martedì 9 marzo 2010

La famiglia della spia uccisa a Londra "Costretti a scappare da Rimini"

Il Resto del Carlino


Walter Litvinenko, padre di Alexander, avvelenato nel 2006, era arrivato in Italia, a Senigallia, e aveva aperto un ristorante a Rimini, chiedendo asilo politico. Ma ora si trova sul lastrico. Palazzo Chigi respinge le accuse


Londra, 9 marzo 2010.  

Si sente minacciato, al centro di un “gioco politico” più grande di lui. Walter Litvinenko, il padre dell’ex spia del Kgb uccisa nel 2006 e al centro di un grande intrigo internazionale, si trova in Italia da due anni, nella tranquilla città marchigiana di Senigallia, ma non si sente per niente sicuro.

Teme che la “longa manus” del Kgb arrivi alle spiagge dell’Adriatico e accusa il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi di non voler contrariare il primo ministro russo Vladimir Putin o il Cremlino. Fonti di Palazzo Chigi, dal canto loro, respingono recisamente le accuse e affermano che i Litvinenko hanno “il massimo della protezione possibile secondo le regole internazionali ed europee, il che vuol dire che questa vicenda non ha nulla a che fare con rapporti personali tra i leader”.

La vicenda di Walter Litvinenko e dei suoi familiari è stata portata alla luce oggi dal quotidiano britannico Guardian. Il padre della spia uccisa è in Italia da due anni. Sperava di rifarsi una vita, aprendo un ristorante a Rimini - La Terrazza - e chiedendo asilo politico. Oggi, dice lui, si trova sul lastrico, il ristorante è chiuso e tutte le sue richieste di asilo sono andate a vuoto. “Siamo caduti vittima di un gioco politico”, sostiene Litvinenko, parlando col giornale inglese.

“Berlusconi - continua - non è meglio di Putin. Tutti i governi europei flirtano con Putin. La dipendenza di Berlusconi da lui e dal gas russo, significa che non abbiamo asilo”.

Alexander Litvinenko fu ucciso a fine 2006 attraverso un avvelenamento avvenuto con un isotopo radioattivo. Il suo assassinio portò molti a puntare il dito contro la Russia e il Cremlino, al capo del quale allora era Putin. Un’inchiesta della polizia britannica ha portato a una richiesta inevasa d’estradizione di un altro ex agente del Kgb, Andrei Lugovoi.





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Voleva infermiere che vestissero sexy

LIbero





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Sesso durante le ripetizioni a ragazzino di 13 anni, condannata educatrice

Corriere della Sera


Quattro anni e quattro mesi di reclusione per la donna, 30 anni, arrestata nel luglio scorso


MILANO 


È stata condannata a quattro anni e quattro mesi di reclusione l'educatrice di 30 anni arrestata nel luglio scorso per avere avuto rapporti sessuali con un ragazzino di 13 anni con problemi di adattamento, mentre lo seguiva per conto di una cooperativa, per ripetizioni scolastiche. La sentenza è stata emessa con rito abbreviato dal gup di Milano Franco Cantù Rajnoldi.


IL BLITZ - La donna, che lavorava per una cooperativa che gestisce servizi di assistenza per minori con disagio psichico per conto del Comune di Milano, era stata arrestata il 21 luglio scorso, perché le forze dell'ordine l'avevano trovata in atteggiamenti intimi con il ragazzino nella sua casa. Era stata la stessa madre del minore ad insospettirsi trovando alcuni sms sul telefonino del figlio che, inequivocabilmente, testimoniavano una relazione tra i due.


Dopo la denuncia della madre era scattato il blitz dei carabinieri nell'appartamento della donna, accusata di atti sessuali con minorenne sotto i 14 anni (in questo caso, per il codice penale, il ragazzo non ha «l'età del consenso»; età che peraltro, nel caso di educatori, sale a 16 anni). Il giudice ha riconosciuto anche un risarcimento a titolo di provvisionale di 30 mila euro a favore del minore, mentre ha rigettato la citazione come responsabile civile del Comune di Milano e della cooperativa, richiesta dalla madre, in quanto secondo il giudice la citazione confliggerebbe con la celerità del rito abbreviato. La donna attualmente si trova agli arresti domiciliari e ha chiesto oggi al gup la revoca della misura. Il giudice si è riservato di decidere (fonte: Ansa).




