lunedì 22 febbraio 2010

La tv dalemiana in cassa integrazione

Corriere della Sera


Il Cda: 14 dipendenti in cassa integrazione, correggere il Milleproproghe. E Adinolfi accusa: «Massimo latita»





«Questa è l'ultima settimana di lavoro a Red Tv, dalla prossima settimana tutti i lavoratori del canale satellitare figlio di Nessuno Tv saranno in cassa integrazione, resterà acceso pro forma solo il segnale». Un grido d'allarme, quello lanciato da Mario Adinolfi, attraverso il suo blog. La questione è l'imminente cassa integrazione per i 14 lavoratori del canale televisivo tematico dedicato principalmente all'informazione politica, di cui Adinolfi è vice direttore.

A spingere lungo il viale del tramonto la la giovanissima tv (il battesimo il 4 novembre del 2008) voluta da Massimo D'Alema è il decreto Milleproproghe, che prevede il taglio dei fondi dell'editoria per i media non profit, di partito o di cooperative. Sul suo blog, Adinolfi denuncia quanto sta avvenendo e punta il dito anche contro l'esponente pd: «Massimo D'Alema in questi giorni di difficoltà - scrive - non si fa né sentire né vedere. Forse potrebbe passare, dire una parola a un gruppo di ragazze e ragazzi (quattordici dipendenti, quattro contrattualizzati senza tutele, almeno venticinque tra collaboratori e tecnici) che finiranno in mezzo a una strada».

«QUALCUNO MI SPIEGHI» - Più in generale, secondo Adinolfi, «la responsabilità di questa chiusura» è «certamente di Giulio Tremonti e dei suoi tagli al fondo sull'editoria. Ma qualcuno mi deve ancora spiegare perché Red Tv, la tv di Massimo D'Alema, sia l'unica delle testate coinvolte dal taglio a mandare subito i suoi dipendenti in cassa integrazione - accusa Adinolfi -. Anche qui una spiegazione tecnica c'è: gli "imprenditori" che in questi anni hanno lavorato sul meccanismo fondi pubblici - anticipazione bancarie per via del diritto soggettivo, in assenza di tale diritto non vogliono mettere a rischio dei denari loro per tenere in vita e in efficienza il canale. E allora, via alla cassa integrazione».

«CIG, MA NON CHIUSURA» - A fare un po' di chiarezza interviene successivamente Luciano Consoli: «Red tv non chiude - spiega il presidente del Cda della creatura dalemiana -. La scelta di chiedere la cassa integrazione per i 14 dipendenti è stata presa in accordo con i sindacati come misura cautelativa qualora il governo non mantenesse gli impegno assunti sul ripristino del diritto soggettivo». Comunque vada, aggiunge Consoli, «nelle prossime settimane i nostri programmi proseguiranno sul canale 890 di Sky grazie alle produzioni inedite realizzate in questi mesi.

Ci auguriamo che nell'approvazione finale del Milleproroghe venga accolto quanto richiesto da 348 deputati di tutti i gruppi così da non rendere necessario il ricorso alla cassa integrazione». Nel «Milleproroghe» è previsto il taglio dei fondi dell'editoria per i media non profit, di partito o di cooperative. «In accordo coi lavoratori e con il sindacato, avevamo chiesto la cassa integrazione già a gennaio. In teoria l'abbiamo assegnata dal 15 febbraio, ma non l'abbiamo attuata perché abbiamo fiducia che la norma venga corretta» ha detto Consoli alla Reuters.

«DIRITTO SOGGETTIVO» - Una norma del cosiddetto «Milleproroghe», che deve essere approvato in seconda lettura dalla Camera entro il 28 febbraio per la conversione in legge, prevede la diminuzione dei contributi all'editoria, attraverso l'eliminazione del cosiddetto "diritto soggettivo". Secondo la Federazione nazionale della stampa - il sindacato dei giornalisti - il rischio è che la norma produca il taglio di 4.000 posti di lavoro in un centinaio di testate che sopravvivono grazie al contributo. Esponenti della maggioranza di centrodestra e del governo hanno evocato nei giorni scorsi una correzione da parte del Consiglio dei ministri, che però finora non è stata varata.

