lunedì 8 marzo 2010

Garrone querela Grillo Vuole un milione di euro

Il Secolo xix


Approderà il prossimo mese di aprile di fronte al giudice civile la causa intentata da Riccardo Garrone nei confronti di Beppe Grillo. Un milione di euro il danno quantificato dai legali del petroliere, il quale si ritiene offeso da una performance teatrale del comico, che nel 2007 lo aveva duramente contestato e irriso per una frase pronunciata da Garrone, a proposito del problema legato allo smaltimento dei residui della lavorazione del petrolio, ad alta densità di zolfo e metalli. Garrone aveva suggerito che si sarebbe potuti gettarli nell’Etna. Una battuta, nella realtà i residui della lavorazione del petrolio della raffineria Isab di Priolo, in Sicilia, vengono trattati con un procedimento che - secondo il petroliere genovese - li rende inerti, passibili di smaltimento senza danni alla salute e idonei a produrre energia elettrica.

Grillo aveva colto la palla al balzo per attaccare duramente Garrone non solo sul palcoscenico, nel corso del suo spettacolo itinerante (Reset), ma pubblicando anche l’intervento sul proprio blog. Grillo si era anche lagnato del fatto che «lo Stato ha finanziato per anni i petrolieri con i nostri soldi, quelli della bolletta dell’Enel. Uno, Garrone della Erg, è stato intervistato». E aveva concluso con un invito alla platea: «Ascoltatelo, è meglio che andare al circo».

E via col file ricavato dalla performance teatrale di Grillo (reperibile tuttora su Internet), pubblicato sul blog del comico genovese. Garrone aveva ribattuto attaccando l’ambientalismo di comodo «che ironizza sul carbone pulito ignorando che il 40% dell’energia elettrica prodotta nell’Europa dei 15 arriva proprio da lì, mentre in Italia siamo all’11% e l’elettricità costa ai cittadini il 30% in più».

A stretto giro di posta, nel corso del tour di “Reset”, era giunta la controreplica di Grillo: «Se Garrone è così convinto delle sue ragioni venga sul palcoscenico a spiegarle. Magari ci spiegherà che oltre al carbone pulito, esistono la pece buona, l’uranio gentile e la diossina così così».

Guarda il video dallo spettacolo di Beppe Grillo:

La vicenda aveva scatenato un uragano di commenti via internet, molti dei quali decisamente negativi per Garrone. Il petroliere si è ritenuto diffamato e ha querelato. Una parte dello spettacolo teatrale del comico dedicata a Garrone era stata ripresa dalla tv di Stato, nel corso del programma “Annozero” condotto da Michele Santoro.

Il giornalista prudentemente aveva omesso la parte in cui Grillo definiva Garrone «un pedofilo», a causa di una sua visita ad una scolaresca di Reggio Emilia. A guastare i rapporti fra il petroliere e il comico già nel 2005 era accaduto uno spiacevole episodio. Durante il torneo Ravano, organizzato dalla Sampdoria e riservato alle scuole elementari liguri, Grillo aveva protestato perché sulle magliette indossate dai giovanissimi calciatori compariva la scritta “Erg”, sponsor del Ravano fin dai tempi di Paolo Mantovani. Ne era nata una querelle che aveva contrapposto duramente i due protagonisti. Senza sfociare in sedi giudiziarie.

All’epoca della polemica sull’Etna trasformato in discarica, Garrone aveva commentato che il sito di Grillo era tra i cinque più visitati a livello mondiale e dunque la disinformazione che a suo giudizio propalava avrebbe provocato un grave danno alla Erg e non soltanto d’immagine. In Sicilia, dove il gruppo genovese è particolarmente esposto, la pessima reputazione prodotta dai commenti di Grillo avrebbe potuto influenzare negativamente l’opinione pubblica e le autorità preposte al rilascio dei permessi e delle licenze necessari per aprire nuove attività. La parola ora passa al giudice civile che dovrà valutare se il contenuto delle performance teatrali di Grillo e dei messaggi ospitati sul suo blog abbia affettivamente contenuto diffamatorio e in questo caso quantificare l’entità del danno.




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Calciatore nigeriano muore dopo uno scontro di gioco

Quotidianonet

Sudan, Endurance Idahor si è accasciato al suolo durante una partita tra Al-Merreikh e Al-Ama mentre cercava spazio su un cross. Un dirigente ha assicurato: "È stato un normale incidente di contrasto, è caduto e poi è morto. Siamo tutti sconvolti"



Khartoum, 8 marzo 2010 - Tragedia su un campo di gioco del Sudan: il calciatore nigeriano Endurance Idahor è morto dopo uno scontro con un difensore. Idahor, 25 anni, giocava con l’Al-Merreikh e, secondo fonti della federazione locale, si è scontrato con un calciatore dell’Al-Ama pochi minuti dopo il fischio d’inizio della partita.

"È stato un normale incidente di contrasto" ha detto una fonte, "è caduto ed è morto. Siamo tutti sconvolti". Entrambe le squadre militano nella serie A del Sudan.
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Non voleva affiliarsi al clan, lo uccisero»

Corriere del Mezzogiorno


Questo l'agghiacciante movente dell'omicidio del 17enne Ciro Fontanarosa, freddato come un boss, un anno fa

NAPOLI - Fu ucciso come un boss, a soli 17 anni, per il rifiuto di affiliarsi a un clan della camorra. Era questo il movente dell’omicidio di Ciro Fontanarosa, avvenuto il 25 aprile del 2009 a Napoli, in via Lettieri: per quel delitto i carabinieri del nucleo investigativo di Napoli hanno arrestato tre uomini, due dei quali accusati di essere il mandante e l’esecutore del crimine.

Video

ARRESTI - In manette sono finiti Ettore Bosti, 30 anni, figlio di Patrizio, capo del clan camorristico Contini operante nel centro storico di Napoli, e Vincenzo Capozzoli, 34 anni: il primo avrebbe ordinato l’omicidio per punire il giovanissimo Fontanarosa del suo «no» all’ingresso nella cosca, il secondo avrebbe eseguito il delitto con particolare ferocia, esplodendo sette colpi di pistola contro la vittima. Per favoreggiamento aggravato è stato invece arrestato Cristian Barbato, 22 anni, cugino della vittima e testimone dell’agguato, che avvenne nel quartiere Arenaccia. Le indagini dell’Arma sono state coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

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ASSOLUTO CONTROLLO DELLA COSCA - Fontanarosa fu eliminato per dare un segnale ai piccoli delinquenti della zona che rifiutavano di sottostare alle direttive del clan. Nel momento in cui fu deciso il suo omicidio, a capo del clan Contini, cosca storica del centro di Napoli, c’era Ettore Bosti, figlio dell’indiscusso padrino Patrizio (arrestato dai carabinieri in Spagna nel 2008 e detenuto da allora in regime di 41 bis). Ettore Bosti ordinò l’eliminazione di Fontanarosa per ribadire la volontà di assoluto controllo del territorio da parte della cosca, ed evitare che proliferassero attività criminali estranee agli ordini del clan.

Le indagini, sottolineano gli inquirenti, si sono svolte in un ambiente caratterizzato da assoluta omertà: da qui l’arresto del cugino della vittima, che malgrado fosse stato testimone oculare dell’omicidio si era sottratto ad ogni forma di collaborazione con gli investigatori temendo ritorsioni violente. Per ricostruire le responsabilità sono state decisive, ricorda la Dda, le intercettazioni telefoniche e ambientali; altrettanto importanti le dichiarazioni di un pentito, anche lui di giovanissima età, che da sempre gravita nell’orbita del clan Contini.

SCAPPAVA DAL SUO PASSATO - Ciro fu ammazzato come un boss alle spalle della stazione centrale, una zona dove accade di tutto e dove i residenti instancabilmente scrivono a prefetto, questore e ministro degli Interni. Sette colpi di pistola quasi tutti a segno esplosi da due killer. E alla fine un colpo alla nuca per essere sicuri di averlo ammazzato. Il ragazzo era incensurato, ma i militari imboccarono subito la pista camorristica. Perché Ciro non voleva affiliarsi alla camorra? Perché, probabilmente, scappava dal suo passato. Il 5 gennaio del ’99, a 31 anni, fu ucciso il padre Antonio nel corso di un tentativo di rapina in un ufficio postale di Secondigliano.

Fontanarosa senior faceva parte di una delle cosiddette «bande del buco»: sbucò nell’ufficio delle poste dal pavimento dopo aver scavato, con alcuni complici, un cunicolo dalle fogne. Ma si trovò di fronte un carabiniere che era lì per pagare una bolletta. Il militare lo vide sbucare con una pistola in pugno e gli ordinò di fermarsi ma Fontanarosa, sorpreso, non si fermò. E mentre veniva colpito a morte i suoi complici, ritenuti con lui «vicini» agli ambienti camorristici del clan Licciardi, riuscirono a scappare per il tunnel sotterraneo appena percorso. Da quel passato Ciro scappava: ma solo fino al drammatico 25 aprile.

