosa sai del programma atomico dell'Iran? «Per ora preferisco non dire nulla. Posso però confermare che ci sono dei argomenti interessanti. Ne potrò parlare più avanti».

Quanto sono reali le minacce di Ahmadinejad al mondo?
«Dietro i suoi discorsi c'è un clerico, Mesbah Yazdi. È lui il suggeritore delle sue dottrine. È lui che sostiene che non basta il voto del popolo per governare ma è necessario che il Dio dia l'investitura come è accaduto per Khomeini. Tutto questo è ridicolo. Solo i profeti parlano con Dio e Khomeini non è un profeta. Dal 2005 poi è cambiata la "Dottrina della sicurezza nazionale". Con Ahmadinejad la parola d'ordine è "Daste Deraz", colpire per primi. Sempre, anche con le parole. Ecco quegli attacchi a Israele e al mondo».

È vero che l'Iran sostiene il terrorismo?
«I pasdaran addestrano diversi gruppi. Dopo Hezbollah e Hamas ora sono concentrati sullo Yemen».

Che vuol dire?
«L'Iran finanzia e addestra la guerriglia contro il governo di Sanaa e contro la dinastia saudita».

In che modo?
«Esiste una sezione che si chiama Sepah Qods, il settore dei pasdaran che si occupa delle attività terroristiche all'estero, sono loro che stanno addestrando gli sciiti yemeniti. Circa tremila persone sono state trasferite da Sanaa a Dubai e da lì a Teheran, a piccoli gruppi, dove ricevono l'addestramento necessario».

Dove?
«A Mirazi, un centro di addestramento a sud ovest di Teheran, vicino Parandak. Lì vengono istruiti per colpire il governo dello Yemen».

Maurizio Piccirilli
06/02/2010




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Genchi: "L'aggressione al premier? Una finta"

di Redazione

L'ex consulente di De Magistris la spara grossa dal palco del primo congresso dell'Italia dei Valori: "Nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c’è nulla di vero".

A supporto della sua tesi porta le teorie "complottiste" che nei giorni successivi all'aggressione alcuni blogger divulgarono in rete

 
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Roma - Genchi la spara grossa e rilancia le deliranti teorie che, nei giorni successivi all'aggressione, viaggiavano in rete. A ospitare le dichiarazioni dell'ex consulente di De Magistris, il primo congresso dell'Italia dei Valori. "Nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c’è nulla di vero".Lo sostiene Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, nel suo intervento al congresso dell’Idv a Roma. Secondo Genchi "dopo l’outing della moglie di Berlusconi e il fuorionda" di Gianfranco Fini a Pescara "provvidenziale è arrivata quella statuetta che miracolosamente ha salvato Berlusconi dalle dimissioni che sarebbero state imminenti". Genchi per sostenere la sua tesi cita: "la mia esperienza in polizia" e i "video che tanti giovani propongono su Youtube per capire che nel lancio non c’è nulla di vero".

"Il fazzoletto nero"
L’ex consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris punta il dito contro la scorta che "è come un anello o un preservativo che non può essere rotto," e contro lo stesso Berlusconi che "è uscito da quell’anello". Per parla di una "pantomima coronata da quell’uscita di quel fazzoletto nero ed enorme che sembrava quello di Silvan dal quale mancava solo che uscisse un coniglio" e ricorda anche la vicenda di diversi anni fa quando Berlusconi, all'epoca all'opposizione, mostrò "un "cimicione" enorme che ritrovò nel suo studio accusando le procure rosse e che era chiaramente falsa". Genchi, nel suo intervento, difende poi Di Pietro "dagli schizzi di fango che stanno arrivano". "Temo - sostiene - che sia solo l’inizio perchè Di Pietro proprio alcuni giorni fa con sofferenza ha deciso di non far mancare l’appoggio ad una alleanza di centrosinistra per un freno al governo Berlusconi".



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Greco, motori dei treni sempre accesi I residenti: non riusciamo a dormire

Corriere della Sera


Sotto accusa i «Frecciarossa» in sosta nel deposito della Martesana per manutenzione.
La rivolta di 300 famiglie






MILANO - I loro papà non la prenderebbero a male, anzi capirebbero, e forse finirebbero per sostenere la protesta. I limiti consentiti di decibel vengono sempre superati, specie di notte, con il rumore che quasi s’avvicina a quello di un concerto; Rfi (Rete ferroviaria italiana) sostiene che è un problema di Trenitalia; Trenitalia dice che trattasi di «esigenza di servizio». Ma Rfi e Trenitalia non spiegano perché tutti questi Frecciarossa ed Eurostar in sosta nel deposito della Martesana per la pulizia e la manutenzione, e in attesa di entrare in Centrale per caricare i passeggeri, non vengono mai spenti. Stanno fermi quattro ore? Non li spengono. Rimangono parcheggiati per otto ore? Non li spengono.

Il vicino (una manciata di metri dai binari) condominio di via Prospero Finzi 38 è l’avamposto dell’insonnia. In sottofondo c’è un costante, pesante, monocorde rumore provocato dalle ventole dei treni accesi. La palazzina nacque nel ’39 (in cantina ci sono ancora rifugi antiaerei, un tunnel portava al giardino) e presero subito casa i ferrovieri. Adesso, ci vivono i figli dei ferrovieri. E i figli lottano contro le ferrovie. Come i fratelli Gregoricchio. Conoscono storie e dettagli di motrici e vagoni. Eppure non riescono a venirne a capo. Perché non spengono i treni?

