domenica 14 febbraio 2010

Delbono indebita Bologna, le coop ringraziano

di Giacomo Susca

Il mega appalto del metrò ai costruttori rossi. E' l’ultimo "regalo" del sindaco Flavio Delbono.

Stavolta non all’ex compagna Cinzia Cracchi, ma ai bolognesi.

Che dovranno mettere da parte 52 milioni e mezzo di euro in 35 anni, sarebbe a dire 1,5 milioni l’anno, per investirli nel faraonico progetto del People mover





Già viene ricordato come l’ultimo «regalo» del sindaco Flavio Delbono. Stavolta non all’ex compagna Cinzia Cracchi, ma direttamente ai bolognesi. I quali hanno poco da festeggiare. Perché dovranno mettere da parte 52 milioni e mezzo di euro in 35 anni, sarebbe a dire 1,5 milioni l’anno, per investirli nel faraonico progetto del People mover. La «grande opera» del metrò su rotaia, che nei piani di Palazzo d’Accursio, dovrà collegare a partire dal 2015 l’aeroporto Guglielmo Marconi alla stazione di Bologna, passando per il campus universitario del Lazzaretto. Un tracciato di cinque-chilometri-cinque costellato, a cantieri aperti, di dubbi e veleni.


Una «vicenda inquietante» secondo Daniele Corticelli, consigliere comunale della lista Cazzola e leader del movimento Bologna capitale: «Deve indagare la Corte dei conti perché non si possono promuovere opere che non sono per il bene pubblico, ma servono solo agli interessi economici di qualcuno». E quel «qualcuno», ancora un volta, sarebbero le coop rosse.

Ricapitolando: la gara d’appalto in project financing risale al 2007. Finì disertata poiché le imprese, malgrado il contributo a fondo perduto di 27 milioni di euro da parte della Regione più altri 2,7 milioni garantiti dalla Società aeroporto di Bologna spa, avevano declinato l’invito del Comune allora guidato da Sergio Cofferati.

Affare troppo poco appetibile. Così l’amministrazione decise di modificare le condizioni, e di rendere il bando allettante. Prima di tutto alzando il prezzo del futuro biglietto della corsa a 7 euro per passeggero. Inoltre viene data ai privati la massima libertà nel decidere l’iter dei lavori e l’utilizzo dei treni, con la durata della concessione che passa dai 30 ai 35 anni attuali. Cresce anche il rimborso annuo che il Comune s’impegna a corrispondere al gestore nel caso in cui il numero dei passeggeri resti sotto la soglia minima ipotizzata nello studio di fattibilità: si passa appunto da 1 a 1,5 milioni di euro.

E siamo al primo passaggio chiave denunciato ai magistrati contabili: «Il meccanismo di pagamento del prezzo (partecipazione dell’ente pubblico alternata ai ricavi o alle perdite a seconda dell’andamento dell’esercizio) introduce una forma di associazione in partecipazione fra il Comune e il promotore. Il che, sul piano amministrativo, rappresenta una violazione del Codice appalti». Poi, spiegano nel documento i legali interpellati dalla lista d’opposizione, «non c’è adeguata copertura di bilancio, visto che il Comune non ha stanziato ancora nemmeno un euro come previsto dal bando», in palese inosservanza del Testo unico sugli enti locali.

Ma il People mover doveva essere realizzato. La svolta avviene nel maggio dello scorso anno, quando il Comune aggiudica la concessione al Consorzio Cooperative Costruzioni (Ccc, gigante rosso delle commesse edilizie, peraltro unico a farsi avanti nella seconda edizione della gara). E il 4 giugno 2009, una settimana prima delle elezioni che incoronano Delbono - dimessosi dall’incarico un paio di settimane fa, accusato di peculato e truffa aggravata quand’era vicepresidente della Regione - viene stipulato il contratto con Ccc.

Infine con la delibera dell’1 dicembre 2009 la giunta Delbono approva l’intesa raggiunta tra il Consorzio e l’Atc, la società partecipata il cui capitale è detenuto per il 61,6% dallo stesso Comune e per il 38,3% alla Provincia. Entro 90 giorni (e cioè entro il prossimo marzo) le parti s’impegnano a costituire la società di progetto, la Marconi Express, con Atc che assume le vesti di socio gestore del servizio e il Ccc quella di socio costruttore.

Il costo stimato del People mover sfiora i novanta milioni, compresi i trenta coperti da Regione e aeroporto. La quota che la società di trasporto pubblico di Bologna s’impegna a finanziare è pari a 60 milioni, attraverso il ricorso alle banche. Il rimborso del prestito viene fissato al 2034. Fatto «molto preoccupante» per il consigliere Corticelli: «Delbono accolla a una società interamente pubblica l’intera gestione del progetto, manlevando le cooperative da qualsiasi rischio d’impresa. I contribuenti bolognesi si trovano coinvolti nell’operazione a 360 gradi, tramite la controllata Atc, e si assumono oneri finanziari pesantissimi».

In casi analoghi è l’imprenditore che deve assumersi il rischio del project financing, rientrando nei costi sostenuti grazie ai ricavi derivanti dalla gestione dell’opera; con il People mover questa responsabilità se l’è attribuita il Comune di Bologna.

Ciò pur tralasciando le valutazioni sull’effettiva necessità del collegamento. Oggi c’è già un bus che compie il percorso aeroporto-stazione e viceversa, in 15 minuti. Uno studio recente dell’università di Bologna sul futuribile metrò bolognese ha evidenziato come - calcolo ottimista - l’utenza minima potenziale prevista al 2015 sia decisamente modesta (1,5 milioni di passeggeri annui totali). Invece il Comune di Bologna ha gonfiato tale cifra dell’80 per cento.