Redazione online
08 marzo 2010



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Reporter vola negli Stati Uniti portando con sé un finto esplosivo

Corriere della Sera

Alberto Stegeman ha fatto Amsterdam-Washington con scalo a Londra riuscendo a superare i controlli
 

 
MILANO - Un reporter olandese è riuscito a passare i controlli all'aeroporto di Amsterdam avendo con sé con un finto ordigno. Lo ha portato a bordo di un aereo e si è recato prima fino a Londra e poi da lì a Washington, senza essere fermato. Il tutto a due mesi dall'attentato fallito su un volo della Delta Airlines per Detroit, partito proprio da Amsterdam. 

ESPLOSIVO - Sono trascorsi poco più di due mesi dal clamoroso attentato sventato all'ultimo minuto su un volo della compagnia aerea Usa Delta-Northwest, in volo da Amsterdam a Detroit, con a bordo 278 passeggeri. Il giornalista Alberto Stegeman è riuscito ora a portare a bordo di un apparecchio diretto a Londra una carica esplosiva che, seppur finta, ha passato senza problemi tutti i controlli all'aeroporto Schiphol di Amsterdam. Il reporter, che nel Paese conduce la popolare trasmissione Undercover in Nederland, aveva con se un litro di liquido, potenzialmente esplosivo: dalla capitale olandese si è spostato all'aeroporto londinese di Heathrow e da lì a Washington.

GIOCO DA RAGAZZI - «È ancora molto semplice portare una bomba a bordo di un aereo», ha detto Stegeman domenica sera nel corso del suo programma investigativo sulla rete SBS6 (guarda). Per la sua spettacolare azione, il reporter ha sfruttato le falle nella sicurezza riscontrate nell'area del duty-free di Schiphol. L'operazione, a detta dello stesso giornalista, è stata «un gioco da ragazzi»: un suo collega ha acquistato all'aeroporto di Schiphol una bottiglia di alcol da un litro esibendo soltanto la carta d'imbarco.

Uscito dall'aeroporto la bottiglia è stata poi riempita con un altro liquido, che «in qualsiasi momento avrebbe potuto essere del materiale esplosivo». Di seguito Stegeman ha presentato la bottiglia con il contenuto alterato alla cassa del duty-free, dove un ignaro venditore l'ha regolarmente sigillata. Seppur riconosciuto dagli impiegati, che anche per questo motivo hanno controllato attentamente i suoi effetti, il famoso giornalista olandese ha passato tranquillamente tutti i controlli di sicurezza. All'aeroporto di Amsterdam molti duty-free si trovano dopo i cancelli per il controllo dei passaporti, ma prima di quelli per il controllo sicurezza all'imbarco.

BODY SCANNER - L'inchiesta ha destato grosso scalpore in tutto il Paese, come riportano i media: lo scalo internazionale di Schiphol è stato al centro delle cronache dopo che lo scorso Natale un nigeriano ha cercato di far esplodere in fase di atterraggio un aereo che partito proprio dallo scalo olandese era diretto a Detroit. L'aereo, un Airbus A330 della Delta Airlines, era arrivato dalla Nigeria via Amsterdam. L'attentatore, Umar Farouk Abdulmutallab, di 23 anni, era riuscito a far detonare un meccanismo esplosivo che aveva allacciato ai polpacci quando i piloti avevano già aperto il carrello di atterraggio. Sono stati alcuni passeggeri a intervenire e immobilizzarlo.

Dopo il fallito attentato, l'Olanda ha subito rafforzato la sicurezza nei suoi aeroporti, introducendo - come primo aeroporto in assoluto - i body scanner per controllare tutti i passeggeri diretti oltreoceano. A livello politico, riferisce De Telegraaf, molti partiti chiedono ora che vengano esaminate nuovamente tutte le disposizioni di sicurezza di Schiphol. Nel dicembre 2008 Stegeman ha criticato in tv le falle nella sicurezza del traffico aereo olandese: con dei lasciapassare falsi della compagnia KLM era riuscito senza problemi ad avvicinarsi al velivolo privato della Regina Beatrice.

Elmar Burchia
08 marzo 2010





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Allevano una bimba virtuale E la loro neonata muore di fame

IL Secolo xix


Hanno abbandonato la loro figlia di tre mesi, che è morta per malnutrizione mentre loro andavano in un Internet Café a giocare a un gioco elettronico in cui allevavano una bambina virtuale. È successo in Corea del Sud, e la coppia è stata arrestata. Secondo la polizia coreana, riporta oggi il giornale britannico Guardian, i due avevano sviluppato un’autentica ossessione per il gioco di ruolo online Prius Online, in cui allevavano una bambina-avatar di nome Anima. Ma la bambina vera della coppia, nutrita solo occasionalmente con latte in polvere, alla fine è morta, abbandonata durante una sessione di gioco di 12 ore nella notte.

«La coppia sembrava aver perso la volontà di vivere la vita reale, perché non aveva lavoro e aveva dato alla luce una bambina prematura», ha spiegato l’ufficiale di polizia Chung Jin-won. «Hanno cominciato ad allevare una bambina virtuale per sfuggire alla realtà». «Mi dispiace per quel che ho fatto e spero che mia figlia non soffra ancora in paradiso», ha dichiarato il padre della bambina morta. Il caso ha scosso l’opinione pubblica coreana perché arriva dopo diversi altri casi di alienazione da internet finiti con omicidi o decessi: nel 2005 un uomo era morto di arresto cardiaco collassando in un internet café dopo una sessione di 50 ore ininterrotte di gioco.

Il mese scorso un uomo di 22 anni ha ucciso la madre perché lo rimproverava per perdere troppo tempo con i giochi elettronici: il matricida era poi andato a giocare al suo gioco preferito. Un deputato del Grand National Party ha presentato un progetto di legge per limitare l’orario di gioco nei luoghi pubblici.



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Congo: dopo i diamanti, anche il formaggio insanguinato?

La Stampa

Ripreso da CONGOGIRL

TESTO ORIGINALE DI CONGOGIRL, TRADUZIONE DI DAVIDE GALATI
Bovini causa del conflitto? Formaggio insanguinato? 

Sul serio - non ho mai acquistato o chiesto un anello di diamanti, anche se a volte ci ho pensato. Non compro un telefono cellulare da anni, riusando quelli ormai dismessi di qualcun altro. Non ho né la Playstation né la Wii né altra roba del genere. Sono cinque anni che non possiedo neppure un’automobile. Non sono una minimalista modello, e conduco ancora uno stile di vita occidentale, ma cerco di prestare attenzione ed essere coscienziosa. [Nota]

Ma adesso non riesco a comprare nemmeno una forma di formaggio di Goma [capitale del Kivu Nord] senza pensare che forse sto sostenendo Bosco Ntanganda o altri leader coinvolti nel conflitto in corso nell'area orientale della Repubblica Democratica Congo. Grandioso.

Scrive infatti Jason Stearns nel post War of Cows:

«Il bestiame svolge un ruolo importante nel conflitto. Succede che gli agricoltori - in gran parte di etnia Hutu o Hunde - vengano allontanati dalle loro terre per far posto ai bovini. Conquistare la terra va spesso di pari passo con il procurarsi terreni da pascolo. Le incursioni delle milizie popolari Mai-Mai o dell’esercito congolese contro i ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) nella provincia del Kivu Nord, o contro i tutsi Banyamulenge nel Kivu meridionale, avvengono talvolta in parallelo con la sottrazione di molti capi di bestiame, per un valore che può arrivare a centinaia di migliaia di dollari. A Goma per un certo periodo circolava nuova locuzione nel lessico dei conflitti per le risorse naturali: il formaggio insanguinato.»

È davvero un peccato, perché, proprio di recente, dove lavoro hanno inaugurato una bancarella di formaggio di Goma che apre più o meno una volta alla settimana. Così, per mangiare ogni tanto dei latticini, avrei potuto comprare formaggio di produzione locale, senza dover frequentare per forza il reparto dei formaggi europei di supermercati come Peloustore o Alimentation Express. (Non fraintendetemi, hanno grandi formaggi e una bella selezione - ma in qualche modo mi sento meglio se riesco a spendere i miei dollari in formaggio che proviene dal mio Paese piuttosto che da un altro continente, quando possibile: nel primo caso so che parte dei profitti va a un rivenditore locale.)

Va chiarito che la questione non riguarda solo i signori della guerra che investono risorse e come lo fanno: si tratta anche di un fenomeno collegato alla scarsità di terreni destinabili a pascolo in Ruanda. Il governo ruandese sta cercando di ridurre l'erosione del suolo con il divieto di pascolo sui terreni pubblici. E quale può essere il risultato di questa politica per i proprietari di bestiame se non una (continua?) lotta per ottenere nuovi terreni che devono inevitabilmente espandersi nella Repubblica Democratica del Congo?



Nota: L'estrazione del coltan (o columbo-tantalite), minerale impiegato per le resistenze di cellulari, computer, gadget elettronici, ha provocato danni ambientali, abusi dei diritti umani e, secondo alcuni, ora è causa prima dei conflitti bellici nel Paese. Si veda questo post su Global Voices Online in Italiano. La situazione viene spesso paragonata a quella più nota dei "diamanti insanguinati", estratti e venduti clandestinamente, per finanziare il conflitto in corso. Maggiori dettagli nella relativa voce su Wikipedia. Foto: Congo Buffalo, di Susan Renee, ripresa da Flickr con licenza Creative Commons.


