sabato 27 febbraio 2010

Augello: «Così Gasparri salvò di Girolamo»

Il Secolo xix


«Con Gasparri e Quagliariello ci furono momenti di nervosismo, ma io fui molto chiaro: sarei andato fino in fondo nel proporre l'espulsione di Di Girolamo, anche a costo di farmi bocciare la proposta in aula». C’è tanto rammarico per il senatore del Pdl Andrea Augello, un big della destra romana considerato un finiano doc. Fosse stato per lui, Di Girolamo sarebbe già fuori dal Senato, espulso un anno fa: un normale cittadino al quale si potrebbero mettere le manette, come hanno chiesto i magistrati, senza ulteriori passaggi parlamentari.

Ma a gennaio del 2009 le cose andarono diversamente: l'"atto di accusa" contro Di Girolamo fu bocciato in un clima di battaglia, con il capogruppo di maggioranza, Maurizio Gasparri (altro ex An), che ingaggiò con Augello un rovente braccio di ferro; con alcuni senatori dell'opposizione che contribuirono a salvare «il soldato Di Girolamo» con il voto segreto.

Senatore Augello, se la sua maggioranza le avesse dato ascolto un anno fa, il Senato non dovrebbe ora occuparsi di Di Girolamo.
«Allora si decise su altri elementi. C'era stato un ricorso da parte del primo dei non eletti all'estero: si trattava di stabilire se c'erano i requisiti per considerare a tutti gli effetti come regolare l'elezione del senatore Di Girolamo. Io avevo il compito di stabilire se questi requisiti c'erano».

Come andarono le cose?


«Fu costituito un veto e proprio Comitato inquirente perché era in corso un'inchiesta della procura e in precedenza c'era stata una richiesta d'arresto. Noi, cioè io e i senatori Li Gotti e Lusi, dovevamo stabilire se c'erano i requisiti per considerare valida l'elezione di Di Girolamo. Lavorammo per tutto il mese di agosto e, alla fine, fummo tutti d'accordo nel chiedere la decadenza per un difetto di residenza all'estero. La relazione fu approvata dalla Giunta e poi, a gennaio 2009, io la proposi all'aula, che però decise di "congelare" il dossier in attesa di sentenza definitiva».

Decisione a voto segreto il 29 gennaio 2009. Ma, lo stesso giorno, la maggioranza andò sotto su una proposta di sospensiva avanzata dal suo capogruppo Gasparri, che evidentemente non condivideva le sue conclusioni e quelle del Comitato d'inchiesta.


«Vero. Ma io feci una dichiarazione in dissenso rispetto al mio gruppo e uscii dall'aula al momento del voto. Dissi chiaramente, mettendoci anche una certa dose di ironia, che non potevo sostenere una cosa nel Comitato e fare una cosa diversa in aula. Era un paradosso, di cui si resero contro anche altri senatori del Pdl, che uscirono a loro volta dall'aula seguendo il mio esempio». Cosa le disse Gasparri?


«Ho avuto un conflitto notevole con il mio capogruppo, quel giorno e in quelli precedenti. Questo è innegabile. Gasparri faceva un ragionamento diverso: prima di far decadere un senatore bisogna pensarci mille volte, se si tratta solo di una questione di certificati. Io tenni duro e spiegai che, come relatore, avrei sostenuto in aula la mia tesi a tutti i costi».

Però l'aula votò a scrutinio segreto e Di Girolamo si salvò. «Sì. Ma va detto che anche 5 o 6 senatori dell'opposizione votarono per andare in soccorso a Di Gerolamo».





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Sito-choc in Francia "Nuovi formaggi con latte materno" Scoppia la polemica

Quotidianonet


Le donne sono descritte - e illustrate da grottesche immagini - come mucche "selezionate con grande cura" per la produzione di un'ampia gamma di prodotti. L'autrice: è un'allarme sulla condizione della donna contemporanea

PARIGI, 27 febbraio 2010

La notizia è chiaramente una bufala, ma fa gran discutere la provocazione - da molti bollata come di cattivo gusto - del sito francese fromage-femme che lancia un 'rivoluzionario' formaggio a base di latte materno. La proposta choc è fatta in occasione del 47esimo Salone internazionale dell’agricoltura, che si apre oggi a Parigi.

Sul sito internet le donne sono descritte - e illustrate da grottesche immagini - come mucche "selezionate con grande cura" per la produzione di un'ampia gamma di prodotti: dalla "Femme qui rit" (che fa il verso al formaggino ‘La vache qui rit’) al "Boursein", utilizzando un gioco di parole tra il nome di un altro formaggio francese, il Boursin e il seno femminile.

Ma l’autrice del sito, l’artista di Nizza MetCuc, sembra immune alle polemiche e rivendica il diritto alla provocazione: in questo modo vuole anche lanciare un Sos sulla condizione della donna nel mondo contemporaneo.




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Bollino blu, caccia ai furbetti

Il Tempo

Un dispositivo informatico permetterà di controllare da un ufficio i pagamenti degli automobilisti.
Il Comune: funzionerà tra un mese. Multe a casa degli evasori.

Il Comune di Roma dà la caccia ai furbetti del bollino blu. Tra un mese funzionerà un nuovo sistema per controllare la certificazione dei gas di scarico delle auto. Per scovare gli evasori non sarà più necessario fermare gli automobilisti per strada, basterà un click su un computer che raccoglierà i dati. La multa arriverà direttamente a casa, com'è già per il bollo regionale. Del resto il certificato dei gas di scarico è sempre più un optional, pure se dovrebbe essere attaccato al parabrezza della macchina.

Ci sono anche le officine che l'auto nemmeno la guardano, che si limitano a consegnare al cliente il bollino adesivo senza verificare i gas di scarico. Ma questo è un altro capitolo. Per ora un impiegato comunale verificherà i pagamenti e invierà le sanzioni. In pochi secondi. Ieri la Giunta ha approvato una memoria preparata dagli assessori all'Ambiente e alla Mobilità, Fabio De Lillo e Sergio Marchi, con cui affida all'Agenzia Roma servizi per la mobilità la sperimentazione del servizio informatizzato per la gestione delle attività connesse al controllo dei gas di scarico di autoveicoli, ciclomotori e motoveicoli.

 La memoria di giunta precisa che «lo strumento del bollino blu ha evidenziato delle criticità determinate dalla gestione pianificata nel contratto di servizio, per il quale è opportuno adottare delle modifiche, al fine di trasformare il sistema di controllo e verifica dei gas di scarico quale strumento disponibile in tempo reale dei dati da esso ricavabili». Per questo arriva il nuovo sistema. La sperimentazione partirà alla fine di marzo. C'è da scommettere che tanti romani resteranno incastrati nella rete.





