mercoledì 17 febbraio 2010

Deceduto Emilio Lavazza, presidente onorario della società del caffè

Corriere della Sera

A capo dell'azienda dal 1979 al 2008, quando divenne la più grande in Italia delle società monoprodotto

- Si è spento martedì a Torino, ma la notizia è stata diffusa solo oggi, il cavaliere del lavoro Emilio Lavazza, 78 anni, presidente onorario dell'omonima società produttrice di caffè. Era l'esponente della terza generazione della famiglia. È stato, si fa notare negli ambienti industriali torinesi, uno straordinario capitano d'industria che ha dato all'azienda cinquant'anni di conduzione esemplare.

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AZIENDA - Nel 1955 entrò nell’azienda familiare, la Lavazza spa, fondata nel 1895 dal nonno Luigi. Nel 1971, alla morte del padre Giuseppe, venne nominato amministratore delegato. Nel 1979, scomparso anche lo zio, divenne presidente, incarico mantenuto fino al 2008, quando fu nominato presidente onorario. Nel 1993 è stato insignito della laurea honoris causa in economia e commercio dell’Università di Torino. È stato membro della giunta dell’Unione industriale di Torino e presidente dell’Associazione italiana industrie prodotti alimentari. Sotto la sua guida la Lavazza è diventata la più grande azienda monoprodotto italiana, tra le maggiori del settore alimentare e leader nel panorama italiano del caffè con una quota nazionale pari al 47% del mercato. Con la volontà di internazionalizzare l’azienda, attraversando culture, lingue e realtà diverse, ha iniziato la diffusione del «caffè all’italiana». La Lavazza conta più di 4 mila addetti ed è presente in oltre 90 Paesi con una fitta rete di distributori e nove consociate dirette in Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, Austria, Spagna, Brasile e India.

Redazione online
17 febbraio 2010




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Ricatti a luci rosse», video-denunce contro l'ex commissario antiracket

Corriere della Sera

Sul sito dell'associazione le accuse a Carlo Ferrigno «Le donne si rivolgevano al prefetto per aiuto, lui chiedeva in cambio prestazioni sessuali e le minacciava»
 


MILANO - Il 7 febbraio scorso l'associazione milanese «Sos Racket e usura» ha annunciato il proprio scioglimento, dopo l'ennesima intimidazione contro il presidente Frediano Manzi. Ma oggi sul sito dell'associazione è comparsa una nuova denuncia, corredata da video, che potrebbe suscitare molto clamore, proprio come accadde nel caso della «Signora Gabetti», il racket degli alloggi popolari in via Padre Luigi Monti a Milano. Nel mirino dell'associazione stavolta c'è il prefetto Carlo Ferrigno, commissario straordinario antiracket dal 2003 al 2006. Secondo le denunce raccolte dall'associazione milanese, il prefetto ricattava le donne che si rivolgevano a lui perché vittime dell'usura, e minacciava di bloccare i loro procedimenti se non gli concedevano favori sessuali. I reati e le violenze si sono consumati a Milano, Torino e Roma, anche negli stessi uffici del Comitato Nazionale Antiracket, in via Cesare Balbo 37.

LE DENUNCE - Le associazioni «Sos Racket e Usura» e «Sos Italia libera» hanno raccolto le testimonianze di sette donne che denunciano le violenze sessuali e i ricatti subiti dal prefetto, che controllava il fondo nazionale per le vittime dell'usura. «Si tratta di persone che si sono rivolte a noi perché avevano fiducia nella nostra associazione, in quanto vittime dell'usura», spiega Frediano Manzi, annunciando che il consorzio «Sos racket» - che raccoglie 70 associazioni - ha intenzione di presentare un esposto contro Ferrigno al Tribunale di Milano. Due delle vittime, una di Milano e un'extracomunitaria residente a Torino, erano minorenni all'epoca dei fatti; ci sono inoltre una 38enne di Brescia, una 40enne di Bergamo e alcune modelle ingaggiate per un fantomatico spot anti-usura, in realtà mai realizzato. «In tutti i casi che hanno coinvolto vittime dell'usura», ha spiegato Manzi, «il prefetto prometteva accesso al fondo nazionale in cambio di favori sessuali e, nel caso la vittima si rifiutasse, sosteneva di avere amici in molte procure italiane e minacciava di bloccare i procedimenti penali avviati dalle donne».

I VIDEO - In un video pubblicato sul sito dell'associazione una delle vittime (la 38enne bresciana, col volto oscurato per renderla irriconoscibile) ripercorre tutte le fasi della vicenda: il primo incontro col prefetto - «sua Eccellenza» - e i primi approcci di lui, che le chiede di dargli del tu e la fa accompagnare dal collaboratore nella sua abitazione privata per «guardare le carte», poi si presenta con l'accappatoio slacciato. Fino ai due tentativi di forzare un rapporto sessuale con la donna, preceduti da minacce e violenza fisica. Un'altra donna, 40 anni di Bergamo, racconta, in una telefonata di cui l'associazione conserva l'audio, che nel settembre scorso l'ex prefetto le garantì l'accesso a 700mila euro del fondo in cambio di un rapporto sessuale consumato in un albergo del centro di Torino. Entrambe le donne dicono il nome e il numero dell'utenza cellulare del funzionario e garantiscono di essere pronte a ripetere le accuse davanti a un magistrato.

«Chiediamo l'apertura immediata di un'inchiesta da parte della Procura della Repubblica - scrive Frediano Manzi sul sito dell'associazione - affinché accerti quanto da noi denunciato pubblicamente, chiediamo di verificare come sono stati distribuiti i fondi (alcune decine di milioni di euro) e con quali criteri nel periodo in cui Carlo Ferrigno è stato Commissario straordinario antiracket ossia dal 2003 al 2006. Lanciamo un appello a tutti coloro che hanno subito ricatti, minacce o "attenzioni" del genere. Abbiano il coraggio di parlare e prendano contatto con l'Autorità Giudiziaria».

Redazione online
17 febbraio 2010






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Tre donatori offrono rene gratis a tre sconosciuti

Corriere della Sera


Primi casi in Italia di Samaritani. Questo tipo di donazione non è prevista dalla legge



MILANO - Tre donatori samaritani (si definiscono così le donazioni gratuite e senza legame familiare) due in Lombardia e uno in Piemonte, hanno offerto negli ultimi mesi un rene da trapiantare a chi genericamente ne ha bisogno. Sui tre casi il Centro nazionale di bioetica ha riunito martedì i rappresentanti delle tre reti interregionali dei trapianti per verificare la possibilità legale di questa modalità utilizzata già in altri paesi ma ancora mai in Italia. La legge nazionale regola infatti la donazione da vivente fra consanguinei o persone con legame affettivo, oltre a vietare ogni forma di vendita.

CHINA PERICOLOSA - «La donazione di organi da vivente è considerata in Italia e in Europa aggiuntiva ma non sostitutiva della donazione da cadavere» commenta Franco Filipponi, responsabile del Centro Trapianti di Fegato della Toscana. «Da anni l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) sta operando uno sforzo per rendere la donazione da vivente eccezionale, cercando di attivare le reti di donazione da cadavere in tutto il mondo.

E questo sforzo è finalizzato a combattere il traffico d'organi». «Esperienze di donazioni da viventi non consanguinei state tentate , per esempio Israele, dove però è stato riscontrato il fallimento di tale iniziativa» precisa l'esperto. «Gli stessi medici israeliani che avevano proposto questa possibilità, governata dallo Stato, hanno constatato che spesso si stabilivano accordi sottobanco che sfuggivano alle commissioni di controllo. Che in Italia si possa pensare di sviluppare un settore di donazione da vivente non consanguineo mi sembra in controtendenza».

RISCHIO PER CHI DONA - «Anche perchè questo ci porta a nasconderci il vero problema» continua Filipponi, «e cioè che la donazione in morte cerebrale in Italia va da 10 a 42 donatori per milione di abitanti nelle varie regioni , il che significa che non viene applicata correttamente la legge sui trapianti, che permetterebbe di avere quasi la soddisfazione totale dei bisogni per alcuni organi qualora tutte le regioni raggiungessero i 25-30 donatori per milione di abitanti.