Testo originale Now the sparkle has gone out of my Goma cheese, too. Ripreso da Congogirl, commentari e materiali su eventi di cultura, diritti umani, attualità sul Congo e il continente africano - e il resto del mondo .




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Mokbel e la massoneria: aspetto un trentatreesimo grado


L’inchiesta Fastweb I rapporti con le logge e i politici. La telefonata con la Mambro e Fioravanti sul movimento Alleanza federalista


ROMA—I ministri. I «fratelli » massoni. I politici amici. I soldi. I boss. Dall’inchiesta sulla frode «colossale» al fisco che coinvolge Fastweb e Telecom Italia Sparkle emergono chiare le commistioni tra mondi diversi. Al centro Gennaro Mokbel.

La massoneria e gli 007
Il 25 luglio 2007 Mokbel a un amico: «Alle 4 e mezzo aspetto un 33˚ grado». In gergo massonico è il più alto. Il Ros annota il «particolare interesse della telefonata in relazione all’adesione di Mokbel a una loggia massonica ». L’interlocutore enumera le logge: «Ce ne stanno parecchi: voi, c’è Palazzo Villa Grossi, c’è piazza del Gesù». In un’altra conversazione Mokbel si vanta: «Mio cognato è il più alto in grado, ha fatto il costruttore di una famiglia importante Scarozza- Finocchi, l’ex capo del Sisde ». Il Ros lo identifica in Giancarlo Scarozza, figlio di Maria Antonietta Finocchi e marito di Lucia Mokbel che avvertì, invano, la polizia su rumori sentiti in via Gradoli durante il sequestro Moro. Al cognato, Mokbel chiede per conto del boss di Ostia Carmine Fasciani informazioni su un terreno. Ma il cognato «precisa che è di Salabè, operatore dei servizi segreti».

Mambro e Fioravanti

Il 1 ottobre 2007 Mokbel ha lanciato già il movimento Alleanza Federalista. Giusva Fioravanti chiama la moglie, Giorgia Ricci, e la incoraggia: «Perché non vi prendete una rubrica fissa su un giornale vero tipo l’Opinione? ». La Mambro spiega a Giorgia che il suo movimento è fatto di «gente che non ha bisogno della politica per campare».
Di Girolamo

Il 27 aprile 2008 Di Girolamo, già senatore, è preoccupato dei controlli in Belgio. Mokbel: «Glielo dici sfacciatamente: "Visto che abbiamo centinaia di mail sul malfunzionamento del suo consolato, provvederò con il mio amico Franco Frattini. Capito? Lei veda di allinearsi alle indicazioni politiche del governo. E vacce con l’ambasciatore ». Il 5 maggio 2008, Mokbel progetta la nomina di un manager gradito. L’intermediario dovrà essere Lorenzo Cola, «un amichetto di Brancher» (il sottosegretario Aldo Brancher). Mokbel a Di Girolamo: «Gli fai: "Lorenzo, devi chiamare il suo amico Brancher... vediamo quanto è potente, se gliela fa... e devi far proporre a Brancher un nome e cognome come direttore generale"».


Lavinia Di Gianvito, Virginia Piccolillo
08 marzo 2010






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Alti magistrati e funzionari La «ragnatela» di Balducci

Corriere della Sera


La dirigente pubblica al telefono: «Mi consideri una formichina»



FIRENZE— Troppa roba per una sola inchiesta. Lo dicevano i carabinieri che all’alba del 10 febbraio avevano eseguito gli arresti della presunta «cricca» e le perquisizioni negli uffici e nelle case degli altri indagati. Adesso, dopo la nuova ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Firenze (carcere per Angelo Balducci, Fabio De Santis, Francesco De Vito Piscicelli e domiciliari per l’avvocato Guido Cerruti, dovuti a motivi di salute), c’è la conferma.

Sulla miriade di rapporti con funzionari della Pubblica amministrazione, che nella loro richiesta d’arresto i pubblici ministeri definiscono «quasi sempre opachi e collusivi, comunque meritevoli di ulteriori approfondimenti » è in corso una nuova indagine. Ad occuparsene sono i carabinieri del Ros, che hanno seguito l’intera vicenda. Dovranno vagliare l’enorme mole di materiale sequestrato, soprattutto quello ritrovato nello studio romano di Cerruti, giudicato «di particolare interesse » dai magistrati, e poi vedere se vi saranno gli estremi per altri provvedimenti. Le figure chiave sono Balducci e Cerruti, lo scrive il gip Rosario Lupo.

L’ex provveditore alle Opere Pubbliche viene definito come detentore di «un enorme potere conquistato sul campo, con una ragnatela di rapporti alquanto influenti e forti». Nelle informative che lo riguardano, ci sono decine di telefonate con figure di rilievo istituzionale. Tra quelle trascritte vi sono i colloqui con l’attuale presidente del Tar laziale, Pasquale De Lise, che secondo gli investigatori risulta «in stretti contatti» con lui e con l’imprenditore Diego Anemone.

In una conversazione del 4 settembre 2009, è l’alto magistrato a chiamare Balducci, chiedendogli di incontrarlo per fargli vedere un documento. «... Uno di questi giorni... c’ho una carta che volevo farti vedere... quando ti riesce, ti volevo vedere cinque minuti».

Prima di chiudere la conversazione, De Lise accenna al fatto che, su input del genero Patrizio Leozappa, avvocato che spesso lavora insieme a Cerruti, si è «occupato»—le virgolette sono dei carabinieri— del recente provvedimento di rigetto del Tar del Lazio riferito alla storia del Salaria Sport village, la struttura che secondo i magistrati «è riconducibile alla famiglia dell’imprenditore Diego Anemone», dove Guido Bertolaso avrebbe «usufruito non solo di massaggi ma anche di vere e proprie prestazioni sessuali».

«Patrizio mi aveva parlato di quella cosa — dice De Lise — ma quella non stava né in cielo né in terra... quindi insomma… e appunto… io l’ho seguita un po', quella storia là... ma non... eh... appunto... assolutamente ». Balducci: «Grazie». Si tratta dello stesso provvedimento di rigetto per il quale Leozappa incassa i complimenti di Diego Anemone. E replica: «Eh, io il mio lo faccio». In un’altra intercettazione, l’ex presidente delle Opere Pubbliche chiama Leozappa: «Senti Patrì, che tu sappia il "Capo" sta a casa?».

La risposta è affermativa. I carabinieri annotano che «il Capo» al quale in molte conversazioni fa riferimento Balducci è De Lise, che infatti viene subito chiamato sul suo cellulare, intestato a Ferconsult, un Consorzio per l’assistenza tecnica, amministrativa e ingegneristica nei trasporti. Anche la rete di Cerruti, uomo di fiducia di Balducci, è «di impressionante grandezza», secondo i pubblici ministeri.

Dal presidente del Tar lombardo, Piermaria Piacentini, a decine di funzionari della Pubblica amministrazione. Scrive il Gip: «Collabora addirittura, senza averne titolo, trattandosi di un libero professionista, con la dottoressa Forleo per l’appalto dei Grandi Uffizi».
Maria Pia Forleo è una dirigente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, insieme a Fabio De Santis destinataria dei regali natalizi fatti da Piscicelli durante una giornata di shopping a Roma. Ad esempio delle entrature di Cerruti, nell’ordinanza di custodia cautelare il gip cita un episodio che riguarda la Camera arbitrale per i Lavori pubblici.

Sui contatti tra l’avvocato romano e questo importante organismo i pubblici ministeri hanno dedicato un intero capitolo della loro richiesta d’arresto. Il 15 luglio 2009 la funzionaria Mariella Civitella lo chiama. «Avvocato, disturbo? Siccome c’è in procinto una nomina di un perito, e allora se dovessero... chi gradisce?». Cerruti, prima di fare un nome, chiede l’importo dell’appalto al quale si riferisce la nomina. E poi indica l’ingegnere Enrico Bentivoglio, «già emerso nell’indagine in quanto appartenente all’Ufficio del Commissario Delegato per il Mondiali di Nuoto Roma 2009 ed in stretti rapporti con De Santis e Balducci».

Nonostante qualche remora della signora Civitella («... ma gliene abbiamo già dati quattro, eh...»), sarà quello il consulente prescelto. Durante la telefonata, la funzionaria fa presente a Cerruti la situazione del figlio. «... Ho visto sul sito gli idonei... ecco, mio figlio c’è rientrato... però è 3mila e oltre, diciamo, nella graduatoria... adesso ne devono prendere solo 400...». Cerruti chiede di avere questi dati: «Mandi subito».

Nei giorni seguenti, Civitella si compiace del suo ruolo al telefono con un amico. «Mi sono messa a disposizione di queste persone, sempre... nel mio piccolo campo quello che posso fare, farò... in alcuni ambienti si ha bisogno della formichina... ecco, mi consideri la formichina della Camera arbirale, non sono la cicala». Conclude il gip: «Tutto fa quindi pensare che questo modus operandi sinergico fra Cerruti e la signora Civitella non sia affatto episodico, ma costituisca una consolidata prassi illecita ». Anche da qui parte la nuova indagine.

