mercoledì 24 febbraio 2010

La foto con il boss

La Stampa

Sul sito dell'Espresso sono pubblicate alcune foto che ritraggono momenti di una cena elettorale, svoltasi nell'aprile del 2008, in sostegno del senatore Nicola Di Girolamo del Pdl, coinvolto nella maxi inchiesta per riciclaggio che ha portato alla emissione di 56 misure di custodia cautelare, tra le quali quelle di Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, e dello stesso Di Girolamo. Nelle foto il senatore è ritratto davanti a una torta insieme ad alcuni sostenitori. In uno scatto (quello pubblicato in alto ) Di Girolamo tiene una mano sulla spalla al boss della 'ndrangheta Franco Pugliese. In un'altra foto lo stesso boss è insieme a Gennaro Mokbel, Entrambi gli scatti mostrano i protagonisti abbracciati come vecchi amici, proprio come li descrivono gli inquirenti nelle carte che hanno svelato la colossale frode da due miliardi di euro di cui sono stati protagonisti.

Foto



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Da modella a capo dei narcotrafficanti

Corriere della Sera


Una gang di modelli e indossatrici che regolarmente trasportano cocaina dal Sudamerica in Europa




 
 
MILANO - Da modella di biancheria intima a capo di un'organizzazione internazionale di droga. È ancora latitante la bellissima trentenne Angie Sanselmente Valencia che secondo la stampa argentina sarebbe a capo di una gang di modelli e d’indossatrici che quotidianamente trasportano cocaina dal Sudamerica in Europa. 
 
MANDATO DI CATTURA - La ragazza descritta dal quotidiano La Nacion come «una bellezza dalla pelle scura, con gli occhi marroni, i capelli castani e un sorriso fatale» è nata in Colombia nel maggio del 1979 e sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale. Valencia avrebbe cominciato la sua attività illegale dopo aver sposato un noto boss della droga messicano conosciuto con il soprannome di «Il mostro». Ma l'anno scorso, dopo aver appreso i segreti del mestiere, avrebbe lasciato il criminale e avrebbe organizzato la sua gang di narcotrafficanti.

ADDIO ALLE PASSERELLE - In passato Valencia ha vinto diversi concorsi di bellezza e nel 2000 è stata incoronata Regina del Caffè in Colombia. Solo recentemente ha scelto di abbandonare il mondo delle passerelle per dedicarsi completamente agli affari illeciti. Il suo quartier generale sarebbe in Messico e il business del suo gruppo criminale è andato a gonfie vele fino allo scorso 13 dicembre, quando la polizia ha arrestato nell'aeroporto di Buenos Aires una ragazza del clan con 55 chili di cocaina. La ventunenne ha confessato alla polizia argentina che ogni giorno a turno uno dei membri del clan viaggiava su un aereo intercontinentale trasportando una valigetta piena di cocaina. Il viaggio era retribuito con 5 mila dollari. Grazie alle confessioni della ventunenne, altri tre membri della gang sono stati arrestati a Buenos Aires, mentre una coppia di ragazzi per non finire in galera si è gettata dal balcone di un palazzo che si trova nel quartiere di Belgrano, sempre nella capitale argentina.

LATITANZA - La «mula» (termine usato per identificare i corrieri della droga) ha rivelato anche che il suo capo gli aveva assicurato che nessuno l'avrebbe controllata in aeroporto. Adesso la polizia argentina sta indagando sui legami tra la gang e alcune persone che lavorano nello scalo internazionale bonarense. La leader della gang ancora una volta ha dimostrato di essere molto astuta ed è riuscita a evitare l'arresto. Ospite di un hotel a quattro stelle di Buenos Aires, la trentenne ha saputo in anteprima del blitz della polizia e ha fatto perdere le sue tracce. Secondo gli inquirenti si troverebbe ancora in Argentina e la polizia assicura che la sua latitanza non durerà a lungo.

Francesco Tortora
24 febbraio 2010




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Mio padre non vuole che io vesta all'occidentale Ora lui vuole sfigurarmi"

Il Resto del Carlino


La giovane marocchina che ha denunciato il genitore ha lanciato l'allarme davanti al pm: "Lui continua a venire sotto casa mia con forbici e catene"


Modena, 24 febbraio 2010.  


CONTINUA L’ODISSEA della 18enne marocchina perseguitata dal padre musulmano che vuole per lei una vita nascosta dietro un velo nero lungo fino ai piedi. Una non-vita chiusa tra le rigide regole di un Islam interpretato in modo intransigente e fondamentalista.

