domenica 7 marzo 2010

Arrestato l'«americano» di Al Qaeda

Corriere della Sera

Fermato in Pakistan Adam Gadahn, noto come il portavoce dell'organizzazione di Bin Laden

WASHINGTON , 7 MAR - Uomini dell'intelligence pachistana hanno arrestato Adam Gadahn, 31 anni, nato negli Usa e conosciuto per essere il «portavoce» di Al Qaeda. La notizia è stata diffusa dal sito web del Washington Post. La cattura è avvenuta nell'ambito di un'operazione antiterrorismo a Karachi.

OMAGGIO ALL'ASSASSINO DI FORT HOOD - Adam Gadahn, il portavoce dell'organizzazione dello sceicco del terrore Osama Bin laden, è tra l'altro l'autore di un video diffuso proprio domenica in cui sosteneva che l'ufficiale dell'esercito che ha ucciso mesi fa alcuni colleghi nella base di Fort Hood, in Texas, era «un modello da seguire per tutti i musulmani americani». Gadahn è anche accusato di aver inviato materiale esplosivo per attentati in giro nel mondo. Per queste accuse potrebbe essere condannato a morte.


07 marzo 2010





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Nigeria, furiosi scontri tra islamici e cristiani Oltre cento morti

Quotidianonet

Secondo quanto riportano testimoni locali, intorno alle tre della notte i pastori musulmani hanno attaccato il villaggio di Dogo Nahawa, a sud di Jos, sparando in aria e colpendo la popolazione a colpi di macete

Jos, 7 marzo 2010


Oltre 100 persone sono morte negli scontri tra i pastori nomadi islamici e i cristiani di un villaggio vicino alla città di Jos, la capitale dello stato di Plateau in Nigeria al centro delle tensioni etniche nel Paese. Secondo quanto riportano testimoni locali intorno alle tre di questa mattina i pastori islamici hanno attaccato il villaggio di Dogo Nahawa, a sud di Jos, sparando in aria e colpendo la popolazione a colpi di macete. Circa 18 cadaveri sono stati portati fuori dalla città e sotterrati, altri feriti sono stati portati in ospedale. La Croce Rossa internazionale ha fatto sapere che molte persone stanno fuggendo dalle loro case.

La situazione nel Paese è sempre più tesa da quando il 9 febbraio scorso il vicepresidente Goodluck Jonathan è stato nominato presidente provvisorio in vista delle prossime elezioni presidenziali nel primo semestre 2011. Il rientro a sorpresa poi dell’ex presidente Umaru Yar’adua. Musulmano del sud, ha poi accentuato il clima di violenza, dal momento che Jonathan, cristiano, ha dichiarato di non voler lasciare la carica.

Proprio a Jos, lo scorso gennaio, centinaia di persone avevano perso la vita in violenze interreligiose e intertiche. Quattro giorni di scontri tra bande di giovani armati di machete, coltelli e armi da fuoco avevano causato la morte di centinaia di uomini, donne, bambini.



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Di Pietro insiste: "Decreto? È un golpe" Il Pd: ritiri tutto o va in piazza da solo

Il Tempo

L'Idv continua ad attaccare il capo dello Stato di cui ieri aveva chiesto l'impeachment: "Basta ipocrisie". Democratici divisi.
Adinolfi: schizofrenico difendere Napolitano e poi manifestare.


Non parla di impeachment come aveva fatto ieri il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, ma continua ad attaccare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, finito del mirino dell'ex pm dopo ever firmato il decreto salva-liste. "Tutti dicono che il decreto è incostituzionale. Il comportamento del Capo dello Stato nell'avallare il decreto golpista è stato inutile e dannoso: inutile perché non serviva e non serve per risolvere situazioni già risolte dai giudici". "Davvero - si chiede Di Pietro - il gioco valeva la candela? Non si potevano aspettare i giudici?".
 

Di Pietro: basta falso perbenismo - Il leader dell'Idv, nel corso di un'iniziativa elettorale a Lodi, attacca il "l'ipocrisia e il falso perbenismo" di chi sostiene che "la colpa sia solo di chi ha commesso questo fatto grave lasciando fuori le responsabilità di chi doveva fare il controllore". A suo giudizio, "siamo di fronte ad un governo e una maggioranza che modificano le regole a proprio uso e consumo e il decreto 'salva Pdl' lo dimostra". "La strada principale per mandare a casa questi golpisti - aggiunge Di Pietro - è il voto e credo che gli elettori si siano già resi conto che siamo di fronte ad un governo e una maggioranza che usano le istituzioni per farsi gli affari propri e per modificare le regole del gioco durante la partita".
 

Il Pd: chi ha detto che andiamo in piazza con l'Idv - Di tutt'altro avvido il Partito democratico. "Se Di Pietro pensa di trasformare la piazza di sabato prossimo in una giornata di attacchi al capo dello Stato si sbaglia di grosso", risponde Anna Finocchiaro. La presidente dei senatori del Pd invita l'ex pm a "ritirare gli attacchi a Napolitano", altrimenti "chi l'ha detto che scendiamo in piazza con lui?". Per la Finocchiaro, intervistata dalla Stampa, Napolitano "non poteva far altro che firmare. Chi lo attacca è miope e ottuso. Come si fa a chiedere l'impeachment in un parlamento con una maggioranza così evidente? Vogliamo far salvare Napolitano dalla maggioranza?", prosegue Finocchiaro. "Il solo parlarne è un errore politico che distrugge l'unica risorsa democratica del Paese, una cosa da folli".
 

Adinolfi: partito schizofrenico - A sottolineare l'imbarazzo dei democratici nel condividere il corteo contro il decreto salva liste con l'Idv è Mario Adinolfi: "Il Pd va in piazza sabato prossimo provando il gioco di equilibrismo di attaccare il governo e difendere Napolitano. Siamo alla schizofrenia pura". Il blogger invita il Pd a schierarsi completamente al fianco del presidente della Repubblica: "Meglio che cancelli la manifestazione - è il suo suggerimento - e si impegni nella campagna elettorale, senza regalare ulteriori consensi alle liste Bonino-Pannella e all'Italia dei Valori. Napolitano non ha semplicemente firmato il decreto - continua - ha detto che lo condivide perchè non è possibile negare al principale partito italiano il diritto ad essere presente sulle schede elettorali,





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Botte allo staff" bufera su Scientology

La Stampa

Sul New York Times i racconti di due ex dipendenti della "Chiesa" «Schiavizzati e costretti ad abortire»
Costretti a lavorare come schiavi, sette giorni su sette, dalla mattina presto a sera tardi per una cinquantina di dollari la settimana. Inoltre, botte da parte dei capi e alcune ragazze sono state perfino spinte ad abortire, per non perdere il posto. Così i vertici di Scientology, la controversa “Chiesa” fondata da Ron Hubbard ormai mezzo secolo fa, avrebbero trattato per anni i componenti del suo staff.

Il New York Times, in un articolo in prima pagina, ha raccolto le denunce di chi ha subito per anni questo tipo di maltrattamenti e ora ha deciso di lasciare l’organizzazione.

Chris e Christie sono entrati giovanissimi a far parte di Sea Organization, la cosiddetta “Sea Org”, cioè la struttura d’elite della “Chiesa”, grazie alla quale la setta va avanti con la sua attività. Raccontano al giornale di aver firmato un contratto che li legava a Scientology per un miliardo di anni, non tantissimo se pensiamo che questa religione crede nell’immortalità dell’anima, in grado di passare eternamente da un corpo all’altro.

Tuttavia, dopo 13 anni hanno cominciato ad averne abbastanza di lavorare sempre, sottopagati, spesso picchiati e umiliati dai loro capi.

Così hanno abbandonato tutto. Una volta fuori, hanno scoperto che la loro storia di soprusi era la stessa vissuta in passato da tanti altri. Navigando sul web, attività che era a loro vietata in quanto membri del “Sea Org”, hanno raccolto centinaia di altre testimonianze di vittime di sfruttamento e di violenza.

I due, dopo la loro esperienza a Scientology, da poco hanno avuto un bambino. Nella loro ricerca della verità hanno scoperto da altre coppie, come la loro, che la “Sea Org” non permetteva a nessuno di avere figli e se qualche ragazza rimaneva incinta, veniva convinta ad abortire. In caso contrario avrebbe perso il posto.

La loro denuncia ha cominciato ad avere alcune conseguenze sull’immagine di Scientology. Paul Haggis, regista e sceneggiatore, vincitore dell’ Oscar con “Million Dollar Baby” e “Crash”, appena ha saputo di queste brutte storie ha abbandonato indignato la setta, dopo 35 anni.

«Non si tratta di accuse lanciate da gente in cerca di pubblicità - ha scritto Haggis nella sua lettera di addio - ma di persone molto qualificate che hanno dedicato la maggior parte della loro vita a Scientology».

Dal canto suo la “Chiesa” nega tutto, dichiarando che queste persone sono state «espulse» perchè colpevoli di «apostasia». La “Chiesa” riconosce che i componenti di “Sea Org” non sono autorizzati ad avere figli, tuttavia esclude nettamente che ci sia alcuna pressione a favore del’aborto.