Marco Imarisio
08 marzo 2010



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La «fabbrica» delle mimose nel palazzo degli immigrati

Corriere della Sera

Nel condominio vicino a via Padova che rifornisce la città gruppi di cingalesi e bengalesi confezionano i mazzetti


MILANO — Gli ombrelli quando piove, se c’è il sole le rose, ieri e oggi le mimose. Qui i traffici degli immigrati seguono il tempo, le stagioni, le ricorrenze. E a questa ricorrenza, chi lo dirà con i fiorellini gialli sappia che, quasi di sicuro, arriveranno dal civico 10 di via Pietro Crespi. Il palazzo delle mimose, la fabbrica delle mimose. Dove le mimose, nei giorni scorsi comprate all’ortomercato, vengono pulite, confezionate, infiocchettate. È tutta una frenesia, negli appartamenti dormitorio, le piantine distese e contate sulle brande dei letti a castello, i cingalesi e i bengalesi che manovrano nastrini e forbici, che spingono in un angolo gli scatoloni pieni di ombrelli, che ripongono le rose sotto i tavoli; ombrelli e rose torneranno utili da domani.

Via Crespi 10 più che un civico è un documento di cos’è Milano, è un documentario su chi sono e cosa saranno i milanesi. Dei 48 alloggi del palazzo, 10 appena sono occupati da italiani. Negli altri, asiatici e nordafricani. Tanti non pagano le spese condominiali: il buco di bilancio ha superato i 130 mila euro. Vogliono andarsene e sono costretti a svendere anche gli immigrati.

Il sudamericano signor V. (accontentiamoci dell’iniziale, in questo posto bisogna farsi i fatti propri), vuol disfarsi dei suoi 60 metri quadrati, ma non ci riesce. È già sceso a 1.500 euro al metro quadrato, e non basta. «Le vede quelle scale? C’è sempre un tunisino, spaccia droga. Lo vede il secchio accanto al portone? Serve per la spazzatura, gli ubriaconi, di notte, lo utilizzano come gabinetto» dice il signor V., che racconta di quando, mesi fa, con l’amministratore volle vederci chiaro in un monolocale. «Scoprimmo che dentro dormivano in dodici! Dodici marocchini».

Anche dalle parti del bilocale di Hasan, Nipon e gli altri, c’è un appartamento di marocchini. Nell’arco di sei minuti, li contiamo, escono in nove ed entrano in quattro. Quanti saranno? Ad Hasan, Nipon e gli altri non interessa domandarlo e men che meno saperlo. Sono bengalesi, regolari, giovani, tra i 20 e i 30 anni, che, spiegano, «in Bangladesh è la principale fascia d’età di chi emigra». Hasan, Nipon e gli altri sono circondati da mimose, divise in scatoloni, scatole, scatolette. Un’invasione. Nella vita fanno e vorrebbero fare altro.

Ma le mimose, per l’economia individuale e comune— insieme pagano l’affitto a un connazionale, casa comprata nel Duemila, i tempi dei mutui al cento per cento e senza richiesta di garanzie —, dicevamo, le mimose toccano a tutti. Oggi Nipon, disoccupato, la fabbrichetta, era in Veneto, ha chiuso, armato dei fiorellini si metterà in metrò e ai semafori nelle pause tra un’agenzia interinale e l’altra, visto che è in cerca di un impiego. Quanto ad Hasan, pizzaiolo e simpatico imbranato nel maneggiare l’iPhone regalatogli dal datore di lavoro («Un premio»), dice che prima di andar a fare margherite, nell’attesa, venderà un po’ di mimose. Per arrotondare lo stipendio.

Un mazzetto sarà venduto a uno, due, tre euro. Dipende da chi comprerà. «Qualcuno ci dà di più». Qualche altro cliente, in auto, deruba: prende i fiori e scappa. Loro non li inseguiranno. Non si lamenteranno. Son fatti così. Dice Nipon, che in Bangladesh faceva il contabile: «È un periodo difficile. Non riusciamo, a fine mese, a mandare a casa più un euro. Non avanziamo nulla. Se c’è la crisi per voi, pensa per noi». Via Crespi è a lato di viale Monza e non è lontana da via Padova. Viale Monza, ora ripulita dalla

Questura con i ragazzi del commissariato Villa San Giovanni, era la strada degli spacciatori. Decine, centinaia. Via Padova è invece la strada delle cinquanta nazionalità, degli errori e delle dimenticanze istituzionali, del futuro. Ci sono palazzi in rovina e bambini sanguemisti, italiani presi prigionieri ed emozionanti storie d’integrazione, incroci di vite, amori e amicizie che nascono. Di recente, in via Padova, c’è stato un omicidio, ci sono state polemiche e qualche politico ha speculato sopra. Ma per mesi, per dire, da via Crespi 10 hanno scritto in Comune, dicendo che basta, non ce la facciamo più, intervenite.

Avevano risposto che, certo, tranquilli, la situazione ci è nota, e morta lì. Nel cortile vengono accumulati i sacchi della spazzatura pieni di mimose malate, appassite. Vanno e vengono giovanotti con sacchetti della spesa dai quali spuntano rametti di mimose. Sono i galoppini-intermediari. Fino all’anno scorso, le mimose erano depositate nel grosso corridoio dell’atrio e da lì via via prelevate. Quest’anno, meglio agire sottotraccia. Girano agenti e carabinieri, dopo quell’omicidio ci sono continui controlli. Così i galoppini si trasferiscono qualche via più lontano, per la consegna ai venditori.

A un piano c’è un appartamento che, si vede dalle finestre, all’interno è tutto giallo. Bussiamo alla porta, si affaccia un signore, cingalese, dietro di lui altri cingalesi, due, tre, quattro, che confezionano mazzetti di mimose con un ritmo, una cadenza, da catena di montaggio. «Non potete rimanere», urla il primo. «Sono clandestini», dice un vicino di ballatoio che assiste alla scena, «capisca, hanno paura». Nell’appartamento c’era una bimba, forse figlia d’un clandestino, guardava incuriosita la preparazione dell’8 marzo di Milano in questa colorata tana di trafficanti di mimose.

Andrea Galli
08 marzo 2010




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La Svizzera dice «no» all’avvocato degli animali

Il Secolo xix

Decisamente a sorpresa, gli svizzeri hanno bocciato a stragrande maggioranza, attraverso un referendum, l’istituzione della figura di difensori civici per gli animali maltrattati, ritenendo che la legge in vigore garantisca già sufficiente protezione per mucche, cani, gatti, pesci rossi e così via.

Il «no» ha vinto in tutti i Cantoni - con il 70,5%, contro il 29,5% dei «sì» - al termine di un’intensa campagna in un Paese dove gli animali sono in effetti tra i più protetti al mondo.

Il referendum per istituire in ogni Cantone un “avvocato” d’ufficio per le bestie era stato proposto dalla Società svizzera per la Protezione degli Animali: al momento, tale figura esiste solo nel Cantone di Zurigo, dal 1992.

Alla fine, gli svizzeri, che spendono l’equivalente di 460 milioni di euro l’anno per soddisfare la loro passione per gli animali, hanno seguito le raccomandazioni del loro governo e dei partiti di destra, che considerano «sufficiente» la legge in vigore dal 2008.

La legge sulla protezione degli animali, per esempio, vieta ai proprietari di pesci rossi di gettarli vivi nel gabinetto e prescrive che gli animali “sociali”, come i criceti o le cocorite, siano accompagnati da un partner.





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Partecipare o non partecipare? L'ultimo tormentone di Emma

Il Tempo


Il partito di Pannella minaccia di ritirarsi dalla competizione elettorale. Lo aveva già fatto venti giorni fa, ma poi non era successo niente. Moretti: "E' come in Ecce Bombo: "Mi si nota di più se non vengo?".



Il tormentone è sempre quello di morettiana memoria: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo affatto?» Emma Bonino usa parole più serie e misurate, ma la sostanza non cambia. L'ultima arma dei Radicali per concentrare su di sé i riflettori della politica italiana e farsi un po' di pubblicità è quella di minacciare l'abbandono della contesa elettorale.

E loro la usano senza remore. Dopotutto i tempi sono cambiati. Una volta se Marco Pannella faceva uno sciopero della fame o della sete la gente se ne accorgeva quando il presidente della Repubblica interveniva per pregarlo di non suicidarsi. Adesso no. Se Emma Bonino minaccia di ritirarsi dalle elezioni l'intera coalizione di centrosinistra, Pier Luigi Bersani e Pd in testa, entra in fibrillazione. Stavolta Emma non è la «solita radicale», è la candidata governatore nel Lazio.

È partita in evidente svantaggio ma, dopo il pasticcio combinato dal Pdl, comincia a credere nel colpaccio. Può ritirarsi? Probabilmente no. In fondo venti giorni fa avevano detto la stessa cosa, Emma aveva iniziato lo sciopero della fame e poi tutto era finito a tarallucci e vino. Ma quando si parla della ditta radicale vale tutto e il contrario di tutto. In ogni caso, per ora, Bonino resta sul vago. Già sabato, parlando in piazza del Pantheon alle persone riunite per protestare contro il decreto interpretativo varato dal governo, aveva chiarito che non avrebbe proposto «sterili e perdenti Aventini» e che comunque qualsiasi decisione sarebbe stata presa insieme agli altri esponenti del centrosinistra.

