giovedì 4 marzo 2010

Wojtyla, dubbi sul miracolo scelto per la beatificazione. Ma il Vaticano smentisce

Quotidianonet

Secondo alcuni media polacchi ci sono dubbi sulla guarigione di una suora francese.
La Santa.Sede: il dossier non è stato ancora esaminato.
Consulta medica nelle prossime settimane



Città del Vaticano, 4 marzo 2010

E’ giallo sul miracolo scelto per la beatificazione di Wojtyla. I media polacchi citano dubbi emersi sulla guarigione dal Parkinson di Marie-Simone Pierre, la suora francese individuata dalla congregazione per la Causa dei Santi per portare Wojtyla agli onori degli altari. Ma una fonte vaticana bene informata smonta la ricostruzione, sottolineando che il dossier ancora non è stato esaminato dal competente dicastero.

“Ci sono malattie che danno dei sintomi come il Parkinson, ma in realtà non sono tale. Si tratta di ‘parkinsonismi’, curabili con cure specifiche, mentre il morbo di Parkinson non è curabile”, spiega il neurologo Grzegorz Opala al quotidiano polacco ‘Rzeczpospolita’. Da qui il dubbio: la religiosa francese non sarebbe miracolosamente guarita dal Parkinson, ma il decorso della sua malattia - simile nella fenomenologia al celebre morbo - avrebbe semplicemente avuto un esito positivo.

Il giornale polacco accenna anche all’ipotesi che la suora non sia affatto guarita. Tant’è, la congregazione per la Cause dei santi, sempre a quanto riferito da ‘Rzeczpospolita’, si sarebbe rivolta per un nuovo parere agli specialisti che si occupano di malattie non curabili. “E’ improbabile che i medici finora non si siano resi conto del tipo di malattia in questione”, tiene ad aggiungere il neurologo Opala.

Il Vaticano non fa alcun commento ufficiale sulla vicenda. Tutto l’incartamento, del resto, è ‘sub secreto’ e il procedimento è lungi dall’essere concluso. Un’eminente fonte vaticana consultata da ‘Apcom’, però, reagisce con sorpresa alle voci che darebbero per certo un annullamento del miracolo prescelto. “Non si può dire che quel miracolo non sia più valido semplicemente perché la Congregazione per la Causa dei santi ancora non l’ha analizzato ufficialmente”. Una riunione della consulta medica è prevista nelle prossime settimane.

Quel che è certo è che la data di beatificazione del Papa polacco non si terrà - come dato per certo da diversi mass media - il 16 ottobre, anniversario della sua elezione al Soglio pontificio nel 1978. Il Vaticano ha infatti di recente annunciato che il giorno dopo, il 17 ottobre, verranno celebrate in San Pietro sei canonizzazioni. E’ di fatto impossibile un accavallamento con la beatificazione di Wojtyla.

Per il resto, sulla memoria di Wojtyla si sta sviluppando da mesi una sorta di battaglia all’interno della Chiesa. L’ultimo capitolo sono state le critiche che hanno investito il ‘postulatore’ della causa, Slawomir Oder, per aver pubblicato un libro di rivelazioni tra le quali emergeva, ad esempio, che Giovanni Paolo II usava flagellarsi. Rivelazioni non gradite da alcuni dei più stretti collaboratori di Wojtyla, che non hanno mancato di far emergere dissenso e proteste. Ora lo stesso ‘postulatore’, responsabile di aver indicato il miracolo della suora francese, torna di fatto nell’occhio del ciclone.





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Sondaggio Ipso: un italiano su 4 si vergogna del suo Paese

Il Secolo xix


Un cittadino su quattro si vergogna di far parte dell’Italia e il 50% ha un motivo per essere imbarazzato del suo paese: è quanto emerge da un sondaggio realizzato dall’Ispo di Renato Mannheimer in occasione della rassegna “La storia in piazza” che si terrà a Genova dal 15 al 18 aprile.

Dal campione di 800 intervistati «molto rappresentativo» della popolazione italiana, si nota che «il sentimento di identità nazionale è diffuso ma moderato», come spiega Mannheimer dato che alla domanda su quale sia la dimensione territoriale ai cui si sente di appartenere di più, il 46% ha risposto lo stato, il 26% il comune e il 13% l’Europa.

Nel complesso il senso di appartenenza all’Italia è in lieve calo rispetto al 2004. In particolare, il 69% degli intervistati ha spiegato che, quando pensa allo Stato italiano, gli viene «un sentimento di orgoglio e di appartenenza», mentre il 33% ha detto di sentirlo «come una cosa lontana che non lo riguarda». E fra questi ultimi, il 25% ha aggiunto di «vergognarsi di farne parte». Un italiano su due ha poi citato un aspetto per cui è imbarazzato del suo paese, con in testa i politici e la mentalità.




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Bigazzi via dalla Rai "Ma non sono pentito"

Quotidianonet


Intervista al gastronomo dopo il 'caso del gatto da cucinare' durante la trasmissione 'La prova del cuoco'. "Ho mangiato coccodrilli, serpenti, vermi: perché nessuno protesta?", dice

Roma, 4 marzo 2010 -


Rai addio. Per Beppe Bigazzi, il noto gastronomo da anni volto televisivo de La Prova del cuoco, dopo la sospensione per aver confessato in diretta tv di aver mangiato più volte la carne di gatto (in umido), è arrivato il cartellino rosso. «Mi hanno rescisso il contratto lunedì scorso — conferma Bigazzi — ma non sono arrabbiato con i dirigenti Rai. Hanno fatto quella che ritenevano la scelta migliore per l’azienda. E li ho ringraziati per i quattordici anni di carriera. Detto questo, però, non sono pentito per quello che ho detto». 

Se tornasse indietro, quindi, citerebbe ancora il famoso proverbio «A berlingaccio (il carnevale in dialetto) chi non ha ciccia ammazza il gatto» e le successive frasi sulle «sue carnine bianche»...
«Direi di nuovo le stesse cose. Anzi aggiungo un detto piemontese: ‘Se tutti i salmì parlassero, sarebbe un gran miagolare’. E poi perché mai dovrei chiedere scusa?». 

Magari perché ha urtato la sensibilità dei telespettatori.
«Ho raccontato un episodio che ho vissuto negli anni ’30 e ’40. Non ho incitato a mangiare il gatto adesso. Come non ho assolutamente dato nessuna ricetta: ho solo ricordato come veniva mangiato in quel periodo». 

Se quello che lei ha detto è semplicemente una rievocazione storica, perché ha creato tutto questo polverone?
«Che gli animalisti si arrabbiassero, me lo immaginavo. In genere hanno reazioni allucinanti anche se vedono una cozza che si muove». 

D’accordo, ma c’è una legge (la 281 del 1991) che tutela gli animali da affezione.
«Perché trasformare il gatto in un animale domestico, sterilizzarlo etc... significa tutelarlo?».
Su Facebook ha molti fan che la rivorrebbero in tv, ma c’è anche il gruppo ‘Mangiamo Beppe Bigazzi’. Come risponde alle critiche?
«Nella mia vita ho mangiato coccodrilli, serpenti a sonagli, vermi in Australia. Perché nessuno si risente? E perché nessuno dice che, ad esempio, mangiare il pesce spada è come mangiare il leopardo, visto che è in via di estinzione? In ogni caso, ho ricevuto più di 1500 mail di solidarietà. Tutte piene d’affetto». 

Tra detrattori e sostenitori, c’è un dato di fatto: è stato intervistato anche dal Times e dalla Cnn.
«Ormai sono diventato una celebrità. Sul Times la notizia sulla mia esternazione sui gatti è stata tra le più lette. Quasi quanto la caduta delle Torri Gemelle. Se non fossi stato un po’ arrabbiato mi sarei fatto delle grasse risate. Anche se devo ammettere che, quand’ero un manager di grandi aziende, sono finito più volte sulle pagine del Wall Street Journal». 

Avrebbe mai pensato che il mestiere del gourmet potesse avereripercussioni così più pesanti?
«No. Però la mia passione gastronomica l’ho sempre esternata anche durante le trasferte di lavoro. Ero famoso, infatti, per la mia valigia di sopravvivenza, ricca di ogni specialità della nostra terra, che offrivo ai miei colleghi nei vari summit all’estero». 

Visto che Antonella Clerici tornerà in autunno a condurre La Prova del Cuoco, potrebbe esserci per lei un nuovo rientro?
«Io e Antonella siamo grandi amici, però non posso sapere cosa passi nei suoi pensieri. In ogni caso ho già 77 anni quindi posso anche pensare solo alla scrittura, un’altra mia grande passione. L’ultimo mio libro 365 giorni di Buona tavola (Giunti Editore) sta andando bene».
di Rosalba Carbutti




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Da Corona richieste diverse dal pizzo»

Corriere della Sera


Le motivazioni della sentenza di condanna a 3 anni e 8 mesi: «I fatti di estorsione non assurgono a tale gravità»




MILANO - Fabrizio Corona, condannato a 3 anni e 8 mesi per i fotoricatti ai danni di alcuni vip, è «meritevole delle attenuanti» per il suo comportamento processuale, anche se ha avuto «atteggiamenti esibizionistici e spesso volgari». È uno dei passaggi delle motivazioni della sentenza di condanna, scritte dai giudici della V sezione Penale del tribunale di Milano. Corona, scrivono i giudici, «non si è sottratto al dibattimento, ha risposto a tutte le domande rivoltegli non solo dalla difesa, ma anche dal pubblico ministero e dai giudici».

