martedì 16 febbraio 2010

L'esame del dna rivela: Tutankamon aveva un piede deforme e morì di malaria

Corriere della Sera

L'esame del genoma del celebre faraone ha svelato le cause della sua morte


MILANO - Il celebre faraone Tutankamon aveva un piede deforme, camminava con un bastone e aveva fattezze femminili. A consegnare alla storia il nuovo identikit del celebre faraone egiziano è stato l'atteso test del Dna condotto da ricercatori italiani, tedeschi ed egiziani, su 11 mummie, inclusa quella del sovrano bambino che morì a 19 anni per una frattura ossea che indebolì il suo sistema immunitario facendogli contrarre la malaria. L'apparenza femminea del giovane faraone ha persino fatto ipotizzare che il re fosse affetto da una forma di ginecomastia, «ma si tratta di teorie nate sulla base dei reperti archeologici e non legate alla valutazione della mummia», scrivono i ricercatori. Nessun segno di ginecomastia o della sindrome di Marfan infatti sono state riscontrate dai ricercatori, dunque l'aria vagamente effeminata tipica dei ritratti del re sarebbe solo una caratteristica dello stile dell'epoca. Al giovane faraone è stato però diagnosticato un disordine osseo, ma soprattutto gli esami hanno svelato le tracce della presenza del parassita della malaria. L'infezione potrebbe aver causato una necrosi ossea che, in abbinamento alla malaria stessa, avrebbe portato il giovane alla morte. Problemi di deambulazione del faraone sono rivelati anche dalla scoperta di bastoni nella sua tomba, aggiungono gli autori. Secondo i quali come detto, c'è la possibilità che un'improvvisa frattura, abbinata all'infezione malarica, possa aver segnato il destino di Tutankhamon.

LINEA EREDITARIA - L'esame del genoma di Tutankamon, che ha regnato dal 1341 al 1323 avanti Cristo, ha anche finalmente definito la sua linea ereditaria: Akhenaton, il faraone che trasformò radicalmente la religione dell'antico Egitto e che governò dal 1351 al 1334 avanti Cristo, era suo padre e sua sorella era la madre. Inoltre i due feti ritrovati nella tomba del faraone sarebbero veramente suoi figli: due bimbe morte subito dopo la nascita. Questa dinastia, che si snoda sulle rive del Nilo dal 1.550 al 1.295 AC, fu una delle più potenti dell'antico Egitto. Fra le figure più note proprio Tutankamon: il giovane faraone morto nel nono anno del suo regno, a soli 19 anni, e poco noto prima che Howard Carter scoprisse la sua tomba, intatta, nella Valle dei Re nel 1922. La morte precoce del faraone, senza eredi, ha fatto fiorire nel tempo numerosi ipotesi, sviluppate a partire dai manufatti e dai ritratti ritrovati nella tomba. In passato c'è chi ha pensato a un trauma, a una setticemia, a un'embolia, ma anche a una frattura o a un avvelenamento.

Redazione online
16 febbraio 2010






Powered by ScribeFire.

San Paolo, medici assenteisti Incominciati gli interrogatori

Il Secolo xix

A Savona, sono incominciati in mattinata gli interrogatori delle 33 persone - fra medici e infermieri - indagate per presunti casi di assentesimo all’ospedale San Paolo, dove lavorano. Le indagini sono condotte dalla squadra Mobile della polizia e coordinate dal procuratore capo, Francantonio Granero, e dalla sua vice, Maria Chiara Paolucci.

Secondo gli inquirenti, sarebbero numerosi i casi di dipendenti della Asl savonese che avrebbero affidato a uno, e talvolta anche a due colleghi complici, il compito di passare al posto loro il badge magnetico di riconoscimento, facendo così figurare presenze in servizio anche quando in realtà non c’erano. Per tutti, i reati ipotizzati sono quelli di truffa, sostituzione di persona e falso.

A fare scattare l’indagine era stato l’eccessivo numero di denunce di smarrimento del tesserino, una quarantina di casi, concentrati nel giro di poche settimane nell’estate scorsa; di tutte quelle denunce, solo sette sarebbero state veritiere: negli altri 33 casi, secondo l’accusa, si sarebbe trattato di un trucco per avere due tesserini identici da poter utilizzare a proprio piacimento, con la complicità di colleghi che li timbravano al posto degli assenti.




Powered by ScribeFire.

L'Sos dei padri separati "No alla proposta Idv Basta una denuncia per toglierci i figli"

Quotidianonet

Secondo la proposta di legge - sottolinea l'associazione - in caso di denuncia di maltrattamenti sarebbe vietato l'affido condiviso e quindi spesso i padri non potrebbero più vedere i figli fino alla fine della causa di separazione

Roma, 16 febbraio 2010 - Al convegno del 30 Gennaio scorso presso il Consiglio Regionale Toscano il Gruppo Donne dell’Italia Dei Valori ha illustrato la sua proposta di legge sulla separazione che ha suscitato numerose polemiche. Soprattutto fra gli uomini.

Oggetto della proposta è l'aggiunta di un articolo nell’attuale legge 54/2006 che vieti l’affidamento condiviso dei figli fino al terzo grado di giudizio (ovvero, in media, per sei anni) qualora la donna presenti alle autorità una denuncia per maltrattamenti.

LE ACCUSE DEI PADRI SEPARATI

Le polemiche, come detto, non hanno tardato ad arrivare. Per il leader dei padri separati Fabio Barzagli (responsabile nazionale del portale paternità, infanzia e adolescenza) questa proposta “fornirebbe alle mogli in via di separazione uno strumento di ricatto inaccettabile”: le donne avrebbero infatti il potere di allontanare il padre dai propri figli per un periodo di tempo assai lungo semplicemente depositando una denuncia presso i carabinieri e notificandola poi al tribunale.

Oltretutto, argomenta Barzagli, "se l'accusa fosse falsa? Se fosse solo una strada per ottenere qualcosa? In questo senso i dati sono piuttosto allarmanti e confermano che il fenomeno delle false denunce nelle separazioni è ormai dilagante. Gli stessi giudici più volte hanno denunciato il fatto all’opinione pubblica: in fase di separazione ben quattro denunce di maltrattamenti su cinque si rivelano prive di fondamento".

I padri separati denunciano un vero “mobbing giudiziario”, forse un retaggio - dicono - della cultura dominante maschile e dei suoi sensi di colpa verso l'elemento debole della famiglia, la donna. Ma di questo sentire comune nei confronti delle donne, molte ex-mogli, secondo l'Associazione dei padri separati, “hanno fatto un'arma per impossessarsi dei figli”. Un'arma impropria che, come scrive la stessa pm Carmen Pugliese (Eco di Bergamo, 31/1/2009), “utilizza spesso pm e polizia giudiziaria solo per perseguire interessi economici in fase di separazione”.

LA RISPOSTA DELL'IDV

Ma gli onorevoli Silvana Mura e Carlo Costantini rispondono ai rappresentanti delle associazioni dei padri separati, che non si può certo ignorare la gravità delle conseguenze fisiche e psicologiche che le molestie producono sulle persone. E proprio per questo in parlamento si è creato un vasto consenso tra forze politiche, di maggioranza e opposizione, sulla necessità di approvare al più presto una legge in grado di contrastare e punire questo reato che vede le donne come le vittime principali.