Anche sull’orario di lavoro e la paga da fame, la linea di difesa è sempre la stessa: nessuno li costringe. «Certamente lavorare all’interno di “Sea Org” - ha commentato al New York Times il portavoce Tommy Davis - richiede un grandissimo impegno. Ma da quando queste persone se ne sono andate - afferma il suo portavoce Tommy Davis - la nostra organizzazione è cresciuta come mai nel passato. Solo nell’ultimo anno abbiamo costruito 54 tra hotel e centri di culto in giro nel mondo».



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Stalking a mezzo stampa», Ciarrapico a giudizio

Corriere della Sera 


Chiesto il processo per l'editore di «Nuovo Oggi Molise»: ossessiva campagna contro direttrice TeleMolise



CAMPOBASSO - Il Procuratore capo del Tribunale di Cassino (Frosinone), Mario Mercone, ha depositato nei confronti del senatore Giuseppe Ciarrapico (PdL), editore del quotidiano «Nuovo Oggi Molise», una richiesta di rinvio a giudizio per i reati diffamazione e stalking a danno di Manuela Petescia, direttore di Telemolise. I fatti si riferiscono ad una «ossessiva campagna di stampa» che dura da diversi anni, ritenuta dal pm nel suo complesso, idonea a configurare il reato di stalking a mezzo stampa.

SCREZI PERSONALI - Il piano persecutorio trarrebbe origine infatti da vicende di natura del tutto personale. Fra i destinatari dell'atto di conclusione delle indagini, il direttore responsabile e il condirettore di «Nuovo Oggi Molise» e un giornalista della stessa testata. «La fattispecie dal punto di vista giuridico è assolutamente rivoluzionaria - ha dichiarato l'avvocato della parte offesa, Francesco Fimmanò - ed è stata il frutto di una nostra ricostruzione approfondita e rigorosa.

Va precisato tuttavia che il caso di cui ci siamo occupati è del tutto particolare. Il reato di stalking a mezzo stampa che si configura nella fattispecie concreta, è difficilmente applicabile sul piano generale al mondo dell'informazione». «Il quotidiano Nuovo Oggi Molisa - ha precisato il legale - è stato infatti utilizzato dal suo dominus abusivo per scopi di carattere personale che nulla hanno a che vedere con il sacrosanto diritto di cronaca». L'avvocato non ha nascosto la soddisfazione per aver «concepito» una nuova fattispecie giuridica.

(fonte Ansa)

07 marzo 2010







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Lefebvriani contro la beatificazione di Wojtyla

di Redazione


 

l pontificato di Giovanni Paolo II solleva "gravi dubbi", e il Papa polacco ha lasciato la Chiesa come "una barca che fa acqua da tutte le parti". "Pio XII eroico". Accuse dubbi in un doppio dossier sui due pontefici degli ultra-tradizionalisti della Fraternità Sacerdotale San Pio X



Città del Vaticano - Il pontificato di Giovanni Paolo II solleva "gravi dubbi". Anzi, il Papa polacco ha lasciato la Chiesa come "una barca che fa acqua da tutte le parti". Per questo i lefebvriani mettono in discussione la beatificazione di Wojtyla, invitando piuttosto a guardare all'esempio di Pio XII, l'altro Pontefice per il quale il 19 dicembre scorso Benedetto XVI ha firmato il decreto che ne riconosce le "virtù eroiche", penultima tappa - quella definitiva è la certificazione di un miracolo - prima dell'elevazione all'onore degli altari. 

E' l'abate Patrick de La Rocque a sottoscrivere il documento introduttivo di un doppio dossier con cui gli ultra-tradizionalisti della Fraternità Sacerdotale San Pio X - sul loro sito La Porte Latine - si interrogano sui due Pontefici indicati "come modello sul cammino della santità". Secondo l'abate lefebvriano, la dichiarazione delle "virtù eroiche" "ha curiosamente provocato molto rumore là dove c'era poco da dire", cioé per Pio XII, e "un ben strano silenzio quando sarebbe stato importante alzare la voce", nel caso di Giovanni Paolo II. "Ci si è scandalizzati - spiega - dell'onore reso ad un papa giudicato mancante durante la Seconda Guerra Mondiale, e si è stranamente taciuto su Giovanni Paolo II, il cui pontificato solleva tuttavia gravi dubbi". 

Da una parte, scrive sempre l'abate tradizionalista, si "denuncia" la "supposta indifferenza" di Pio XII di fronte alla "sorte drammatica che il regime nazista riservò agli ebrei", mentre dall'altra "sembra che si trovi naturale che Giovanni Paolo II, con le parole così come con il suo bacio, consideri il Corano Parola di Dio, o implori San Giovanni Battista per la protezione dell'Islam, o partecipi attivamente a dei culti animisti nelle foreste sacre del Togo". La Fraternità San Pio X si chiede se "tali fatti e gesti siano compatibili o meno con il primo comandamento": "Sarebbe eroicità della fede - aggiunge La Rocque - ricevere le ceneri sacre di Shiva o andare a pregare alla maniera ebraica al Muro del Pianto?". 

Tutte queste domande, rileva l'abate, "per quanto essenziali, sembrano essere scomparse per lasciare il posto all'entusiasmo e all'infatuazione che circondano l'immagine mediatica di un personaggio certamente carismatico". Il doppio dossier aperto dai lefebvriani è quindi "prima di tutto alla memoria di Pio XII", perché "qualsiasi cosa ne dicano i suoi detrattori, si dimostra che in quegli anni neri la sua condotta fu quanto meno eroica". "Difensore degli ebrei - viene aggiunto - nessuno è stato più coraggioso di lui in quei momenti. La sua carità fu tale che permise di salvare, a detta degli storici israeliani di fede ebraica, circa 800 mila vite". 

Al cospetto "di tutti i suoi denigratori di bassa lega", i lefebvriani vogliono dunque "decantare questo augusto Pontefice", "così fermo per quel che riguarda la verità ma così umano nei confronti di tutti", e proclamare tramite lui "la santità della Chiesa". Per quanto riguarda invece Wojtyla, sottolinea l'abate riprendendo un'immagine che fu usata da Benedetto XVI, "é notorio" che "alla sua morte ha lasciato la Chiesa come una barca che fa acqua da tutte le parti". "Le tracce lasciato da questo Papa che ha voluto fare del suo pontificato un'immagine vivente del Concilio Vaticano II sono quelle che la Chiesa di oggi e di domani dovrà seguire per uscire vittoriosa e più grande dalla crisi che attraversa?", si domandano i tradizionalisti. "A noi non sembra", è la secca conclusione.






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Di Pietro: "E' ipocrita chi mi attacca" Bondi: "Idv e radicali padroni del Pd"

di Redazione


Dopo aver ipotizzato l'impeachment di Napolitano, l'ex Pm torna all'attacco: "L'arbitro non ha fischiato il fallo".

De Magistris: "Ha ratificato l'assassinio della democrazia". Cicchitto: "Troglodita, ignora l'abc della libertà". 


Il vescovo Mogavero: "Scorretto cambiare le regole del gioco". Ma la Cei lo smentisce: "Nessuna valutazione sulle questioni elettorali". 


Gasparri: "Sintonia con i vescovi". 

Adinolfi: "Il Pd annulli la manifestazione, Idv e Bonino faranno il pieno di voti"




Dopo aver ipotizzato l'impeachment del capo dello Stato, Antonio Di Pietro attacca chi lo critica e se sfuma i toni (non la sostanza), insistnte mettendo in difficoltà il Pd in vista della manifestzione anti-decreto di sabato prossimo dopo che Bersani e i suoi lo hanno preso le distanze dalla sua sparata anti-Colle. "Ho letto i giornali - afferma - e ho assistito all'ipocrisia e alla pavidità tipiche di una certa cultura di questo Paese". 

"Tutti - aggiunge - hanno detto che questo provvedimento (il decreto salva-liste, ndr) è assurdo, abnorme, costituzionalmente senza senso, e ha ridotto la credibilità della funzione governativa e di quella di controllo". Secondo il presidente dell' Italia dei Valori, si tratta di un provvedimento "oltre che dannoso, inutile, perché non c'era bisogno di un decreto per riammettere le liste Polverini e Formigoni. Si doveva avere l' umiltà e l'accortezza di aspettare l'esito del lavoro dei giudici, cioé di rispettare le regole". 

"La strada principale per mandare a casa questi golpisti - ha aggiunto Di Pietro - è il voto: è stato superato il senso del limite. Mi spiace constatare che, di fronte ad uno sfregio così evidente alla democrazia, serpeggiano l'ipocrisia e il falso perbenismo di coloro che sostengono che la colpa sia solo di chi ha commesso questo fatto grave lasciando fuori le responsabilità di chi doveva fare il controllore. A me pare - conclude il leader dell'Idv - che sia una coperta troppo corta per giustificare il comportamento del Presidente della Repubblica". 

"L'arbitro non ha fischiato il fallo" "L'unico a cui ci possiamo appellare è l'arbitro, come succede in una partita di calcio: se c'è qualcuno che fa fallo l'occhio va direttamente all'arbitro sperando che fischi il fallo. Invece, questa volta, l'arbitro non ha fischiato, perché altrimenti non vinceva l'altra squadra. All'arbitro non tocca stabilire quale squadra vince, ma garantire il rispetto delle regole del gioco". I toni sono sfumati, ma non la sostanza delle critiche al presidente della Repubblica nel blog di Antonio Di Pietro. 

