mercoledì 3 marzo 2010

Sgambetti radicali, quel partito che da sempre beffa la politica

Il Tempo

Hanno azzoppato il Pdl a Roma e a Milano. Ma ci riuscirono anche con il Pci. Cambiano gli anni ma la musica è sempre la stessa: alleati ma sempre fino ad un certo punto.


Si consoli Milioni se i radicali gli hanno fatto fare la figura del pollo. Non è stato il primo e non sarà l'ultimo. Altri politici ben più navigati di lui hanno dovuto fare i conti con la pattuglia di Pannella, capace di passare dalla prima alla seconda Repubblica, dal sostegno a un polo all'altro con naturale disinvoltura. Si consoli se può Milioni, stavolta è toccato a lui conoscere da vicino i presunti paladini della non violenza. Ma sicuramente dei rompiscatole unici nella storia d'Italia. Ci pensi lo sfortunato sbertucciato d'Italia. Pensi a quel Pd, grande partito con i dirigenti che hanno fatto scuola politica nella prima Repubblica e che costretti ad appoggiarsi alla Bonino nel Lazio, speravano almeno di vedersi ricambiato il favore in altre regioni.

Neanche per sogno, Bonino e Pannella sono ricorsi alla vecchia arma del digiuno per attaccare la compagnia di Bersani perché non li aiutava in Lombardia a raccogliere le firme. Non solo, ma fallito il tentativo, hanno denunciato irregolarità nelle liste dei due candidati presidente. Penati ha superato l'ostacolo. Formigoni no. Ma hanno protestato anche in Emilia contro il candidato della Sinistra. Non fanno sconti a nessuno. Eppure i dirigenti della sinistra dovrebbero avere un po' di memoria, perché cambiano i tempi, ma i sistemi restano gli stessi.

Partiamo da lontano. Il vecchio Pci aveva una caratteristica, quella di mettersi in fila prima della presentazione delle liste per ottenere il primo posto in alto a sinistra nelle schede. Una tradizione che facilitava la campagna elettorale. Per decenni nessuno aveva pensato di mettere i bastoni tra le ruote a Botteghe Oscure. Ci pensò Pannella, che nel 1976 organizzò dei presidi per ostacolare il Pci. Ne seguirono risse, anche prepotenze davanti ai tribunali di tutta Italia. E i militanti del Pci, non erano come Milioni, menavano. Così una mattina di maggio del '76 Pannella pensò bene di presentarsi a Botteghe Oscure per protestare con Berlinguer. Voleva entrare per forza e si prese uno schiaffone per la gioia dei fotografi. Ma alla fine il Pci fu costretto ad accettare il sorteggio per i posti. Anche per il forte e organizzato Pci, Pannella fu una spina nel fianco.

Lo fu per le allenze di fatto con i gruppi estremistici, per l'opposizione alla legge Reale e quella sul finanziamento pubblico. Lo fu per le battaglie che mettevano in imbarazzo la sinistra con i propri elettori: oltre aborto e divorzio, eutanasia liberalizzazione delle droghe. Alleati in alcune battaglie, e nemici subito dopo. Denunce, scioperi della fame, contestazioni legali. Proteste, lotte, mobilitazioni, tutte sempre da non violenti. Già, e se non era così, era colpa di infiltrati. Cambiano gli anni, ma la musica è la stessa. Alleati, ma sempre fino a un certo punto.

Nel '94 con Berlusconi, poi con il centrosinistra. Sempre armati di pattuglie di avvocati. Meticolosi conoscitori di leggi e leggine. Pochi ma presenti ovunque. Così non salta in mente al Pd di andare a contare le firme a Formigoni. Ci pensano i radicali. Ed è così a Roma. Alle 12 alla scandenza dei termini per la presentazione delle liste, non c'era il Pd a boicottare i rivali del Pdl. Erano i radicali presenti. Con tutto il loro armamentario, resistenza passiva, confusione. E il risultato l'hanno raggiunto, per ora. Ma Bersani non gongoli. Prima o poi toccherà anche a lui. Tangentopoli, la caduta del Muro hanno cancellato i vecchi partiti, meno uno. Quello di Pannella.

Giuseppe Sanzotta
03/03/2010




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Ho visto Milioni preso per le caviglie"

Il Tempo


Le testimonianze al bar dove il delegato del Pdl avrebbe mangiato un panino. Nella drammaticità dell' evento c'è chi la prende con spirito goliardico, una targa ricordo con scritto "Qui Alfredo fece uno spuntino".


«No, nun ce l'avemo ancora messa la targa ricordo "qui mangiò er panino Alfredo Milioni" ma è solo questione di tempo». Al bar sotto il tribunale penale "quer pasticciaccio brutto delle liste Pdl" è più conosciuto del romanzo di Carlo Emilio Gadda. Ma se chiedi ai barman del delegato per le liste elettorali del Pdl fanno gli gnorri. «Alfredo chiiiii?» dice Daniele, mentre allunga cappuccini a impiegati magistrati e avvocati nel bunker-ristoro sotto il pianterreno dell'edificio A nella cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, dove sabato Milioni potrebbe essersi fatto uno spuntino.

Eppure in tanti giurano di averlo visto fare avanti indietro, nel corridoio che dall'ingresso porta alla famigerata stanza 23, l'ufficio elettorale, e poi se svolti a destra verso l'uscita, scendi una rampa e sei al bar. Sarà sceso anche Milioni? «Chiedetelo a "Chi l'ha visto"» ammiccano. Ma nelle chiacchiere da bar impazza il toto-Milioni, ormai tutti sanno chi è il presidente del XIX Municipio, che alle comunali fregò il feudo rosso a Fabio Lazzara, punito alle urne per la viabilità di via Torrevecchia. Il toto-ipotesi impazza pure tra gli avvocati. «Qual è la tesi più accreditata?» fa un legale all'amico. «Milioni agguantato per le caviglie dai radicali stesi per terra che non lo lasciano andare» è in cima alla hit di chi ha già sposato una tesi.

Ma va forte anche il complotto. «Milioni attaccato al telefono che entra e esce freneticamente, perché lo chiamano in continuazione per dirgli chi deve entrare e uscire dalle liste. E nell'orgia di nomi da cancellare e poi riscrivere non s'accorge dell'orologio». E c'è la tesi sul genere smemorato di Collegno: «Milioni che si scorda i lucidi, i simboli che vanno consegnati con le liste». Poi spunta il crociato-Milioni che si «taglia i cogl...i» per punire la Polverini «la donna di destra messa apposta per dare in c. a Berlusconi». E il finale: «muore come Sansone con tutti i filistei», ma «poi i voti andranno ai partitini». Se ne sentono tante al bar. A patto che si nomini il peccato senza il peccatore. Quindi niente nomi, al massimo la qualifica. E si torna al panino. Milioni che s'è venduto la primogenitura per un piatto di lenticchie come Esaù non convince un cancelliere.

«Ma che? mica è un bambino che abbandona tutto perché c'ha fame» dice un cancelliere, che sabato era di turno. Ma il gran casino non l'ha sentito. «Eravamo chiusi nella stanza» dice. «Non c'è stato nessun casino» dice un poliziotto, in servizio sabato e anche ieri mattina. «Non è vero quello che hanno scritto i giornali, al massimo hanno discusso». E il richiamo al silenzio sull'uscio della stanza 23? Il cordone dei carabinieri per contenere gli scalmanati? Il poliziotto «non smentisce e non conferma». Invece «il casino c'è stato eccome», dice un magistrato. «Sono arrivato verso le quattro del pomeriggio ed erano ancora lì a litigare» racconta mentre pranza coi colleghi. «Ma lì per lì non ci ho fatto caso, solo dopo quando ho visto la tv e letto i giornali ho capito».

