sabato 6 marzo 2010

Scrive favole per i bambini Torna in libertà «o’ poeta»

Corriere del Veneto

Scarcerato dopo 10 mesi, era stato condannato a 24 anni

 

Giacomo Cavalcanti giovane
Giacomo Cavalcanti giovane
VERONA—Chissà, magari adesso potrebbe anche chiedere l’applicazione della legge Bacchelli, quella che prevede l'assegnazione di un vitalizio a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell'arte, dello spettacolo e dello sport, ma che versano in situazioni di indigenza. Ecco, lui proprio indigente non è. Anzi. Ma visto che proprio per i giudici, a quanto pare la sua vena letteraria è tale da permettergli di non scontare una condanna per omicidio, a questo punto gli si potrebbe concedere anche il vitalizio. Nel frattempo lui, uscito da Poggioreale, è tornato nel suo appartamento in via Ca’ di Cozzi, qui a Verona.

E lì che poco meno di dieci mesi fa lo arrestò la squadra mobile. Già, perchè lui, Giacomo Cavalcanti, detto «o’poeta» proprio per le sue velleità poetiche e non per le rimembranze letterarie del cognome, era stato condannato a 24 anni di carcere in primo grado per l’omicidio di Alvino Frizziero, cognato del boss del Vomero Giovanni Alfano, ammazzato in una traversa di Napoli il 27 novembre del 1985. Del resto lui, «o’poeta», nei suoi 57 anni di vita ha sempre avuto tre grandi passioni: quella per la letteratura, quella per il calcio e quella per... la camorra.

«Uomo di cultura ed estremista di sinistra», veniva definito Cavalcanti nelle informative della polizia. Ma, soprattutto, uno dei personaggi di maggior rilievo della mala napoletana degli anni Ottanta. Uno dei capi del cartello di clan che andava sotto il nome di «Nuova Famiglia». Dell’omicidio di Frizziero «o’poeta» risultò essere il mandante. Perchè lui ha sempre fatto così. E tra una condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, per estorsione, per rapina, per ricettazione, per porto abusivo di armi da sparo o per lesioni lui il tempo lo trascorreva scrivendo in versi sui fascicoli giudiziari che lo riguardavano.

Una «produzione letteraria », la sua, ovviamente imponente, se paragonata alla mole dei fascicoli. Che è sfociata, però, in un’unica pubblicazione, un libercolo dal titolo «La rondine da terra non sa volare». Per lui, non solo come autore, deve trattarsi di un capolavoro. Se non altro perchè gli ha permesso di sfangare 24 anni di carcere. Le composizioni del «poeta» devono aver impressionato anche i giudici della 12esima sezione del tribunale del Riesame di Napoli, che lo hanno scarcerato.

Non c’è pericolo di fuga - del resto lui è sempre stato disponibile, nel suo appartamento in via Ca’ di Cozzi - nè il rischio di recidiva - è da quell’85 che sembra non abbia più commissionato omicidi - e ha dalla sua anche la testimonianza di un ex sacerdote impegnato nel sociale. Ma sono i versi del «poeta» a fare la differenza. I suoi avvocati, Mario D’Alessandro e Saverio Senese, hanno portato ai giudici partenopei il libro e alcune favole per bambini che Cavalcanti ha scritto.

«Oggi - sostiene il Riesame - deve darsi atto che il Cavalcanti risulta ancora più inserito in un contesto sociale del tutto distante dalla sua vita antefatta». «Distante» almeno 716 chilometri, quelli che separano Napoli da Verona, dove Cavalcanti risiede da una decina di anni. Ma non è che in riva all’Adige il nostro abbia avuto esattamente un’amnesia e si sia dimenticato la «vita antefatta». Già, perchè «o’ poeta» le sue belle tribolazioni le ha avute anche qua.

Nel maggio del 2004 in via Ca’ di Cozzi arrivarono i carabinieri del nucleo operativo del Comando di Napoli e della Dia, incaricati dalla direzione distrettuale antimafia di indagare sul calcio (l’altra «passione» del «poeta») e le scommesse. Qui a Verona Giacomo Cavalcanti ha cercato di crearsi una facciata rispettabile con tanto di azienda che commercializza schede telefoniche, la Gjab Card. Un castello di carte che reggeva, se non fosse arrivato a soffiargli sopra un pentito di camorra, Luigi Giuliano.

Lui Cavalcanti lo conosce bene. Tanto da averlo indicato come uno degli uomini che lui stesso avrebbe utilizzato per organizzare una «sorta di guerra totale» ai clan rivali dei Giuliano. Il 7 gennaio di due anni fa Cavalcanti era nel suo appartamento in via Ca’ di Cozzi con la moglie e i tre figli, quando tre incendi hanno distrutto la cassetta della posta, il vano ascensore, e la porta di un’abitazione al quarto piano. Quella di casa sua. Quattro mesi dopo allo stesso campanello suonarono gli uomini della squadra mobile scaligera, per portare «o’poeta » in carcere. Ventiquattro anni in primo grado, era la condanna che avrebbe dovuto scontare. Neanche dieci mesi la galera che per «meriti letterari» si è fatto. E ieri, commentando la scarcerazione, c’era chi si riprometteva di tornare a studiare la terzina endecasillaba. Vedi mai che nella vita alla fine la poesia veramente può essere d’aiuto...

Angiola Petronio
06 marzo 2010





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Verdini: "Raccomandai Fusi"

La Stampa

Nuova ordinanza del gip di Firenze: «Sistema collaudato in grado i inquinare appalti»
NICCOLÒ ZANCAN
INVIATO A FIRENZE 


Trecentoquaranta pagine piene di telefonate così: «Ciao Riccardo». «C’hai parlato?». «No, è a Bruxelles, mi deve chiamare, è da stamattina che lo perseguito». «Maremma bucaiola...». «Stai tranquillo, lo piglio, lo piglio...».

Riassunto della storia: l’imprenditore fiorentino Riccardo Fusi pressa l’amico banchiere Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, affinché interessi il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, per cercare di riprendersi l’appalto della nuova scuola dei marescialli di Firenze. Tentativi, raccomandazioni: un’attività frenetica di pubbliche relazioni, ringraziamenti, regali, aperitivi, appuntamenti. Fusi ritiene che il lavoro gli sia stato tolto ingiustamente, con grave danno erariale per lo Stato, oltre che per se stesso. Aspira alle Grandi Opere. Vuole entrare negli appalti per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia: i nuovi Uffizi, il nuovo auditorium di Firenze. Sembra che il suo mestiere di presidente della Btp - sesta impresa di costruzioni italiana - consista precisamente in questo.

«La patente per uccidere»
Fusi da un lato aggancia Francesco De Vito Piscicelli, faccendiere con amici in «odore di camorra» e «un background di vent’anni di buttamento di sangue» negli uffici che contano. Il prezzo è giusto. «Quasi ci fosse un tariffario», scrive il gip Rosario Lupo. Un milione e mezzo per risolvere il problema. Dall’altra tenta una strada più alta: si rivolge all’amico del cuore Denis Verdini, toscano come lui. Tutte le strade lo portano inesorabilmente alla «cricca di via della Ferratella» a Roma: a Angelo Balducci e Fabio De Santis. Il versante fiorentino dell’inchiesta, quindi, sembra speculare a quello romano, dove l’imprenditore di riferimento era invece Diego Anemone.

«Emerge un sistema di corruttela consolidato e collaudato, esteso ed efficiente, annidato al vertice della struttura amministrativa della presidenza del Consiglio e, per ciò stesso, altamente pericoloso». Così ha scritto il gip facendo sue le parole della Procura di Firenze. Riassuntiva pare una frase di De Santis: «C’abbiamo la patente per uccidere... Possiamo piglià tutto quello che ci pare». Ecco il motivo delle quattro nuove ordinanze di custodia eseguite mercoledì notte.

La parcella dell’avvocato
Per Balducci, De Santis, Piscicelli e l’avvocato romano Guido Cerruti, nel ruolo di garante del patto fra Roma e Firenze, l’accusa è di concorso in corruzione aggravata e continuata. Anche il prezzo per il lavoro della cricca era già stato fissato, proprio attraverso la parcella dell’avvocato: «Due per cento sull’importo incassato qualora fosse stato riconosciuto un risarcimento economico in favore della Btp - scrive il gip - ovvero una somma di denaro pari allo 0,8 dell’importo dell’appalto (circa 250 milioni di euro) se i lavori fossero stati riaffidati all’impresa». Soldi, certo. In mezzo alla solita gelatina di rapporti scivolosi.