«CI ASPETTIAMO UNA CORREZIONE» - «Red tv non chiude. Siamo in uno stato di difficoltà perché viviamo del contributo, ma stiamo provando a resistere. Ci aspettiamo una correzione o un altro tipo di intervento. Il governo non può chiudere 96 testate», ha aggiunto Consoli. Sulla home page di Rd Tv una nota spiega: «In questi giorni l’intera programmazione di Red Tv va in onda in forma ridotta, a causa delle modifiche alle norme sui contributi per l’editoria inserite nell’ultima legge finanziaria, con la cancellazione del cosiddetto “diritto soggettivo”. In questo modo, se non si interverrà rapidamente, si costringeranno alla chiusura decine di organi di informazione, giornali, radio e televisioni come questa, che danno lavoro a più di 4500 persone tra giornalisti, poligrafici e personale amministrativo, oltre a offrire un contributo fondamentale al pluralismo dell’informazione. Se volete esprimere la vostra opinione e il vostro sostegno a questa battaglia di libertà, scrivete a info@redtv.it ».

Redazione online
22 febbraio 2010




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Turchia, tentato golpe “laico” Decine di arresti tra i militari

Il Secolo xix

Quando si parla di golpe in Turchia, si parla di qualcosa di immanente, sempre presente nel dibattito politico e nel ventaglio delle possibilità. E così, ancora oggi, un paese in predicato d’entrare nell’Unione europea, s’è svegliato apprendendo che un nuovo colpo di stato militare è stato sventato. Le forze di polizia, secondo quanto riferito dalla stampa turca, hanno condotto un’operazione ad ampio raggio, andando ad arrestare altissimi ufficiali dell’esercito turco, alcuni dei quali sono definiti «Pascià», un titolo onorifico nell’Impero ottomano.

In tutto, gli arresti sono stati 40, nell’ambito di un’inchiesta basata sull’assunto che era un preparazione un colpo di stato volto a rovesciare il governo del partito islamico moderato Giustizia e Sviluppo (Akp) del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. E’ stato lo stesso premier, in visita ufficiale a Madrid, a fornire il dato sul numero dei fermi. Il capo del governo, comunque non ha inteso fornire troppi dettagli della spettacolare operazione di polizia. Come sempre, in questi casi, i contorni dell’operazione sono vaghi e vanno ancora ben inquadrati. Si sa, comunque, che le persone sotto accusa sono circa 400.



Di certo, il momento è particolarmente delicato, se il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Ilker Basburg, ha deciso di rimandare la sua visita in Egitto prevista per domani. Dichiarazioni entusiaste sono arrivate dal vicepremier Bulent Arinc che, parlando alla CNN-Turk, ha detto che non avrebbe «mai sognato» che si sarebbe avverato quanto sta accadendo. «Le cose - ha continuato - andranno meglio quando coloro che non hanno mai pagato per i loro comportamenti cominceranno a pagare». Il ministro dell’Interno Besir Atalay, in Spagna col premier, ha fatto sapere di seguire «da vicino» gli sviluppi della vicenda. I nomi degli ufficiali finiti in manette sono di prima grandezza per l’apparato militare turco. Tra di loro l’ex vice capo di stato maggiore generale Ergin Saygun, l’ex capo di stato maggiore dell’aeronautica generale Ibrahim Firtina e il capo ammiraglio della Marina Ozden Ormek.

Con loro, una parata di stellette da far invidia alle più importanti sfilate militari. Gli arrestati sono stati condotti a Istanbul per essere interrogati. L’indagine nasce dalle rivelazioni, in gennaio, del quotidiano Taraf sull’esistenza di un piano per rovesciare il governo, denominato Balyoz («Martello»). I presunti congiurati, secondo l’accusa, avevano intenzione di mettere in campo una vera e propria strategia della tensione. Una serie di attentati a moschee avrebbero dovuto spingere i fedeli a inscenare manifestazioni violente. Per accrescere ulteriormente il caos, poi, si sarebbe dovuto produrre un incidente aereo tra la Turchia e la Grecia. Obiettivo di tutta l’operazione: giustificare un intervento dell’esercito. Le forze armate turche, da sempre, sono considerate custodi della laicità dello stato turco. Non hanno esitato, in passato, a intervenire per rovesciare con colpi di stato almeno quattro governi dal 1960. Dall’avvento di Erdogan e dell’Akp, nel 2002, segnali di tensione e di insofferenza da parte dei militari non sono mancati. Tra il 2003 e il 2004 sono stati portati alla luce diversi complotti. Inoltre, alcuni degli arrestati in quest’ultima operazione - Firtina e Ornek - sono stati già interrogati in passato nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon, una rete di militari, giornalisti, docenti universitari e mafiosi, che avrebbe - secondo l’accusa - progettato un putsch. Una versione, questa, che altri respingono come un semplice tentativo degli islamici-moderati di mettere la museruola all’opposizione laicista.



L’opposizione sostiene tuttavia che la vicenda sia, almeno in parte, un montatura del governo per sbarazzarsi dei suoi più accaniti rivali politici.