Da dieci anni, i fratelli inviano documentate richieste di chiarimenti a Comune, Regione, difensori civici, Rfi, Trenitalia, Grandi Stazioni, e poi all’Arpa, che, è la novità di queste ore, si è decisa a posizionare su un terrazzino un fonometro, lasciarlo dieci giorni, acquisire i risultati. Più avanti vedremo; partirà un’inchiesta? Intanto i risultati sentenziano (manca l’ufficialità): a fronte di un limite disposto dal Comune di 65 decibel diurni e 55 notturni, i decibel oscillano a ridosso dei 70. C’è via Finzi con le sue trenta famiglie. E ci sono altre 270 famiglie sparse per le vie Breda, Isocrate e Rucellai altrettanto afflitte dall’insonnia. Il rumore arriva fin lì

Di rumore è esperto Stefano Frosini; insegna al Politecnico, è stato sul posto, ha constatato. Perché non spengono Frecciarossa ed Eurostar? «Mai capito». Frosini dice che si potrebbe mettere un silenziatore in coincidenza delle ventole, sui treni, oppure si potrebbe allestire un padiglione attorno ai binari dove i convogli sostano, nella speranza di attutire il fracasso

Come in tutti i misteri, si aggirano delle leggende. Nel nostro caso, ce n’è soprattutto una: Frecciarossa ed Eurostar (in contemporanea, ce ne possono essere parcheggiati anche venti, trenta) non vengono spenti perché sarebbe difficile farli ripartire. Possibile? Alcuni addetti, che pretendono l’anonimato, dicono: «La procedura per riavviare i treni richiede almeno mezz’ora. Bisogna percorrere il convoglio dall’inizio alla fine, e un Frecciarossa è lungo 350 metri. In più si devono verificare software e comandi di guida. Se io azienda tolgo queste operazioni, si capisce, risparmio lavoro al personale, cioè taglio i costi». C’è dell’altro: «Un eccesso di preoccupazione. Mettiamo che, davvero, i treni iniziassero a non ripartire... Che buriana uscirebbe? Meglio lasciarli accesi. Danno più tranquillità».

Un manager di Trenitalia, è capitato, ha chiesto ai residenti di via Finzi il motivo per cui sono finiti ad abitare in questo posto, manco il rumore fosse colpa loro. Gli abitanti hanno ricordato che una volta c’erano campi, i binari erano pochi e posizionati in fondo, dove oggi sorgono i vecchi depositi. Gli attuali depositi sono due, o meglio uno. In quell’altro, i Frecciarossa non ci stanno, non ci entrano tutti, sono troppo lunghi.

Andrea Galli
06 febbraio 2010
La mappa del deposito: guarda




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Vallettopoli bis, la "schedatura" spaventa i vip

di Luca Fazzo

Prosegue l’inchiesta del pm Di Maio sul sistema dei "ritiri" di foto compromettenti. Spuntano delle intercettazioni. L’avvocato di Corona: "C’è un archivio gigantesco di scatti proibiti. Il Garante deve far distruggere quel materiale"

 

Il maresciallo dei carabinieri Egidio Colomba comanda una piccola stazione di periferia, in via Copernico, quasi a ridosso del tunnel della Stazione Centrale di Milano. Il dorato mondo dei vip e degli yacht, dei politici deboli e delle starlette prezzolate sembra lontano anni luce. Eppure è in questa stazioncina dell’Arma che nasce l’inchiesta bis su Vallettopoli, quella che - nonostante i tentativi volonterosi della Procura di distrarre l’attenzione dei media - sta continuando a produrre indiscrezioni su indiscrezioni: alcune scontate, alcune verosimili, alcune addirittura clamorose. Come quella pubblicata l’altro ieri dal settimanale Oggi, secondo cui tra i personaggi paparazzati (prima) e ricattati (dopo) ci sarebbe anche un dirigente sindacale di primo piano.

Ieri fonti ufficiose della Procura smentiscono, ma è una smentita che lascia il tempo che trova perché la linea ormai è smentire tutto. Peraltro, il settimanale del gruppo Rcs conferma senza tentennamenti la rivelazione che ha innescato un febbrile tam tam di ipotesi sulla identità del sindacalista finito nei guai. Nebbia fitta, insomma, l’unica certezza è che l’inchiesta - in sordina, quasi clandestinamente - va avanti. Interrogatori sono stati fatti nei giorni scorsi, ed altri ne verranno fatti ancora. Ma al riparo dalle telecamere, in una caserma dell’Arma. A fare gli onori di casa, il maresciallo Colomba.
Il maresciallo Colomba gioca un ruolo decisivo in questa indagine. 

È da lui - e non dalle esternazioni di Fabrizio Corona dentro e fuori dall’aula dove era in corso il suo processo - che parte questa seconda indagine sull’allegro tourbillon di scatti rubati e riscatti pagati. La genesi sta in una serie di intercettazioni telefoniche che Colomba aveva in corso nell’ambito di tutt’altra indagine, probabilmente per spaccio di droga, e dove sono emerse casualmente una serie di chiacchierate che portavano invece verso il mondo dei giornali di gossip e dei paparazzi. A quel punto il pubblico ministero Frank Di Maio ha iniziato a incrociare quegli elementi con alcuni filoni laterali dell’inchiesta a carico di Corona. Ed è partita l’indagine bis. 

È una indagine, va ricordato, cui dopo i fuochi d’artificio iniziali il capo della Procura milanese, Manlio Minale, ha imposto una sorta di silenzio-stampa. Basta interrogatori in Procura, basta sviluppi raccontati in diretta dai tg. Ma lo scoop di Oggi conferma che tutto è stato inutile. Così ieri mattina il pm Di Maio viene convocato dal suo superiore diretto, il procuratore aggiunto Edmondo Bruti Liberati, ed insieme vanno a chiudersi nella stanza del capo. 

Probabilmente si affronta l’esigenza di blindare ulteriormente le attività di indagine per evitare fughe di notizie. Ma è possibile che sia stata affrontata anche la questione giuridica che incombe su tutta la vicenda: quale reato è configurabile dal comportamento dei direttori di giornale che - secondo il racconto di alcuni testi - facevano sparire dalla circolazione molti scatti compromettenti?
I direttori, almeno per quanto se ne sa, non incassavano tangenti su queste operazioni. L’utile cui puntavano è un utile semmai di potere e di relazioni. 

Quindi è possibile che almeno questa prima fase dell’inchiesta scorra senza che i numeri uno delle testate finiscano formalmente sotto accusa. Ma il difensore di Fabrizio Corona, l’avvocato Giuseppe Lucibello - che di questa inchiesta sa sicuramente molte cose - affronta il tema da un altro punto di vista: «Qui il tema non sono i ricatti veri o presunti. Qui ad emergere fin d’ora con chiarezza è che con il sistema dei ritiri, cioè delle foto comprate e non pubblicate, si è potuto creare nel corso degli anni un archivio gigantesco e fuori da ogni controllo, dove i dossier fotografici vengono custoditi in attesa di essere tirati fuori al momento più opportuno. 