Cicchitto: "Ignora l'abc della libertà" "Siamo stati definiti golpisti per avere ripristinato il diritto al voto di milioni di persone. Ma questo è l'abc della democrazia e della libertà che è del tutto ignorato dal quell'ignorante e troglodita di Di Pietro che é". Lo ha detto Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, a Torino per un'iniziativa elettorale. "Spero che mi quereli - ha aggiunto - dandomi la facoltà della prova, in quel vincerei sicuramente la causa". 

Bondi deluso dalla sinistra Nella vicenda delle liste "la sinistra ancora una volta ha perso un'occasione per dimostrare di possedere un minimo di saggezza, moderazione, equilibrio", ha aggiunto, sempre a Torino, il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. "E' riuscita persino a mettere in dubbio la legittimità delle decisioni del presidente della Repubblica di cui invece dobbiamo riconoscere imparzialità e sensibilità politica", ha aggiunto Bondi, tra gli applausi del pubblico. 

"La sinistra - ha detto ancora Bondi - ha scatenato polemiche irresponsabili per un provvedimento del governo che ha semplicemente interpretato norme elettorali esistenti. Forse pensano che l'unico modo di vincere sia quello di escludere gli altri. Ma questa - ha concluso Bondi - non è democrazia, è un modo per acciuffare le vittorie non sul piano dei consensi ma della truffa elettorale". 

Monsignor Mogavero si schiera "Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è già in atto è altamente scorretto, perchè si legittima ogni intervento arbitrario con la motivazione che ragioni più o meno intrinseche o pertinenti mettono un gioco un valore". E' quanto sottolinea monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, e presidente per gli Affari Giuridici della Cei, in un intervento su Radio Vaticana sul rapporto tra voto elettorale e democrazia.  

"La definizione giusta - ha detto monsignor Mogavero ai microfoni di Radio Vaticana - è quella data dal presidente della Repubblica quando ha parlato di un grandissimo pasticcio". "Non credo che in democrazia si possa fare una distinzione fra ciò che sono le regole e quello che è il bene sostanziale, le regole non sono un aspetto accidentale del vivere insieme, ma quelle che dettano il binario attraverso cui incamminarci", ha poi spiegato il presidente per gli Affari Giuridici della Cei, sottolineando che siamo di fronte "ad una circostanza nella quale il valore della partecipazione è messo in discussione dalla non osservanza delle regole che sono una garanzia a tutela di tutti". "La democrazia è una realtà fragile che ha bisogno di essere sostenuta e accompagnata da norme, da regole, perché altrimenti non riusciamo più ad orientarci". 

Ma la Cei lo smentisce... "Le questioni di procedura elettorale hanno natura squisitamente tecnico-giuridica ed hanno assunto nelle vicende degli ultimi giorni ricadute di tipo politico ed istituzionale". E' quanto precisa, in una nota, il portavoce della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Domenico Pompili, spiegando che "considerata questa connotazione la Cei non ha espresso e non ritiene di dover esprimere valutazioni al riguardo". 

Gasparri: sintonia con i vescovi "Opinioni personali sconfessate dalla Cei vanno considerate tali senza superficiali e affrettate valutazioni. La chiara presa di posizione della Cei sconfessa chi, in altra fase e con posizioni notoriamente di parte, aveva detto cose che sappiamo non essere condivise da chi, nella Chiesa, ha titolo rappresentativo. Chi conosce le cose sa che c'è piena sintonia sulle regole e anche su impegni e programmi per le regioni", dichiara il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. 

Viola in piazza a Roma "Chiediamo al governo il ritiro del decreto. Da quando è stato varato il decreto c'é stato un tam-tam di sms e di messaggi su Facebook che ha mobilitato migliaia di persone in 48 ore. Non siamo 'smanettoni' ma semplici cittadini". Il leader del Popolo viola, Gianfranco Mascia, ripete le parole d'ordine alla manifestazione in piazza Navona contro il dl salva-voto e in difesa della Costituzione. 

"Oggi qui siamo più di 5.000 persone - ha detto - e altre 1.500 sono connesse in streaming contemporaneamente, alternandosi continuamente". Mascia ha chiesto a Berlusconi di "badare ai sondaggi, perché questo decreto legge gli farà perdere diversi voti. Tra di noi ci sono anche persone del centrodestra. Non vogliamo nessun Aventino, compattiamo i partiti e andiamo tutti a votare". "Abbiamo anche cambiato il modo di comunicare del presidente della Repubblica, visto che adesso ci risponde su internet - ha spiegato Mascia -. Questo non è il nostro ultimo respiro, come dice qualcuno, e oggi lo stiamo dimostrando in piazza".
Bandiere di Idv, Pd e Rifondazione

"Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare". E' la frase esposta su alcuni striscioni sul palco in piazza Navona. Sul palco, dove è stata allestita una sorta di lapide-altarino con la scritta 'Qui giace lo Stato di diritto', i fiori e un candelotto rigorosamente viola si alternano vari giuristi che spiegano "l'incostituzionalità del decreto". "Qui non parlano i politici, ma solo i cittadini", hanno spiegato gli organizzatori. Ma tra la folla le bandiere di Idv, Pd e Rifondazione prevalgono su quelle viola. C'é anche chi sventola il Tricolore con un drappo nero che stringe la bandiera in segno di "lutto della Repubblica".







Fiumicino, record europeo dei ritardi ma a dicembre netto miglioramento

Corriere della Sera


Rapporto Eurocontrol: il «Leonardo da Vinci» battuto solo dal piccolo scalo di Las Palmas, alle Canarie



ROMA - Fiumicino primo in classifica per i ritardi. Secondo Eurocontrol, l'organizzazione europea per la sicurezza del traffico aereo, tra gli scali continentali europei il Leonardo da Vinci è in etsta alla top ten, con almeno 9 voli in ritardo ogni 20 in partenza. Non è una bella notizia, a pochi giorni dallo sciopero dei trasporti di venerdì 12 marzo che coinvolgerà anche piloti, assistenti di volo e personale di terra, dalle 10 alle 14.

Soltanto se si allarga la classifica agli scali nelle isole, Fiumicino viene battuto dal piccolo aeroporto di Las Palmas, alle Canarie, dove i voli in partenza hanno registrato, in media nel 2009, ritardi maggiori di quelli degli aerei in partenza dal «da Vinci».

COLPA DEI BAGAGLI - Certo, sulla verifica della puntualità nel più grande scalo romano pesano i difficili tre mesi estivi, quando i disservizi delle società di handling - sanzionate con una raffica di multe dall'Enac - hanno creato non pochi disagi a Fiumicino, a partire dal caos bagagli. Ma questo non può modificare il rapporto annuale sui ritardi di Eurocontrol, che monitora (anche con dossier mensili) i voli europei e quelli con l'Europa di grandi aeroporti intercontinentali come New York Jfk (settimo nella classifica).

Per Eurocontrol i servizi delle compagnie aeree e degli handler (a Fiumicino incidono per il 45% e il 32% dei ritardi) - complice anche il rodaggio della nuova Alitalia, che nel primo anno ha integrato le società per i servizi di terra ex vecchia Alitalia e ex Air One - hanno pesato a Roma più che in tutti gli altri aeroporti ai primi posti per ritardi in partenza. Volendo considerare la classifica completa di tutti gli scali euroei, per una manciata di secondi, una media di 18,8 minuti di ritardo per ogni volo dell'anno contro i 18,9 di Las Palmas, lo scalo di Roma Fiumicino è al secondo posto.

PALMA NERA AL ROMA-BARI - E' pur vero che in Europa la Fiumicino-Linate (con 21.507 voli l'anno) è tra le rotte più trafficate, seconda solo alla Madrid-Barcellona (32.418), ma a pesare sui ritardi in partenza dal Leonardo da Vinci non è il volo di punta del network di Alitalia, la navetta Roma-Milano. La palma nera va invece ai voli da Roma per Bari (al secondo posto in Europa per ritardi), al Roma-Palermo (al quarto), al Roma-Catania (quinto), al Roma Madrid (al sesto) e al Roma Malpensa (al nono).
Così tra i dieci voli che in Europa cumulano più ritardi (il peggiore è il Ginevra-Londra) ben la metà, cinque, sono in partenza dallo scalo romano. E diventano nove nei peggiori venti con i voli Roma-Londra (tredicesimo in classifica), Roma-Torino (quattordicesimo), Roma-Venezia (quindicesimo) e Roma Cagliari (diciottesimo).
 
CATANIA E MALPENSA - Nella «top 50» di Eurocontrol figurano altri 9 aeroporti italiani: gli scali di Catania (diciannovesimo), Malpensa (20), Palermo (26), Cagliari (27), Napoli (29), Bologna (30), Venezia (31), Torino (32), Linate (50). Nel confronto con l'anno precedente la media dei ritardi al decollo nel 2009 è aumentata a Fiumicino del 13%. Nel rapporto su dicembre, invece, Fiumicino (che, per esempio, per Eurocontrol era al primo posto per ritardi a giugno) scompare dalla classifica dei venti scali con maggiori ritardi e viene indicato tra gli unici cinque ad aver migliorato la media.

Il confronto è con l'ultimo mese della vecchia Alitalia ormai in agonia ma il dato in assoluto conferma comunque i risultati raggiunti in un anno dalla nuova compagnia. Compagnie aeree, società di handling e strutture aeroportuali di Fiumicino hanno così superato la «prova di Natale», il test del picco di traffico di fine anno che era stato indicato come un banco di prova quando l'Enac ha affrontato il nodo dei disservizi estivi.