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Stangata a Mourinho: tre giornate e 40mila euro E all'Inter: stop a 4 giocatori

Quotidianonet

Squalificato per tre turni l’allenatore nerazzurro per il gesto delle manette. Punito anche Oriali, inibito fino all' 8 marzo e multato di 10mila euro. Due giornate a Muntari, per offese agli ufficiali di gara, e Cambiasso, per aver tentato di colpire un blucerchiato nel sottopassaggio. Una giornata ai cartellini rossi Samuel e Cordoba



Roma, 22 febbraio 2010


Stangata del giudice sportivo all’Inter: 3 giornate di di squalifica all’allenatore Josè Mourinho, due giornate a Cambiasso e Muntari e una rispettivamente ai due giocatori espulsi durante Inter-Samp, Samuel e Cordoba.

Tre giornate di squalifica per l’allenatore dell’Inter Josè Mourinho a seguito dell’anticipo di sabato contro la Sampdoria. Al portoghese è stata anche inflitta un’ammenda di 40.000 euro.

Mourinho paga "per avere, nel corso della gara, contestato ripetutamente l’operato arbitrale con atteggiamenti plateali, in particolare mimando, al 35/mo del primo tempo ed al 10/mo del secondo tempo, "le manette", con i polsi incrociati e le braccia rivolte verso il pubblico e verso le telecamere presenti ai bordi del campo; per avere inoltre, nell’intervallo, nel sottopassaggio che adduce agli spogliatoi, rivolto all’Arbitro ed agli Assistenti espressioni ingiuriose; per avere, infine, nel corso della gara, contestato ripetutamente la presenza dei collaboratori della Procura federale, collocatisi nei pressi delle panchine di entrambe le squadre; infrazioni rilevate dai collaboratori della Procura federale; con recidiva specifica reiterata".

Gianpaolo Tosel ha squalificato per due giornate anche Cambiasso, per avere nell’intervallo, nel sottopassaggio, tentato di colpire con un pugno un calciatore della squadra avversarie.

Due giornate anche a Muntari, per avere, uscendo dal campo al 35’ del primo tempo, rivolto ripetutamente un’espressione ingiurosa agli organi federali.

Una giornata di squalifica ed ammonizione con diffida a Samuel e una giornata di squalifica per Cordoba. Inibito fino all’8 marzo e 10 mila euro di ammenda per il dirigente Gabriele Oriali.

Alla società ammenda di 25 mila euro per avere i sostenitori nerazzurri lanciato una bottiglia in plastica a un assistente; per avere fatto esplodere una decina di petardi; per avere esposto uno striscione dal contenuto ingiuroso per gli organi federali e per avere indirizzato all’arbitro cori insultanti. Altra ammenda di 5 mila euro alla società per avere ingiustificatamente ritardato l’inizio del secondo tempo di circa 5 minuti.





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Trenitalia, addio 1ª e 2ª classe

di Redazione

Superate le due classi per avere quattro livelli di servizio: dal trasporto-base al servizio ai massimi livelli. 

 

Banda larga con internet veloce e wi-fi sull'alta velocità 

 




Roma 

Una volta c'era addirittura la "terza classe". La usavano le persone meno abbienti che, con pochi soldi a disposizione, non si lamentavano certo del servizio "essenziale" e della poca comodità delle panche di legno. Da tempo la terza classe è sparita. 

E fra poco scompariranno anche la prima e la seconda, almeno per i treni ad alta velocità. E' la rivoluzione annunciata da Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie. Entro pochi mesi sui treni ad alta velocità scomparirà la tradizionale divisione in prima e seconda classe che verrà sostituita da quattro diversi livelli per qualità del servizio. 

Quattro livelli di servizi "Nel corso dell’anno - ha detto Moretti - supereremo le due classi per avere quattro livelli di servizio, da un elemento base di trasporto senza particolari esigenze dei passeggeri ad un servizio ai massimi livelli oggi conosciuti al mondo".  

Nuovi interni L’operazione è già partita con la sottrazione di una carrozza per il rifacimento degli interni con l’obiettivo, ha aggiunto l’ad, "di avere un pool di carrozze che potremo riqualificare anche con nuovi interni". 

L’occasione per annunciare la novità dei treni su cui gradualmente si potrà scegliere un servizio da una a quattro stelle è stata la presentazione dell’accordo con Telecom Italia per l’accesso alla banda larga e wi-fi su tutti i treni ad alta velocità, firmato oggi dallo stesso Moretti e dall’amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè. 






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Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi»

Corriere della Sera

Stefania Boleso, 39 anni, dieci anni da responsabile marketing: ero pronta a mille sacrifici

Storia di una bocconiana. Convocata dal direttore appena rientrata: «Grazie, non ci servi più»



«Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio.

Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma... Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».


Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè

Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato.

Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. "Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro", mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Rita Querzé
22 febbraio 2010



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India ritratto blasfemo di Gesù Scontri e due chiese distrutte

Corriere della Sera




RAFFIGURATO CON BOTTIGLIA DI BIRRA E SIGARETTA in mano. La protesta ha infiammato soprattutto il Punjab, nel nordovest dell'India




MILANO - Violenti scontri sono scoppiati in vari stati dell'India e due chiese protestanti sono state incendiate e rase al suolo, in seguito della diffusione, prima sulle pagine di un libro per le scuole elementari e poi su altri media, di un ritratto blasfemo di Gesù, raffigurato con una bottiglia di birra e una sigaretta in mano. Lo riferisce l'agenzia vaticana Fides, citando fonti locali. I cristiani avevano ottenuto la rimozione dell'immagine scatenando la violenza degli estremisti induisti. La protesta - precisa la Fides - ha infiammato soprattutto il Punjab, nel nordovest dell'India, dove il ritratto è stato esposto per le vie delle città di Jalandhar e Batala.

LA VICENDA - Alcuni giovani cristiani sarebbero stati coinvolti in una rissa per aver tentato di rimuovere le immagini esposte in un mercato, venendo aggrediti da un gruppo di estremisti indù. La violenza si è poi estesa all'intera città. Esponenti dei movimenti estremisti indù sono scesi in strada armati e hanno incitato alla violenza contro i cristiani. Due chiese protestanti sono state attaccate, incendiate e rase al suolo. I pastori che ne erano responsabili sono stati aggrediti e percossi, e le loro case saccheggiate.

All'origine delle tensioni, l'immagine blasfema riprodotta su un libro per le scuole elementari edito dalla Skyline Publications a New Delhi e adottato nelle scuole indiane: un Gesù Cristo con birra e sigaretta, qualificato come un «idolo». Se ne erano accorte alcune suore cattoliche di Shillong, nello Stato di Meghalaya, nel nordest, chiedendo subito alle autorità competenti il ritiro del testo dalle scuole. Richiesta subito accolta dal governo dello Stato ma non ben accetta agli estremisti che hanno affisso l'immagine nella pubblica via. Al termine degli scontri - riferisce ancora la Fides - alcuni cristiani accusati di essere coinvolti negli scontri sono stati fermati dalla polizia, mentre nessun estremista indù è stato arrestato.


IL LIBRO - Ampareen Lyngdoh, ministro dell’Educazione di Meghalaya, nel nord est del Paese, ha condannato la scelta fatta dall’editore e si è detta «sgomenta» per l’immagine data di Cristo su un testo destinato all’educazione di giovani alunni. Lyngdoh ha fatto sapere che tutte le copie del libro incriminato sono state ritirate dalle scuole e dalle librerie dello Stato. Il controverso testo è stato pubblicato da un editore di Nuova Delhi ed è stato adottato da una serie di istituti privati a Meghalaya, dove il 70% della popolazione (2,32 milioni) è di religione cristiana. In totale circa il 2% della popolazione indiana è cristiana.

 (Fonte: Ansa)

22 febbraio 2010








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Tripoli, svizzero si consegna alle autorità libiche per chiudere impasse diplomatico

Corriere della Sera


Domenica sera Berlusconi ha telefonato a Gheddafi per «consultazioni bilaterali»




TRIPOLI - Intorno all'ambasciata svizzera a Tripoli è stato dispiegato un cordone di polizia che impedisce a tutti di avvicinarsi. Max Goeldi, lo svizzero condannato a quattro mesi di detenzione per violazione della legge libica sui visti, entro mezzogiorno (le 11 in Italia) si consegnerà alle autorità libiche, come da ultimatum di Gheddafi. Goeldi, ha riferito il suo legale, sarà trasferito in una prigione alla periferia della capitale libica, dove potrà ricevere visite e avere la possibilità di servirsi di un traduttore.

Per quanto riguarda invece Rachid Hamdani, l'altro cittadino svizzero trattenuto da un anno e mezzo in Libia, è uscito dall'ambasciata salendo su un'auto per lasciare il Paese in direzione in Tunisia. Hamdani ha infatti la doppia cittadinanza svizzera e tunisina. I due cittadini svizzeri erano stati arrestati il 19 luglio 2008, subito dopo il fermo a Ginevra del figlio di Gheddafi, Hannibal, accusato di aver maltrattato i suoi domestici.




BERLUSCONI TELEFONA A GHEDDAFI - L'agenzia di stampa ufficiale libica Jana ha reso noto che Silvio Berlusconi ha avuto un colloquio telefonico domenica sera con Gheddafi, nel quadro delle consultazioni bilaterali su questioni regionali e internazionali di comune interesse.