Questa è una attività di schedatura vera e propria che non è accettabile, perché mette perennemente a rischio le vittime e consegna un potere quasi assoluto a chi detiene le chiavi degli archivi. E fin quando il Garante non metterà dei limiti, ordinando che oltre un certo numero di anni il materiale deve andare distrutto, scalfire questo sistema rischia di essere impossibile».





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L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero

Corriere della Sera


Dall’agricoltura all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro

 

«I furbetti del poderino»: in Calabria le truffe sono 32 mila volte quelle della Lombardia
L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero. Dall’agricoltura all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro




Ricordate l'antico adagio? La madre degli stolti è sempre incinta. Va rivisto: è sempre incinta anche quella dei falsi braccianti agricoli. Anche perché, oltre al resto, frega gli assegni di maternità. Con i 98.376 smascherati nel 2009, dice l’Inps, i «furbetti del poderino» (finto) salgono negli ultimi 7 anni a 569.841. Pari alla popolazione di Genova. Con differenze tra regione e regione abissali: un imbroglione ogni 4.890.841 abitanti in Lombardia, uno ogni 151 in Calabria. Trentaduemila volte di più.

Sia chiaro: gli ispettori dell’Istituto nazionale di previdenza sociale presieduto da Antonio Mastrapasqua non hanno dovuto occuparsi solo della truffa sui braccianti. Anzi, su un miliardo e 253 milioni di euro accertati di contributi evasi, quelli che riguardano l’agricoltura sono solo 295. E fanno impressione anche gli altri numeri. Secondo i quali non solo il 79% delle aziende visitate avevano dei dipendenti non in regola (con punte del 90% in Sardegna, dell’88% nelle Marche e nel Molise ma anche dell’ 84% in Emilia-Romagna) ma le stesse regioni meno disinvolte col sommerso fanno segnare cifre da capogiro.C'era un’impresa su sei in nero tra quelle controllate in Piemonte, una su 9 in Lombardia e Veneto, una su 6 in Emilia...

Per non dire dei lavoratori in nero trovati in giro per le fabbriche, i laboratori e soprattutto i cantieri edili: oltre 2 mila in Liguria, oltre 5 mila in Emilia e in Lombardia, oltre 3 mila in Veneto, oltre 6 mila in Piemonte. E stiamo parlando solo di quelli scoperti, probabilmente pochi rispetto al totale. Prova provata di come abbia ragione il professor Marzio Barbagli, il massimo studioso della criminalità in Italia, quando spiega che non sono i «vescovoni», i buonisti o le anime belle della Caritas ad attirare gli immigrati in Italia. Sono anche, se non soprattutto, tutti quelli italiani che offrono una quantità di lavoro nero impensabile negli Stati più seri: «La nostra è un’economia che ha caratteristiche strutturali che favoriscono l’immigrazione irregolare. Si basa sul lavoro nero e non esistono controlli. Le norme ci sono, ma nessuno le fa rispettare». Soluzione? «Moltiplicare per mille i controlli. Rendere più severe le pene per gli imprenditori che sfruttano i lavoratori».

Ma chi dovrebbe fare, questi controlli? Non c’è dipendente pubblico che frutti quanto gli ispettori dell’Inps: fatti i conti, nel 2009 hanno recuperato tra evasioni accertate e sanzioni alle casse statali (almeno sulla carta: si sa come poi vanno le cose...) un miliardo e 502 milioni di euro. Vale a dire 1 milione e 88 mila euro a testa. Al punto che lo Stato dovrebbe volerne sempre di più, di più, di più. Invece, come denuncia Antonio Mastrapasqua, l’esodo verso la pensione e il blocco delle assunzioni anche per i concorsi già fatti nel lontano 2006 fa sì che gli ispettori sono scesi nel 2009 da 1.588 al 1.380. E quest’anno se ne andranno almeno altri 200. Col risultato che dal 2011, a tentare di arginare il «nero» di un Paese con oltre quattro milioni di imprese, un’economia sommersa valutata tra il 17% ed il 25% del Pil e una gran massa di furbi, ci saranno poco più di un migliaio di «Poirot » previdenziali. Auguri.

Auguri soprattutto sul fronte dei falsi braccianti agricoli. Che sono concentrati per il 99,1 % in 5 regioni: Campania (35.556 furbetti scovati nel 2009), Puglia (25.896), Sicilia (20.790), Calabria (13.262) e Basilicata (2004) per un totale di 97.508 imbroglioni su un totale nazionale di 98.376. Una sproporzione assurda. Basti dire che è stato scovato un truffatore ogni 294 abitanti in Basilicata, uno ogni 242 in Sicilia, uno ogni 163 in Campania, uno ogni 157 in Puglia, uno ogni 151 in Calabria.

Contro una media nazionale di uno ogni 611 che in realtà, tolte quelle 5 regioni, precipita a un falso bracciante agricolo ogni 49.133 abitanti. E parliamo del solo 2009: in totale, come dicevamo, negli ultimi 7 anni i falsi assunti da false imprese che coltivano false tenute risultanti su false carte catastali sono stati 569.841.

Un’illegalità di massa inaccettabile. Tanto più che, come dimostrano le inchieste, in larga parte dei casi non si tratta di un fenomeno di sopravvivenza dovuto a disperati che non sanno come tirare avanti ma di un sistema gestito dalla criminalità. Un sistema scientifico. Che muove una quantità enorme di soldi. Basti ricordare che i soli accertamenti da 2003 a oggi (e chissà quante truffe sono sfuggite al setaccio...) hanno consentito all’Inps risparmi per 1 miliardo e 331 milioni di euro.

Si è visto di tutto, in questi anni. Di tutto. Valga ad esempio una relazione interna sull’area salernitana nella quale Ferdinando Rossi, un dirigente della polizia poi promosso a Bologna, scrive di avere «scoperto la presenza a Battipaglia di una sorta di ufficio di collocamento parallelo», in cui venivano gestite le false assunzioni per una molteplicità di aziende, condotto senza alcuna precauzione alla luce del sole e tra l’altro distante poche decine dimetri da quello legale. Una sfida o forse piuttosto la sicurezza di impunità in un settore, in cui le truffe all’Inps da tempo sembrano essere diventate la regola

Dalle indagini è emerso che privati cittadini, ma anche rappresentanti di patronati e di sindacati portavano quotidianamente in quell’ufficio di collocamento illegale la documentazione necessaria per far figurare centinaia di soggetti assunti in una delle tante aziende agricole esistenti solo sulla carta oppure presso realtà produttive reali, che si prestavano a effettuare false assunzioni.