In questo modo si limiterebbe decisamente il bisogno di coinvolgere persone sane che possono , come ormai ampiamente documentato divenire malate e anche, in alcuni casi, morire a causa della donazione, come riportato dal responsabile per l’Oms per i trapianti Luc Noel nel congresso della Società Internazionale dei Trapianti di Fegato che si è scolto nel luglio 2009. Proprio Luc Noel nel suo intervento aveva sottolineato che in quell'occasione che la donazione da vivente deve assumere carattere di eccezionalità.

Luigi Ripamonti
17 febbraio 2010





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Bombe a grappolo, stop da agosto

Corriere della Sera

Ma il Trattato non è stato sottoscritto da Usa, Russia, Cina e Israele.
L'Italia ratifica in ritardo
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NEW YORK - La Convenzione che mette al bando l'uso delle bombe a grappolo (cluster bomb) entrerà in vigore a partire del 1° agosto. L'Onu ha reso noto che con la ratifica di Burkina Faso e Moldova si è raggiunto il numero minimo (trenta nazioni) che consente l'entrata in vigore del Trattato, firmato a Dublino il 30 maggio 2008.

BAN KI-MOON - «Si tratta di un passo fondamentale nell'agenda del disarmo mondiale», ha commentato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. «La ratifica dimostra la repulsione nei confronti di queste armi, inaffidabili e inaccurate». Il segretario ha poi invitato le nazioni che non hanno ancora aderito alla convenzione a farlo «senza ritardi». La Convenzione vieta la produzione, l'uso e il possesso di bombe a grappolo, ordigni letali per la popolazione civile che spesso vengono lasciati nelle ex zone di guerra per anni. L’accordo prevede che i Paesi aderenti non possano in alcuna circostanza usare, produrre, acquistare, stoccare o trasferire ad altri Paesi le bombe a grappolo, ma lascia però aperta la porta per l’impiego di bombe più piccole (meno di dieci ordigni) di nuova generazione, in grado di colpire gli obiettivi con maggiore precisione e provviste però di un sistema di autodistruzione nel caso di mancata esplosione al suolo.

CHI NON HA FIRMATO - Il trattato non è stato sottoscritto da Paesi come Israele, Russia, Cina e Stati Uniti, anche se il presidente americano Barack Obama ha firmato un primo divieto all'esportazione di bombe fabbricate negli Usa (che pianificano di bandirle entro il 2018). I Paesi aderenti hanno l'obbligo di distruggere l'arsenale di bombe a grappolo in loro possesso entro otto anni al masismo da parte della ratifica. Inoltre spetta al Paese aderente che ha utilizzato questi ordigni bonificare la zona dove li ha lanciati mettendo in atto tutte le misure necessarie alla protezione e informazione dei civili a rischio.

CHI HA RATIFICATO - Questi i Paesi che hanno finora ratificato: Norvegia, Austria, Vaticano, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Albania, Croazia, Laos, Sierra Leone, Zambia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Moldova, Montenegro, Slovenia, Spagna, Burkina Faso, Burundi, Lussemburgo, Macedonia, Malawi, Malta, Nicaragua, Niger, San Marino e Uruguay.

ITALIA IN RITARDO - Il 3 dicembre 2008 a Oslo l'Italia ha sottoscritto il Trattato, ma il Parlamento non l'ha ancora ratificato. «L'Italia ha un'imbarazzante problema di lentezza nei processi di ratifica», ha dichiarato Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, «anche quando non ci sono chiare ostative o addirittura una volontà positiva. Chiederemo al governo e ai parlamentari di promuovere un'immediata moratoria unilaterale del nostro Paese sulla produzione, uso e commercio di questo sistema d'arma, in linea con le definizioni della Convezione di Oslo».

INESPLOSE - Secondo un rapporto dell'associazione Handicap International sarebbero circa 100 milioni le bombe a grappolo rimaste inesplose nel mondo delle oltre 440 milioni state sparate dal 1965. Nella campagna israeliana in Libano del'estate 2007 il tasso di inesplosività è risultato del 30%.

Redazione online
17 febbraio 2010







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Londra contro l'eutanasia Uccise il partner in agonia Arrestato conduttore Bbc

di Redazione

Prima le dichiarazioni choc in tv, poi l'arresto: Ray Gosling aveva confessato sulla Bbc di aver ucciso il partner con un cuscino





Londra - Prima le dichiarazioni choc in diretta sulla Bbc, poi - a distanza di poche ore - l'arresto. E', infatti, finito in manette con l’accusa di omicidio Ray Gosling, un noto presentatore televisivo britannico, il quale ha confessato di avere soffocato il compagno con un cuscino quando i medici gli hanno detto che non potevano più fare nulla per alleviare le sue sofferenze
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Le dichiarazioni choc Gosling ha raccontato a un programma dell’emittente Bbc questa settimana di avere ucciso l’uomo, che aveva l’Aids e di cui non ha voluto rivelare il nome, per mettere fine alle sue sofferenze. Un gesto, ha detto, frutto di un accordo raggiunto in precedenza. Il settentenne Gosling non ha precisato dove o quando (apparentemente diversi anni fa) si è svolto il tutto. Nell’intervista ha sottolineato di credere di avere fatto la decisione giusta e di non avere rimorsi.

L'arresto del presentatore La polizia del Nottinghamshire ha confermato oggi di avere arrestato un 70enne di Nottingham con l’accusa di omicidio. Non hanno fatto il nome di Gosling, ma hanno precisato di averlo arresto per le sue rivelazioni al programma Inside Out della Bbc tramsesso lunedì sera. Il racconto confessione di Gosling avviene in concomitanza con un acceso dibattito in Gran Bretagna sul suicidio assistito dei malati terminali. Fra pochi giorni il procuratore generale Keir Starmer presenterà un pacchetto di linee guida sulla questione.

Assistenza al suicidio Attualmente, nel Regno Unito, l’assistenza al suicidio è considerata un crimine, punibile con una pena fino a 14 anni di carcere. L’opinione pubblica britannica è decisamente favorevole a una modifica della legge sull’eutanasia e sull’assistenza al suicidio. Secondo un sondaggio di alcuni giorni fa, tre quarti delle persone intervistate ritengono che debba essere consentito ai familiari di assistere i malati terminali verso il trapasso. Sir Terry Pratchett, noto autore inglese di romanzi fantasy, che soffre di Alzheimer, ha annunciato di voler lanciare un’iniziativa per la creazione di un apposito "tribunale per malati terminali".




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Via Poma, fu lite sull'anticoncezionale

Il Tempo

Il processo 20 anni dopo. Si delinea la tesi dell'accusa:
i due litigarono perché lei voleva prendere un anticoncezionale.




L’ultimo giorno di Simonetta. Un amore non corrisposto. I soliti sospetti. Potrebbero essere altrettanti «titoli» dell’udienza di ieri, la seconda del processo che la terza Corte d’Assise ha tenuto nell’aula di Rebibbia e che vede sul banco degli imputati l’ex fidanzato della vittima Raniero Busco. La madre Anna Di Giambattista, la sorella Paola e il compagno di allora e oggi, Antonello Barone, hanno ricostruito la giornata del 7 agosto 1990, quando la ragazza con le scarpe da tennis e l'ombrellino rosa venne massacrata con 29 coltellate negli uffici degli Alberghi della Gioventù in via Poma. Una ricostruzione commossa e commovente che, però, non ha aggiunto molto a quanto già verbalizzato negli ultimi vent'anni dai pm nella lunga «staffetta» giudiziaria dell'inchiesta.