In definitiva, la capacità del People mover è «molto ridondante per almeno metà della tratta. C’è da chiedersi se gli obiettivi raggiungibili giustificano i costi», scrivono gli esperti. Conclude Corticelli: «Per far salire su un trenino cinque persone per volta si sprecano milioni di euro. L’esposto alla Corte dei conti sarà sulla scrivania del commissario straordinario giovedì 18, non appena sarà nominato. Solo lui può bloccare il pasticciaccio tra Comune e coop rosse».



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Milano: tangenti, il sistema Pennisi Indagini sui funzionari comunali

Corriere della Sera


Nei conti del consigliere arrestato depositi in contanti per migliaia di euro




MILANO - Cinquemila euro, seimila, cinquemila ancora, poi altri quattromila e di nuovo altri seimila. E via così, di deposito in deposito. Sempre rigorosamente in contanti.

«Sono regali del mio vecchio padre...», ha tentato di dire Milko Pennisi, il presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano arrestato l’altro pomeriggio mentre intascava la tangente da un costruttore bresciano. Ma non gli hanno creduto. Né i tre magistrati che lo stavano interrogando subito dopo avergli teso la trappola in via Hoepli, nel cuore di Milano, né i finanzieri e i poliziotti che anche in queste ore del fine settimana stanno spulciando tra la montagna di carte e documenti sequestrati nell’ufficio di Pennisi e nella sua abitazione. Il «vecchio padre» di Pennisi in verità sta in Brasile, è un pensionato che non naviga certo nell’oro e soprattutto negli ultimi tempi non avrebbe fatto al figliolo particolari regali.

Per i pm Tiziana Siciliano, Grazia Pradella e Laura Pedio, titolari dell’inchiesta, quelle banconote di grosso taglio portate in banca con una certa frequenza altro non sarebbero che la «traccia contabile» evidente del «sistema Pennisi». Ed è quindi in questa direzione che si stanno muovendo gli sforzi maggiori delle fiamme gialle. Per arrivare a tracciare la doppia vita di Milko Pennisi - uno che amava comunque esserci e farsi vedere in giro con belle donne, uno a zonzo per i locali alla moda di Milano tutte le sere o quasi - si sta confrontando il parallelo tra i versamenti in banca e la trattazione delle varie pratiche in transito per la Commissione urbanistica del Consiglio comunale. Tempi e soldi potrebbero portare a capire chi, tra gli imprenditori o qualche semplice privato cittadino, potrebbe avere avuto interesse a pagare.


E di nuovo arriva, neanche tanto tra le righe, l’invito della Procura di Milano perché si facciano avanti spontaneamente coloro che sono rimasti coinvolti nel «sistema Pennisi». Se hanno pagato su esplicita richiesta, come ha fatto il costruttore Mario Basso, non rischiano proprio nulla. Meglio farsi avanti, allora. Ma non è solo tra gli imprenditori che la procura di Milano sta concentrando le sue attenzioni. La notizia che siano state fatte nuove iscrizioni nel registro degli indagati non trova conferme ufficiali, ma è certo che tra gli interessi investigativi dei magistrati ci siano i ruoli giocati da almeno tre o quattro funzionari e dirigenti della pubblica amministrazione.

Anche loro parte del «sistema Pennisi»? Parlando con l’immobiliarista di Brescia che poi lo ha fatto arrestare, il politico del Pdl ha raccontato di alcuni personaggi che, nel ricco pianeta dell’urbanistica milanese, sarebbero in grado di «fare il bello e cattivo tempo». «A Milano lo sanno tutti — ha detto Pennisi a Basso — se vuoi essere sicuro che una certa pratica non abbia intoppi ti devi rivolgere a certi professionisti...». E su questi «nominati» la procura scava e verifica. Intanto, proprio oggi Pennisi comparirà davanti al gip per l’interrogatorio di convalida del suo arresto. Dirà di più?

Biagio Marsiglia
14 febbraio 2010



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All'asta il presunto quadro di Hitler appeso nello studio di Sigmund Freud

Corriere della Sera


L'attuale anonimo proprietario è italiano e il prezzo di partenza dell'asta sarà di 10mila sterline (11.500 euro)




MILANO - Una leggenda, mai confermata dagli storiografi, racconta che a Vienna all'inizio del XX secolo, i membri della comunità ebraica fossero gli unici ad apprezzare i quadri del giovane Adolf Hitler e che furono proprio loro ad aiutare l'allora squattrinato artista a piazzare alcune sue opere. A rendere più incredibile questa storia è il recente ritrovamento di un acquarello, dipinto nel 1910 dal futuro Fuhrer, che secondo gli esperti sarebbe appartenuto addirittura a Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, al tempo uno dei personaggi più in vista nella capitale dell'impero austroungarico. Il dipinto che misura 20 centimetri e che mostra una piccola chiesa con alle spalle delle alte montagne è firmato «A. Hitler 1910». Ma la cosa più interessante è che nella parte posteriore del quadro vi è un'iscrizione in italiano che recita: «Studio Medico Sigmund Freud Vienna».

ASTA - Secondo quanto racconta il Daily Telegraph di Londra il dipinto, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe stato portato in Italia da un veterano americano. L'uomo al tempo dichiarò che il quadro era appeso nello studio del dottor Freud, a Vienna. Dopo più di 50 anni la casa d'aste britannica Mullock’s ha scovato il quadro e il prossimo 2 marzo lo metterà in vendita a Ludlow, nella contea dello Shropshire.

Richard Westwood-Brookes, esperto di documenti storici che lavora per la Mullock’s, conferma al Daily Telegraph che l'attuale anonimo proprietario del quadro è italiano e il prezzo di partenza dell'asta sarà di 10.000 sterline (circa 11.500 euro): «Che il quadro fosse appeso nello studio viennese di Sigmund Freud può apparire una bizzarria. Ma bisogna pensare che sia Hitler sia il padre della psicanalisi vivevano a Vienna e che in gioventù il futuro Fuhrer cercò di sbarcare il lunario nella capitale austriaca tentando di vendere i suoi quadri. È possibile che Freud ne abbia comprato uno e l'abbia appeso nel suo studio».