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Gli sciacalli della sinistra

di Alessandro Sallusti

Il Pd e Di Pietro cavalcano la protesta degli ex abitanti della zona rossa dell’Aquila che vorrebbero rientrare nelle loro case. Sapendo che è impossibile e che servirebbero quelle leggi e quei poteri speciali che hanno voluto togliere a Bertolaso

 


I furbetti dell’emergenza, tre funzionari probabilmente infedeli della Protezione civile e tre imprenditori probabilmente mascalzoni, stavano per fuggire all’estero pochi giorni prima di essere arrestati o indagati. Così sostengono gli inquirenti che per questo avrebbero accelerato le indagini e gli ordini di custodia. Per colpa di questi signori tutto il sistema Bertolaso è stato trascinato prima nel fango e poi smontato, con lo svuotamento della nuova legge approvata giovedì scorso che avrebbe dovuto invece dargli nuovi poteri e più efficienza. 

Rispetto a questo ci sono responsabilità precise. La prima è l’uso disinvolto che la magistratura ha fatto delle intercettazioni telefoniche, ventimila pagine di parole in libertà, date in pasto all’opinione pubblica, nelle quali è difficile stabilire il confine tra reati, peccati e semplici coincidenze. La seconda è stato il feroce assalto dell’opposizione alla Protezione civile, un tiro ad alzo zero, senza distinguere il bene dal marcio, l’utile dal dannoso. 

Bertolaso è diventato un bersaglio, il cattivo da impallinare per far cadere Berlusconi, esattamente come è stato fatto con la D’Addario, con Spatuzza e Ciancimino. Per Bersani e Di Pietro tutto fa brodo. Fallito l’assalto con le escort, caduto nel ridicolo quello con la mafia, ora ci provano mandando in prima linea i terremotati dell’Aquila, scudi umani di una battaglia politica che non conosce più regole né etica. Ieri in mille hanno superato i divieti e invaso la zona rossa della città, là dove il sisma ha fatto il maggior numero di danni e vittime. 

Chiedono comprensibilmente di accelerare la ricostruzione. È tutta gente che merita il nostro rispetto ma ciò non può cancellare la verità dei fatti. A queste famiglie il «sistema Bertolaso» ha ridato casa, confortevole e antisismica, in tempi da record. Ora resta il problema di mettere mano al centro storico devastato e che in buona parte prima andrà abbattuto. Tutti gli esperti del mondo convengono che l’operazione durerà anni, tanti anni. Sì ma quanti? Tra i cinque e i dieci ma molto dipenderà dalle regole che verranno adottate. 

Ieri il sindaco (di sinistra) si è lamentato che con le procedure ordinarie non è immaginabile neppure iniziare, cioè liberare la zona dai quattro milioni di tonnellate di detriti accumulati per le strade. Appunto. Per affrontare emergenze e ricostruzioni servono leggi e poteri speciali, gli stessi che la sinistra ha preteso (e ottenuto da una maggioranza frastornata e impaurita) di cancellare pochi giorni fa in nome di un presunto massaggio, di qualche regalia di un pugno di farabutti già individuati e neutralizzati. 

Chi è più sciacallo sui terremotati? La banda Anemone-Balducci o quella Bersani-Di Pietro che sta barattando l’efficienza della ricostruzione con lo sputtanamento di Bertolaso e Berlusconi? Credo che la politica possa fare più danni di un funzionario corrotto. Basta vedere come il Tg3 e Rai Tre hanno strumentalizzato ieri la rabbia degli aquilani che abitavano in case che neppure un miracolo potrebbe restituirgli domani, non per colpa del governo ma per via di un piccolo particolare che nessuno a sinistra, su La Repubblica come ad Annozero, vuole ricordare: lì c’è stato un potente e devastante terremoto.

I magistrati vadano avanti nelle loro indagini, fino in fondo. Ma il governo e la maggioranza devono riprendere velocemente la strada di modernizzazione delle regole e del Paese che avevano intrapreso. Senza temere di doversi poi imbattere nel mariuolo di turno, senza farsi intimidire dall’opposizione. Altrimenti sarà travolta dalle urla, ben organizzate, di gente che reclama una casa che per ora non può avere.



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Guerra sulla fortuna ereditata dal parroco

La Stampa

Braccio di ferro con i vescovi


PIERANGELO SAPEGNO

PRATO

Don Ernesto Moro ha messo anche dei fiori vicino ai banchi per rendere più accogliente la sua Chiesetta di San Pietro, a Seano, un posticino di 7 mila abitanti vicino a Prato. Per fare le campane nuove, poi, ha chiesto pure 25 mila euro ai suoi parrocchiani. Che hanno cominciato subito a protestare e a scrivere ai giornali, perché don Ernesto aveva appena ereditato quasi sei milioni d'euro da una signora che doveva essersi un po' innamorata di lui: «Non gli bastano per aggiustare la Chiesa?».