(fonte: Ansa)

07 marzo 2010




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Di Pietro insiste: "Ipocrita chi mi attacca" La Cei: scorretto cambiare le regole del gioco

di Redazione

Dopo aver ipotizzato l'impeachment di Napolitano, l'ex Pm attacca: "Ho letto i giornali e ho assistito all'ipocrisia e alla pavidità tipiche di una certa cultura di questo Paese".

Cicchitto: "Troglodita, ignora l'abc della libertà". Bondi: "Pd con due padroni, idv e radicali".

Il vescovo Mogavero si schiera: contro il decreto


Dopo aver ipotizzato l'impeachment del capo dello Stato, Antonio Di Pietro attacca chi lo critica su questo punto: "Ho letto i giornali - afferma - e ho assistito all'ipocrisia e alla pavidità tipiche di una certa cultura di questo Paese". "Tutti - aggiunge - hanno detto che questo provvedimento (il decreto salva-liste, ndr) è assurdo, abnorme, costituzionalmente senza senso, e ha ridotto la credibilità della funzione governativa e di quella di controllo". 

Secondo il presidente dell' Italia dei Valori, si tratta di un provvedimento "oltre che dannoso, inutile, perché non c'era bisogno di un decreto per riammettere le liste Polverini e Formigoni. Si doveva avere l' umiltà e l'accortezza di aspettare l'esito del lavoro dei giudici, cioé di rispettare le regole". "La strada principale per mandare a casa questi golpisti - ha aggiunto Di Pietro - è il voto: è stato superato il senso del limite. 

Mi spiace constatare che, di fronte ad uno sfregio così evidente alla democrazia, serpeggiano l'ipocrisia e il falso perbenismo di coloro che sostengono che la colpa sia solo di chi ha commesso questo fatto grave lasciando fuori le responsabilità di chi doveva fare il controllore. A me pare - conclude il leader dell'Idv - che sia una coperta troppo corta per giustificare il comportamento del Presidente della Repubblica". 

Cicchitto: "Ignora l'abc della libertà" "Siamo stati definiti golpisti per avere ripristinato il diritto al voto di milioni di persone. Ma questo è l'abc della democrazia e della libertà che è del tutto ignorato dal quell'ignorante e troglodita di Di Pietro che é". Lo ha detto Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, a Torino per un'iniziativa elettorale. "Spero che mi quereli - ha aggiunto - dandomi la facoltà della prova, in quel vincerei sicuramente la causa". 

Bondi deluso dalla sinistra Nella vicenda delle liste "la sinistra ancora una volta ha perso un'occasione per dimostrare di possedere un minimo di saggezza, moderazione, equilibrio", ha aggiunto, sempre a Torino, il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. "E' riuscita persino a mettere in dubbio la legittimità delle decisioni del presidente della Repubblica di cui invece dobbiamo riconoscere imparzialità e sensibilità politica", ha aggiunto Bondi, tra gli applausi del pubblico. 

"La sinistra - ha detto ancora Bondi - ha scatenato polemiche irresponsabili per un provvedimento del governo che ha semplicemente interpretato norme elettorali esistenti. Forse pensano che l'unico modo di vincere sia quello di escludere gli altri. Ma questa - ha concluso Bondi - non è democrazia, è un modo per acciuffare le vittorie non sul piano dei consensi ma della truffa elettorale". 

Monsignor Mogavero si schiera "Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è già in atto è altamente scorretto, perchè si legittima ogni intervento arbitrario con la motivazione che ragioni più o meno intrinseche o pertinenti mettono un gioco un valore". E' quanto sottolinea monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, e presidente per gli Affari Giuridici della Cei, in un intervento su Radio Vaticana sul rapporto tra voto elettorale e democrazia.  

"La definizione giusta - ha detto monsignor Mogavero ai microfoni di Radio Vaticana - è quella data dal presidente della Repubblica quando ha parlato di un grandissimo pasticcio". "Non credo che in democrazia si possa fare una distinzione fra ciò che sono le regole e quello che è il bene sostanziale, le regole non sono un aspetto accidentale del vivere insieme, ma quelle che dettano il binario attraverso cui incamminarci", ha poi spiegato il presidente per gli Affari Giuridici della Cei, sottolineando che siamo di fronte "ad una circostanza nella quale il valore della partecipazione è messo in discussione dalla non osservanza delle regole che sono una garanzia a tutela di tutti". 

"La democrazia è una realtà fragile che ha bisogno di essere sostenuta e accompagnata da norme, da regole, perché altrimenti non riusciamo più ad orientarci", ha aggiunto Mogavero spiegando che "se dovesse essere frutto dell'arbitrio di qualcuno o improvvisata ogni giorno mancherebbe certezza del diritto". "Ci sono state leggerezze, manchevolezze, approssimazioni nell'affrontare il gioco democratico che non sono a favore di nessuno. 

Questo affrontare con approssimazione il gioco democratico - ha detto - significa che forse siamo impreparati a una democrazia sostanziale. Ci gloriamo delle parole partecipazione, consenso, ma poi alla fine quando tutto questo confligge con qualcosa che ci penalizza. Invochiamo altri valori e soluzioni estemporanee per riparare ai guasti di chi ha improvvisato o sbagliato".




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L'onorevole Angela Napoli è nel mirino della ‘ndrangheta"

Quotidianonet


Gerardo D’Urzo, un boss pentito, con una lettera spedita direttamente alla parlamentare, avrebbe rivelato di un piano delle cosche della piana di Gioia Tauro per eliminarla


Roma, 6 marzo 2010

Le famiglie mafiose calabresi di Gioia Tauro stavano preparando un attentato contro la parlamentare Angela Napoli (Pdl), sotto scorta, e componente la commissione parlamentare antimafia.

La rivelazione, secondo quanto riporta il Quotidiano della Calabria, sarebbe stata fatta da un boss pentito della ‘ndrangheta, Gerardo D’Urzo, con una lettera spedita direttamente alla parlamentare. Angela Napoli sarebbe anche stata sentita dalla Digos, dopo aver presentato una denuncia in questura a Reggio Calabria.




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Reggio Calabria: busta con proiettili al pm antimafia

Quotidianonet


Il plico recapitato al sostituto procuratore Antonio De Bernardo. Un’escalation di messaggi che parte dal 3 gennaio, quando una bomba è esplosa davanti al portone della Procura generale


Reggio Calabria, 7 marzo 2010


Una busta intimidatoria con un proiettile è stata recapitata ieri al sostituto procuratore Antonio De Bernardo, in forze alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Il plico è stato intercettato in un ufficio postale, prima che arrivasse al destinatario. Poche settimane fa un caso analogo era stato scoperto nei confronti di un altro magistrato reggino, Giuseppe Lombardo.

Di ieri invece la notizia dell’attentato che le cosche della Pian di Gioia Tauro stavano progettando contro la parlamentare del Pdl Angela Napoli. Un’escalation di messaggi che parte dal 3 gennaio, quando una bomba è esplosa davanti al portone della Procura generale di Reggio Calabria.

«Dire che siamo sereni in questo momento non è il caso -ha dichiarato il procuratore Giuseppe Pignatone sulla stampa regionale questa mattina - ma di certo c’è che continueremo a lavorare in maniera costante secondo il programma che ci siamo dati. Andremo avanti come sempre, senza tentennamenti e senza indietreggiare di un millimetro».




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Dalla Cina i soldi per lo yacht

Il Tempo

L'inchiesta sul riciclaggio. Così la banda usava le società destinate all'acquisto di beni di lusso.
C'è anche la barca dell'ex senatore: di conto in conto oltre un milione di euro.

È partito dalla Cina il giro di soldi per comprare lo yacht dell'ex senatore Nicola Di Girolamo. Un gingillo galleggiante da un milione e 269 mila euro. Il malloppo è decollato da un conto a Hong Kong, è finito in un altro a Lugano, atterrando nel terzo a Firenze e poi su Roma. Secondo gli inquirenti, è una delle tante giostre architettate per riciclare il denaro raccolto dalla presunta megatruffa Fastweb-Telecom Sparkle, scoperta dai carabinieri del Ros e dai finanzieri dell'Antiriciclaggio, per la quale la Procura di Roma sta indagando 80 persone (56 arrestati).


«Per quanto riguarda Di Girolamo - scrive il gip nell'ordinanza - emerge chiaramente uno dei tanti modus operandi utilizzati dai sodali dell'organizzazione per investire capitali illeciti. A tal proposito, l'argomento è rappresentato dall'episodio dello yacht (Ferretti 540/41) per la cui acquisizione l'indagato, reale possessore e utilizzatore del bene» per arrivare all'acquisto «ha disposto un'operazione di leasing mercantile». I soldi passano dalla Amon capital (società di Di Girolamo e di Marco Toseroni, altro indagato con un conto corrente alla Standard Chartered Bank di Hong Kong) alla Banca Credinvest (già Egobank) di Lugano, «dalla quale vengono prelevate somme per l'anticipo. Poi alla Banca Intesa e il Centro Leasing di Firenze. L'ultimo passaggio è alla Antiche Officine Campidoglio srl, locatario del bene.