INDIZI - Richard Westwood-Brookes afferma che vi sono altri indizi che confermerebbero la sua tesi: «La scena dipinta nel quadro è molto simile a quella già vista in altri quadri di Hitler - dichiara l’esperto della casa d'aste -. Inoltre si dice che Hitler fosse popolare nella comunità ebraica di Vienna di quei tempi. Ciò avveniva molto prima della nascita del partito nazista e delle abominevoli teorie razziste. È quindi del tutto possibile - anche se estremamente ironico - che il grande Sigmund Freud avesse un quadro di Hitler appeso nel suo studio».

Francesco Tortora
14 febbraio 2010




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Marines all'assalto grazie al «Mostro»

Corriere della Sera


L'offensiva in Afghanistan guidata dagli Abv, metà bulldozer metà carro armato

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WASHINGTON (USA) – E’ il Mostro dei Marines. L’Abv, Assault breacher vehicle, è impiegato in queste ore nell’offensiva in Afghanistan per rimuovere ostacoli ma soprattutto neutralizzare le temute le trappole esplosive dei talebani.

IL MEZZO - L’Abv, metà bulldozer metà tank, pesa circa 70 tonnellate, può raggiungere le 45 miglia orarie, costa oltre due milioni e mezzo di euro. A bordo tre uomini, una mitragliatrice e dispositivi per neutralizzare mine o le micidiali IED, le bombe artigianali costruite spesso con i fertilizzanti. Le lame anteriori spostano masse di terra provocando la deflagrazione anticipata delle cariche.

Oppure l’equipaggio può sparare dei cavi esplosivi sui campi minati, quindi vengono attivati a distanza per far scoppiare gli ordigni. Due Abv, procedendo appaiati, sono in grado di creare un corridoio di sicurezza per altri mezzi e truppe. Il “Mostro” è stato voluto fortemente dai Marines che avevano bisogno di un ariete adatto alle nuove esigenze operative. E l’Abv è entrato in azione per la prima volta in dicembre nella regione di Helmand.

Guido Olimpio
14 febbraio 2010




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Ecco come cucinare i gatti» La rivolta degli animalisti

Il Secolo xix





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È «gravissimo che a Raiuno si diano ricette di cucina sui gatti, presenteremo esposto contro Beppe Bigazzi»: ad affermarlo è Cristina Morelli, presidente ligure dei Verdi e responsabile Diritti Animali, commentando la puntata di mercoledì 10 febbraio della trasmissione La Prova del Cuoco, in cui Beppe Bigazzi ha spiegato come cucinare un gatto, definendolo «molto più» buono di altri animali.

«Dobbiamo ricordare a Bigazzi - ha detto l’esponente animalista - che i gatti, come tutti gli altri “animali d’affezione”, sono tutelati dalla legge 281 del 1991 che nell’art.1 comma 1 recita: “Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà” contro di essi, i maltrattamenti e il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente”».

«Ricordiamoci che chi è in televisione ha un ruolo molto delicato - ha concluso la Morelli - e un messaggio come questo, dove si invita a mangiare i gatti, è particolarmente grave ed è per questo che faremo un esposto e denunceremo Bigazzi e le sue dichiarazioni».

Nello spezzone di puntata, ritrasmesso nei giorni scorsi anche da Striscia la Notizia (ma da YouTube il video è stato rimosso), Bigazzi è stato prodigo di consigli, arrivando a spiegare come il gatto debba essere «tenuto tre giorni nell’acqua del torrente», così che venga fuori «con le sue carnine bianche», diventando «una delizia».




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Aggredita dal mio cane e costretta ad abbatterlo»

Il Secolo xix


«Sono stata costretta ad abbattere il mio cane, oramai dichiarato “pericoloso”, contravvenendo alla legge, ma se fosse stato per le Autorità sanitarie, quel bulldog così “letale” sarebbe rimasto in casa mia chissà per quanto tempo, oppure sarebbe finito agonizzante in un canile». È drammatica la storia raccontata da Paola, trentenne rapallese, vittima di un’aggressione, prima, e della burocrazia, dopo.



«Alì (questo il nome del cane, ndr) aveva 5 anni e pesava 45 chilogrammi. Era un cane di razza bulldog americano, dotato di microchip e regalatomi da un allevamento di Novara. Sapevo che si trattava di una specie già inserita nell’elenco delle razze pericolose, ma gli ho voluto bene fin dal primo istante, nonostante abbia scoperto ben presto che si trattava di un animale malato.

Non poteva mangiare determinati cibi, soffriva di una forma particolare di celiachia e con me portavo sempre farmaci e cortisonici, così da prevenire eventuali malori. All’età di appena 11 mesi, aveva già dato segni di aggressività, ma l’episodio più grave è senza dubbio quello avvenuto il 5 novembre dell’anno scorso. Quel giorno portai Alì a spasso assieme all’altro mio cane. Pioveva e durante la passeggiata, scivolai. Vedendomi a terra, il bulldog si spaventò e mi attaccò. Ricevetti morsi alle gambe e alle braccia. Fui costretta ad arrampicarmi su una cancellata, tentai di bloccarlo strangolandolo, ma era fortissimo e come impazzito.

Iniziai a chiedere aiuto e a urlare, ma solo una mia vicina di casa intervenne. Armata di un bastone, quella ragazza colpì Alì alla testa e lo fece desistere. Subito dopo fui portata in ospedale a Lavagna, dove fui medicata. Al pronto soccorso, raccontai l’accaduto e mi fu detto che della vicenda si sarebbe interessata l’Asl 4».