RICHIESTE DIVERSE DAL PIZZO - Le sanzioni dure per il reato di estorsione, si legge nelle motivazioni, servono per punire il fenomeno della richiesta «del pizzo», mentre i fatti commessi dall'agente fotografico «sebbene connotati da odiosità» non sono di gravità pari a quelli riconducibili alla criminalità mafiosa. I fatti di estorsione a lui contestati non assurgono a tale gravità, sia per il tipo di interessi che colpiscono, sia per l'entità delle somme richieste, soprattutto se considerate in rapporto alle capacità economiche delle vittime».

Secondo i giudici, infatti, l'inasprimento delle sanzioni per il reato di estorsione «aveva di mira soprattutto il grave fenomeno, per lo più collegato alla criminalità organizzata, di cui erano vittime i commercianti, taglieggiati dalle richieste di pizzo». La pena per Corona, dunque, va adeguata «alla concreta gravità dei fatti, che non deve essere scambiata con l'interesse mediatico che gli stessi hanno suscitato».

Redazione online
04 marzo 2010





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G8, Balducci non è più "Gentiluomo del Papa"

di Redazione

Il presidente del Consiglio dei Lavori pubblici, in carcere a Regina Coeli con le accuse di corruzione per l'inchiesta su appalti e Grandi eventi, è stato "cancellato" dalla lista del Vaticano.


Ieri la cacciata del corista nigeriano dalla Cappella Sistina 



Città del Vaticano - Non sarà più chiamato a svolgere il ruolo di "Gentiluomo di Sua Santità" Angelo Balducci, ex numero uno del Consiglio dei Lavori Pubblici in carcere nell’ambito dell’inchiesta sui Grandi eventi. Lo hanno riferito fonti vaticane precisando che il protocollo non prevede alcun atto formale di revoca dall’incarico, ma solo la cancellazione dall’Annuario pontificio dopo un certo tempo di mancato svolgimento dei compiti assegnati.



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Trasferimenti al Club Eurostar, il ministero apre un'indagine

Corriere di Bologna

«Verificheremo le pari opportunità»



Il caso ormai ha varcato le porte dei piani alti delle istituzioni. Perché adesso del «groviglio» dei salottini del Club Eurostar si sta occupando direttamente la Consigliera di parità dell’Emilia-Romagna, «costola» regionale del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali guidato da Maurizio Sacconi, che ha il compito di denunciare le discriminazioni sul posto di lavoro e di riportare le aziende sulla retta via.

SEGNALAZIONE - A rivolgersi alla Consigliera della Regione Emilia-Romagna, Rosa Maria Amorevole, è stata la Filt-Cgil, dopo le accuse di «velinismo» rivolte qualche giorno fa a Trenitalia per aver scelto donne giovani (e carine) come dipendenti del Club Eurostar e aver «invitato» a trasferirsi o trasferendo in modo coatto ad altre funzioni i loro colleghi uomini o le colleghe più «anziane».

INDAGINE - E, come previsto dal suo ruolo, Amorevole, formalmente invitata dai sindacati a verificare se Trenitalia si è macchiata di discriminazione di genere colletiva, ha ufficialmente aperto la procedura d’istruttoria. «Quando c’è una segnalazione — spiega Amorevole — attuo la procedura per vedere se si tratta di una discriminazione collettiva. Sto raccogliendo tutti gli atti in modo formale perché come pubblico ufficiale posso poi convocare le parti: una volta in possesso di tutta la documentazione, chiameremo le due parti e faremo un confronto, cercando di superare la questione».

Perché il primo passo della Consigliera di parità, che si erge ad arbitro super partes, in genere è proprio il tentativo di conciliazione. Ma non è detto che sia questo il caso. La legge (la 10 del ’91 che regola le pari opportunità nel lavoro) del resto parla chiaro: la conciliazione non è l’unica strada. O meglio, la Consigliera di parità può anche decidere di non avvalersi di questa procedura. «Le Consigliere di parità regionali — recita il testo — qualora rilevino l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori diretti o indiretti di carattere collettivo possono chiedere all’autore della discriminazione di predisporre un piano di rimozione delle discriminazioni accertate entro un termine non superiore a 120 giorni, sentite le rappresentanze sindacali. Se il piano è considerato idoneo alla rimozione delle discriminazioni, la Consigliera promuove il tentativo di conciliazione e il verbale acquista forza di titolo esecutivo con decreto del tribunale in funzione di giudice del lavoro».

ITER - Ma se la Consigliera non ritiene di avvalersi della conciliazione, può «proporre ricorso davanti al tribunale in funzione di giudice del lavoro o al tribunale amministrativo regionale». Trenitalia è avvertita. La normativa del ministero del Lavoro non lascia spazio ai dubbi. Se i sindacati produrranno la documentazione che, nel caso dei salottini Eurostar, provi che c’è stata una discriminazione su un gruppo di lavoratori, le Ferrovie potrebbero avere dei problemi.

Rosa Maria Amorevole, in quanto pubblico ufficiale, dice che «non intende divulgare alcun tipo di notizia in attesa dell’espletamento della procedura amministrativa», ma non nasconde che «è la prima volta che mi viene presentato un caso di presunta discriminazione collettiva, da quando sono stata nominata come Consigliera dell’Emilia-Romagna: va fatta chiarezza». Di una cosa, per stare sul generale, è comunque certa: «In fatto di pari opportunità — conclude — c’è ancora molto da fare: bisognerebbe iniziare a cambiare davvero». I sindacati restano in attesa. L’azienda sul «caso-veline» non li ha mai convocati nonostante le richieste ufficiali.

CLIENTI - Ma presto su Trenitalia potrebbe abbattersi un’altra tempesta: «Moltissimi viaggiatori — dice il segretario regionale della Filt-Cgil Alberto Ballotti — si sono indignati per questa vicenda e stanno per tempestare l’azienda di lettere di protesta per il suo comportamento. La rivolta dei viaggiatori sarebbe la ciliegina sulla torta».

Daniela Corneo
04 marzo 2010




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Incesto nel Nisseno: violenta e schiavizza la figlia per 7 anni, in manette papà-orco

Quotidianonet


Per ottenere il suo silenzio la minacciava di ucciderla, insieme a mamma e nonna e le mostrava un fucile. Olrte a violentarla l'aveva ridotta in schiavitù


Caltanissetta, 4 marzo 2010

Ha violentato la figlia per sette anni. Con questa terribile accusa è stato arrestato a Caltanissetta un 45enne. Gli uomini della Squadra mobile hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Marcello Testaquadra, su richiesta dei pm Maria Pia Ticino e Edoardo De Santis.

Gli abusi sulla ragazzina sono iniziati quando non aveva neppure 10 anni e si sono protratti fino all’inizio de 2010, sino a quando il padre si è allontanato da casa e la minore si è decisa a rivelare il suo terribile segreto, prima alla madre e successivamente alla polizia. Fino ad allora non aveva osato parlare, perchè il padre, dopo ogni violenza, minacciava che l’avrebbe uccisa, e avrebbe ammazzato anche sua madre, il fratello e la nonna.

Minacce pronunciate spesso con una pistola in mano. In un’occasione l’uomo ha portato con sè la figlia in una casa di campagna, tentando di abusare di lei, ma la ragazza è riuscita a fuggire in campagna: inseguita con l’auto, il padre l’ha costretta a salire e le ha mostrato un fucile. Peraltro, pretendeva che la figlia si occupasse anche della sua igiene personale, la svegliava in piena notte per ogni sua esigenza, anche futile, come quella di accendere o spegnere il televisore o andare a prendere un bicchiere d’acqua o l’accendino.

I gravissimi fatti denunciati hanno trovato riscontro oltre che nella visita medica specialistica disposta dai pm, anche nelle dichiarazioni dei testimoni che hanno avuto modo di confermare alcuni aspetti della crudele e lunga vicenda che la minore ha subito continuativamente, per circa 7 anni. L’arrestato è stato rinchiuso nel carcere di Caltanissetta.

agi




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Spia catturata a Fontana di Trevi

Il Tempo

Anchorman della tv iraniana fermato vicino alla Stampa estera.
Faceva il giornalista lo 007 di Teheran che trafficava in armi.
Cinque italiani tra gli arrestati.

Personaggi insospettabili. Un giornalista iraniano noto corrispondente a Roma da più di 15 anni. Un'affascinante donna titolare di una società di import export. Ancora, faccendieri, basi in Romania e nella Londra di James Bond. Attrezzature sofisticate per reparti speciali e laser per cecchini. E per finire scalo tecnico a Dubai, l'emirato del Golfo, nuova Casablanca delle spy stories del XXI secolo. Questi gli ingredienti dell'indagine della Guardia di Finanza coordinata dalla procura di Milano, che ha individuato, in violazione all'embargo internazionale, l'esportazione di armi e sistemi militari verso l'Iran, attraverso un traffico esteso anche a Romania, Gran Bretagna, Germania e Svizzera.