Obiettivo dell'accusa, rappresentata da Ilaria Calò, è dimostrare che la saliva trovata sul reggiseno e il presunto morso sul capezzolo sinistro di Simona sono frutto dell'aggressione letale portata a termine da Busco quel maledetto martedì. Lui non l'amava. Lei sì. Lui non voleva che lei andasse in vacanza con la sua comitiva di amici in Sardegna, lei ne aveva sofferto, come soffriva di quel rapporto sbilanciato. Per lei un grande amore, il primo importante della sua vita, che però era unilaterale. Per lui, all'epoca un ragazzo spensierato, Simona era una come tante e non la donna del futuro. E poi la storia dell'anticoncezionale: Raniero faceva sesso «non protetto» pensando che lei già la prendesse (ma non le aveva chiesto niente) mentre la vittima aveva deciso di «premunirsi» solo alla fine di luglio, aveva la pillola nella borsetta ma aspettava l'inizio del ciclo mestruale per cominciarla.

La tesi accusatoria, insomma, inizia a delinerasi con chiarezza: Raniero, che già «la maltrattava», scopre che Simonetta non ha adottato alcuna precauzione nei rapporti intimi, che potrebbe anche essere rimasta incinta (ma non è così) e si arrabbia. La raggiunge nel rione Prati, i due litigano, lui la colpisce... Una ricostruzione tutta da dimostrare, che ieri il pm Calò ha cercato di puntellare con le tre testimonianze «familiari». La madre della vittima, infatti, ha sostenuto con veemenza che la figlia aveva una cura estrema del suo corpo e si cambiava spessissimo, anche due volte al giorno. Quindi non avrebbe mai indossato lo stesso reggipetto. Ed è un dettaglio importante, perché su quel reggiseno è stato isolato un dna che apparterrebbe a Busco. Lui, «a verbale, ha replicato spiegando di aver avuto sabato 4 agosto un rapporto sessuale con Simona.

Quindi quella traccia potrebbe risalire a tre giorni prima del delitto. O alla sera precedente, quando i fidanzati si sono rivisti per una mezzora. Ma questo se l'indumento fosse stato lo stesso e non fosse stato lavato, considerando che i periti della procura hanno provato a metterne uno della stessa stoffa in lavatrice e la saliva è scomparsa. Poi c'è la questione del morso sul capezzolo. Anna Di Giambattista ha raccontato che domenica 5 agosto ha visto Simonetta nuda in bagno ed è certa che non avesse quel segno. Di conseguenza quella che il medico legale Carella Prada stabilì essere («molto probabilmente») un'ecchimosi provocata da un morso risalirebbe sempre al 7 agosto.

Per il resto i tre testi hanno raccontato, ognuno dalla sua prospettiva, il «film» di quel martedì di angoscia, sangue e dolore. Paola che accompagna Simonetta alla metro alle 15, lei che non si fa sentire per sapere se il padre le ha fatto riparare la «126», la madre che si preoccupa, Paola e Antonello Barone che vanno dal datore di lavoro della vittima, Salvatore Volponi, e con lui e il figlio Luca cercano di capire dov'è l'ufficio della ragazza. Infine, l'arrivo in via Poma, le titubanze della portiera nell'aprire la porta, la macabra scoperta del cadavere nell'appartamento al terzo piano. Paola che urla. Paola che piange. L'arrivo della della polizia. L'appuntamento è per il 24 febbraio nell'aula-bunker.



Maurizio Gallo

17/02/2010





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Clan di baroni e giri di raccomandati La cricca non si limitava agli appalti

Il Tempo


I verbali di Firenze, Balducci dava i lavori a tre architetti, poi chiedeva promozioni agli esami.
E il presidente dello Sport Village si fa togliere la multa dai vigili. Le telefonate degli amici del Provveditore: "Angelo, facci promuovere i figli".

I tentacoli della cricca non si limitavano agli appalti per i lavori alla Maddalena, ma si estendevano anche alle raccomandazioni per superare gli esami d’ammissione per i corsi di laurea. E a gestire il giro di «favori» era sempre l’ingegnere Angelo Balducci, in carcere per corruzione. Accuse contenute in una informativa del Ros, nella quale gli investigatori spiegano qual era la complicità tra gli indagati e tre professori della facoltà di Architettura. Le accuse sono contenute nell'informativa del 9 ottobre del 2009, nella quale gli investigatori fanno riferimento al «solito sistema gelatinoso» per far superare esami all'università «La Sapienza» grazie alla complicità di tre professori della facoltà di Architettura.

Docenti che nel tempo si sono occupati proprio di progettare lavori che poi sono finiti nel mirino della magistratura fiorentina. Nel documento del Ros sono infatti coinvolti Giampaolo Imbrighi, professore di Tecnologia dell'architettura, autore del progetto architettonico della piscina di Valco San Paolo (Mondiali di nuoto Roma 2009) e interressato dall'ingegner De Santis (anche lui in carcere) «per la questione degli Uffizi a Firenze».

Il secondo è invece Orazio Carpenzano, professore associato di Progettazione architettonica e Urbana, collaudatore per i lavori del G8 alla Maddalena e coinvolto da De Santis nella «redazione della variante strutturale per la Scuola marescialli di Firenze».

E infine, il professor Livio De Santoli, ordinario presso la facoltà di Architettura presso Valle Giulia, autore della progettazione dell'impiantistica della «piscina di Valco San Paolo». Questi professori, in base al lavoro investigativo, si sono dati da fare per far superare ad amici e parenti degli indagati, le prove degli esami previste per l'8 settembre 2009.

Non solo. Nell'informativa emerge anche la richiesta arrivata direttamente a Balducci dal monsignor Giovanni Viale Ermes, capo ufficio della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, per raccomandare la figlia di Massimo Spina, direttore amministrativo dell'ospedale Bambino Gesù di Roma. Il primo settembre, alle 10.08, Diego Anemone chiama il professor De Santoli, il quale riferisce di aver «ricevuto la comunicazione e di essere pronto, facendo riferimento al fatto che già gli è arrivato l'input, come richiesto alle 9.20 da Balducci».

Alle ore 10.54, inoltre, Anemone conferma alla cugina Claudia (che deve affrontare l'esame), che ha preso accordi per andare giovedì prossimo dal professor De Santoli Anemone: «...a Cla' ...no ...no ...ho fatto ...tutto a posto chicca ...giovedì dobbiamo andare lì intorno alle due ...». Claudia: «Va bene, perfetto». Il 3 settembre 2009, alle 15.43, Anemone fa capire allo zio (padre di Claudia) che l'incontro con il professor De Santoli ha avuto esito positivo «...Tutto a posto lì ...eh ...poi ti dico ...tutto benissimo ...poi dopo dico ...va bene?».

A richiesta dello zio, Anemone riferisce che all'incontro ha partecipato anche Balducci: «...Sì ...sì ...io ...pure l'altro ...con i capelli bianchi». Anemone, infine, si riserva di far avere alla cugina Claudia delle istruzioni di dettaglio per la sua partecipazione alla prova di ammissione «... Poi va bè ...sabato quando ...stasera vado su ...domani torno ...dopo dico un paio di cose che devi fare».

Per quanto riguarda, invece, la richiesta di raccomandazione per la figlia di Spina, i carabinieri hanno intercettato una conversazione tra Balducci e Viale. Viale: «Carissimo presidente ...sono don Ermes ...scusami se ti importuno ...ti ho chiamato più volte nella giornata di ieri». Balducci: «...Io purtroppo ...guarda ho provato ieri sera ..perché ...(omissis)». V: «Scusami se ti ho importunato, era solo una cosa che era questa». B: «Dimmi». V: «Perché non era mia ...è di Massimo Spina». B: Si». V:

«Mi aveva chiesto una cortesia ...ma io non sapevo proprio come». B: «Sì». V: «Come poterlo aiutare, cioè c'è sua figlia che domani alla Sapienza fa questo test per Architettura». B: «Sì... ah! dove?». V: «Alla Sapienza». B: «Sì, Valle Giulia o l'altra?» V: «E ...io penso Valle Giulia ...è Sapienza ...no perché ...l'altra è Tor Vergata, no?» B: «No, no però ce ne sono due alla Sapienza». V: «Allora io mi prendo il ...foglietto che lui mi ha ...le note che lui mi ha dato ...lui mi ha detto allora ...università La Sapienza ...facoltà di Scienze dell'Architettura, Ludovico Quaroni». B: «Quaroni, si, si, perfetto, okay». V: «Lei domani ha questa cosa qui...si questa ...prova».