Le prime settanta pagine si concentrano su Fusi e Verdini, entrambi indagati a piede libero. Scrive il gip: «E’ un capitolo fondamentale per comprendere appieno questa complicata vicenda. Risulta dalle conversazioni riferite che Fusi e Verdini siano legati da un rapporto amicale, ma anche da rapporti economici...».

Gli amici toscani e il ministro
Ricorre spesso il nome del ministro Matteoli. L’annuncio trafelato di Verdini è del 3 dicembre 2008: «Devi andare subito al ministero. Ti aspetta Altero...». «Subito al ministero? Ma c’ho Rocco qui.. Come faccio?». «Tu fissi dopo con lui, via.. vai. Poi c’ha una delegazione». Alle 12,12 l’incontro è finito, Verdini vuole sapere: «Ci sei andato?». Fusi risponde: «Sì, sono uscito ora. S’è fatto un programma». I rapporti proseguono. 5 agosto 2008. Verdini: «Sono qui con Altero, secondo lui s’è fatto tutto ciò che doveva essere fatto». Agli atti c’è anche una telefonata fra Fusi e il ministro: «Ma sei già in vacanza?». Fusi: «Macché. Lavoro, lavoro, lavoro...». Matteoli: «Il tuo complice però è già in vacanza». Fusi: «Un po’ sì e un po’ no, ma tu come funzioni?

Ci si può vedere un minuto? So che dovrebbero esserci sviluppi per quanto riguarda la scuola di Firenze...». Un impressionante incrocio di chiamate. Verdini a Balducci: «Ho lavorato bene con il ministro in maniera che le cose andassero... Mi prepari anche l’elenco dei nostri amici sul territorio che in questi giorni me li lavoro...». Balducci: «Come no! Certo...». Si incontrano. Balducci è radioso, ne parla con De Santis: «E’ andata al di là di ogni aspettativa. Mi ha detto: "Io sono qua per risolvere insieme a te, sul piano del territorio..."». Scrive il gip: «Con malcelata soddisfazione Balducci riferisce che Verdini gli ha chiesto di gestire insieme i prossimi appalti».

L’uomo giusto al posto giusto
Sempre Verdini avrebbe avuto un ruolo determinate nella nomina di Fabio De Santis a provveditore per le opere pubbliche della Toscana, ruolo cruciale per gestire la grana della scuola dei marescialli. Osserva il gip: «Un privato quale è Fusi si dà da fare affinché De Santis venga nominato, nonostante la sua qualifica tecnica sia di seconda fascia. Lo fa tramite l’amico Verdini e i rapporti di questo con il ministro competente».

E’ un ginepraio di entrature. Il gip: «Un meccanismo messo in piedi da imprenditori senza scrupoli e da pubblici funzionari venduti che fa rilevantissimi danni non solo alle casse dello Stato ma anche all’ambiente e alla qualità degli interventi pubblici sul territorio». Va detto che Verdini è già stato interrogato. Non ha negato l’amicizia con Fusi, neppure di averlo raccomandato per fargli ottenere qualche appalto in Abruzzo: «Gli ho presentato delle persone, è vero che ho fatto una telefonato per caldeggiare la nomina di De Santis. Ma mi sono sempre comportato in maniera trasparente. Fra me e Riccardo Fusi non ci sono cointeressenze».

Ora sta per succedere una cosa importante. Forse la prima svolta nell’inchiesta. Proprio Fusi, che si è dimesso da ogni carica per scampare il carcere, verrà interrogato mercoledì 10 marzo. L'avvocato Alessandro Traversi: «Non andremo a difenderci. Il nostro sarà un atto d’accusa al sistema».




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Gli impresentabili in lista, ora Tonino è processato dai "suoi" giustizialisti

di Paolo Bracalini

"Micromega" attacca ancora l’ex pm per lanciare De Magistris E l’eurodeputato, in rotta con l’Idv, lavora a un partito tutto suo. Da Flores D'Arcais a Travaglio, gli amici del leadersono diventati suoi fustigatori.


Il sogno di Veltroni: fondare un nuovo partito

 


L’idea gli frulla in testa da tempo, «il Partito dei senza partito», con dentro un po’ di viola anti-Cav, Andrea Camilleri e il suo commissario Montalbano, Travaglio come teorico, Santoro come icona tv, la magistratura come stella polare. Flores D’Arcais, filosofo di piazza e mina vagante della politica italiana (eterno calabrone disturbatore dei sonni della sinistra) con la sua Micromega, ha già individuato il leader possibile per questo pseudo-partito-anti-partito, Luigi De Magistris, e con ciò anche la vittima sacrificale del suo fuoco purificatore: l’amico (si fa per dire) Antonio Di Pietro.

È dalle ceneri dell’Idv plasmato da Tonino, filosofeggia D’Arcais, che dovrà nascere come la fenice il nuovo Partito dei Valori Assoluti, il PdG, Partito dei Giusti. Ed ecco dunque spiegata la guerra micidiale (perché fatta con la maschera dell’amicizia), di Micromega a Di Pietro e alle varie schifezze della sua Idv, una serie di randellate in testa a Tonino tirate anche sul Fatto di Travaglio per invitare il leader a fare quel che non può: azzerare il partito che lo rispecchia fedelmente, cacciare gli uomini che lui ha voluto, in altre parole rinnegare se stesso.

E dunque ecco un’altra puntata e un’altra inchiesta («L’Idv perde il pelo e raddoppia il vizio»), dopo le dieci domande a Tonino e dopo le accuse pesanti, per mettere in difficoltà la leadership di Di Pietro e stendere l’ennesimo tappetino rosso ideale a De Magistris, la cenerentola dell’Idv, che però non si muove mai per davvero. Per adesso l’ex Pm napoletano ha fatto il pesce in barile, smentendo sempre di guidare una corrente alternativa a quella del «fratello siamese» Di Pietro. Lui smorza, tiene un profilo basso, non si espone, ma quelli che vedono in lui un nuovo Di Pietro si muovono, eccome se si muovono.

A partire appunto da Flores D’Arcais, ormai un nemico di Di Pietro che sa di poter essere messo in seria difficoltà solo da loro, gli epuratori dei puri, le anime immacolate che più bianche non si può. Insomma gli amici, tra cui Travaglio, altro micromeghiano. Col giornalista lo scontro è sull’appoggio dell’Idv al plurindagato De Luca in Campania.

Quello è il caso limite, più evidente, di una spaccatura che sta preoccupando Di Pietro perché sgretola dalle fondamenta il mito, costruito negli anni, del «dipietrismo». Ma è solo un fronte tra i molti aperti. La fortuna di Tonino, per il momento, è che la persona che dovrebbe fargli le scarpe, al suo confronto, è un dilettante, un politico inesperto e senza astuzie. De Magistris ha cominciato a muoversi solo adesso, mentre un altro dipietrista gli sta rubando l’elettorato movimentista, il deputato Franco Barbato. «Luigino» ha cominciato a muoversi in Campania, la sua regione, sostenendo il voto disgiunto, diversamente dall’indicazione del partito che lo ha eletto a Strasburgo.

È sceso in Campania per dare il sostegno al candidato presidente della Lista Grillo, sostenendo peraltro come candidato al Consiglio regionale Fausto Morrone, attuale consigliere comunale in guerra con De Luca, il candidato di Di Pietro. La stessa cosa succede in Lombardia, dove De Magistris ha un suo uomo, l’attore Giulio Cavalli, che viene regolarmente boicottato dal partito (il sito internet dell’Idv lo ha cancellato addirittura dalla lista dei candidati lombardi!). Si dice che quando De Magistris si muova sul territorio, nessuno del partito (l’apparato che lo vede come una minaccia) si sogni di dargli una mano o anche solo di presenziare.

Tanto che, dopo il letargo in cui è stato finora nonostante il chiasso dei suoi sostenitori, c’è chi giura che De Magistris sia pronto al grande passo: «Vuole fare un suo partito - racconta un dipietrista che lo conosce bene -, un partito di sinistra con i pezzi dell’Idv che stanno con lui e la sinistra rimasta fuori dal Parlamento. Ha contatti con Vendola e con Marco Ferrando (quello del Partito comunista dei lavoratori, ndr).