 Dopo la denuncia che, allo scoccare della maggiore età, la giovane ha presentato ai carabinieri, il padre-padrone, imputato per stalking (ma ci sono gli estremi anche per accusarlo di sequestro di persona), ha continuato a tempestarla di telefonate e pesanti minacce. Non solo: si apposta sotto casa, all’angolo della strada armato di catene e forbici. «Ho paura di morire», dice la giovane, che non si arrende.

Lo ha detto anche ieri davanti al sostituto procuratore Claudia Ferretti che si occupa del caso. E’ rimasta in quella stanza, al secondo piano della procura, un paio d’ore insieme ai familiari, tra cui la madre, anche lei più volte minacciata. Ha raccontato per filo e per segno la sua sofferenza, che è stata messa nero su bianco, parola dopo parola. Non è più libera di fare nulla, nemmeno di andare a scuola. «Dopo che ho sporto denuncia, mio padre ha continuato a cercarmi.

Mi telefona più volte al giorno, se non rispondo chiama a casa», racconta la giovane. Ogni volta che riesce a parlare con qualcuno dei familiari la minaccia. «Ha detto che vuole sfigurarmi il volto con l’acido se non mi sposo». E’ stato proprio il matrimonio, programmato con un connazionale e che lei rifiuta a far scatenare la rabbia del padre. «Ma come fa a sposare quell’uomo? Ha la barba lunga, lunga...», dicono i familiari della ragazza.

Si tratta, infatti, di un uomo molto più anziano. «Io ce l’ho un fidanzato, ed è italiano», dice Sabrina. D’altronde è una bellissima ragazza, gli occhi scuri, le ciglia lunghe, un sorriso che nasconde tanta paura. Il padre, quarantenne, infatti, le impedisce di essere libera. Nonostante si sia costruito un’altra famiglia, la controlla. «Passa in auto, si apposta all’incrocio della strada, davanti a casa nostra, a Carpi. L’hanno visto lì con un paio di forbici o con una catena della bicicletta in mano».

LEI, non l’ha più incontrato. Certa di evitarlo. Per questo non va nemmeno più a scuola il sabato, giorno libero del padre. «Gli altri giorni mi faccio accompagnare». I familiari, tra cui la madre, la difendono come possono, dicono al padre di lasciarla stare, ma lui minaccia tutti di morte. Loro non hanno potuto proteggerla quando lui se l’è portata via, l’ha prelevata mentre camminava con le amiche, l’ha messa sul furgone e poi l’ha portata a casa sua. Lì l’ha tenuta alcune ore picchiandola. Ci sono quindi anche gli estremi per l’imputazione di sequestro di persona, come ha spiegato il pm Ferretti. Dunque, non solo stalking.

ORA SPERA di poter riprendere al più presto la sua vita normale, ma sa che ogni giorno deve fare i conti con la paura. «Vorrei essere potretta ma so che non possono darmi la scorta». Ora tutti i suoi familiari, con i quali vive a Carpi, si augurano che il padre possa finire dietro le sbarre e restarci per sempre. «E’ un integralista», dice la madre che sta appoggiando la battaglia della figlia. D’altronde vuole soltanto indossare jeans, vivere con le amiche. Insomma: vivere all’italiana. La 18enne sta ora pensando di affidarsi a un legale per far valere i suoi diritti. E chiede aiuto a tutti.


di VALERIA SELMI






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Follie da globalizzazione per i capelli più 'belli' del mondo...

La Stampa


TESTO ORIGINALE DI JORGE GOBBI, TRADUZIONE DI BEATRICE BORGATO
Il documentario irA Good Ha [Una bella capigliatura] (2009) nasce da un tema apparentemente assai ristretto: perché le donne afroamericane statunitensi sono ossessionate dai capelli lisci e voluminosi? Partendo da questo interrogativo, il regista Jeff Stilson incoraggia Chris Rock a mettersi alla ricerca della risposta. Ma siccome di risposte non ne trova, la questione diventa un'altra: fino a che punto sono disposte le donne afroamericane a sacrificarsi per questi capelli lisci?

Il documentario sonda l'utilizzo della stiratura chimica, molto dannosa per la salute, e quello delle cosidette extension. Questo è un punto decisamente interessante. Tali extension (a partire ovviamente dalle parrucche) possono costare fino a mille dollari, e sono fatte di capelli veri. Ma da dove arrivano tutti questi capelli? Dall'India. E a questo punto, il film fa un salto. Quella che sembrava una semplice faccenda nazionale statunitense – l'ossessione delle donne nere per i capelli lisci –, finisce per diventare un importante esempio delle asimmetrie della globalizzazione.