Augusto Parboni
17/02/2010




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Anziano muore in strada, il cane lo morde per rianimarlo e veglia per due giorni

Il Messaggero


BOLOGNA (16 febbraio) - Stroncato da un infarto per strada viene vegliato per due giorni dal suo cane, che probabilmente ha anche cercato di farlo riprendere mordendogli le gambe.

È accaduto a Silla di Gaggio Montano, sull'Appennino bolognese, dove nella terda serata di ieri è stato trovato il corpo senza vita del settantenne Paolo M. Il cadavere, riverso a terra vicino all'ingresso del garage, è stato scoperto verso le 22.30 dalla figlia che, non avendo notizie del padre, è andata a controllare.

Dai primi accertamenti medico legali emerge che la morte sarebbe stata provocata da un arresto cardiaco e dovrebbe risalire a un paio di giorni prima del ritrovamento. Sul corpo sono state riscontrate alcune lievi ferite alle gambe. A procurargliele, sarebbe stato il cane, un meticcio che lo ha vegliato per tutto il tempo e che, subito dopo il collasso, ha probabilmente tentato in quel modo di risvegliare il suo padrone.


Gheddafi, la Svizzera resta sola

di Gaia Cesare

Cresce il fronte dei Paesi critici nei confronti di Berna, la cui linea dura ha provocato il blocco dei visti d’ingresso in Libia per i cittadini europei. Italia e Malta unite


Rischia di trascinarsi ancora a lungo la crisi Tripoli-Berna, precipitata domenica sera con la decisione di Muammar Gheddafi di negare nuovi visti d’ingresso per la Libia ai cittadini dell’area Schengen e di bloccare quelli già rilasciati. In attesa che la diplomazia faccia il suo lavoro, ieri è arrivata la conferma che il muro contro muro è destinato a durare: «La Svizzera continuerà la sua politica restrittiva in materia di visti», ha ribadito il ministero elvetico agli Affari esteri, confermando l’intenzione di tenere in vita la «lista nera» di 188 libici «non graditi», tra i quali lo stesso Gheddafi, all’origine della ritorsione libica.

Eppure cresce la convinzione a livello internazionale che la vicenda abbia superato la soglia di tollerabilità per gli altri Paesi non direttamente coinvolti. Il titolare della Farnesina Franco Frattini - che lunedì aveva detto a Berna di «risolvere i propri problemi ma non a spese dell’Italia e di altri Paesi» - ieri ha chiesto alla Svizzera di non «usare Schengen per fini che non sono di Schengen» e ha invitato Berna a consultarsi con i partner europei prima di assumere certe decisioni.

Le critiche nei confronti della Svizzera e di certi provvedimenti assunti contro la Libia cominciano a crescere. Alla voce della Farnesina si è aggiunta quella del ministro degli Interni di Malta, altro Paese vicino, non solo geograficamente, a Tripoli: la decisione della Svizzera di stilare una lista di libici indesiderati, «viola lo spirito di Schengen. Il rifiuto di un visto è esclusivamente uno strumento per proteggere i nostri cittadini e la nostra sicurezza nazionale», ha scritto Carmelo Mifsud Bonnici in una lettera alla collega svizzera.

Italia e Malta hanno definito un «abuso» la decisione presa dalla Svizzera, un termine questo usato per primo dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, in visita alla Valletta. Anche il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ha ribadito l’insofferenza per la crisi: «Non può durare» - ha detto -. I Paesi dell’area Schengen non possono essere presi in ostaggio». E a insistere sullo stesso fronte, accusando di eccessiva durezza Berna, è persino il legale dei due uomini d’affari svizzeri bloccati in Libia dal luglio 2008 con il pretesto di aver violato le norme sui visti. «Il governo elvetico ritarda la soluzione della crisi» e «complica» la situazione dei suoi assistiti, ha detto Salaf Zahaf.

Il titolare della Farnesina, Franco Frattini, il ministro degli Esteri libico, Mousa Kousa e quello maltese, Tonio Borg, si incontreranno nella mattinata di oggi a Roma. Dopo l’incontro Frattini ha fatto sapere che potrebbe chiamare l’omologa svizzera Micheline Calmy-Rey, che ha già sentito ieri in colloquio telefonico - e farle un appello alla responsabilità. Poi i tre ministri risponderanno in conferenza stampa alle domande dei giornalisti. Domande che da ieri una grossa fetta delle imprese che operano in Libia si fanno in maniera più preoccupata.

Da oltre 48 ore, infatti, la Libia è ufficialmente vietata agli europei e anche se la chiusura delle frontiere ha concesso a molti di entrare comunque in Libia, nove italiani sono già stati rimpatriati dopo essere atterrati all’aeroporto di Tripoli: tre erano a bordo dell’ultimo volo, arrivato nella capitale nella notte. E per questi ultimi, tutti toscani, il viaggio si è rivelato un mezzo incubo, di certo una beffa. Bloccati appena sbarcati a Tripoli, i nostri connazionali sono stati costretti a passare la notte in aeroporto, pagando persino 60 euro per stare seduti in poltrona, prima di essere rimandati in Italia.

La decisione di bloccare gli ingressi degli europei è solo l’ultima tappa di una guerra diplomatica che va avanti da due anni e che con la ritorsione scattata domenica e decisa dalle autorità libiche ha avuto il suo apice: Tripoli non ha digerito la decisione di Berna di mettere 188 libici, fra cui lo stesso Colonnello e la sua famiglia, in una «lista nera» di persone che non possono entrare nel Paese e ancora prima - era il luglio 2008 - non aveva tollerato l’arresto del figlio Hannibal, accusato con la moglie di aver maltrattato due domestici in un albergo di Ginevra.

Una scelta che ha messo in subbuglio le cancellerie europee, ha già spinto Italia e Francia a sconsigliare viaggi nel Paese nordafricano ai propri cittadini e che giovedì sarà al centro dell’incontro fra la Commissione, i Paesi Ue e quelli aderenti all’area Schengen, che in questa sede faranno una prima valutazione della situazione e decideranno quali misure prendere. Intanto Michele Cicerone, portavoce del commissario Ue agli Affari interni Cecilia Malmstrom, ha fatto sapere che sono in corso contatti «ad alto livello» con le autorità svizzere e quelle libiche perché si possa giungere a «una soluzione diplomatica il più presto possibile».

SCHEDA Un braccio di ferro iniziato due anni fa




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Ieri Mautone, oggi Balducci: i rapporti di Tonino

di Redazione

Le carriere parallele dei superdirigenti prima promossi e poi arrestati, entrambi portati al ministero dal leader Idv. Che adesso tenta di prendere le distanze.

I nastri: così gli indagati parlavano delle "Iene".

Gli altri Vip paparazzati dai Ros: da Ripa di Meana a Malagò




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Roma - Due orbite indipendenti, ma con punti di attrazione gravitazionale comuni. Le storie di Angelo Balducci e Mario Mautone hanno tratti simili, anche se il curriculum del primo è più luccicante. Entrambi hanno ricoperto l’incarico di provveditori alle opere pubbliche, anche se in diverse regioni, entrambi sono stati a un certo punto della loro ascesa promossi o trasferiti, a seconda dei punti di vista, da Antonio Di Pietro, quando l’ex pm era al dicastero delle Infrastrutture.

Entrambi hanno avuto rapporti troppo contigui con imprenditori interessati agli appalti (Anemone per Balducci, Romeo per Mautone), ed entrambi sono stati sputtanati dalle intercettazioni che li hanno incardinati come «corruttori» nei teoremi della magistratura. In conseguenza delle quali, entrambi sono incappati in guai giudiziari con tanto di soggiorno in carcere.

Nell’elenco dei parallelismi nelle carriere di questi due superburocrati dei lavori pubblici (che se anche fanno danni, cambiano poltrona ma non perdono il posto, galera permettendo), colpisce come le traiettorie esistenziali di Balducci e di Mautone impattino con il Tonino nazionale, che di riffa o di raffa «c’azzecca» con entrambi. Anche se non ha mai smesso i panni del grande moralizzatore, ora chiedendo a gran voce la testa di Bertolaso, mesi fa prendendo le distanze da Mautone, nonostante i coinvolgimenti «familiari». E, sul Riformista di qualche giorno fa, rivendicando di aver «spostato» Balducci per due volte. Pur premettendo: «Non avevo niente contro di lui».