Grazia Maria Coletti
03/03/2010




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Trieste, sputare la cicca a terra costerà 500 euro

di Redazione

Giro di vite contro gli sporcaccioni nella città giuliana.  A Trieste sputare il chewing gum a terra considerato come sporcare il suolo pubblico: prevista una multa di 500 euro. La sanzione introdotta dal nuovo regolamento comunale



Trieste - Sputare la gomma americana a terra costerà 500 euro. Lo prevede la bozza di regolamento per la gestione dei rifiuti urbani ed assimilati, predisposta dall’assessorato allo Sviluppo economico del Comune. L’ipotesi, anticipata oggi dal quotidiano Il Piccolo, è stata confermata dall’assessore comunale Paolo Rovis. "Nella bozza - ha spiegato Rovis - la sanzione relativa alla gomma da masticare rientra nella categoria di quelle comminate a chi viene sorpreso a sporcare il suolo pubblico con materiali imbrattanti e maleodoranti, siano essi schiume, liquidi o altro. Il chewing gum, quindi, è considerato alla pari delle deiezioni umane o animali, per le quali è anche prevista una multa di 500 euro". Entro la fine del mese - secondo le previsioni dell’amministrazione comunale - il regolamento approderà in giunta. Poi passerà al vaglio delle commissioni e delle circoscrizioni, prima di arrivare in consiglio comunale per l’approvazione.



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Novi Ligure, Omar torna in libertà "Adesso voglio solo stare tranquillo"

La Stampa

Il magistrato ha concesso a Favaro la libertà con 45 giorni d'anticipo
Torna definitivamente libero Omar Favaro, il giovane che, quand’era appena diciassettenne, il 21 febbraio 2001, aiutò la fidanzatina Erika De Nardo a uccidere la madre e il fratellino della ragazza, in una villetta del quartiere Lodolino di Novi Ligure (Alessandria).

Un massacro - le coltellate inflitte alle due vittime, Susi Cassini e Gianluca De Nardo, furono decine e decine - che per la sua efferatezza sconvolse l’Italia e del quale nelle prime ore si era accusata una fantomatica banda di rapinatori immigrati.

Il magistrato di sorveglianza ha concesso a Favaro i 45 giorni di libertà anticipata relativa all’ultimo semestre di pena espiata. La pena sarebbe scaduta il 17 aprile. Favaro fino a oggi ha lavorato ad Asti come giardiniere - in regime di semilibertà - a seicento euro al mese e si è comportato, come dicono gli agenti della questura incaricati di seguirlo, un detenuto modello.

Dice di avere dimenticato Erika, la principale protagonista del duplice omicidio con la quale aveva progettato di fuggire dopo il massacro. «Oggi mi è indifferente, non mi interessa, capitolo chiuso, non le porto nemmeno rancore», ha risposto a quei giornalisti in questi anni sono riusciti ad avvicinarlo. Omar era stato condannato a 14 anni di carcere - Erika a 16 - poi sono arrivati, per entrambi, gli sconti di pena e, per Omar, la concessione del regime di semilibertà.

«Voglio stare tranquillo». Lo chiede Omar Favaro. Lo sfogo lo ha fatto ai suoi legali Lorenzo Repetti e Vittorio Gatti. «Pur non dimenticando la tragedia - precisano i due avvocati del giovane - siamo soddisfatti perchè in questo momento si è completato il lungo e faticoso percorso rieducativo e Omar finalmente può essere reinserito a pieno titolo nella società avendo espiato le sue colpe. Ora davanti a lui c’è la prospettiva di vivere una vita da ragazzo come tutti gli altri».

Anche il papà di Erika, Francesco De Nardo, non ha mai abbandonato la figlia in carcere a Verziano (Brescia). Nel 2006 i riflettori si son riaccesi su di lei quando ha partecipato con le compagne di detenzione a una partita di pallavolo all’oratorio di Buffalora con la squadra femminile del posto. Nel 2009 si è laureata in lettere con 110 e lode. Il giorno in cui ha discusso la tesi (argomento: Socrate e la ricerca della verità negli scritti platonici) il padre era al suo fianco.





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Libia, la protesta ufficiale contro gli Stati Uniti: "Fatta ironia su Gheddafi"

di Redazione

Tripoli ha protestato ufficialmente con Washington per i commenti ironici di un portavoce del Dipartimento di Stato Usa sull'appello di Muammar Gheddafi alla "guerra santa" contro la Svizzera



Tripoli - La Libia ha protestato oggi ufficialmente con gli Stati Uniti per i commenti ironici di un portavoce del Dipartimento di Stato Usa sull’appello di Muammar Gheddafi alla "guerra santa" contro la Svizzera. Il ministero degli Esteri libico ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Tripoli esigendo "spiegazioni e scuse" da parte di Washington e ipotizzando "ripercussioni negative sulle relazioni economiche e politiche tra i due Paesi se non saranno prese misure". 

La protesta Tripoli ha affermato che esige "delle spiegazioni e delle scuse" da Washington, annunciando "ripercussioni negative sulle relazioni economiche e politiche tra i due paesi se non sarà adottata alcuna misura". Parlando del discorso tenuto venerdì scorso a Bengasi da Gheddafi, il portavoce della diplomazia americana, Philip Crowley, ha ricordato l’insolita figura del leader di Tripoli alla sede dell’Onu a settembre scorso. "Ho visto la notizia e mi ha ricordato quella giornata di settembre, una delle più memorabili sedute dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di cui mi ricordi" ha dichiarato. "Molte parole, molta carta che volava dappertutto, e non per forza molto senso" ha aggiunto Crowley con una sonora risata. 

La scena all'Onu Il 23 settembre 2009, il colonnello Gheddafi approfittò del palco dell’Onu a New York per pronunciare un discorso fiume di 95 minuti (contro i 15 previsti), dove invettive e improvvisazioni hanno tenuto banco. A Bengasi, Gheddafi ha invitato i musulmani ad andare alla jihad contro la Svizzera, definita «miscredente e apostata», chiedendo di boicottare l’economia elvetica per rispondere al divieto di costruire nuovi minareti approvato a fine novembre tramite un referendum promosso dalla destra populista.




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Tangenti, pena ridotta all'ex ministro Sirchia: cinque mesi in appello

di Redazione


L’ex ministro della Salute condannato dalla Corte d’appello a 5 mesi di reclusione e 600 euro di multa per appropriazione indebita. Prescritti gli episodi di corruzione sulle forniture di apparecchiature sanitarie


Roma - L’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, è stato condannato dalla Corte d’appello di Milano a cinque mesi di reclusione e 600 euro di multa per appropriazione indebita in relazione a soldi sottratti alla fondazione di diritto svizzero "Il sangue" di cui era tesoriere. Per gli episodi di corruzione, riguardanti mazzette su forniture di apparecchiature sanitarie al Policlinico di Milano, i giudici hanno dichiarato la prescrizione. La Corte d’appello ha revocato nei confronti dell’ex ministro l’interdizione dai pubblici uffici. 

Ridotta la pena a Sirchia L’ex ministro della Sanità è stato condannato oggi a cinque mesi di reclusione e 600 euro di multa dai giudici della seconda corte d’appello penale di Milano che hanno ridotto la condanna a tre anni inflittagli in primo grado. Per Sirchia la corte ha dichiarato la prescrizione per i reati di corruzione e lo ha condannato solo per un episodio di appropriazione indebita ai danni della fondazione "Il sangue" di cui era segretario e tesoriere. 

Per questa vicenda Riccardo Ghislanzoni, presidente della stessa fondazione si è visto anche lui ridurre la pena a 4 mesi di reclusione e 500 euro di multa. Per gli altri sei imputati, eccetto uno, sono state confermate le condanne di primo grado, così come per una società che forniva apparecchiature sanitarie, la ’Aemonetics’. Per Sirchia sono stati dichiarati prescritti oggi alcuni episodi di corruzione e per uno è stato assolto.