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Il genoma per buongustai

La Stampa

«I ricercatori cinesi vogliono mappare il meglio del made in Italy per clonarlo»
MAURIZIO TROPEANO

Allarme per lo «shopping scientifico» cinese: «Da Pechino stanno contattando scienziati di tutto il mondo per clonare i cibi doc italiani».

Fantascienza? No. I cacciatori di genoma cinesi hanno già «tracciato» il Dna del riso nel 2002 e poi alla fine del 2009 l’hanno fatto con il melone. E ci sono anche gli animali: il panda poche settimane fa e ora il programma di ricerca punta sul genoma dell’orso polare e del pinguino. Il pericolo più imminente per l’agricoltura italiana, però, è legato ai vegetali.

In campo cinquecento ricercatori. Un budget di 100 milioni di dollari. L’acquisto di 130 sequenziatori per il Dna di ultima generazione. Un programma per tracciare il genoma di 500 animali e 500 vegetali in due anni. I numeri del «Beijing genomic institute» (Bgi) hanno impressionato Massimo Delledonne e Mario Pezzotti. I due ricercatori, ieri, in anteprima mondiale, hanno reso noto il genoma di uno dei vitigni tipici, la Corvina, che serve per produrre l’Amarone. Uno scacco matto che, secondo i due scienziati, può arrivare in tre mosse.

La prima: «La presa di possesso delle “chiavi” della vita delle produzioni italiane». La seconda: «L’individuazione di un microclima ideale per le coltivazioni». La terza: «L’adozione delle nostre stesse tecniche di produzione». Alla fine il «re», cioè il made in Italy alimentare è sconfitto perché «il passo verso la concorrenza diretta, fatta con gli stessi prodotti del made in Italy, è ormai breve», concludono i due ricercatori dell’Università di Verona.

A rischio sono soprattutto le «produzioni tipiche italiane che potranno essere duplicate da uno dei colossi economici del mondo», precisa Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura. Allarmismo, si dirà, ma il leader di Confagri non la pensa così: «Dal genoma del pomodoro, annunciato per i primi mesi di quest’anno, al pomodoro San Marzano o a quello di Pachino il passo è breve e la procedura quasi identica».

Incalcolabili, dunque, i danni per il made in Italy. Si parla di decine e decine di miliardi di euro, visto che già oggi il giro d’affari dell’agro-pirateria internazionale che copia i nostri prodotti è di 60 miliardi l’anno. Lo denuncia il dossier presentato ieri dalla Cia a conclusione del congresso nazionale. Spiega il presidente, Giuseppe Politi: «In Italia si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini a denominazione protetta e gli oltre 4 mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale».

Questa lunghissima lista di prodotti certificati fattura al consumo 8851 miliardi con un export di 1844. Ancora Politi: «A livello mondiale, però, ancora non esiste una vera difesa delle nostre denominazioni d’origine che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli».

Certo, falsi e tarocchi sono diversi dalle ricerche sul Dna, ma è evidente che c’è la necessità di sviluppare una strategia di difesa. Secondo Vecchioni, «è necessario incrementare l’attività di ricerca presso i nostri centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il patrimonio genetico delle nostre tipicità».

La Coldiretti ha una posizione diversa: «La mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità, se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali dei vitigni e per proteggerle dai tentativi di clonazione e modificazione genetica che favoriscono l’omologazione e la delocalizzazione». Da qui la proposta di realizzare una banca del Dna per tutti i 355 vitigni autoctoni che danno all’Italia il record mondiale della biodiversità.

Secondo Coldiretti, dunque, «i risultati della ricerca dovranno dare un importante contributo alla salvaguardia del legame con il territorio e delle specificità locali per difenderle dal rischio di contaminazioni da Ogm ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti delle frodi e sofisticazioni».




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Cuba, ondata di scioperi della fame Caccia ai blogger per le vie dell'Avana

La Stampa

Il grido di Yoani Sanchez sul Web:«Il regime non conosce la libertà»



La situazione a Cuba dopo la morte di Orlando Zapata Tamayo continua a essere incandescente. Quattro prigionieri e un dissidente hanno cominciato nelle ultime ore uno sciopero della fame per protestare contro le autorità che hanno lasciato morire l’operaio di 42 anni. Il dissidente più famoso, in sciopero di fame da mercoledì nella sua abitazione di Santa Clara (centro dell’isola), è il giornalista Guillermo Farinas. Farinas ha fatto diversi scioperi della fame, l’ultimo di sei mesi nel 2006, quando le autorità lo hanno alimentato per via intravenosa.

I prigionieri Eduardo Diaz Fleitas e Diosdado Gonzalez Marrero hanno cominciato lo sciopero mercoledì, Fidel Suarez Cruz e Nelson Molinet Espinoso giovedì. Tutti quanti si trovano incarcerati a Pinar del Rio (ovest dell’isola). La blogger Yoani Sanchez sta raccontando la situazione, sempre più convulsa: «Abbiamo seminato un seme di libertà, giustizia e amore- scrive su Twiiter-. Valori che loro non conoscono e per questo motivo li temono sopra ogni altra cosa». Claudio Fuentes è stato allontanato con la forza da una mostra cinematografica di giovani registi, insieme ai familiari di Zapata. Un gruppo di agenti della Sicurezza di Stato- fanno sapere i dissidenti- si è messo a gridare insulti ai blogger all’esterno del cinema Chaplin, impedendo l’ingresso in sala.

«In queste ore il nervosismo degli organi repressivi è palpabile», dice la Sánchez. Il cinema Chaplin era circondato dalla polizia che decideva chi far entrare e chi no, allontanando con la forza le persone non gradite. «Fino a quando la cultura sarà al servizio di un’ideologia? Perché dobbiamo sopportare questa assurda esclusione culturale?», si chiede Yoani.

La commissione di diritti umani e la famiglia di Zapata hanno accusato il governo della morte del dissidente, il quale è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva quando, secondo loro, la situazione era ormai irreversibile. Il presidente Raul Castro si è detto dispiaciuto della morte di Zapata, negando che a Cuba ci siano torture. Secondo la Ccdhrn, a Cuba ci sono almeno 201 «prigionieri politici». Per le autorità cubane i dissidenti sono «mercenari» pagati dagli Stati Uniti.



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Parenti, indagati, transfughi e vip. Ecco le liste per le Regionali

Corriere della Sera


Da Sbardella jr a lady Mastella. In corsa Bugno e Paganini




I giochi si chiudono oggi. Alle 12 scade infatti il termine per la presentazione delle liste dei candidati alle prossime elezioni regionali, previste il 28 e 29 marzo. Si vota per rinnovare la presidenza di 13 regioni: di queste allo stato attuale 11 sono al centrosinistra e 2 al centrodestra. E tra i nomi spuntano parenti, transfughi, ritorni e indagati. Ma anche nobel, figli di, proletari e, magari nelle stesse liste, imprenditori famosi. Ecco alcuni dei casi più eclatanti.