Un «imprenditore» che risultava avere una grande azienda agricola e assumeva a tutto spiano si rivelò essere un barbone «che dormiva nella stazione di Battipaglia e che, avvicinato dagli organizzatori della truffa, si era prestato a dare il nome a una azienda con circa 500 falsi assunti, in cambio di una vecchia auto dove dormire»

C’è poco da sorridere. Lo spiega un’altra relazione interna, firmata dalla Responsabile del Centro per l’impiego di Battipaglia, Antonietta Barone. Dove si legge che «la malavita, che gestisce il circuito illecito, ha imposto un vero e proprio tariffario che i braccianti fittizi devono rispettare per risultare falsamente assunti». Che sempre più spesso «gli extracomunitari irregolari siano stati utilizzati in nero per coltivare i suoli sui quali risultava poi fittiziamente assunta manodopera italiana».

Che «non sono mancate neppure le aziende costituite ad hoc per assumere fittiziamente gli stranieri, che in realtà sono risultate una sorta di scatole vuote, costituite solo sulla carta per poter presentare le istanze per le assunzioni in occasione degli ingressi annuali». Fino al capolavoro: molti neocomunitarie arrivate come badanti, «fittiziamente assunte in agricoltura», diventano beneficiarie «delle indebite prestazioni previdenziali di disoccupazione, maternità e malattia» continuando «a lavorare in nero presso le famiglie come colf o badanti»... Una truffa. Ma chi sono i veri truffatori: loro o i loro datori di lavoro italiani?

Gian Antonio Stella
06 febbraio 2010



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Di Pietro, assegno misterioso da 50mila dollari

di Paolo Bracalini

Intestato all’Idv, fu firmato (postdatato) da un falso ingegnere a Miami, durante un viaggio di Tonino negli Usa. Ma lui nega e minaccia querela. Soldi pubblici, scoperto il bluff di Tonino

Un assegno post-datato, firmato da un falso ingegnere che vive a Miami e intestato a «Italia dei Valori». Un viaggio negli Usa dimenticato da Di Pietro ma testimoniato dalle foto, una candidatura dai contorni misteriosi, gli incontri in cerca di finanziatori del partito appena nato, l’inevitabile dissidio con l’ex amico. E l’inevitabile minaccia di querela, stavolta al Corriere. Ecco l’ultima evoluzione della spy story di James Tonino Bond (copyright Di Pietro), con un altro viaggio in America, nell’ottobre 2000, tra Washington e la Florida, con l’ex amico e cofondatore dell’Idv, ora arcinemico, Mario Di Domenico. Ricordi però molto annebbiati dopo 10 anni. «Io in America con Di Domenico?

Lo escluderei. Credo proprio di no» ha spiegato il leader Idv al Corriere solo due giorni fa. Invece, colpo di scena, la foto c’è, con i due «amici» seduti insieme, sorridenti, su un divano del «Ponte Vedra Beach Resort» di Miami, nell’autunno del 2000. Ma che ci facevano lì? La domanda conduce ad un assegno di 50mila dollari e ad un personaggio sfuggente, Gino A.G. Bianchini, sedicente ingegnere che - stando alla ricostruzione fatta da di Di Domenico - un bel giorno si sarebbe fatto vivo con una mail indirizzata alla sede Idv di Busto Arsizio (a quel tempo il quartier generale del partito), con un intrigante «oggetto»: la «Sanctuaryrome».

Bianchini in altre parole lascia intendere (o millanta) di avere relazioni di alto livello, entrature in Vaticano, amicizie con imprenditori Usa sostenitori di Clinton... Un mitomane? Un amico disinteressato del nuovo partito dell’ex pm? No, secondo Di Domenico, solo una mossa per essere candidato al Senato.
Nei ricordi dell’accusatore di Tonino c’è chiara una data: il 28 ottobre 2000. Quel giorno, lui, il leader Idv, la tesoriera Silvana Mura e altri due personaggi, un avvocato e un imprenditore americani, si imbarcano sull’aereo con destinazione gli Usa.

Prima la capitale, poi l’East coast fino a Miami, «alla ricerca di dollari» scrive il Corriere citando l’autore del libello anti-Tonino. I soldi arrivano sotto forma di un assegno postdatato di 50mila dollari della Chase Manhattan Bank con scadenza 13 maggio 2001, la data delle successive elezioni politiche (sull’assegno, come causale sotto la cifra, si legge “elections”), consegnato da Bianchini a Di Domenico. Secondo Di Domenico, custode per tutti questi anni di quell’assegno, la somma (post-datata) sarebbe servita «come anticipo della ben più cospicua somma, si parlava addirittura di somme dieci volte superiori», da versare dopo l’elezione. Ma qui il mistero diventa ancora più complicato.

La candidatura di Bianchini è un fatto certo, come la sua mancata elezione. Ma il finanziamento vincolato all’elezione? La risposta del sedicente ingegnere-finanziatore starebbe in una lettera pubblicata da Libero e datata 14 maggio 2001, il giorno dopo le elezioni, in cui Bianchini scrive che «è ormai penosamente chiaro che non sono stato eletto, quindi strappa il mio assegno che annullo. Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco con altro ben maggiore». Il destinatario della lettera però è Di Domenico, non Di Pietro, e in tutta la transazione il leader Idv sembra essere un convitato di pietra. «Non appena si parlava di quattrini (durante il viaggio negli Usa da Bianchini, ndr) Di Pietro si alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi. Mi lasciava da solo ad affrontare scabrosi discorsi», sostiene oggi De Domenico.