Paola riportò lesioni alle gambe suturate con 45 punti e ferite al braccio sinistro gravissime: è stata operata una prima volta e dovrà forse tornare presto sotto i ferri. «Dodici giorni dopo l’aggressione - dice ancora arrabiata Paola - un uomo che dichiarò di essere un veterinario dell’Asl 4 si presentò a casa senza documenti, dicendo solo di dover verificare che Alì non fosse affetto da rabbia e aggiunse pure che la visita mi sarebbe costata 40 euro.

Inutile dire che buttai fuori di casa quell’uomo, spiegandogli di tornare munito di documenti di identità o tesserino di riconoscimento». Ad ogni modo il giorno dopo la rapallese si recò negli ambulatori a Rapallo e lì le fu spiegato che il cane, in quelle condizioni, non poteva essere abbattuto, che la legge regionale proibiva l’eutanasia in questo caso. L’unica soluzione era l’affido a un canile: «Non accettai, Alì sarebbe morto di stenti - spiega ancora Paola - allo stesso tempo non potevo certo tenerlo in casa.

Una veterinaria specializzata in medicina comportamentale ha visitato Alì e ha stabilito che si trattava di un esemplare che presentava un “rischio massimo” e ha consigliato l’allontanamento o la soppressione eutanasica. Ho scelto, a malincuore, quest’ultima opzione per non far soffrire oltre il mio cane - spiega Paola - ma non l’ho fatto in Piemonte, come mi fu suggerito all’ambulatorio rapallese. L’ho fatto in Liguria, pagando circa 120 euro, il 23 novembre scorso. Ma se fosse stato per le Autorità sanitarie, sarei stata costretta a convivere con un animale potenzialmente letale».



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Roma? No, è Milano "magna magna" Nuove inchieste nella capitale morale

Il Tempo


Mentre la Città Eterna è sommersa da luoghi comuni il capoluogo lombardo è sotto shock dopo l'arresto del consigliere comunale per mazzette. E scoppia una guerra tra immigrati.


Un consigliere comunale in prigione. Un consigliere regionale in cella. La moglie di un pezzo da novanta del Palazzo dentro e poi fuori. Inchieste a raffica e sinistro clic clic di manette. È Roma ladrona? No, è «il magna magna di Milano», cuore della Padania felix, modello di gestione della cosa pubblica, capitale morale del Paese, icona dell’etica, stella polare della Lega. Il Corriere della Sera ieri titolava: «Mani Pulite? Non è mai finita».

Vedremo, interessante per noi è che la retorica contro Roma origine di tutti i mali e il teorema vecchio come il cucco che la corruzione sia un fenomeno al di sotto della linea gotica vanno miseramente in fumo. Appena l’altro ieri il ministro Roberto Calderoli, per ragioni di bottega elettorale, diceva che «l’unità d’Italia esiste solo sulla carta» e spronava - buonanima - il Sud a «dotarsi di una nuova classe dirigente».

Visti i fatti e i misfatti, quella del Nord non appare così immacolata. Sia chiaro: la Lega è un partito ben organizzato, i suoi dirigenti sanno come si fa politica, ma dopo sedici anni di nuovo centrodestra, la «retorica del Nord» è da archiviare. Il direttore de Il Tempo conosce Milano e le sue istituzioni: hanno ben poco da insegnare e molto da imparare da Roma. 

Roma si candida alle Olimpiadi del 2020? Ecco la Lega non solo schierarsi per Venezia ma contrastare le aspirazioni della Capitale con una serie di attacchi segnati dal luogocomunismo su «Roma ladrona». Roma vuole organizzare un Gran Premio di Formula Uno all'Eur? No, s'inalbera Formigoni che vuole veder sfrecciare le Ferrari solo a Monza.

Il vade retro alla Capitale viene giustificato con una sorta di superiorità antropologica del Nord su Roma, un pregiudizio morale che somiglia tanto a quello coltivato dalla sinistra nei confronti della destra. In entrambi i casi la storia si è incaricata di sfatare i miti e di rimettere le cose a posto: Milano sembra tornare punto e a capo alle banconote nel cesso di Mario Chiesa (1992); la sinistra «diversa» di berlingueriana memoria effettivamente s'è scoperta diversa da come la immaginavano gli ingenui militanti: è finita sotto un trans con Marrazzo (2009). So di interpretare il sentimento dei lettori de Il Tempo. Nei giorni scorsi ho scritto che una delle missioni di questo giornale sarà quella di demolire i luoghi comuni contro la Capitale.

È una battaglia culturale che merita di essere combattuta, perché riguarda l'identità stessa della nazione. Sulla mia scrivania c'è un libro intitolato «Italianità», scritto da Silvana Patriarca, una docente italiana che insegna a New York. Il volume ripercorre «la costruzione del carattere nazionale». Gioberti per esempio sosteneva che il cuore del Paese è nel centro della Penisola, a Roma e Firenze «i due centri indivisi della lingua, della civiltà, della religione».

Sempre Gioberti sosteneva che piemontesi e napoletani erano agli antipodi ma si compensavano: «I napoletani sono l'opposto dei piemontesi e peccano per eccesso, come questi per difetto». La varietà dei caratteri di un popolo finiva per compensarsi e fare quel che si chiama nazione. Indro Montanelli, un grande italiano, negli anni Cinquanta diceva che «sotto tante magagne politiche, economiche e sociali, c'è in questo nostro Paese un fondo umano e civile, un'antica e ancestrale gentilezza che finisce per riscattare, almeno in parte, i nostri spaventosi difetti».