Tuttavia Idv crede che la legge, nell’interesse dei minori, debba garantire entrambi i genitori nel loro diritto di esercitare il loro ruolo di padri e di madri. E per questo le discriminazioni che spesso subiscono i padri dovranno essere superate migliorando la legge esistente.

In effetti l’affido condiviso deve tutelare anzitutto i bambini nel loro diritto di ricevere amore da entrambi i genitori. E, come ricorda ancora Carlo Costantini, bisogna che questo avvenga “indipendentemente dalle beghe coniugali”. Una sana crescita necessita del ruolo fondamentale paritario del padre e della madre nell’educazione dei figli.





Powered by ScribeFire.

Il carnevale di Rio de Janeiro

Quotidianonet


Con una notte di festeggiamenti nel Sambodromo si è concluso il carnevale più spettacolare e famoso al mondo, che quest’anno ha attirato 730 mila turisti brasiliani e stranieri.
Tanti anche i vip che hanno partecipato alla tre giorni di parate.

Con una notte di festeggiamenti nel Sambodromo si è concluso il carnevale più spettacolare e famoso al mondo, che quest’anno ha attirato 730 mila turisti brasiliani e stranieri. Tanti anche i vip che hanno partecipato alla tre giorni di parate.

Ecco le immagini più belle





Powered by ScribeFire.

Al Sud meno intelligenti che al Nord" Bufera sullo studio inglese: "Razzista"

La Stampa

La ricerca choc di Richard Lynn:«Colpa della mescolanza con l'Africa»




Il sud Italia è meno sviluppato del nord perchè i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. Anzi, mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud, più il coefficiente si abbassa.

La causa è «con ogni probabilità» da attribuire «alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa». Osservazioni che non sfigurerebbero in un pamphlet razzista, ma che invece compaiono sull’ultimo numero della rivista scientifica “Intelligence” che pubblica una ricerca di Richard Lynn, docente emerito di psicologia all’università dell’Ulster a Coleraine.

Lynn liquida secoli di studi sulla questione meridionale teorizzando che al pari della statura, dell’istruzione e del reddito, da nord a sud l’intelligenza media della popolazione scenda fino a toccare il punto più basso in Sicilia. I più intelligenti d’Italia, secondo Lynn, sono concentrati in Friuli.

Lynn non è nuovo a teorie discutibili: negli anni ’70 sostenne che gli abitanti dell’Estremo oriente fossero più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro “La curva a campana” teorizzò che nella popolazione di colore, una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici.

Nello studio pubblicato da “Intelligence”, afferma che «il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità dell’IQ» e che, in sintesi, nel sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce «figure di spicco» nelle arti e nella politica.

La bizzarra tesi di Lynn fa infuriare la politica. «È un’autentica cavolata - commenta a caldo Amedeo Laboccetta - per non dir peggio. Sulle classi dirigenti meridionali si può dir tutto ma non certo che difettano per intelligenza o per capacità di intrapresa. Se un unico difetto si può rilevare - prosegue Laboccetta - è che nel Sud non si fa gioco di squadra, non c’è sinergia». «Chi ha redatto lo studio - dice il deputato Pdl - è un povero ignorante, animato certamente da pregiudizi e da una pesante dose di razzismo».




Powered by ScribeFire.

Fisco: il 27% dei contribuenti dichiara imposta netta uguale a zero

Corriere della Sera

Sia per effetto del basso reddito del dichiarante che per le deduzioni e detrazioni fiscali


ROMA - Il 27% dei contribuenti italiani ha denunciato nella dichiarazione dei redditi 2008 un'imposta netta pari a zero. Lo rileva il dipartimento delle finanze del ministero dell'Economia. L'imposta netta risulta pari a zero sia per effetto del basso reddito del dichiarante che per le deduzioni e detrazioni fiscali. A queste cifre andrebbero aggiunti i 30 miliardi di euro di redditi non dichiarati nel 2009, secondo i dati forniti dalla Guardia di Finanza lo scorso 18 dicembre.

CONTRIBUENTI - Nel 2008 c'è stato un aumento del 2,2% delle persone fisiche che hanno effettuato la dichiarazione, arrivando al numero di 41.663.000. L'aumento del reddito complessivo del 2007 (anno fiscale al quale si riferiscono le dichiarazioni del 2008) è stato del 4,2%, pari a 772 miliardi di euro. L'imposta netta dichiarata è ammontata a 142,4 miliardi di euro. Quindi l'evasione (nel 2009) ammonterebbe a circa il 21%. Ma degli oltre 41 milioni di contribuenti, a pagare materialmente le tasse al fisco sono risultati solo circa 30,5 milioni di contribuenti, poiché il 27%, come si è detto, ha dichiarato imposta netta zero. L'incidenza media dell'imposta netta sul reddito complessivo resta invariata nel periodo d'imposta 2007 al 18,4%. L'importo medio pro capite è pari a 4.670 euro. Rispetto al 2006 il reddito complessivo medio (pari a 18.661 euro) è aumentato su base nazionale dell'1,9%, con un incremento minimo nelle isole e massimo nelle regioni del nord-est.

DISTRIBUZIONE - In relazione alla distribuzione del reddito dichiarato, la metà dei contribuenti non supera i 15 mila euro; più in generale, il 91% dei contribuenti dichiara redditi non superiori a 35 mila euro e poco meno dell'1% dei contribuenti dichiara redditi superiori a 100 mila euro annui. Il 52% dell'imposta è pagata dal 12% dei contribuenti con redditi oltre i 35 mila euro. L'analisi degli indici della progressività dell'imposta mostra un lieve aumento dell'effetto redistributivo dell'Irpef tra l'anno d'imposta 2006 e il 2007.

SOCIETÀ - Le società con imposta netta positiva ha raggiunto il 52,6% del totale (circa 526 mila), prosegue il dipartimento delle finanze del ministero dell'Economia. Nel 2007 le dichiarazioni delle società di capitali hanno raggiunto il milione di unità, con un aumento di circa il 4,1% sul 2006. L'85% sono srl e due terzi di esse hanno una dimensione limitata, con componenti positivi Irap minori di 500 mila euro. Le società con reddito positivo sono localizzate soprattutto nel Nord. Lo 0,8% delle società dichiara il 58% dell'imposta e il 53% delle società minori (fino a 500 mila euro di componenti positivi Irap) dichiara solo il 5,3% dell'imposta.


16 febbraio 2010









Powered by ScribeFire.

Disabili e parcheggi: proteste a Napoli

Corriere della Sera


I titolati di contrassegno arancione devono pagare per la sosta a meno che non dimostrino che tutte le aree a loro disposizione erano occupate




NAPOLI – È scontro a Napoli tra l’amministrazione comunale e le principali associazioni partenopee a difesa dei diritti delle persone disabili. L’Anida (Associazione nazionale italiana diversamente abili), il Comitato «Cinzia Fico» e la Lega per i diritti degli handicappati onlus criticano la scelta di applicare sul territorio partenopeo la sentenza della Corte di Cassazione del 12 ottobre scorso (n.211271/2009), che sancisce che è obbligatorio anche per le auto munite di contrassegno invalidi il pagamento della sosta sulle strisce blu. A Napoli , però si prevede l'eccezione, che i conducenti siano emendati dal pagamento se sono in grado di dimostrare che tutti gli spazi riservati alla sosta disabili non erano a disposizione.