Sappiamo bene delle liaisons ad alto rischio del leader Idv con Mario Mautone, l’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise, travolto dall’inchiesta napoletana sull’appalto «Global Service». E asceso a gloria autonoma persino rispetto a Romeo, con un filone indipendente di quell’inchiesta, che scava su un «sistema Mautone», incentrato tra l’altro sulla costruzione di nuove caserme tra Campobasso e Napoli. Proprio le intercettazioni fecero emergere una serie di richieste di «favori» avanzate all’ex provveditore da parte di Cristiano Di Pietro, figlio di Tonino e all’epoca consigliere provinciale dell’Idv a Campobasso. Una vicenda tuttora aperta, come l’intera inchiesta. I cui collegamenti portano un po’ in tutte le direzioni, da Bari a Roma. E che lambirebbe l’entourage del sottosegretario Guido Bertolaso.

Era infatti quest’ultimo il responsabile dei siti campani dichiarati «di interesse nazionale». In gran parte cave e luoghi destinati a ospitare le discariche. Ma anche, appunto, i terreni dove dovrebbero sorgere la cittadella della polizia e le altre caserme. Quelle ai cui appalti si interessava pure Cristiano, infatti, avrebbero fatto gola a molti altri imprenditori, ben più importanti degli amici del delfino di Tonino. E le pressioni per forniture e interventi, si ipotizza nella procura partenopea, non avrebbero risparmiato i vertici della Protezione civile.

Un capitolo ancora tutto da scrivere, con una certezza: Di Pietro a luglio 2007 portò Mautone al ministero, e lo nominò a capo di una commissione sugli appalti autostradali. Il politico sostiene che non fu una promozione, ma che anzi era una «mossa» per impedire a quel burocrate «discusso» di continuare a far danni a Napoli. Ma non si può dimenticare che l’allora ministro aveva un chiaro interesse personale a tutelare il figlio da quell’amicizia scomoda e dai riverberi giudiziari. Tanto che Cristiano, sotto il Vesuvio, è finito indagato.

Mautone arriva a Roma, dove c’era già Angelo Balducci. E Tonino in ragione del suo incarico ha rapporti anche con quest’ultimo. Il nome dell’ex soggetto attuatore dei lavori alla Maddalena, Balducci (che è tra i quattro arrestati nell’indagine fiorentina sul G8) finisce nell’agenda di Di Pietro quando l’organizzazione del vertice è ancora lontana. Nell’estate del 2006, Tonino arriva in Consiglio dei ministri con una serie di nomine da proporre. Una riguarda proprio Balducci, che lascia il Consiglio superiore dei Lavori pubblici e trasloca a capo del Dipartimento infrastrutture statali, edilizia e regolamentazione dei lavori pubblici.

Promozione o bocciatura? Di Pietro, ora, sostiene che fu un «demansionamento», perché la nuova poltrona non era «operativa». La presa di distanza è singolare, una excusatio non petita, un modo per lavarsi le mani nel momento in cui il suo partito spara ad alzo zero sulla Protezione civile. Ma non è nuova, e ricorda quanto accadde con Mautone. E d’altra parte Aurelio Misiti, parlamentare Idv con un passato importante nei Lavori pubblici, per «difendere» il suo leader ha sostenuto sul Fatto Quotidiano la stessa tesi di Tonino, ricordando che Di Pietro non solo non avrebbe mai promosso Balducci, ma addirittura l’avrebbe «rimosso» per due volte dagli incarichi che gli aveva assegnato il centrodestra.

L’ex ministro, insomma, l’avrebbe solo parcheggiato su una poltrona «senza alcun potere operativo». Curioso che sempre Misiti al Messaggero dia una lettura in contraddizione, spiegando che riteneva Balducci «più adatto alla gestione» e che per questo raccomandò a Di Pietro di sostituirlo.
Una doppia versione messa in evidenza dall’agenzia «Il Velino», che si domanda: «Balducci era non operativo o più adatto alla gestione?». Di certo qualsiasi cosa dica Tonino resta il fatto che il dipartimento dell’Edilizia del ministero delle Infrastrutture è un incarico a dir poco prestigioso. Balducci lo lascia qualche mese più tardi, perché Francesco Rutelli lo fa nominare commissario delegato per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari.

Ma quella poltrona non gli fa schifo, visto che avrebbe tentato di mandarci un altro alto dirigente del ministero, Claudio Rinaldi. Che oggi ritroviamo indagato, insieme a Balducci, in un’altra vicenda di appalti: i presunti abusi edilizi commessi per i mondiali di nuoto Roma 2009. Due i commissari dell’evento che si sono avvicendati: Balducci e poi Rinaldi. Entrambi finiti nei guai, tra l’altro, per la costruzione di una piscina al Salaria sporting village, il club dei presunti «festini» di Bertolaso e soci, di proprietà dell’imprenditore Anemone e del figlio maggiore di Balducci, Filippo.

Bell’intreccio. E non è finita. Facciamo un passo indietro e torniamo al dipartimento Edilizia. Perché, due anni fa, qualcuno racconta che Di Pietro si opponga alla nomina di Rinaldi a quell’incarico. Quel qualcuno si chiama Mauro Caiazza, è un collaboratore di Mautone, intercettato nell’estate 2007 mentre parla con l’ex provveditore campano amico di Cristiano Di Pietro, cercando di convincerlo ad accettare di buon grado il trasloco a Roma. Un po’ di gossip ministeriale, che alla luce di quanto è poi accaduto è interessante leggere. Caiazza: «...tieni conto che a Rinaldi lo ha chiamato e gli ha detto: “O te ne vai...”, e lui al capo di gabinetto gli ha detto “no, non me ne vado”, “guarda, ha detto il ministro che o te ne vai o ti manda alla procura della Repubblica”.

Hai capito chi è questo Di Pietro?». Mautone: «A chi lo ha detto?»: Caiazza: «A Rinaldi. Io lo so perché Rinaldi lo ha detto alle persone, e ha detto “questo mi ha chiamato, mi ha sbattuto al muro e... me ne devo andare”. L’ha cacciato via, mandato alle dighe!». Mautone: «E poi lo voleva far rientrare?». Caiazza: «No, poi lui si è fatto raccomandare per l’edilizia e non lo ha fatto più rientrare». Mautone: «Ma chi ce l’aveva proposto all’edilizia?». Caiazza: «Ce l’avevano proposto perché Balducci conosce Rutelli e Prodi, e ha fatto raccomandare Rinaldi, e dice “mo lo schiaffo all’edilizia, così c’ha tutti i provveditori sotto”! Invece poi Di Pietro non ha ceduto. “No, no!! Questo deve rimanere là, e l’ha lasciato là.

E l’edilizia te l’ha data a te, e te l’ha data perché sa che il figlio è intervenuto, ci sono una serie di persone che t’hanno raccomandato. Lui t’ha tolto da Napoli ma non ti ha messo a Canicattì». Qualche domanda resta aperta. È vero che l’allora ministro minacciò di denunciare Rinaldi in procura? E per quale motivo? La nomina di Rinaldi come commissario straordinario per i mondiali di nuoto è di un anno dopo. Che informazioni compromettenti su di lui aveva Di Pietro, tali da paventare di «mandarlo in procura», e da far resistere il ministro alla «sponsorizzazione» che Rinaldi avrebbe avuto, tramite Balducci, dall’ex premier Prodi e da Rutelli? Se sospettava illeciti non ne ha fatto parola, «cacciando» Rinaldi nel solito modo, ossia nominandolo direttore generale. Per le Dighe.