Spaventosi difetti che non sono solo di Roma, ma dell'intero paese. Subito dopo l'arresto del consigliere comunale di Milano, Milko Pennisi, si è aperto un dibattito per la verità già visto negli anni passati. Giustamente il sindaco Letizia Moratti ha detto di sperare in un «caso isolato». Lo speriamo pure noi. E siamo d'accordo con Maurizio Gasparri e Pier Ferdinando Casini quando sottolineano che la «questione morale esiste» e «le persone che sbagliano vanno punite».

Nessuno però ha messo debitamente in evidenza la regola dei due pesi e due misure che è stata applicata alla Capitale in questi anni. È un dato notevole per dibattere in un Paese che deve celebrare proprio quest'anno i 150 anni della sua unità. Salvaguardare l'immagine di Roma, ricordare il suo patrimonio storico e culturale, non lasciarla in balìa di lotte fratricide (vedere alla voce Olimpiadi) ma sostenerla con forza dovrebbe essere la missione della politica. I giornali possono, al massimo, raccontare e mostrare le contraddizioni di certi schemi mentali. Noi lo faremo, con pazienza e tenacia. Ne abbiamo tutto Il Tempo.

Mario Sechi
14/02/2010




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Bersani il forcaiolo pensi al suo Bassolino

di Vittorio Feltri

Pierluigi Bersani ha chiesto le dimissioni di Guido Bertolaso prima ancora che questi sia stato messo con le spalle al muro.
È bastato un avviso di garanzia per far venire voglia di ghigliottina nel Partito democratico, memore forse dei fasti di Mani pulite che ripulirono tutti tranne il Pci.
A forza di andare avanti alla carlona la sinistra erede di Stalin, Breznev, Gorbaciov, Togliatti, Berlinguer, Natta e Occhetto è tornata indietro diciotto anni nella speranza di riprendere fiato. Per qualche voto in più è disposta a rinverdire il proprio giustizialismo invero mai appassito...



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Parla la massaggiatrice di Bertolaso Il sottosegretario: non finirò nel fango

di Gian Marco Chiocci

Il verbale di Francesca, ricoverata in ospedale, smentisce il giudice che la dipinge come "tangente sessuale": "Sono regolarmente diplomata e assunta a stipendio fisso.

Le cabine del centro non hanno neanche la serratura".

Gettata in pasto alla stampa come misteriosa "entreneuse" non è affatto una escort. 

 

Bertolaso: "Con le querele costruirò cinque ospedali in Africa" 

 




di Gian Marco Chiocci Massimo Malpica


Eccola qui dunque la misteriosa Francesca, la donna finita su tutti i giornali per quella frase intercettata a Bertolaso. Il capo della Protezione civile, chiedendo un appuntamento per un massaggio, appena sceso da un volo transoceanico, parla di «ripassata». Un termine suggestivo, «ripassata», che suggestiona pure il gip fiorentino autore dell’ordinanza, per nulla convinto che lo scopo delle visite del sottosegretario al Salaria Sport Village fosse «innocente».

E invece, sorpresa. Francesca non è una starletta in minigonna né una velina appena maggiorenne, tantomeno una escort. Ma una signora romana di 43 anni, che rivendica di aver studiato a lungo e fatto esami per diventare una massaggiatrice professionista, che giura di voler sbandierare i propri diplomi di fronte ai giudici e che con Bertolaso nega di aver avuto rapporti di tipo diverso da quello professionale. Lo spiega nel verbale di sommarie informazioni pubblicato qui di seguito, che è stato raccolto ieri mattina alle 11 dalla difesa di Bertolaso nell’ospedale romano dove la donna è ricoverata da qualche giorno per sottoporsi a un intervento chirurgico.

Un verbale che, come parte delle indagini difensive, verrà consegnato in procura. Le dichiarazioni di Francesca confermano quanto aveva spiegato nei giorni scorsi lo stesso Bertolaso. Dice di aver conosciuto il sottosegretario al centro estetico dello sporting club. E di avergli fatto soltanto dei massaggi «rilassanti decontratturanti», mette a verbale Francesca di fronte all’avvocato Filippo Dinacci che la «interroga». Chiarendo, dettaglio non poi così morboso, che il capo della Protezione civile soffriva di cervicale. E il sesso? «Assolutamente no», taglia corto la donna.

Avvocato: «Buongiorno. Ci dice dove presta la sua attività lavorativa?».

Francesca: «Sono dipendente del Salaria Beauty, centro estetico del Salaria Sport Village».

Avvocato: «Da quanto tempo lavora lì?».

Francesca: «Da circa due anni e qualcosa, credo di aver iniziato a novembre del 2007».

Avvocato: «E che tipo di lavoro svolge nel centro estetico Salaria Beauty?».

Francesca: «Sono un’estetista qualificata, con attestato di specializzazione di terzo anno, che ho conseguito presso la scuola Sem, scuola estetica moderna sita in Roma, via Palermo. Aggiungo che ho conseguito anche altri attestati relativi a varie tipologie di massaggio. In particolare linfodrenaggio, massaggio connettivale, massaggio ajurvedico, stone massage, massaggio armonico strutturale e riflessologia plantare. Specifico che, anche con riferimento a tali tipologie di massaggio, ho conseguito diplomi e attestati».

Avvocato: «La scuola Sem che lei ha frequentato è un centro riconosciuto da enti istituzionali?».

Francesca: «La scuola Sem è riconosciuta dalla Regione Lazio, e il diploma è stato conseguito a seguito di ben due esami che ho superato con il massimo dei voti».

Avvocato: «Signora, lei conosce Guido Bertolaso?».

Francesca: «Sì, lo conosco, perché è venuto qualche volta al centro per i massaggi presso il quale lavoro».

Avvocato: «Può dirmi in che modo vengono fissati gli appuntamenti dei clienti?».