E ieri non ha cambiato musica. «Io ci sto veramente pensando se valga la pena di giocare con i bari - spiega -. In tutta Italia se si arriva a tali atti di arroganza stiamo attenti. Io dico dell'angoscia vera che mi attanaglia di fondo so bene che mi si dirà è il male minore, che così fan tutti, che è sempre stato, ma io mi chiedo se a volte non sia il momento in cui uno dice: con i bari io non gioco, non lo so!» Secondo la candidata governatore «chi ha avuto il coraggio di fare questo decreto non so cosa possa riservarci. È un atto discriminatorio per tutti i cittadini italiani in Veneto, in Emilia, in Umbria che non avranno la possibilità di votare altre liste, compresa la mia che è stata esclusa per alcuni cavilli.

È un decreto che sana gli abusi di alcuni potenti e di alcuni prepotenti è una metafora dello stato comatoso nel quale si svolge la democrazia del nostro Paese. Se un cittadino partecipa a un concorso ma consegna i documenti con due ore di ritardo o un imprenditore partecipa ad un appalto e arriva oltre l'orario stabilità nessuno farà un decreto interpretativo per rimetterli in gioco». In ogni caso ci tiene a spiegare che un eventuale ritiro «non è una decisione che prendo da sola, abbiamo convocato una grande assemblea martedì (domani ndr) però vorrei che tutti i cittadini si ponesse questo problema.

Io mi aspetto di tutto, certamente prima delle elezioni mi pare difficile che il decreto venga convertito, resta quindi aperta come arma successiva ed è bene saperlo, le trappole bisogna conoscerle prima. Ho senso di responsabilità e della realtà ma bisogna prevenire e prevedere possibili trappole». Insomma bisognerà aspettare domani per sapere ufficialmente se i cittadini laziali potranno votare o meno Bonino, ma l'impressione è che possano dormire sonni tranquilli. Non accadrà nulla.

Nel frattempo, però, dal centrodestra arrivano appelli affinché la candidata del centrosinistra non faccia follie. Su tutti il sindaco Gianni Alemanno: «Mi auguro che questa cosa non avvenga perché sarebbe una nuova lesione di una competizione trasparente. La Bonino è in campo, faccia la sua battaglia, protesti e faccia tutto quello che ritiene nella sua propaganda elettorale; alla fine però facciamo svolgere queste elezioni perché il Lazio ha bisogno di un governo.

Abbiamo mesi molto difficili dietro le spalle e oggi bisogna giungere a queste elezioni per avere un governo e credo che gli elettori di Roma e del Lazio abbiano tutto il tempo per formarsi una opinione a prescindere da tutto questo trambusto sulle liste». Quanto poi alla polemica sui «bari» il sindaco replica: «Quando Bonino si è candidata sapeva benissimo che avrebbe avuto di fronte la lista del Pdl. Ora non capisco come possa pretendere che questa lista non ci sia e come questo la turbi così tanto. È una situazione in cui tutti competono con le proprie liste, una situazione di buon senso, logica e naturale. Se poi qualcuno pensava di vincere con l'esclusione della lista Pdl questo è un altro discorso».

Nicola Imberti
08/03/2010




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Voli privati Roma-'ndrangheta

La Stampa

Così nel 2008 la "banda Mokbel" organizzava la campagna elettorale di Di Girolamo
GUIDO RUOTOLO

ROMA
Il viaggio l’organizza «Ciccione», alias Aurelio Gionta. Un volo privato da Ciampino destinazione ’ndrangheta, Crotone. E’ il 25 marzo 2008 e bisogna organizzare il voto di preferenza per Nic, Nicola Di Girolamo il senatore, in Germania. Gennaro Mokbel, l’avvocato Di Girolamo, Roberto Macori e l’avvocato Paolo Colosimo vanno giù a incontrare la cosca Arena. «La partita grossa grossa è quella di domani - dicono al telefono il giorno prima Mokbel e Di Girolamo - domani potrebbe essere una marcia in più. Se nel consesso di quelle persone c’è qualcuno che... l’ago della bilancia è tutto lì...».

Le fatture? A Gionta
Saranno tre i voli privati organizzati dalla banda per le elezioni. Roma-Crotone, per affidare alla ’ndrangheta la raccolta dei voti in Germania, Roma-Stoccarda, per fare la campagna elettorale. Mokbel chiede a Macori: «L’aereo a che ora parte?». Macori: «Quando vogliamo noi parte». «Ah, perché è privato questo? n’atra volta?». Eh sì, caro Mokbel, volo privato. Annotano gli investigatori del Ros: «Veniva effettivamente accertato che per i viaggi effettuati con l’aereo privato per recarsi in Calabria e Germania, Di Girolamo aveva utilizzato la compagnia aerea “Unyfly Servizi Aerei srl”, con fatture intestate a società riconducibile ad Aurelio Gionta, “We Connect”. Volo Ciampino-Crotone-Ciampino del 25 marzo, importo fattura 7.700 euro; Volo Ciampino-Crotone-Ciampino del 22 e 23 aprile fattura importo 8.800 euro; volo Ciampino-Stoccarda-Ciampino del 26 e del 27 marzo 2008 fattura importo 11.700 euro».

Per la missione a Crotone del ringraziamento, Mokbel dà un suggerimento a Di Girolamo: «Nic te lo dico subito e te lo dico al telefono: stasera non bere, fai finta d’appoggià le labbra al bicchiere, nun beve perché poi è na tarantella... gli fai un bel discorso a tutti quanti». E il neosenatore confida al capo Mokbel: «Ho fatto un incontro interessantissimo con Mantica (Alfredo, ndr) che si è messo a disposizione e mi ha presentato tutti i senatori di An e Matteoli, il capogruppo». Mokbel: «E’ lui il capogruppo? Non è Gasparri?».

Diplomatico inguaiato
E’ Gasparri, il capogruppo. Di Girolamo è alle prime armi, deve ancora imparare. E poi ha alle spalle una durissima campagna elettorale. Fatta di inganni e imbrogli. Di voti offerti dalla ’ndrangheta di Crotone. E la sua stessa candidatura nel collegio all’Estero è frutto di un imbroglio. Mette a verbale Filomena Ciannella, responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Consolato d’Italia a Bruxelles: «Ho ricevuto delle pressioni per l’iscrizione nel registro Aire del Di Girolamo pure in mancanza della presentazione dei documenti necessari. Ho ricevuto delle pressioni già prima che arrivasse. Il Console mi ha chiamato dicendomi di iscriverlo...».

Ricorda il Console Sabato Franco Sorrentino: «Ricordo una conversazione telefonica tra me e l’ambasciatore relativa all’iscrizione del Di Girolamo all’Aire. Effettivamente ho telefonato alla Ciannella, a seguito della telefonata dell’ambasciatore...». L’ambasciatore d’Italia a Bruxelles, Sandro Maria Siggia: «Ho conosciuto Di Girolamo in quanto si è presentato da me in ambasciata accompagnato da una persona che conosco e che si chiama Ferretti. Non mi ha detto che viveva in Belgio ma neppure che non vi viveva, mi ha solamente detto che aveva intenzione di iscriversi all’Aire e di volersi presentare al Senato alle elezioni politiche».

Dichiarazioni per nulla convincenti: «Contrastavano con quanto era emerso dalle attività tecniche - denunciano gli investigatori del Ros - che evidenziavano invece che era stato proprio lui il referente principale del Di Girolamo, a seguito dell’intercessione di Stefano Andrini, che li aveva messi in contatto alla vigilia del viaggio in Belgio per iscriversi all’anagrafe consolare». E a sua volta Andrini intercettato spiega: «Io avevo scelto Bruxelles perché l’ambasciatore è un amico...».




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Cyber-guerra Usa-Cina: ogni mese un miliardo e mezzo di assalti hackers

La Stampa

Attacchi intensificati dei pirati alla Nato e alle istituzioni americane

Una guerra sul web in piena regola. Attacchi informatici firmati Cina stanno colpendo senza sosta i servizi di intelligence della Nato e dell’Unione europea, che ricevono ormai regolarmente «urgent warning» perché si prendano immediate precauzioni per proteggersi dall’aumento di cyber-attacchi originati dall’Impero di Mezzo.

Lo scrive l’edizione online del britannico «The Times», sottolineando che i continui attacchi dei cinesi agli Usa, negli ultimi tempi mirati alle sue istituzioni governative e militari, hanno costretto gli Stati Uniti a dichiarare una cyber-guerra alla Cina. Secondo gli analisti americani però, l’Occidente non ha risposto in maniera efficace: in particolare i sistemi europei sono particolarmente vulnerabili perché la gestione della sicurezza del web è affidata ai singoli Stati membri.

Fonti diplomatiche della Nato hanno dichiarato al «The Times»: «Tutti sono consapevoli che i cinesi sono diventati molto attivi negli attacchi informatici e pertanto riceviamo regolari avvertimenti dall’ufficio per la sicurezza interna». Le stesse fonti hanno parlato di un aumento significativo negli ultimi 12 mesi, con la Cina fra gli attori più attivi. Negli Usa, un rapporto ufficiale reso pubblico venerdì, afferma che il numero degli attacchi al Congresso e ad altre agenzie governative è aumentato esponenzialmente l’anno scorso raggiungendo l’astronomica cifra di 1, 6 miliardi di cyber-attacchi al mese.