Ora vuol far eleggere qualcuno dei suoi nei Consigli regionali per poi contarsi e vedere che succede». Ma il partito gli fa la guerra. Anche la candidatura di Callipo in Calabria, fortemente voluta da De Magistris, è stata osteggiata dall’apparato e non ha molte speranze di rivelarsi un successo. E se farà fiasco, sarà tutto addebitato a De Magistris.

Fa flop, in politica (anche se è presto) come da magistrato, ma comunque sia piace, non solo a Cecchi Paone, ma pure ai giustizialisti-grillini. E nel numero in cui Flores lo evoca, mentre martella Tonino, inanella una serie di coincidenze che mettono insieme un quadro chiaro. L’asse è quello tra i «puri» del Pdl (i finiani) e i puri dell’Idv (i demagistrisiani) per scardinare maggioranza e opposizione, nel nome di una politica dei Giusti.

Con Camilleri (già del Partito dei senza partito) che intervista Granata, l’antiberlusconiano del Pdl, e con Travaglio che racconta la sua destra da Cavour a Montanelli, un’inchiesta sulla «Destra nuova di Gianfranco Fini» e una sugli impresentabili dell’Idv. Come dire: che bello sarebbe se la destra fosse Fini e la sinistra fosse De Magistris.




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L'orca uccide l'addestratrice

Corriere della sera

Il filmato del tragico episodio avvenuto in Florida a febbraio nel parco acquatico di Sea World


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Di Pietro e Grillo impeachment per Napolitano

Libero






Di Pietro non si ferma. Dopo aver invocato l'esercito per fermare il centrodestra, ora chiede l'impeachment per Giorgio Napolitano. Con lui anche Beppe Grillo. Sembra una barzelletta, ma non lo è. Il capo dello Stato è il nuovo nemico, colpevole di aver firmato il via libera alle elezioni regolari. Il leader dell'Idv ha detto infatti che è necessario "capire bene il ruolo di Napolitano" sul dl 'salvaliste', una "sporca faccenda", per "valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l`impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni". E oggi il popolo viola si è dato appuntamento alle due, in piazza a Roma, Torino e Milano, davanti alle prefetture.

"Ieri sera - afferma il leader di Italia dei valori in una nota - appena ho saputo che Napolitano aveva firmato la legge salva Pdl ho pensato tra me e me, come già è avvenuto per le altre leggi ad personam, che il presidente della Repubblica si era comportato da Ponzio Pilato, lavandosene le mani. Poi, stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l`arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta".

"Lo dico con tutto il rispetto per la sua funzione - sottolinea Di Pietro - ma anche con il dovere che spetta ad una forza politica presente in Parlamento che deve salvaguardare la democrazia. Da subito ci attiveremo per mobilitare i cittadini onesti con una grande manifestazione a difesa della Costituzione contro quest’ennesima legge ad personam".


E Sul decreto legge non cambia idea neppure Bersani. "Non siamo disposti ad un accordo politico sulla vicenda delle liste elettorali per le Regionali - ha ribadito - Si debbono rispettare le decisioni degli organi istituzionali". Il decreto 'interpretativo non piac: "E' evidente - dice Bersani - che si vuole con questo decreto ovviare formalmente a obiezioni di tipo costituzionale come sarebbe stato per un decreto innovativo. Usano il dl interpretativo per arrivare comunque al risultato che gli serve per aggiustare il loro pasticcio, ma il trucco c'è e si vede, in alcuni casi fino al ridicolo. Se decidono così potranno aspettarsi solo una nostra ferma opposizione".


Grillo: finita la democrazia- "Da questa notte l’Italia non è più, ufficialmente, una democrazia", annuncia Beppe Grillo dal suo blog. "Napolitano - scrive il padre del 'Vaffa day' - ha firmato il decreto della legge interpretativa del governo che rende alcuni italiani più uguali degli altri. Le leggi d’ora in poi saranno interpretate, ogni volta che converrà a loro, da questi golpisti da barzelletta e, alla bisogna, interverrà un presidente della Repubblica che - aggiunge - dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento".

Il presidente della Repubblica dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento".


"Napolitano - si legge ancora - ha firmato di notte, di fretta, mentre gli italiani dormivano, forse per una volta si vergognava anche lui. Le liste elettorali senza firme, con firme non autenticate, liste neppure presentate, le liste porcata sono state interpretate, riverginate. Formigoni e Polverini sono stati riammessi. Una qualunque lista dell’opposizione con il più piccolo vizio di forma sarebbe stata respinta. Siamo in dittatura".

"Sembra strana questa parola detta all’inizio di una nuova primavera: 'dittatura'. La magistratura è fuori gioco. Il Parlamento è fuori gioco. Le leggi, anzi i decreti legge del governo, sottratti alla discussione parlamentare, sono la norma. La firma di Morfeo Napolitano è sempre scontata. E ora, persino l’interpretazione delle leggi è soggetta a Berlusconi, è compito del governo. Io Berlusconi, io La Russa, io Cicchitto, io Maroni, io Gasparri, io Napolitano... io sono io e voi, cari italiani, miei sudditi, non siete un c..o.

Io emano le leggi, le interpreto e regno. I ragazzi del MoVimento 5 Stelle hanno raccolto firme per la strada, valide, autenticate per mesi durante questo gelido inverno. Senza un soldo di finanziamento, tutto di tasca loro. E sono stati ammessi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania. Formigoni e la Polverini se venissero eletti, non avrebbero nessuna legittimità e i primi a saperlo sono proprio loro. Nessuna legge regionale in Lombardia e nel Lazio sarà ritenuta valida dai cittadini. Il lombardo e il laziale a questo punto avranno il diritto sacrosanto di interpretare le leggi come c...o gli pare".

"Da oggi - conclude - inizia una nuova Resistenza, l’Italia non è proprietà privata di questi scalzacani. Questa legge porcata in un certo senso è un bene. Ora è chiaro che il Paese si divide in golpisti e democratici. Noi e loro. La Grecia è vicina e forse ci darà una mano. Tloc, tloc, tloc. Girano le pale. Tloc, tloc, tloc. Si scaldano gli elicotteri. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure". Il popolo viola oggi scende in piazza a portare il proprio dissenso anche a Torino e Milano. Ore 14 davanti alla prefettura. Altre città si stanno organizzando per raggiungere Roma o il capoluogo più vicino. Ecco quello che tutti temevamo: di dover scendere in piazza contro un principio di dittatura.


05/03/2010


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Liste, in Lombardia controlli a senso unico Accettate 824 firme del Pd irregolari

di Enrico Lagattolla

Timbri senza luogo né data, refusi, imprecisioni e perfino 21 caselle senza nome. La Corte d’appello, inflessibile col Pdl, ha chiuso un occhio con tutti gli altri. Il presidente Formigoni torna all'attacco: "Più soggetti hanno concorso per colpirci, ma non ci sono riusciti"


Elenco 116, firma numero due. Sembra un pennarello. Bocciata. Elenco 64, firma numero 19. Il signor Vittorio aggiunge il secondo nome (Pier) tra parentesi. Bocciato. Avanti. Il luogo dell’autentica è «Mariano C.Se». Che sta per Mariano Comense. Bocciato. Unisci i puntini: sono tutte sottoscrizioni del Pdl. Cambio versante, si passa al Pd. Tutta un’altra musica. Autentica del luogo: C.M. (Cassano Magnago). Presa. Trenta sottoscrizioni vidimate da un consigliere regionale del Pd. Roba buona. Peccato che la legge non li includa tra i soggetti titolati a farlo. Avanti. Moduli da 24 firme in cui ne mancano due, eppure contati come 24. E poi, il mistero di Bergamo.

Dove - raccontano nei corridoi del municipio - Tommaso D’Aloia (consigliere comunale del Pdl) scopre di aver fatto il salto della quaglia, e autenticato le liste dei candidati dei Verdi. Non è una svolta ecologista. È che qualcuno l’avrebbe fatto al posto suo. Tutto in regola per la Corte d’Appello. La forma è salva, e la forma - hanno spiegato i giudici - è sostanza. Vero. Anche se, vista dal centrodestra, la sostanza è un’altra. «Sono stati usati due pesi e due misure». Uno accanto all’altro, lanciano l’accusa. Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, il coordinatore e presidente della Provincia Guido Podestà, il deputato Massimo Corsaro, che assieme a Paolo Valentini (capogruppo regionale Pdl), ha passato due giorni a districare il pasticcio elettorale. «Più soggetti - incalza Formigoni - hanno concorso per danneggiare la nostra lista.