Ogni anno, milioni di cittadini indiani, si radono la testa seguendo i loro rituali religiosi. E i templi vendono tutti questi capelli all'asta, ad acquirenti internazionali, per raccogliere fondi. Ecco l'argomento chiave del documentario: centinaia di migliaia di donne afroamericane statunitensi spendono migliaia di dollari all'anno per queste extension.

Molte di loro sono costrette a lavorare duramente per mettere insieme quelle cifre dato che, molto spesso, l'impiego che hanno non rende granché. E così il denaro speso da una delle comunità economicamente più svantaggiate degli Stati Uniti va ad alimentare un'industria basata sui capelli donati gratuitamente, in un Paese come l'India, dove i livelli di povertà sono ancora alti.

Ci sono alcuni punti interessanti del film che sottolineano quest'aspetto. Nonostante la comunità afroamericana spenda molti più soldi in prodotti per capelli rispetto alla media dei cittadini statunitensi, le aziende che vendono tali prodotti sono in mani altrui. Sempre più spesso di imprese cinesi, ma anche delle multinazionali specializzate nei prodotti per la cura dei capelli. Il denaro speso dagli afroamericani per la bellezza delle proprie teste crea posti di lavoro nelle comunità locali, ma per un unico soggetto della catena commerciale: i parrucchieri. Ai livelli più alti i profitti prendono destinazioni diverse.

Si tratta di una questione d'importanza rilevante negli Stati Uniti, e aiuta a capire il degrado in cui sono piombati parecchi quartieri afroamericani, dove le attività commerciali sono completamente scomparse.

Il film approfondisce anche altre tematiche legate alla cura dei capelli – ad esempio, il fatto che i "bei capelli" sarebbero quelli lisci dei bianchi e degli asiatici, ma non quelli afro – ma mi sembra più interessante evidenziare la relazione tra consumo e globalizzazione che emerge dal documentario. Se avete un attimo guardatelo, non vi annoierete affatto! Infatti, Chris Rock se la cava molto bene con le interviste che abbondano in tutta la pellicola.

Maggiori informazioni su "A Good Hair" sono reperibili nell'Internet Movie Database. Di seguito il trailer del documentario, uscito nel novembre scorso negli Stati Uniti:




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Riciclaggio, via agli interrogatori Di Girolamo: nessun contatto con i boss

Corriere della Sera


Il senatore pdl coinvolto nell'inchiesta che ruota attorno a Fastweb e Telecom Sparkle: «Contestazioni gravi»






MILANO - Primi interrogatori di garanzia a Regina Coeli all'indomani della maxi-operazione (52 ordinanze di custodia cautelare in carcere e quattro ai domiciliari) che ha preso spunto da un presunto maxi-riciclaggio da circa due miliardi di euro che sarebbe ruotato intorno ad operazioni eseguite da Fastweb e Telecom Italia Sparkle. A tenere gli interrogatori è il gip Aldo Morgigni, lo stesso che ha firmato i provvedimenti restrittivi, alla presenza del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare degli accertamenti insieme con il sostituto Francesca Passaniti.

Ancora ricercato Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb ed ex amministratore delegato della società; tra gli arrestati Stefano Mazzitelli, già amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle, mentre una richiesta di custodia cautelare è stata sollecitata per il senatore Nicola Di Girolamo (Pdl), del quale si sospetta che l'elezione sia avvenuta grazie all'intervento della criminalità organizzata. Nell'inchiesta, culminata nella richiesta di commissariamento delle due società Tlc, sono coinvolti anche l'attuale amministratore delegato di Fastweb Stefano Parisi e Riccardo Ruggiero, presidente del Cda di Telecom Sparkle.

DI GIROLAMO - Sul caso Di Girolamo si riunirà alle 13.30 la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato. All'ordine del giorno la «domanda di autorizzazione all'esecuzione dell'ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale ordinario di Roma» nei confronti del senatore Pdl.

Intanto il senatore si difende. «Non ho mai avuto contatti né con la mafia, né con la 'ndrangheta, né con la camorra. Sono stato una sola volta ospite in Calabria di un collega per una colazione elettorale e ci sono tornato, successivamente per ringraziare dopo l'elezione» ha spiegato Di Girolamo, accusato di rapporti con la 'ndrangheta e di violazione della legge elettorale tramite aiuti di mafia. «Da parte mia - ha detto in una breve conferenza stampa tenuta in un hotel romano - c'è l'esigenza di conoscere le carte per rispondere punto per punto nella sede propria ed uniformarmi anche con quella che sarà l'indicazione del gruppo».