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Lotito show alla Camera, poi un commesso lo espelle dal Transatlantico

Corriere della Sera


e a chi gli chiede «cerca un decreto salva-lazio?» risponde facendo le corna




Il n.1 della Lazio al ministro Fazio e a Bruno (Pdl): «Li mortacci vostra, con queste liste avete fatto un casino»


MILANO - Cartellino rosso per il presidente della Lazio, Claudio Lotito nel Transatlantico di Montecitorio. Lotito è stato infatti avvicinato da un commesso che gli ha chiesto di verificare il suo badge. I due si sono allontanati seguiti da un codazzo di cronisti e dopo, una rapida verifica, è stato accertato che il presidente della Lazio era ospite e quindi poteva accedere solo alla cosidetta Corea, il corridoio dove i parlamentari ricevono i propri ospiti e non poteva stazionare nel Transatlantico.

LO SHOW DEL PRESIDENTE DELLA LAZIO - Già lunedì il presidente Lotito era stato avvistato alla Camera dei deputati ma oggi è stato visto parlare con il ministro della Salute Ferruccio Fazio, e con Donato Bruno (Pdl) presidente della Commissione Affari costituzionali. «Li mortacci vostra -ha esordito Lotito- con queste liste avete fatto un casino». A questo punto si sono avvicinati i giornalisti chiedendo a Lotito il motivo della sua presenza alla Camera. «Sono qui per incontri istituzionali » ha precisato il presidente della S.S. Lazio. «Presidente cerca un decreto salva-Lazio? » chiede un giornalista e Lotito di rimando: «Tiè!» e facendo le corna in un gesto scaramantico si è allontanato accompagnato da una risata generale. A quel punto Lotito ha continuato a parlare con vari deputati, accomodandosi poi su un divano del Transatlantico dove è stato poi scovato dal commesso.

Redazione online
09 marzo 2010




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Adescò 17enne su Facebook, la violentò e la uccise: condannato all'ergastolo

Corriere della Sera


Il giudice ha ordinato che passi almeno 35 anni in carcere prima di poter chiedere uno sconto della pena



LONDRA - In Inghiltera Peter Chapman, 33 anni, è stato condannato all'ergastolo per aver adescato su Facebook, violentato e ucciso Ashleigh Hall, 17 anni. Chapman sul social network si faceva passare per Peter Cartwrigh, quasi coetaneo della vittima. Il corpo della ragazza, strangolata, venne rinvenuto lo scorso ottobre in un campo vicino alla cittadina di Sedgefield. La caccia all'assassino terminò con l'arresto del pregiudicato Chapman: nel 1996 fu condannato a sette anni per rapinato alcune prostitute con un coltello. Uscì dal carcere nel 2001.

PIANO - «Dopo aver creare il profilo del 19enne Peter per poter entrare in contatto con alcune ragazze», ha detto il pm Graham Reeds, «Chapman decise d'inventare anche la figura del padre di Peter in modo da convincere Ashleigh a entrare in macchina con lui». Un sms ha infatti rivelato come la ragazza si fosse convinta che l'uomo che doveva portarla all'appuntamento con Peter fosse il padre del ragazzo. «Il piano era calcolato alla perfezione e ha funzionato». Il giudice Peter Fox ha ordinato che Chapman passi almeno 35 anni in carcere prima di poter far richiesta di qualunque misura di sconto della pena.

Redazione online
09 marzo 2010




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Usa: Congresso toglie all'Airbus una fornitura di aerei per favorire la Boeing

Corriere della Sera


Il consorzio Eads-Northrop aveva vinto nel 2008 una commessa del Pentagono da 40 miliardi di dollari



WASHINGTON (USA) - Il consorzio euro americano Eads – Northrop (l’Eads include l’Airbus) ha rinunciato a concorrere alla commessa del Pentagono per i grandi aerei cisterna della aeronautica militare Usa, accusandolo di averla strutturata in modo tale da favorire la Boeing, il pilastro della sua industria bellica.

Il consorzio aveva vinto la commessa, la più importante della storia militare Usa, per un controvalore pari a 40 miliardi di dollari, nel 2008, ma la Boeing era ricorsa al Congresso, che si era lamentato del fatto che il Pentagono desse soldi e lavoro a una ditta straniera togliendoli a una americana, e alla fine il GAO, l’Ufficio di controllo governativo, l’aveva annullata.


ATTRITO TRA USA ED UE - La clamorosa vicenda ha spinto l’Unione europea ad ammonire gli Stati Uniti di non ricorrere al protezionismo per mantenere il predominio economico. Il Commissario al commercio Karel de Gutch la definita «riprovevole» aggiungendo che «ne seguirà gli sviluppi con estrema attenzione». E’ la seconda volta in un anno che il Pentagono priva di una commessa una società europea: (la prima volta cancellò il Marine one, il nuovo elicottero presidenziale della Finmeccanica dicendolo troppo costoso).