Francesca: «Non vengono presi direttamente da me, ma vengono fissati attraverso il centralino della struttura dove lavoro».

Avvocato: «Può spiegare quale tipologia di massaggi veniva praticata al dottor Guido Bertolaso?».

Francesca: «Certo. Si trattava di un massaggio rilassante decontratturante, in quanto il dottor Bertolaso soffriva di cervicale, mi sembra di ricordare che interessasse il lato destro. Preciso inoltre che il dottor Bertolaso presentava anche varie contratture alla colonna vertebrale».

Avvocato: «Ha mai intrattenuto con Bertolaso relazioni personali, anche di natura sessuale?».

Francesca: «Assolutamente no. Col dottor Bertolaso io ho avuto rapporti soltanto di natura
professionale né lo ho mai frequentato al di fuori del centro estetico. Tengo peraltro a precisare che le cabine all’interno delle quali si effettuano i massaggi sono munite di una porta scorrevole senza serratura, che anche se viene chiusa lascia comunque uno spiraglio di visibilità. Non appena possibile mi riservo di consegnare presso lo studio legale copia degli attestati e diplomi di specializzazione».

Avvocato: «Può dirci se le sue remunerazioni da parte del centro estetico vengono erogate come stipendio mensile fisso o se invece usufruisce di percentuali?».

Francesca: «Percepisco uno stipendio mensile fisso, che viene accreditato direttamente sul mio conto corrente».




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Milano, egiziano ucciso Far West per le strade

Quotidianonet

Quattro stranieri in stato di fermo. La rivolta scoppiata dopo l'accoltellamento di un 19enne e il ferimento di due amici.Presi d'assalto i negozi di sudamericani. Distrutte auto e vetrine spaccate. In strada agenti in tenuta anti sommossa

Fotogallery


Milano, 14 febbraio 2010

Quattro egiziani sono stati sottoposti a fermo con l’accusa di devastazione in seguito ai disordini scoppiati ieri in via Padova dopo l’omicidio di un egiziano di 19 anni per mano di un gruppo di giovani latinoamericani. I quattro farebbero parte del gruppo formato da decine di persone che ieri ha ribaltato auto e cassonetti e spaccato vetrine di negozi dopo l’omicidio.

Dopo i disordini fra via Padova e piazzale Loreto il gruppo di nordafricani si era frammentato per poi riunirsi intorno alle 22 in via Padova all’altezza del civico 72. Qui, in 25, sono stati fermati e immobilizzati. Poco dopo sono stati trasferiti in questura con un autobus del trasporto pubblico milanese. In totale la polizia ha identificato 36 egiziani. Dieci di questi sono irregolari in Italia.

agi




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Il primo studioso di Ogm: "Chi non li vuole uccide il made in Italy"

di Stefano Lorenzetto


Francesco Sala: "Il cibo naturale non è mai stato naturale. E nessun prodotto tipico è tipico. I verdi non capiscono ciò che era già chiaro a Giacomo Leopardi nel 1824". E profetizza: "O l'agricoltura sarà geneticamente modificata o non sarà"

 





Un campo di battaglia. Silvano Dalla Libera, agricoltore di Vivaro (Pordenone), dopo tre anni di cause giudiziarie ha vinto al Consiglio di Stato e attende che entro 90 giorni il ministro delle Politiche agricole lo autorizzi a seminare mais geneticamente modificato. Luca Zaia, nemico giurato degli Ogm, ha annunciato che ricorrerà in tutte le sedi contro la sentenza. La Confagricoltura plaude alla decisione del Consiglio di Stato. La Coldiretti minaccia la raccolta di firme per un referendum qualora gli Ogm venissero ammessi. Cinquecento agricoltori abbandonano per protesta la confederazione fondata da Paolo Bonomi e s’iscrivono alla Futuragra di Dalla Libera. L’Espresso strepita in copertina: «Gli Ogm nascosti», e denuncia: «Consumatori senza difese». L’opinione pubblica continua a non capirci nulla.

In questo bailamme, scende in campo l’unico che di campi se ne intende davvero, il professor Francesco Sala, biotecnologo vegetale. Con un giudizio più inappellabile di quello pronunciato dal Consiglio di Stato: «I prodotti tipici non sono mai stati tipici e il cibo naturale non è per nulla naturale. Fermare gli Ogm significa cancellare il made in Italy. È come se si costringesse la Fiat a costruire auto prive di tutto ciò che è stato inventato negli ultimi 30 anni, dall’Abs al navigatore satellitare.

Gli anti Ogm questo stanno facendo: uccidono l’agricoltura italiana, che o sarà geneticamente modificata o non sarà. Lavorano - senza saperlo, mi auguro - proprio per le multinazionali che affermano di combattere, come la Monsanto, e anche per la lobby chimica che impesta l’ambiente di insetticidi, fungicidi, diserbanti, fertilizzanti. Stanno ripetendo l’errore compiuto nel 1948, quando gli avversari dell’innovazione andavano nel Bresciano a bruciare le coltivazioni dei loro colleghi che avevano messo a dimora il mais ibrido F1, lo stesso con cui oggi si prepara l’ottima polenta che piace tanto al ministro Zaia».

A favore del professor Sala depone il curriculum: laureato due volte (farmacia e scienze biologiche), è stato il primo in Italia, fin dal 1980, a occuparsi con sistematicità degli organismi geneticamente modificati, per 13 anni al Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) e poi insegnando botanica generale e biochimica vegetale all’Università di Parma e alla Statale di Milano. In cattedra fino al 2008, ha diretto i tre orti botanici del capoluogo lombardo e a 71 anni continua le sue sperimentazioni in quello di Cascina Rosa. È responsabile di un progetto di ricerca Italia-Cina, finanziato dal ministero dell’Ambiente, sulla sicurezza ambientale delle piante Ogm. Con le modifiche genetiche ha aiutato i cinesi a sconfiggere gli insetti parassiti del riso e del pioppo.