Di Pietro come risposta non spiega chi fosse Bianchini e che rapporti avesse con l’Idv, non smentisce quel viaggio negli Usa «a caccia di finanziamenti», ma annuncia querela, attacca il Corriere («spero di poter stringere la mano a De Bortoli il prima possibile...) e promette un’indagine personale su «chi c’è dietro sto altarino»: «Questa storia dovrà finire con un provvedimento giudiziario», minaccia. Tonino esclude «di aver mai visto, ricevuto, nè tanto meno incassato, nè personalmente nè per conto dell’Idv, l’assegno a firma Bianchini che da ben nove anni era nelle mani di Mario Di Domenico senza che lo stesso ne avesse titolo». «Da una parte - prosegue Di Pietro - si è caduti molto in basso, dall’altra si è fatto in modo dozzinale. Che ruolo avevano Borrelli, Davigo, Ghitti, polizia e carabinieri, erano complici o vittime? Se tutta Mani pulite è stata un’invenzione, tutta questa operazione doveva servire a salvare gli americani per fare entrare i comunisti?». L’assegno però c’è, come le foto di Di Pietro con Bianchini e Di Domenico, su un jet privato in volo negli Usa. Soltanto un complotto di chi vuole delegittimare Mani pulite?



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Idv, Di Pietro: sogno la fusione col Pd

La Stampa

Da oggi a domenica le prime assise



ROMA
Come sarà l’Idv del futuro? Con Luigi De Magistris insieme ai no global e alla sinistra radicale o con Antonio Di Pietro in una alleanza-competizione rinnovata con il Pd? L’Italia dei Valori studia per diventare grande, dopo il clamoroso successo ottenuto alle elezioni europee 2009, quando ha raggiunto l’8% dei consensi quasi raddoppiando il 4,3% delle politiche 2008 guadagnando un milione di voti in più.

Da oggi a domenica l'Idv celebra all’hotel Marriott di Roma il suo primo congresso nazionale come partito vero e proprio: lo slogan ("L’alternativa per una nuova Italia") rappresenta l’ambizione a concorrere a un futuro governo. De Magistris non ha raccolto l’appello per una sua candidatura alternativa al fondatore, e sostiene la rielezione di Di Pietro: l’unico candidato alternativo è il deputato campano Francesco Barbato. Ma in una intervista alla Stampa De Magistris ha spiegato il suo progetto politico, che incontra non poche perplessità nel gruppo dirigente storico dell’Idv.

Oggetto del contendere la collocazione del partito: dopo le frizioni dei mesi scorsi, Di Pietro ha ricucito il rapporto con Pier Luigi Bersani, mentre l’ex pm di Catanzaro, che gli contende la palma della popolarità e che lo ha bruciato alle europee superando le 400mila preferenze, propone di andare oltre l’Idv e la «concezione della politica come semplice tesseramento», guarda alle alleanze a sinistra, flirta con Nichi Vendola. Il "movimento di popolo" cui guarda De Magistris potrebbe nascere «anzitutto con tutta la sinistra radicale. E poi c’è il vasto mondo dell’associazionismo, ci sono i no global (escluse le frange estremistiche), ci sono i "grillini", c’è il mondo della Rete», spiega. «I no global sono estremisti», è la gelida replica di Felice Belisario, capogruppo al Senato ed espressione dell’Idv moderata, che si rifà alla eclettica Carta dei valori e alle culture «liberale, socialista riformista e cattolica solidarista. Rispetto la sinistra - dice - ma penso abbia un altro percorso».

«L’Idv e il Pd stanno cercando di costruire un ponte per il governo dell’oggi e del domani. La nostra è un’ipotesi strategica e dirò di più: il giorno in cui tra Idv e Pd si potesse arrivare ad una fusione sarà un giorno d’arrivo molto importante». Lo ha detto Antonio Di Pietro in una conferenza stampa a margine della prima giornata del congresso dell’Italia dei Valori a Roma

«È inutile cercare di creare finti dualismi. Sui contenuti non ho visto divergenze che possano portare a cambiamenti di rotta». Luigi de Magistris interviene al congresso dell’Italia dei valori e dà il suo appoggio alla mozione di Antonio Di Pietro e alla sua candidatura alla guida di Idv, «un grande partito politico che deve intraprendere l’opera del cambiamento reale del paese».



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Guarda le foto della modella nuda "Beccato" durante la diretta tv

La Stampa

Un impiegato viene sorpreso a guardare sul pc scatti "hot".
La top model chiama i suoi superiori e gli salva il posto




SYDNEY

La location è quella della banca Macquarie Group Ltd di Sydney. L'orario è quello di lavoro. A Channel 7 è il momento dell'economia. Il giornalista si collega in diretta tv per l'analisi dei mercati. Tutto procede come al solito. All'improvviso, però, l'attenzione degli spettatori viene richiamata da un banchiere seduto alla sua scrivania. Sul suo pc appaiono le foto di Melinda Kerr. Ma le immagini della famosa top model non sono proprio scatti qualunque. Si tratta, infatti, del servizio sexy che la modella ha realizzato per "GQ"

L'impiegato "guardone" non si accorge di nulla, finchè un collega non gli fa notare le telecamere alle sue spalle. Immediatamente, la schermata sul computer cambia e dallo schermo sparisce ogni traccia di Miranda. Impossibile non accorgersi della gaffe. Il video, infatti, finisce su YouTube e diventa subito una hit, collezionando più di due milioni di clic. L'analista, colpevole di aver guardato le fotografie hot, è stato ad un passo dall'essere licenziato. Per fortuna in sua difesa è intervenuta la stessa Miranda.

La modella in persona ha chiamato la sede della banca e ha chiesto di graziarlo. L'appello di Miranda ha anche fatto il giro della Rete, riscontrando grande solidarietà per l'ìimpiegato distratto. La storia, questa volta, ha un lieto fine. Un portavoce della società, infatti, ha confermato che l'uomo non è stato cacciato.




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Chavez scopre un nuovo nemico: Twitter

La Stampa

La protesta contro il presidente venezuelano si diffonde in Rete, tra microblogging e social network. La risposta: "Siete terroristi e vi fermeremo"


LUCA CASTELLI
Anche Hugo Chavez ha scoperto l’esistenza di Twitter. E quello che ha visto non deve essergli piaciuto molto. Da domenica, il presidente del Venezuela è l’obiettivo di una vivace campagna di protesta online, nata all’indomani della decisione di chiudere il canale televisivo RCTV Internacional. Lanciata dalle associazioni locali per la libertà di espressione e diffusasi negli ambienti universitari di Caracas, la campagna ha trovato nel mondo dei social network il terreno fertile per svilupparsi e diffondersi anche oltre i confini venezuelani.