«Quelle che mi vengono rivolte - ha aggiunto il senatore pdl - sono contestazioni gravissime, accuse pesantissime e mi riservo di rispondere prima di tutto in Senato e poi alla magistratura» ha annunciato Di Girolamo sostenendo che darà «spiegazioni» alla giunta per le autorizzazioni del Senato. Quanto alle accuse di riciclaggio internazionale per cui la procura di Roma ne ha chiesto l’arresto, il senatore Pdl si è limitato a dire: «Sono fatti che non mi appartengono».

SWISSCOM - L'inchiesta nel quale è coinvolto Di Girolamo, ha travolto, come si diceva, i vertici Fastweb. L'ex ad e fondatore della società, Silvio Scaglia, è attualmente ricercato all'estero. Intanto Swisscom cerca una risoluzione rapida delle accuse che sono state rivolte alla sua controllata italiana. È quanto si legge in un comunicato diffuso mercoledì mattina dal gruppo svizzero di comunicazioni, in cui si ricorda che «Swisscom ha preso atto delle indagini e delle accuse formulate dalle autorità italiane. Al momento dell'acquisizione di Fastweb nel 2007, Swisscom era a conoscenza dell'indagine per evasione fiscale che si era verificata fra il 2003 ed il 2006». In particolare, prosegue ancora la nota, «Swisscom sta attualmente conducendo un'indagine approfondita in merito alle possibili implicazioni collegate agli ultimi sviluppi. Swisscom e Fastweb hanno offerto la loro piena collaborazione agli inquirenti».

LE TAPPE DELLA VICENDA - Il comunicato di Swisscom ripercorre le tappe della vicenda, spiegando che fra il 2003 e il 2006, «Fastweb ha acquistato e venduto servizi da fornitori italiani, con l'Iva inclusa nel prezzo d'acquisto. Nel gennaio 2007, Fastweb ha reso nota l'esistenza un'indagine nei suoi confronti. Secondo le accuse, i venditori hanno dato luogo a queste transazioni solo per evitare che quell'Iva, pagata da Fastweb, venisse poi versata al Fisco. Come risultato di questa indagine, è emerso che Fastweb non è mai stata pienamente rimborsata dell'Iva». La società svizzera ribadisce quindi che «al tempo dell'acquisizione di Fastweb nel 2007, Swisscom era a conoscenza delle indagini.

Secondo due diversi pareri da studi di consulenza, le transazioni erano corrette e Fastweb aveva quindi il diritto alla restituzione dell'Iva. Tenendo conto delle informazioni disponibili al tempo, il rischio che l'Iva non potesse venire recuperata è stato contabilizzato nel prezzo d'offerta per l'acquisto di Fastweb». Swisscom si dice quindi «sorpresa dagli ultimi sviluppi: l'indagine è stata estesa a ulteriori soggetti. Sono stati emessi ordini di cattura contro 56 persone, fra cui 5 persone dell'ex management di Fastweb». Le accuse di violazione delle norme Iva, per un totale di due miliardi di euro di cui 40 milioni per Fastweb, sono state «integrate con accuse di riciclaggio di denaro sporco». La nota si chiude spiegando che i pm hanno chiesto il commissariamento per Fastweb, una soluzione che «secondo gli elementi in possesso al momento non pregiudica la continuazione delle attività aziendali».


Redazione online
24 febbraio 2010







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Il giudice e il pm erano amanti Condannato a morte ora fa ricorso

Corriere della Sera


Il processo avvenne vent'anni fa, ma la relazione clandestina è venuta alla luce solo nel 2008



WASHINGTON – Un texano condannato a morte per duplice omicidio ha ottenuto il ricorso alla Corte suprema degli Stati uniti perché il giudice che lo ha sentenziato, una donna, era stata l’amante del pubblico ministero che lo ha incriminato. Hood ha l’appoggio di 21 ex magistrati e 30 docenti di diritto e di etica: «Una giudice che abbia una relazione extraconiugale con il pubblico ministero, a sua volta sposato, non deve gestire un processo a cui questi chiede la pena di morte - ha scritto il gruppo in un esposto.

Può cedere alla tentazione di aiutarlo. Esiste un grave conflitto di interessi». Il caso ha suscitato scalpore in America non solo perché la giudice Verla Sue Holland, che passò poi alla Corte di appello, è nota nel Texas, ma anche perché il processo avvenne venti anni fa, e il suo rapporto con il pubblico ministero, Thomas O’ Connor Jr., fu tenuto nascosto. I difensori di Hood, il condannato, ne ebbero sentore solo anni più tardi, e non riuscirono a strappare una piena confessione ai due magistrati che nel 2008.