Alcuni di questi sistemi d'arma sono stati trovati in Iraq in possesso delle milizie di Moqtada al Sadr. Le indagini sono state attivate nel giugno scorso dopo le segnalazioni dalla Romania e dall'Inghilterra di materiale militare proveniente dall'Italia, in partenza per il Golfo. L'imput internazionale ha messo in moto i nostri servizi segreti, l'Aise, e così sono partite le indagini culminate ieri con sette arresti. Secondo gli inquirenti, nell'operazione denominata «Sniper» (cecchino), i cinque italiani due dei quali residenti in Svizzera ed i quattro iraniani, due dei quali residenti a Torino e Roma, ritenuti appartenenti ai servizi segreti di Teheran, avrebbero costituito una associazione a delinquere, allo scopo di far arrivare in Iran armi e attrezzature militari attraverso triangolazioni con altri Paesi.

 
Uno degli iraniani arrestati, Nejad Masoumi, risulta iscritto all'Associazione della stampa estera della capitale. Ricercati altri due 007 di Teheran Hamir Reza e Bakhtiyari Homayoum, entrambi incaricati di ricevere la merce a Dubai. Il blitz ha bloccato la fornitura di un migliaio di puntatori ottici di precisione e 120 giubbotti autorespiratori da immersione, bloccando i preparativi per l'esportazione di proiettili traccianti, esplosivi e una miscela di materiale chimico altamente infiammabile usato in campo militare per inneschi e bombe incendiarie. Il «capo» italiano era Alessandro Bon, ex dipendente della Beretta e titolare dell'Antares international srl, esperto nel settore «militare».

 
La sua compagna, Danila Maffei, era responsabile della «Stucco Venice», altra società utilizzata nel traffico. In manette anche l'avvocato torinese Raffaele Rossi Patriarca, emissario in Iran per conto dell'organizzazione. I finanzieri hanno cominciato a monitorare le attività di un gruppo di sospettati, attraverso intercettazioni telefoniche, di sms e di posta elettronica che hanno anche confermato contatti con i servizi segreti iraniani, individuando una serie di triangolazioni che per il materiale prodotto in Germania si diramavano attraverso Italia, Svizzera, Romania e Gran Bretagna. Non veniva usato nessun codice, ma i trafficanti parlavano solo in farsi. Dei due presunti 007 iraniani uno è Ali Damirchiloo che viveva a Torino da anni: la sua occupazione di copertura era quella di titolare di un'agenzia di import-export.

 
L'altro iraniano, sospettato di essere una spia, è Nejad Hamid Masoumi, corrispondente dell'Irib tv, accreditato in italia dal 1993. Molto noto tra gli altri giornalisti: è stato fermato dai finanzieri in via dell'Umiltà dietro Fontana di Trevi vicino alla sede della Stampa estera. «Manteneva rapporti amichevoli con tutti i colleghi, tutti lo rispettavano, perché è un grande lavoratore, anche se nessuno ha avuto modo di conoscerlo bene», è la testimonianza di Yossi Bar, segretario della Stampa estera.


Maurizio Piccirilli

04/03/2010





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La cricca voleva spiare i ministeri

Il Tempo


Nelle carte del Ros il titolare del Salaria Sport Village avrebbe chiesto a una società di sicurezza di verificare negli archivi di Finanze, Interno e Giustizia se esistevano indagini sul gruppo di amici.

Inchiesta sui grandi eventi: la «cricca» avrebbe tentato di ottenere dati contenuti nelle banche dati di ministeri di Finanze, Giustizia e Interno. Secondo il Ros, attraverso alcune intercettazioni del 2009, il titolare del circolo sportivo Salaria Sport Village avrebbe avuto contatti con una società «abilitata all’esercizio di attività investigativa e di vigilanza», per cercare di venire a conoscenza di possibili indagini penali in corso nei confronti degli indagati.

Sicurezza violata Nell'informativa degli investigatori del 21 febbraio 2009, emerge che tra i soci dell'azienda di sicurezza, c'erano anche una ex fonte Sisde, nonché un ex sindacalista Alitalia, «di fatto investigatore privato sulla piazza di Roma», e un ispettore della Guardia di Finanza di Novara, «direttore e gestore di canali per acquisire informazioni dall'anagrafe tributaria e dallo Sdi».

Si tratta di soggetti, scrivono gli investigatori nel rapporto consegnato ai magistrati, che sono finiti in passato nel mirino della procura di Milano che indagava sulla «Security Telecom». In questo caso erano stati accusati, a seconda delle posizioni processuali, di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali e all'utilizzazione a fini patrimoniali di segreti d'ufficio, consultabili solo da pubblici ufficiali, nonché informazioni riservate acquisite dai servizi di informazione dello Stato italiano e da Stati stranieri, sul loro conto.

Nuovi arresti Intanto non si ferma l'attività delle procure italiane che stanno indagando sui presunti appalti «pilotati». Sarebbe infatti in arrivo una nuova ondata di arresti nei confronti di personaggi coinvolti, a vario titolo, nel presunto giro di appalti irregolari per i lavori per il G8 alla Maddalena, per i Mondiali di Nuoto Roma 2009 e per alcune ristrutturazioni da compiere a Firenze. Gli inquirenti, inoltre, stanno continuando a passare sotto la lente d'ingrandimento i rapporti tra Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, tutti rinchiusi in carcere, da dove continuano a respingere le contestazioni che li hanno fatti finire dietro le sbarre.

Non solo. Nelle nuove informative dei carabinieri del Ros emergono, secondo i pm, le conferme dell'esistenza di un giro di favori legati poi ad assunzioni di amici e parenti della «cricca». Tra queste, di Filippo Balducci, figlio dell'ex presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, come dipendente part-time all'Unicef, con un contratto firmato nell'ottobre 2009, pochi giorni dopo un incontro tra Balducci padre e Vincenzo Spadafora, presidente dell'Unicef Italia.

Pressioni politiche Sempre dai documenti degli investigatori, lo scorso gennaio l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli e l'ex commissario del Nuoto Claudio Rinaldi, hanno avuto numerosi contatti con la segreteria del sindaco di Roma Gianni Alemanno per «far in modo che venga pagata una fattura per lavori di avanzamento» presso la piscina di Valco San Paolo.

Procuratore di Roma Intanto, il procuratore capo della Capitale, Giovanni Ferrara, in merito al suo colloquio con l'ex collega Achille Toro, ha voluto sottolineare che «mi chiamò dalla clinica dove si trovava per accertamenti, era spaventato per la vicenda in cui era coinvolto. Gli consigliai di dimettersi e lui mi pregò di preparare la minuta perché non era in grado di farlo». E ancora: «Preparai la minuta e gliela mandai. Lui la ricopiò e me la fece avere. Era molto agitato ed è logico che mi chiamasse visto che ero il suo capo».

Augusto Parboni
04/03/2010




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Professore costretto alla pensione Berchet in rivolta: non rottamatelo

Corriere della Sera


Lui: voglio restare. Ma la legge: impossibile, ha 40 anni di contributi. I ragazzi:«Salviamo il nostro eroe»



MILANO - Non ci sono dubbi, deve andare in pensione. Ha versato quarant’anni di contributi e per la sua categoria, quella degli insegnanti, non esistono deroghe. Guido Panseri, professore di storia e filosofia al liceo classico Berchet (amatissimo da intere generazioni di allievi ed ex allievi), a settembre dovrà lasciare cattedra, studenti e colleghi. Anche se ha solo 61 anni e i suoi studenti protestano con volantini e appelli via Internet: «Non rottamatelo». Campagna «antipensionamento » nel liceo di via Commenda.

I manifesti sono comparsi ieri. Appesi ai muri dell’istituto, distribuiti all’intervallo, accompagnati da slogan e link che rimandano al gruppo di Facebook «rottamatevi voi». Autori dell’iniziativa, i ragazzi del corso F, quello in cui insegna Panseri. La spiegazione: «Dopo quarant’anni di onoratissimo servizio come insegnante, divinità part-time e sex symbol, il nostro eroe sta per essere rottamato da ministero. Lui stesso si rifiuterà di cedere alla postmoderna proposta e di lanciare il selvaggio grido "Rottamami" su esplicita richiesta delle alte cariche del Berchet. Ma ora tocca a noi, facciamo sentire a chi di dovere che Guido non si tocca!». Foto collage con il prof circondato da una platea di giovani e altro camouflage con il docente in posa da zio Sam.

Mica male come inventiva. Perché a Facebook e ai volantini si aggiungono anche le magliette «Rottamatevi voi!» realizzate dagli alunni di seconda liceo. Lui, il rottamato, sorride: «Insegno da una vita, al Berchet sono arrivato nel ’75 e mi sento ancora in forma per continuare a lavorare». Ma Panseri non si limita a una pubblica richiesta di rimanere in cattedra. Farà ricorso: «La notifica del mio pensionamento è arrivata tardi: a marzo e non entro il 28 febbraio come prevede la legge. Quindi chiederò che il mio contratto sia rescisso non nel settembre 2010, ma nel 2011».

Tenacia di un docente di lungo corso, anziano solo per anni di insegnamento, non per data di nascita. «Io ho ancora voglia di rimanere a scuola, il mio lavoro mi piace e vorrei continuare a farlo». Si vedrà. Nel frattempo Panseri deve preparare i ragazzi alla maturità e andare avanti con il programma: «E se proprio saranno i miei ultimi mesi in cattedra, a settembre mi metterò sul mercato».