Ma l’effetto più curioso del trasferimento di Mautone a Roma è la comparsa prepotente del dirigente nelle carte dell’inchiesta sul G8. Mautone da direttore generale subentra a Celestino Lops come responsabile dell’appalto per la costruzione della Scuola marescialli nell’area di Castello a Firenze. Storia da milioni di euro e una diatriba tra due imprese: l’Ansaldi e la Btp di Riccardo Fusi. Si arriverà al recesso dell’appalto dato all’Ansaldi da parte del ministero, ma Mautone è titubante a usare le maniere forti.


Tanto che Fusi intercettato parla di «truffa in atto, associazione a delinquere», e aggiunge: «Se Mautone fa tutti questi discorsi vuol dire che è di banda». E lamentandosi con Verdini dello stallo ministeriale, aggiunge: «Lì c’era il grande ministro Di Pietro quando, con Mautone, hanno fatto tutte queste cose, e prima ancora c’era il vostro ministro». Sbagliava, Mautone era arrivato dopo. E di lì a poco, sarebbe finito in carcere. Per la gioia di Fusi: «Ma si sapeva», ridacchia, e poi chiude: «Fanculo, va buo’, ciao».



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Svizzera, fermato dalla polizia camionista ingoia il tachimetro

Quotidianonet


Un uomo di 34 anni, originario dei Balcani, alla guida di un tir di targa italiana, bloccato dalla polizia elvetica sull'A2, si è rinchiuso nella cabina di guida e ha ingoiato le schede del rilevatore di velocità. Colto da malore è stato poi ricoverato

Roma, 16 febbraio 2010 

Per evitare di prendere una multa un camionista ha sfiorato la follia. La polizia stradale svizzera lo aveva fermato sull’A2 per eccesso di velocità e lui, alla guida di un veicolo con targa italiana, non ha trovato soluzione migliore che ingoiare il tachimetro.

La polizia ticinese ha poi verificato che l’autista, un uomo di 34 anni originario dei Balcani, aveva percorso 1054 chilometri in 18 ore senza pausa. Sentendosi braccato, l’uomo si è rinchiuso nella cabina di guida e ha ingoiato le schede del rilevatore di velocità del veicolo. Colto da malore, il camionista è stato ricoverato in ospedale.

“Questo gesto teatrale è senz’altro inedito alle nostre latitudini”, si legge nel rapporto della polizia ticinese che non si è però lasciata impressionare: al camionista è stata ritirata la patente e il suo datore di lavoro ha dovuto versare una cauzione di 2.000 franchi.




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E Monica disse: "Non fece niente"

di Redazione

Sono le 23.07 del 14 dicembre 2008. Simone Rossetti, gestore del Salaria Sport Village, chiama al cellulare Regina Profeta (nella foto), organizzatrice brasiliana degli eventi del circolo romano. Regina parla alcuni minuti con Monica, la connazionale presunta escort. Per chi accusa Bertolaso di rapporti «hard» al Salaria, è proprio questo il «pezzo forte» dell’inchiesta. Ma questa conversazione dimostra che Bertolaso «non fece niente» con la massaggiatrice carioca, e che quando si trovò di fronte la ragazza brasiliana anziché la solita fisioterapista Francesca, capì che Anemone e soci (non riuscendo a ricontattare Francesca per la sera) gli avevano preparato una sorpresina hard con una sostituta. Bertolaso rifiutò il «regalo», fece il massaggio, e poi si arrabbiò con gli «amici». Le parole di Monica a Regina riportate qua sotto testimoniano la prima parte del giallo. Sulla seconda parte l’entourage di Bertolaso non smentisce che i fatti siano andati effettivamente così. (GMC)


Monica: «... No, fai una cosa... perché non prendi il telefono del Salaria e lo chiami? Ho finito adesso erano due massaggi a Ornella Mucci (fonetico, ndr)... sto andando via... Tranquilla, non ti devi incazzare con ella... sto andando... ella sta dalla parte sbagliata... stavo massaggiando... non potevo rispondere al telefono, hai capito?».
Monica: «... Sì sì sì, va bene... vado a chiamare...».
Regina: «... Se chiami stai già bene (pare di capire)».
Monica: «... No già a questo momento».
Regina: «... Ma sei sicura? Per l’amor di Dio...».
Monica: «... No, tutto sicuro, non fece niente... Grazie a Dio...».
Regina: «... È sicuro?».
Monica: «... Un massaggio meraviglioso... lui ha visto le stelle...».
Regina: «... Che buono! ... dopo mi racconti... mi scrivi, okay? Io sto qui adesso a parlare al telefono...».
Monica: «... No, non c’è niente da raccontare... guarda... a lui è piaciuto... l’ha adorato...».
Regina: «... L’importante è che gli sia piaciuto».
Monica: «... L’ha adorato!».
Regina: «... Okay... il resto non conta...».
Monica: «... Ciao ciao, un bacio».
Regina: «... Ciao ciao».



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La corsa agli appalti per il sisma «Verdini è stato determinante»

Corriere della Sera

Il coordinatore pdl parla al telefono con l'imprenditore Riccardo Fusi: «Sollecita, poi intervengo io»

ROMA - Una settimana dopo il terremoto in Abruzzo del 6 aprile scorso l’onorevole Denis Verdini era già attivo per la costituzione di un consorzio di imprese che potessero occuparsi della ricostruzione. E il suo interlocutore privilegiato era l’amico Riccardo Fusi, il patron della Btp. Le indagini svolte dai carabinieri del Ros svelano l’intreccio di rapporti che ha poi consentito all’azienda di aggiudicarsi l’appalto nel giro di tre mesi.

«Dobbiamo intervenire»
È il 14 aprile 2009 quando Verdini avverte Fusi che una terza persona non specificata «mi voleva vedere per il consorzio per intervenire sul terremoto». L’imprenditore attiva le sue conoscenze, prende contatto con le banche per i finanziamenti. E un mese dopo, l’11 maggio, comunica al geometra Liborio Fracassi che «ci sono concrete probabilità di successo per la loro comune operazione, facendo riferimento all’acquisizione di appalti riferiti alla ricostruzione post-terremoto in Abruzzo». La sera gli invia anche un sms per confermargli un incontro per il giorno successivo: «Appuntamento a Palazzo Chigi alle ore 17.30». Tre minuti dopo, nuovo sms per assicurare che «l’indomani all’incontro (a Palazzo Chigi) potrà partecipare il direttore della Cassa di Risparmio dell’Aquila (Rinaldo Tordera)». Il giorno dopo, l’imprenditore di Btp arriva puntuale. Chiama il suo amministratore Vincenzo Di Nardo, avvisa un’amica di essere «qui a Palazzo Chigi... Sono da Letta qui in sala d’attesa». Intanto lo stesso Di Nardo si occupa di gestire i rapporti con le aziende locali. E alle 17.35 gli invia un sms: «Finito ora riunione con Abruzzesi e loro commercialista. Definiti e scritti tutti i testi x costituzione società che avverrà venerdì all’Aquila presso banca». Alle ore 19.19 Fusi viene contattato dal suo collaboratore Bartolomei per sapere com’è andata la riunione e, annotano i carabinieri, «Fusi lo informa dell’esito più che positivo degli incontri odierni, lasciando intendere che l’intervento dell’onorevole Verdini è stato determinante». Il 13 maggio Di Nardo invia un nuovo sms a Fusi. Il testo non lascia spazio a equivoci: «I ns amici dell’Aquila mi hanno telefonato preoccupati dicendomi che alcuni membri del governo stanno cercando di inserire Sulmona fra i comuni danneggiati (anche se non danneggiata) riducendo cosi i finanziamenti x Aquila. Mi hanno detto di dirtelo». Ma due giorni dopo è più rassicurante: «"Consorzio Federico II" è costituito».