Secondo il giudice, «la Antiche Officine Campidoglio, veniva utilizzata per intestare fittiziamente lussuose autovetture, tra cui la Ferrari e la Porsche Turbo coupè di Gennaro Mokbel, ed ha ricevuto nel periodo aprile/luglio 2007 1.147.668,11 euro di bonifici provenienti da un conto presso la Standard Chartered Bank di Hong Kong, intestato alla Amon Capital, una parte della quale utilizzata per acquistare autovetture ad uso dei sodali» e la famosa «imbarcazione Di Girolamo».





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Rivoglio le odiate mimose

Corriere della Sera

Per dire: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più»



E se ci riprendessimo le mimose? Se domani, 8 marzo, andassimo in giro col mazzetto giallo? Non più come regalino paternalistico, da «buona festa, care cocche». Come segno di protesta riconoscibile. Magari appuntate alla borsa, o sul bavero tipo suffragette (se non ci fossero state non andremmo a votare, in effetti); o anche tra i capelli (tipo figlie dei fiori, che hanno i loro meriti; certo è più adatto alle nipotine della Summer of Love che alle nonne).

Così, a chi chiede «perché hai una mimosa puzzolente sulla giacca a vento?», si potrebbe rispondere: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più». Senza timore di sembrare ridicole. Le donne, per i loro diritti, hanno sempre dovuto combattere. E ogni volta sono state ridicolizzate. Si cercherà di ridicolizzare anche questo 8 marzo, sicuro. Ci saranno fesserie in tv e frasette politiche di circostanza.

La maggioranza delle femmine lo ignorerà, o andrà stancamente con le colleghe in pizzeria. Ma non è il momento di essere stanche. Anche se, dopo un anno che avrebbe demotivato Betty Friedan-Simone de Beauvoir-Emmeline Pankhurst (leader delle suffragette di cui sopra), sono in tante a liquidarlo: «No, l’8 marzo no, non siamo patetiche». Patetiche lo siamo già. In mondovisione, grazie alla nostra velinizzazione virale e alle imprese del premier.

GIORNATA DELL'ORGOGLIO FEMMINILE - Nella rappresentazione dei nostri media. Nella vita quotidiana, al lavoro e in casa. Ci sentiamo patetiche perché ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza. Ma anche il dismettere la festa delle donne in quanto concessione a un genere minore (tipo Giornata del Cane), a questo punto è un segno di acquiescenza. Bisognerebbe ammettere quanto terreno abbiamo perso; dire che quasi tutte sono, in qualche modo, discriminate. E rendere questo 8 marzo una giornata dell’orgoglio femminile.

Con i mezzi che abbiamo; con un simbolo comprensibile, quelle mimose che per anni ci hanno mandato in bestia. Quando le trovavamo sulla scrivania, omaggio di qualche capo meno femminista di Fabrizio Corona. Quando le regalava un fidanzato fedifrago o un’amica scema. Recuperarle ed esibirle sarebbe una civile riappropriazione dello spazio pubblico. Di quello reale, non virtuale: in troppe passiamo il tempo a discuterne online, a firmare tra noi appelli sui social networks con titoli come «Io non considero normale».

Sarebbe ora di mostrare l’anormalità a chi passa per strada, a chi lavora con noi, a chi pensa che un Paese di donne annientate sia normalissimo e soprattutto comodo; per i maschi. Sarebbe ora di provarci e di contarci; non perché siamo donne, perché essendo donne ci siamo stufate. Perché per smettere di sentirci annientate dovremmo prima diventare, come dicono le nostre ragazzine, «fomentate» (vogliamo che crescano con questi modelli femminili? Con questi esempi di carriere donnesche? Come potenziale merce un tanto al chilo? Meglio il fomento, o come scrivono loro, il fomentooo; e buon 8 marzo a tutte).


Maria Laura Rodotà
07 marzo 2010


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Così i signori della moda aiutano i clandestini e fanno fallire gli italiani"

di Stefano Lorenzetto

Giancarlo De Bortoli costretto a chiudere l’azienda, svela i segreti dei grandi stilisti: "Mi davano 24 euro per una camicia e 40 per un abito. Venduti in boutique a 490 e 890"




Lo chiamano made in Italy, ma è più sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni, titolare della Herry’s confezioni di Pramaggiore, dove il Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno vampirizzato: «Sto portando i libri in tribunale. Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho resistito fino all’ultimo per le dipendenti, che erano la mia famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore, non farti mettere i sigilli di ceralacca dall’ufficiale giudiziario».

De Bortoli un fallito? Com’è possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi l’anno, non contraeva debiti, non s’è arricchito, era oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore e l’impianto stereo. Che altro ancora si può
chiedere a un imprenditore? Spiegatemelo voi.

Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d’alta moda per signora con cucite sopra le etichette delle più grandi maison d’Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro, Sportmax, Costume National, Duca d’Aosta, Cividini. E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano Veneto, eh sì, c’è anche il terzista del terzista».

E poi le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland, Strenesse, Tse cashmere. «Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l’abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d’anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l’ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda».

Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno, gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...», e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie. Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra l’11 febbraio scorso. Suicida». Dall’estate del 2008 sono ben 13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese.


Maledetto il giorno in cui De Bortoli diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò: “È mai possibile che di tre figli debba morire senza averne almeno uno qui vicino a me?”. Tornai a Motta di Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda Harry’s, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore dell’Harry’s bar di Venezia. “No, no, Arrigo Cipriani ci fa causa”, obiettò il mio socio. E all’ultimo momento infilò nel marchio una “e” al posto della “a”, Herry’s». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono all’amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l’intera produzione nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli anni d’oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24 collaboratrici, tutte anziane».

Un solo errore ha commesso De Bortoli: s’è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci sono scantinati e garage brulicanti di terzisti extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più clandestini, «gente che ai re Mida dell’ago e filo fornisce un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro, quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi, non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36. Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così sleale, fuori da qualsiasi regola».

Oportet ut scandala eveniant. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy», promette Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza.

È così, De Bortoli? «Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia sono “troppo morbide e facilmente aggirabili”, parole sue. Io comunque sto ai fatti».

E i fatti quali sono? «Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili. Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi 600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei defunti mi disse: “Sa, De Bortoli, lei è un privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro per 5 euro e ce lo fa anche bene”».
Alcune case di moda potrebbero ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori clandestini.

«Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch’io, in fin dei conti, per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore all’insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista impone prezzi assurdi, all’insegna del “prendere o lasciare”, sa in partenza che servono gli schiavi, non può ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa mia si chiama responsabilità morale».

Le aziende devono badare agli utili, si sa. Proprio per non finire come la Herry’s. «Sì, ma dev’esserci una misura anche negli utili. Guardi questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander, stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri, fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14 pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna... Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di lavoro per un abito così. Sa quanto me l’hanno pagato? Al netto dell’Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l’impudenza di consegnarmi l’etichetta col prezzo al pubblico da metterci sopra: 890 euro». Inaudito. «E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo continuare?». Prego.

«Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà nell’applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un’impiegata. Tanto valeva rinunciare».

E così lavorava in perdita. 

«Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce l’ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona, rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all’osso. “Tanto”, è stato il commento di uno di loro quando ha saputo che ero spacciato, “per un laboratorio che chiude ne aprono altri cinque”. Sottinteso: stranieri».

Ma quand’è cominciata la crisi?

«Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000 alle 80.000 lire, l’anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal 55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni all’estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine hanno delocalizzato nei seminterrati italiani. Laboratori-lager. Non c’è provincia che ne sia immune. La Riviera del Brenta e la Marca trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa quanto c’impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì, vivono lì. Emergono un’ora al giorno, come i sommergibili, e subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente».

I suoi colleghi come si salvano?

«I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni, chiudendo subito».

Perché non ha fatto lo stesso?

«Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La metà delle piccole imprese del Veneto l’hanno bruciato da tempo, questo accantonamento. L’ultimo Tfr, 24.000 euro, sono riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato in 12 rate».

Quanto fatturava?

«Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni di euro d’oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l’anno dopo a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro». Perdoni la brutalità, lei avrebbe dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa. «Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per portare un po’ di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000 euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne servivano 90.000».

Che cos’era per lei il lavoro? 

«Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni: entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni, umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati vivi a sera. Non c’è di peggio, per un imprenditore, che non riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad incoraggiarmi: “Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci fidiamo di lei”».

Oggi che cosa prova quando vede un défilé in televisione?

«Repulsione. Nell’ultima sfilata di Dolce e Gabbana c’era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l’alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s’insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L’ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all’haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più».

Eppure le griffe spopolano.

«La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra. La qualità è l’ultimo pensiero. Nessuno controlla, i politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene fuori l’alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe andare a vedere le bollette dell’elettricità. Ci vogliono i 380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio».
Non salva nessuno? «Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane. Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto»

Prova vergogna? 

«Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa che non ho mai rubato».
Adesso che farà? «Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo l’avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello. Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto in piedi»



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Silenzio, siamo in taxi

La Stampa

Parlare solo se il cliente gradisce: è la norma imposta a Londra. E in Italia, dove basta salire per essere sommersi dalle parole?