Non cede, Panseri. E nemmeno i suoi studenti, «ho davvero apprezzato la loro reazione e il modo in cui si sono mossi. Il volantino è bellissimo, hanno dimostrato grande capacità di significazione e una competenza che stupisce». I liceali e il professore. Insieme contro il pensionamento «coatto». La campagna anti-rottamazione continuerà nei prossimi giorni. Tra il serio e il faceto. Già ieri sotto un manifesto ne è comparso un altro con la scritta: «Danno anche gli incentivi? ». C’era perfino la firma. Quella del preside, Innocente Pessina.

Annachiara Sacchi
04 marzo 2010




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Quelle carte rubate dopo la morte»

Corriere della Sera

Pasolini e «Petrolio»: Guido, cugino di Pier Paolo, conferma l’episodio 


 
Dunque, ricapitoliamo. L’«Appunto 21» di Petrolio, che si intitola «Lampi sull’Eni», fu scritto certamente da Pasolini, ma nel manoscritto del romanzo non c’è: ne è rimasto solo il titolo. Fu scritto certamente, perché qualche pagina dopo l’autore vi fa cenno, rimandando il lettore a quel paragrafo come a un testo compiuto. Il secondo volume Mondadori (Meridiani) dei Romanzi e racconti, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, contiene Petrolio, il libro incompiuto a cui Pasolini stava lavorando da tre anni quando, il 2 novembre 1975, venne ucciso a Ostia nelle circostanze oscure di cui sappiamo. Nella Nota al testo riguardante il romanzo, Silvia De Laude chiarisce la genesi e lo stato dei lavori e nelle Postille che ne seguono commenta, da brava filologa, passo per passo, la situazione testuale, le varianti, le cassature e le inserzioni. Ma in coincidenza di quella pagina bianca e del successivo riferimento nell’«Appunto 22», non c’è nessuna annotazione che illustri le ragioni del vuoto e il cenno alla parte mancante. 
 
Quella lacuna rimane oscura persino nell’edizione più affidabile di Petrolio. È come se si volesse sorvolare su quella incongruenza. In realtà, la cugina ed erede di Pasolini, Graziella Chiarcossi (filologa a sua volta), nega un’evidenza: e cioè che quelle pagine siano esistite. In un’intervista a Paolo Mauri («la Repubblica» 31 dicembre 2005), afferma: «Sarebbe meglio dire che di quel capitolo è rimasto solo il titolo, come per tanti altri rimasti in bianco», fingendo di ignorare che poche pagine dopo l’autore vi accenna come a un paragrafo compiuto. Nella stessa intervista la Chiarcossi nega anche che dopo la morte di Pier Paolo si sia mai verificato un furto di carte nella casa dell’Eur in cui viveva con suo cugino. E ricorda invece un’effrazione precedente. Ma qui entra in conflitto con il ricordo di Guido Mazzon, cugino anche lui di Pasolini, per via materna (sua nonna era sorella della mamma di Pier Paolo).

Il quale Mazzon aveva già dichiarato a Gianni D’Elia, per il suo libro Il Petrolio delle stragi pubblicato nel 2006 da Effigie, di aver ricevuto, giorni dopo la morte del cugino, una telefonata in cui Graziella accennava al fatto che alcuni ladri erano entrati in casa portandosi via dei gioielli e delle carte del poeta. Ora viene annunciato che le carte scomparse saranno esposte alla Mostra del Libro Antico di Milano (dal 12 marzo) e Mazzon conferma tutto con un certo imbarazzo: «Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: "Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa". E pensai anche: "Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?". Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse».

Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo: vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo. Mia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo». Mazzon si dice idealmente pasoliniano a tutti gli effetti. Nell’Oltrepò, dove abita, conserva ancora un prezioso regalo che suo cugino gli fece tanto tempo fa: «Ero a Casarsa l’estate del 1957, avevo undici anni. Pier Paolo, arrivato da Roma in una delle sue fugaci comparse per salutare la madre, mi vede scendere le scale di casa con una vecchia tromba a cilindri in mano.

"Come puoi suonare con uno strumento così antiquato?" ("orrendo", stava pensando con un suo aggettivo), mi chiede. Poi con aria leggermente imbarazzata stacca un assegno e mi dice: "Tieni, comprati una tromba nuova, argentata!" ("stupenda", pensava)». È un brano del suo libro, La tromba a cilindri, pubblicato nel 2008 da Ibis. «Pier Paolo mi ha insegnato l’amore per la letteratura e la poesia, che per me è diventata musica». Trombettista e compositore jazz, Guido Mazzon ha messo su qualche anno fa uno spettacolo intitolato «L’eredità ideale». Era un omaggio a Pasolini. Un omaggio, esattamente come il desiderio di ricostruire tutta la verità su Pier Paolo, ribadendo quel lucido ricordo che altri familiari hanno curiosamente rimosso. Perché quel particolare, come si sa, potrebbe aprire nuovi scenari.

Paolo Di Stefano
04 marzo 2010





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Campidoglio, buco da 12 miliardi Ma si fanno duemila assunzioni

di Andrea Cuomo

Per Alemanno non c’è nessun aumento di organico: solo sostituzioni dei pensionamenti Tremonti avvisa: stop alle spese o niente aiuti


Roma - Architetti. Ingegneri. Dietisti. Geologi. Statistici. Restauratori. Insegnanti. Vigili urbani. E poi: storici dell’arte, bibliotecari, esperti in controllo gestionale, funzionari dei processi comunicativi e informativi, istruttori amministrativi. 

Il Campidoglio assume. Un’imbarcata come da tempo non si vedeva. Al punto che negli ultimi giorni del 2009, quando al termine di una trattativa estenuante fu concluso l’accordo tra il Comune di Roma e i sindacati, qualcuno parlò di «momento storico». 

Di certo i numeri sono importanti: 1995, duemila posti meno cinque. Che saranno assegnati tramite concorsi pubblici. C’è già la data di scadenza per la presentazione delle domande ai 22 bandi: il prossimo 25 marzo. Ed è solo il primo - anche se il più grande - passo: da qui al 2012 infatti il Campidoglio darà posto a 3396 persone, 2070 assunte tramite concorso e 1326 tra liste di collocamento e scorrimenti di graduatorie. 

Questa infornata di assunzioni, secondo il sindaco Gianni Alemanno, non dovrebbe portare a un aumento di dipendenti: tra pensionamenti e stabilizzazione di precari la pianta organica del Campidoglio resterebbe a 24.500 unità. Ma di certo la caccia allo stipendio all’ombra del Marco Aurelio mal si concilia con il clima di austerità che dovrebbe informare l’azione amministrativa della giunta Alemanno. 

Il condizionale è d’obbligo. Ma è d’obbligo anche ricordare che un piano di rigore finanziario è la condizione che il ministro per l’Economia, Giulio Tremonti avrebbe chiesto allo stesso Alemanno perché il governo si accolli parte del maxidebito che grava sul Campidoglio, maturato per buona parte durante le amministrazioni di centrosinistra, e che veleggia verso i 12 miliardi di euro, secondo le stime elaborate dal Sole 24 Ore sulla base di dati forniti dallo stesso Campidoglio e da Standard&Poor’s. 

E che ha spinto il governo a infilare nel maxiemendamento al decreto legge sugli enti locali sul quale chiederà la fiducia alle Camere anche misure straordinarie che riguardano la capitale: prima di tutto la netta separazione tra la gestione ordinaria del Campidoglio e quella straordinaria per il ripianamento del debito «ereditato» da Alemanno, che comprenderebbe quindi tutti i «buchi» del periodo antecedente al 28 aprile 2008, quando entrò in carica lo stesso Alemanno. 

E poi la nomina di un commissario straordinario per la gestione straordinaria - attualmente ricoperta dallo stesso Alemanno - che procederà a una definitiva ricognizione della massa attiva e di quella passiva, primo passo per il piano di rientro. Insomma, il governo ci mette la buona volontà. Ma forse Alemanno potrebbe fare altrettanto, evitando di innaffiare e concimare la sua «pianta organica».




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Egitto: velo vietato nei locali pubblici

di Matteo Buffolo

Bar e ristoranti non ammettono più le clienti coperte: "È arcaico e simbolo dei ceti bassi. E rovina anche gli affari". E ora c’è chi prevede una norma che istituisca un bando più ampio e diffuso


Ora anche in Egitto c'è chi pensa di dire no al burqa. Nel paese nord-africano, dove il 90% della popolazione è musulmana, molti locali, specialmente al Cairo, hanno deciso di vietare l'ingresso alle donne velate. Il motivo è semplice: principalmente economico. I proprietari di bar e ristoranti della capitale sarebbero preoccupati che un indumento considerato da molti «arcaico» e simbolico «dell'appartenenza ai segmenti sociali più bassi» non crei l'atmosfera necessaria a realizzare un buon incasso e c'è già chi mormora di locali divisi in due, come avviene in Italia per i fumatori: una zona hijiab per le donne velate e una non hijab dove il velo sarebbe vietato. Poi c’è il risvolto sociale. Da quando c’è stata la polemica sul velo all’università, la questione è sempre rimasta all’ordine del giorno. E in Egitto aumenta la fetta di popolazione che vorrebbe un bando più ampio che riguardi anche gli uffici pubblici.