Il sacerdote non ha mai negato quel lascito piovuto più o meno dal cielo, solo che adesso ha tenuto a precisare che la signora, buonanima, aveva intestato tutto a lui: «La parrocchia, invece, è povera». Ma il problema è proprio questo: può un prete tenersi tutta un'eredità, senza dare niente ai suoi poveri? Nel mezzo della guerra tra i fedeli e il suo sacerdote, lui se n'è uscito con una promessa: «Li darò alle missioni». Allora è intervenuto il vescovo di Pistoia, monsignor Mansueto Bianchi: bene, allora renda pubblica la donazione e faccia in fretta. «In questo clima dilagante di furbizia e corruzione, credo che almeno la Chiesa debba rimanere un argine affidabile di onestà e trasparenza».

A dire il vero, la guerra non sembra finita così. O perlomeno non lo è ancora. Innanzitutto, lo si deduce dal tono della lettera che il vescovo ha voluto rendere pubblica: «Chi agisce diversamente (cioè, non dà quei soldi ai poveri, ndr) sa di trattenere risorse che non gli appartengono e pertanto si comporta illegittimamente, contro la legge della Chiesa e contro la legge morale». Il fatto è che prima di poterli regalare, quei soldi, dovrebbe trasformare in denaro le ville, i quadri rinascimentali e gli splendidi mobili d'antiquariato ricevuti in eredità.

Cioè, ci vuole un po'. Nel frattempo, come racconta Alessio Bracciotti, uno dei suoi parrocchiani, «ha messo a disposizione dei ragazzi la villa di Comeana per l'estate e i ritiri spirituali, prima della Comunione e della Cresima». Come a dire: la casa è sua, ma la apre agli altri. «Anche lui ci va spesso a meditare», ha poi aggiunto, senza ironia, il fido Bracciotti. Come se non bastasse, le malelingue del paese hanno cominciato a raccontare tutta la loro storia su questa eredità contesa. Don Ernesto è un prete un po' particolare, che officia una messa in suffragio di Ayrton Senna,

ma che è famoso soprattutto nella sua diocesi per le «messe della guarigione», alle quali partecipa anche Marija Pavlovic Lunetti, una dei sei veggenti di Medjugorje, andando tutte le volte in trance davanti ai fedeli. Don Ernesto, poi, era già finito nei guai qualche anno fa, quando qualcuno aveva lasciato dei volantini scritti a mano davanti alla Chiesa per dire che il parroco collezionava storie sentimentali con delle donne. Anziché smentire, lui dedicò un San Valentino a una ricca signora, vedova e senza figli: «Che l'affetto e l'amore sbocciato fra di noi possa rimanere ad multos annos».

Molti fedeli adesso raccontano che ogni sera il prelato facesse una telefonata alla vedova, per darle la sua benedizione prima di andare a dormire. I vicini di casa testimoniano anche come il sacerdote suonasse alla porta della signora tutti i mercoledì, «per la consueta cena settimanale». Quando lei muore, gli lascia in eredità una splendida villa rinascimentale sulle colline di Comeana, con dépendance e terreni annessi, e un'altra liberty alla Pietà, nella zona signorile di Prato.

La donna era morta nel 2004. Sette lontani parenti della signora impugnarono subito il testamento, presentandone un altro che avrebbe dovuto essere olografo, nel quale le proprietà venivano divise fra dieci eredi, prete compreso. Ci sono voluti 5 lunghi anni di causa e battaglie giudiziarie, ma alla fine una sentenza ha nominato pochi mesi fa don Ernesto Moro «unico erede universale», avendo i periti stabilito che quell'altro testamento non era affatto olografo. Proprio mentre gli era piovuto addosso quella fortuna, il sacerdote aveva chiesto ai suoi parrocchiani 25 mila euro per le campane.

Apriti cielo. Quei soldi ovviamente non sono ancora arrivati. E' arrivata la lettera del vescovo: un'eredità «non appartiene al parroco, ma dev'essere versata nella casse della parrocchia per servire alle spese di culto, di aiuto ai poveri, e mantenimento degli immobili». Quindi, anche le campane. «Per quanto i riguarda i beni che uno riceve a titolo personale, è sua facoltà usarne con la libertà riconosciuta a ogni cittadino. Ma trattandosi di un sacerdote, quell'uso deve avvenire nel quadro dei valori evangelici di carità e di servizio».