Ma non ci sono riusciti». Sul tavolo, quattro plichi. Pd (il faldone più grosso), Federazione della Sinistra di Vittorio Agnoletto («per il quale - insistono i colonnelli - andrebbero espunte centinaia di sottoscrizioni»), Udc di Savino Pezzotta e «Movimento a 5 stelle» di Vito Crimi. L’outsider appoggiato da Beppe Grillo. Per lui, c’è quella che i vertici del partito chiamano una «simpatica particolarità». E cioè che l’atto di presentazione della candidatura (quello da cui dipendono tutti gli altri, e senza il quale gli altri decadono), riporta come autentica il timbro e la firma di un cancelliere della Corte d’Appello di Brescia. E fin qui va bene. Peccato che manchino luogo e data. Sono gli stessi «cavilli» - fanno notare - in base ai quali la lista «Per la Lombardia» è stata estromessa dalle urne.

Eccoli, centinaia di fogli a comporre il cahier de doléances del Pdl. Tutti casi nei quali, spiegano i maggiorenti del Popolo della libertà, «se fossero stati applicati i criteri adottati dalla Corte d’Appello con noi, si sarebbero rilevate centinaia di irregolarità». Fino al paradosso di «arrivare a elezioni senza candidati». L’elenco è lungo. E parte, ovviamente, dal Pd. L’accorto invito fatto giovedì dal capogruppo in Regione Carlo Porcari («Non ci opporremo se il Tar riammetterà Formigoni, se Formigoni non attacca le liste degli altri») e poi ribadito da Filippo Penati (che ieri ha chiamato il presidente della Corte d’Appello Alfonso Marra per chiedere «il rispetto della privacy, ma non ho problemi in merito ai controlli»), cade nel vuoto. Così, fioccano i numeri: 21 firme assenti, 101 senza timbro tondo, 51 in cui manca la data, 120 prive di qualifica dell’autenticante, 11 senza luogo, più di 200 sottoscrizioni definite «anomale», altre 302 irregolarità di varia natura e specie.

Totale, 824 firme che, per il Pdl, andrebbero tolte alla lista «Penati Presidente» facendola crollare sotto la soglia minima di 3.500 fissata dalla legge. Mal comune, zero candidati. E poi, la mancanza di puntiglio nella verifica analitica delle altre liste. Secondo il Pdl, gli elenchi a supporto del listino «Per la Lombardia» è pieno di «spuntature e crocette, che sono evidenze del fatto che i nostri moduli sono stati ricontati più volte». Quei segni, dicono, mancano sulle liste degli altri. Passate indenni per la tagliola dell’ufficio elettorale. «Adottando lo stesso criterio usato con noi - insiste Corsaro - anche le liste di Penati, Crimi e Agnoletto andrebbero escluse». Salvo solo Pezzotta, Pezzotta presidente? Mica detto. «Le nostre verifiche sulla lista dell’Udc sono ancora in corso».

Insomma, nel fango la compagnia non manca. E allora, chiede Formigoni, «chi ne ha l’autorità riveda tutte le firme presentate, la adotti in maniera univoca e tragga le conclusioni». Se il groviglio politico pare intricato, figurarsi quello giudiziario. Archiviata in una mezza mattinata l’inchiesta della Procura (non c’è reato), la patata bollente passa ora al Tar della Lombardia, che dovrà sciogliere il rompicapo elettorale. Col rischio che, qualunque decisione venga presa, tocchi ancora fare i conti con il Consiglio di Stato. Se, infatti, dovesse essere confermata l’esclusione del Pdl, il centrodestra si rivolgerà al secondo grado della giustizia amministrativa. In caso contrario, potrebbero farlo quanti - Radicali in testa - hanno sollevato la questione delle irregolarità. Tutto questo, a 22 giorni dall’inizio delle consultazioni. Tra oggi e lunedì arriverà una decisione del tribunale che sblocchi la partita elettorale. Sempre che un Consiglio dei ministri, da Roma, decida che è tempo di chiudere questo circo.




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Parma, anziani coniugi, in due case di cura diverse, muoiono nello stesso momento

Quotidianonet


Dopo una vita passata assieme è finita così per Giuseppe Gandolfi e Iolanda Bianchi, scomparsi mercoledì sera in provincia di Parma, intorno alle 19.30, mentre si trovavano ad una ventina di chilometri di distanza l`uno dall`altra

Parma, 6 marzo 2010


Dopo una vita passata insieme il destino ha voluto che morissero nello stesso momento, ma a pochi chilometri di distanza. E’ finita così per Giuseppe Gandolfi e Iolanda Bianchi, scomparsi mercoledì sera in provincia di Parma, intorno alle 19.30, mentre si trovavano ad una ventina di chilometri di distanza l`uno dall`altra.

Entrambi alle prese con proiblemi di salute, dopo una vita insieme, ultimamente non potevano stare vicini nella stessa abitazione. Giuseppe, 94 anni, era accudito a casa, e Iolanda, 86 anni, era ospite delila struttura protetta di Medesano. Secondo quanto riporta la Gazzetta di Parma, la notizia è stata comunicata alla figlia Antonia mercoledì sera con due telefonate consecutive.




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Rotondi: troppe incapacità Dobbiamo temere le norme e rispettarle

Corriere della sera


«Anche la Dc si dilaniava tra correnti. Nessuno però si scordava della lista. Ora serve una soluzione politica»


ROMA

Ministro Gianfranco Rotondi, non sarà ora che i vertici del Pdl chiedano scusa agli elettori per il pasticcio delle liste?
«Io l’ho detto dal primo momento e mi fa piacere che poi mi sono venuti dietro tutti. La mia tesi può essere apparsa un po' guascona, i toni saranno stati rustici...».

Ha detto che i suoi colleghi di partito, a Roma, sono «una banda di incapaci».
«Vero, ho detto proprio così. Ma la sostanza è che la prima attività di un partito è presentare le liste e un partito che non ci riesce segnala una incapacità. Io non escludo che questi amici siano stati tenuti fuori dal tribunale con la violenza, ma faccio una domanda, ame stesso e a loro. Perché il primo partito del Paese si deve ridurre all’ultimo minuto del sabato per presentare le liste?».

Già, perché?
«Pdl e Pd dovrebbero essere i primi, proprio perché hanno alle spalle la maggioranza degli elettori. E qui io ho già fatto autocritica».

Si sta cercando una soluzione politica, lei è d’accordo?
«Si può avere una competizione senza competitori? No. Dunque una soluzione politica è necessaria. C’è un precedente, già il governo Dini nella primavera del '95 concesse ai radicali, che al solito digiunavano, una proroga per la riapertura dei termini».

Prima che scadessero, però.
«No, anche in quel caso i termini erano scaduti. Questa volta è indubbio un dato clamoroso, cioè che è fuori il partito di maggioranza. Per non dire di Milano, dove nemmeno Grillo e la Guzzanti avrebbero potuto mandare in scena l’ipotesi di scuola che la Lega sia fuori per mancanza di firme. Non aver concesso la possibilità di integrare la documentazione è stato eccesso di zelo da parte dei giudici».

Qual è lo stato d’animo fra i suoi amici ed elettori?
«In generale patiamo un danno dall’episodio, perché in politica il nemico più insidioso in agguato è il ridicolo. Tutti si sono dispiaciuti delle mie parole, ma in fondo sono stato benevolo. Ho detto che si è trattato solo di incapacità».

Non crede alla lotta tra le due anime del Pdl?
«La lotta è normale, anche la Dc si dilaniava tra correnti. Mai nessuno però si scordava di presentare la lista».

Gli elettori sono disorientati.
«Di certo dobbiamo evidenziare l’errore, che rischia di essere un vulnus per la democrazia. Noi politici pensiamo che le regole in materia elettorale siano convenzioni elastiche, io invece penso che dovremmo temere le norme che noi stessi facciamo e rispettarle».

Le scuse arriveranno?
«Io chiederei pure scusa, ma non so se ho ragione e se il resto del partito è d’accordo. E se invece avessero ragione loro?».