Già nel 2006, Farouk Hosni, il ministro della Cultura e pittore famoso per le sue uscite contro Israele, ha protestato duramente contro il burqa in un'intervista telefonica. «Abbiamo conosciuto un'epoca - ha detto - in cui le nostre madri frequentavano le università e i luoghi di lavoro senza essere velate. È in questo spirito che siamo cresciuti. Perché dunque oggi vi è questo ritorno al passato?». Affermazioni non di poco conto, in un paese dove i Fratelli musulmani sono una delle organizzazioni più importanti. E se Hosni, grazie all'intervento della First lady Suzanne Mubarak non dovette dimettersi, come i Fratelli musulmani avevano richiesto, ha comunque dovuto precisare di «non vietare a nessuno di portarlo».

Le sue parole non sono comunque cadute nel vuoto e hanno trovato sponde, sia governative che istituzionali. «Mi rifiuto di nominare delle consigliere (delle moschee, ndr) che indossino il burqa - ha tuonato appena qualche mese dopo Hamdi Zaqzuq, ministro per i Beni religiosi - perché ciò incoraggerebbe la diffusione della sua cultura: il velo integrale è un costume e non ha niente a che vedere con la religione». Un'altra riprova? Arriva dall'università Al Azhar, uno dei principali centri d'insegnamento religioso dell'islam sunnita: il grande imam, Mohammed Said Tantawi, stava visitando un'aula ed è rimasto colpito dalla presenza di una studentessa al secondo anno di liceo che indossava il niqab (la versione integrale del velo che lascia scoperti solo gli occhi). 

Una situazione che lo ha fatto adirare, al punto da obbligare la studentessa, alquanto restia, a toglierlo: la giovane, infatti, ha provato a resistere ma la risposta di Tantawi è stata dura e secca. «Il niqab è un'usanza tribale che non ha niente a che vedere con l'islam e io - ha aggiunto rivolto alla studentessa - mi intendo di religione molto più di te e dei tuoi genitori», prima di annunciare una circolare di divieto. A vietare l'uso del niqab nelle scuole sono anche altri Paesi di tradizione musulmana, come la Turchia e la Tunisia, mentre lo scorso anno anche le autorità marocchine avevano annunciato di non ammettere donne completamente velate nei luoghi pubblici prendendo spunto dal dibattito sorto in Francia.

Certo, c'è anche chi, come la deputata afghana Malai Joya, è convinta che sia solo una strategia «per distrarre l'attenzione della gente da cose più importanti». Eppure i numeri parlano chiaro: più della metà degli europei, secondo un sondaggio del Financial Times fatto in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito, è contraria, con punte del 70% a Parigi e del 63% nel nostro Paese.




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Il corista dei festini gay e il «gentiluomo» Balducci cacciati dal Vaticano

di Stefano Zurlo


Dimissioni ed espulsioni. Il carosello delle intercettazioni si mescola ai nuovi passaggi dell’inchiesta sulla cricca di Angelo Balducci. E anche la Santa Sede è costretta a scendere in campo. La pietra d’inciampo è il corista nigeriano Thomas Ehiem che avrebbe gestito un giro di prostituzione maschile per conto di Balducci.

Nella babele dei brogliacci passava per religioso o seminarista, forse perché cantava le suggestive liturgie gregoriane nel coro di San Pietro. Più precisamente, era una delle voci della prestigiosissima Cappella Giulia, un’istituzione dal quinto secolo, un pezzo di storia della musica con direttori nel tempo come Pierluigi da Palestrina e Domenico Scarlatti. Ora Ehiem non canta più e non ha più un posto davanti al leggio.

È stato cacciato nel giro di una mattinata e fonti della Santa Sede fanno sapere che «non è un religioso e nemmeno un seminarista». Insomma, è un laico che aveva finito per sembrare quel che non era a causa degli ambienti frequentati. Ora il possibile equivoco è risolto alla radice. «Sembrava una persona perbene», spiega all’Ansa un ecclesiastico che non è affatto convinto della colpevolezza dell’africano.

E però, l’imbarazzo dei Sacri Palazzi è, come dire, double face, perché pure Balducci è molto stimato in Vaticano, è un personaggio chiave del Giubileo del 2000 e da molti anni è addirittura Gentiluomo di Sua Santità. Ora, i dialoghi, finiti nel calderone dell’inchiesta, fra il corista e Balducci col primo che decanta al secondo le caratteristiche fisiche di alcuni ragazzi italiani e stranieri aggiungono un tocco di squallore ad un’indagine che non si fa mancare nulla.

Anche quel che non c’entra niente con i grandi appalti sotto la lente d’ingrandimento dei pm. Presto, il nome di Balducci verrà cancellato dall’elenco dei membri della famiglia pontificia. «Balducci mi è sembrato particolarmente depresso, quasi estraneo a quanto gli accade intorno», racconta Melania Rizzoli, deputato del Pdl che l’ha incontrato a Regina Coeli.

Ma questo è solo uno dei tanti capitoli della maxi inchiesta nata a Firenze e che ha travolto molte persone. Nella stessa giornata in cui incrocia Melania Rizzoli, Balducci, ormai solo ex presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, viene ascoltato dalla magistratura di Perugia, la città in cui sono stati dirottati gran parte degli atti per via del coinvolgimento dell’ex - in questa inchiesta gli ex aumentano con ritmo quotidiano - procuratore aggiunto di Roma Achille Toro.

Balducci, il perno di quel sistema gelatinoso descritto dalla magistratura fiorentina, viene accompagnato da Franco Coppi, uno dei più noti penalisti italiani. Alla fine dell’interrogatorio, Coppi è soddisfatto: «Ha risposto in modo convincente ed esaustivo e ha respinto le accuse». Attenzione: quello del gip di Perugia era l’interrogatorio cosiddetto di garanzia, dunque solo un primo snodo come previsto dal codice, perché l’indagine è appena ripartita in Umbria.

Coppi è comunque ottimista, il giudice si pronuncerà entro lunedì sulle richiesta di revoca delle misure cautelari avanzate proprio da Balducci, da Mauro Della Giovampaola e da Diego Anemone, l’imprenditore ben inserito nella cricca che invece si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha fatto scena muta.

Lontano dalla cricca vuol rimanere il generale Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi. Alcuni quotidiani mettono in pagina frammenti d’intercettazioni da cui si ricaverebbe che Pollari ha incontrato il solito Balducci il 21 maggio 2009. «La notizia - scandisce secco Pollari - è destituita di ogni fondamento». Intercettazioni e interpretazioni.

È un dramma con tanti quadri quello che va in scena in queste ore. E nella capitale si consuma l’ultimo atto del caso Toro. Il plenum del Consiglio superiore della magistratura accoglie all’unanimità le fulminee dimissioni di Toro e omologa il suo addio alla toga. L’ormai ex magistrato è rimasto invischiato nell’indagine insieme al figlio Camillo e alla fine ha gettato la spugna. Impossibile rimanere. Così se ne va, di corsa, fra brogliacci e avvisi di garanzia.

Formalmente, si tratta di un collocamento a riposo per anzianità, ma la sostanza non cambia. Per la magistratura romana, si chiude una brutta storia che ha avvelenato anche i rapporti con Firenze. E alcuni avvocati, accorsi al capezzale degli arrestati per l’inchiesta Fastweb, quella di Silvio Scaglia e dell’ormai ex senatore Nicola Di Girolamo, avanzano il sospetto che quell’indagine, venuta allo scoperto il 23 febbraio scorso, sia stata usata come biglietto da vista dai giudici della capitale per offrire una nuova immagine.



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Carte clonate all'Ikea di Corsico, arrestato un commesso 26enne

Corriere della Sera


Il dipendente carpiva i dati essenziali delle carte di credito dei clienti: spese online per 90 mila euro


MILANO - Era stato assunto da appena due mesi. E in questo tempo E.L., 26 anni, commesso dell'Ikea di Corsico, era già riuscito a «duplicare» 43 carte di credito di altrettanti clienti per acquistare online televisori, macchine fotografiche, telefoni cellulari e biglietti aerei per il Brasile, dove andava a trovare il suo compagno. La somma degli acquisti supera i 90 mila euro.

Le manette ai polsi del cassiere, che dall'età di 15 anni aveva già collezionato una serie di denunce per truffe, rapine improprie e falso, sono scattate martedì pomeriggio, quando gli agenti della Polizia postale hanno finto di effettuare una consegna di telefonini ordinati online (in realtà il pacco era vuoto) nell'appartamento del giovane, in via Santuario del Sacro Cuore a Milano. Nell'abitazione gli investigatori hanno trovato anche alcuni televisori e macchine fotografiche, verosimilmente provento delle truffe telematiche, che sono stati sequestrati.

LA SCOPERTA - A consentire di risalire al cassiere dell'Ikea sono stati alcuni dipendenti di diversi istituti di credito del Milanese che, da gennaio, avevano segnalato agli agenti una serie di movimenti bancari sospetti. Tutti i clienti derubati, molti dei quali non si erano ancora accorti degli ammanchi sui rispettivi conti correnti, avevano in comune acquisti effettuati proprio nella sede dell'Ikea di Corsico. Da qui sono stati approfonditi gli accertamenti che hanno portato dritti ad E.L. Le carte clonate dal truffatore erano tutte «Carta Sì» e «American Express». In poco più di due mesi le operazioni online illecite effettuate dal commesso sono state 71. Il 26enne è rinchiuso a San Vittore con l'accusa di truffa.