Loro si sono sdebitati nominandolo guest professor della Chinese academy of forestry di Pechino e docente ad honorem della Nanjing forestry university di Nanchino.

Sala ha avuto per maestro uno dei più illustri scienziati viventi, il professor Luca Cavalli Sforza, il genetista che ha ricostruito l’evoluzione dell’homo sapiens, a sua volta allievo del grande Adriano Buzzati Traverso, fratello dello scrittore Dino. «Cominciai con lui nel 1959. Me lo ricordo nel 1968, mentre impaccava le sue poche cose in università con la canea dei contestatori sotto le finestre: “Basta, mi trasferisco in America”. Convinse ad andarci anche me per tre anni. Lo ritrovai al dipartimento di genetica della Stanford university.

Lavorava col microbiologo Joshua Lederberg e altri sette premi Nobel». Il professor Sala e la figlia Monica, biologa che si occupa di Aids all’Istituto Pasteur di Parigi, hanno messo a punto un vaccino contro l’epatite B ricavandolo da una sequenza di Dna del tabacco geneticamente modificato. Sperimentato sulle cavie, l’estratto grezzo ha indotto una reazione immunitaria. Non pare, ma Ogm significa anche questo.

Che cos’è un Ogm?

«Un organismo in cui è stato introdotto stabilmente un frammento di codice genetico isolato da un altro organismo vegetale».

Solo vegetale? C’è molta informazione horror sugli Ogm, definiti cibi Frankenstein: il Dna dei topi nei carciofi, i geni dei salmoni messi nelle fragole per renderle più resistenti al freddo, il gene dello scorpione nel riso...

«Ribadisco: al 100% vegetale. Il resto è fantasia. Vero che fra uomo e scimmia vi è solo una differenza genetica dell’1,64% e che uomo e pianta hanno il 40% dei geni in comune. Ma sarebbe difficilissimo e costosissimo cercare altrove ciò che già si può trovare nel Dna delle piante. E comunque guardi che vegetale non è sinonimo di sano.

Le faccio un esempio. Il basilico appena spuntato contiene metil-eugenolo, una sostanza estremamente cancerogena. Quindi chi volesse prepararsi un pesto alla genovese strappando le foglioline da una pianta alta 2-3 centimetri si esporrebbe a gravi rischi, visto che contiene 600 volte la dose massima consentita dalla farmacopea statunitense degli alimenti. Nel basilico alto 10 centimetri sparisce il metil è resta solo l’eugenolo, che è innocuo».

Perché decise di occuparsi degli Ogm?

«Per interesse intellettuale, non certo per soldi. E mi ritrovo a vivere, pensi che beffa, nell’unico Paese al mondo che ne abbia vietato non solo la coltivazione per scopi commerciali ma addirittura lo studio in campi sperimentali. Dal 1999 ci hanno bloccato i fondi per la ricerca. Intanto oltre 3 miliardi di individui producono e mangiano Ogm e 7 dei 27 Paesi dell’Unione europea li coltivano, la Spagna addirittura da un decennio».

I verdi dicono che così il Belpaese difende il cibo naturale.

«Non sanno di che parlano. Il pomodoro del loro orto è il risultato della ricerca fatta nell’ultimo secolo dai genetisti agrari italiani, che erano all’avanguardia nel mondo. Ficchiamoci bene in testa un concetto: le piante che crescono spontanee sono una cosa, quelle coltivate un’altra. Persino Giacomo Leopardi, nelle Operette morali, anno 1824, scriveva che “una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è, anzi è piuttosto artificiale” e citava “i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine”. I verdi questo non lo capiscono. Loro sostengono che siccome in Italia c’erano 400 qualità di mele, mentre adesso se ne contano tre o quattro, gli Ogm sarebbero il colpo di grazia alla biodiversità».

A me risulta che nel giro di un secolo siano scomparse 500 varietà di mele nel solo Piemonte: la grigia di Torriana, la runsé, la calvilla, la buras, la gamba fina...

«E viene dirlo a me? Ero riuscito a salvare il melo della Val d’Aosta, coltivato fin dal Medioevo e decimato dal maggiolino Melolonta melolonta che si ciba delle sue radici. Avevo introdotto nell’apparato radicale un gene che rendeva la pianta immune dal coleottero. Solo la radice, badi bene, era Ogm. Il tronco e il frutto non contenevano nessun gene esogeno. Niente da fare: le hanno considerate mele Ogm e quindi proibite».
Assurdo.

«Il consumatore compra solo le golden delicious e le red stark col bollino, che però subiscono 34 trattamenti chimici l’anno per risultare così belle e così sane. Si torna al punto di partenza: i prodotti tipici non sono affatto doni della natura. Il grano duro, il riso Carnaroli, la vite Nero d’Avola, il pomodoro San Marzano, il basilico ligure, la cipolla rossa di Tropea, il broccolo romanesco sono stati ottenuti con gli incroci e con la mutagenesi sui semi. La quale si fa con mutageni fisici, tipo le radiazioni nucleari e i raggi gamma, o chimici, tipo l’etil-metan-sulfonato e l’acido nitroso, che sono cancerogeni».

Che bisogno c’era?

«L’agricoltura è sempre stata protesa ad aumentare la produttività e a migliorare la qualità. Ma le varietà coltivate non durano in eterno. Vengono attaccate dai parassiti: funghi, batteri, virus, insetti. Oggi il 25% del raccolto di Carnaroli, il riso più pregiato, viene distrutto dal Magnaporthe grisea, un fungo che aggredisce foglie e pannocchia. Basterebbe inserire un gene che gli conferisca resistenza all’attacco fungino. Una celebrità nazionale come il San Marzano, indispensabile su spaghetti e pizza, rappresentava il 20% della produzione di pomodoro in Campania. Un virus l’ha distrutto. Oggi è sceso a meno dell’1%. Prima dei divieti del 1999 era stato sperimentato in campo un ottimo San Marzano Ogm che resisteva al virus. Si poteva salvarlo».