FRANCESCA PACI, GIANLUCA NICOLETTI

LONDRA



Le buone maniere le ho imparate da mio padre a suon di ceffoni e non ho bisogno di alcuna rinfrescata», urla Tony attraverso il vetro che lo separa dal passeggero. Trentanove anni di cui gli ultimi dieci al volante tra Notting Hill e Westminster, due figli, scudetto dell'Arsenal sul cruscotto, Tony non ha apprezzato molto l’introduzione del corso obbligatorio in «soddisfazione del cliente» proposto da un alto rappresentante dei tassisti londinesi per i candidati alle nuove licenze.

La strada sbagliata 

«Le pare che io non sia gentile? Sia onesta...» domanda, superando il ciclista che arranca lungo Old Street. Lo è, davvero. Almeno fin quando non ferma la vettura a Columbia Road anziché alla richiesta Calabria road e, indispettito dall’obiezione, si rimette bruscamente in moto imprecando contro il pessimo accento degli stranieri. Che aspetto avrebbe la City senza i black cab, i tipici taxi neri, il Big Beng, gli autobus a due piani? Tony e i suoi colleghi rivendicano l’orgoglio della tradizione, ma i tempi cambiano anche per le icone più british. Per questo John Mason, responsabile della regolamentazione dei taxi alla Transport of London, ha pensato un restyling della categoria. «The Knowledge», enciclopedica mappa della città che i neoconducenti impiegano tre anni a imparare, resterà la Bibbia del mestiere. Ma, concede Mason, dominare la planimetria urbana non è più sufficiente.

La nuova prova 

All'esame per la licenza bisognerà dimostrare di saper guidare in modo ecosostenibile in virtù del risparmio energetico, dar prova di attenzione alle persone disabili, brillare nel trattare con l’umore imprevedibile dei passeggeri, non sempre bendisposti alla proverbiale loquacità di chi li guida nel traffico metropolitano.  «A volte, quando il cliente non reagisce alla conversazione, è meglio tenere la bocca chiusa, magari ha avuto una pessima giornata». spiega Mason al «Financial Times». Il che non significa ammettere la mancanza di tatto denunciata da molti utenti come direttamente proporzionale alla velocità del tassametro: «Forniamo un servizio rinomato in tutto il mondo, i tassisti sono considerati una peculiarità di Londra». Eccellenti, ma non perfetti: «Si può sempre migliorare». Se sindacati e associazioni di categoria accetteranno la sua proposta il primo passo sarà il corso di bon ton.

La concorrenza 

La verità è che le strade di Londra appartengono a chi le controlla e la concorrenza è feroce. I cab hanno perso il monopolio nel 1961 e da allora combattono all'ultima corsa contro i cosiddetti minicab, vetture assai meno caratteristiche e riconoscibili ma decisamente più economiche. «Non possiamo fare molte cose, ma sappiamo trattare con i passeggeri» osserva Masood, 37 anni, giacca e cravatta d'ordinanza secondo il regolamento della Islington Cars, la piccola compagnia di minicab per cui lavora. Ci sono 50 mila autisti privati come lui a volante di automobili qualsiasi, il doppio dei conducenti di black cab. Devi chiamarli per telefono o prenotarli online e dimenticare le corsie preferenziali riservate agli altri, ma il tragitto costa almeno il 35 per cento in meno. E’ questa, secondo Masood, la vera ragione che toglie il sonno ai fratelli maggiori. «Noi non impariamo The Knowledge però abbiamo il Gps e siamo addestrati a essere gentili».

www.lastampa.it/paci



QUI ROMA


A Londra i tassisti dovranno imparare a tacere. Nell’esame di ammissione alla categoria professionale dei conducenti di taxi sarà ritenuta fondamentale la loro capacità di mantenersi discreti e silenziosi per il benessere del loro cliente. Se è vero, infatti, che il tassista è un moderno cocchiere, a differenza dei suoi storici predecessori invece che a cassetta sta seduto in carrozza e viaggia assieme al suo passeggero.È questa una circostanza che inevitabilmente prevede una promiscua convivenza tra sconosciuti.

Per un tempo che può variare, in media, tra dieci minuti e un’ora. Sotto il tempo inferiore indicato è impossibile che il rapporto tra gli abitanti saltuari della vettura a tassametro sia cordiale, chi avesse osato chiamare un taxi per un tragitto talmente esiguo da non valere almeno dieci euro di minimo garantito deve aspettarsi una reazione che va dall’immusonimento borbottante tra i denti, con biascichii allusivi alla nostra ardita pretesa di aver distolto i manovratore da una sicuramente più lucrosa corsa, fino a un’aperta manifestazione di dileggio per la nostra mancata scelta di andare a piedi per un tragitto così breve.

La corsa a destinazione aeroportuale è naturalmente quella che fa meritare una maggiore attenzione al customer care da parte dell’autista. Il plus si ottiene se individuati sin dalla partenza come passeggeri spesati dalla propria azienda, in tal caso il trattamento di favore sarà mirato alla fatidica richiesta finale di poter arrotondare di qualche euro al momento della compilazione di ricevuta… «Gli facciamo pagare il caffè dottò?». Nella media di tragitto urbano è possibile imbattersi in altre tipologie di comportamento tassinaro che forse vale la pena ricordare, se non altro per aumentare la nostra gratitudine quando ci vengono risparmiate:

Il conversatore


Incarna il prezzo da pagare al pregiudizio diffuso che ogni essere umano tenda a socializzare. Per la stessa ragione per cui sono stati inventati gli animatori in club vacanze e crociere, i tassisti conversatori pensano, magari in buona fede, di offrire un servizio più completo se vi appesantiscono il tragitto con storie di sindaci infami, vigili aguzzini, automobilisti con il cappello e soprattutto donne che dovrebbero andare a piedi.

Il multi task


Con lui almeno non avrete il problema della conversazione, ma vi dovrete sorbire le sue lunghe telefonate con moglie, amici, colleghi, creditori ecc. Spesso urlate e senza auricolare. Ciò renderà più avventuroso il tragitto, ma ancor più avrete sensazioni estreme se il multi task ha pure la gazzetta dello sport aperta sullo sterzo e lo stereo a palla.

Il puzzone


Il suo taxi è una fogna con la moquette lurida, i sedili sinistramente maculati, il posacenere gonfio di mozziconi. Di solito chi non si cura dell’auto non cura nemmeno l’igiene personale, quindi aspettatevi emanazioni corporali piuttosto sgradevoli. Non chiedete di abbassare il finestrino perché vi dirà che è rotto.

Il curioso


È il peggiore che vi possa capitare, non solo chiacchiera, ma si impiccia dei fatti vostri. Se siete in compagnia si infila nella conversazione, fa battute chiede approfondimenti sulla vostra professione, gusti sessuali, intolleranze alimentari, orientamento politico, religioso, esistenziale.

Il delatore


Il sopraccitato «curioso», che, dopo che vi ha ben torchiato, racconta al prossimo cliente i fatti vostri, naturalmente in realtà aumentata. Ha una galleria di nefandezze da passeggero che impressiona. Può narrare di tutto, attenti a non dargli spago, pensate che con il successivo cliente il suo splendido argomento sarete voi.



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Bersani tace su Tonino. E acconsente

Il Tempo

Idv all'attacco vuole mettere sotto accusa Napolitano.
Il Pd nel pallone: non è colpa del Quirinale, ma del governo.
Ed è costretto a inseguire Di Pietro in piazza

Antonio Di Pietro chiede l'impeachment che nel nostro ordinamento non esiste, ma che è comunque un modo molto raffinato per dire che Giorgio Napolitano deve essere cacciato dal Quirinale. Con il tempo il leader dell'Idv ha imparto ad insultare il Capo dello Stato con stile, niente male. Ma il risultato non cambia. Ed è un problema per il Pd che, invece, cerca in tutti i modi di non trascinare il Colle in quello che è ormai diventato uno scontro all'ultimo colpo. Il concetto è semplice: l'obiettivo è Silvio Berlusconi e la maggioranza, non Napolitano. Lo dice Pier Luigi Bersani: «Il presidente della Repubblica non c'entra niente, non si nascondano dietro al presidente della Repubblica. Loro sono responsabili di quello che hanno scritto, del trucco vergognoso che hanno introdotto». Lo ripete Massimo D'Alema: «Il decreto è stato voluto e scritto dal governo, che ne porta intera la responsabilità politica, ed è nei confronti del governo che deve esercitarsi la nostra critica, la nostra opposizione e la protesta dei cittadini».

E anche l'Udc di Pier Ferdinando Casini pur criticando il decreto, difende Napolitano dagli attacchi di Di Pietro. Nel frattempo l'opposizione si mobilita, scende in piazza e annuncia che cambierà il proprio atteggiamento in Parlamento imboccando la strada dell'ostruzionismo. L'appuntamento per tutti è il 13 marzo a Piazza del Popolo. Un grande manifestazione contro un decreto «vergognoso». Ormai il carro è lanciato, impossibile fermarlo. Così, quando a metà pomeriggio Napolitano risponde con una lettera rivendicando il merito del provvedimento, per il Pd è una doccia fredda. Anche perché il Capo dello Stato ricorda come nei giorni scorsi «si era espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell'opposizione che avevano dichiarato di non voler vincere - neppure in Lombardia - "per abbandono dell'avversario" o "a tavolino"». Insomma anche il Pd era preoccupato per la situazione che si era venuta a creare. Al punto che c'è chi dice che abbia sollecitato Napolitano a ricercare una soluzione, qualsiasi soluzione. E ora non può rimangiarsi tutto. Di Pietro contrattacca: «La verità è una ed una sola c'è stata la volontà di favorire solo uno dei giocatori, e questo comportamento non è da arbitro imparziale, come richiederebbe il ruolo ricoperto da Napolitano. E chi si rifiuta di ammetterlo è un pavido o un ipocrita». Bersani e i suoi non commentano, ma ormai è troppo tardi per fare un passo indietro.