IKEA: «CASO ISOLATO E SUBITO SCOPERTO» - La società svedese in un comunicato ha precisato che si tratta di un caso isolato, scoperto grazie alla stretta collaborazione con la polizia locale. E ha annunciato che i suoi legali stanno studiando «la migliore formula per tutelare l'azienda dai rilevanti danni di immagine subiti». «Ikea, sottolineando che si tratta di un caso isolato che non ha precedenti nel nostro Paese - puntualizza la nota - vuole tranquillizzare i propri clienti ricordando che il sistema di controllo interno ha reso possibile la rapida individuazione dell'illecito e del responsabile».

IL CONSIGLIO - Walter Bruschi, amministratore delegato di CPP Italia (multinazionale specializzata nella protezione delle carte di pagamento), – dà un consiglio: «Attivare il servizio SMS di notifica degli acquisti effettuati con la carta ci dà l’allarme al primo acquisto fraudolento. Se, infatti, dovessimo ricevere l’avviso che la nostra tessera è stata usata per un pagamento da noi non autorizzato, non dovremmo far altro che avvisare l’emittente la carta, che provvederà al blocco della stessa. Perciò il numero di blocco, che l’84% delle persone intervistate non conosce a memoria, deve essere tenuto sempre a portata di mano».

Redazione online
03 marzo 2010




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Dell'Utri: "Trovato scritto di Pasolini sull'Eni"

di Redazione

l senatore e bibliofilo ha annunciato di essere in possesso di uno scritto inedito dello scrittore friulano sull'Eni: "Uno scritto inquietante"


MIlano - Un inquietante inedito pasoliniano. Il senatore del Pdl e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri ha annunciato una scoperta che sarà svelata all’apertura della XXI mostra del libro antico di Milano: un dattiloscritto scomparso di Pierpaolo Pasolini ("inquietante per l’Eni" ha commentato il parlamentare) e che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo incompiuto Petrolio. "L’ho letto ma non posso ancora dire nulla - ha affermato Dell’Utri - è uno scritto inquietante per l’Eni, parla di temi e problemi dell’Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese e di Mattei".

Scritto trafugato
Pur non volendo anticipare il contenuto del capitolo, Dell’Utri non ha esitato a parlare di "giallo" a proposito del destino del dattiloscritto. "Credo - si è limitato a dire - che sia stato rubato dallo studio di Pasolini". Allo scrittore e poeta, di cui quest’anno ricorre il 35esimo anniversario della morte, la mostra del libro antico che si terrà al Palazzo della Permanente a Milano dal 12 al 14 marzo dedicherà una retrospettiva con fotografie inedite e con tutte le prime edizioni delle sue opere. E proprio all’interno di questa sezione sarà esposto il misterioso dattiloscritto. Accanto a questo giallo, solamente anticipato da Dell’Utri, la mostra riserverà come da tradizione grandi sorprese per i bibliofili italiani e stranieri: tra i gioielli in esposizione ci sono alcune stampe rare, come la "ventisettana" del Decameron di Boccaccio, la prima edizione italiana di Don Chisciotte risalente al 1622, una Grammaire Turque del 1730 che costituisce il primo esemplare di incunabolo in caratteri latini stampato a Istambul.




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Il falsario della Sindone? Doveva essere Superman

di Andrea Tornielli


Ipotizziamo per un momento che davvero la Sindone sia un manufatto di epoca medioevale – come riscontrato dalla datazione al radiocarbonio – e dunque un clamoroso quanto sacrilego falso. Ipotizziamo pure che il suo sconosciuto autore, questo abilissimo falsario, abbia cosparso il telo con pollini di sicura provenienza mediorientale, con fiori che sbocciano a Gerusalemme in primavera, perfettamente congruenti con quelli che saranno ritrovati nei sedimenti fossili del lago di Genesareth.

Ipotizziamo che vi abbia aggiunto tracce di aloe e mirra, nonché lo abbia «impolverato» con un tipo di carbonato di calcio (aragonite) del tutto simile a quello ritrovato nelle grotte di Gerusalemme, e sia riuscito anche a procurarsi due piccole monete coniate nel 29 dopo Cristo sotto Ponzio Pilato da mettere sugli occhi del cadavere. Ammettiamo ancora che lo straordinario truffatore abbia esplicitamente richiesto, a chi lo aiutava nell’impresa, di realizzare sul telo una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del primo secolo rinvenute a Masada, un’altura vicino al Mar Morto.

Anche ammettendo tutto questo, però, il nostro ipotetico truffatore rimane una figura piuttosto evanescente. \ Nel Medio Evo nessuno poteva avere le nostre conoscenze archeologiche e storiche sulle modalità della flagellazione romana e della crocifissione. La memoria delle circostanze e delle tecniche utilizzate nel I secolo per castigare i condannati alla morte in croce era del tutto perduta mille anni dopo. L’eventuale falsario medievale non avrebbe potuto raffigurare Cristo con particolari in aperto contrasto con l’iconografia della sua epoca.

Ad esempio la corona di spine, che sul lenzuolo è del tipo «a casco», mentre la tradizionale iconografia ce la presenta come una corona aperta sopra. O il fatto che nella Sindone vi siano i segni del trasporto sulle spalle della sola trave orizzontale, il patibulum, mentre la tradizionale Via Crucis rappresenta sempre il Nazareno mentre porta la croce tutta intera. O ancora il particolare dei chiodi infissi sui polsi e non sul palmo delle mani come si vedono invece in tutta l’iconografia.

L’autore dell’eclatante «falso» avrebbe poi dovuto immaginare o prevedere con notevole anticipo l’invenzione del microscopio, avvenuta alla fine del XVI secolo, per poter aggiungere elementi invisibili ad occhio nudo, i quali sarebbero stati scoperti soltanto diversi secoli dopo: i più volte citati pollini mediorientali, terriccio, il siero, gli aromi per la sepoltura, l’aragonite con lo stesso tasso di impurità che si riscontra nelle grotte di Gerusalemme. Tutti elementi invisibili all’occhio del pellegrino medioevale, destinatario del presunto inganno.

Lo stesso falsario, la cui esistenza stiamo ora ipotizzando, avrebbe dovuto anche conoscere in anticipo la fotografia, inventata com’è noto solo nel XIX secolo, e pure l’olografia realizzata negli anni Quaranta del XX secolo. Avrebbe dovuto saper inoltre distinguere tra circolazione sanguigna venosa e arteriosa, studiata per la prima volta nel 1593, vale a dire molti anni dopo la comparsa del telo sindonico, nonché essere in grado di macchiare il lenzuolo in alcuni punti con sangue uscito durante la vita e in altri con sangue fuoriuscito post-mortem. Avrebbe inoltre dovuto sapere rispettare, nella realizzazione delle colature ematiche, la legge della gravità, che è stata scoperta soltanto nel 1666.

Che dire, dunque? Come minimo, questo nostro ipotetico falsario medioevale doveva essere dotato di poteri paranormali. Un vero «superman», in possesso di conoscenze scientifiche, mediche, anatomiche, storiche e archeologiche che sarebbe riduttivo definire al di fuori del comune. Avrebbe dovuto avere capacità e mezzi davvero eccezionali per produrre l’immagine sul telo.

Com’è concepibile che un uomo di tale sovrumana intelligenza, di ingegno così elevato, inventore con così largo anticipo del microscopio, della fotografia, dell’olografia nonché scopritore della legge di gravità, sia rimasto completamente sconosciuto ai suoi contemporanei come pure ai posteri, dato che non ne conosciamo il nome?

E perché mai una persona così straordinariamente intelligente, che si era spinta persino a «spolverare» la Sindone con minerali simili a quelli presenti nelle grotte di Gerusalemme, così raffinata da saper riprodurre, fin nei particolari più piccoli, gli usi e i costumi della Palestina del I secolo, avrebbe commesso un errore madornale e grossolano: quello di servirsi per la sua falsa reliquia di un telo tessuto fresco fresco in epoca medioevale?

Come si concilia la diabolica intelligenza del nostro falsario superuomo, capace di procurarsi i pollini tipici della primavera palestinese, capace di riprodurre le macchie di sangue dimostrando conoscenze di un anatomopatologo moderno, con una «svista» di tali dimensioni? Un perfezionista con qualità sovrumane sarebbe dunque caduto su di un’ovvietà, dimostrandosi all’improvviso non più un mostro di bravura, ma di sbadataggine: invece di procurarsi del tessuto antico, coevo all’epoca di Gesù, invece di cercare stoffe del I secolo sulle quali sbizzarrirsi per riprodurre l’immagine del corpo crocifisso, si sarebbe accontentato di servirsi di una Sindone appena tessuta.

Ma c’è di più. Siccome è indubbio che quel lenzuolo abbia avvolto per un numero determinato di ore un cadavere, sarebbe stato impossibile per lo spregiudicato falsario omicida – sì omicida, perché doveva ammazzare il povero Cristo usato come modello allo stesso modo in cui era stato ammazzato Gesù – riuscire a trovare una vittima il cui volto fosse congruente in diverse decine di punti con le icone di Cristo diffuse nell’arte bizantina \.

Egli avrebbe soprattutto dovuto pestare a sangue il suo malcapitato modello in maniera adeguata, in modo da ottenere determinati gonfiori del viso riprodotti nelle icone. Ne avrebbe probabilmente dovuti uccidere parecchi prima di raggiungere il suo scopo. Non dunque un falsario assassino, ma un falsario serial-killer. Non soltanto un mostro di bravura, ma un mostro e basta, capace di riprodurre sul cadavere della sua vittima, colpevole soltanto di assomigliare a Gesù, particolari difficilmente ottenibili, come i pollici ripiegati all’interno del palmo e la posizione più flessa di una gamba rispetto all’altra.