Per Chavez, i conti con RCTV International sono aperti da parecchio tempo. Nel 2007, il presidente obbligò la stazione ribelle a interrompere le sue trasmissioni via etere e a traslocare sul cavo. Un ridimensionamento che non ha impedito al network di mantenere una posizione molto critica nei confronti dell’azione del governo. La politica di controllo dell’informazione di Chavez, soprattutto di quella “meno allineata”, non riguarda comunque solo RCTV, ma coinvolge anche le radio, i giornali e – di recente – altri canali tv via cavo accusati di non trasmettere i periodici messaggi del presidente alla nazione.

Il silenziatore imposto ai mezzi d’informazione nazionale si sta però trasformando in detonatore su Internet. Il gruppo Chavez estas ponchao! ("Chavez sei stato eliminato!", nel gergo del baseball) su Facebook conta oggi oltre duecentomila iscritti e digitando l’hashtag #freevenezuela su Twitter si rimane inondati da una marea di informazioni, vignette, link e messaggi a favore della libertà d’espressione in Venezuela e contro il presidente. Un flusso inarrestabile, che si rinnova e ingrossa minuto dopo minuto, al quale Chavez ha deciso di opporsi a modo suo. Accusando Twitter di non essere altro che una nuova forma di terrorismo e sollecitando l’Assemblea Nazionale a varare delle leggi per il controllo del Web, come riporta il settimanale colombiano Semana.

E’ un sogno condiviso con molti altri colleghi. Per ogni dittatura che si rispetti (e non solo per le dittature), l’ecosistema dei social network sta diventando una patata sempre più bollente. In Cina il 2010 è stato inaugurato dal muscoloso braccio di ferro tra il governo di Pechino e Google, a Cuba la classe dirigente se la deve vedere con le barricate digitali messe su dai blogger, mentre a Teheran il regime di Ahmadinejad e degli ayatollah ha già imparato sulla propria pelle quanto sia difficile mettere un argine alla massa di piccole informazioni che circolano su Twitter, sui social network, su YouTube.

Irreggimentare le tv non è poi così difficile; e i giornalisti stranieri possono essere facilmente tenuti al di là delle frontiere, per impedire che ficchino il naso in affari che non li riguardano. Ben diverso è riuscire a impedire a ogni singolo cittadino di sfruttare il mix tra telefonini e reti digitali per raccogliere e far circolare notizie, messaggi e immagini di denuncia e protesta. "Il cyberspazio in Sudamerica sarà piuttosto affollato quest'anno", prevede Doug Hanchard, un esperto di high tech citato dal sito americano FoxNews. Una prospettiva probabilmente non troppo gradita al presidente Chavez, soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovamento del parlamento, in programma il 26 settembre, alle quali il Venezuela arriva nel pieno di una difficile situazione economica e sociale.




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Ultima lettera di Stefano Cucchi, ecco il testo con la richiesta d'aiuto

Corriere della Sera

Era stata la sorella Ilaria a svelare l'esistenza della missiva indirizzata alla comunità di recupero Ceis


ROMA - Ne aveva parlato mercoledì scorso la sorella Ilaria nel corso di uan conferenza stampa in Senato. Ora le lettera che Stefano Cucchi, morto all'ospedale Pertini lo scorso 22 ottobre, una settimana dopo l'arresto, ha scritto la sera prima di morire è pubblica. L'ha mostrato il Tg1, riferendone il testo: «Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d'arresto. Scusa se stasera sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori. Ps per favore rispondimi». Stefano Cucchi l'ha scritta a uno degli operatori della sua comunità terapeutica Ceis, il testo è stato diffuso dal Tg1. Una lettera per chiedere aiuto, scomparsa e poi apparsa nei verbali e spedita quattro giorni dopo la sua morte. Per la sorella di Stefano «è il chiaro messaggio che Stefano voleva un contatto con l'esterno e stava chiedendo aiuto al contrario di quello che si diceva».


05 febbraio 2010





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L’assegno che mette nei guai Di Pietro

di Redazione

Solo pochi mesi fa sembrava destinato a essere l'ago della bilancia della politica italiana. Oggi è in trincea, ferito dalle mezze verità che stanno emergendo dopo 18 anni di ambiguità, silenzi, cose e fatti mai chiariti in modo convincente e definitivo. Parliamo di Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei valori, la stampella della sinistra che dopo il crollo dei partiti comunisti italiani ha fatto da collettore al popolo sbandato rimasto orfano di bandiere rosse, verdi e arcobaleno da sventolare dentro il Parlamento e nei salotti televisivi, quel partito dell'odio che ha come obiettivo abbattere a qualsiasi costo Silvio Berlusconi.

Nell'ipotesi a lui più favorevole, Di Pietro è vittima di quel metodo da lui inventato e che strada facendo ha messo a punto con compagni di viaggio capaci di usare la lingua italiana e i mezzi di comunicazione. In primis Marco Travaglio e Michele Santoro. In base a questa ricetta la lotta politica va condotta seminando sapientemente veleni e dubbi in modo che la parola del pentito di mafia diventi verità giudiziaria, una assoluzione per prescrizione una condanna, la fotografia di una festa un corpo del reato, una querela un attentato alla libertà di stampa, un silenzio una condanna. Eccetera.
Così ha fatto carriera politica Antonio Di Pietro.

E adesso che foto, verbali e documenti che lo riguardano, e gettano su di lui una luce sinistra, escono dai cassetti di rivali anonimi e amici traditi lui urla al complotto. I cattivi sono i giornali e le Tv, tranne la Repubblica e Annozero che tacciono e quando parlano, poco, lo fanno per difendere l'amico. I campioni della libertà di stampa non affondano, non cercano di capire se, come pare in modo sempre più evidente, Mani pulite fu inquinata dai servizi segreti italiani e stranieri, se il fiume di denaro finito nelle casse dell'Italia dei valori, come sostengono alcuni cofondatori, ha preso strade misteriose.