Parenti - Nel Lazio l’Udc schiera il broker Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, gran collettore di finanziamenti ai tempi della prima Repubblica passato alla storia della Dc come «lo Squalo». Sempre nel listino della candidata del Pdl Renata Polverini entra, tra le polemiche, la moglie del sindaco Gianni Alemanno, Isabella Rauti: capo del dipartimento Pari opportunità presso la presidenza del Consiglio, la figlia del fondatore del Msi, Pino Rauti, ha chiesto l’aspettativa e lascerà l’incarico in caso di elezione.

E c’è anche una giovane coppia in corsa nel Lazio con la Polverini: Francesco Pasquali e Veronica Cappellari, insieme nella vita e nel listino. Nelle Marche scende in pista, con Sinistra ecologia e libertà, Iside Cagnoni, moglie dell’onorevole Luigi Giacco, figura storica della sinistra di Osimo. E si parla anche del vicesindaco di Bari Alfonso Pisicchio, fratello dell’onorevole Pino, passato di recente dall’Idv all’Api.

Sempre in Puglia corre Mario Cito, figlio dell’ex deputato e sindaco di Taranto Giancarlo (già condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa), con la lista «I pugliesi per Palese presidente », depositata a Taranto. Con il candidato governatore del Pd Claudio Burlando, a Genova, corre la nipote di Don Baget Bozzo, Francesca Tedeschi, impiegata turistica.

Nella lista del Pdl di Napoli e provincia per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania c’è anche Angelo Gava, dirigente d’azienda, figlio dell’ex ministro Antonio, leader dei dorotei, e nipote di Silvio, patriarca della Democrazia Cristiana. Infine in Calabria, col Pd, si ricandida l’uscente Stefania Covello, figlia dell’ex parlamentare Franco.

Collaboratori - Ma è il centrodestra a fare il pieno di spin doctors e collaboratori. Nel listino della Polverini corrono Ernesto Irmici, portavoce di Fabrizio Cicchitto e Carlo De Romanis, assistente di Antonio Tajani. Nel listino del candidato pdl in Liguria, Sandro Biasotti, figurano il suo portaborse e autista, Roberto Dotta, e il commercialista del ministro Scajola, Ivano Montaldo.

Nel mirino dei pm - E qui, a dispetto dell’impegno bipartisan alle liste pulite, l’elenco è lungo. Agazio Loiero, Pd, corre in Calabria per la riconferma a presidente e ha promesso che non si candiderà se raggiunto in queste ore da una sentenza di condanna. Sandra Lonardo Mastella, liste Udeur collegate al Pdl, corre in Campania a dispetto del rinvio a giudizio, e così Enzo De Luca, candidato presidente del centrosinistra in Campania.

Nella lista Puglia prima di tutto — in cui si candidò al comune di Bari la escort Patrizia D’Addario—il Pdl azzarda Tato Greco, rampollo della famiglia Matarrese indagato per associazione a delinquere nell’inchiesta sull’affare Tarantini. E fino all’ultimo minuto sarà braccio di ferro sul nome di Cosimo Mele, l’ex deputato Udc sorpreso nel 2007 con una prostituta e processato per droga. Casini ha posto il veto, ma la candidata udc Adriana Poli Bortone non molla.

Tanto che il segretario Cesa è dovuto partire ieri sera alla volta di Bari per scongiurare la rottura. A sostegno del candidato pdl Rocco Palese invece Francesco Pistilli, ex sindaco di Acquaviva delle Fonti che, l’anno scorso, è stato condannato a un anno e sei mesi per corruzione.

E, salvo smentite dell’ultim’ora, sarebbe in lista con il Pdl anche il petroliere Fabrizio Camilli, finito in carcere due anni fa con l’accusa di associazione per delinquere. In provincia di Latina scende in campo poi da capolista del Pdl il senatore Claudio Fazzone, ras di Fondi che ha evitato lo scioglimento del comune per mafia

Transfughi - In Lazio Alessandra Mandarelli, ex assessore alle Politiche sociali della giunta Marraz zo eletta con la Rosa nel Pugno, lascia il centrosinistra per correre sotto le insegne della Polverini. E nelle Marche fa notizia la campagna acquisti di Di Pietro ai danni del Pd, ultimo passaggio tra le polemiche quello della consigliera comunale Serenella Moroder.

In Veneto, lasciato il Pd per approdare all’Api di Francesco Rutelli, scende in campo l’imprenditore Massimo Calearo. E candidato presidente dell’Udc, in Umbria, sarà l’ex deputata del Pd Paola Binetti. Mentre il consigliere regionale del Piemonte Deodato Scanderebech, espulso ieri dall’Udc, guiderà una sua lista al fianco del Pdl.

Star&Nobel - Nel listino di Emma Bonino, in Lazio, entra a passo di danza il ballerino e attore teatrale Raffaele Paganini e la Federazione della sinistra punta sull’astrofisica Margherita Hack come capolista nel Lazio. In Basilicata restano fuori la giornalista lucana Carmen Lasorella e il Nobel Carlo Rubbia, perché il Pd, per svuotare di senso politico il listino, ha scelto di inserire nel listino i parlamentari in carica: lasceranno il posto ai primi dei non eletti.

E da Castellammare di Stabia prova a buttarsi in politica con l’Idv l’attore Gaetano Amato, noto per la fiction La squadra. Per la federazione della sinistra, nel Lazio, correrà poi la giornalista Silvia Garambois. Invece in Puglia, con Vendola, si schiera il giornalista Raffaele Nigro. Nel listino di Filippo Penati, in Lombardia, corre l’ex campione del mondo di ciclismo Gianni Bugno.

Mentre a Milano i radicali mettono in campo il regista Tinto Brass, che ha già tappezzato la città di manifesti inneggianti al «lato b» delle donne. Sarà poi Fabio Pizzul, direttore di radio Marconi e figlio del telecronista Bruno Pizzul, il capolista del Pd a Milano.

Igieniste dentali e immigrati - A Milano c’è l’igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti, ma non quella di Bersani: «No, no...—sorride il segretario del Pd—abbiamo scelto presenze autorevoli e rappresentative del territorio». E per Sinistra ecologia e libertà ci provano, tra gli altri, la drag queen Rovyna e Osmane Condè, figlio del leader dell’opposizione in Guinea e punto di riferimento per gli immigrati del vicentino.