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Non pagare la prostituta è uno stupro

Corriere della Sera

Sentenza della Cassazione: confermata la condanna per violenza sessuale e privata ad un uomo di Sestri Levante

MILANO - Se la prostituta non viene pagata per la sua prestazione sessuale, il cliente può essere condannato per violenza sessuale, ovvero per stupro. È quanto emerge da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni di reclusione inflitta dalla Corte d'appello di Genova ad un cinquantenne di Sestri Levante accusato, appunto, di violenza sessuale e violenza privata per avere avuto con una lucciola un rapporto in un albergo senza il pagamento del corrispettivo precedentemente concordato. L'imputato è stato condannato anche a risarcire i danni alla vittima con una provvisionale di duemila euro.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo la ricostruzione effettuata dai giudici, l'uomo non aveva pagato una prostituta e quindi era finito sotto processo perché aveva voluto comunque consultare il rapporto. Il cinquantenne aveva fatto ricorso dopo la sentenza sostenendo che i giudici del merito avevano ricondotto tutto «al giudizio di assoluta attendibilità della teste, parte offesa, e di credibilità di quanto da essa dichiarato in merito allo stato di soggezione che avrebbe causato nella donna una supina accettazione delle iniziative sessuali del prevenuto». La Suprema Corte (terza sezione penale, sentenza n.8286), ha rigettato il ricorso: «la vicenda non può inquadrarsi - spiegano gli "ermellini" - in quella fattispecie particolare nella quale la donna risulta consenziente all'inizio del rapporto sessuale, per poi, manifestare il proprio dissenso a continuarlo», visto che, nel caso in esame, la vittima aveva già manifestato all'imputato «di essere solo in attesa del pagamento del dovuto, per l'attività dalla stessa prestata, come in origine concordato tra le parti». Insomma, in mancanza di un pagamento in denaro la donna non aveva alcuna intenzione trascorrere momenti di intimità con il cinquantenne.

«COSCIENTE DEL SOPRUSO» - Correttamente, scrive la Cassazione, i giudici di merito hanno ritenuto che «non sussiste dubbio» che l'imputato avesse «piena coscienza e consapevolezza» del «sopruso che stava consumando in danno della donna: il comportamento di costui - si legge nella sentenza - ne costituisce prova, in occasione della richiesta al portiere dell'albergo di distruggere le schede di permanenza nell'hotel» dove, evidentemente, era avvenuto l'incontro. Ciò, osserva la Supprema Corte, evidenzia «il desiderio dell'imputato di non lasciare traccia della permanenza, circostanza spiegabile solo con lo scopo di precostituirsi la possibilità di una futura negazione, che non avrebbe avuto senso se colà si fossero consumati rapporti consensuali e non imposti».

Redazione online
03 marzo 2010




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Balducci, festini e prostituzione maschile Il Vaticano caccia il corista nigeriano

Corriere della Sera


Chinedu Thiomas Ehiem era indicato nell'indagine quale procacciatore di incontri omosessuali per Angelo Balducci


 
MILANO - Il corista nigeriano della Cappella Giulia, Chinedu Thiomas Ehiem, indicato nell'indagine quale procacciatore di incontri omosessuali per Angelo Balducci, l'ex numero uno del Consiglio superiore dei lavori pubblici arrestato per corruzione nell'ambito dell'inchiesta G8, «non è un religioso, nè un seminarista» e, comunque, è stato allontanato dal coro. Lo hanno precisato fonti della Santa Sede. 
 
L'INTERCETTAZIONE - Il Corriere della Sera in edicola pubblicava un passo delle intercettazioni dell'inchiesta relativa ai rapporti tra Ehiem e Balducci: «In un capitolo dell’informativa i carabinieri evidenziano come "l’ingegner Balducci, per organizzare incontri occasionali di tipo sessuale, si avvale dell’intermediazioni di due soggetti che si ritiene possano far parte di una rete organizzata, operante soprattutto nella capitale, di sfruttatori o comunque favoreggiatori della prostituzione maschile". 

Su questo è stata avviata un’indagine parallela che si concentra sull’attività di Thomas Ehiem, un giovane nigeriano che nelle telefonate afferma di far parte del coro di San Pietro «e all’anagrafe di Roma è indicato come "religioso"». È lui ad offrire le prestazioni dei ragazzi, soprattutto stranieri, in cambio di soldi e piccoli favori. L’altro intermediario indicato nella relazione investigativa è invece Lorenzo Renzi, anche lui residente nella capitale».

L'AVVOCATO DIFENSORE - Sulla vicenda è intervenuto anche Franco Coppi, l'avvocato difensore di Balducci: «Nel corso dell'interrogatorio non abbiamo parlato di vicende private ma è una vergogna che vengano pubblicate sui giornali cose che non c'entrano nulla con l'inchiesta. Quando abbiamo visto insieme a Balducci gli articoli c'era quasi da ridere: siamo pronti ad azioni legali». Coppi ha parlato al termine dell'interrogatorio di garanzia durato oltre due ore nel carcere di Regina Coeli a Roma. In merito ad alcuni articoli apparsi sui giornali Coppi ha poi aggiunto che «non si può dire qualsiasi cosa a ruota libera solo perchè una persona si trova in carcere».

DE SANTIS: GLI ORDINI - «Seguivo le direttive del mio capo Angelo Balducci e facevo costante riferimento a lui». Questo uno dei passaggi affontati nelle oltre tre ore di interrogatorio davanti al gup di Milano che lo ha sentito per rogatoria dell'ufficio gip di Perugia, Fabio De Santis.

Si trattava dell'interrogatorio di garanzia per l'ex funzionario della Protezione civile nell'ambito dei nuovi atti istruttori eseguiti anche per l'imprenditore Diego Anemone e dei funzionari pubblici Angelo Balducci e Mauro Della Giovampaola raggiunti sabato scorso da una seconda ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dal gip di Perugia Paolo Micheli nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi.

I quattro vennero arrestati, con l'accusa di concorso in corruzione, nell'ambito dell'indagine avviata dai pm di Firenze e dopo il coinvolgimento dell'ex magistrato romano Achille Toro e la trasmissione degli atti a Perugia, i pm Federico Centrone, Sergio Sottani e Alessia Tavernesi hanno chiesto e ottenuto dal giudice Micheli una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere che ha sostituito quella precedente. In particolare De Santis ha risposto alle domande sugli appalti per la cosiddetta «caserma dei marescialli» di Firenze spiegando che il suo operato era quello di far risparmiare soldi alla pubblica amministrazione.

Redazione online
03 marzo 2010





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Polonia, campagna anti-aborto Il testimonial? Adolf Hitler

di Redazione

Una campagna anti-abortista scatena la polemica nella cattolicissima Polonia.

Il testimonial dei cartelloni che dovrebbero convincere le donne di Poznan e dintorni a rinunciare all’interruzione di gravidanza è Adolf Hitler, che introdusse l’aborto in Polonia nel 1943

 


Poznan - Una campagna anti-abortista scatena la polemica nella cattolicissima Polonia. Il testimonial dei cartelloni che dovrebbero convincere le donne di Poznan e dintorni a rinunciare all’interruzione di gravidanza è Adolf Hitler, che introdusse l’aborto in Polonia nel 1943, come ricorda una scritta a commento di una foto del leader nazista e l’immagine di un feto. 

La legge sull'aborto "E' stato Hitler a introdurre per la prima volta una legge sull’aborto e tra pochi giorni cadrà l’anniversario di quell’evento", scrive in una nota Fundacija Pro, l’organizzazione che ha promosso la campagna. La legge per l’interruzione di gravidanza entrò in vigore il 9 marzo del 1943, con l’intento di contenere le nascite polacche nel Paese occupato. "In tale conteso vale la pena di ricordare le parole di Papa Giovanni Paolo Secondo: la storia ci insegna che la democrazia senza valori facilmente si trasforma in aperto o malamente celato totalitarismo", aggiunge il comunicato. 

La politica si divide Anche nel Paese più cattolico d’Europa mettere assieme Hitler e un feto è considerato troppo, anche nell’ambito della politica. "Capisco che la campagna intenda scioccare, ma ci sono limiti", ha dichiarato, come riporta il Daily Telegraph, Elzbieta Streker-Dembinska, deputata e membro della Commissione sanità del parlamento di Varsavia. A suo avviso, l’intento dell’organizzazione che ha lanciato la campagna è piuttosto di sollevare il dibattito in occasione dell’8 marzo, giorno della Donna, piuttosto che segnare l’anniversario delle legge nazista per l’aborto.