IL PRINCIPIO - «Il principio espresso dalla Corte è che la gratuità della sosta – spiega l’Anida - non agevola per nulla il disabile e questo è un principio condivisibile. Il disabile con seri e gravi problemi di carattere motorio non chiede né mance, né elemosina, ma il sacrosanto diritto di poter parcheggiare la sua auto quanto più vicino è possibile al posto che deve raggiungere, così come stabilisce art.11 del D.P.R 503/96 che regola la circolazione e la sosta dei veicoli al servizio di persone disabili».

Dello stesso avviso, la Lega per i diritti degli handicappati onlus che parla di un «provvedimento, che si rifà ad una assai discutibile sentenza della Corte di Cassazione e che è palesemente inopportuna in una città come Napoli, dove i parcheggi riservati ai veicoli delle persone con disabilità sono del tutto insufficienti e il più delle volte occupati da non aventi diritto, dove la mobilità è gravemente ostacolata dal permanere delle barriere architettoniche e dove i mezzi di trasporto pubblico sono tuttora inaccessibili a chi è costretto su sedia a rotelle».

Medesimo l’approccio al provvedimento da parte del Comitato «Cinzia Fico» che descrive la giornata tipo di una persona disabile napoletana alle prese con i controlli, legittimi, della VII Direzione Servizio Viabilità e Traffico per la validità del proprio posto riservato: la mancanza di parcheggio si aggiunge così alle barriere all’ingresso, all’ascensore non accessibile, all’attesa nell’androne ed anche all’impossibilità di uscire dalla struttura perché la porta di accesso è ostruita.

«La sentenza della Corte Suprema di Cassazione ha sollevato – sostiene l’Anida - un enorme problema, che mette in luce ancora una volta l’impossibilità dei disabili di attendere con una certa normalità alla propria attività: certamente questo compito non può essere devoluto alla Magistratura, che in ossequio alla legge accerta la sussistenza o meno di una violazione, ma la questione è prettamente politica».

LA SENTENZA - A monte di tutta la vicenda, che non riguarda solo Napoli ma tutto il territorio nazionale, c’è una sentenza della Corte di Cassazione in cui si legge che il costo del parcheggio non va pagato «qualora l’auto sia stata parcheggiata in uno spazio di sosta a pagamento a causa dell’indisponibilità di uno degli stalli riservati gratuitamente ai disabili». Il problema era e resta «dimostrare questa indisponibilità»: una persona disabile di Palermo, Antonio Piano, ad esempio non si è visto riconoscere il ricorso dal Giudice di Pace perché «non c’erano prove» che gli altri spazi fossero occupati, ma a Pisa una signora disabile ha dimostrato questa indisponibilità e si è vista riconoscere il diritto.

Come orientarsi non si è ancora capito: il Codice della strada non prevede gratuità, ma i Giudici di pace possono intervenire sui ricorsi. Tanti disabili, infatti, nell’impossibilità di parcheggiare nei posti riservati o perché sono occupati o perché sono assenti, prendono la multa e poi fanno ricorso. Le diverse sentenze dei Giudici di pace sui territori disegnano un’applicazione della sentenza «a macchia di leopardo» sul territorio italiano: un problema, per chi vorrebbe regole chiare e valide per tutti.

(Fonte Agenzia Redattore Sociale)

16 febbraio 2010








Powered by ScribeFire.

Scandalo preti pedofili: Chiesa irlandese collaborerà con la giustizia ordinaria

Corriere della Sera

La Santa sede annuncia la svolta per fare piena luce sugli abusi perpretati in Irlanda dal 1975 al 2004




Powered by ScribeFire.

Questo non è mio figlio" Bebè scambiati in culla

La Stampa

Rivoli, brutta sorpresa al reparto di Pediatria dell'ospedale

patrizio romano
rivoli

«Ma questo bambino non è mio figlio!». Quando Paola B., 36 anni, venerdì scorso verso le 14, legge il braccialetto identificativo del bimbo che stringe al petto rimane di stucco. Diverso il nome, diverso il cognome, diverso il peso: insomma, quello non è suo figlio. E all'ospedale di Rivoli sono momenti di puro panico. «Uno scambio di bambini non era mai avvenuto - dice stupita Vilma Isolato, primario di Pediatria -. Io lavoro qui da 32 anni e un fatto così non era accaduto». Ma venerdì scorso qualcosa è andato storto. E due neonati sono stati dati a due mamme diverse. Uno scambio in culla.

«Quando la signora ci ha fatto notare che quello non era suo figlio - ricorda la Isolato - abbiamo fermato tutto e tutti. Dovevamo risalire, e rapidamente, alla causa e ritrovare il bimbo». Una ricerca che dura un'oretta. Alla fine si scopre che lo scambio dei neonati è avvenuto nella nursery di Pediatria, dove i bambini, al mattino, vengono portati per la visita, il peso e il cambio. «Verso le 8,30 tutti i bimbi, sia quelli che hanno trascorso la notte con la mamma, sia quelli lasciati al nido - spiega - vengono puliti e controllati». Un'operazione che dura all'incirca un'ora, poi i piccoli vengono restituiti alle loro mamme.

«I neonati hanno tutti il braccialetto identificativo - prosegue il primario -, ma per semplificare mettiamo sulle tutine un numero, che è quello del letto della mamma». E per una distrazione o una confusione nel cambio dei due bambini, a Luca e Andrea (nomi di fantasia, ndr) vengono invertite le tutine. Quando arrivano in reparto dalle mamme sono pronti per la poppata del mattino. «Caso ha voluto - dichiara Giovanni Bottino, primario di Ostetricia -, che entrambi sono due bei bimbi dai capelli scuri e hanno un peso quasi identico, 3300 grammi uno e 3600 l'altro». Per questo all'inizio le mamme non si accorgono di nulla. È un papà, che guardando il peso del figlio e vedendo che in una notte ha perso 300 grammi rimane colpito.

«Ho letto il nome sul braccialetto ed ho scoperto che non solo il peso era diverso, ma proprio il bimbo», racconta il papà. Se per loro sono stati momenti di ansia, immaginarsi lo stupore di Anna D., 28 anni, quando si è vista arrivare le infermiere per dirle che quel bimbo che accarezzava e stringeva tra le braccia non era il suo. «Come mi sono sentita? Guardi non saprei proprio spiegarlo - dice tenendo stretto il suo bimbo -. Non riuscivo a crederci». Ma leggendo il cartellino si è dovuta ricredere. «Una cosa che non doveva e non deve più accadere - garantisce la Isolato -. Incontrerò il personale per capire come sia potuto succedere. E poi faremo uno screening per trovare una soluzione che garantisca i genitori».

Nel frattempo, per togliere ogni dubbio alle mamme e ai papà di Luca e Andrea, hanno deciso di far svolgere un esame del Dna. «A ore avremo il risultato - dichiara - e solo allora permetteremo alle signore di tornare a casa serene». In ospedale, invece, si è aperta un'indagine interna. «E a questa seguiranno delle procedure disciplinari per le interessate - garantisce Bottino - Un fatto simile non doveva accadere, anche se a garanzia dell’identità c'è il braccialetto».



Powered by ScribeFire.