Nel Lazio Emma Bonino ha ceduto al pressing dei cattolici sacrificando il paladino dei matrimoni gay Sergio Rovasio,ma non ha sentito ragioni sul tesoriere dei Radicali: entra dunque nel listino Michele De Lucia, fondatore di Anticlericale.net. La governatrice uscente, ricandidata dal Pd, Mercedes Bresso, in Piemonte sfida sul tema dei diritti il suo avversario, il leghista Roberto Cota. E mette in lista a Torino un siriano, un albanese, un marocchino e un camerunense.

I ritorni - In Emilia Romagna porte aperte, nel listino della candidata pdl Anna Maria Bernini, per l’ex vicepresidente del Senato Gustavo Selva. Un ritorno anche per l’ex sindaca di Cosenza Eva Catizone, che scende in campo in Calabria come numero due del Partito socialista e della Sinistra con Vendola.

Operai e imprenditori - In Liguria, per il candidato pd Claudio Burlando, corrono il portuale della Culmv Davide Traverso e Maruska Piredda, assistente di volo precaria e volto noto della protesta Alitalia. Quest’ultima, tra l’altro, è candidata anche in Lombardia con il candidato pd Filippo Penati, per il quale corre pure l’operaia Rosanna Della Valle. Sull’altro fronte, in Toscana il candidato pd Enrico Rossi ha già annunciato che in caso di vittoria la sua vice sarà l’imprenditrice Stella Targetti, 36 anni. E Vendola, in Puglia, ha in lista Giampiero Corvaglia, imprenditore, figlio dell’ex sindaco di Lecce, ma anche l’ex presidente della Provincia e noto imprenditore Enzo Divella e il vicepresidente della Confindustria jonica Fabrizio Nardoni.

Angela Frenda
Monica Guerzoni
27 febbraio 2010



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Twitter-choc: aborto in diretta

Avvenire

«Non vedo l’ora che arrivi lo sfratto. L’inquilino abusivo che occupa il mio utero se ne deve andare». Sono frasi come questa, oltre al titolo “aborto dal vivo su Twitter” ad aver suscitato l’attenzione – e l’orrore – di migliaia di utenti di Twitter ai “post” del diario di Angie Jackson.

Usando una raffica di messaggi da 140 caratteri al massimo, come impone il sito di “microblogging”, la 27enne disoccupata della Florida ha raccontato nei giorni scorsi ogni sintomo, ogni fase, ogni pensiero che ha attraversato il suo corpo e la sua mente quando ha deciso di interrompere la sua seconda gravidanza. Lo ha fatto chimicamente, prendendo le pillole note come Ru486 che hanno già causato almeno 17 morti accertate: la prima nello studio di un medico di Planned Parenthood, la principale associazione di pianificazione familiare negli Usa, le altre quattro a casa.
«I crampi stanno diventando più persistenti», ha scritto, e poi, dopo alcune ore: «Adesso sto davvero sanguinando». La Jackson ha detto di aver deciso di raccontare su Twitter la sua esperienza per aiutare altre donne a «sdrammatizzare l’aborto». «Sono spaventata. Non so come sarà o quanto starò male, o se avrò alcun aiuto, vorrei avere con me una famiglia», ha scritto su Twitter Angie poco prima di prendere le pillole.

Questa “famiglia” erano gli 800 seguaci su Twitter che la Jackson aveva prima dell’aborto e che da allora si sono moltiplicati. La donna ha un bimbo di quattro anni, nato con gravi problemi dopo una gravidanza a rischio, e i medici l’avevano avvertita che un’altra gravidanza avrebbe potuto ucciderla. «Tutto quello che voglio fare è restare viva, e il modo migliore di farlo è abortire», si giustifica la giovane madre, anche se più avanti si dice convinta che «non voler essere incinta» è un motivo abbastanza valido per non portare a termine una gravidanza.

Jackson ha ricevuto i messaggi di incoraggiamento che sperava, ma si è detta «sorpresa» dalla valanga di polemiche che il suo gesto ha provocato. Le sono arrivate proteste e – ha detto – anche minacce di morte. Il Family Research Council, un gruppo per la difesa della vita, ha definito la sua decisione una «tragedia».

Alcuni lettori l’hanno implorata di fermarsi, offrendole di adottare il bambino non nato. Molti si sono sentiti offesi dalle frasi con cui Angie ha liquidato l’embrione che aveva in utero come un incidente di cui liberarsi, un errore causato dal malfunzionamento dalla spirale. «Mi sento infettata, sono arrabbiatissima con il mio ragazzo anche se non è stato intenzionale», spiegò nel primo post intitolato “Incinta”.

L’anno scorso aveva messo in subbuglio la rete la decisione di Penelope Trunk, una famosa blogger, di usare Twitter per raccontare la sua esperienza quando aveva perso un bambino per un aborto spontaneo. L’America si era poi scandalizzata in dicembre quando un’altra mamma della Florida, Shellie Ross, aveva annunciato in diretta ai suoi 5.000 seguaci nel Web che il figlio era annegato nella piscina di casa. La Jackson aveva appreso di esser rimasta incinta per la seconda volta il 13 febbraio, tre settimane dopo il concepimento. La settimana dopo, ha preso la Ru486.
Elena Molinari




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Shoah, la richiesta "Si cerchi chi vendeva gli ebrei ai nazisti"

Quotidianonet


Messaggio del presidente della comunità ebraica di Roma in occasione della cerimonia per i carabinieri, i militari e i civili rastrellati dai nazifascisti e imprigionati nelle 'caserme rosse' di Bologna prima della deportazione nei lager



Bologna, 26 febbraio 2010

"Crediamo sia giunto il momento di intraprendere insieme un’altra ricerca, seppur dolorosa, quella dei collaborazionisti e dei delatori, di coloro che con il lauto compenso di 5.000 lire vendevano gli ebrei ai nazisti oppure segnalavano i partigiani e gli antifascisti". A scriverlo è il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, nel messaggio fatto pervenire in occasione della cerimonia per il ricordo dei carabinieri, dei militari e dei civili rastrellati dai nazifascisti e imprigionati nelle 'caserme rosse' di Bologna prima della deportazione nei lager, tra l’8 settembre ‘43 e il 12 ottobre ‘44.

"Più avremo il coraggio di scoperchiare questa pentola vergognosa - aggiunge nel messaggio Pacifici - più avremo modo di evidenziare quanti furono i coraggiosi che fecero scelte diverse". E la la storia dei carabinieri è "una delle prove evidenti che ci si poteva opporre ad ordini superiori e se l’Europa avesse visto con maggiore determinazione tali atti eroici, forse non avrebbe sconfitto prima il nazismo ma avrebbe salvato molte più vite umane, specie fra i sei milioni di ebrei".