Lo stallo in Regione
Tutto è dunque pronto, l’attività per aggiudicarsi gli appalti entra nella fase più delicata. C’è bisogno di avere nuovi referenti, anche politici. Scrivono i carabinieri: «La sera del 18 maggio, Riccardo Fusi accenna all’onorevole Verdini della possibilità che raggiunga un accordo con le banche per rimodulare il debito del suo gruppo imprenditoriale». E il giorno dopo l’imprenditore è contattato da Angelo Fracassi, vicedirettore della Cassa di Risparmio della Provincia de L’Aquila.
Fracassi: «Buonasera, la disturbo? Ci diamo del tu? okay... ascoltami... con Tordera (direttore generale della banca)... noi vorremmo riparlare un po’ con Verdini perché vediamo una situazione di stallo qui in Regione... un po’ preoccupante... niente... se ci procuri un appuntamento per la settimana prossima magari».
Fusi: «Va bene, io posso anche giovedì ora giovedì o venerdì e allora dimmi il giorno...».
L’imprenditore è comunque diventato uno degli interlocutori per le altre aziende: «Il 25 maggio Guglielmo Boschetti si propone per la fornitura delle case di legno, facendo riferimento alle strutture che devono essere realizzate per ospitare i terremotati abruzzesi. Fusi ribatte che all’Aquila c’è un suo referente, un geometra di nome Liborio Fracassi, con cui lo può mettere in contatto diretto».

«Ha tutto Bertolaso»
Il 26 maggio l’imprenditore viene chiamato da Verdini.
Verdini: «Buongiorno... allora ho parlato con Gianni che ha portato tutto a Bertolaso».
Fusi: «...Sì...».
Verdini: «...Richiamerà... però io comunque gli farei anche... visto che loro hanno buoni rapporti... li farei sollecitare anche da loro insomma... mi ha detto, gli ho portato tutto... sta comandando... vedrai... ti chiama... però... insomma... te sollecita poi semmai intervengo io... l’incontro dovrebbe avvenire con lui... perché è lui quello che...».
Fusi: «Ma chi ce lo fissa? Se non ce lo fissa lui, non siamo in grado di fissarlo noi...».
Verdini: «...Allora... lui mi ha detto che ha passato tutto e che richiamerà... dicevo... siccome gli amici lì dell’Aquila lo conoscono... così mi hanno detto... quando eravamo lì... che lo chiamino... dicendo... verificando questa cosa...».
La mattina del 6 giugno, «sempre con un sms, il geometra Fracassi informa Fusi che a breve saranno avviati i lavori per la ristrutturazione del Palazzo Brancomio a l’Aquila». Il giorno dopo, l’imprenditore «spiega al figlio che in Abruzzo sta partecipando a tre gare di appalto: una per il restauro delle chiese, una per i campi base per le scuole per le case quelle nuove e una per L’Aquila e paesi lì intorno, però ora siamo a L’Aquila».

Chiodi e Nencini
Neanche una settimana dopo lo chiama Verdini «premettendo di essere insieme al presidente della Regione Chiodi e gli passa il telefono».
Fusi: «Buongiorno presidente... piacere di conoscerla, sono Riccardo Fusi e quando vengo giù vengo a prendere un caffè da lei?».
Chiodi: «Volentieri, il mio numero di telefono se lo vuole segnare per cortesia?».
La sera del 16 luglio, annotano i carabinieri, «l’onorevole Riccardo Nencini, presidente del Consiglio Regionale della Toscana, riferisce a Riccardo Fusi di essere di ritorno dall’Aquila».
Nencini: «Ascolta bello, bene... sto venendo via ora da L’Aquila... ho parlato, ho parlato di te... ma lì sei conosciuto...».
Fusi: «Sono conosciuto però murano quegl’altri capito? Se tu ci metti le mani te è meglio... secondo me».
Nencini: «Eh ho capito allora vediamoci io e te... e si parla un minuto... allora anche in settimana nuova... perché io devo tornare giù da lui... io ho fatto un passaggio tra l’altro ho visto anche, anche il capo però... con il capo del governo... non insomma ... prima ho parlato da solo con Bertolaso... eh ti richiamo io vai». In realtà il 22 luglio il geometra Liborio Fracassi invia un sms per informare Fusi che la missione è compiuta. «Abbiamo vinto il primo appalto, una scuola per 7,3 milioni da consegnare chiavi in mano il 10 settembre. È il primo, gli altri a breve. Ferie a L’Aquila».

Fiorenza Sarzanini
17 febbraio 2010




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L'uomo del ministero e l'aiuto del giudice

Corriere della Sera


Le telefonate e gli incontri tra Antonio Di Nardo e Tesauro per il contenzioso sulla licenza a un’azienda


ROMA - Nella richiesta d’arresto dei funzionari della Protezione civile e dell’imprenditore accusati di corruzione, il suo nome è citato quasi di sfuggita, indicato come uno che ha contribuito a far avere un prestito di 100.000 euro (destinati amazzette, secondo l’accusa) a tassi usurari. E poi come «gestore occulto» del Consorzio Stabile Novus, un gruppo che secondo i carabinieri del Ros raccoglie anche imprese a cui sono interessati personaggi «contigui a strutture criminali di stampo mafioso finalizzate al controllo degli appalti pubblici»; il Consorzio Novus ha ottenuto un appalto da 12 milioni di euro per la realizzazione di un impianto per il nuoto, nella gestione «emergenziale» dei mondiali 2009.

Lui si chiama Antonio Di Nardo, nato a Giugliano, in provincia di Napoli, 63 anni fa, dipendente del ministero delle Infrastrutture. Secondo l’indagine condotta finora dai magistrati di Firenze è in rapporti stretti con Francesco De Vito Piscicelli, quello che al telefono confessava di aver riso la notte del terremoto in Abruzzo, immaginando gli affari che ne potevano venir fuori. Anche Di Nardo, dal fiume di intercettazioni accumulate dagli investigatori, sembra un tipo molto interessato agli affari.

E a parte le telefonate, i carabinieri hanno portato ai magistrati «ulteriori elementi di valutazione in ordine ai rapporti di Di Nardo con la criminalità organizzata campana e in particolare con soggetti vicini al clan camorristico dei Casalesi». Si tratta di rapporti antimafia di qualche anno fa, dove si indicano le relazioni pericolose di alcuni personaggi collegate a Di Nardo.

Le telefonate importanti
Nelle sue telefonate il poliedrico personaggio parla con uomini politici, costruttori, funzionari dello Stato, magistrati. Nomi importanti accostati ad altri semi-sconosciuti (ma noti alle cronache giudiziarie) che nelle relazioni dei carabinieri si susseguono uno dopo l’altro. In mezzo a due conversazioni del novembre 2008 con altrettanti imprenditori definiti «indiziati di mafia », ecco spuntare un colloquio con Giuseppe Tesauro, giudice della corte costituzionale.

È la mattina del 28 novembre 2008, Di Nardo è in allarme per un contenzioso sulla licenza a una società a lui «occultamente riconducibile»: la «Soa nazionale costruttori - organismo di attestazione »; Tesauro chiede «come sono andate le cose», e lui risponde: «Poi ti spiego, più o meno sullo stesso principio dell’altra volta... Ti volevo far vedere delle cose un attimino...». Due ore dopo richiama: «Peppe scusami, domattina stai a casa? A che ora vuoi che mi vengo a prendere un caffè». Si accordano per le nove.

Socio e sentenza
Il problema della Soa nasceva da una presunta incompatibilità tra il ruolo di Di Nardo come socio e come dipendente del ministero, ma anche da una sentenza del Tar che ricordava alcuni sospetti sui suoi rapporti imprenditoriali. Poi il consiglio di Stato aveva rovesciato quel verdetto, ma evidentemente all’Autorità di vigilanza dei Lavori pubblici c’erano altre resistenze. In una telefonata del 7 ottobre 2008 il giudice Tesauro dice a Di Nardo: «Poi ho visto quella lettera che ti hanno fatto... va benissimo, no?... La lettera che ti hanno fatto sulla compatibilità... va molto bene, no?».


Il 24 febbraio 2009 Tesauro conferma un appuntamento per la cena, e Di Nardo avvisa il genero di portare la sentenza del consiglio di Stato. Due giorni dopo il giudice costituzionale chiama Di Nardo: «Ho ricevuto una telefonata con la quale mi si dice che tutto si è chiuso bene ». Il 6 marzo è ancora Tesauro a chiamare: «Ci possiamo vedere 5 minuti?». Si accordano per la domenica successiva, alle 9 del mattino, e il giudice chiede:

«Poi è andato tutto bene, sì?», e Di Nardo: «Bene, bene, per ora sembra dì sì». Da altri amici il dipendente ministeriale-imprenditore aveva saputo che l’Autorità di Vigilanza aveva concesso l’autorizzazione alla «Soa», nonostante la contrarietà del presidente.