M. Gu.
05 marzo 2010



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Quando per le firme si è tornati alle urne

Corriere della sera

I PRECEDENTI

A ogni tornata diverse liste escluse. Il caso Mussolini nel 2005 e l'annullamento del voto in Molise del 2000



MILANO - Quanto contano le irregolarità delle firme nella presentazione delle liste? Tanto, almeno stando alla questione di legge, dove la forma è sostanza. E infatti in ogni tornata elettorale (anche in questa) ci sono diverse liste escluse per motivi che riguardano le firme. Il più comune: quelle ritenute valide non sono sufficienti, come è accaduto nel caso della lista Formigoni. Ma ci sono situazioni più intricate, quando le firme depositate di una lista accettata vengono poi scoperte in parte irregolari o addirittura false.

VOTO DA RIPETERE - Ovviamente il problema riguarda molto spesso liste minori e locali. Ma qualche volta sono state «stoppate» anche liste di partiti importanti. Nella cronaca degli episodi legati alla questione liste-firme, la vicenda più recente che aveva occupato le prime pagine dei giornali è quella della lista «Alternativa Sociale» di Alessandra Mussolini.

Risale alle elezioni regionali in Lazio del 2005 e allora a contestare la regolarità di quelle firem era il centrodestra, cche aveva come candidato Francesco Storace. E lo scontro fra i due esponenti della destra fu durissimo. Ma c'è anche un precedente clamoroso, proprio per un voto regionale, nel quale la irregolarità nelle firme di presentazione delle liste ha addirittura fatto decadere una giunta appena eletta e costretto a nuove elezione.

E' accaduto nel 2001 in Molise: un ricorso al Tar del Polo, ovvero della coalizione di centrodestra, ha fatto annullare l'elezione di Giovanni Di Stasi (Ulivo) in carica da circa un anno. L'elezioni si erano svolte nel Duemila. In quell'ccasione Forza Italia e gli alleati contestarono alcune firme delle liste dei Comunisti Italiani e dei Verdi perché non riportavano il tipo di documento (carta di identità passaporto, patente) utilizzato per il riconoscimento ma solo il numero. I giudici del Tar e poi il Consiglio di stato accolsero il ricorso. A quel punto la giunta fu dichiarata decaduta. Le elezioni, ripetute nel 2001, hanno portato alla vittoria del centrodestra guidato da Michele Iorio.

Lo stesso Iorio, 5 anni prima, era nello schieramento opposto, come candidato dell'Ulivo alle Politiche. Ma fu escluso perché a presentare la lista era stata una persona diversa dal depositario del simbolo. I ricorsi non ottennero nessuna correzione a termini scaduti, consentendo al Polo delle Liberta' di guadagnare senza sforzo un seggio in piu' alla Camera.

04 marzo 2010




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Violenze a Bolzaneto, tutti condannati a risarcire

Il Secolo xix

La prescrizione non ha cancellato la responsabilità dei 44 imputati nel processo di secondo grado per le violenze nella caserma della Polizia di Bolzaneto durante il G8 del 2001 di Genova. E anche se i reati sono stati dichiarati prescritti, i poliziotti, gli agenti della polizia Penitenziaria e anche i medici sono stati dichiarati responsabili civilmente.

I reati furono commessi, è in sostanza quello che hanno detto i giudici della seconda sezione Penale della corte d’Appello di Genova, e i responsabili dovranno pagare. Non con anni di galera, ma con il denaro.

La sentenza è arrivata dopo undici ore di camera di consiglio e ha ribaltato la decisione di primo grado: il 14 luglio 2008 furono condannati 15 imputati, per un totale di 23 anni e nove mesi di reclusione, mentre 30 furono assolti.

Ieri sera, i condannati penalmente sono stati solo sette: la pena più severa (3 anni e 2 mesi) è stata inflitta all’assistente capo della polizia di Stato, Massimo Luigi Pigozzi, che divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati di Bolzaneto; a 1 anno sono stati condannati gli agenti di polizia Penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia; 2 anni e 2 mesi sono stati inflitti al medico Sonia Sciandra; infine, a 1 anno ciascuno sono stati condannati gli ispettori della polizia di Stato, Mario Turco, Paolo Ubaldi e Matilde Arecco, che avevano rinunciato alla prescrizione convinti di essere innocenti e quindi assolti.

Tra i nomi di spicco che sono stati dichiarati responsabili, anche Oronzo Doria, all’epoca dei fatti colonnello della polizia Penitenziaria, che era stato assolto in primo grado.

I pubblici ministeri, Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, si sono dichiarati «soddisfatti» alla lettura della sentenza: «È stato accolto l’impianto accusatorio. È stato riconosciuto l’abuso per tutti - hanno detto - e anche i falsi dei medici nelle cartelle cliniche e negli atti delle matricole. Sono state anche aumentate le pene e anche le provvisionali».

Soddisfazione anche dell’avvocato di parte civile, Stefano Bigliazzi: «La sentenza - ha detto - ha corrisposto integralmente a tutti gli appelli delle parti civili e dei Pm. Le prescrizioni, purtroppo, sono un dato di fatto, ma non spostano di una virgola il risarcimento del danno».

Ha annunciato che presenterà ricorso in Cassazione l’avvocato Piergiovani Iunca, difensore dell’ispettore Paolo Ubaldi: «È una sentenza - ha detto - che mi lascia allibito, perché agli effetti civili ha dichiarato tutti responsabili. Il mio cliente, tra l’altro, aveva rinunciato alla prescrizione credendo fermamente nella possibilità di una assoluzione». In aula era presente anche il procuratore generale Luciano Di Noto, ma anche altri Pm della procura come. Francesco Cardona Albini, Sabrina Monteverde e Gabriella Marino: «Un atto di sostegno - hanno detto - per i nostri colleghi, per tutto il loro lavoro di questi anni».

Alla lettura della sentenza avrebbe dovuto essere presente anche l’avvocato Enzo Fragalà, ucciso a colpi di bastone la settimana scorsa all’uscita del suo studio di Palermo: difendeva due imputati nel processo, due agenti dell’ufficio Matricola; al suo posto è stato nominato un difensore d’ufficio.

Molti soddisfatti anche Giuliano e Heidi Giuliani, i genitori di Carlo, il dimostrante morto il 20 luglio 2001 in piazza Alimonda: «Riteniamo che si debba esprimere soddisfazione. Sono stati condannati tutti, anche quelli che - hanno detto - erano stati assolti in primo grado e quindi si è affermata la responsabilità. Erano reati che prevedevano un certo numero di condanne. Finalmente si può dire che una sentenza positiva è arrivata sui fatti di Genova. Attendiamo le altre».

L’importanza della sentenza, che riconosce che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani» è stata sottolineata anche da Amnesty International: «La mancanza nel codice Penale italiano del reato di tortura, che l’Italia è obbligata a introdurre dal 1988 - ha commentato il portavoce. Riccardo Nouby - ha fatto sì che alla gravità delle azioni commesse non abbiano corrisposto sanzioni altrettanto dure. La previsione del reato di tortura avrebbe impedito la prescrizione. È importante che anche attraverso questa sentenza non vi siano più altre Bolzaneto in Italia».






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Il vate di Santoro? Inaffidabile per i giudici

di Mariateresa Conti

Rigettata la richiesta dell’accusa di ammettere Massimo Ciancimino come teste nel processo Dell’Utri.

Silenzio a sinistra: i siti dei giornali non parlano della bocciatura per il grande accusatore di Berlusconi.

Con le sue "verità nascoste" era diventato un oracolo per "Annozero" e "il Fatto"

Dall’altare alla polvere. Da oracolo di Santoro&C, che da quando ha tirato in ballo Berlusconi lo coccolano neanche fosse una star, ai giudici che lo sbugiardano e che neanche vogliono ascoltarlo in aula, perché, la carta dei verbali canta, ritengono che sia «contraddittorio», «generico», alquanto «confuso»: in una parola, inattendibile.

Non piace, ai «fedeli» di Massimo Ciancimino, ai paladini del giustizialismo alla Santoro, alla D’Avanzo, alla Travaglio, la parabola discendente del vate. Lo «schiaffo» dei giudici di Palermo al figlio del sindaco mafioso del capoluogo siciliano che da due anni cerca disperatamente di accreditarsi come collaboratore a tutto campo - la mafia, la trattativa post stragi ma anche la strage di Ustica, il rapimento di Aldo Moro e Gladio - non è andato giù ai pasdaran dell’anti-berlusconismo. La dimostrazione? Il quasi silenzio, a proposito della bocciatura di Massimo Ciancimino da parte dei giudici, sugli stessi siti internet che appena un mese fa l’hanno osannato, perché dalla platea di un processo che nulla c’entra con Berlusconi e Dell’Utri (quello in corso a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995) ha proclamato che Forza Italia è frutto della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del ’92.