Alle Caserme Rosse vennero imprigionate decine di migliaia di persone, prima della deportazione: come gli oltre 600 Carabinieri che a Roma si rifiutarono di rastrellare gli ebrei, oltre a tanti civili accusati di collaborare con la Resistenza e che non vollero combattere per Salò. Al campo di prigionia arrivarono interi treni pieni di militari e si stima che i rastrellati civili siano stati almeno 36 mila (il 70% dei quali finì in Germania). L’attivitòà del lager è stata scoperta grazie allo studio di una fotografia scattata nel ‘44 da un ricognitore dell’aviazione inglese Raf.

Un messaggio è giunto anche dal consigliere per gli affari militari del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in cui si sottolinea che si tratta di una ricorrenza che costituisce "monito per le giovani generazioni, affinche’ reagiscano con determinazione contro l’insorgere di ogni nuova forma di sopraffazione e di violenza".


Shoah, l’incontrocon un grande uomo



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Don Lu”, dalle e-mail ora spunta un’amante

Il Secolo XIX


Don Luciano Massaferro resta in carcere nonostante la duplice istanza della difesa alla scarcerazione, ma l’inchiesta si arricchisce di particolari curiosi. Da uno dei computer del prete di Alassio, sequestrati e sottoposti a perizia, sarebbe scaturita la presenza di un rapporto sentimentale abbastanza stretto tra il sacerdote e una delle frequentatrici della parrocchia.

«Rapporto spirituale particolarmente intenso scaturito dall’appoggio morale ricevuto in un momento particolare della vita», avrebbe sostenuto la donna, mentre le trascrizioni delle e-mail (non è un caso che all’ultimo faccia a faccia fosse presente anche il perito informatico della procura) hanno convinto gli inquirenti dell’opposto.

La donna, pur non essendo indagata, ha a che fare con l’inchiesta ed è stata ascoltata più volte dai sostituti procuratori Alessandra Coccoli e Giovan Battista Ferro, che sospettano un intervento di don Luciano presso di lei, per convincerla a parlare con la ragazzina che sarebbe stata vittima di abusi sessuali.






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Travaglio vuole epurare i giornalisti di destra

di Nicola Porro

Per aver osato rispondergli pretende che Santoro mi elimini dalla lista degli ospiti. Ma ha fatto pure di peggio. Intimidirmi? Mai. Ho espresso un libero pensiero: e la mia famiglia è stata minacciata dai suoi fan. 


Santoro droga la tv, ma la Rai sta zitta



Caro direttore,

non mi sono fatto vivo sulla questione che mi ha toccato in prima persona, la settimana scorsa, nella trasmissione Annozero. Come sai ho avuto uno scambio di battute piuttosto forte con Marco Travaglio. Mi sono permesso di dire: «Sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbe dovuto frequentare». Niente di più: c’è la prova televisiva, si direbbe a Controcampo. Ne è scaturito un finimondo. Io sono diventato un «fascistoide», un «poveraccio» e «un liberale del cavolo».

Passi per quello che è avvenuto in trasmissione. Gli animi in diretta si possono scaldare e anche il mio si è scaldato troppo. Il giorno dopo, a freddo, sul quotidiano di Travaglio, il medesimo liberale del cavolo, con Belpietro, è diventato anche il «trombettiere», che «sguazza nella merda», «fa il frocio con il culo degli altri» e che a fine trasmissione va da «Berlusconi a ritirare la paghetta». E facciamo passare anche questa.

I ragazzi di Travaglio sono ben organizzati e si sono passati la parola per ricoprirmi di insulti sul mio blog e sulla casella di posta elettronica. Alcuni, i più soft, li ho pubblicati; ti potrai immaginare cosa ne è uscito fuori: ininfluente per me, un po’ meno per la mia famiglia oggetto incolpevole anche essa di insulti e minacce (ho detto bene: minacce) che non si merita. Ritengo che parlare di noi, di giornalisti, e di ciò che ci riguarda sia di scarso, scarsissimo interesse per i lettori. La banalissima questione Travaglio era necessario chiuderla là, una settimana fa.

Ma caro direttore ieri ho finalmente capito che la vicenda non riguardava più solo il sottoscritto e Travaglio. Ho capito che una certa parte del nostro salottino intellettuale si è sentito colpito nel vivo. Si è trovato un soggetto fuori dai giri, il sottoscritto, che ha fatto perdere la Trebisonda al proprio eroe (Travaglio). Se il buon senso vince sull'ideologia, questi signori sono fritti. Se in ogni contesto, dal bar alla tv, un John Galt qualsiasi si alza in piedi e ribatte con qualche argomento al Travaglio di turno, l’impunità intellettuale di cui godono questi oracoli va a farsi benedire. Le parole di Travaglio, fino a prova contraria, non sono legge. Chiunque glielo può ricordare. E la trasmissione dell’altra sera, dimostra come anche i suoi nervi non siano così saldi.

Ecco perché occorre delegittimare qualsiasi interlocutore critico, prima che sia troppo tardi per la sacralità della conventicola. Ieri leggendo Barbara Spinelli sul quotidiano di Travaglio, ho capito infatti che l’artiglieria che conta si è mossa. Se si scomoda la maestrina del giornalismo, quella che se raggiungi l’ultima riga del suo pezzo ti danno un premio, e che se non cita Popper e Pulitzer non è contenta, dicevo se si muove la maestrina è evidente che nella casa ci sia il timore è che una gigantesca pernacchia collettiva sommerga tutti questi moralisti con la verità in tasca. Il copione è semplice. Il primo tempo è quello in cui si gioca facile: l’avversario, cioè il sottoscritto, è venduto al Cav e dunque, ipso facto, non è credibile, non ha diritto di parola.

Le sue contestazioni sono solo aggressioni. È un fascistoide. Il secondo tempo è quello più subdolo, e qui entra in gioco la maestrina o chi per lei: l’avversario, cioè il sottoscritto, non è degno del mestiere del giornalista. È il classico italiano (non smettete mai di dire quanto vi faccia schifo questo Paese!) che tira a campare e che nel resto del mondo farebbe il portavoce del governo. Il secondo tempo si incarica dunque di distruggere la professionalità, così in cento righe, per far qualcosa. Si prende a prestito un supposto ottimo, il modello americano, e lo si confronta con il pessimo, il modello italico-berluscoide.