Parlando anche a nome della Eads, la Northrop ha affermato che il consorzio potrebbe presentare a sua volta ricorso «con successo» ma che non lo farà per evitare un altro ritardo di anni nell'urgente fornitura degli aerei cisterna all’aeronautica militare americana. Il Pentagono ha deprecato la decisione ribattendo che la struttura della gara «è trasparente ed equa» e ha respinto le accuse di protezionismo, mentre il Congresso l'ha giudicata patriottica e l'ha elogiata. Per la maggioranza dei parlamentari americani, ricorrere per la difesa agli straneri, anche se alleati, è esporre a gravi pericoli la sicurezza nazionale.

LA VICENDA - La vicenda iniziò nel 2002, quando il Pentagono stipulò con la Boeing un mega contratto per il noleggio di decine di Boeing 767 come aerei cisterna. Un gruppo di senatori tra cui l’ex candidato repubblicano alla Casa bianca John McCain si oppose sottolineando che sarebbe costato di meno acquistarli. Nel 2003, emersero accordi illegali per altri contratti tra un alto funzionario del Pentagono e uno della Boeing, e il noleggio fu cancellato.

Di qui la commessa, ottenuta dalla Eads – Northrop grazie agli Airbus 330, più grandi e moderni del Boeing 767. Potenzialmente, una svolta storica, che l’establishment bellico americano ha subito rettificato. Ma i rapporti Usa – Ue potrebbero soffrirne. Bruxelles osserva che nel 2008 le esportazioni militari americane in Europa raggiunsero i 5 miliardi di dollari, e quelle europee in America solo 2,2 miliardi, uno squilibrio che andrebbe ridotto.

Ennio Caretto
09 marzo 2010





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Stalking, Hunziker rivela: "Ricattata sessualmente quando avevo 17 anni"

di Redazione

La showgirl rivela di essere stata molestata dal talent scout Rody Mirri.

All'epoca era una 17enne: "Lui diceva di essere un grande produttore, sapeva parlare molto bene e mi disse: 'Ti farò diventare famosissima'"




Roma - "Mi disse: Se vuoi continuare a lavorare con me, tu devi venire a letto con me". A distanza di molti anni Michelle Hunziker rivela di essere stata molestata sessualmente quando aveva 17 anni dal sedicente imprenditore e talent scout Rody Mirri su cui sta facendo un’inchiesta il tg satirico Striscia la notizia.

La rivelazione della Hunziker "Purtroppo conosco Rody Mirri. È un incubo", afferma la Hunziker ai microfoni di Max Laudadio. E aggiunge: "Io facevo la modella e avevo 17 anni. Quando feci la pubblicità della Roberta, che fece un bel pò di clamore, mi propose di lavorare con lui. All’epoca aveva una quarantina d’anni. Lui diceva di essere un grande produttore, sapeva parlare molto bene e mi disse: 'Ti farò diventare famosissima'". La conduttrice continua raccontando che, dopo aver lavorato con Mirri per un pò di tempo, questi le disse che tra il produttore e la sua protetta doveva instaurarsi un feeling talmente forte da farli diventare complici anche solo con uno sguardo e che sarebbe stato fondamentale andare a letto insieme.

Un vero ricatto Poi, la Hunziker precisa: "Mi fece un vero e proprio ricatto. Ovviamente non ci sono andata a letto con lui e ci provò per tanto tempo a ricattarmi anche davanti a lavori che mi ingolosivano moltissimo". Michelle conclude: "E' anche per questo che oggi esiste Doppia Difesa, una fondazione che cerca di tutelare i diritti delle donne, ma è impegnata soprattutto a combattere la violenza e le discriminazioni su donne e bambini, per aiutare i più deboli". E a tutte le ragazze che vogliono entrare nel mondo dello spettacolo la Hunziker lancia un monito: "Non è andando a letto con le persone che si fa questo lavoro".