Ma perché vi stupite? Quello è capace di tutto"

La Stampa

Il racconto degli italiani cacciati
FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA



Dalla bolgia dell’aeroporto di Tripoli, dove le autorità libiche hanno bloccato tutti i passeggeri provenienti dall’area Schengen, filtra un solo aggettivo: «Estenuante». Il console generale d’Italia, la signora Francesca Tardioli, riferisce di «difficoltà trovate da diversi passeggeri europei». Sono stati almeno sessanta gli italiani rimasti impigliati nelle maglie del capriccioso dispositivo dei libici: 10 alla fine li hanno respinti, 52 sono passati. Il personale diplomatico, però, e la stessa Tardioli, hanno assistito per tutta la notte a scene di confusione e di dubbio. Sia a quelli ammessi, sia ai respinti non è stata fornita alcuna spiegazione.

A sentire di quel caos a Tripoli, ci sono però alcuni italiani che hanno sorriso. Amaramente. «Quell’uomo ci ha abituati ad aspettarci davvero di tutto», scrolla le spalle la signora Giovanna Ortu, che è la presidente dell’associazione italiani rimpatriati dalla Libia e che con Gheddafi gioca una partita di nervi da quasi quarant’anni. La signora Ortu aveva trent’anni, nel 1970, quando il Colonnello decise d’improvviso di cacciare tutti gli italiani residenti in Libia. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti correnti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l’oro e lo portassimo al sicuro».

Ci furono altre perquisizioni anche prima di riuscire a salire sull’aereo che li avrebbe portati in Italia: sani e salvi, ma poverissimi. E però la signora Ortu, pensando a quei manager o ai semplici turisti bloccati in aeroporto per un capriccio del leader con il turbante, ricorda ancora l’ansia per salirci, su quel benedetto aereo. «Non riuscivamo a ottenere il nullaosta per la partenza e ci sentivamo ostaggi a casa nostra. All’epoca eravamo dei piccoli proprietari terreni; il decreto di requisizione ci portava via tutto, non avevamo più nulla, eppure non ci lasciavano partire. Finché non capimmo che mancava all’appello un vecchissimo furgoncino, un ferrovecchio che noi nemmeno consideravamo più, e invece, siccome risultava dall’elenco delle proprietà, loro pensavano che lo tenessimo nascosto. Per fortuna, in un modo o nell’altro riuscimmo a portarlo e ci lasciarono liberi».

La rivista «Italiani d’Africa», il bollettino dell’associazione, sta per ripubblicare un articolo di Igor Man. La professoressa Ortu lo rilegge con trepidazione. «Erano - scriveva il Vecchio cronista - giornate convulse; gli italiani importanti e gli italiani umili salivano e scendevano pressoché ogni mattina le scale della nostra ambasciata, ma il povero ambasciatore Borromeo non aveva risposte soddisfacenti da dare ai mille angosciosi interrogativi che poi si riducevano a una domanda sola: che fine faremo?».

La professore Ortu, a sentirlo, si commuove: «Andò proprio così. Bravissimo Igor Man a raccontare la nostra angoscia».



Powered by ScribeFire.

Appalti, i nomi dell'inchiesta Bertolaso Ora spunta anche la "cricca di Veltroni"

di Redazione

Politici, imprenditori e star dello spettacolo: da Letta alla Santanchè, da Alemanno a Soru, fino a Litito.

Basta essere nominati in una telefonata e si finisce sui giornali con sospetti infamanti. 

Spunta la "cricca di Veltroni": dalle intercettazioni il blocco di potere che avrebbe orientato le gare per le grandi opere di Firenze e Venezia




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

La foto del politico che chiacchiera con uno «sconosciuto». Gli scatti all’autista che aspetta il dirigente. L’ex capo di stato maggiore dei carabinieri intercettato dai carabinieri mentre si lamenta per la febbre che rischia di rovinargli il Natale. La moglie che chiama il marito per chiedere quando torna a cena. Il gran maestro, la starlet, il regista televisivo, il senatore, il deputato, il vescovo, il presidente della squadra di calcio, la prostituta, l’attore, il travet, l’alto dirigente, la massaggiatrice, sindaci, presidenti di regione, consiglieri provinciali e circoscrizionali, giornalisti: chi direttamente e chi no, chi con la propria voce e chi de relato, tutti sputtanati. Che c’entrano questi stralci di vita comune di persone in vista e di carneadi con l’inchiesta sui presunti abusi negli appalti del G8? Che c’entrano i voti dati via sms, tra amici, alle performance sessuali con prostitute? E che c’entra il nome di battesimo della giovanissima escort rivelato negli atti e lasciato alla mercè di migliaia di occhi?

Se Bertolaso si lamenta di essere finito nel fango, può «consolarsi» di essere almeno indagato. A differenza dei tanti i cui nomi e la cui privacy restano abbandonati tra le migliaia di pagine degli atti, pronti a essere sbattuti sui giornali pur se estranei alle indagini in senso stretto. Il più gettonato è Denis Verdini, coordinatore Pdl, ascoltato a ripetizione al cellulare, pedinato a Roma, fotografato fin dentro il ristorante, poi lo scatto finisce piazzato in bella mostra nell’album della procura. A seguire, del medesimo partito, ecco Guido Viceconte, che stava aspirando a diventare sottosegretario. Eppoi il deputato Mario Pepe sul cui conto ci si sofferma a lungo sul terzo dei venti faldoni dell’inchiesta, oppure i parlamentari Salvatore Sciascia, Massimo Parisi, Vito Bonsignore, l’immancabile Marcello Dell’Utri, e a seguire una lunga lista. Al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, si fa cenno spesso, spessissimo, anche quando di lui si parla di terza o quarta mano. L’onorevole Paolo Russo salta fuori in un fascicolo che tratta di rapporti con la camorra di un funzionario dei lavori pubblici, il collega Rocco Girlanda perché fa campagna elettorale usando il telefonino intestato a un imprenditore del cemento, senza spiegare se è un prestito «da amico» o se è l’innesco di un possibile reato. E poi saltano fuori nomi, nomi a decine. Dal prefetto Mosca al presidente della regione Abruzzo, Gianno Chiodi fino a Piero Marrazzo, che di esposizione mediatica suo malgrado ne ha già avuta a sufficienza, citato per aver dato il suo placet all’aeroporto di Frosinone, insieme al presidente della provincia ciociara Francesco Scalia. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno perché un banchiere indagato cerca di prendere un appuntamento in Campidoglio. L’ex presidente della Regione Sardegna Renato Soru a causa di un imprenditore dice che avrebbe segnalato il nome di un architetto. Manca solo il premier. Ma c’è il fratello, Paolo Berlusconi, intercettato mentre parla con Balducci che gli chiede un appuntamento. E di tutti, nelle carte, ci sono i numeri di cellulare, spiattellati senza omissis.

La lista, in effetti, è talmente lunga da ricordare un elenco telefonico. Non poteva non esserci Agostino Saccà, che stavolta non viene intercettato ma finisce de relato agli atti. E poi i giornalisti. Lino Jannuzzi, Peter Gomez, il figlio di Aldo Biscardi, Maurizio, e Marco Lillo. Di Fabrizio Gatti, che pure ha firmato alcune delle inchieste dell’Espresso che accendono l’indagine, viene chiesta l’acquisizione dei tabulati telefonici, per capire evidentemente se ha ricevuto pressioni.