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Cricca gay e pm guardoni

Libero


Il vecchio buco della serratura non passa mai di moda e, questa volta, a guardarci dentro sono i magistrati di Firenze. Il faldone 24, l’ultima puntata della saga sugli appalti per le Grandi opere, si concentra per una buona parte su Angelo Balducci, l’alto funzionario della Protezione civile finito in manette per corruzione.

Ma non per spiegare i dettagli del pagamento di una presunta mazzetta o di come potesse eventualmente avere pilotato un appalto. Bensì per “sbirciare” nella vita sessuale del dirigente, che si sente (nelle intercettazioni) prendere accordi per incontri di natura sessuale. Con uomini. Con un ragazzo italiano, che è una specie di “punto di riferimento” e con altri, procacciati dall’amico o da stranieri «dediti allo sfruttamento della prostituzione maschile», si legge con dovizia di particolari negli atti.


Un’ipotesi di reato c’è dunque, indispensabile per giustificare la presenza di quelle conversazioni nelle carte trasmesse dalla procura toscana a quella di Perugia, riconosciuta come «competente». Non si capisce però che cosa c’entri questa storia con gli appalti per il G8, per i 150 dell’Unità d’Italia e per i mondiali di nuoto 2009.

Perché gli incontri sessuali del funzionario della Protezione civile, Fabio De Santis, e del delegato per i cantieri sardi, Mauro Della Giovampaola, un’attinenza con l’inchiesta l’avevano eccome. Le donne procacciate loro da Simone Rossetti (collaboratore dell’imprenditore Diego Anemone) erano considerati dai magistrati una sorta di tangente per corrompere chi poteva influire sull’assegnazione degli appalti.

Mentre nel caso di Balducci non è Anemone a organizzare e pagare le sue notti di divertimento, non è l’imprenditore a “sdebitarsi”, ma si prende semplicemente atto che «per organizzare incontri di natura sessuale, l’ingegnere Balducci si avvale di due soggetti che si ritiene possano far parte di una rete organizzata, operante soprattutto nella Capitale, di sfruttatori o comunque favoreggiatori della prostituzione maschile». Uno di questi sarebbe uno dei responsabili del coro di San Pietro. A riguardo, però, non risulta aperto alcun fascicolo né dirottato uno stralcio di questa indagine.

«Cielo mio marito»
Nei nuovi faldoni depositati alla procura di Perugia non ci sono solo i colloqui visti dal buco della serratura fra Balducci e i presunti procacciatori di prostituti che si dilungano al telefono in particolari sull’aitanza e possanza di ciascuno. Sono numerose le intercettazioni - e talvolta i pedinamenti - nei confronti di un altro dirigente della struttura degli appalti pubblici, Fabio De Santis, che già nella prima parte dell’ordinanza veniva sospettato di ricevere tangenti in natura (prostitute) da alcuni imprenditori che volevano tenerselo buono.

Questa volta spunta un nuovo imprenditore, Guido Ballari, che sembra pronto a utilizzare lo stesso sistema nei confronti di De Santis nel caldo agosto del 2008. Le intercettazioni integrali vengono allegate perché in questo caso il sospetto degli inquirenti (che su Balducci invece non avanzano alcuna ipotesi simile) è che le prestazioni sessuali offerte valgano come una tangente. Ma sotto il profilo della privacy questa volta il caso è assai più spinoso. Perché l’incontro sembra avvenire di comune accordo fra due amici e non fra corruttore e corrotto.

Tanto che entrambi salgono a casa della donna prescelta. Non è una professionista, questo è certo. Anzi, è una donna sposata di cui vengono fornite nella documentazione le generalità, i numeri di telefonino, e perfino l’indirizzo di casa. Imprenditore e dirigente pubblico intercettati hanno solo una gran fretta per quell’incontro, che deve essere per forza di cose alle 4 e mezza di pomeriggio, puntuali «assolutamente… un’ora dopo arriva il marito… quindi rischiamo il dramma».

L’incontro avviene sempre sotto la visione degli organi di polizia giudiziaria e il giorno dopo uno dei due protagonisti chiama l’altro fra le risate per raccontare lo scampato pericolo: «Mi volevo fare due risate… l’abbiamo scampata per otto minuti… Li mortacci!, porca puttana… È poco sì, per questo ero preoccupato…». E da questo gli inquirenti deducono che otto minuti dopo sia arrivato il marito della donna. Ma al caso citato non vengono allegati favori o appalti in grado di farlo leggere sotto altra luce di una avventura privata e agostana fra due compagnoni.

Fosca Bincher
Roberta Catania



Balducci e la prostituzione: le intercettazioni nell'infomativa dei Ros

"Nell'ambito del procedimento penale in oggetto è emerso che l'ingegner Balducci Angelo, per organizzare incontri occasionali di tipo sessuale, si avvale dell'intermediazione di due soggetti, che si ritiene possano far parte di una rete organizzata, operante soprattutto nella Capitale, di sfruttatori o comunque favoreggiatori della prostituzione maschile". I due uomini sono Mike, ma di nome fa Chinedu Thomas Ehiem, 40 anni, nigeriano, residente a Roma, "indicato all'anagrafe come religioso" e Lorenzo Renzi, di Feltre, 33 anni. Il contenuto delle loro conversazioni viene registrato dall'aprile 2008 al gennaio scorso. Eccone uno stralcio.
 

Il religioso: "Angelo (Balducci, ndr.)... io non ti dico altro. E' alto due metri, per 97 chili, 33 anni, completamente attivo". "Ho una situazione di Napoli, ho una situazione cubana, ho un tedesco appena arrivato dalla Germania, ho due neri, ho il calciatore, ho uno dell'Abruzzo, ho il ballerino Rai".

"Ho una situazione da Napoli... non so come dirti, una cosa veramente da non perdere...quasi 32 anni, si parla di un'altezza di 1.93 per 92 chili, gran bel ragazzo", "uno un po' più alto di me, palestrato, bel tipo, completamente attivo, moro, capelli corti, è un'ottima soluzione se no non avrei insistito"; "vuoi stare con il norvegese o anche con Richard? Che mi ha detto che può anche andare via, mi ha detto... se non lo vuoi"; "c'è un amico croato che voleva vederti, se puoi trovare un'oretta, è una soluzione importante, lui è molto, molto, molto alto... in tre sarebbe difficile per lui"; "in confronto a lui io sono normodotato...Ha un fisico incredibile, si libera alle dieci, è un amico mio e fa quello che dico io".

Sms: "sto in Vaticano, ora non posso parlare"

I ragazzi spesso frequentano i seminari o i collegi ecclesiastici di Roma. Balducci al prete: "lui poi a che ora deve ritornare in seminario?".

03/03/2010




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Il periodo nero del mercato dell'auto

La Stampa

Nissan e Gm annunciano nuovi richiami in Medio Oriente e Usa
TOKYO



La casa automobilistica nippo-francese Nissan ha annunciato il richiamo di circa 540.000 veicoli nel mondo, compresi camioncini e minivan, per problemi legati al pedale del freno e all’indicatore del carburante. Il richiamo, ha spiegato l’azienda in una nota, riguarderà principalmente il mercato statunitense, oltre al Medio Oriente e ad alcuni Paesi asiatici, tra cui anche il Giappone. La casa automobilistica ha tenuto a precisare che si tratta di un richiamo cautelativo, in quanto ad oggi non sono stati segnalati incidenti legati ai problemi oggetto delle riparazioni.

Ieri invece l'annuncio della General Motors: anche il colosso Usa si prepara a richiamare oltre un milione di auto in Nord America, mentre negli Stati Uniti viene superato di slancio dalla Ford in termini di vendite e in Europa cede alle pressioni sulla Opel e si impegna a triplicare l’investimento per risanare la controllata tedesca. Ma le brutte notizie per la Gm non finiscono qui.