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Uganda: a Kampala si marcia al grido di "Uccidete i gay"

La Stampa


TRADUZIONE DI PAOLO D'URBANO

Andrew Waiswa, attivista dell'organizzazione Rainbow Uganda, il 15 febbraio scorso ha pubblicato un post sui seguaci del “Malvagio Pastore Ssempa” di Kampala. Di seguito un breve stralcio, mentre su Facebook è disponibile un video della manifestazione.
 
“Mentre scrivo, si sta tenendo un'enorme manifestazione nel centro della città di Jinja. Sto seguendo la situazione da Kampala per raccontarla con precisione. Sono anche riuscito a reperire immagini e filmati. L'evento è organizzata dal Malvagio Pastore Ssempa, che ha chiamato a raccolta delinquenti e omofobi … di tutta la città. I manifestanti hanno sfilato esponendo diversi striscioni e cartelli che incitavano ad uccidere i GAY.” È evidente l'effetto devastante di una proposta di legge che deve ancora essere discussa in sede parlamentare. Invito i miei lettori a sostenere questi coraggiosi attivisti in Uganda, in ogni modo e dovunque vi troviate."


Manifestazioni in Uganda Rainbow Uganda (attiva su Facebook) è un'organizzazione  per   la società civile e i diritti umani , fautrice di campagne legate a  genitori di ragazzi e ragazze omosessuali, rabbini, prelati, terapisti, scrittori, operatori ed assistenti sociali impegnati nell'educazione sessuale e nella sensibilizzazione su temi quali l'AIDS, l'oppressione e la diversità, studenti e docenti di scuola superiore, attivisti gay, lesbiche e bisessuali.
Questo il loro appello: "Dovunque siate - vi preghiamo di fare tutto il possibile, a livello locale e internazionale, per FERMARE QUESTA CAMPAGNA D'ODIO.

Un odio che non riguarda solo l'Uganda o la comunità LGBTI (lesbian, gay, bisexual, transgender, intersex)." Nel vicino Kenya, infatti, lo scorso fine settimana una folla inferocita ha assalito la cerimonia di un matrimonio gay.

Questi attacchi alla comunità LGBTI in Kenya sono organizzati come sempre da autorità religiose – musulmane e cristiane (tra cui il Vescovo Lawrence Chai della Libera Chiesa Apostolica del Kenya e Sheikh Ali Hussein della Moschea Answar Sunna), e credo che non sia una semplice coincidenza se questa ondata di intolleranza omofoba vada interessando Kenya e Uganda contemporaneamente.

[La situazione per la comunità omosessuale ugandese è sempre stata molto difficile e rischiosa, e una nuova proposta di legge prevede l'inasprimento delle pene per il 'reato' di omosessualità, inclusa la pena di morte. Qui ulteriori immagini e video sulle proteste in corso.]


Post originale: “Kill gay people” march through Kampala. Tratto da Black Looks: una decina di autori di vari Paesi africani affrontano temi di politica, cultura e attualità basati sulle realtà del Terzo Mondo.




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Israele presenta il super drone E' capace di colpire l'Iran

Quotidianonet

Le forze armate israeliane hanno mostrato il nuovo aereo senza pitola Eitan (‘forte' in ebraico), in grado di volare ininterrottamente per 24 ore ad un’altitudine di 13.000 metri trasportando ordigni fino a una tonnellata di peso. Un avvertimento al programma nucleare di Teheran




 Gerusalemme, 21 febbraio 2010

Israele ha una nuova arma. Tsahal ha presentato un nuovo aereo senza pilota (drone), l’Eitan (‘forte' in ebraico), in grado di volare ininterrottamente per 24 ore ad un’altitudine di 13.000 metri trasportando ordigni fino a una tonnellata di peso e raggiungere obiettivi lontani come l’Iran.

Ha un’apertura alare di 26 metri, come quella di un Boeing 737, è lungo 24, pesa 4,5 tonnellate. È equipaggiato con radar, telecamere a raggi infrarossi e avionica segretissima di ultima generazione.






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Le missioni? Io e Flavio sulla spiaggia di Cancun"

Il Resto del Carlino


Cinzia - gate: la Cracchi vuota ancora il sacco. "Con Delbono solo vacanze, non incontri con amministratori"


Bologna, 21 febbraio 2010


«IN MISSIONE? Ma quale missione. Delbono a Cancun, in Messico, è stato tutto il tempo con me e stavamo al villaggio turistico o in spiaggia. Non credo proprio abbia incontrato qualche amministratore locale spaparanzato sull’amaca... Oppure a Capri: lì abbiamo incontrato Carlo Verdone, ma non mi risulta sia un assessore caprese...».