Ancora, il direttore generale della Rai Mauro Masi che salta fuori qua e là per presunte raccomandazioni, e sempre restando dalle parti di viale Mazzini, ecco il vicedirettore della Rai con delega alla fiction Giancarlo Leone, che emerge per alcune telefonate con Anemone e Balducci per caldeggiare la carriera del figlio attore di quest’ultimo. E sempre il giovane Balducci fa sì che venga incidentalmente citata anche l’attrice, ed ex compagna di Ricucci, Anna Falchi. Menzione pure per il candidato presidente per le prossime regionali in Campania Luigi Cesaro, che parla col funzionario dei lavori pubblici Di Nardo al cellulare e si ritrova nei verbali di intercettazione. Anche Daniela Santanché, leader del Movimento per l’Italia, viene tirata in ballo a margine delle chiacchiere tra il banchiere Fusi e l’imprenditore Bartolomei per la costruzione di una caserma.

E se di Berlusconi c’è il fratello, Antonio Di Pietro è presente in prima persona, ma sempre citato da altri. Nello specifico è ancora Di Nardo che racconta a una collaboratrice di un imprenditore che avrebbe denunciato pubblicamente di fronte a Tonino «quali sarebbero state le imprese aggiudicatarie delle gare bandite nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia». Risponde suo malgrado «presente» dai faldoni degli atti pure il governatore Veneto Giancarlo Galan, «reo» - si fa per dire - di essere tra i presenti a una cena veneziana a cui partecipano Balducci, De Santis e Della Giovampaola. Aver condiviso un pasto con alcune delle persone coinvolte fa finire nei faldoni anche il nome di Marco Bassetti, Ad di Endemol Italia, che gli inquirenti annotano essere «marito di Stefania Craxi». Si scherza coi fanti e pure con i santi, o meglio con i religiosi. Il vescovo di Terni Vincenzo Paglia viene registrato nel corso di una chiacchiera telefonica con Angelo Balducci. Paglia: «Sto andando a Roma, pranzo con Ravasi». Balducci: «Posso chiamarti verso le 14.30?». Paglia: «Come no, certo». B: «Così può darsi che ci incrociamo per strada». Agli onori della cronaca giudiziaria gli inquirenti spediscono anche l’abate di Montecassino, don Pietro Vittorelli. Balducci gli chiede se ha contatti con il gruppo l’Espresso che lo sta mettendo in difficoltà. B: «Ma tu lì in quel gruppo hai qualche riferimento?». V: «Prima c’era proprio Carlo Caracciolo, e poi adesso... il riferimento ce l’ho. Quando vuoi».

C’è poi un nome noto, quello dell’ex capo di stato maggiore dei carabinieri e poi direttore dell’Aise Giorgio Piccirillo. Gli inquirenti lo «attenzionano» per una telefonata a Balducci in cui parla di un architetto conoscente di entrambi. Ma non tagliano parti di dialogo non propriamente interessanti a fini investigativi. Un esempio? Piccirillo: «La disturbo?». Balducci: «No, ma che scherza? Ci mancherebbe, è un piacere... e tra l’altro penso si possa farle i rallegramenti». P: «La ringrazio. Da domenica assumo il nuovo incarico, quindi vado in un’attività completamente nuova». E poi c’è un intero capitolo dedicato a un misterioso «generale» che lavora in via Lanza e ai suoi rapporti con Balducci e Anemone.

Immancabile la presenza, vista la poltrona che occupa, del ministro alle Infrastrutture e trasporti Altero Matteoli, il cui nome salta fuori ogni volta che si affronta il tema degli appalti. Stesso argomento per cui indirettamente compare l’ex ministro Pietro Lunardi, citato dal presidente di sezione della Corte dei Conti Mario Sancetta, intercettato al telefono con Di Nardo.

Emblematico anche il caso di Francesco Maria De Vito Piscicelli. Finito sulla graticola per l’imbarazzante risata (che lui smentisce) commentando a caldo il terremoto dell’Aquila. Su di lui gli inquirenti sono spietati, e annotano anche la seguente conversazione poche ore dopo che l’assessore comunale napoletano Giorgio Nugnes si era tolto la vita perché coinvolto nell’affaire Romeo. Piscicelli: «S’è suicidato Nugnes». Gagliardi: «S’è suicidato Nugnes?». P: «Sì». G: «Vabbuo’, non lo processano più». P: «(Ride)». G: «Suicidandosi a casa sua il 29 novembre scorso». P: «(Ride)». Poteva mancare la massoneria? nelle informative tengono banco le elezioni per il rinnovo del Goi (Grande Oriente d’Italia) e non mancano i riferimenti al gran maestro Raffi. Per volare più lontano con le indagini ci si affida a Vito Riggio, presidente Enac, e per restare più terra terra ecco un’intercettazione a bordo campo: riguarda Claudio Lotito, che se lo conosciamo un po’ adesso chiederà pure i danni per quella frase intercettata: «Vedi il presidente della Lazio? Fai attenzione che quello è un fjo de na mignotta»





Powered by ScribeFire.

Tumori: un super-raggio per «bruciarli» con i protoni

Corriere della Sera

Apre il centro di adroterapia di Pavia. È il quarto al mondo. Servirà nei casi non operabili



MILANO - È un super-raggio invisibile che arriva fin dentro il Dna delle cellule del tumore e lo distrugge. A produrlo è un complicato sistema di macchine acceleratrici e di linee di trasporto che portano, direttamente sul paziente in sala operatoria, fasci di particelle subatomiche, capaci di aggredire anche quel 5 per cento di tumori non operabili o resistenti alle normali radioterapie. La nuova terapia è adesso disponibile anche in Italia, a Pavia, dove è stato inaugurato ieri, alla presenza dei ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, il primo Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (gli adroni sono appunto le particelle utilizzate, protoni e ioni di carbonio), il quarto al mondo, dopo quelli di Chiba e Hyogo, in Giappone, e di Heidelberg, in Germania.

SINCROTRONE - A produrre e ad accelerare gli adroni è un sincrotrone realizzato dall’Istituto italiano di fisica nucleare. «Si tratta di un acceleratore di particelle — spiega Sandro Rossi, direttore tecnico della Fondazione Cnao — con due sorgenti che generano ioni carbonio e protoni. Questi ioni girano nel sincrotrone a una velocità iniziale di circa 30 mila chilometri al secondo e vengono, poi, accelerati fino all’energia desiderata, scelta dal medico in base alla profondità del tumore». Il fascio viene poi avviato alla sala di trattamento (ce ne sono tre, mentre una quarta servirà per la ricerca): in quella centrale si trova «sospeso» un magnete di 150 tonnellate che serve a curvare di 90 gradi il fascio di particelle e a dirigerlo, dall’alto, sul paziente. Possono bastare 2-3 minuti per l’irradiamento e, in media, una decina di sedute per completare il ciclo di terapia. «Questo trattamento, però — ricorda Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao — non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un’arma in più». Alcune delle forme «difficili» che si potranno trattare con la adroterapia sono i sarcomi, i tumori del sistema nervoso centrale, quelli della testa e del collo, i melanomi dell’occhio, ma anche tumori cosiddetti non a piccole cellule del polmone o le neoplasie primitive del fegato. A oggi, in tutto il mondo, 50 mila pazienti sono stati trattati con protoni e oltre 6 mila con ioni carbonio con ottimi risultati. Una particolarità di questa terapia è, infatti, la capacità di penetrare in profondità, ma salvaguardando i tessuti sani. Il centro pavese avvia ora la sua fase di sperimentazione, che si concluderà nell’ottobre del 2011, e da allora comincerà la vera e propria attività di cura routinaria. Lavorerà a pieno regime nel 2013, quando sarà in grado di curare circa 3000 pazienti in un anno.

Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
15 febbraio 2010(ultima modifica: 16 febbraio 2010)





Powered by ScribeFire.

Noto presentatore della Bbc confessa: «Uccisi il mio compagno malato d'Aids»Corriere della Sera

Corriere della Sera


Ray Gosling: «Lui soffriva. Allora chiesi al dottore di lasciarci soli, lui uscì, io presi un cuscino e lo soffocai»


«In ospedale, un pomeriggio afoso, il dottore disse che non si poteva più fare niente. Lui soffriva, soffriva terribilmente. Allora chiesi al dottore di lasciarci soli per un po’, lui uscì, io presi un cuscino e lo soffocai. Poi il dottore rientrò e gli dissi: "È andato". Nessuno disse più una parola». Cronaca di una eutanasia. La toccante confessione è di Ray Gosling, un presentatore televisivo della Bbc molto noto in Gran Bretagna.

L'uomo ha ammesso di aver soffocato anni fa il suo compagno malato di Aids con un cuscino quando i medici gli dissero che non potevano più fare nulla per alleviare le sue sofferenze. Per il suo gesto, frutto di un accordo raggiunto in precedenza con il suo compagno di cui non ha voluto rivelare il nome, Gosling non mostra rimorsi: «Ho ucciso qualcuno, tanto tempo fa. Era un giovane ragazzo, era il mio compagno e soffriva di Aids», ha raccontato Gosling nel corso di una trasmissione sulla Bbc.

IL DIBATTITO - Il racconto-confessione del noto presentatore avviene in concomitanza con un acceso dibattito in Gran Bretagna sul suicidio assistito dei malati terminali. Fra pochi giorni il procuratore generale Keir Starmer presenterà un pacchetto di linee guida sulla questione. Attualmente, nel Regno Unito, l’assistenza al suicidio è considerata un crimine, punibile con una pena fino a 14 anni di carcere. L’opinione pubblica britannica è decisamente favorevole a una modifica della legge sull’eutanasia e sull’assistenza al suicidio. Secondo un sondaggio di alcuni giorni fa, tre quarti delle persone intervistate ritengono che debba essere consentito ai familiari di assistere i malati terminali verso il trapasso. Sir Terry Pratchett, noto autore inglese di romanzi fantasy, che soffre di Alzheimer, ha annunciato di voler lanciare un’iniziativa per la creazione di un apposito "tribunale per malati terminali".

(Fonte Apcom)

16 febbraio 2010







Powered by ScribeFire.

Testimonial amico dei terroristi" Amnesty International sotto accusa

Fausto Biloslavo

Scelto come simbolo un ex di Guantanamo ammiratore del mullah Omar. Allontanati i funzionari dell’organizzazione che hanno denunciato il caso



Amnesty International usa come «testimonial» un ex detenuto di Guantanamo, per di più filo-talebano. Lo porta addirittura a Downing Street, residenza del premiero britannico, e in giro per l’Europa a chiedere la chiusura di X Ray, campo di detenzione per i terroristi di Al Qaida. Chi protesta, all’interno dell’organizzazione, è sospeso. Un italiano, Claudio Cordone, segretario ad interim di Amnesty, difende la scelta di far diventare il talebano britannico «campione» dei diritti umani. L’imbarazzante faccenda esplode agli inizi di febbraio quando Gita Sahgal, dirigente internazionale di Amnesty, fa trapelare sul Sunday Times il suo sfogo rimasto senza risposta da parte dei vertici dell’organizzazione. Per l’esperta di estremismo, la collaborazione della più nota associazione al mondo sui diritti umani con Moazzam Begg, ex detenuto di Guantanamo, è un «fondamentale danno» per l’immagine di Amnesty. 

«La campagna costituisce una minaccia agli stessi diritti umani - scrive Sahgal il 30 gennaio in un messaggio di posta elettronica ai suoi capi - Apparire assieme al più famoso sostenitore britannico dei talebani, trattandolo come un difensore dei diritti umani, è un grosso errore». Moazzam Begg, 42 anni, nato a Birmingham, è stato rinchiuso tre anni a Guantanamo. Nel 1993 frequentò un campo di addestramento in Afghanistan. Poi si è trasferito con la famiglia a Kabul, nel 2001, quando gli studenti guerrieri avevano conquistato gran parte del Paese. Nelle sue memorie ha scritto: «Credo che i talebani abbiano fatto alcuni progressi nel campo della giustizia sociale riportando all’attenzione puri e antichi valori islamici che erano dimenticati». In seguito ha rettificato soltanto in parte l’ammirazione per mullah Omar e compagnia.

È stato liberato nel 2005, perché non si sarebbe mescolato con Al Qaida. Dal giorno del suo rientro in patria, però, si è mobilitato per la chiusura del carcere a Cuba diventando il leader carismatico di Cageprisoner: una discussa associazione che prende le difese di chiunque si trovi a Guantanamo compresi terroristi incalliti e rei confessi come Khalid Sheikh Mohammed, lo stratega dall’11 settembre. Per non parlare di Abu Hamza, il predicatore con l’uncino, che si oppone all’estradizione dall’Inghilterra agli Stati Uniti. Oppure la scienziata di origini pachistane, Aafia Siddiqui, recentemente condannata per aver cercato di ammazzare degli agenti americani che la interrogavano.

Non soltanto: l’ex di Guantanamo difende a spada tratta pure Anwar Al Awlaki, imam americano di origini arabe nascosto nello Yemen, che avrebbe ispirato i nuovi complotti di Al Qaida come il fallito attentato di Natale sul volo di Detroit. Amnesty International ha scelto Begg come martire vivente, per spiegare al mondo e ai suoi governanti gli orrori di Guantanamo e quanto cattivi sono gli americani. Lo scorso mese l’ha portato in delegazione a Downing street per consegnare una lettera appello al premier britannico Gordon Brown. Per non parlare dei giri promozionali europei a spese di Amnesty.

Il Times di Londra scrive che a Downing street era accompagnato da Kate Allen, responsabile della sezione inglese di Amnesty dal 2000. Quest’ultima è notoriamente di sinistra, fidanzata per 20 anni con Ken Livingstone, l’ex sindaco rosso di Londra. Sahgal, che ha denunciato il connubio con il talebano, è stata sospesa. Il segretario ad interim di Amnesty, l’italiano Claudio Cordone, ha ribadito che «il nostro lavoro con Moazzam Begg è focalizzato solo sulle violazioni dei diritti umani commesse a Guantanamo e sulla necessità per il governo americano di chiudere (il carcere) e rilasciare o processare i detenuti».