Nel mese di febbraio, infatti, le vendite del colosso Usa sul mercato americano sono aumentate di circa la metà rispetto alle previsioni, facendo registrare un +11,5% contro le attese degli analisti, che scommettevano su un incremento del 24%. La notizia del richiamo, quindi, arriva nel momento meno opportuno: nel complesso, la misura riguarda 1,3 milioni di auto vendute in Nord America, che hanno un problema al volante ritenuto responsabile di 14 incidenti stradali e del ferimento di una persona.

Intanto, dal resto d’Europa arriva la richiesta di un «cuscinetto di sicurezza» affinchè la Opel possa affrontare con maggiore tranquillità eventuali ulteriori sussulti dei mercati. Se il piano industriale indicava che la Opel aveva bisogno di un finanziamento di lungo termine di 3,3 miliardi di euro durante la sua «trasformazione», quindi, oggi anche questo livello è aumentato, a circa 3,7 miliardi di euro. I governi dei Paesi europei che ospitano gli impianti Opel, hanno infatti chiesto alla società un «ampliamento della disponibilità per ulteriori 415 milioni di euro, per poter affrontare eventuali difficoltà del mercato».

La casa automobilistica tedesca, dunque, potrebbe trovarsi di fronte a una svolta, poichè in questo modo la GM non solo offre ulteriori garanzie ai paesi interessati (oltre alla Germania ci sono la Gran Bretagna, la Spagna, la Polonia e l’Austria mentre l’impianto belga di Anversa verrà chiuso), ma chiede loro un impegno finanziario minore. Se finora il gruppo Usa prevedeva un contributo di circa 2,7 miliardi di euro da questi paesi, adesso la richiesta è di circa 1,8 miliardi. Gli 1,9 miliardi promessi oggi, permetteranno alla Opel di operare fino alla fine dell’anno e potrebbero anche contribuire ad abbassare la tensione tra azienda e sindacati dopo la marcia indietro di questi ultimi sulle concessioni salariali.

Per il momento, il leader sindacale Klaus Franz, che aveva chiesto alla Gm un impegno di almeno un miliardo di euro, si è limitato a commentare che la disponibilità del gruppo dovrebbe aiutarlo a ottenere i previsti aiuti pubblici a livello europeo. Qui, Reilly si prepara ad eliminare 8.300 posti e ridurre la capacità del 20% per tornare all’utile entro il 2012: in attesa della risposta dei governi, resta il punto interrogativo sulle concessioni salariali (per 265 milioni di euro all’anno), che il sindacato aveva bloccato dopo l’annuncio della chiusura dell’impianto di Anversa (2.377 dipendenti).




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Welcome to Google, Kansas

La Stampa


La capitale dello Stato Usa cambia nome per un mese. Ma non è la prima volta: anni fa era diventata ToPikachu

Welcome to Google, Kansas. Come riferito dalla Cnn potrebbe essere questo il cartello all’entrata della città precedentemente conosciuta come Topeka, circa 120 mila abitanti, capitale dello Stato del Kansas.

Bill Bunten, il sindaco 79 enne, forse non sarà un esperto di comunicazione on line ma accettando di cambiare il nome della sua città pensa di aver fatto qualcosa di utile per i suoi abitanti: i suoi cittadini infatti beneficeranno di linee più veloci per internet.

Il cambio di identità non è tuttavia definitivo, sarà valido solo per un mese. Il tutto fa parte di un programma di collaborazione "Fiber for Communities" tra il gigante della comunicazione Google e alcune cittadine Usa per l’installazione di nuovi collegamenti super veloci in fibra ottica (si parla di 1 gigabit al secondo).

Il sindaco Bunten spera che l’iniziativa di Topeka venga notata da Google che potrebbe sperimentare il suo programma nella cittadina del Kansas, gratis, s’intende. L'inizativa, si augura il primo cittadino, dovrebbe invogliare i giovani a non lasciare la città che diventerebbe la "capitale della fibra ottica".

Non si conoscono ancora le reazioni dell’azienda ma il Bunten ha comunque dichiarato che il passato marzo il nome ritornerà ad essere Topeka: «Siamo molto orgogliosi della nostra città e Topeka è un nome indiano che significa “un buon posto per coltivare patate”» .

Non è la prima volta che la capitale del Kansas provoca in questo modo l’opinione pubblica: alcuni anni fa il nome era stato cambiato in ToPikachu, come il piccolo personaggio del cartone giapponese.




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Haiti: crescono le violenze sessuali contro le donne nelle tendopoli

La Stampa

TESTO ORIGINALE DI LISA PARAVISINI, TRADUZIONE DI GAIA RESTA
Le notizie piu' inquietanti delle ultime settimane, tra il caos e l’instabilità dilaganti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio, riguardano il significativo aumento di aggressioni contro donne e bambine all’interno dei rifugi temporanei che oggi affollano il Paese. Le denunce di violenze e stupri contro le donne, ormai all’ordine del giorno in tutto il territorio, giungono in un momento di totale assenza di sicurezza nella regione.

Secondo alcuni resoconti, le donne sono dovute ricorrere a misure drastiche per proteggersi dalla violenza nelle tendopoli sorte dopo il terremoto. Parliamo di madri sveglie tutta la notte, che non riescono nemmeno ad andare in bagno o a prendere l'acqua, per paura che gli uomini ne stuprino le figlie mentre dormono. Alle ragazze più giovani è stato detto di indossare i jeans sotto i vestiti, per essere ulteriormente protette durante la notte.

Gli uomini del luogo si sono organizzati in gruppi per proteggere le donne e le bambine dei loro campi, dotandosi di armi artigianali per allontanare gli aggressori. Tanta paura è dovuta anche alla presenza di molti criminali fuggiti dalle prigioni locali dopo il terremoto, e non ancora catturati. Tuttavia, anche prima del devastante sisma, il tasso delle violenze sessuali ad Haiti era tra i più alti del mondo, secondo un rapporto di Amnesty International del 2008.

La storia della violenza sessuale ad Haiti è lunga e oscura. Lo stupro è stato riconosciuto come reato dalla legge haitiana solo nel 2005 e, in generale, ha sempre goduto di una certa impunità (come ribadiva ancora Amnesty International nel 2006). Difatti lo stupro è comunemente percepito come qualcosa che può accadere solo a una ragazza molto giovane o vergine. La normativa haitiana lo considera un "reato d'onore", facendo gravare, di conseguenza, un grande senso di vergogna sulla vittima. Nel 2004 durante il periodo precedente la fuga del presidente Jean Bertrand Aristide dal Paese, un momento di grande caos e sconvolgimento politico, le violenze sessuali e gli stupri erano particolarmente frequenti. Gli aggressori rimanevano impuniti e raramente venivano arrestati, anche quando erano identificati dalle vittime. Una donna ha dichiarato di essere andata in lacrime dalla polizia per denunciare lo stupro e, non solo di essere stata trattata con falsa preoccupazione, ma addirittura di essere stata portata fuori solo per essere nuovamente violentata dal poliziotto.

Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now, ha parlato su MediaGlobal (testata independente basata all'ONU e centrata sul 'Sud globale') dell’attuale situazione ad Haiti: "La cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nei tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori... dobbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C'è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione."

Molte organizzazioni per lo sviluppo attualmente impegnate sul campo ad Haiti, stanno facendo tutto il possibile per proteggere donne e bambine dalla violenza. Solveig Routier, specialista in emergenze e tutela dei minori per Plan, ente internazionale per lo sviluppo centrato sui bambini, ha dichiarato su MediaGlobal: "Negli spazi a misura di bambino che Plan sta allestendo nelle tendopoli, sarà in vigore un sistema di monitoraggio, in modo che ogni episodio di violenza sessuale contro le donne e le bambine potrà essere denunciato in un ambiente sicuro. Il personale qualificato valuterà e fornirà il livello di sostegno psico-sociale necessario ad ogni singolo caso e, quando si riterrà necessario un intervento più articolato, Plan indirizzerà queste persone ai più adeguati centri di salute mentale della zona."