Nicola Imberti

07/03/2010





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Quando il giudice Scalfaro uccise la prima Repubblica

di Stefano Zurlo

Giovanardi ricostruisce la notte del 7 marzo ’93: la mancata firma sul decreto Conso che avrebbe depenalizzato il finanziamento ai partiti. La norma scritta dall'ex Guardasigilli del governo Amato era stata "benedetta" dal Quirinale. Decisivo nel "no" del Colle il parere di Borrelli, capo del pool. Poi l'addio all'immunità fece il resto

 


È il voltafaccia che ha seppellito la Prima repubblica. Tre giorni di passione, tre giorni per fare e disfare la tela di un decreto e per dire addio alle ultime chance di salvataggio di un sistema durato, bene o male, per mezzo secolo. Carlo Giovanardi che sul tema ha tenuto lo scorso anno un convegno non ha dubbi: fu tradimento e ad affossare il decreto fu Oscar Luigi Scalfaro.

«Se quel decreto fosse stato firmato - nota Giovanardi - la prima Repubblica sarebbe sopravvissuta, sia pure malconcia». Invece la notte del 7 marzo Scalfaro si rimangiò la parola data e rimandò al mittente quel pezzo di carta. Per un sistema ormai sul punto di collassare, fra manette e avvisi di garanzia, fu il colpo di grazia. «Sarebbe bastato approvare quella norma - aggiunge Giovanardi - per gestire un futuro diverso, per avviare una transizione morbida verso nuovi assetti, comunque per salvare quel che di buono era stato costruito nei decenni precedenti». Non si salvò nulla. Il naufragio si portò vai tutto.

La norma, varata dal Governo Amato, in particolare dal Guardasigilli Giovanni Conso, era assai semplice: depenalizzava il finanziamento illecito, reato sconosciuto fino all’esplosione di Tangentopoli e poi grimaldello per scardinare tutti i vecchi partiti e colpire un’intera classe politica. Scalfaro, secondo la ricostruzione del sottosegretario alla Presidenza del consiglio, lesse il testo e lo benedisse.

Letteralmente. Convocò tre parlamentari e disse che quella norma era sacrosanta. Anzi, li richiamò poco dopo per dire loro che si erano dimenticati di recitare un’Ave Maria alla Vergine e pregare per la vittoria di quella battaglia morale. Sembrava fatta. Ma il testo uscito dal Consiglio dei ministri e portato di corsa al Quirinale rimase prigioniero del Palazzo. Che cosa accadde la notte in cui venne assassinata, secondo Giovanardi, la prima Repubblica?

Forse, Scalfaro si consultò, articolo per articolo, punto per punto, con Francesco Saverio Borrelli, uno degli uomini più potenti d’Italia in quel frangente. E il verdetto del kaiser di Mani pulite fu perentorio: bocciatura senza appello. Contemporaneamente, il pool Mani pulite ribattezzò spregiativamente quella norma decreto salvaladri; la solida imbarcazione uscita da Palazzo Chigi si rivelò una barchetta di carta. E la sua navigazione finì ingloriosamente ancor prima di cominciare.

Il pomeriggio del 7 marzo, con il pollice verso del pool, Scalfaro annunciò che non avrebbe firmato. Anche se, insieme a deputati e senatori, aveva ardentemente chiesto a Maria il sostegno morale per la riuscita dell’operazione. Il decreto fu ritirato e dimenticato in fretta, come un figlio indesiderato. Senza padre. Mani pulite salì ancora d’intensità.

Si preparavano i mesi ruggenti dell’estate ’93, la morte del Presidente dell’Eni Gabriele Cagliari nel «canile» di San Vittore, il suicidio con un colpo alla tempia di Raul Gardini il giorno in cui sarebbe stato arrestato. Il 28 ottobre ’93 iniziava poi il processo Cusani, la piccola Norimberga della Prima repubblica, la fine di un’epoca fra i balbettii di Arnaldo Forlani, con la bava alla bocca, e le grintose risposte di Bettino Craxi ad Antonio Di Pietro. Inutile immaginare un finale diverso.

La Prima repubblica è scivolata via senza troppi rimpianti, almeno sul momento. La corruzione, invece, non è stata debellata, come insegnano le troppe inchieste di queste settimane, gli scandali, le ruberie da una parte all’altra del Paese. Ancora oggi molti si domandano se rubare per il partito, ovvero ricorrere alla pratica del finanziamento illecito, non sia peggio che rubare per sé, come le schiere di corrotti intercettati dai Pm in questi anni.

Tema controverso e scivoloso. «Quel che però non è accettabile - sottolinea il senatore del Pdl - è il modo in cui si trascinò l’agonia della Prima repubblica, ovvero del parlamento cosiddetto degli inquisiti. In pratica un’intera classe politica si trasformò in preda, impallinata giorno dopo giorno da una pioggia di avvisi di garanzia spediti dal pool e da molte altre procure, in gran parte per finanziamento illecito. Dobbiamo aggiungere - è la conclusione - che molti di quei deputati furono infine assolti ma quel Parlamento, sferzato dal vento del giustizialismo, fu sciolto d’autorità da Scalfaro nel ’94. E la Prima repubblica fu definitivamente tolta di mezzo». «Il bucato - dirà Borrelli - lo hanno fatto gli avvisi di garanzia».

Insomma, se l’omicidio fu commesso dal capo dello Stato, il suggeritore dietro le quinte era il capo del Pool. E fu la magistratura a dettare la linea e a mettersi di traverso alla volontà del parlamento. Altri tempi. Di più, in un impeto di follia suicida, le camere agevolarono il compito degli inquisitori, cancellando l’immunità. Oggi, diciassette anni dopo, quello scudo è ricordato con crescente nostalgia.




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Islanda, al referendum vince il no: "Non rimborseremo Londra e L'Aja"

La Stampa

I cittadini in strada contro le banche "E' uno sbaglio pagare i loro errori"
LONDRA

Ha vinto il «no», come nelle attese. Un «no» netto, quasi unanime, con una percentuale che, secondo le prime proiezioni, sfiorava il 98%.  Gli islandesi hanno bocciato il referendum sul piano di salvataggio delle finanze pubbliche attraverso un accordo che prevede un pesante risarcimento ai governi inglesi e olandesi. L’atteso no al risarcimento, dovuto al fatto che numerosi cittadini britannici e olandesi avevano investito i propri fondi nella banca islandese Icesave, potrebbe mettere a rischio il prestito miliardario messo a disposizione di Reykjavik dal Fondo monetario internazionale e allontanare l’Islanda dall’Unione Europea.

«Il referendum ha avuto un effetto molto positivo: ha spinto Regno Unito e Paesi Bassi verso un accordo più giusto», ha detto il presidente islandese Olafur Ragnar Grimsson. È stato proprio Grimsson a non firmare la legge Icesave e a convocare il referendum, considerando profondamente ingiusto il provvedimento che prevede di rimborsare a Londra e a L’Aja 3,9 miliardi di euro da qui al 2024, ponendo sulle spalle degli islandesi, già colpiti dalla crisi, un ulteriore enorme fardello.

«Per troppo tempo c’è stata una supremazia dei mercati finanziari sulla democrazia», ha detto il presidente, sottolineando come «gli islandesi, i pescatori, gli insegnanti, gli infermieri sono tutti d’accordo per rimborsare la Gran Bretagna e l’Olanda su una base di più di 20.000 euro a risparmiatore», cifra pari alla garanzia per cliente della Icesave che lo Stato islandese si è impegnato a versare.

«Ma i cittadini islandesi - ha aggiunto Grimsson - non sono disposti a pagare un tasso di interesse molto elevato che permetterebbe ai governi britannico e olandese di trarre un enorme profitto da tutta questa vicenda». Per tutta la giornata a Reykjavik hanno sfilato per strada i sostenitori del no, con cartelli e striscioni, protestando “armati” di slogan contro il «fallimento del sistema bancario».

In ogni caso l’esito del refendum non modifica troppo la situazione. «Vogliamo essere chiari - ha detto il ministro delle Finanze, Steingrimur Sigfusson, poco prima di avere i risultati della consultazione- che un “no” oggi non significa che non pagheremo i nostri debiti. Manterremo i nostri impegni».

L’esito del voto potrebbe significare un’Islanda relegata ai margini della comunità finanziaria internazionale, il blocco dei prestiti Fmi ma, soprattutto, un possibile allontanamento dall’Ue proprio a pochi giorni dal pronunciamento della Commissione Ue sulla domanda del Paese all’adesione.



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L'allarme di Mokbel: "Il numero tre d'Italia ci sta dando fastidio"

di Redazione

L'inchiesta sulla telefonia. Giallo nelle intercettazioni del 2007 in cui l'imprenditore preoccupato per le indagini di Fastweb, istruiva la "banda". 