 Cinzia Cracchi, la prima donna a far cadere un sindaco dal suo scranno nella storia di Bologna, ha il piglio della combattente. In molti, da più parti, le hanno consigliato di tacere, di lasciar perdere e accettare un accordo che le avrebbe portato non pochi vantaggi. Invece no, lei è andata avanti e Flavio Delbono, l’uomo con cui ha diviso la vita per sette anni, dal 2001 al 2008, è stato costretto a dimettersi. Cinzia, 47 anni, una figlia di 13 e un ex marito dirigente di banca, ha passato mesi difficili, «con notti intere a piangere e giorni in cui ho avuto paura», ma adesso è serena.

«Ho la coscienza a posto — dice —, perché penso di aver fatto la cosa giusta. Ciò che è successo credo sia un bene per Bologna e per i bolognesi. Delbono, la più alta istituzione della città, doveva essere di esempio civile e morale. Alla luce di ciò che è emerso (l’inchiesta in cui è indagato per truffa aggravata, peculato e induzione a rendere false dichiarazioni al pm, ndr.), non credo si sia dimostrato all’altezza».

Signora Cracchi, lei ha detto al pm che Delbono le offrì soldi e altri benefici in cambio del silenzio e della restituzione del bancomat di Mirko Divani, amico dell’ex sindaco
«Tutto vero. Mi offrì non 40mila euro, come uscito sui giornali, ma 50mila. Me ne avrebbe dati metà prima dell’interrogatorio, metà dopo. Dovevo tacere e restituire il bancomat. In due incontri, prima che fossi interrogata, mi diede 11mila euro in contanti, mi promise anche un’auto nuova e un posto in Comune, con aumento di stipendio. Insomma, avrei potuto prendere tutto il pacchetto e vivere tranquilla. Lui avrebbe salvato il suo posto. In molti, persone di aree politiche diverse, mi dicevano di essere accomodante. Le pressioni ci sono state. Anche da persone a me vicine».

Invece?
«Invece no. Io sono andata dal pm Morena Plazzi, grande donna e ottimo magistrato, e le ho raccontato tutto. L’ho fatto perché sono una persona onesta, pulita, che preferisce vivere senza soldi ma con dignità. L’errore di Delbono è stato sottovalutarmi».

Lei però per otto anni è stata al suo fianco. Ha fatto la ‘bella vita’: viaggi, cene importanti, bei vestiti...
«Ma quale bella vita! I vestiti me li sono sempre comprati con i miei soldi. Certo, a cena e in viaggio pagava lui. Io pensavo con il suo denaro, invece abbiamo visto con che soldi pagava... Incontrare Delbono è stata la disgrazia della mia vita».

Facile dirlo ora, ma in otto anni non si era accorta di nulla?
«Lui molto abile, riesce a farti vedere le cose come non sono. Una persona falsa, che ha sempre cercato di manovrarmi. Però il mio istinto, nel profondo, mi diceva di stare attenta. Per questo non sono andata a vivere con lui, ed è stata la mia salvezza».

Perché è finita la vostra storia?
«Io tuttora non lo so. Da un giorno all’altro mi ha buttata via come un calzino usato. Con la brutalità che gli è propria. Solo in questi giorni ho capito la ragione, scoprendo che nel 2008, quando ancora stava con me, andò in vacanza con un’altra donna. Non ha avuto nemmeno il coraggio di dirmelo in faccia. Mi ha offeso e umiliato, come donna e madre ».

Dunque la sua è stata la vendetta di una donna tradita. Il legale di Delbono parla di ‘piano per screditarlo pensato da mesi’...
«Ma quale vendetta, quale piano. provo solo pena per lui. Io sono stata trasferita al Cup da Delbono contro la mia volontà. Solo per quello ho protestato. Ho chiesto aiuto a molti politici di sinistra, quelli che dicono di essere vicini ai lavoratori, ma nessuno ha fatto nulla. L’unico a parlare è stato Cazzola. E alla fine è stato un bene».

Si candiderà alle prossime elezioni, magari con l’Idv?
«Con Silvana Mura siamo solo amiche. Certo se me lo proponessero...».

Il suo futuro?
«Spero in un po’ di serenità e di incontrare una persona che mi voglia bene davvero».

Qualcuno in vista?
«L’ho già adocchiato — e qui gli occhi le brillano — è una persona a me vicina, ma lui non lo sa...».

Ormai è un personaggio. Su Facebook c’è un suo fan club.
«Beh, sono sempre sui giornali. La gente mi ferma e si complimenta, specialmente le donne. La mia foto è ovunque e mi lasci fare una battuta: so cosa si dice, che sono tutta rifatta. Specialmente le labbra. Anche Delbono lo pensava all’inizio. Invece no, è tutto naturale».

Cinzia, rifarebbe quello che ha fatto?
«Dall’inizio alla fine».

di GILBERTO DONDI





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