Nella sua deposizione la Holland sostenne che la “love story” clandestina non la influenzò, e giustificò il lungo silenzio dicendo di non volere ferire il marito.

Non è certo che la Corte suprema americani ordini un nuovo processo. Quella texana ha respinto con sei voti a tre il ricorso presentatole da Hood nel 2008, adducendo tre ragioni; il tempo per il ricorso era scaduto; il duplice omicidio fu particolarmente efferato (Hood assassinò una coppia di cui era ospite); e al momento del processo la relazione extraconiugale tra la Holland e O’ Connor era ormai terminata. Secondo i 21 ex magistrati e i 30 docenti nessuna delle ragioni è però valida, la giudice avrebbe dovuto affidare il processo a un collega: «E’ questione di moralità, oltre che diritto».

Il New York Times, che ha dedicato ampio spazio al caso, riferisce che il rapporto tra la giudice e il pubblico ministero «fu strettamente sessuale, non sentimentale». «Lui mi veniva a trovare alla sera quando mio marito non c’era - ha spiegato la Holland - ma non trascorreva la notte con me perché il suo camioncino, parcheggiato davanti alla mia casa, era conosciuto in tutta la città».

Il giornale ricorda che il mese scorso la Corte suprema degli Stati uniti ordinò il riesame di un processo a cui un giurato fece uno strano regalo al giudice, un pene di cioccolata: «L’imputato passibile di pena di morte - sentenziò - deve essere trattato con dignità e rispetto».

Ennio Caretto
23 febbraio 2010



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Chiede elemosina con la pistola nella cintura

IL Secolo XIX


«Ho paura, due settimane fa mi hanno rapinato... e poi, almeno così i concorrenti stanno alla larga».
Con questa giustificazione, un barbone di 85 anni, pugliese d origine, domiciliato a Sanremo, ma di fatto senza fissa dimora, ha spiegato ai carabinieri per quale motivo avesse una pistola infilata nella cintura, mentre stava chiedendo l’elemosina all’esterno della parrocchia “Cristo Re” di Ospedaletti

L’arma è poi risultata una riproduzione, un giocattolo insomma, al quale era stato tolto il tappino rosso, così da renderla più “vera”. E infatti l’altra sera, quando una parrocchiana che stava entrando in chiesa per la messa delle 18 ha visto la pistola, si è spaventata, e ha subito chiamato i carabinieri. In pochi minuti una pattuglia del nucleo radiomobile della compagnia di Bordighera ha raggiunto la chiesa di Cristo Re; i militari, con molta cautela, si sono avvicinati all’uomo, per nulla intenzionato a opporre resistenza, e non solo per l’età - appunto 85 anni - e le precarie condizioni di salute, ma proprio perché l’arma era solo un giocattolo. 

Quasi sorpreso di avere suscitato tanto clamore, si è sfilato la pistola dalla cintura e l’ha consegnata ai carabinieri. In caserma a Bordighera ha poi raccontato la sua storia e il motivo per il quale aveva deciso di “armarsi”. 

«Due settimane fa, mentre stavo andando via dalla chiesa per tornare a casa, sono stato aggredito, gettato a terra e derubato delle elemosine che mi avevano dato i fedeli quella sera». L’anziano si sarebbe comprato la pistola giocattolo, mostrandola apertamente, sia per scoraggiare altri eventuali aggressori, ma anche per tenere lontano possibili rivali, considerando che il posto che si era scelto per il suo “mestiere”, l’ingresso della chiesa di piazza Europa, sarebbe molto ambito da chi chiede l’elemosina. In particolare dagli stranieri. «Più volte ho trovato qui davanti, al mio arrivo, persone molto più giovani, soprattutto slavi, dei quali avevo paura. Devo tenere lontana la concorrenza, e l’unico modo era far credere di essere armato».

Così l’uomo, dopo la rapina, è entrato in un negozio di giocattoli, ha comprato una pistola e le ha tolto il tappino rosso. Gesto, questo, che gli è costato la denuncia a piede libero per la manomissione della pistola che, senza il tappo, poteva essere scambiata - come avvenuto - per un’arma vera.
Ieri, dopo la sua disavventura, il clochard non è tornato al posto che aveva difeso fino al punto di infrangere la legge.

La sua presenza, all’ora della messa, davanti alla chiesa, aveva fatto breccia in molti cuori, e infatti, come ha spiegato ai carabinieri, chiedere l’elemosina in quel punto gli garantiva quanto bastava per un pasto caldo. Difficile, ora, che l’anziano vi faccia ritorno: anche i fedeli più compassionevoli potrebbero non avere gradito il suo comportamento.