Il muro in difesa del talebano, innalzato da Amnesty, comincia a registrare crepe. Sulla collaborazione con l’ex di Guantanamo ha sparato a zero anche Sam Zarifi, direttore per l’Asia e il Pacifico dell’organizzazione. «Alcune campagne di Amnesty… non distinguono sufficientemente fra i diritti dei detenuti a non venir torturati o rinchiusi in maniera arbitraria e la validità dei loro punti di vista», ha scritto Zarifi ai suoi collaboratori il 10 febbraio. In pratica Amnesty avrebbe oltrepassato la sottile linea rossa che separa la difesa dei diritti umani, anche per i terroristi, dall’apparire compiacenti o collusi con le loro assurde idee. L’alto dirigente di Amnesty non ha dubbi: «Dobbiamo ammettere l’errore e fare in modo che non si ripeta di nuovo».
www.faustobiloslavo.eu


Powered by ScribeFire.

Delitto in hotel, spunta il video Accuse al Mossad israeliano

Corriere della Sera


L'omicidio di un capo di Hamas: Dubai spicca un mandato per 11 presunti 007 e diffonde un filmato



WASHINGTON – Gail Folliard e Kevin Daveron, “irlandesi”. Michael Bodhenheimer, “tedesco”. Peter Elvinger, “francese”. Sono alcuni dei membri del commando che ha assassinato, il 20 gennaio in un hotel di Dubai, Mahmoud Al Mabhouh, esponente di Hamas legato a traffici d’armi. Un “lavoro” attribuito al Mossad israeliano.

La polizia di Dubai ha diffuso foto e identità – false – di dieci uomini e di una donna ritenuti coinvolti nell’operazione. Inoltre ha mostrato i video, registrati dalle telecamere interne dell’hotel, che ricostruiscono i movimenti del commando fino al momento dell’attacco.

Gli 007 arrivano a Dubai con voli diversi usando passaporti intestati a cittadini europei. Alcuni sono vestiti da uomini d’affari, altri possono essere scambiati per turisti. Un paio indossano il completo da tennis: sono loro a tenere d’occhio Al Mabhouh quando raggiunge l’hotel “Bustana Rotana”, il 20 gennaio e lo seguono poi fino alla stanza 230.

Sempre le telecamere mostrano i contatti tra gli agenti in un centro commerciale e, successivamente, quando il team “fila” l’esponente di Hamas fino alla stanza. Secondo la polizia il commando era composto da due squadre. La prima si occupa della sorveglianza. C’è Kevin Daveron e la donna, Gail Folliard, più altri. Stanno nella hall, nei corridoi del secondo piano. La seconda è incaricata di eseguire l’assassinio ed ha come punto d’appoggio una camera davanti a quella del leader palestinese. Su come abbiano fatto ad entrare due ipotesi: hanno usato un duplicato della chiave elettronica o la donna ha bussato riuscendo a farsi aprire.

Al Mabhouh sarebbe morto per soffocamento ma indagini sono in corso per stabilire se non sia stato usato del veleno.

Il video documenta come la fase finale dell’operazione sia stata rapidissima. Ore 20.24: il palestinese rientra in hotel, Kevin e Gail lo sorvegliano quando arriva al piano 20.46: 4 killer se ne vanno, il palestinese è stato eliminato. 20.47: la donna e un complice prendono l’ascensore. 20.51: Kevin Daveron lascia il piano dove è avvenuto il delitto. 20.52: il team della sorveglianza sgombra il campo. 22.30: Kevin e Gail si imbarcano all’aeroporto.

Per le autorità di Dubai, gli agenti segreti hanno cercato di nascondere bene le loro tracce. Così hanno usato telefonini criptati e forse altro materiale sofisticato. Ma qualche errore devono averlo fatto perché la polizia ha annunciato l’arresto di due palestinesi che avrebbero collaborato all’uccisione. Inoltre i loro volti sono stati captati dalle telecamere a circuito chiuso. Oggi è però difficile sfuggire alle centinaia di occhi elettronici che sorvegliano luoghi pubblici e strade. Quindi è probabile che gli agenti si siano presi il rischio.

Nel presentare la richiesta d’arresto internazionale per gli undici, gli investigatori di Dubai hanno chiesto la collaborazione all’Interpol. E nell’indagine, secondo indiscrezioni, sarebbero entrati anche i servizi iraniani e siriani. Un’inchiesta piuttosto delicata. C’è il sospetto che Al Mabhouh sia stato tradito ed è altrettanto chiaro che non ha adottato le misure di sicurezza previste. Di solito viaggiava con una scorta ma questa volta era rimasta a Damasco. La sua presenza Dubai, poi, ha provocato un certo “interesse” in Arabia Saudita: l’intelligence di Riad è inquieta con la politica dell’Emirato. Complice la crisi economica, Dubai ha accentuato il ruolo di piazza per mille traffici. Una situazione subito sfruttata da Hamas palestinese, dall’Hezbollah libanese e dai loro sponsor iraniani. Al Mabhouh, infatti, era impegnato in contatti per far arrivare nuove armi da Teheran a Gaza.

Guido Olimpio
16 febbraio 2010



Powered by ScribeFire.

Appalti, spunta la «cricca di Veltroni»

di Gian Marco Chiocci


Sta uscendo di tutto da Firenze ma le intercettazioni su esponenti del centrosinistra, quelle no, fino a ieri non riuscivano a vedere la luce. A fatica le abbiamo scovate e dopo la «cricca» della Protezione civile, abbiamo scovato una «cricca di Veltroni». L’espressione utilizzata dal gip per l’affaire Bertolaso («cricca» appunto) per descrivere le presunte malefatte dei protagonisti di quel «sistema gelatinoso» che tutto avrebbe corrotto e inquinato, si rifà a una serie di intercettazioni sbobinate proprio all’inizio della mastodontica inchiesta che, almeno ai suoi esordi, sembrava dovesse portare al cuore del centrosinistra toscano e nazionale.

Di «cricca» si parla ripetutamente nell’informativa del Ros del 13 gennaio 2008 che prende di mira la gara d’appalto per la realizzazione dell’Auditorium di Firenze che ad ottobre del 2007 viene inserito nel pacchetto delle opere da realizzarsi in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. «Facendo così avviare - premette il Ros - la procedura d’appalto attraverso cui si sceglierà in un sol colpo il progettista che firmerà l’intervento e l’azienda costruttrice che dovrà realizzarlo».

Dalle intercettazioni sulle utenze di alcuni indagati, in contatto con architetti, imprenditori, progettisti, componenti della commissione d’appalto, politici tipo Gianni Biagi, già assessore all’urbanistica, emerge uno spaccato di giochi di potere e colpi bassi interno al Pd. La sera del 21 dicembre, ad esempio, Vincenzo Di Nardo (personaggio cardine dell’inchiesta Bertolaso) e Stefano Tossani della coop Unica «si scambiano battute circa le partecipanti alla gara. In particolare - continua l’informativa.

Di Nardo riporta delle considerazioni asseritamente apprese da Fabrizio Bartaloni riferite a un presunto scontro fra Consorte Giovanni, a cui è riferita la coop Cesi, e Campaini della Unincoop di Firenze: “Ciao Stefano, scusami, ti volevo dire... eh ho visto Fabrizio, com’è là? Cioè... lui dice... attacca per forza l’Etruria (il Consorzio Etruria, ndr) perché la Cesi è la cooperativa di Consorte (...). Bisogna attaccare perché è una resa dei conti fra Consorte e Campaini”».