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Sudafrica, Fifa: "No mascotte made in China"

di Redazione

Salari infimi e condizioni di lavoro inadeguate: costretta a sospendere la fabbrica cinese che produce Zamuki, il leopardo con la chioma verde mascotte dei Mondiali. E in Sudafrica crescono le proteste per il merchandising prodotto all'estero





Johannesburg - Ha fermato la sua corsa Zakumi, il leopardo dai capelli verdi mascotte ufficiale dei prossimi Mondiali in Sudafrica. Il gruppo Gbg, che gestisce il branding Fifa, ha ordinato all’azienda cinese incaricata di fabbricare il pupazzo di sospendere la produzione giudicando le condizioni di lavoro dei suoi operai inadeguate. Adesso la fabbrica, che ha sede a Shanghai, dovrà mettersi in regola se vorrà mantenere la commessa di Zakumi, il felino antropomorfizzato creato dal disegner Andries Odendaal nel 1994 e ufficializzato come simbolo dei Mondiali il 22 settembre scorso.

Condizioni di lavoro A gennaio scorso un reportage della britannica News of the World denunciò che l’azienda cinese pagava salari "infimi" ai dipendenti, costretti a lavorare in condizioni squallide. Gbg avviò un audit a seguito del servizio e nel rapporto redatto al termine dell’ispezione è stato verificato che la fabbrica non rispetta il codice di condotta stabilito dalla Fifa per i suoi fornitori. In attesa che l’azienda si adegui ai parametri l’autorizzazione alla produzione della mascotte è sospesa.

Grana merchandising Intanto, le organizzazioni sindacali sudafricane sono sul piede di guerra poiché molti articoli di merchandising della Coppa del Mondo che partirà l’11 giugno prossimo sono prodotti fuori del Paese, afflitto da un tasso di disoccupazione superiore al 25%.






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Regionali, il Tar: riammessa la lista Formigoni Pannella: "Rinviare". Bersani: "Basta pasticci"

di Redazione

In Lombardia il Tar conferma la riammissione del listino Formigoni.

Nel Lazio il Pdl prepara il ricorso al Consiglio di Stato in attesa della sentenza dell'Ufficio elettorale. Pannella: "La Bonino non si ritira"





Roma - Formigoni definitivamente riammesso alla volata elettorale, il Lazio ancora appeso al filo. In Lombardia sono stati accolti anche nel merito i ricorsi presentati al Tar nei giorni scorsi dai delegati della lista "Per la Lombardia" e dal candidato presidente Roberto Formigoni contro le delibere dell’Ufficio centrale regionale. Nel Lazio, invece, il Pdl prepara il ricorso al Consiglio di Stato in attesa della sentenza dell'Ufficio elettorale. Si fa sempre più concreta la possibilità di rinviare le elezioni nel Lazio fino a quando non si saranno espressi i giudici amministrativi. Uno scenario che piace anche a Marco Pannella. Ma il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, frena: "Non sommiamo turbamenti a turbamenti, pasticci a pasticci".

Le speranze del Pdl nel Lazio Il centrodestra confida nel nuovo iter avviato ieri sera presso l’ufficio elettorale del Tribunale di Roma al quale è stata consegnata ex-novo la documentazione. "Siamo convinti che domani mattina la nostra lista sarà ammessa alla competizione elettorale come lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha auspicato", ha detto in serata il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini. La maggioranza, in sostanza, punta tutto sul fatto che l’ufficio centrale circoscrizionale, che ha accettato il plico contenente la lista riservandosi però di decidere domani, non segua l’orientamento dei giudici amministrativi secondo i quali il decreto non "può trovare applicazione" nel Lazio. Linea, quella del Tar, che i funzionari locali del Pdl hanno già detto di voler contestare con un ricorso al Consiglio di Stato.

Gasparri: "Avanti coi ricorsi" "Proseguiamo sulla strada dei ricorsi. Non siamo d’accordo sul fatto che un decreto legge dello Stato sia meno importante di una legge regionale, peraltro disattesa in vari punti principali", ha spiegato il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, al termine di una riunione svoltasi con i vertici del Pdl. "La legge regionale, come dicono alcuni, è stata ampiamente violata e disattesa - ha proseguito Gasparri - perchè le elezioni sono state indette da Montino e non da Marrazzo, come doveva essere, e i termini che la legge regionale prevedeva dovevano consentire massimo il 28 gennaio lo svolgimento delle elezioni. Quindi si invoca una legge regionale meno importante di un decreto legge, disattesa in vari punti principali". Pertanto, sono stati annunciati "ricorsi al Consiglio di Stato".