Non si chiedono rogatorie per accertare voci su conti all'estero. E non indagano su un assegno da 50mila dollari consegnato all'Idv da uno strano personaggio durante un viaggio in America che Di Pietro ha negato di aver mai fatto e che invece alcune fotografie (pubblicate ieri dal Corriere della Sera) dimostrano essere avvenuto.
Forse adesso è chiaro perché Di Pietro è contrario all'immunità parlamentare: lui ce l'ha già, per diritto divino e non solo. È intoccabile. Da qualche giorno però lo è un po' meno perché ciò che sta emergendo sembra essere qualche cosa di più di veleni e pettegolezzi. Che la questione sia seria lo hanno capito anche i suoi. Ieri si è aperto il primo congresso del partito. Dicono che il suo braccio destro, l'ex magistrato De Magistris, si stia preparando ad azzannarlo e a prenderne il posto. È possibile, anche se scommetto nel colpo di scena perché quando tira brutta aria lui, Di Pietro, di solito scappa prima di rimanere bruciato.




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Durante Mani pulite «teneva d’occhio» l’ex pm

di Redazione

Anche l’ex superpoliziotto oggi seduto in Parlamento nelle fila del Partito democratico ha un ruolo da protagonista nella spy story di Tonino. Parola del Fatto Quotidiano di Padellaro & Travaglio, e precisamente della firma di cronaca giudiziaria Gianni Barbacetto. Ebbene, nella ricostruzione-assoluzione pubblicata ieri (dal titolo eloquente: «Di Pietro e Contrada? Era lo 007 a spiare il pm») emerge lo scenario di un pool di Mani Pulite costantemente «sotto la lente dei servizi segreti», tutti schierati «per colpire Di Pietro e i suoi colleghi del pool». E in questa fitta trama di spiate controlli ai danni del Tonino allora eroe nazionale, spunta nientemeno che Achille Serra, all’epoca questore di Milano e oggi senatore del Pd.

Lo stesso Serra che appena quattro giorni fa ha bollato come un «finto scoop» la foto di Di Pietro a cena con Contrada. Lo stesso Serra che ha quindi aggiunto: «L’esistenza di rapporti equivoci tra l’allora magistrato Di Pietro e la Cia? È un’ipotesi che suscita solo ilarità e non merita alcun commento». Chissà se ha suscitato ilarità in Serra anche la ricostruzione del Fatto, e in particolare la citata relazione del Comitato di controllo dei servizi di sicurezza, del 6 marzo 1996: «Il questore Achille Serra teneva contatti periodici con Di Pietro per disposizione di Vincenzo Parisi, allo scopo di informare il capo della polizia sulle implicazioni che le vicende giudiziarie milanesi potevano avere sull’ordine pubblico, sulle istituzioni, sulla stabilità delle grandi imprese coinvolte nelle inchieste». E ancora, continua il documento: «La disposizione impartita a Serra dimostra che vi era una preoccupazione politica circa i rischi di destabilizzazione.

Questa preoccupazione politica è stata incoraggiata dall’autorità di governo e risulta, come vedremo, fortemente avvertita dal presidente del Consiglio Giuliano Amato».
Insomma, un’attività informativa articolata che Barbacetto bolla come «assolutamente “illegittima” ed estranea ai compiti istituzionali degli organi di polizia e di intelligence», un dossieraggio illegale ispirato nientemeno che da Bettino Craxi in persona. Ingranaggio di questo complesso meccanismo, fonte di informazioni e analisi preziose e rigorosamente «off the records», proprio l’allora questore di Milano che dopo un passaggio nelle fila di Forza Italia è stato uno dei fiori all’occhiello della campagna veltroniana alle ultime Politiche.



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Tra fiction e realtà La cena di Leonardo e quella con Contrada

di Redazione

Della cena Di Pietro-Contrada è stato detto di tutto e di più. Tralasciando retroscena e dietrologie, si vuole qui solo immaginare come Dan Brown analizzerebbe l’immagine della tavolata, come ha fatto per quella leonardesca.
Pur evitando paragoni dissacranti, si possono infatti notare alcune forti similitudini fra le due Ultime cene, quella delle Grazie e quella delle istantanee galeotte (absit iniuria verbis).
La prima, più palese, è che in entrambi i casi i commensali se ne stanno per evidenti ragioni sceniche tutti dalla stessa parte del tavolo. Nella più diffusa delle fotografie ci sono quattro convivi di fronte e due a capotavola. Il lato del tavolo verso il pubblico è totalmente libero proprio come nel caso del Cenacolo e di quasi tutte le sacre rappresentazioni del genere.

Che sia una deliberata scelta di scena è provato dalla seconda delle fotografie diffuse, nella quale si vedono due ulteriori commensali seduti dall’altra parte, e uno in piedi dietro la tavolata per ragioni di inquadratura, il che porta a nove le persone coinvolte e a dieci con il fotografo. Cosa del tutto coerente con i posti a tavola (quattro per parte più due di testata). Nella seconda fotografia un solo coperto è stato completamente liberato mentre nella prima un lato intero è sgombro e ripulito da stoviglie e briciole. È difficile ipotizzare quale delle due sia stata scattata prima. Il livello del vino (solo vero marcatore temporale) è lo stesso, il che le colloca in rapida sequenza. Anche il numero delle bottiglie dimostra che i commensali erano una decina: cinque (tre di rosso e due di bianco) sarebbero forse eccessive anche per una davvero allegra comitiva di sei.

Nella composizione leonardesca la disposizione dei commensali è un elemento fondamentale. Qui il numero pari non permette invece di individuare precise gerarchie e non è di soccorso il grado dei presenti: tutti colonnelli, come gli apostoli. Fanno eccezione solo Di Pietro e Contrada la cui posizione sbilancia un po’ il peso della composizione pittorica. Non aiuta neppure che tutti i commensali siano pubblici funzionari meridionali, con l’uniforme «in borghese»: la sola eccezione della camicia azzurrina del Di Pietro non può - visti i tempi e gli sviluppi successivi - fornire alcuna indicazione più piccante.
Altri input vengono dalla mensa: delle libagioni si è già detto (il vino batte l’acqua cinque a due), l’enorme posacenere colloca la vicenda in era pre-sirchiana e i telefonini appoggiati sul tavolo denotano la grande italianità del consesso.