Foto, riflettori accesi, interviste a destra e a manca appena qualche settimana fa per Massimo, l’eroe di talk show e paladino dell’antimafia. Ieri, invece, nulla o quasi. Niente sul sito internet dell’Unità, nulla su quello del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che l’11 febbraio scorso gli ha dato spazio per un’ampia intervista (firmata da Beatrice Borromeo), per pontificare che papà don Vito diceva sempre che «Berlusconi prima o poi sarebbe caduto sul DPF. Cos’è? I suoi punti deboli: Dell’Utri, Previti e le Femmine». Pochissimo, giusto un titolino, sul sito di Repubblica, nascosto in fondo alle notizie della home page.

Eccolo: «Processo Dell’Utri, non ci sarà Ciancimino junior. Il senatore è accusato di concorso in associazione mafiosa. No dei giudici all’istanza di ammissione della deposizione. Era stata presentata dal Pg». Dove sia finita la motivazione del no dei giudici, la bocciatura di quello che da mesi viene spacciato per l’uomo della Provvidenza che sta raccontando la verità sul dopo stragi e non solo, non è dato sapere. Più equilibrato il Corriere della Sera, che ha sintetizzato così sul sito internet il rigetto: «Processo Dell’Utri, no a Ciancimino. “Testimonianza non necessaria”». Nulla, on line, sulla Stampa.

E già, si capisce. Per i fan di Ciancimino, per i «fedeli» che lo osannano come novello oracolo, l’ordinanza dei giudici del processo Dell’Utri, che in otto pagine hanno smontato mesi di vaticinii, è stata un mezzo colpo. È triste la caduta degli eroi. E tale, per certa sinistra giustizialista di casa nostra, è diventato ormai da un po’ Massimo Ciancimino, l’uomo chiave in grado di rivelare i misteri nascosti delle stragi, l’ospite da contendersi nei talk show.
Quando, a ottobre, si sono aggiudicati il debutto televisivo in pompa magna, di Massimo Ciancimino Santoro&C hanno intitolato la puntata di Annozero, «Verità nascoste». «Verità», non a caso, perché solo verità, secondo loro, racconta l’oracolo, soprattutto da quando ha tirato fuori i nomi - con un anno e mezzo di ritardo, come ben hanno fatto notare ieri i giudici - di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

È andato due volte, ad Annozero, Massimo Ciancimino, a ottobre e a dicembre, a commentare le dichiarazioni al processo Dell’Utri di Gaspare Spatuzza. Trattato da vate, ascoltato con attenzione quasi che quelle da lui propalate fossero verità indiscutibili. Quelle stesse verità indiscutibili che i giudici adesso hanno smantellato. Le hanno smontate nel merito, sottolineando «l’irrisolta contraddittorietà» che talora le caratterizza. E le hanno polverizzate anche nel metodo. Perché ai giudici non è affatto sfuggita la «progressione» delle dichiarazioni rese a proposito di Dell’Utri, di Milano2, di Forza Italia e quindi del premier. «Soltanto il 20 novembre 2009 – si legge nell’ordinanza – dunque oltre un anno e cinque mesi dopo le iniziali generiche dichiarazioni riguardanti il Dell’Utri, Ciancimino ha affermato per la prima volta di essere personalmente a conoscenza di pretesi rapporti diretti e molto stretti del Dell’Utri con Provenzano». E invece, è la conclusione del giudici, in realtà non sa: non sa di Dell’Utri, di Berlusconi, di Milano2. L’oracolo, il vate, secondo loro, è un grande bluff.




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Tg1, ecco smascherata la fronda contro Minzolini Cdr: "Vigilate il direttore"

di Francesco Cramer


Documento autonomo del Cdr ai vertici Rai: "Vigilate sul direttore" La redazione sconfessa i sindacalisti: "Iniziativa non concordata".

In 92 su 162 smentiscono i delegati: "Qui non esiste alcun tipo di disagio"

 

Roma - Si sa che l’eskimo in redazione dona che è una meraviglia ma Augusto Minzolini alla direzione del Tg1 ha l’effetto di un freezer aperto in Siberia: temperatura a livelli antartici e alcuni redattori a infilarsi il giubbotto della rivolta. Ma la maggioranza dei suoi giornalisti smaschera la finzione: macché grande freddo, il tepore è primaverile checché ne dicano i pasdaran del comitato di redazione, sindacato interno al telegiornale della rete ammiraglia.

L’ultimo caso scoppia lo scorso 26 febbraio quando la Cassazione dichiara prescritto il reato di corruzione contestato a David Mills. Il Tg1 commette un errore e nell’edizione delle 13.30 il titolo del servizio sul caso è «Mills assolto». È bufera: sul direttore più «sorvegliato speciale» della storia della Rai arrivano le prime palle di neve in faccia.

Tutto sembra quietarsi nel giro di poche ore, tanto che il trio sindacale firma la tregua: «Il cdr prende atto con soddisfazione che nell’edizione delle 20 - si legge in una nota interna - è stato riportato correttamente che “la Cassazione ha annullato per prescrizione la condanna all’avvocato Mills”. Riparando così all’errore... che ha suscitato molte proteste da parte dei telespettatori».

Caso chiuso, quindi? Per nulla: perché non sbattere i pugni, per definizione chiusi, ancora più forte sul tavolo? Magari su quello più in alto del direttore generale e del presidente di Viale Mazzini? Detto fatto: curiosamente, a distanza di quattro giorni, la battaglia del cdr ricomincia, tanto più che il solito Ordine dei giornalisti del Lazio ha con solerzia «stigmatizzato l’episodio» e si è riservato «di adottare provvedimenti del caso».

Qualcuno dall’esterno sobilla i sindacalisti. Il 4 marzo, quindi, parte una lettera indirizzata a Mauro Masi e a Paolo Garimberti per esprimere «preoccupazione» per la gestione dell’informazione sulla rete ammiraglia e per denunciare il «disagio» che si vive nel tg. Una sberla al direttore Minzolini, riportata immediatamente da Repubblica, gongolante nel dar conto della fronda antiminzoliniana. «Nella lettera il comitato chiede ai vertici della Rai - scrive il quotidiano di Ezio Mauro - di “vigilare” sull’informazione del Tg1 soprattutto in un periodo delicato come la campagna elettorale per le elezioni regionali del 28 e 29 marzo».

Disagio, preoccupazione, vigilanza: mancano i richiami ai presidi antifascisti, al «bella ciao» e allo «Stato borghese che non si cambia, si abbatte» e saremmo al déjà vu, all’Italia in bianco e nero. Peccato, inoltre, che la lettera dei guardiani della rivoluzione spedita ai vertici di mamma Rai e a largo Focchetti non sia il frutto di un mandato della redazione, tenuta all’oscuro del cahier de doléance. Insomma, a patire così tanto freddo da indossare l’eskimo a marzo inoltrato sarebbero in pochi al Tg1. Sono i sacerdoti del sindacato che, come Savonarola, dicono alla redazione: attenti, vi teniamo d’occhio. Non sgarrate dalla linea del Cdr.

Così, parte l’iniziativa di un gruppo di giornalisti, giustamente in maniche di camicia: «Al Tg1 non c’è nessun disagio - scrivono in un documento -. Non è accettabile che si rappresenti al vertice aziendale questo stato d’animo... diventata perfino necessità di “vigilanza” dell’operato del direttore e di tutta la redazione». Non solo: «Nozione, quella di vigilanza, che stupisce e preoccupa perché evoca concezioni totalitarie».

Poi, un consiglio agli ultras: «Invitiamo il Cdr a coinvolgere l’intera redazione prima di intraprendere iniziative così impegnative, arbitrarie e delicate che rischiano di danneggiare il lavoro di tutti». Insomma, i descamisados non se la sentono proprio di infilarsi il cappotto gucciniano. In poche ore siglano il documento 92 giornalisti su 162, precari inclusi: una larga maggioranza, il 57 per cento.