Che spreco.

«Niente a confronto con quello che è accaduto al golden rice, il riso Ogm del professor Ingo Potrykus, un mio caro amico tedesco che presentai a Papa Wojtyla e che ora siede nella Pontificia accademia delle scienze. Contiene la provitamina A che diventa vitamina A nel corpo umano. Mangiandolo, milioni di bambini africani potrebbero salvarsi dalla cecità. Ma i fondamentalisti di Greenpeace lo bloccano da dieci anni. Ingo ne ha 76. “Prima di morire, spero di vederlo in produzione”, mi ha detto. A un convegno ho chiesto a uno dei caporioni di Greenpeace per quale motivo fosse contrario. La risposta è stata: “Se apriamo a un Ogm, poi passano tutti”. Non gliene fregava niente che fosse un riso sicuro».

Chi può garantire che gli Ogm non facciano male?

«Non vi è un solo studio al mondo che documenti un presunto danno arrecato dagli Ogm. E per studio intendo la pubblicazione dei dati su una rivista scientifica qualificata, la loro discussione e la loro riproduzione in altri laboratori. Le rare ricerche che paventavano un qualche rischio non hanno mai superato il successivo stadio di validazione».

Non è un po’ poco?

«Aggiungo che nel 2001, dopo 15 anni di studi costati 70 milioni di euro, l’Unione europea ha emesso una nota ufficiale nella quale si afferma che l’indagine svolta da 400 gruppi di ricerca pubblici “non ha mostrato alcun nuovo rischio per la salute umana o per l’ambiente”, semmai “diventano sempre più evidenti i benefici di queste piante”. Il 93% della soia importata in Italia è Ogm, per cui latte, parmigiano reggiano, grana padano, prosciutto crudo di Parma, salumi e carni già adesso provengono da animali alimentati con soia geneticamente modificata. Allora perché rinunciare a una vite Ogm con un alto contenuto di resveratrolo, sostanza naturale che combatte l’aterosclerosi e protegge il cuore? Invece ci beviamo insieme col vino una spremuta di antiparassitari. Il futuro del cibo biologico è solo negli Ogm».

Ma così gli agricoltori dipenderanno per sempre dai brevetti della Monsanto, obiettano gli ambientalisti.

«Siamo seri. È dal 1945 che i contadini italiani comprano la semente dell’ibrido F1 dalla Monsanto piuttosto che dalla Syngenta. Mica per altro: produce il 30-40% di mais in più. I semi Ogm potrebbero benissimo provenire dalle università italiane, senza dover dipendere dall’estero. Io ci ho parlato con Hugh Grant, presidente della Monsanto. Mi ha spiegato che a loro interessano solo mais, soia, cotone e orzo Ogm, neanche il riso, perché, nonostante 3,8 miliardi di asiatici lo mangino, i volumi di esportazione sono troppo bassi. Le pare che le multinazionali investirebbero soldi sul miglioramento genetico del San Marzano?».

Presumo di no.

«Appunto. E infatti sono stati i nostri laboratori di ricerca molecolare a produrre e a sperimentare in campo 24 specie di vegetali Ogm resistenti a insetti, erbicidi, funghi e virus - dalla patata al ciliegio, dalla melanzana alla fragola - ai quali la Monsanto non sarà mai interessata. La verità è che le multinazionali traggono profitti enormi dal blocco degli Ogm in Europa, perché in questo modo possono capitalizzare i risultati delle loro scoperte e non devono confrontarsi con la ricerca pubblica. Quindi se io fossi Hugh Grant darei un premio al presidente della Fondazione diritti genetici, Mario Capanna, contrarissimo agli Ogm, che di fatto è il suo miglior alleato. Anche se fossi presidente della Bayer darei un premio all’ex sessantottino».

Con quale motivazione?

«Benemerito della chimica in agricoltura. Le statistiche parlano chiaro: gli unici Paesi dove da 10 anni sta diminuendo l’uso di fitofarmaci sono quelli che hanno introdotto gli Ogm. Viceversa, dove gli Ogm sono proibiti, il commercio di veleni è in costante crescita». Ma lei, oltre che con Grant, ha mai provato a parlarne anche col ministro Zaia? «L’ho incontrato solo una volta, otto anni fa. Mi ha chiesto a bruciapelo: “Ma lei è favorevole o contrario agli Ogm?”. Io sono favorevole alla scienza, gli ho risposto. Ne ho concluso che se il 60% degli elettori fossero favorevoli agli Ogm, anche i politici lo sarebbero».

Gli agricoltori contrari agli Ogm sono la stragrande maggioranza e non vogliono che i loro campi siano contaminati da coltivazione transgeniche.

«I dati che ho io dicono che il 50% è contro e il 50% è pro, se non altro perché un ettaro di mais Ogm rende 266 euro in più. A parte questo, una ricerca promossa da Gianni Alemanno, all’epoca ministro dell’Ambiente, avversario degli Ogm, dimostra che il polline del granoturco vola al massimo fino a 20-30 metri. Basterebbe una distanza di sicurezza di 50 metri per evitare qualsiasi commistione. Il polline di riso ha due ore di vita e non va oltre i 40 centimetri. Il camminamento fra una risaia e l’altra già impedirebbe lo scambio».

L’Eco di Bergamo ha lanciato un sondaggio on line sul tema: «Mangeresti la polenta Ogm?». Fino a ieri avevano votato in 1.487. Sì 67%, no 33%.
«Interessante».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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