Il contorno (quello ambientale, giacché si è ancora al primo piatto) non è granché. Le piastrelle alle pareti danno un greve senso di morgue, appena ingentilito da decorazioni natalizie e cotillons. Ancora più triste è la finestra sbarrata che è proprio il contrario del luminoso panorama leonardesco. Un altro tocco di inquietudine viene dal microfono in un angolo.
L’ultima osservazione è di ordine araldico. I due tavoli uniti sono ricoperti rispettivamente da un panno rosso e da uno blu. Il set è una caserma dei carabinieri e la bicromia non può che essere un dotto richiamo allo stemma dell’Arma: non certo alla bandiera del Lichtenstein o del Canton Ticino, e neppure - si spera - a talune squadre di calcio. Il riferimento è sottolineato dall’uso civettuolo di tovaglioli dagli stessi colori. La cosa pare un po’ irriverente: pranzerebbe la regina d’Inghilterra su una tovaglia fatta con la Union Jack? Sul tutto veglia rassicurante il tricolore.

Non ci sono gerarchie, nessuno reclina languidamente il capo, nessuno alza l’indice per chiedere se si sta parlando di lui. Solo Tonino in entrambe le foto sembra tenere sistematicamente il mazzo della conversazione. Basterà per consentire a Dan Brown di elaborare un Codice Di Pietro?



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Il ricordo Faceva l’amicone di tutti. Come una spia da manuale

di Redazione


La famosa fotografia in prima pagina sul Corrierone non è la semplice istantanea di una cena conviviale: è un racconto, una narrazione, una storia che, da sola, illumina la vicenda che va sotto il nome di «Mani pulite», la falsa rivoluzione incarnata dall’eroico Pm (delle manette).

Costui ha sempre avuto intorno a sé, sull’abbrivio dell’inchiesta che si giovava di un impressionante fuoco di sbarramento mediatico giudiziario a proprio favore, un doppio alone: dell’eroe chiamato a fare pulizia e del personaggio ambiguo e doppiogiochista con tendenze ai giochi sporchi e con dietro qualche burattinaio.

Per questo la fotografia del Corriere parla da sola e racconta il doppio Di Pietro, il Pm amico degli agenti segreti italiani e americani in una comunità d’intenti, al di là della cena, che manifesta una comune professione da nascondere.

Troppe volte il Pm ha dato più che l’impressione, la certezza di comportarsi come un agente, non della Ps, ma di qualche Servizio segreto sia nei suoi viaggi all’estero, sia nelle sue frequentazioni, sia nel fare «bassi» servizi per qualcuno sotto il sole dei Tropici sia nei diversi comportamenti in quella che «dopo» chiamò sprezzantemente «Milano da bere», ma che «prima» amava frequentare, ne conosceva la piacevole way of life con tanto di fringe benefits, ne praticava i vizi e le virtù.

Tecnicamente: faceva l’amicone in un gruppo di persone per infiltrarsi, frequentandoli in cene conviviali, in salotti, a casa sua ecc. Dopodiché cominciava a prender le «misure per qualcuno», un lavoro che comprendeva la richiesta di favori, di case, di introduzioni, di segnalazioni e promozioni di amici importanti nel settore dei Servizi segreti (erano il suo debole) che, talvolta, avevano come contropartita delle problematiche connesse all’ambito giudiziario.

La sua disponibilità esprimeva una spergiurata lealtà che menti un po' più raffinate avrebbero catalogato sotto la voce: falsi d'autori, e del resto, l’agente infiltrato sorprende e colpisce proprio quelli che ha fatto diventare amici in virtù di un’arte affabulatoria funzionale a scambi vicendevoli ma anche a tradimenti repentini, trasformando gli amici in vittime, quando accorgersene è troppo tardi.

Diventato l’eroe manettifero col coro assordante dei mozzorecchi, proclamava di non guardare in faccia a nessuno perché applicava la legge. Mentiva: perché alcuni furono dannati da lui, altri salvati. Per questo fallì «Mani pulite». Quanto alla legge, aveva certamente il potere di applicarla, ma arbitrariamente, il che terrorizzava tutti, compresi certi giudici.

Ciò che emerge oggi, anche al di fuori del perimetro della fotografia, è una puntuale conferma della sua natura per così dire doppia, a parte il fatto che molte delle cose che si dicono oggi erano state dette molti, molti anni fa quando, però, venivano silenziate dal superomismo di questo funzionario dello Stato, diventato il paravento dietro cui annientare un’intera classe dirigente per regalare il paese ai poteri forti antipolitici che se lo sono mangiato a pezzi e a bocconi.

Ciò che sta venendo alla luce, conferma una costante del suo comportamento: fare del male agli amici, abbandonarli nel momento del bisogno, lasciandoli al loro destino. Era lo stesso comportamento tenuto quindici anni prima, contro alcuni suoi amici personali, imprenditori, costruttori, funzionari dello Stato da lui traditi e finiti, grazie al suo contributo determinante, in rovina se non alla morte.

E oggi? Beh, non è un caso la sua rottura con l’amico e sodale Elio Veltri (per ragioni di fondi) e quella con l’avvocato Di Domenico, l’amico del cuore col quale scrisse lo statuto dell’Italia dei valori, ma finendo espulso da questa strana associazione triproprietaria che accumula un catasto a gestione privatissima coi fondi pubblici.

Agente doppio, o triplo, infiltrato, burattino? I dubbi sono pochi. E le sue reazioni di queste ore ne tradiscono il nervosismo perché si tenta di puntare i riflettori (finalmente) sulla zona grigia in cui è cresciuto e si è mosso. Non avremo da lui nessuna ammissione, nessun pentimento, soprattutto, nessun sentimento, che è tipico degli spioni al servizio di questo o di quello.

Né avrà grane dai suoi giudici, essendo ormai evidente l’appartenenza alla dimensione dei grandi misteri del nostro tempo, come quelli imperscrutabili di Fatima, l’essersela cavata in una sessantina di procedimenti penali, come scrive l’ottimo Facci, e in una quasi ventina, come ha ammesso lui, contro Di Domenico.

Infine, chi fa quella sua professione borderline non ha tempo per i sentimenti, non ha reazioni umane, non è strutturato per ammettere la propria natura «doppia», non può dire chi è. È come un robot teleguidato. Anche i robot, quando non servono più, finiscono nelle discariche.

*Pubblicato dal
quotidiano «l’Opinione»



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