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Lula non consegnerà Battisti"

La Stampa

Lo rivela un sito brasiliano: il presidente ha deciso, la sentenza sarà emessa ad aprile
PAOLO MANZO
RIO DE JANEIRO


La notizia arriva come un macigno in un momento delicato nelle relazioni diplomatiche tra Italia e Brasile, dopo l’annullamento della prima visita ufficiale di Silvio Berlusconi nel paese verde oro. Cesare Battisti, per decisione del presidente Lula, non sarà estradato in Italia ma resterà libero di godersi il sole di Copacabana.

La notizia, apparsa sul portale di R7, di proprietà della Record - dopo la Globo il più grosso gruppo media verdeoro - è firmata dal giornalista Eduardo Marini. Secondo quanto pubblicato sarebbe «sicura» la decisione del governo brasiliano di mantenere lo status di rifugiato politico a Battisti.

Dunque: l’ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo condannato in Italia per 4 omicidi e in carcere in Brasile dal marzo del 2007 non sarebbe più restituito all’Italia. Il condizionale resta, perché il giornalista non rivela le fonti, ma parla solo di due membri del PT di Lula di «alto grado» che gli avrebbero «garantito che questa sarà la decisione del presidente Lula».

Ma le sue fonti potrebbero essere membri del PT legati agli avvocati difensori di Battisti, con l’evidente scopo di esercitare pressioni sullo stesso Lula o qualcuno a lui molto vicino per testare quali sarebbero, in tal caso, le reazioni dell’Italia. Secondo quanto scrive Marini la decisione del presidente di mantenere Battisti in Brasile sarà presa entro aprile, cioè dopo la pubblicazione delle motivazioni del Supremo Tribunale Federale (STF) che, al momento, sono ancora «top secret».

Bisogna ricordare che il STF (organo giuridico omologabile alla nostra Corte Costituzionale), lo scorso novembre aveva annullato il rifugio concesso a Battisti dall’ex ministro Tarso Genro ma, contemporaneamente, aveva scelto di decidere a metà, lasciando la parola finale a Lula.

A tutto questo si aggiunge la strana coincidenza che poche ore prima del presunto scoop di Marini un giudice di Rio de Janeiro ha condannato Battisti in primo grado a «due anni di prigione in regime aperto», simile alla nostra semi-libertà, a causa del passaporto falso con cui era entrato in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia.

Ma «intanto a causa del regime aperto - spiega a La Stampa uno dei principi del foro di Brasilia che chiede di rimanere anonimo - assisteremo ad una serie di richieste da parte della difesa di Battisti per farlo uscire dal carcere in libertà provvisoria». Il rischio paventato da molti è un’ennesima fuga.

La decisione del Tribunale di Rio permette però a Lula di avere un motivo in più per tenere dentro Battisti in un anno decisivo per il Brasile che a ottobre rinnoverà presidente e governatori. Il presidente più pragmatico della storia del Brasile potrebbe così decidere di non decidere, lasciando la patata bollente al suo successore.




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Moda, la replica degli stilisti italiani "E' la crisi a far fallire le aziende"

di Daniela Fedi

E sulle passerelle di Parigi sfilano cappotti creati in laboratorio: grazie alle nanotecnologie fondono pelle, tessuto e pelliccia



Parigi - È uno dei nomi citati nel clamoroso articolo sugli stilisti che farebbero fallire le aziende italiane pubblicato ieri da Il Giornale, ma Ennio Capasa, fondatore e anima creativa di Costume National, proprio non ci sta. «Produco quasi tutto in Veneto ma non so per quanto tempo potrò resistere con il made in Italy: purtroppo non ho mai pagato 40 euro per un abito o per una giacca» dice da Parigi poco prima di far sfilare la collezione donna del prossimo inverno. «Ci vogliono anche nove lavorazioni sul singolo modello - ammette Capasa -, è una collezione molto complicata, ispirata da un concetto chiamato Morphing che corrisponde al desiderio di unire organico e inorganico, natura e futuro, la vita nei boschi di Henry David Thoreau e la fantascienza di Asimov». 

Cappotti che, grazie alle nanotecnologie, fondono pelle, tessuto, pelliccia con la maglieria di ogni peso e consistenza, oppure strepitosi ricami effetto corteccia che in realtà sono proprio fatti con scaglie di pigna dorate a mano e ricoperte una per una in voile. Da una parte ci sono stilisti come Capasa che riescono a immaginare simili meraviglie, dall'altra c'è chi le sa produrre, di solito dei laboratori che lavorano per conto terzi. 

Allora perché solo in Veneto nel 2009 sono falliti 240 terzisti di tessile-abbigliamento, come il signor De Bortoli, intervistato dal nostro Lorenzetto? «Nel mondo della moda abbiamo vissuto uno tsunami - sostiene Capasa -, i volumi sono scesi anche del 40 per cento e il mercato non privilegia più il made in Italy. 

Un tempo ci salvavamo con la svalutazione tra lira e dollaro, mentre adesso con l'euro non abbiamo più scampo. Stiamo vivendo quel che ha vissuto la Francia 40 anni fa. E temo che sarà sempre peggio. Il signor De Bortoli è vittima di una modernizzazione crudele». Dello stesso avviso è Antonio Marras che oggi a Parigi presenterà la collezione con cui lui festeggia sei anni alla direzione artistica di Kenzo, ma la storica griffe controllata dal Gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy) apre i festeggiamenti per il quarantennale dalla fondazione. 

«Stilisti strozzini? Io parlerei piuttosto dei manager - dice Marras -, credo che ormai sia assodato: una cosa costa 5 e viene venduta a 500. Però a monte c'è un problema di struttura: la fatica per far quadrare i conti di un'azienda in Italia è a dir poco pazzesca. Il costo del lavoro da noi è talmente alto che ogni imprenditore è come se avesse un socio al 60 per cento. 

Da qui la corsa alla delocalizzazione». Nel caso della linea che porta il suo nome, lui non ha ancora ceduto: i capi griffati Antonio Marras sono made in Italy al 100 per 100. Quelli che disegna per Kenzo vengono prodotti parte in Italia, il resto in Francia, Portogallo e Turchia. Invece, I'M Isola Marras, ovvero la linea giovane realizzata in partnership con Stefanel, viene parzialmente prodotta in Cina.

«Io sono un fanatico dell'italianità - dice lo stilista -, da bravo sardo ho un rispetto addirittura sacrale per le radici. Però bisogna anche fare i conti con le realtà che ci circondano, ovvero Zara e la gente che entra nei negozi solo se vede prezzi bassi». Da Parigi, dove nel frattempo continuano le sfilate con punte di assoluta maestria da parte del solito Alber Elbaz (in passerella l'altro giorno con un'indimenticabile collezione Lanvin) e della giovane Phoebe Philo acclamata ieri per la sua seconda ottima prova come direttore artistico di Celine, arrivano diverse voci d'imprenditori. 

Per esempio Luigi Maramotti, presidente del Gruppo Max Mara, che ieri ha presentato nel rinnovato megastore di Avenue Montaigne una superba collezione Atelier, ha dichiarato: «Il mercato sta reggendo, c'è un nuovo entusiasmo in giro, per lo meno a livello di atteggiamenti: la gente è stufa di discorsi apocalittici».

Poi però l'imprenditore dice che ci vorranno almeno due anni per uscire dal guado e che c'è una nuova consapevolezza nell'acquisto. Tradotto in formule economiche il famoso rapporto qualità-prezzo deve essere straordinario. Marras parla di tirannia dei prezzi, Capasa spiega che la filiera è talmente cara che alla fine se ti resta attaccato il 2, massimo 3 per cento sei fortunato.




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La sinistra preferisce vincere facile

Libero




Insistono. Si vede che queste elezioni, i sinistri, non le vogliono proprio. La giunta regionale del Lazio s'è riunita ieri -di domenica con una bizzarra e sospetta botta di efficienza- e ha presentato ricorso alla Consulta, perché -dicono- la norma firmata dal capo dello Stato non è costituzionale. Giorgio Napolitano, dunque, non è più l'eroe della sinistra. In un attimo, anzi, si è trasformato nel nemico.

Oggi sarà dunque giornata decisiva, perché il Tar deve decidere se applicare il decreto o sollevare subito la questione di costituzionalità. Nel primo caso il decreto riammette nei termini tutte le liste i cui rappresentanti allo scadere delle ore 12 del 27 febbraio erano all'interno del Tribunale. Queste liste, in pratica quelle del Pdl di Roma potranno presentarsi dalle 8 alle 20. Se, invece, il Tar sollevasse la questione di costituzionalità, il giudizio sarebbe sospeso e gli atti inviati alla Consulta, con la conseguenza che il Pdl resterebbe fuori dalla competizione elettorale.

Il Pd diffida- Giusto per non farsi mancare niente, l'avvocato del Pd, Gianluigi Pellegrino, ha depositato un atto di significazione che diffida la Commissione elettorale del Tribunale di Roma ad ammettere alla competizione elettorale ciò che il PdL ha in animo di consegnare oggi. «Abbiamo evidenziato - ha spiegato il legale - che nessun deposito può essere effettuato oggi, in particolare quello del PdL».