Di Nardo e Tesauro sono entrambi soci di una società chiamata «Il Paese del Sole Immobiliare, srl», in cui compaiono anche un direttore generale del ministero delle Infrastrutture e il giudice della Corte dei conti Mario Sancetta, attualmente presidente della Sezione regionale di controllo della Campania. I carabinieri hanno registrato molte telefonate fra Di Nardo e Sancetta, il quale mostra di muoversi bene nel mondo dell’imprenditoria e degli appalti.

La mattina del 7 aprile 2009, a poche ore dal terremoto dell’Aquila, parla con Rocco Lamino (amico e socio di Di Nardo) e i carabinieri riassumono: «È pronto ad attivare i suoi contatti per far ottenere delle commesse in Abruzzo alle imprese riferibili a Di Nardo e Lamino», e Lamino assicura: «Presidè, noi siamo pronti a partire anche domani mattina».

Subito dopo il giudice Sancetta parla con Di Nardo.


Sancetta: «Ma lì a L’Aquila chi è il provveditore?».
Di Nardo: «È questo di Roma... Lui c’ha competenza con l’Abruzzo».
Sancetta: «Aah, buono allora... non, non per altro... per vedere se si può attivare qualcosa, no?».
Di Nardo: «...Le disgrazie... certo che è così».
Sancetta: «No, dico, lì bisogna muoversi».


Nel pomeriggio Sancetta richiama e, parlando ancora dei lavori post-terremoto dice: «Per quelle opere lì... se dobbiamo attivarci è bene che si faccia subito...». Dalle telefonate si capisce che a settembre 2008 Sancetta ha chiesto l’intervento di Di Nardo, attraverso il coordinatore del Pdl Denis Verdini, per farsi nominare capo di gabinetto dal presidente del Senato Renato Schifani. Tra Di Nardo e Verdini s’intuisce una certa familiarità.

Il 3 settembre 2008 l’imprenditore va a trovare il parlamentare. Dopo l’incontro Di Nardo parla con Luigi Cesaro, allora deputato del Pdl e oggi presidente della Provincia di Napoli; subito dopo chiama Francesco De Vito Piscicelli (sempre quello che rideva del terremoto) e, secondo la sintesi degli investigatori, «lo informa circa l’esito dell’incontro avuto con l’on. Verdini; il linguaggio è naturalmente allusivo, infatti Di Nardo evita di indicare in maniera diretta persone e cose, ma è chiaro che nel suo discorso fa riferimento all’on. Verdini, all’ingegner Balducci (il responsabile della stazione appaltante per i Grandi Eventi, arrestato una settimana fa) e ad appalti; Di Nardo racconta che l’on. Verdini gli ha fatto vedere i documenti che gli ha fatto pervenire l’ing. Balducci riferiti ai progetti degli appalti di loro interesse».

L’incarico che voleva al Senato il giudice Sancetta non l’ha avuto, e forse anche per questo, il 3 luglio 2009, si lamenta con Rocco Lamino «colpevole di non mantenere gli impegni e di non essere riconoscente», annotano i carabinieri. E a proposito della controversia sulla «Soa» dice: «È venuto a casa mia e m’ha portato la questione della Soa... io ho chiamato il relatore in sua presenza, gli ho detto quello che doveva fare... quello ha fatto due pagine di ordinanza... è andata al Consiglio di Stato... ho parlato con questo... col relatore e gliel’hanno risolto... Dopodiché si è messo a fare storie, a chiacchierare, a raccontare frottole... ma i fatti io non li vedo...». Solo promesse, accusa Sancetta: «Sa che mi ha detto? "Ah, adesso a settembre scadono dei componenti dell’Autorità... lei può andare lì... ho parlato col professor Tesauro", come per farmi vedere che lui si interessa... Ma in questo modo mi prendi in giro?».


Giovanni Bianconi
17 febbraio 2010



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Via Poma, le lettere di Simonetta «Caro Babbo Natale, voglio il suo amore»

Corriere della Sera


Prima udienza dibattimentale del processo a Raniero Busco, accusato del delitto dell'ex fidanzata nel 1990



ROMA - Prima udienza dibattimentale, primi testimoni, e subito entra nel vivo il processo a Raniero Busco, accusato di avere ucciso a coltellate, il 7 agosto 1990 a Roma, l'ex fidanzata Simonetta Cesaroni. La novità del giorno è l'acquisizione al fascicolo del processo di una lettera nella quale Simonetta, rivolgendosi a Babbo Natale, scrive le sue delusioni amorose.

LE LETTERE - «L'amore è fatto da tante piccole cose - scrive - un sorriso, una carezza, un bacio, un tenero e forte abbraccio, uno sguardo luminoso pieno di ammirazione, e invece l'unica cosa che ho ricevuto in cambio dalla persona che amo è indifferenza e sesso. Tutto questo mi fa sentire un oggetto nelle mani della persona che mi sta usando e la cosa più brutta è che sono cosciente del fatto che un bel giorno, quando si sarà stufato di nuovo, mi lascerà e sarà fiero di se stesso perché potrà aggiungere un nome alla lista delle donne che è riuscito a portarsi a letto.

Quest'anno, caro Babbo Natale, vorrei una cosa, forse l'unica che mi manca: il suo amore. Ti prego esaudisci questo mio desiderio». Ma non è l'unica lettera che farà parte del processo. Una seconda, inviata da Simonetta Cesaroni a un'amica, è stata letta in aula dal pm Ilaria Calò. «Tante volte mi sono alzata la mattina convinta che l'avrei fatta finita con la storia - si legge - Ma una volta davanti a lui non ho la forza. So cosa significa stare male, soffrire per la sua indifferenza, ma soprattutto piangere e annullare me stessa. Voglio odiarlo, odiarlo più di quanto lo amo. Sono nauseata di tutto questo. Io non sono niente per lui; mi maltratterebbe se potesse».



LA FAMIGLIA - Il resto dell'udienza è stata dedicata alla visione di alcune video cassette contenenti interviste ai familiari di Simonetta Cesaroni all'epoca dei fatti, ma soprattutto alle testimonianze di Anna Di Giovambattista e Paola Cesaroni, madre e sorella della ragazza, e di Antonello Barone, fidanzato di Paola. La madre ha definito «burrascoso» il rapporto affettivo tra Raniero e Simonetta. «So che tra loro non c'era un buon rapporto - ha detto - Lui non era tanto docile con Simonetta e lei di questo ne soffriva molto. Si lasciavano e si prendevano spesso. Mi disse che Raniero la trattava male anche se non aveva mai alzato le mani contro di lei, e che Raniero usciva con l'ex ragazza ed anche con altre ragazze».

«AMBIGUITA' DEL DATORE DI LAVORO» - Subito dopo, Paola Cesaroni e il fidanzato Antonello; furono loro a trovare Simonetta morta negli uffici di via Poma. Entrambi hanno parlato di ambiguità, stranezze nel comportamento quella sera del datore di lavoro della ragazza e della portiera dello stabile di via Poma. «Mentre con il mio fidanzato andavamo in via Poma - ha detto Paola Cesaroni - Volponi mi è apparso molto nervoso. La sensazione che ho avuto è che mi aveva fatto perdere tempo nelle ricerche di Simonetta». E Antonello Barone: «Volponi era piuttosto teso e confuso. Non ricordava il nome di chi ci poteva aiutare a capire dove poteva essere Simonetta». Sulla portiera, altro «segnale»: «Quando arrivò la polizia - ha detto Paola - la portiera disse che non aveva le chiavi anche se ci aveva aperto prima l'ufficio. Disse di non averle anche se le teneva dietro la schiena. Al mio invito le tirò fuori e la polizia salì in casa». Prossima udienza, il 24 febbraio. (fonte Ansa)

16 febbraio 2010






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