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Comunanza in festa per i 111 anni della nonnina d'Europa

Il Resto del Carlino

Santina compare anche tra i supercentenari nell’enciclopedia Wikipedia.Centoundici anni e una vita attraverso tre secoli, accompagnata dalla passione per il cucito e dalla famiglia da record



Comunanza (Ascoli Piceno), 23 febbraio 2010

Vive a Comunanza, un piccolo centro montano in provincia di Ascoli Piceno, la donna più anziana d’Europa. Proprio oggi Santa Gennari, detta ‘Santina', compie 111 anni, un record assoluto di longevità. Santina, classe 1899 e di professione sarta, vive con il figlio Ilario di 83 a la nuora Domenica. Ed è soprattutto ancora oggi in ottima salute, tanto da poter ricevere direttamente dalle mani del sindaco di Comunanza, Domenico Annibali, una pergamena speciale, a nome di tutta la comunità locale. Il segreto della sua longevità? Vita sana e cibi genuini, lunghe camminate e moltissimi interessi da coltivare e seguire. Ma anche una ‘dotè ereditaria, genetica, che ha fatto arrivare la sorella Carolina a 103 anni e l’altra, Rosa, a 99 anni.

I centoundici anni festeggiati da nonna Santina confermano il primato dei marchigiani che nel 2009 sono risultati i più longevi d’Europa, con un’aspettativa media di vita di 82,8 anni. È quanto afferma Coldiretti, sulla base dei nuovi dati demografici dell’Istat, nel commentare il nuovo record ottenuto da Santa Gennari, di Comunanza (Ascoli Piceno).

La donna più anziana d’Europa è nata nel 1899 e di professione sarta, vive con il figlio Ilario di 83 a la nuora Domenica e gode ancora oggi di ottima salute e svela il segreto della longevità nella vita sana, cibi genuini, lunghe camminate e moltissimi interessi da coltivare e seguire.

Secondo elaborazioni Coldiretti sui nuovi indicatori demografici Istat, nel 2009 la regione Marche vanta un’aspettativa di vita di 81,1 anni per gli uomini (contro i 78,9 della media nazionale e i 79 anni degli svedesi, secondi a livello europeo) e di 85,4 per le donne (84,2 la media dello Stivale, mentre in Ue la seconda piazza è della Francia, con 84,4), confermando il primato di longevità per il terzo anno consecutivo. E non è un caso che il primato di longevità appartenga proprio alla regione con la maggiore connotazione rurale, con il 65% del territorio gestito dalle imprese agricole".

Insomma, secondo Coldiretti aria buona e dieta mediterranea rappresentano un vero e proprio elisir di giovinezza, come conferma anche uno studio pubblicato sul British Medical Journal. La ricerca afferma, infatti, che il consumo a tavola e in pasti regolari di pane, pasta, frutta, verdura, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino riduce del 13 per cento l’incidenza del Parkinson e dell’Alzheimer, del 9 per cento quella per problemi cardiovascolari e del 6 per cento quella del cancro. "La bella storia di nonna Santina, alla quale rivolgiamo i nostri auguri, è la conferma che uno stile di vita sano è essenziale per la prevenzione delle malattie - spiega il presidente di Coldiretti Marche, Giannalberto Luzi - e ciò è indubbiamente collegato sia a un tipo di alimentazione ancora legato alle produzioni del territorio sia a un ambiente più sano".






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Cuba, "morto un dissidente"

La Stampa


Il quarantenne Zapata deceduto dopo 82 giorni di sciopero della fame




LUIGI GRASSIA

Una telefonata e un messaggio via Twitter da parte di oppositori politici cubani hanno fatto sapere al mondo che dopo uno sciopero della fame di 83 giorni si è spento questa notte il dissidente detenuto Orlando Zapata Tamayo. La notizia non ha ricevuto conferme dalle autorità e quindi dovrebbe essere riferita al condizionale, ma le fonti sono vicinissime alla persona di Zapata Tamayo.

Il prigioniero aveva 42 anni e prima di finire in carcere era un operaio ma anche un dissidente del regime castrista; in quanto tale faceva parte del «gruppo dei 75», un manipolo di oppositori detenuti dal 2003. Orlando Zapata Tamayo aveva cominciato lo sciopero della fame il 3 dicembre scorso per protestare contro gli abusi che diceva di aver subìto in carcere. La Commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale (un gruppo di oppositori politici teoricamente illegale a Cuba ma di fatto tollerato) nei giorni scorsi aveva lanciato un grido di allarme, facendo sapere che Zapata Tamayo si trovava in condizioni disperate. Il gruppo invocava un intervento esterno o un fatto nuovo. Non è servito.