La cosa ridicola è che non si conosce il primo, se non per sentito dire, ma neanche il secondo. Vi è infine un terzo tempo. È riservato al conduttore. Michele Santoro, che pure qualche mattoncino per la costruzione del fortino antiberlusconiano lo ha portato, viene così preso di mira: come si permette di ospitare gente della risma di Porro e Belpietro? Non si rende conto di aprire un varco al nemico. La guache caviar dalla Spinelli a Colombo, non ha mai sopportato questo salernitano che non sa indossare le cravatte della DeClerque. Infine c’è un altro piano. Una certa parte degli intellettuali, scrittori, giornalisti di questo paese non potrà mai venire accettata dal nostro bolso establishment culturale (echissenefrega, dirai giustamente tu direttore), se non farà pubblica manifestazione del proprio antiberlusconismo preconcetto.

Non bastano i distinguo, ci vuole il vero dna di antiberlusconiano per diventare un intellettuale degno di questo nome. Ovviamente le cose non vengono dette in modo così semplice. Ci si aggrappa sempre a qualche grande categoria dello spirito. Il filo rosso è rappresentato dalla scarsa serietà che contraddistingue chi non la pensa al modo dei soci del club della pernacchia (Travaglio, Spinelli e Colombo, solo per considerare questo minimo caso televisivo). Chi non fa parte del piccolo circo degli intellettuali chic (quelli che le hanno sbagliate tutte da Lotta Continua ai sindacati a Travaglio) è per definizione poco serio. Non potrà vincere mai un premio giornalistico (sai che minaccia), non potrà mai agguantare la verità e se ha un’idea (sì, anche da queste parti capita di averle) è pagata dal Cavaliere.

Noi caro direttore non siamo seri, perché nella vita non abbiamo mai fatto quel genere di stupidate (ops maestrina! Ma d’altronde a forza di frequentare Travaglio le parolacce le capirà anche lei) che sole ci spiegano il vero senso del giornalismo. Gli intellettuali à la page possono essere pagati dalla Fiat (le perle della maestrina sono forse retribuite direttamente dal padreterno?), o da De Benedetti, ma non da Berlusconi jr. Citano Popper ma non si mettono mai in discussione. Per loro la falsificazione della verità equivale al pentimento: a distanza di dieci anni fanno ammenda dei propri errori e sposano la nuova moda e così via. Si sentono così molto popperiani.

La loro presunzione intellettuale non gli fa vedere la drammatica contraddizione in cui cadono: chiedono a Santoro una pulizia delle liste degli ospiti, l'ostracismo per Porro e Belpietro, con lo stesso sciocco piglio con cui Berlusconi voleva la chiusura di Santoro, per motivi esattamente opposti. Travaglio e il travagliame sono diventati una scorciatoia per avere un ruolo nell’antiberlusconismo. Il fondatore ha la capacità di stare sul mercato quasi unica nel panorama giornalistico italiano.

Si è ritagliato una fetta di pubblico che lo segue fino alla morte. È nervosetto come un Savonarola delle Alpi occidentali con gozzo da cretino, ma insomma merita il rispetto, che deriva dal suo successo editoriale. Intorno al lui stanno crescendo dei funghetti velenosi, che non hanno nessuna qualità se non il proprio veleno. Mettendo in discussione Travaglio, gentile direttore, per la maestrina Spinelli-Colombo-Verdurin ho leso la maestà di un eroe moderno dell'antiberlusconismo. Lo rifarò. E spero che molti parvenu mi seguano.

Nicola Porro


Caro Nicola Porro,

comprendo il tuo dignitoso sfogo e lo faccio mio. Con qualche distinguo e qualche aggiunta. Travaglio ha chiesto a Santoro di avviare una pulizia etnica ad Annozero, e la notizia è che non l’ha ottenuta. Per ora. Più avanti vedremo. Rimane il fatto, la cui gravità è sfuggita a Furio Colombo e a Barbara Spinelli, che Travaglio nel pretendere l’epurazione tua, di Belpietro e di ogni giornalista la cui opinione diverga dalla sua, ha manifestato pubblicamente di essere un razzista di tipo culturale.


Lui è per il pensiero unico, il suo. Quello degli altri non può essere espresso nel programma televisivo del quale egli è il reuccio. Travaglio rifiuta il ragionamento, vuole avere ragione e basta. E se tu, Belpietro o chiunque altro vi permettete di eccepire, perde la testa come tutti quelli che non ce l’hanno. Ciò detto, penso non valga la pena di prestarsi al gioco di Annozero: frequentare i razzisti, gli «spazzini etnici», serve solo a dar loro del lavoro, per altro ben pagato. Anche io talvolta sono caduto in trappola, ma ho imparato la lezione: ora giro alla larga da Santoro e da Travaglio.


Sono convinto che se i colleghi discriminati dai razzisti progressisti facessero come me - non partecipassero alla trasmissione - il conduttore e i suoi complici se la canterebbero e se la suonerebbero per conto loro; e i dati di ascolto, in assenza di vittime volontarie, crollerebbero. Meglio non collaborare con chi ti invita allo scopo di usarti come utile idiota.





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Appello: cacciate il senatore amico dei boss

di Alessandro Sallusti

Di Girolamo si dimetta subito, se non lo fa i suoi colleghi (che già lo salvarono una volta) lo licenzino senza esitazione. Interviene anche Berlusconi: "È un caso grave. Quel signore non so chi sia, è stato portato da An" 

 


Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl (area ex An) eletto in Belgio nelle liste dei candidati all’estero, è protagonista della storia più imbarazzante, vergognosa, ridicola e drammatica al tempo stesso, di cui ci sia mai capitato di leggere e scrivere a proposito di un parlamentare della Repubblica. Siamo certi che lui non è l’unico malfattore che si sia seduto, e sieda, sui banchi del Parlamento.

Ma anche a non fare gli schizzinosi, anche a essere garantisti duri e puri, c’è un limite al buon senso, ancor prima che all’ingiustizia, oltre il quale non si può e non si deve andare. In quel suo truffare elettori e colleghi eletti (non era residente all’estero, ha falsificato i documenti prima e le schede poi), in quel suo vendersi a mafiosi senza neppure il coraggio del mascalzone vero, in quel farsi trattare da cameriere dal boss di turno, c’è tutta la pochezza e l’indignità dell’uomo.

Gli facciamo un appello: si dimetta, senatore, subito, provi almeno una volta nella vita che cosa vuol dire avere un sussulto di orgoglio e di rispetto per gli altri, in questo caso il Paese intero. Non sarà perdonato, ma disprezzato un po’ meno sì. Lo faccia prima che i suoi colleghi siano costretti a licenziarla e consegnarla a chi dovrà giustamente ammanettarla. Si prenda almeno questa responsabilità.

O almeno questo ci auguriamo, perché già una volta Di Girolamo venne salvato da una richiesta di arresto dal voto del Senato.