Nello stesso intervento su MediaGlobal, Routier ha spiegato che organizzazioni quali Plan sanno bene di dover offrire supporto nei campi-profughi e i loro comitati di gestione stanno approntando ulteriori meccanismi per prevenire la violenza di genere. Nelle sue parole: "Ciò significa migliorare l'illuminazione, e fornire latrine e bagni separati per le donne. Di vitale importanza è l’impiego nei campi-profughi di pattuglie di sicurezza per proteggere le bambine e le donne, soprattutto di notte. Tutto ciò comporta ovviamente il rafforzamento della collaborazione con la polizia e i sistemi di giustizia, così come con il servizio sanitario."

È estremamente importante che le organizzazioni di soccorso lavorino insieme per proteggere le donne da queste aggressioni. A questo riguardo, Bien-Aime ha sollecitato le Nazioni Unite e le altre maggiori agenzie internazionali di soccorso al fine di garantire che "le misure di prevenzione siano messe in atto sistematicamente, e non in maniera casuale, per proteggere le donne e le bambine dalla violenza sessuale e dallo stupro." Maggiori dettagli in questo articolo su MediaGlobal.



Testo originale: Threat of rape grows in Haitian tent camp



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Omicidio Fragalà, indagato ex cliente

Corriere della Sera 


L'uomo si sarebbe voluto vendicare perché convinto di non essere stato difeso bene dal legale



PALERMO - C'è un indagato per l'omicidio di Enzo Fragalà: è un ex cliente del noto penalista aggredito la scorsa settimana a colpi di bastone e morto dopo tre giorni di agonia. L'uomo in passato era stato condannato, a suo avviso, «ingiustamente» ed era convinto di non essere stato difeso bene dal legale, che aveva seguito in prima persona il suo caso, su cui vige il silenzio. Si trattava di un processo di microcriminalità, estraneo a reati di mafia. Il giovane, che corrisponderebbe alla descrizione fornita da alcuni dei testimoni sentiti dagli inquirenti, covava rancore nei confronti del legale.

ESAME SUI VESTITI - Ma sarà solo l'esame del Ris dei suoi vestiti e del casco a stabilire se effettivamente ci sono tracce di sangue o saliva del penalista ridotto in fin di vita a colpi di bastone e poi morto dopo tre giorni di agonia. I Carabinieri stanno anche passando al vaglio l'alibi del giovane fornito per la sera di martedì scorso. Ma l'uomo indagato, per un atto dovuto, per consentirgli di nominare un difensore in attesa di un atto irripetibile che verrà svolto giovedì a Messina, non sarebbe l'unico su cui i Carabinieri indirizzano l'attenzione.

03 marzo 2010







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Di Girolamo: «Io un untore, mi dimetto» Il Pdl lo applaude poi se ne va, il Pd insorge

Corriere della Sera

Il senatore coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio: innocenti pagano senza colpe, come la mia famiglia
ROMA - «Mi dimetto per allontanare da me e dalla Camera alta questa ignominia». Nicola Di Girolamo ha preso la parola nell'aula del Senato per spiegare il perché delle proprie dimissioni, presentate a seguito del coinvolgimento nell'inchiesta sul riciclaggio. Al termine dell'intervento dai banchi del centrodestra si sono levati applausi all'indirizzo del senatore dimissionario. Un gesto di solidarietà che non è piaciuto all'opposizione. «Neanche nelle più pessimistiche ipotesi - ha detto la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, prendendo la parola - potevamo immaginare che la conclusione dell'intervento del senatore Di Girolamo potesse concludersi con un caloroso prolungato applauso da parte dei senatori della maggioranza, quegli stessi senatori che, ora, non sono più presenti in aula mentre si sta svolgendo un dibattito a dir poco essenziale per l'istituzione che rappresentiamo . Per questo e per salvaguardare il decoro del Senato, mi associo Signor Presidente alla richiesta già avanzata da altri colleghi di sospendere la seduta».

«NON HO PORTATO LA 'NDRANGHETA IN AULA» - Nel suo intervento, Di Girolamo aveva detto che probabilmente sarà ricordato «come l'unico che ha dato le dimissioni in questo Paese» e aveva ribadito la propria estraneità ai fatti contestati e che ha sottolineato di non avere «portato la'indegnità della 'ndrangheta in quest'aula». Le dimissioni sono arrivate, ha sottolineato, «dopo tanto fango, dopo l'ignominia di un'esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi del Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale» . «Sono convinto - ha aggiunto - di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perchè chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni».

Video

LA FOTO INCRIMINATA - Di Girolamo ha parlato anche della fotografia scattata in occasione dei festeggiamenti per l'elezione, che lo ritrae in compagnia di un mafioso: «Davanti a quella torta feci 300 foto - ha spiegato -: anche con il parroco e con il maresciallo dei carabinieri. Quello che si asserisce essere un mafioso, mi fu presentato come il proprietario di una catena di ristoranti all'estero. In campagna elettorale non si chiede il certificato penale a tutti coloro con i quali si scatta una foto». L'esponente del Pdl ha poi esortato ad accertare i fatti senza coinvolgere persone innocenti: «Ce ne sono già che stanno pagando loro malgrado per questa vicenda - ha detto -, a partire dalla mia famiglia».

«IO LUCIFERO, L'UNTORE» - «Vorrei ringraziare tutti coloro del gruppo - ha poi annunciato Di Girolamo -. Non faccio nomi, visto che sono il Lucifero e l'untore. Credo che i colleghi sanno a chi è diretta la mia riconoscenza. Per loro stessa tutela non li chiamo per nome. Vale anche per i colleghi di opposizione con molti dei quali ho lavorato».

IL VOTO IN AULA - Il Senato si esprimerà in tarda mattinata sulle dimissioni. Il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, aveva fatto sapere che il suo partito è pronto ad accettare il passo indietro del senatore. L'opposizione chiede invece che prima delle dimissioni sia rivalutata la questione della decadenza di Di Girolamo: la sua elezione nella circoscrizione estero era infatti stata subito contestata (in quanto non residente a Bruxelles, come dichiarato) ma la maggioranza non aveva ritenuto di procedere con la decadenza. Le dimissioni senza decadenza comporteranno che Di Girolamo possa continuare a godere di alcuni dei benefit previsti per i senatori anche al termine del loro mandato.

Redazione online
03 marzo 2010







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Il club anti-burqa ora s’allarga In Europa non lo vuole nessuno

di Mario Alberto Cucchi


Il sondaggio del Financial Times: nei cinque Paesi più importanti la maggioranza dei cittadini favorevole a vietarlo in pubblico. Le percentuali dei cittadini favorevoli al bando del velo islamico integrale: Gran Bretagna 55%, Germania 50%, Francia 70%, Spagna 65%, Italia 63%



Burqa o non burqa? Il dibattito non si è certo acceso oggi e se è vero che Paese che vai usanza che trovi è altrettanto vero che le posizioni delle principali nazioni europee nei confronti della tradizionale veste musulmana stiano convergendo. Lo conferma un sondaggio dell’Istituto Harris, pubblicato dal Financial Times, che ha chiesto a spagnoli, italiani, francesi, tedeschi e inglesi se fossero favorevoli al divieto per le donne di indossare un velo fissato sul capo che copre l’intera testa permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all’altezza degli occhi, il burqa. 

Il presidente Nicolas Sarkozy ha espresso la volontà di introdurre una legge anti-burqa e secondo il sondaggio il 70% della popolazione lo appoggia. «Il sondaggio dimostra come il numero di persone in Francia che si oppongono al burqa è in crescita, e questo è il risultato del dibattito sul burqa e sull’identità nazionale», ha commentato Patrick Weil, studioso dell’università della Sorbona. 