La sfida Pd-Idv- E nonostante l'appaente calma nel centrosinistra, gli stracci volano anche lì: Di ietro, infati, non ha apprezzato l'atteggiamento di Bersani, che non l'ha seguito sulla via del dagli al Presidente. "Gli amici del Pd, a cominciare da Bersani e Letta, abbiano il coraggio di riconoscere che il Capo dello Stato ha avallato con la sua firma un comportamento illegittimo e anticostituzionale del governo. Un decreto legge inutile, perchè la magistratura avrebbe potuto, come poi si è verificato, risolvere la questione senza alcun aiuto", ha detto Di Pietro.

Bersani, dal canto suo, difende ancora Napolitan0, almeno a parole, ma poi si dice pronto a reagire e a scendere in piazza al fianco del popolo viola. Un colpo al cerchio e uno alla botte, un gioco d'equilibrismo che potrebbe consegnare definitivamente il Pd a Di Pietro e compagni. «Dobbiamo stare uniti però se quella sarà una piazza contro Napolitano, non sarà la nostra», ha risposto  il vicesegretario del Pd, Enrico Letta. Antonio Di Pietro che ha fatto «un regalo a Berlusconi che ci potevamo risparmiare» spaccando, con le sue parole, l'opposizione. Tanto che Letta non esclude manifestazioni distinte: «Ancora non è stato deciso quante e dove saranno le piazze contro questo scempio del governo».
08/03/2010




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Etiopia, i milioni del Live Aid finirono in armi

di Fausto Biloslavo

Tradita la buona fede di chi contribuì economicamente al concerto rock del 1985.

Secondo la denuncia della Bbc, le popolazioni avrebbero ricevuto solo il 5% dei fondi raccolti.

Furioso l’organizzatore Bob Geldof: fuori le prove o querelo


Una montagna di soldi in beneficenza per salvare l'Etiopia dalla fame, a metà anni Ottanta, è finita nelle mani dei guerriglieri di allora, oggi al potere, per comprarsi le armi. Lo denuncia la radio della Bbc grazie alle testimonianze di due ex capi ribelli. Dall'inchiesta della storica testata inglese saltano fuori i sotterfugi per accaparrarsi i contanti dalle organizzazioni umanitarie occidentali facendo finta che servissero ad aiutare gli affamati. 

Tutto ha inizio nel 1984 con le drammatiche immagini che giungono dall'Etiopia piagata dalla fame. I guerriglieri eritrei e del Tigrai combattono una guerra spietata contro Menghistu Hailè Mariam, il dittatore sostenuto dall'Unione Sovietica. Lo stesso Menghistu si fregava gli aiuti e li dirottava dalle aree controllate dai ribelli affamando parte del suo popolo. La rock star Bob Geldof rimase talmente impressionato che organizzò prima un disco per Natale con Band Aid e poi Live Aid, un mega concerto nell'estate del 1985. L'obiettivo è raccogliere fondi contro la fame in cinque Paesi africani, a cominciare dall'Etiopia. 

Grazie al rock arrivarono in beneficenza 250 milioni di dollari. Un successo enorme, che le grandi organizzazioni umanitarie non governative, a cominciare da Christian Aid, utilizzarono nel Corno d'Africa. A causa del conflitto in Etiopia le Ong distribuirono cibo attraverso il Sudan, ma portarono anche grandi somme in contanti nella zona del Tigrai, roccaforte della ribellione piagata dalla fame.
I soldi servivano a comprare grano o beni di prima necessità per le popolazioni affamate. Peccato che all'insaputa dei volontari i mercanti che "trattavano" erano spesso dei guerriglieri del Fronte di liberazione popolare del Tigrai. 

«Mi avevano dato dei vestiti per apparire come un commerciante musulmano, ma era solo un tranello per le Ong», ha raccontato alla Bbc Gebremedhin Araya, a quel tempo comandante dei ribelli. Una fotografia in bianco e nero dell'epoca lo ritrae, sotto mentite spoglie, mentre conta mazzette di banconote portate da un emissario delle Ong. Non solo: in alcuni casi il comandante guerrigliero avrebbe "venduto" sacchi di grano in realtà pieni di sabbia. Il gruzzolo incassato grazie alla fame serviva a comprare armi. 

Aregawi Berhe, un altro ex comandante guerrigliero che oggi vive in esilio in Olanda, conferma la storia e si spinge più in là. Alla Bbc spiega che «i volontari occidentali erano imprudenti» e non si rendevano conto che i ribelli avevano messo in piedi «una commedia» per fregarli. «Con i soldi degli aiuti abbiamo comprato le armi - sostiene Berhe -. Il 95% dei 100 milioni di dollari per gli aiuti, passati per il territorio ribelle, sono stati utilizzati diversamente».

Gran parte del denaro, che finiva nelle casse dei guerriglieri, veniva versato da gruppi "umanitari" affiliati come la Relief society del Tigrai. Secondo i rendiconti del grande show rockettaro del 1984-85, 11 milioni di dollari sono stati ufficialmente versati a organizzazioni vicine ai ribelli.
Talvolta i soldi in contanti della beneficenza occidentale arrivavano, alla fine del percorso truffaldino, nelle mani di Meles Zenawi, il capo dei guerriglieri che diventerà primo ministro nel 1991, dopo aver cacciato Menghistu. Oggi è ancora al potere e il suo Paese continua a ricevere ingenti aiuti umanitari dall'Occidente.

Il governo etiope accusa la Bbc di dar credito a storie assurde, mentre Bob Geldof si scatena: dalla testata inglese vuole le prove, altrimenti è pronto a querelare. L'emittente conferma tutto e nonostante le indignate proteste anche dalle Ong coinvolte trapela qualche spiraglio di verità. Nick Guttmann, direttore per le operazioni di emergenza di Christian Aid, ha ammesso che nell'Etiopia degli anni Ottanta «sia i ribelli che il governo usavano i civili innocenti per raggiungere i loro obiettivi politici».
Gli americani appoggiavano i guerriglieri del Tigrai in funzione antisovietica. Un rapporto della Cia dell'epoca denunciava che «una parte dei fondi che le organizzazioni degli insorti raccolgono per l'assistenza alla popolazione, grazie alla mobilitazione mondiale, sono quasi certamente dirottati per scopi militari».

www.faustobiloslavo.eu




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Nigeria, 500 cristiani uccisi a colpi di machete . Centinaia in fuga

Corriere della Sera

Pastori islamici hanno attaccato un villaggio a sud di Jos colpendo la popolazione


MILANO - E’ di almeno 500 morti il bilancio delle violenze interreligiose tra cristiani e musulmani avvenute nelle ultime ore nei pressi della città di Jos, nel centro della Nigeria. Lo riferiscono testimoni oculari. Una fonte della Croce Rossa ha riferito che centinaia di persone stanno abbandonando le proprie case a Jos a causa degli scontri.

L'ATTACCO - Secondo quanto riportano testimoni locali intorno alle tre di domenica mattina i pastori islamici hanno attaccato il villaggio di Dogo Nahawa, a sud di Jos, sparando in aria e colpendo la popolazione a colpi di machete. Circa 18 cadaveri sono stati portati fuori dalla città e sotterrati, altri feriti sono stati portati in ospedale. La situazione nel Paese è sempre più tesa da quando il 9 febbraio scorso il vicepresidente Goodluck Jonathan è stato nominato presidente provvisorio in vista delle prossime elezioni presidenziali nel primo semestre 2011. Il rientro a sorpresa poi dell'ex presidente Umaru Yar'adua, musulmano del sud, ha poi accentuato il clima di violenza, dal momento che Jonathan, cristiano, ha dichiarato di non voler lasciare la carica.

95 ARRESTI - «Si è trattato di un episodio abominevole», ha dichiarato il responsabile per la comunicazione dello Stato di Plateau, Dan Majang, precisando che 95 persone sono state arrestate in relazione al massacro. L'ennesima strage nel tormentato stato nigeriano del Plateau è avvenuta nella notte tra sabato e domenica, in una zona già teatro di scontri e massacri interetnici e interreligiosi, crocevia obbligato tra il nord a maggioranza musulmano e il sud a maggioranza cristiano. A gennaio a Jos, capitale dello Stato, i morti erano stati più di 400.

ESERCITO IN STATO D'ALLARME - Il capo di Stato nigeriano ad interim Goodluck Jonathan ha posto in stato d'allarme l'esercito del Plateau e degli stati confinanti, con l'ordine di «catturare i responsabili delle violenze e contrastarne il propagarsi oltre il confine dello stato». Testimoni e fonti ufficiali hanno riferito che a Dogo Nahawa abitano soprattutto contadini stanziali di religione cristiana e di etnia Berom: ad attaccarli - ha raccontato un sopravvissuto - sono stati i pastori nomadi di religione musulmana dell'etnia Fulani.


Redazione online
07 marzo 2010(ultima modifica: 08 marzo 2010)



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Esce pure Vallanzasca: semilibertà per lavorare

di Enrico Silvestri

Dopo quarant'anni di carcere esce pure Vallanzasca.

Era stato condannato a quattro ergastoli e 460 anni di reclusione: negli anni Settanta fu il capo spietato e indiscusso della mala milanese.