La notizia passò quasi inosservata. Era il settembre del 2008 e la giunta per l’immunità valutò il caso brogli elettorali che coinvolgevano il senatore. A noi sembrò la solita guerra di veleni e mezze verità nella lotta tra candidati eletti ed esclusi. Ben 204 senatori (Pd, Pdl e Lega al completo) respinsero l’assalto dei magistrati e si tennero il furbetto. Ovvio, cane non mangia cane, onorevole non ammazza onorevole perché non si sa mai.

Oggi tocca a te, domani potrei essere io ad aver bisogno. Si chiama «casta», e ne conosciamo purtroppo bene logiche e omertà. In passato solo quattro volte venne dato il via libera agli arresti di un affiliato, si trattava di eletti conclamati assassini e stragisti. A leggere oggi quelle carte su Di Girolamo, unite a quelle nuove, c’è da rabbrividire. Andava consegnato senza esitazioni. E allora facciamo un secondo appello, questa volta ai senatori: non scherziamo, casta o non casta concedete l’autorizzazione all’arresto. Il Paese non sopporterebbe un nuovo affronto.




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L'Italia salva 2 dissidenti condannati a morte dal regime di Teheran

di Enza Cusmai

I giovani erano ricercati per motivi politici. Scappati in Turchia stavano per finire nella mani del boia. Da Bruxelles l’intervento della diplomazia di Roma. Il deputato europeo Potito Solatto impedisce l'estradizione all'ultimo minuto


Salvati in extremis dall’impiccagione certa. Come succede in un film d’azione. Invece qui è tutto vero. Merito del tempestivo intervento di Potito Salatto, parlamentare europeo del Ppe e membro della delegazione interparlamentare Iran. Ieri, infatti, due giovani iraniani dell’opposizione sono stati sottratti al regime di Teheran che non perdona i dissidenti politici. E Salatto, mentre racconta in esclusiva la vicenda al Giornale, non nasconde l’emozione. «Oggi sono felice. Mi sembra di aver salvato due figli». 

Salatto in effetti, è uomo di lungo corso. Mentre i due iraniani che ha messo al sicuro sono giovani, uno di 22 e l’altro di 31 anni. In Iran, il regime li avrebbe fatti impiccare. E invece ora sono in Turchia. Coccolati dall’ambasciata in attesa che il loro caso umano sia risolto. Ma le premesse di finale a lieto fine ci sono tutte. «I due iraniani hanno intenzione di chiedere l’asilo politico in Italia. Il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, ha già offerto la sua disponibilità - spiega Salatto -. Manca il nullaosta di Franco Frattini. Ma sono certo che il ministro degli Esteri non si tirerà indietro. Lui è un uomo di grande sensibilità». 

Salatto conosce i suoi referenti. E sa muoversi con disinvoltura nella macchina burocratica di Bruxelles. Ed è da lì che ha manovrato l’intera di operazione di salvataggio. «Ieri mattina - racconta - ho ricevuto una telefonata da esponenti dell’opposizione iraniana che mi chiedevano aiuto per due giovani bloccati dalla polizia turca e privi di documenti di riconoscimento». 

I due, infatti, erano sprovvisti di tutto, perché, arrestati dal regime di Teheran e in attesa dell’esecuzione capitale, erano riusciti miracolosamente a fuggire. Il loro reato? Aver manifestato in piazza pacificamente contro l’attuale dittatura. Una dimostrazione democratica che in Iran costa la vita. «Sono più di cento i dissidenti che aspettano di essere decapitati per le loro convinzioni politiche ed è già stato ammazzato un giovane di 16 anni per questo - ricorda Salatto -. Tra l’altro alcuni di quelli che finiscono in carcere spariscono». 

Ma per i due giovani «miracolati» ieri è cominciata una nuova vita, anche se fuori dal loro Paese. Ora sono al sicuro e tremano ancora all’idea di essere rispediti a Teheran. Cosa impossibile per due rifugiati politici. Il rischio però è stato grande. Infatti, una volta fuori dal carcere, i due sono riusciti a sfuggire ai controlli di frontiera iraniani e a superare il confine turco. Ma una volta in Turchia sono stati fermati dalla polizia locale perché privi di permesso di soggiorno. Inoltre, su di loro c’era stata una richiesta di estradizione del governo iraniano che la polizia di Ankara aveva accolto. 

Così, ieri, di due dissidenti sono stati caricati in automobile per essere trasportati al confine iraniano. Nel frattempo a Bruxelles arriva la «soffiata». Gli informatori spiegano la situazione a Salatto che contatta le autorità turche presenti a Bruxelles. «Grazie alla loro sensibilità - spiega l’europarlamentare - sono intervenuti dall’ambasciata turca e hanno bloccato l’auto a metà strada. Così i due giovani sono stati trattenuti in Turchia e siamo riusciti a salvarli».

Ora i ragazzi vogliono vivere in Italia. Se ci sarà il sì all’asilo politico del nostro Paese, la Turchia concederà (secondo fonti sicure) la loro estradizione. La storia finisce qui. Ed è la prima volta che possiamo raccontare un lieto fine. I nomi dei due rifugiati non si possono fare per motivi di sicurezza. «Abbiamo paura che rivelando la loro identità, il regime possa prendersela con le loro famiglie», spiega Salatto. Intanto l’intervento potrebbe creare un incidente diplomatico tra Italia e Iran.

Anche se l’esponente del Ppe esclude l’ipotesi. «Il responsabile dell’ambasciata iraniana a Bruxelles mi ha pregato di riaprire un dialogo tra la delegazione interparlamentare europea e le autorità iraniane - spiega - una cosa che si può fare solo se il governo di Teheran dichiara una moratoria di quattro mesi sulle esecuzioni capitali». La risposta non è ancora arrivata.




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Di Girolamo pensa alla resa «È pronto a dimettersi e a parlare»

Corriere della Sera



Il colloquio con l’amico senatore De Gregorio. «Mi hanno fatto simbolo di ciò che c'è da buttare in questo Paese»



ROMA — La voce è tesa, la faccia pallida, scavata da giorni di paura e di vergogna. «Sergio, io non ce la faccio più, mi dimetto». «Fai bene, Nicola, fai bene». «Mi dimetto e parlo: collaboro». «Sì, vai dai magistrati e affronta il processo: evitati il calvario del voto in aula». Metà pomeriggio, ufficio a Palazzo Madama del senatore De Gregorio. Il giorno più lungo per Nicola Di Girolamo si consuma qui, in una trentina di minuti che pesano quanto trent'anni di vita.