Di poco inferiore la percentuale di spagnoli favorevoli al divieto, sono il 65%. Gli italiani contrari all’utilizzo del velo in pubblico sono il 63%. Anche in Gran Bretagna vince il “no” con il 57% degli inglesi a cui non piacciono le donne “velate”. Il discorso cambia in Germania dove l’opinione pubblica si spacca: un tedesco su due vuole una legge restrittiva, il 50%.

In Usa cambia tutto, solo il 33 per cento degli americani è contrario all’uso del burqa e il 44% invece non sostiene l’introduzione di leggi per proibirne l’uso in pubblico. 

Va detto che esistono due tipi differenti di burqa, entrambi vanno però, secondo molti, a ledere la libertà della donna di poter mostrare il proprio viso in pubblico e a minare la sicurezza della popolazione rendendo le persone irriconoscibili. Il burqa “leggero” copre solo il capo e il viso, arriva sino alle spalle, mentre il burqa integrale è la prosecuzione del velo che si trasforma in una larga tunica arrivando sino ai piedi. In questo secondo caso diventa persino impossibile capire se sotto il burqa ci sia un uomo oppure una donna o magari anche due persone. Insomma si va anche al di la di una questione religiosa. 

Nello stesso sondaggio è stato anche chiesto se gli intervistati erano favorevoli o meno all’introduzione di norme contro l’esposizione in pubblico di simboli e ornamenti associati ad altre religioni, come ad esempio il crocifisso cattolico. Le percentuali sono ben diverse. Solo il 22% dei francesi ritengono opportuna l’introduzione di una norma di questo tipo. La percentuale scende al 20% per gli italiani e si riduce al 9% per gli inglesi.

Mentre in Europa per il burqa si fanno solo sondaggi in India per il burqa si muore.
Nello Stato di Karnataka (India meridionale) lunedì ci sono stati degli incidenti dopo che un quotidiano locale ha pubblicato un articolo della scrittrice bengalese Talisma Nasreen sull’uso del burqa. L’autrice da anni denuncia la condizione della donna nel mondo islamico. Leader musulmani locali hanno portato centinaia di persone in piazza dove la violenza generalizzata ha provocato due morti.

La polizia, dopo aver sedato i disordini, ha denunciato il quotidiano che ha pubblicato l’articolo per «offesa ai sentimenti della comunità religiosa». La scrittrice Taslima Nasreen ha negato di aver mai scritto l’articolo: «in nessuno dei miei scritti - dice Nasreen - ho mai sostenuto che Maometto fosse contro il burqa...siamo di fronte a un tentativo deliberato di alterare il mio pensiero per creare disordini sociali». Insomma il punto del dibattere è sempre lo stesso: burqa o non burqa?



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Mi dimetto per allontanare l'ignominia»

Corriere della Sera


Di Girolamo in aula al Senato: troppi innocenti stanno pagando senza colpe, a partire dalla mia famiglia



ROMA - «Mi dimetto per allontanare da me e dalla Camera alta questa ignominia». Nicola Di Girolamo ha preso la parola nell'aula del Senato per spiegare il perché delle proprie dimissioni, presentate a seguito del coinvolgimento nell'inchiesta sul riciclaggio. «Sarò forse ricordato come l'unico che dà le dimissioni in questo Paese» ha detto il senatore uscente che ha però tenuto a ribadire la propria estraneità ai fatti contestati e che ha sottolineato di non avere «portato la 'ndrangheta in aula».

Di Girolamo ha parlato anche della fotografia che, dopo l'elezione, lo ritrae in compagnia del faccendiere romano Mokbel: «Davanti a quella torta feci 300 foto - ha spiegato -: anche con il parroco e con il maresciallo dei carabinieri. Quello che si asserisce essere un mafioso, mi fu presentato come il proprietario di una catena di ristoranti all'estero. In campagna elettorale non si chiede il certificato penale a tutti coloro con i quali si scatta una foto». L'esponente del Pdl ha poi esortato ad accertare i fatti senza coinvolgere persone innocenti: «Ce ne sono già che stanno pagando loro malgrado per questa vicenda - ha detto -, a partire dalla mia famiglia».

IL VOTO IN AULA - Il Senato si esprimerà in tarda mattinata sulle dimissioni. Il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri, aveva fatto sapere che il suo partito è pronto ad accettare il passo indietro del senatore. L'opposizione chiede invece che prima delle dimissioni sia rivalutata la questione della decadenza di Di Girolamo: la sua elezione nella circoscrizione estero era infatti stata subito contestata (in quanto non residente a Bruxelles, come dichiarato) ma la maggioranza non aveva ritenuto di procedere con la decadenza. Le dimissioni senza decadenza comporteranno che Di Girolamo possa continuare a godere di alcuni dei benefit previsti per i senatori anche al termine del loro mandato.

Redazione online
03 marzo 2010



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Bambini spogliati in classe Choc in una scuola di Novara

di Redazione

La bidella e le maestre obbligano gli alunni a rimanere nudi per scoprire chi ha sporcato il bagno. Il direttore: "Sono sconvolto"

Un’altra storia di violenze a scuola, ma stavolta non per colpa dei soliti bulletti. Qui c’entrano i grandi, proprio quelli pagati per educare e sorvegliare i bimbi.
Accade così che un bambino di otto anni, colpito da un attacco di dissenteria, sporchi il gabinetto dei maschi della scuola elementare. E che la bidella, furibonda, convinca le insegnanti della seconda e della terza classe a far spogliare tutti i bambini per scoprire chi «fosse» il colpevole. È accaduto ieri mattina alla scuola elementare di Brione, piccolo comune del Novarese. A denunciare l’episodio è stata proprio la mamma del piccolo.

«Mio figlio c’è rimasto molto male - racconta la donna - è stato umiliato davanti a tutta la classe. A casa non mi ha detto nulla proprio per la vergogna e ho saputo della cosa da un’altra mamma, arrabbiatissima per quello che era successo al suo bambino. Ora vedrò che cosa fare». Anche tutti gli altri scolari denudati in classe dalle maestre sono rimasti scioccati.
«Sono esterrefatto e allibito - ammette il direttore didattico Renato Schettini -. Mi hanno informato della vicenda le stesse maestre che probabilmente solo stamattina (ieri per chi legge, ndr) si sono rese conto della gravità del fatto accaduto. Loro mi hanno spiegato che di fronte all’ira della bidella non erano riuscite a mantenere la calma e a trovare un modo diverso per risolvere il problema».

Il preside non cerca giustificazioni. Anzi: «Mi scuso pubblicamente per quanto è accaduto», dice a testa bassa. «Il mio compito - aggiunge - non è quello di difendere a tutti costi la scuola perché in primo piano vengono i ragazzi. E comunque in questo caso le insegnanti e la bidella sono indifendibili. Sono molto deluso e addolorato anche perché si tratta di insegnanti di esperienza. Ho aperto un procedimento istruttorio per valutare quale tipo di sanzione adottare». Non è questo il primo caso. Qualcosa di simile accadde l’anno scorso in una scuola di Sanremo. Qui un gruppo di alunni fu costretto a rimanere in canottiera e mutande per essere perquisiti. Erano sospettati di aver rubato 70 euro dal portafoglio di una bidella. Si trattava di ragazzini iscritti al quarto anno della scuola elementare di San Martino, l’Istituto Montessori. Finì con una valanga di denunce da parte dei genitori. E con un processo nel quale tre di loro, quattro mesi fa, testimoniarono davanti a un giudice monocratico. Per tre insegnanti e un dirigente scolastico le accuse erano quelle di violenza privata e perquisizione arbitraria.