Anche procurare alla vittima, ormai deceduta, una ferita del costato con una lancia romana, facendone uscire sangue e siero separati, non è assolutamente un esperimento facile da compiere. Altrettanto arduo sarebbe stato mantenere il cadavere avvolto nel lenzuolo per una trentina di ore impedendo il verificarsi del fenomeno della putrefazione. Infine, sarebbe stato impossibile togliere il corpo dal lenzuolo senza il minimo strappo o il più lieve spostamento che avrebbero alterato i contorni delle tracce di sangue.

Possiamo dunque concludere che la realizzazione artificiale della Sindone ci appare impossibile ancora oggi, o meglio ancor di più oggi, come onestamente riconosceva al termine della sua vita il professor Luigi Gonella, affermando «la Sindone è un oggetto che non dovrebbe esistere», e nessuno di coloro che hanno creduto di smascherare il presunto «falso» è mai riuscito a ottenere un’immagine davvero simile per ricchezza di particolari.




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Alle società della «cricca» il lasciapassare degli 007

Corriere della Sera 


Balducci ad Anemone: Bertolaso dice che sei il nostro capo


PERUGIA— «Tu sei il nostro capo». Così Angelo Balducci si rivolgeva all’imprenditore Diego Anemone. E gli assicurava di parlare anche a nome di Guido Bertolaso. Gli atti giudiziari della procura di Perugia svelano ulteriori retroscena sull’aggiudicazione degli appalti per i Grandi Eventi. Aggiungono dettagli sui comportamenti del capo della Protezione Civile. 


E fanno emergere nuovi contatti dei componenti della cricca come quello tra lo stesso Balducci e il consulente aziendale Luigi Bisignani, con il professor Valori e con l’ex segretario di Francesco Rutelli, Vincenzo Spadafora, che assume suo figlio all’Unicef. Ma l’indagine dovrà adesso verificare anche un’altra circostanza: il rilascio del "Nos" al gruppo Anemone. Si è infatti scoperto che il Gruppo ha ottenuto il «nulla osta di sicurezza» dai servizi segreti. 

Un riconoscimento che viene concesso soltanto a ditte che hanno particolari requisiti e possono così svolgere lavori per alcune istituzioni come appunto le sedi che ospitano gli apparanti di intelligence, quelle del Viminale, le caserme, le carceri e altre strutture «riservate». Saranno dunque i magistrati di Perugia a dover verificare se la procedura seguita sia stata regolare e se l’impresa avesse i titoli necessari. 

Il prezzo invitato
Il 12 novembre scorso il responsabile del centro benessere del Salaria Sport Village Simone Rossetti contatta Stefano Morandi, un suo collaboratore, «e gli prospetta "l’importantissima" necessità di organizzare un ciclo di riabilitazione per la figlia di Bertolaso». 

Il tono è sbrigativo: «Allora praticamente ha chiamato la Protezione Civile... ha chiamato la segretaria del ministro Bertolaso ... ha richiesto siccome la figlia di Bertolaso c’ha un problema al... s’è tolta un chiodo praticamente... c'ha bisogno da domani mattina di una persona che le faccia sia la riabilitazione in acqua... quindi lei viene con la mascherina un po’ di pinne ’ste cose qui... vuole che gli mandi una mail allora fai... punto gallo... chiocciola protezione civile punto it... mi raccomando pure i prezzi dentro... mettiamogli un programma che ne so 10 sedute cose così». 

I due si sentono ancora poco dopo. Annotano gli investigatori: «Rossetti chiede a Morandi di indicare nel programma da inviare per posta elettronica alla segretaria Marina il prezzo inventato di 80 euro a seduta: "L’importo inventatelo insomma fai... fagli 80 euro a seduta».

Tessera di platino per il cognato

Le intercettazioni svelano come il circolo di Anemone sia una meta fissa per tutta la famiglia Bertolaso. E i dipendenti appaiono ben lieti di accontentare ogni richiesta. Il 17 ottobre, Rosalba, dipendente del Salaria Sport Village, parla con Rossetti di Francesco Piermarini, il cognato del capo della protezione civile, che ha ottenuto anche alcuni incarichi nell’ambito degli eventi. Rosalba: ... eh Simone ... ti disturbo? allora una cortesia questa mattina è venuto il signor Piermarini Francesco ... lui era ... che è platino (Categoria di abbonamento, ndr?)

... Rossetti: ... sì, a posto, a posto ... Rosalba: ... lo posso rinnovare ? Rossetti: ... assolutamente va bene ... sì, sì va be’ sai ... senti una cosa quella lì ... prolungamela così poi non c’abbiamo problemi... prolungamela un paio d’anni va bene?... Rosalba: ah! va benissimo, sì perché ha portato un’ospite io ho fatto entrare... Rossetti: ... non ci sono problemi hai fatto benissimo... 


A confermare gli ottimi rapporti tra Bertolaso e Anemone è, secondo gli investigatori, una telefonata del 31 dicembre scorso tra l’imprenditore e Balducci. Balducci:... poi mi ha chiamato Guido e m’ha detto... sai... dice... ho avuto un bellissimo colloquio con il nostro capo... che saresti te Anemone:... (ride) Balducci: e m’ha detto senti allora ci vediamo il... magari se sei a Roma?... dico... no ... guarda ... io il primo ho detto ... be’ può darsi perché poi il primo sera e il 2 mattina... faccio 3-4 giorni alla Residance 

I lavori alla Triumph
Il 12 dicembre scorso Balducci commenta la pubblicazione di un articolo sul settimanale L’Espresso «dove il riferimento alla società Triumph "è perfettamente preciso", aggiungendo che più volte ha segnalato a Guido (Bertolaso) che era "un’esagerazione affidare sempre a tale impresa le fornitura di servizi"». Annotano i carabinieri del Ros: «Si tratta della impresa Gruppo Triumph srl con sede a Roma via Lucilio 60, costituita il 23 luglio 1991 che presenta in atto un capitale sociale di euro 35.000, ripartito fra i soci: (euro 34.000) Maria Criscuolo, (euro 1.000) Francesca Accettola. 

La società ha come attività l'organizzazione sia nella preparazione che nello svolgimento di conferenze, congressi, tavole rotonde, riunioni, seminari ed incontri tecnici e scientifici». E poi aggiungono: «Proprio a Maria Criscuolo, il pomeriggio del giorno successivo (24 dicembre), Balducci invia un sms pr gli auguri natalizi. "Maria tanti auguri e spero a presto. Angelo Balducci". Dopo pochi minuti Maria Criscuolo, con un altro sms, risponde. "Anche io spero di vederti presto un abbraccio Maria». Balducci è critico nei confronti di Bertolaso anche in occasione del suo viaggio ad Haiti dopo il terremoto. Ne parla con Mauro della Giovampaola e afferma: «Domani lui ritorna da Haiti ... perché è andato lì per far ’sta boutade, perché insomma, mi pare andare lì un giorno e mezzo non credo che...». 

Tra gennaio e febbraio scorsi vengono rilevati contatti mai emersi in precedenza. Il 20 gennaio Balducci chiede al centralino di palazzo Chigi, dove ha sede il suo ufficio «di essere messo in contatto con il dottor Luigi Bisignani». Dopo alcuni tentativi gli viene risposto che non è rintracciabile e lui annuncia che riproverà nel pomeriggio. Scrivono i carabinieri: «È la prima volta che nel corso della presente indagine emerge il nome di Luigi Bisignani e il tentativo di contatto è concomitante alla pubblicazione sul quotidiano La Repubblica, dell’articolo dal titolo "Bertolaso spa" in cui fra gli altri, si fa cenno sia a Bisignani sia a Balducci». 

Non ci sono altre telefonate tra i due, mentre il 3 febbraio Balducci viene chiamato dal professor Valori che afferma: «È venuta a trovarmi Donatella e così passando è venuto il discorso su di te ... "assolutamente bisogna tutelarlo!" eh adesso a Roma è arrivato un numero uno, un grande amico preferisco parlartene a voce non da questi mezzi che ci ascoltano tutti. Ci sentiamo domattina e così ci raggiungiamo perché è importante che tu sappia... Donatella... mi raccomando perché questa ... tu sai... sono molto legato a tutti e due». Il posto all’Unicef 

Erano noti i rapporti tra Balducci e Spadafora, l’ex segretario di Rutelli poi diventato presidente dell’Unicef. E adesso si scopre che il figlio dell’alto funzionario è stato assunto come dipendente part-time presso l’organizzazione che tutela i diritti per l’infanzia «con contratto firmato nell’ottobre 2009, pochi giorni dopo un incontro tra i due». «Filippo Balducci - che svolge anche un altro lavoro come assistente del direttore artistico dell'auditorium di Roma - telefona al commercialista Stefano Gazzani, preoccupato per gli effetti fiscali dell’accumulo del doppio stipendio ma riceve assicurazioni. 