La blogger cubana Yoani Sanchez ha telefonato nella notte alla Stampa e poi ha diffuso via Twitter al mondo il messaggio: «Mi hanno appena confermato la morte di Orlando Zapata Tamayo. Non si può tollerare». La Sanchez ha un blog che si può leggere tramite il link http://lastampa.it/generaciony/. Una telefonata del dissidente cubano Elizardo Sànchez ha poi diffuso la notizia all'agenzia Ansa. Elizardo Sànchez denuncia: «E' stato un omicidio mascherato da copertina giudiziaria».

Orlano Zapata Tamayo era uno dei 53 oppositori, sui 75 del gruppo originario, ancora in carcere. Era stato condannato a 36 anni per diversi reati, fra cui «vilipendio della figura del Comandante» Fidel Castro. Una ventina di oppositori, secondo quanto ha denunciato la Commissione cubana per i diritti umani, sono stati fermati nei giorni scorsi dalla polizia mentre protestavano contro il trattamento che Zapata subiva in carcere.

Il prigioniero di coscienza, riconosciuto come tale da Amnesty International, era recluso nella prigione di Camaguey (una località nel centro di Cuba); nei giorni scorsi per il peggioramento delle sue condizioni era stato trasferito prima in un ospedale giudiziario dell’Avana e poi in una struttura sanitaria normale, l’ospedale Hermanos Almejeira, sempre nella capitale, dove è spirato. I familiari di Orlando Zapata Tamayo avevano anche denunciato nei giorni scorsi che il prigioniero soffriva per le conseguenze di percosse.






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Venti anni fa moriva Pertini

di Orlando Sacchelli

l 24 febbraio del 1990 si spegneva Sandro Pertini. Fu il settimo Presidente della Repubblica italiana, dal 1978 al 1985, il primo socialista al Quirinale. Medaglia d'argento nella Prima guerra mondiale, partigiano, membro dell'Assemblea costituente, due volte presidente della Camera




Roma - Il Presidente più amato dagli italiani. Se dovesse essere fatto un sondaggio lo vincerebbe lui, Sandro Pertini. Come nessun altro ha saputo incarnare lo spirito nazionale facendosi amare per la serietà e il rigore morale. Ma, soprattutto, per quel senso dello Stato che da lui promanava. Per ragioni anagrafiche molti non l'hanno conosciuto eppure di lui hanno sentito parlare o visto qualche vecchio filmato: uno dei più famosi, nell'immaginario collettivo, è quello in cui il presidente esulta come un ragazzino, allo stadio Bernabeu di Madrid, per la vittoria dell'Italia ai Mondiali di calcio. Re Juan Carlos lo guarda esterrefatto. Ma lui, incurante, festeggia alla grande, godendosi la grande vittoria. Ma c'è anche l'altra foto, quella in cui Pertini gioca a carte con Bearzot, sull'aereo che riporta gli azzurri in Italia: e la coppa tiene loro compagnia, sul tavolo.

Dalla 1ª Guerra mondiale alla Resistenza Nato a Stella San Giovanni (Savona) nel 1896, combattè sull'Isonzo nella Prima guerra mondiale, conquistandosi, sul campo, una medaglia d'argento al valor militare. Aderì al Partito socialista distinguendosi per la forte opposizione al fascismo, che gli costò il carcere (1925). Proseguì la sua lotta al fascismo dall'esilio, in Francia, dove si rifugiò come molti altri per evitare altre condanne. Nel 1929, però, rientrò in Italia, sotto falso nome. Ma fu di nuovo arrestato e condannato: prima al carcere, poi al confino. Dopo la caduta del regime, nel 1943, contribuì alla lotta della Resistenza e lavorò, insieme a Pietro Nenni, per la ricostruzione del Partito socialista italiano.

La lunga vita politica Sarebbe troppo lungo fare l'elenco delle sue attività politiche. Segretario del Psiup nel 1945, nelle file socialiste fu eletto all'Assemblea costituente. Nel 1947 cercò di evitare la scissione di palazzo Barberini (promossa da Saragat), tentando una difficile mediazione tra le correnti del Psi. Pur credendo nella collaborazione con il Pci, si oppose alla fusione elettorale nel Fronte popolare (1948), ma la sua linea risultò minoritaria. Nominato senatore nella prima legislatura, fu poi eletto alla Camera per sei volte consecutive, sempre nel collegio di Genova-Imperia-La Spezia e Savona.

Corona alla Fontana di Trevi Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, depone, alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, una corona di fiori nella piazza della Fontana di Trevi, dove risiedeva Pertini.