Di Nardo si dà un gran da fare con la sua Bpt. Cerca appoggi a Firenze, e soprattutto a Roma attraverso un altro protagonista dell’inchiesta-madre, Piscicelli. Sollecita interventi ma vuole restare nell’ombra. È preoccupato per l’appalto. Alla vigilia di Natale viene rassicurato sul progetto e sulla posizione che terrà il Comune di Firenze, tanto che chiama l’assessore Gianni Biagi per raccomandargli allusivamente il suo progetto. «Buon Natale, ciao caro, e che Gesù Bambino ti illumini... ». Di lì a poco Biagi finirà intercettato mentre parla al telefono di Talocchini (componente della commissione d’appalto) insieme all’ingegnere Angelo Balducci, in quel momento ancora sconosciuto all’opinione pubblica.

Quando si è ormai prossimi all’apertura delle offerte economiche, Di Nardo ottiene rassicurazioni dall’assessore Biagi: «Il progetto è buono, è fra i migliori tre». Non è il migliore. Di Nardo perde Firenze e perde pure Venezia. È un attimo. Sbotta al cellulare: «Questo è un appalto banditesco... a Venezia è stato uguale, lo stesso film. Punto e basta... c’è un sottobosco romano che è fatto di gente che bazzica i ministeri (...). Qualcosa non torna! Perché quando uno si dà 55 a uno e 28 a noi, non torna nulla (...). Questa è scuola romana, ’sti romani vanno forte... Quello che decideva il bando è Balducci, che è l’ex provveditore alle opere pubbliche di Roma, l’uomo di Rutelli al ministero».

Pure l’architetto Casamonti, autore del progetto arrivato secondo, parlando con Di Nardo «esterna anch’egli il sospetto che a monte - annota il Ros - negli ambienti romani, fossero maturati accordi per orientare l’aggiudicazione». Testuale dalla voce di Di Nardo: «Io so com’è andata, sono stati tutti pilotati». Casamonti rilancia: «Eh certo! È Veltroni, quell’architetto è di Veltroni, Desideri, l’impresa è di Veltroni e il sindaco Domenici ha preso gli ordini da Veltroni, è una vergogna, ma che ci vuoi fare?». (...) Di Nardo: «L’errore è stato pensare alla città di Firenze, non a Roma e ai corrotti». (...) S’intromette Casamonti: «... E questi della commissione erano imbarazzati, non sapevano come fare.

Veltroni ha chiamato Domenici, Domenici Biagi e Biagi (...) e poi hanno avuto il massimo dei voti su tutto! Ma dài!». Di Nardo è un fiume in piena, lancia accuse pesanti - ovviamente tutte da verificare - che il Ros trascrive parola dopo parola: «Senti Marco (Casamonti, ndr). Primo, sono dei banditi. Secondo, sono più bravi. Perché vedi, io ho scelto Arata Isozaki (fra i più celebrati architetti mondiali, ndr) e loro hanno scelto l’architetto di Veltroni, e questa è un’altra cosa.

Che cazzo vuol dire Isozaki? Nulla in questo mondo qui... ». Non si dà pace, Di Nardo. Con chiunque parli ripete sempre il medesimo ritornello aggiungendo, ogni volta, particolari agghiaccianti. I carabinieri lo intercettano anche mentre si confida segretamente con un’amica: «Sai... abbiamo consumato questa grande opportunità di fare un teatro comunale a Firenze... ma l’ha gestita tutta la cricca di Veltroni... la banda di romani (...). Sono preoccupato per l’era Veltroni. Hanno preso Firenze, Venezia, il palazzo del cinema... ».



Powered by ScribeFire.

Bersani ospite da Fede al Tg4: «Ma lei è cattivo come nei fuori onda?»

Corriere della Sera



l giornalista: edizione storica, violo la par condicio. Il segretario pd: io alle mie idee sono affezionato...


MILANO -«E che sarà mai?» profetizza contento il padrone di casa mentre accoglie l’ospite che, a dire il vero, si guarda intorno con una certa circospezione: «Io comunque sono affezionato alle mie idee, eh». Segrate, Milano 2, Palazzo dei Cigni, redazione del Tg4: giornalisti, cameramen e truccatrici osservano l’arrivo in cattività di Pier Luigi Bersani, primo e unico riformista a solcare i corridoi del regno incontrastato di Emilio Fede.  

Stretta di mano Redazione del Tg4, Bersani con Fede (Cavicchi) Nei secoli dei secoli devoto per sua stessa ammissione a Silvio Berlusconi, il direttore si è voluto concedere uno strappo alla routine: dedicare una puntata intera del telegiornale al segretario del Pd, «in barba a quest’odiosa, inutile e ridicola par condicio e per sentire cos’aveva da dire un politico che stimo e considero estremamente intelligente a differenza di molti suoi compagni di partito». Neanche il supremo ha mai ottenuto tanto, assicura il giornalista: «Ventidue minuti di diretta, dieci dei quali chiesti in più alla Rete.
 
Non l’avevo mai fatto, neanche per il presidente del Consiglio. Questa qui è un’edizione storica, che mi porterà gli insulti del Pdl e lascerà stupefatti tutti i miei telespettatori». Qualche minuto in privato nell’ufficio del direttoreBersani sorvola sulle foto del Cavaliere appese alla parete e si sofferma invece su quella di un giovanissimo Fede inviato in Etiopia al cospetto di Hailé Selassié— poi la strana coppia si accomoda in studio tra uno scambio di cordialità e la domanda ironica del segretario del Pd alle maestranze: «Ma è così cattivo come appare nei fuori onda?».
 
Nonostante le numerose affettuosità, però, si stagliano evidenti i due universi paralleli: prima della sigla e tra un servizio e l’altro, a Tg avviato, scorre un sottile imbarazzo declinato in lunghissimi silenzi, mani e penne che tamburellano sul vetro della scrivania e chiacchiere ultra formali: «Vuoi un caffè?», No, grazie»; «Ma vai a Sanremo?», «Sì, sabato, con mia figlia». Quando la lucina rossa delle telecamere si accende, Fede ritorna a fare Fede e Bersani il politico.
 
Il direttore avvisa a casa: «È qui in studio il leader del Pd che, per chi non lo sapesse, è il maggior partito d’opposizione». Bersani guarda in camera e parte con le défaillance del governo, la necessità di uno stop al ricorso di «un voto di fiducia al mese», l’esigenza di un confronto reale tra maggioranza e opposizione, la proposta di «una bella sessione parlamentare in diretta tv sulla crisi», l’opportunità che il capo della Protezione civile Bertolaso si dimetta per «un comportamento di stile e non di imputazione».  

Una sola volta il segretario alza il sopracciglio e dopo aver sentito dire che sulla situazione economica «i numeri danno ragione all’ottimismo del governo» e «l’Ocse dice che andiamo meglio di altri Paesi», a resistere non ci prova nemmeno: «E no, Fede, scherziamo pure ma non mi pare proprio». Poi sono saluti, sorrisi e «grazie mille, torni pure quando vuole». Bersani esce di corsa e non si fa fotografare davanti al logo del Tg4: «Volete che faccia anche il promo?».

 
Elsa Muschella
16 febbraio 2010




Powered by ScribeFire.