Chiappori: "Soldi alla Lega? Ma se lo cacciai"


di Emanuela Fontana e Massimo Malpica



Roma «È il numero tre d’Italia, quello che ci sta a rompe i coglioni». Tra le migliaia di frasi in codice intercettate a Gennaro Mokbel e alla sua banda, c’è anche questo riferimento, oscuro, a un misterioso «numero tre» del Paese che evidentemente dava fastidio all’imprenditore al centro del maxi riciclaggio che coinvolge anche Fastweb e Telecom Sparkle. Chi è questa persona di cui Mokbel, con il consueto linguaggio colorito, parlava nel 2007 come di un ostacolo?

LA FUGA DI NOTIZIE E I TIMORI DELLA «BANDA»

Il 2 febbraio 2007 l’imprenditore amico dei boss è preoccupato: «Sta su tutti i giornali, da dieci giorni», spiega allarmato al telefono. «Sui giornali» si anticipa l’inchiesta della procura di Roma su un commercio di traffico telefonico fittizio. Molti manager indagati, anche il presidente di Fastweb Silvio Scaglia. «I brutti stanno continuando a lavorare... però niente, si sta cercando di controllare e porre rimedio quando sarà», dice al telefono lady Mokbel, ossia Giorgia Ricci, a un altro dei protagonisti dell’inchiesta, Augusto Murri.

Il «gruppo» Mokbel dà segnali di agitazione, dei quali resta traccia nell’immensa sequenza di intercettazioni agli atti. Quel 2 febbraio era divenuta «ufficiale» l’iscrizione di Scaglia nel registro degli indagati. E il 23 gennaio del 2007 era stata Repubblica a sparare il colpo: «Fastweb sotto inchiesta, indagati i manager», scriveva Giovanni Pons. A seguito di quest’articolo, l’ad di Fastweb Stefano Parisi denunciò alla Consob e alla procura di Milano il rischio di manovre speculative sul titolo della società rientranti in una «pericolosa strategia speculativa e di scalata», strategia in cui per Parisi rientrava l’articolo.

«METTETEVI TUTTI D’ACCORDO DOVE SIETE STATI E PARAPÀ»

Contemporaneamente, Mokbel studia la difesa: avvisa Murri su un appuntamento dato a «tutti» per il 23 febbraio. Murri gli chiede «dove?», lui risponde: «Dove sei arrivato con la mia quando siete partiti, che vi siete fermati e hai detto ammazza che bello». È attentissimo, Mokbel, quel giorno al telefono. L’incontro, spiega, è fondamentale «perché voi dovete mettervi tutti d’accordo su come vi conoscete, dove siete stati e parapù e parapà». E qui spunta il giallo del «potente» senza nome. Uno degli inquirenti o un’eminenza grigia? Mokbel: «L’anziano e il sellerone c’hanno i mandarini... Noi continuiamo ma ho dato lo stop a marzo. Deve finire sta tarantella, perché bisogna inizia’ a prepararsi bene... perché non stamo manco a combatte con uno scemo... questo è un... è il numero tre d’Italia, quello che ci sta a rompe i coglioni».

IL PRESIDENTE «PARANOICO» E GLI AFFARI CON CIARRAPICO

C’è una conversazione «rubata» in auto il 19 novembre 2007 dalle microspie tra Mokbel e un tale Francesco Capalbo, il cui tenore per gli inquirenti è «singolare». Mokbel parla di tutti e di tutto: «Il presidente della Regione Sicilia che mi dice Ge’, si fa una vita di merda... perché quel paranoico che cosa fa lui... lui gli appuntamenti strani te li dà alle 3.30 di notte al Pantheon, ma tre volte a settimana, loro lo accompagnano al Pantheon, lui scende... fermatevi qua... e inizia a incontrare tutti i siciliani strani di giù... gli ho fatto “ah Nino”, ha detto Genna’ io mi faccio i cazzi miei, io mi faccio la scorta, per me deve dare conto pure dove chiama... a me mi sta pure sul cazzo conoscerlo (...)

Tu calcola che ne pago 80 su Roma... le gioiellerie, le palestre (...) poi mio cognato hai capito chi è no? L’ingegnere (Giancarlo Scarozza, ndr) (...) che ha fatto il costruttore di una famiglia importantissima... i Scarozza-Finocchi. Finocchi sarebbe l’ex capo del Sisde che arrestarono a Montecarlo qualche anno fa (...) pensa che Caltagirone lavorava per il papà di mio cognato». Infine, Mokbel torna a pensare agli affari: «Noi a dicembre dobbiamo fa per lo meno un qualche cosa... adesso cerco di andare a parlare con Ciarrapico quanto prima e poi tutta una serie di imprenditori che purtroppo hanno passato pure loro i guai loro e mi possono sponsorizzare da dietro ma non possono appari’ (...) per esempio, per assurdo, ma non è questo il caso... Stefano Ricucci... mi voleva da’ dei soldi, me li dai a me, ma tu devi stare fuori... senò mi rompi i coglioni, ti bruci, no?».




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Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno

Corriere della Sera


Il sottosegretario Giro: danno all'immagine di Roma. Disposta ispezione del Mibac sul caso della custode


ROMA - Dure reazioni dopo lo scandalo del concerto interrotto al Pantheon perchè la custode rivendicava il rispetto dell'orario di chiusura. Il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro plaude alla decisione del segretario generale del suo ministero che ha disposto «un'ispezione per accertare le eventuali responsabilità del personale di custodia del Pantheon, a prima vista assolutamente inadeguato, nell'interruzione di un concerto a pochi minuti dalla sua conclusione».

SCUSE ALLA CITTA' - Giro fa le sue scuse al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e alla città. L'episodio, accaduto domenica 28 febbraio, «ha causato - sottolinea Giro - un danno incalcolabile sia di immagine sia economico alla città di Roma.

Il video che riprende interamente questa vicenda sta circolando in tutto il mondo su YouTube e Roma ne esce letteralmente a pezzi». «Per questo - aggiunge il sottosegretario - desidero esprimere le mie scuse al sindaco Alemanno e ai cittadini di Roma per questo atto di assoluta irresponsabilità compiuto da custodi che non hanno dimostrato alcuna consapevolezza del loro delicato ruolo e funzione anche culturale, del luogo in cui questo ruolo viene svolto, della città in cui essi esercitano la loro professione».

Al sindaco Alemanno - che si è esposto proprio venerdì nel presentare un nuovo volto di Roma in vista della sua candidatura alle Olimpiadi del 2020 - Giro assicura: «Sono certo che anche le forze sindacali del nostro ministero faranno le loro scuse per un episodio incomprensibile e inaccettabile».


IL VIDEO SU YOUTUBE

Nel video pubblicato su YouTube si vede la custode del Pantheon scavalcare il cordolo rosso e fermare il quintetto d'archi poco dopo la fine del penultimo movimento. La si sente anche spiegare che «l'orario di chiusura è alle 18» e in seguito litigare con gli spettatori che ironizzano «Bravi!» e gridano «Vergogna». Il concerto del quintetto russo Bach Consort dedicato a Vivaldi si apprestava ad eseguire l’ultimo movimento: soltanto 4 minuti oltre il limite delle 18. Quattro minuti di troppo per la rigida custode, che lo ha bruscamente interrotto.

L'ISPEZIONE MINISTERIALE - Il segretario generale del MiBAC, Roberto Cecchi, «preso atto della lettera di scuse con cui gli organizzatori del concerto tenutosi al Pantheon hanno riconosciuto la propria responsabilità per disguidi riguardo gli orari», ha disposto un'ispezione per accertare quanto accaduto e «assicurare ogni misura necessaria affinchè simili spiacevoli episodi, soprattutto in monumenti di tale importanza, non possano più ripetersi».

IL SINDACATO RICOSTRUISCE L'ACCADUTO - Per Gianfranco Cerasoli, segretario generale Uil «L'interruzione del concerto al Pantheon è una brutta pagina che poteva essere evitata semplicemente con l'applicazione delle regole che ci sono e che lo stesso ministero per i Beni culturali viola costantemente». In una nota, Cerasoli ricostruisce come in un primo momento «la soprintendente responsabile del monumento, Federica Galloni», avesse autorizzato lo svolgimento del concerto, organizzato dall'associazione culturale Iter, «dalle 16 alle ore 17», tenendo conto del fatto che il Pantheon la domenica chiude alle 18.

Successivamente, alla richiesta di Iter di posticipare l'inizio alle 18, si è scelta una soluzione di compromesso, cioè far «iniziare l'evento entro e non oltre le 17». Slittato l'inizio per l'assenza di alcuni musicisti, si sarebbe poi deciso di tenere un concerto in forma ridotta. Pochi minuti prima delle 18, spiega Cerasoli, «il personale del monumento, letteralmente assediato dalle centinaia di visitatori che spingevano per entrare, per evitare problemi e per garantire la tutela del bene e l'incolumità degli stessi visitatori e ascoltatori del concerto, ha iniziato la normale procedura di chiusura».

Secondo il dirigente Uil, dunque, il personale ha «svolto il suo dovere a vantaggio del pubblico presente» e le responsabilità sono piuttosto del Mibac e della soprintendente Galloni: «Infatti - spiega - esiste una norma, prevista dalla legge Ronchey che stabilisce, per i musei le aree archeologiche aperte al pubblico, la presenza di un funzionario tecnico che ha la responsabilità del monumento e/o dell'area poichè in caso di necessità può assumere le decisioni che si rendono necessarie».


Redazione online
06 marzo 2010




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