Libertà e giustizia sociale In una celebre intervista in tv Pertini ebbe modo di spiegare, con estrema semplicità. i cardini della sua fede politica: "Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. (...) Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. (...)"




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Disabile vessato;condannati tre dirigenti di Google

Corriere della Sera




Per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato da quattro studenti


MILANO - Il tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google accusati di diffamazione e violazione della privacy per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. A tre imputati sono state inflitti sei mesi di reclusione. Un quarto dirigente che era imputato è stato assolto.

LE MOTIVAZIONI - «Il diritto d'impresa non può prevalere sulla dignità della persona». Questo, secondo il procuratore aggiunto Alfredo Robledo che con il pm Francesco Cajani ha sostenuto l'accusa nell'ambito del processo a carico di quattro dirigenti di Google, è il significato della sentenza emessa dal giudice Oscar Magi. «Finalmente -aggiunge il magistrato- si è detta una parola chiara. Al centro di questo procedimento era la tutela della persona attraverso, appunto, la tutela della privacy. Il resto è un fatto fenomenico. Sono certo che questa sentenza uscirá dall'aula del tribunale di Milano e farà finalmente discutere su un tema che è fondamentale».

Redazione online
24 febbraio 2010






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Licenziati gli psicologi di Telefono Azzurro "Deve intervenire Mara Carfagna"

Quotidianonet

L'appello al ministro delle Pari opportunità è del governatore siciliano Raffaele Lombardo. La protesta è dei professionisti di Palermo rimasti senza contratto e sostituiti da volontari

Palermo, 23 febbraio 2010


Salgono per protesta sul campanile della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria, a Palermo, i 33 professionisti rimasti senza contratto dal 31 dicembre dopo avere in questi anni hanno lavorato per la onlus Telefono Azzurro.

 Si tratta di psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti e giuristi che erano stati impegnati nel servizio "114 Emergenza Infanzia". L’associazione li ha integralmente sostituiti con volontari del servizio civil. Gli ex dipendenti di telefono azzurro, in maggioranza donne, chiedono "tutela per il proprio posto di lavoro e per la qualità di un servizio volto alla salvaguardia dei minori, basato sulla capacità tecnica dell’ascolto e della relazione umana, competenze che si acquisiscono con anni di formazione ed esperienza lavorativa".

Inoltre, sollecitano "chiarezza
sulla gestione economica» dell’associazione. Per Mimma Calabrò, segretario generale della Fisascat Cisl, un servizio come il 114 deve essere «svolto da persone altamente qualificate, che abbiano gli strumenti per creare la relazione umana di fiducia che fa sentire il bambino o l’adulto che chiama per chiedere aiuto, accolto nel proprio dolore. La tutela dei minori deve essere affidata a mani esperte e non può essere gestita in modo aziendalistico».

 Telefono Azzurro, sostiene la Cisl, dichiara la «non sostenibilità economica del servizio, ignorando la proroga tecnica di 400 mila euro concessa e finanziata dal ministero per le Pari opportunità». Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, attende a sua volta una risposta alla lettera inviata al ministro Carfagna per chiedere che «si faccia chiarezza e si mettano in atto gli opportuni interventi per salvaguardare la professionalità dei dipendenti esperti».

agi




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Riciclaggio, cinquantasei arresti «Una delle frodi più colossali d’Italia»

L'asilo è pubblico? Ammessi solo bambini cristiani Polemiche nel Mantovano

Quotidianonet

Succede a Goito, dove il consiglio comunale ha approvato un regolamento che prevede la provenienza dei piccoli solo da famiglia d'ispirazione cristiana. Presentato un esposto all'Anci

Mantova, 24 febbraio 2010 - Un asilo per soli bambini cristiani. A Goito, nel mantovano, il Consiglio comunale ha approvato un regolamento in cui, all’articolo 1, si pone come requisito necessario per l’iscrizione alla scuola materna pubblica la provenienza da una famiglia che accetta «l’ispirazione cristiana della vita»
 Secondo la ‘Gazzetta di Mantova', la nuova norma è stata approvata tra le proteste dell’opposizione e un esposto è stato presentato all’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci).

Il regolamento esclude di fatto
molte famiglie di immigrati di diverso orientamento religioso. Inoltre, scrive il quotidiano, resta da stabilire se nell’ispirazione cristiana siano comprese le coppie divorziate o i non credenti.
La giunta di centrodestra - capeggiata dal sindaco Anita Marchetti, area Udc, appoggiata da parte del Pdl e dalla Lega Nord - motiva tale decisione con il fatto che "pur essendo l’asilo pubblico, da sempre viene gestito secondo criteri che si ispirano al cristianesimo".
agi




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