Dal mattino alla sera sarà in una pelletteria che gli ha offerto il posto


Milano - Una fama costruita in pochi mesi, a cavallo tra il ’76 e il ’77, per il resto Renato Vallanzasca è in carcere ininterrottamente dal 1972. Il detenuto che ha scontato la condanna più lunga. Da oggi però, alle soglie dei sessant’anni, può guardare il mondo con una nuova prospettiva: uscirà dal carcere per andare a lavorare. Tutte le mattine alle 7.30 lascerà il carcere di Bollate, inforcherà la bicicletta, andrà in un laboratorio a cucire borsette, quindi di nuovo in sella per tornare dietro le sbarre entro le 19, seguendo un percorso ben preciso. Se sgarra, di itinerario o di orario, scatta l’allarme evasione.
Un piccolo scampolo di vita normale per lui che di normale ha sempre avuto poco, a partire da quando ha 8 anni e cerca di liberare la tigre di un circo. Il giorno dopo viene prelevato dalla sua casa di via Porpora 162, zona Lambrate, dove sua madre, nubile, aveva un negozio di abbigliamento, portato al carcere minorile e quindi costretto a traslocare in via degli Apuli al Giambellino. Qui negli anni ’60 mette in piedi una banda con la quale fa i primi passi nel mondo, allora in bianco e nero, della mala. Fino a quando viene fermato nel 1972 dall’allora capo della mobile Achille Serra. Quattro anni e mezzo in cella poi riesce a contrarre volontariamente l'epatite, iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano, viene trasferito in ospedale da cui scappa.

E allora esplode tutta la furia criminale del «Bel René», così detto per l’indubitabile fascino che sapeva esercitare sulle donne. Sono mesi di sparatorie, rapine, sequestri di persona, omicidi, soprattutto di poliziotti. E posti di blocco. Si, era lui che fermava le macchine delle polizia, spogliava gli agenti e li rimandava nudi in questura. Nell’ultima sparatoria, viene ferito ed è costretto a fuggire a Roma dove viene arrestato. Altri due anni poi nel 1980 far entrare a San Vittore tre pistole con le quali prende in ostaggio un brigadiere e varca il portone del carcere. Dalle mura le guardie aprono il fuoco e lui, colpito, viene preso dopo pochi metri.

Ci riprova nel dell’87 quando scappa del traghetto in partenza da Genova per l’Asinara. Passa per Radio popolare a Milano per farsi intervistare, ruba la patente del giornalista Fabio Poletti e via. Viene fermato un mese dopo a Grado in Friuli da due giovanissimi carabinieri: «Quanti anni avete?» chiede. Poco più di vent’anni. E lui, pur essendo armato, replica: «Avete fatto 13, sono Vallanzasca». Inizia a rimbalzare da un carcere all’altro, tra rivolte e regolamenti di conti, per scontare quattro ergastoli e 260 anni per sei omicidi e quattro sequestri di persona.

Agli inizi degli anni Duemila è un uomo stanco e malato, e soprattutto sconfitto. Non ha problemi a far i conti con i suoi errori, si arrende allo Stato e chiede la grazia. Respinta. Ma la sua buona condotta gli consente di usufruire dei primi permessi. L’anno scorso in particolare sta fuori quasi sei mesi per motivi di salute suoi, operato a un’anca, e della madre novantenne. Ora è semilibero. A cucire borsette in un cooperativa.





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Cala il consenso per il governo

Corriere della Sera


Prosegue la diminuzione di popolarità: 39 per cento.Crollo tra chi vota Lega



Come in molti avevano previsto, le convulse vicende di questi giorni riguardo alla presentazione delle liste per le regionali, hanno finito con l'influire negativamente sul grado di popolarità del Governo. Facendolo ulteriormente calare — dopo la diminuzione già rilevata il mese scorso— di altri 4 punti.

E assestando l’indice di consenso poco sotto il 39%, quando, a dicembre scorso, subito dopo l'aggressione al Cavaliere in Piazza del Duomo a Milano, esso aveva superato il 50%. Siamo giunti dunque ad uno dei livelli più bassi mai registrati per l'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Il calo più consistente di popolarità non si è manifestato tra gli elettori di centrosinistra (ove, ovviamente, i giudizi positivi sul Governo sono già molto bassi e non possono decrescere più di tanto), ma, specialmente nel cuore dei segmenti che tradizionalmente sostengono la coalizione del centrodestra. In particolare, tra gli stessi elettori del Pdl la quota di chi esprime un’opinione positiva sull' operato del Governo è scesa dal 93% di inizio febbraio al 76% di inizio marzo, con una diminuzione del 17%.

IL CROLLO FRA I LEGHISTI - Tra i votanti per la Lega il calo è ancora più sensibile: dall’83% del mese scorso al 57% di oggi. Ciò significa che circa un elettore del Carroccio su quattro ha in qualche misura maturato in quest’ultimo periodo una qualche delusione nei confronti dell’esecutivo sostenuto dal suo partito. Non a caso, dal punto di vista territoriale, la zona che maggiormente manifesta una crescita di sfiducia è il nord est, una delle roccaforti del partito del Premier e della Lega. Gli strati sociali che più si sono allontanati dal sostegno al Governo sono quelli cui sin qui quest'ultimo si è maggiormente appoggiato: le casalinghe (-13% di valutazioni positive), gli imprenditori e i lavoratori autonomi.

Ma anche nel settore cruciale degli indecisi—l'ambito da convincere in vista delle prossime elezioni regionali — il decremento di consenso è significativo e pari a circa il 10%. A questo andamento negativo ha certo contribuito moltissimo l’immagine di «pasticcione» e di approssimativo offerta dal Pdl nella vicenda delle firme da sottoporre per l'ammissione alle elezioni amministrative. Ma questo triste episodio non ne è l'unica causa. Come sempre accade, il formarsi delle opinioni non è determinato da un solo motivo, ma dal sedimentarsi progressivo delle impressioni ricavate nel tempo da più episodi e accadimenti.

GLI SCANDALI - Così, hanno certo «contato» nel trend sfavorevole al Governo gli scandali e le vicende delle ultime settimane, che hanno visto coinvolti esponenti del PDL o comunque legati alla maggioranza. Ancora, può aver avuto un effetto sul calo di popolarità del Governo, il dissenso verso alcune decisioni che sono apparse comunque legate a quest’ultimo. Ad esempio, il divieto imposto dalla Rai (con il voto dei consiglieri di maggioranza, perlopiù espressione dei partiti di centrodestra) alla messa in onda dei talk show più importanti sino alla data delle elezioni ha incontrato una forte disapprovazione nella popolazione.

Quasi il 60% degli italiani dichiara di non condividere questa decisione: il dissenso è ovviamente maggiore tra gli elettori del centrosinistra, ma si trova in dimensione cospicua anche nel seguito del centrodestra, ove grossomodo il 40% esprime la propria contrarietà al provvedimento. Nell'insieme, il clima di opinione appare dunque sempre più negativo per l'esecutivo. Senza che, però, l'opposizione ne guadagni più di tanto in termini di popolarità.

Ciò che emerge prevalentemente è, come già si è avuto modo di sottolineare, un clima di sfiducia generalizzato verso la politica e le sue istituzioni. È l'intero sistema che appare sempre più fragile e messo sotto accusa da strati crescenti di cittadini. Ciò potrà avere un effetto nel comportamento di voto alle prossime elezioni. Non solo con il possibile calo di consensi per il Pdl, anticipato peraltro dai sondaggi più recenti, ma, forse, con un incremento delle astensioni.

Renato Mannheimer
07 marzo 2010



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Senza AnnoZero, il Travaglio «zittito» dalla par condicio sbarca su La7

Corriere della Sera

A «Victor Victoria. Niente è come sembra» vedremo il giornalista - silenzioso - nei camerini della trasmissione
ROMA - Fa i cruciverba, compone puzzle, mangia una mela, legge persino il libro di Bruno Vespa. E soprattutto sta zitto. Ecco il Marco Travaglio modello par condicio che debutta martedì sera alle 23.30 su La7 come «ospite di riserva» della Cabello a «Victor Victoria. Niente è come sembra». Sarà come lo sognano i suoi detrattori (muto) e ovviamente è anche questa una provocazione. Rilassato, chiuso nei camerini a sfogliare riviste e giocare a scacchi, il Travaglio in panchina irromperà in trasmissione solo in Rvm, per qualche secondo, quando la conversazione in studio dovesse languire. «Visto che non apro bocca, spero che nessuno mi denunci, sarebbe la prima volta», scherza il polemista di Annozero a volte troppo cattivo pure per Santoro. «Lo faccio per la mia amica Victoria, non so dirle di no». Un cult, l’anno scorso, la sua interpretazione di Battiato in «Centro di gravità permanente». Spiega: «È un modo divertente per rimarcare che in Italia, in questo momento non si può parlare, come negli uffici postali del Ventennio». Passate le elezioni, magari farà l’ospite vero per Victoria: «Prima o poi mi dovranno dissequestrare». In studio per la prima puntata ci saranno Luciana Littizzetto e Alessandro Preziosi. Lo show va onda anche il mercoledì e il giovedì, sempre alle 23.30 su La7.

Giovanna Cavalli






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