Lo «schiavo» di Gennaro Mokbel nelle intercettazioni telefoniche, il parafulmini della gigantesca inchiesta antiriciclaggio che fa ballare da giorni la politica italiana, l’uomo per il quale i picciotti della 'ndrangheta erano andati a raccogliere voti porta a porta fino in Germania, è pronto a gettare la spugna: «Lunedì voglio presentare le dimissioni al Senato», dice a De Gregorio, che gli è stato consigliere e amico in questi due anni.

Ma già oggi la decisione potrebbe essere formalizzata, dopo una serata e una nottata a studiare le carte, mordersi le mani, imprecare, guardare la tv e le agenzie mentre il martellamento continua, mentre gli piove in casa un decreto di sequestro su tutti i beni, appartamenti, barca, automobili, conti correnti. Mentre la moglie Antonella e i ragazzi, Francesco e Alessandro, gli dicono: «Siamo con te, resisti». Almeno quello, almeno loro.

Come sta, senatore? Alle sette di sera scorrono i titoli del tg. Lui alza la testa dal tavolo dove sta leggendo la monumentale ordinanza con 56 richieste d'arresto, fa un risolino nervoso e risponde: «Non ha un'altra domanda?». Pare che non la conosca più nessuno, in Italia... Pare che lei sia sceso improvvisamente dalla luna e si sia messo in lista da solo. «Sì, sono diventato il simbolo di tutto ciò che si deve buttare via in questo Paese». Il suo avvocato, Paolo Dell'Anno, mente per difenderlo, per tenerlo lontano dall'assalto dei giornalisti: «Oggi non l'ho visto», dice al telefono, mentre il senatore gli sta davanti.

Il Pd parla di pericolo di fuga, il capogruppo democratico nella giunta per le immunità, Francesco Sanna, si rivolge al presidente della giunta, Marco Follini, perché gli venga imposto di rimanere a Roma. E' quest'idea della fuga, probabilmente, che colma la misura. «Di scappare non mi passa neanche per la testa». Dice Di Girolamo: «Adesso basta». Già da ore ha in mente un gesto che metta fine a tutta la storia. Prima di decidere, tuttavia, non può che andare da «Sergio», dal senatore De Gregorio che, in fondo, s'è assunto anche il ruolo di portavoce informale per i colleghi come lui, per la pattuglia della «legione straniera», gli eletti all'estero che ha fatto entrare nella sua fondazione, «Italiani nel Mondo».

Il caso vuole che proprio nelle stesse ore il tribunale del Riesame di Napoli respinga per la seconda volta una richiesta di arresto in una vecchia storia di riciclaggio su cui la procura napoletana continua a stare appresso a De Gregorio. Sicché sulla scrivania del senatore del Pdl arrivano i rallegramenti dei colleghi. In quei pochi metri quadrati di ufficio a Palazzo Madama lo stato d'animo dei due amici non potrebbe essere più diverso. De Gregorio è combattivo: «Hanno trasformato Nicola nel mostro nazionale. Non scapperebbe mai, ma, persino se volesse scappare, non ha più nemmeno i soldi per prendere l'autobus, gli è stato sequestrato tutto».

«Nicola» fa fatica a parlare anche con la propria immagine allo specchio. Però la decisione sembra, a questo punto, presa e condivisa. «Rincuoro la mia famiglia, leggo le carte e mi consegno alla giustizia», annuncia. «Secondo me, devi evitare la discussione in aula», gli suggerisce l'amico. Il tempo di lasciare il Senato e di spostarsi nello studio del suo legale e comincia la seconda parte di questa giornata interminabile.

«Tutti hanno letto le mille e ottocento pagine dell'ordinanza tranne lui», sbuffa De Gregorio. Passano le dichiarazioni in agenzia, Berlusconi che spiega di non avere «mai conosciuto il senatore indagato»; D'Alema, dal Copasir, che chiede il rispetto per quelle leggi che «Di Girolamo ha violato». E poi Schifani e poi i colleghi, e poi gli (ex) amici di partito: se ha un merito, questo senatore compromesso e impresentabile, è avere dimostrato quanto compromessa e impresentabile sia la legge che ne ha regolato l’elezione.

Dalla prossima settimana Di Girolamo avrà da spiegare molte cose ai magistrati. C’è quella frase di Mokbel, «tu sei lo schiavo mio, ricordatelo», che è la sintesi dei suoi errori, pesa e peserà come un macigno sul resto dei suoi giorni. De Gregorio in qualche misura l’accompagna a distanza in questa terribile serata, adesso parla per lui. Dice: «A uno come Mokbel staccherei la testa a ceffoni se si permettesse di darmi dello "schiavo". Ma bisogna partire dal presupposto che Nicola è un ragazzo cresciuto nella bambagia, negli agi, e vive la politica come una fissazione. Gli si avvicina questa banda di "fetienti" e lui sta al gioco, lascia fare.

Alla fine quelli gli presentano il conto». Forse l’analisi è un po’ benevola ... «D’accordo, è vero che Mokbel gli ha messo a disposizione la struttura e i mezzi, ma appena lui è stato eletto, gli ha presentato il conto. Lui ha tentato di affrancarsi ma aveva fatto un miliardo di cavolate, non c’era più verso di uscirne». Ora hanno ragione di tremare altri politici del Pdl? In fondo, in una intervista piuttosto allusiva al Sole 24 Ore lei lo ha fatto capire. «No, no. Io dico solo: attenti a consegnare durante la campagna elettorale un senatore al suo destino».

Goffredo Buccini
27 febbraio 2010




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Un diamante grezzo grande come un uovo batte il record del prezzo: 26 milioni

Corriere della Sera


Pesa oltre un etto: l'acquisto di una società di Hong Kong



MILANO - Un diamante grezzo da primato, in tutti i sensi: sia per le dimensioni, sia per il prezzo di vendita. La sudafricana Petra Diamonds ha venduto un diamante grezzo da ben 507 carati per 35.3 milioni di dollari (25,,8 milioni di euro). La cifra stabilisce il nuovo record mondiale per il prezzo più alto pagato per un singolo diamante grezzo. La pietra, grande come un uovo di gallina e dal peso superiore ai 100 grammi, è stato stimato fra i 20 diamanti grezzi più puri per qualità registrati nella storia. 
 
LA MINIERA - La pietra è stata scoperta in settembre nella miniera sudafricana di Cullinan, a Est di Pretoria. La Petra Diamond ha comunicato che è stata acquistata dal centro di commercio di preziosi Chow Tai Food Jewelry, di Hong Kong. Il prezzo, è stato spiegato, si deve alla «incredibile rarità di un diamante che combina dimensioni notevoli e incredibile qualità di purezza». Con i suoi 507 carati è la 19esima nella classifica dei diamanti più grandi mai scoperti.

26 febbraio 2010




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