Gli dice il professionista: «Puoi firmare tranquillo. Quando ti farò la dichiarazione dei redditi ti dirò "Filippo c’è da pagare una integrazione perché chiaramente la somma dei due redditi fa saltare ad uno scaglione superiore, per cui ci sarà una aliquota marginale un po’ più alta e ci sta da pagare la differenza ogni anno, ma quello poi ogni volta che faccio la denuncia dei redditi te lo dico io. Per cui puoi firmare tranquillo, auguri!». Gazzani, che gestisce non soltanto il patrimonio della famiglia Balducci, ma anche quello del Gruppo Anemone, è indagato nell’inchiesta. 


Fiorenza Sarzanini
04 marzo 2010





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Multe facili? Il parroco paga le contravvenzioni dei fedeli

Il Resto del Carlino


Don Vittorio Serafini, parroco di Tolentino, ha annunciato che si accollerà le ammende per sosta vietata davanti alla chiesa


Tolentino, 3 marzo 2010


Cittadini in rivolta in diversi centri delle Marche contro un atteggiamento dei vigili urbani, che giudicano vessatorio. Già ad Ascoli Piceno i commercianti del centro storico hanno indetto due giorni di serrata per protestare contro i provvedimenti messo in atto dal Comune, che - a loro dire - hanno scoraggiato residenti e turisti.

A Tolentino, il parroco di San Francesco, Don Vittorio Serafini, ha deciso di schierarsi al fianco dei fedeli nella battaglia per far modificare la viabilità e contro le contravvenzioni facile dei vigili, inflessibile anche con le automobili di genitori che accompagnano i figlii al catechismo. Don Vittorio ha annunciato che pagherà lui le multe per sosta vietata prese dai parrocchiani davanti alla sua chiesa.

Don Vittorio teme anche che i fedeli, scoraggiati, disertino gli incontri in parrocchia. I residenti, da parte loro, leggono in questa 'tolleranza zero' decisa dalle rispettiva amministrazinoi l’urgenza di rimpinguare le casse comunali e fare quadrare i bilanci.




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Di Girolamo, dopo le dimissioni si è costituito

di Redazione

Palazzo Madama approva le dimissioni. Di Girolamo: "La mia non è una storia criminale, non ho portato in quest’aula l’indegnità della mafia e della n’drangheta".


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Al termine dell'intervento un breve applauso. In serata l'ormai ex senatore si è costituito

 


Roma - Dopo che Palazzo Madama ha approvato le sue dimissioni Nicola Di Girolamo si è costituito alle forze dell'ordine. Indagato nell’ambito dell’inchiesta riciclaggio e accusato, tra le altre cose, di essere stato eletto con i voti della criminalità organizzata, per Di Girolamo si aprono le porte del carcere. 

Senato, dimissioni accolte Girolamo non è più senatore della Repubblica. Palazzo Madama ha approvato le sue dimissioni con voto a scrutinio elettronico segreto: 259 i voti a favore, 16 contrari e 12 astenuti. Prima delle votazioni il senatore si è voluto difendere, in aula, leggendo il testo della lettera che ha indirizzato a Schifani. "La mia - ha precisato - non è una storia criminale". Ma dopo il suo intervento - e un applauso del Pdl ("solidarietà umana", precisa Giovanardi), esplode la bagarre in aula. Accuse e repliche. La tensione sale. Si discute anche su Raffaele Fantetti, colui che dovrebbe subentrare a Di Girolamo. "Avrà la residenza all'estero?" si domanda il capogruppo dell'Udc. Nuove polemiche all'orizzonte.

"Non sono Lucifero" "Vorrei dedicare due parole a quest’aula - ha poi aggiunto a braccio - a quest’aula per dire che è stata per me un’esperienza altissima. Non ho portato in quest’aula l’indegnità della mafia e della n’drangheta. Quella sera ho fatto circa 250 fotografie davanti a quella torta. Quel personaggio mi era stato presentato come un ristoratore. Anche voi avete fatto delle foto e non credo che avete chiesto i documenti a quelli che erano con voi. 

Vorrei ringraziare tutti coloro del gruppo. Non faccio nomi, visto che sono il Lucifero e l’untore. Credo che i colleghi sanno a chi è diretta la mia riconoscenza. Per loro stessa tutela non li chiamo per nome. Vale anche per i colleghi di opposizione con molti dei quali ho lavorato". "Gli italiani all’estero sono una realtà - ha detto Di Girolamno avviandosi alla conclusione - e parte di un circolo virtuoso. Con tutte le modifiche che ritenete opportune, considerate che gli italiani all’estero non posso essere ignorati". 

Protesta in aula, seduta sospesa Tensione nell’aula del Senato. Il dibattito è infatti proseguito in assenza di tutti i senatori del Pdl, ad eccezione di Barbara Contini, impegnati in una riunione di gruppo. Questo ha causato le proteste di tutta l’opposizione e in particolare del Pd e dell’Idv. "Ieri - ha detto la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro - avevamo previsto che la vicenda Di Girolamo si sarebbe conclusa con un applauso e così è stato. Non potevamo prevedere però, nemmeno nelle ipotesi più pessimiste, che dopo l’applauso giubilare non uno dei colleghi di maggioranza restasse nell’aula". 

Giovanardi: governo non può partecipare Il sottosegretario Carlo Giovanardi, presente durante l’intervento di Di Girolamo, ha preso la parola, ma non dai banchi del governo, per respingere le accuse che venivano dall’opposizione sulla mancata presenza di rappresentanti del governo nel dibattito. Giovanardi ha spiegato che quando si tratta di decisioni che rigurdano lo status dei senatori il governo in quanto tale non può partecipare né deve essere presente alla discussione. Per questa ragione ha svolto il suo intervento dai banchi della maggioranza. Giovanardi ha anche polemizzato con l'opposizione, nella sua veste di senatore, accusandola di aver trasformato un applauso di solidarietà umana a chi abbandona il parlamento con un gesto di valenza politica.  

Finocchiaro: via l'odg De Gregorio "Noi ora votiamo le dimissioni di Di Girolamo e votiamo a favore, ma dopo vogliamo votare la revoca dell’ordine del giorno De Gregorio". È quanto ha chiesto la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro intervenendo prima delle votazioni. 

Follini bacchetta Schifani "La maggioranza decide di assolvere se stessa archiviando il caso Di Girolamo". Così il presidente della Giunta per le elezioni e le immunità del Senato, Marco Follini, nel suo intervento in aula. "Ieri si è gloriato un pò impropriamente di aver impresso un’accelerazione a una vicenda" che invece si è rivelata come "il gioco delle tre carte e come tale si rivela". Il presidente Follini ha poi concluso il suo intervento ribadendo che sarebbe possibile "uscire da questa brutta vicenda con dignità e anche limpidezza se guardassimo agli errori fatti". 

Gasparri: da voi niente lezioni Il Pdl si assume la responsabilità di votare le dimissioni di Di Girolamo, lo stesso dovrebbe fare l’opposizione che invece punta "sui cavilli". Lo ha detto il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che ha attaccato l’opposizione: "Piano con il rispetto delle regole perché non so se tutti da quella parte dei banchi sono in grado di votare una cosa del genere... Abbiamo buona memoria anche noi, dall’Australia a Terlizzi, che Vendola non aveva conquistato. Non accettiamo lezioni". 

Di Pietro: Cosentino è peggio "Oggi sono tutti addosso a Di Girolamo, ma perché Cosentino che ha un mandato di cattura per fatti più gravi sta lì?": questa la domanda con cui il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro risponde ai giornalisti. "Perché - domanda Di Pietro - nei suoi confronti non viene dichiarata la decadenza, perchè non si vota la sfiducia come noi abbiamo chiesto?. La risposta - afferma - è una sola: che unicamente quando si viene presi con le mani nella marmellata si finge ipocritamente di fare il proprio dovere. Altrimenti in questo parlamento e in questo governo la questione legalità viene messa sempre al secondo posto". 

Proclamato senatore Fanetti "Dopo un lungo e acceso dibattito, la Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari ha trovato una soluzione che consentirà di avere entro venti giorni una risposta sull’eleggibilità o meno di Raffaele Fantetti che dovrebbe subentrare a Nicola Di Girolamo". Lo annuncia il senatore del Pd Francesco Sanna, capogruppo in Giunta, dopo l’approvazione della risoluzione presentata dallo stesso Sanna. 

"La risoluzione - spiega il capogruppo del Pd - segnala al Presidente del Senato la necessità di prendere iniziative di tipo regolamentare o legislativo per superare la lacuna normativa che, con l’approvazione della legge elettorale vigente il cosiddetto porcellum, non vede esplicitamente disciplinato il fenomeno del subentro degli eletti nelle circoscrizioni estero". "Dopo i venti giorni di moratoria che la legge e il regolamento del Senato impongono per la presentazione di ricorsi da parte di eventuali contro interessati, la Giunta, esercitando i suoi poteri d’ufficio, esaminerà ed approfondirà i titoli di eleggibilità e i profili relativi alla residenza all’estero al momento della candidatura di Fantetti".

Polemiche sul successore
Raffale Fantetti subentra a Di Girolamo come senatore del Pdl per la circoscrizione Europa, come primo dei non eletti tra gli italiani all’ estero. Ma il capogruppo dell’Udc Gianpiero D’Alia, subito dopo che il Senato ha accolto le dimissioni presentate dal Di Girolamo pone un problema di non poco conto: "Ci risulta che Fantetti sia un dipendente del ministero delle Politiche comunitarie. Può un dipendente del ministero avere la residenza all’estero?". 




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