Tra questi, Franco Di Mare, Marco Frittella, Gianni Maritati, Filippo Gaudenzi, Monica Maggioni, Mauro Maurizi, Emma D’Aquino e altri. Di fatto un altolà alla triade sindacale che non la prende bene e rilancia le accuse, proprio sui precari, arruolando Carlo Verna: il segretario Usigrai, sorta di Masaniello convinto che «l’Italia stia oggi vivendo uno dei momenti più bui per la libertà di stampa».

È lui a sparacchiare: «Se sono stati giornalisti di livello apicale a sollecitare firme di dissenso verso il cdr ai precari, sono state indubbiamente violate norme dello Statuto dei lavoratori e se ci sono state intimidazioni... pretenderemo le adeguate sanzioni».

Immediata la risposta del direttore Minzolini: «Ritorsione contro i precari? Una cosa che non ha senso, anche perché a quei colleghi avevo personalmente comunicato l’assunzione il giorno precedente per le nuove iniziative web che, tra l’altro, il cdr invece osteggia. Sono indignato». Anche Luigi Monfredi, uno degli estensori del documento, risponde a Verna: «Dovrebbe fare più attenzione quando lancia anatemi dal sapore intimidatorio, minacciando l’azienda di sanzioni provenienti chissà da dove, se non ha le prove di quello che dice». È lotta continua.




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Caso Orlandi, esposto dei famigliari di De Pedis

Libero










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Avvelenati i cani di Marina Berlusconi

Corriere della Sera

La polizia francese ha aperto un'inchiesta

PARIGI — «Chi vuole avvelenare i cani della figlia di Berlusconi?», titolava ieri il Nice-Matin. Secondo le notizie riportate dal giornale e riprese dall’agenzie Ap, la polizia francese ha aperto un’inchiesta sui tentativi di avvelenamento avvenuti presso la villa di Marina Berlusconi (in una foto di qualche anno fa) a Chateauneuf-de-Grasse, in Provenza, residenza frequentata anche dal presidente del Consiglio che vi ha trascorso con la figlia parte della vacanze di inizio anno. Qualcuno ha cercato di uccidere due dei sette cani che fanno la guardia alla proprietà. Un primo tentativo avrebbe avuto luogo il 28 febbraio scorso. Gli avvelenatori sono entrati in azione una seconda volta giovedì. La sostanza usata sarebbe veleno per topi. In entrambi i casi i cani sono stati soccorsi in tempo.

Chateauneuf è un delizioso villaggio a 400 metri d’altezza sulle Alpi Marittime con una splendida vista sulla baia di Cannes, a cinque chilometri da Grasse e a 30 da Nizza. È uno dei rifugi preferiti da Marina Berlusconi, che vi trascorre spesso i week-end con il marito, Maurizio Vanadia, i figli Gabriele, 8 anni, e Silvio, 6. La famiglia era attesa in Costa Azzurra anche per questo fine-settimana, secondo i guardiani della villa interpellati da Nice-Matin. Il giallo dei tentati avvelenamenti degli animali li avrebbe convinti a restare a Milano. La Gendarmeria di Grasse ha aperto un'inchiesta contro ignoti. Potrebbe trattarsi di un contrasto tra vicini di casa, anche se non vengono escluse altre ipotesi. La casa di Chateauneuf è un luogo di ritrovo per la famiglia Berlusconi. A Pasqua 2008 il presidente del Consiglio aveva passato una breve vacanze con le figlie e i rispettivi compagni e i nipotini. Nel gennaio di quest’anno il leader di Forza Italia aveva fatto shopping negli atelier di St. Paul de Vence, circondato dalle guardie del corpo e da una dozzina di agenti messi a disposizione dalla prefettura. Il Cavaliere accompagnato dalla figlia aveva acquistato dei nudi in bronzo e una litografia raffigurante Barack Obama.

M.Fa.
06 marzo 2010



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Individuato l'autore del gruppo Facebook 'Giochiamo al bersaglio con i bambini down'

Quotidianonet


Si tratta di un ragazzo cingalese di 19 anni, affetto da disturbi comportamentali e ancora sottoposto a trattamento ed assistenza psichiatrica. Il cingalese ha ammesso senza alcuna esitazione le proprie responsabilità, giustificando il suo gesto col desiderio di avere molti amici sul social network


Catania, 6 marzo 2010

È stato identificato dalla polizia postale di Catania l’autore della pagina intitolata "Giochiamo al bersaglio con i bambini down", apparsa nei giorni scorsi sul social network "Facebook". Si tratta di un ragazzo cingalese di 19 anni, affetto da disturbi comportamentali ed ancora in atto sottoposto a trattamento ed assistenza psichiatrica. È stato individuato dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma e il Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania, nel contesto delle indagini delegate dalla Procura di Catania, in una località isolata nei pressi di Roma, dove abita.

Il cingalese ha ammesso senza alcuna esitazione le proprie responsabilità, e ha giustificato la sua iniziativa con il desiderio di avere molti amici sul social network, secondo la tendenza definita "trolling", che spinge gli utenti a creare gruppi ‘originali' su Facebook per ottenere il maggior numero di iscritti possibile. Il giovane cingalese è stato denunciato per istigazione a delinquere. Un ingente quantitativo di materiale informatico che gli è stato sequestrato è tuttora al vaglio degli investigatori.

agi




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Inchiesta riciclaggio: nella gioielleria di Mokbel 4 milioni di diamanti

Corriere della Sera

La compravendita delle pietre era uno dei canali usati dal gruppo criminale guidato dall'imprenditore romano



ROMA - Un tesoro di diamanti trovato a Roma, nell'ambito dell'inchiesta sul riciclaggio. La compravendita di queste pietre era infatti uno dei canali usati - insieme ad opere d'arte, dipinti e sculture - per il riciclaggio da parte del gruppo criminale di Gennaro Mokbel, l'imprenditore romano arrestato nei giorni scorsi e ritenuto l'uomo chiave dell'inchiesta - denominata "Broker" - avviata dalla procura di Roma.

Nell'ambito dell'inchiesta sono state sequestrate due gioiellerie, in una delle quali i carabinieri del Ros hanno fatto un maxisequestro di diamanti per un valore stimato di circa 4 milioni di euro. I diamanti, per oltre 150 carati, sono stati rinvenuti insieme ad altri preziosi ed a denaro contante per alcune migliaia di euro.

Le indagini del Ros avevano infatti accertato come gli ingentissimi capitali illegali riciclati all’estero dal sodalizio, venissero recuperati attraverso istituti di credito svizzeri, lussemburghesi e sammarinesi per essere reinvestiti nel settore dei diamanti. Le pietre preziose, in particolare - si spiega in una nota - venivano estratte in Uganda, lavorate in laboratori dell’estremo Oriente e commercializzate nella Capitale attraverso una serie di gioiellerie controllate, con la completa reintegrazione dei cespiti nel circuito economico legale.

IL PROGETTO PER RICICLARE IL DENARO - Il progetto di Mokbel era quello di aprire una catena di gioiellerie, canale ideale per riciclare il denaro sporco. Nell'ordinanza del gip si parla di diamanti - chiamati "serci" dagli arrestati nelle conversazioni intercettate - da comprare per poi rivendere. C'è in particolare una dialogo intercettato in cui Marco Toseroni, uno degli arrestati, spiega a due persone, Silvio Fanella e Giorgia Ricci, come sta operando a livello internazionale per iniziare il commercio dei diamanti: «ma te spiego pure per fare questo... allora io ho fatto fare dai giapponesi (identificati in Mr Lee e Iwasawa Takeshi) due società cinesi ... "cinese uno" e "cinese due".

Sono cinesi... non riconducibili...con questi qui, ho fatto contratti di ... consignment agreement... come i contratti di conto vendita, per cui loro ... noi mettiamo ... non gli interessa a loro il carico di diamanti.., cioè non possono prendere così... nessuno gli chiede il bilancio prima ...». Si evince, rileva il gip, che si tratta di un sistema anche per far transitare diamanti anziché soldi: «Noi c'abbiamo una società di... c'avemo 13 milioni di diamanti... dobbiamo trovare una gemma di pari valore ovvero più gemme di pari valore ad Hong Kong... a quel punto non paghiamo un ca... circolano i diamanti».

Redazione online
05 marzo 2010







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Pompeiani in presa diretta: in mostra i calchi delle vittime dell'eruzione

Corriere del Mezzogiorno




Nell’Antiquarium di Boscoreale, in provincia di Napoli, uomini, donne, bambini e cani fermati nell'ultimo gesto


NAPOLI - Fermati nell'attimo della fine, un istante di circa duemila anni fa. Uomini, donne, bambini e animali sorpresi prima dai gas e poi dalla lava dell'eruzione del Vesuvio del 79 dC.