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I giochetti del sindaco sulle rovine dell’Aquila

di Gabriele Villa

Il pd Cialente ha bloccato la proposta di Berlusconi di utilizzare le macerie per creare un parco come Monte Stella a Milano. Poi ha tentato d’affidare un appalto da 50 milioni per rimuovere i detriti a un prezzo quadruplo rispetto alla base d’asta


nostro inviato a L’Aquila


C’è chi negli armadi tiene gli scheletri e chi invece le macerie. Le macerie del terremoto.
Facciamo un nome e un cognome a caso: il sindaco piddino dell’Aquila, Massimo Cialente.
Non più tardi di domenica scorsa, quando è sceso in piazza Palazzo, assieme ai comitati cittadini per la folcloristica e asettica carriolata di sinistra, davanti alle telecamere e ai microfoni, che gli si genuflettevano per catturare la dichiarazione di rito, ha ribadito il concetto: 

«La stima è di 4 milioni e mezzo di tonnellate di macerie da rimuovere dopo il terremoto del 6 aprile e il problema maggiore è rappresentato da una normativa che considera queste macerie come rifiuti normali, dunque non smaltibili in altro modo. Bisogna modificare questa norma perché solo così si potranno avviare i lavori e cominciare a ripulire L’Aquila». Bene, fin qui ci siamo. 

Ciò che bisognerebbe cominciare a sapere però è che il premier Berlusconi ha fatto a Cialente una proposta: prendiamo le macerie del sisma e facciamone una collina, la «collina del ricordo». Un serbatoio di verde con annesso parco giochi. Qualcosa di simile, per capirci, al Monte Stella di Milano, meglio conosciuto come la Montagnetta, nato dai detriti dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. 

Cialente prima obietta che occorrerebbe una deroga della Ue, poi, alle assicurazioni del presidente del Consiglio di farsi carico della procedura, lascia cadere un ni, che, giorno dopo giorno, diventa un no. Sappiamo poi che piega ha preso la vicenda, con la disponibilità di Bertolaso ad intervenire, se richiesto, e con l’impegno del governatore, nonché commissario straordinario alla ricostruzione, Chiodi, di un bando «importante» perché ad occuparsi di raccolta, stoccaggio, smaltimento ed eventuale riciclaggio dei detriti, sia una ditta altamente specializzata, non necessariamente italiana.
Altamente specializzata, appunto. 

Segnatevi questo piccolo particolare prima di aprire assieme a noi l'armadio dei segreti di Massimo Cialente. Perché il sindaco che, per queste macerie ha traccheggiato, ha fatto la voce grossa e adesso non si capisce bene che cosa vuol fare, qualche mese fa ci aveva provato. Provato a far tutto da solo. Gestendo l’affaire macerie in modo quanto meno anomalo. 

Aveva infatti, disinvoltamente, dato corso a un maxi appalto da 50 milioni di euro per smaltire un po' di detriti e la gara era stata vinta dalla ditta «T&P», un’azienda che, curiosamente, già all’atto dell’aggiudicazione, non sembrava avesse proprio le credenziali per compiere il lavoro. Risultava infatti non operativa fino al 31 maggio ma, un paio di giorni prima dell’affidamento, avvenuto il 12 giugno, aveva, improvvisamente, reso noto al mondo la propria attività. Immediate le polemiche. Innescate dal capogruppo in consiglio regionale del Pdl, Gianfranco Giuliante e ancor più roventi dopo che anche la commissione consiliare di vigilanza strepita per quel modus operandi. 

Morale la gara viene precipitosamente annullata. Ma, tutt’altro che intenzionata a mettere un’altra pietra sopra le tante altre che già sono accatastate all’Aquila, il 16 luglio la commissione consiliare di vigilanza invia un’informativa all’autorità giudiziaria per chiedere che si faccia chiarezza su ciò che è accaduto. Anche se alla vicenda è stata posta la sordina sappiamo che sono state effettuate perquisizioni e che l’inchiesta è in corso. Risultato? Dopo vari, altrettanto sospetti, tentativi di difendere l’aggiudicazione dell’appalto si è arrivati alla revoca della concessione alla società «T&P» per «mancanza di requisiti».

Ma i conti, anche se il sindaco Cialente si è affrettato a chiudere l’armadio dei suoi segreti per far dimenticare quella faccenduola, continuano a non tornare. O meglio, li ha fatti tornare Giuliante. Spulciando nei bandi più recenti si scopre infatti che il Comune dell’Aquila ha previsto un capitolato speciale di appalto per il recupero dei materiali inerti omogenei con codice Cer 17.09.04 e 17.01.07 provenienti dalle macerie del terremoto. 

Il prezzo ipotizzato a base d’asta per le operazioni di recupero degli inerti fino al 10% è pari a 7,64 euro da aggiudicarsi al miglior ribasso. Che cosa significa? «Significa - denuncia Gianfranco Giuliante - che ora che si è ufficializzata la quantità di macerie da smaltire e si è riconosciuto che la cifra dell’affidamento era superiore ai 50 milioni di euro, si è implicitamente ammessa l’abnormità di un affidamento senza gara per l’entità del servizio che si convenzionava a soggetti senza requisiti accettandone a scatola chiusa il listino prezzi che prevedeva importi spropositati per i servizi che si offrivano». 

Stando così le cose a questo punto ci piacerebbe chiedere (e ci piacerebbe anche avere una risposta adeguata) al sindaco Cialente come mai la convenzione che il Comune dell’Aquila aveva stipulato con la «T&P» per lo stesso materiale era stata di 29 euro alla tonnellata cioè più di quattro volte il prezzo a base d’asta da ribassare. E come è possibile che, nello stesso Comune, lo stesso sindaco e lo stesso assessore, avessero accettato di pagare 29 euro per quello stesso servizio e per quelle stesse macerie che adesso invece costano solo 7 euro alla tonnellata?




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Regali e richieste hard Ecco i verbali inediti dello scandalo appalti

di Redazione

l magistrato indagato Toro fiuta il pericolo: "Madonna". Gli omaggi natalizi degli imprenditori coinvolti alla segretaria di Fini. E spunta pure un giro di gigolò. Altro che massaggi a luci rosse: Bertolaso li chiese per la figlia


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Le carte dell’inchiesta fiorentina sugli appalti del G8 continuano a regale sorprese. Dal deposito degli ultimi atti, interi capitoli sono dedicati alle preferenze sessuali degli indagati. Conversazioni a carattere «intimo» vengono riportate nelle informative che, fra l’altro, mettono in evidenza l’esistenza di un giro di prostituzione maschile gestito da un religioso e da un attore di fiction, a loro volta coinvolti in un’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione. 

Ma emerge anche la frenetica attività d’intercettazione sui telefoni del magistrato romano, Achille Toro, ascoltato in diretta mentre apprende la notizia della perquisizione in corso a casa del figlio Camillo, o mentre si confida con il procuratore capo Giovanni Ferrara sul terremoto che è esploso e che sta per coinvolgerlo. Toro critica il lavoro dei colleghi toscani accusandoli di scorrettezza e alludendo alla loro «malafede», e si lamenta del «clima» con un giornalista di Repubblica che lo chiama nel giorno degli arresti per sincerarsi del suo eventuale coinvolgimento, che lui, lì per lì, nega. 

E mentre lo 007 senza nome che era stato intercettato con Balducci e Anemone viene identificato (e fotografato) dal Ros come Francesco Pittorru, generale della Guardia di finanza distaccato all’intelligence civile, in via Lanza, tabulati e intercettazioni infilano negli atti giudiziari pure il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Conoscente di Anemone e Balducci secondo i carabinieri, il giornalista viene registrato mentre parla con Balducci di un’intervista fatta dal suo Tg al figlio Lorenzo, l’attore. 

C’è poi sui nastri della procura fiorentina anche la voce di Rita Marino, che i carabinieri definiscono «segretaria particolare» del presidente della Camera Gianfranco Fini. La Marino verrebbe contattata dall’imprenditore indagato Piscicelli per la vicenda della piscina di Valco San Paolo, da realizzare per i mondiali di nuoto di Roma dello scorso anno. 

Salta fuori anche l’Unicef, o meglio il suo numero uno italiano, Vincenzo Spadafora. Ne parla Regina Profeta, la brasiliana che si occupava dell’animazione al Salaria Sport village. E poteva mancare il mondo del calcio? Dalle carte emerge l’abbozzo di un interesse per il Venezia calcio da parte dei fratelli Anemone. Intercettato sulla vicenda anche l’ex arbitro Agnolin.




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