Pompeiani in fuga: calchi di gesso e resina


Le contrazioni dei corpi, la disperazione dei volti, la verità di gesti drammatici che cercano la salvezza: tutto restituito dalla plasticità dei calchi, prima in gesso, poi in resina, da oggi in mostra nell’Antiquarium di Boscoreale, in provincia di Napoli.

LA FAMIGLIA DEL BRACCIALE D'ORO - Non solo pompeiani. Le vittime dell'esplosione piroclastica del vulcano coinvolse molti abitanti del Vesuviano. Lascia con il fiato sospeso, ad esempio, una donna rinvenuta nella Villa della Pisanella di Boscoreale e inteneriscono, poi, il calco di un cane della Casa di Orfeo e quella di un maialino. Tra i calchi esposti per la prima volta in maniera così congrua, c'è anche quello di un intera famiglia che viveva nella cosiddetta Casa del Bracciale d’oro (da uno dei gioielli ritrovati). Poco lontano da quella villa, un bambino cercava la fuga. Inutilmente.

Restituisce finanche dettagli d'abbigliamento il calco di un uomo ritrovato nella Casa del Criptoportico, sulle sue gambe di gesso sono evidenti le tracce dei calzari con resti di borchie in ferro. L'immagine che meglio restituisce la presa diretta della tragedia è quella di un uomo caduto dalle scale durante la fuga dalla Casa di Fabio Rufo. «L’Antiquarium di Boscoreale ben si presta ad ospitare iniziative come questa – ha detto la soprintendente Mariarosaria Salvatore – È importante che insieme con Pompei, anche gli altri siti vesuviani vivano una stagione di rilancio, promuovendo iniziative rivolte al pubblico capaci di ampliare l’offerta culturale e contribuire alla nuova vitalità dell’intera area archeologica vesuviana.

IL CALCO TRASPARENTE CHE MOSTRA SCHELETRO E GIOIELLI - In mostra anche il calco in resina realizzato nel 1984 eseguito su una delle vittime venute alla luce in un ambiente della Villa di Lucius Crassius Tertius di Oplontis. Il sistema resina sperimentato in questo caso, integra il metodo del calco in gesso ideato da Fiorelli con quello della fusione a cera della statuaria in bronzo, permettendo di realizzare un calco trasparente che rende visibile lo scheletro. Grazie a questa tecnica è possibile l’individuazione e il recupero di gioielli e oggetti che le vittime portavano con loro al momento della fuga.

FIORI CITA SETTEMBRINI: IL DOLORE SI FA CORPO - «Sono morti da diciotto secoli, ma non sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della carne e de’ loro panni mescolati col gesso; è il dolore della morte che riacquista corpo e figura». Cita Luigi Settembrini il commissario delegato all’area archeologica di Napoli e Pompei Marcello Fiori che ha appena presentato un nuovo pacchetto di iniziative che partono in primavera: «Pompei viva», con uno spot che parte da un feto, simbolo della rinascita del sito archeologico.

FINO AL 20 DICEMBRE - La mostra, che s'intitola semplicemente «Calchi», aperta fino al 20 dicembre, è visitabile con lo stesso biglietto di accesso al Museo negli orari di apertura dell’Antiquarium. In occasione della Festa della donna verrà distribuita ai visitatori copia della poesia «La bambina di Pompe» di Primo Levi, che fu ispirato proprio da un calco di una vittima pompeiana. Di lei scrive: «Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso...»

Natascia Festa
04 marzo 2010(ultima modifica: 05 marzo 201










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Berlino, l'orso Knut si innamora e rischia la castrazione

Quotidianonet

"Intesa pericolosa" con l'orsa Gianna, con cui però condivide il nonno. E secondo alcuni esperti il rischio di un accoppiamento fra i due plantigradi cugini sarebbe troppo alto


Roma, 5 marzo 2010


L’orso Knut, celebrità plantigrada dello zoo di Berlino, potrebbe essere castrato. La copertina su Vanity Fair e la notorietà internazionale che ha accompagnato i primi mesi di vita dell’orsetto polare (valsi 10 milioni di euro alle casse dello zoo) non riusciranno forse ad evitare a Knut l’operazione, necessaria, secondo alcuni animalisti, ad evitare un pericoloso incrocio tra consanguinei nati entrambi in cattività.

Dal settembre scorso infatti, la solitudine di Knut era stata interrotta dall’arrivo a Berlino di Gianna, che vive nello zoo di Monaco ma è di origine "italiana": è nata infatti a Pistoia e battezzata in onore della cantante Gianna Nannini.

In realtà non è detto che Knut voglia approfittare della presenza di Gianna per dar sfogo ai suoi naturali impulsi riproduttivi, poichè secondo gli zoologi bisognerà attendere ancora due anni prima che l’ex orsetto allevato a biberon, ormai divenuto un bestione di oltre 200 chili, abbia raggiunto la piena maturità sessuale. Ma è certo che dopo un’iniziale freddezza i due hanno cominciato ad intendersi. Di qui, il timore dell’incesto: Gianna e Knut condividono infatti lo stesso nonno, l’orso polare Olaf, e il rischio di un accoppiamento sarebbe troppo alto.

"I fan di Knut dovrebbero essere consapevoli che solo con la castrazione potrà essere possibile una durevole convivenza tra i due orsi”, insiste Frank Albrecht, esperto di un gruppo animalista, il People for Ethical Treatment of Animals (Peta). “Qualsiasi altra ipotesi non potrà portare che alla scomparsa ancora più rapida di queste bestie nate e cresciute in cattività”. Inoltre, secondo Peta, senza questo intervento verrebbe danneggiata ‘’notevolmente la politica d’allevamento sostenibile degli zoo’’, a causa di una riduzione della ‘’diversita’ genetica’’ degli animali.

Ma la prospettiva della castrazione di Knut ha suscitato immediate proteste fra la gente. La direzione dello zoo di Berlino non ha voluto commentare l’allarme del gruppo Peta.
Inoltre l’orsa Giovanna dovrebbe tornare allo zoo di Monaco, una volta finiti i lavori di ristrutturazione del suo recinto, motivo che l’ha portata a Berlino. Anche su questo però, si annuncia battaglia da parte dei fan di Knut.

Da quando Knut è stato presentato per la prima volta al pubblico nel marzo 2007 lo zoo berlinese è stato preso d’assalto da oltre 8 milioni di visitatori. A Berlino, Knut è diventato la maggiore attrazione turistica.



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Troppo stress per il cane cerca mine, Gunner non può più lavorare

La Stampa

Soffre da sindrome da stress post-traumatico e non può lavorare
ROMA

«Disordine da stress post-traumatico». Ne soffrono tanti militari andati al fronte e rimasti scioccati da azioni di guerra o da incidenti pericolosi. Non riescono più a dormire e soprattutto a dimenticare. Spesso il rientro alle azioni di combattimento o di esplorazione è molto difficile, se non impossibile. L’ultimo caso documentato è quello di Gunner, un esperto in esplosivi, «laureato» in Virginia e distaccato in Afghanistan. Nulla di particolarmente strano se non fosse che Gunner è un labrador color miele dai grandi occhi marroni che trema al solo click della macchina fotografica e di «sniffare» esplosivi proprio non ne vuole più sapere.

Arrivato a ottobre nella zona di combattimento è stato subito impiegato in un’azione di prima linea, ma i nervi hanno ceduto subito di fronte al rumore e alla distruzione delle bombe. Gunner, secondo il capitano Michael Bellin, veterinario dell’esercito Usa intervistato dal «Wall Street Journal», soffre di stress post-traumatico, una cosa accaduta già in altri casi con animali posti sotto pressione. «Credo che sia verosimile, dipende da che cosa ha vissuto», ha aggiunto.

Nonostante siano passati mesi dal primo episodio, Gunner di tornare al lavoro proprio non ne vuole sapere e resta ogni giorno chiuso nella sua cuccia a Camp Leatherneck, dove i cani artificieri recuperano da malattie e problemi fisici. Il cucciolo, che ha anche il grado di sergente, a volte rinsavisce, dicono i «commilitoni», ma l’obiettivo è rimetterlo in sesto «per farlo tornare a casa».




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