La possibilità di un rinvio Si fa sempre più possibile la strada del rinvio. Strada già ventilata da diversi giuristi, ma che non convince del tutto la politica. "Non sono una giurista e neanche voglio diventarlo - ha commentato la candidata del Pdl, Renata Polverini - quindi non ho la più pallida idea. Ci sono dei ricorsi ma sinceramente non lo so". "Stiamo assistendo a turbamenti su turbamenti, pasticci su pasticci. Vuole il centrodestra raffreddare la testa?", ha ribattuto Bersani suggerendo grande cautela di fronte alla prospettiva di un eventuale rinvio delle elezioni. "Vuole il centrodestra riposarsi? - ha chiesto Bersani - non avanzare ipotesi, anche con i suoi ministri? Ci sono le scadenze elettorali e delle operazioni di validazione in corso. Punto".

Pannella: "La Bonino non si ritira" Rinviare le elezioni regionali a fine aprile "per poter consentire un minimo di campagna elettorale, spostando di trenta giorni la consultazione così da mettere a posto questo 'casino' in cui si sono messi tutti quanti". Questa la proposta di Marco Pannella, a margine dell’assemblea dei Radicali. "Chiediamo solo - ha detto Pannella - che siano regolarizzate e normalizzate le elezioni, che altrimenti successivamente verrebbero annullate con un grave scandalo dalla giustizia italiana o dalla giurisprudenza internazionale". Pannella, durante il suo intervento ha chiarito che la candidatura di Emma Bonino non sarà ritirata: "Dico no all’Aventino - ha detto il leader dei Radicali - anche perché non mi sembra che il ritiro sia tecnicamente possibile".

Riammesso definitivamente Formigoni Accolti anche nel merito i ricorsi presentati al Tar nei giorni scorsi dai delegati della lista "Per la Lombardia" e dal candidato presidente Roberto Formigoni contro le delibere dell’Ufficio centrale regionale. La sentenza riammette la lista alla competizione elettorale per le regionali.




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Call center anti suicidi Uno squillo ogni venti minuti

Corriere del Veneto


Padova, via al centro d’ascolto: la disperazione corre sul filo

 



PADOVA—La vita per molti imprenditori e liberi professionisti del Nord Est è appesa a un filo, in equilibrio sull’orlo di un incubo. Il filo è quello del telefono, l’incubo quello di perdere il lavoro e con questo la casa e gli affetti. In quindici, uomini sul ciglio del precipizio fatto di disperazione per il fallimento professionale, hanno chiamato ieri nelle prime cinque ore al numero verde anticrisi istituito dalla Camera di commercio di Padova nell’ambito di un progetto voluto dalle istituzioni padovane, in prima fila Provincia e Comune. Un patto che unisce l’amministrazione di Zanonato, sponda Pd, con quella di Palazzo Santo Stefano, retta dal Pdl. Concordi su un punto: la crisi rischia di portarsi via decine di persone, uccise dall’ansia di un’economia che stenta a ripartire.

Un barlume di speranza da ieri mattina alle 8 provano a darlo sei operatori del call center che risponde al numero 800-510052.Sono un gruppo di giovani consulenti laureati in psicologia del lavoro. Formati nel dialogare con le persone in difficoltà, con davanti un pc con tutto lo scibile sulle opportunità finanziarie, assistenziali e di primo «soccorso» per chi le chiama cercando di capire come uscire dalle sabbie mobili dell’asfissia creditizia, della cassa integrazione che sta finendo o che non è mai iniziata. Venti minuti dopo l’attivazione della linea nell’ufficio dove opera provvisoriamente il pool di esperti arriva la prima telefonata.

E’ un consulente aziendale, 42 anni, residente in periferia di Padova. «Ho sempre lavorato duro e tanto - racconta al passato al telefono - poi da un anno a questa parte è iniziato l’effetto domino. Prima un’azienda mi ha detto che si rivolgeva ad un altro professionista, una seconda ha iniziato a ritardare i pagamenti delle mie prestazioni personali, una terza ed una quarta hanno chiuso. Altre due hanno mandato una raccomandata con cui non rinnovavano il contratto di consulenza biennale. In dodici mesi mi sono trovato disoccupato per mancanza di clienti. Sono passato dal lavorare 12 ore a zero. Ho provato a passare dalle consulenze organizzative e di mercato a quelle fiscali, ma non è cambiato nulla».

Il 42 enne con una laurea di Cà Foscari in tasca ed una professionalità diventata obsoleta di colpo chiede un aiuto, «per ricominciare a lavorare, per rimanere nel giro» spiega alla signorina al telefono. Ancora prima di parlare di soldi, quello che lo terrorizza è rimanere tagliato fuori dal circuito produttivo, con la giacca e la cravatta nell’armadio e la valigetta 24 ore vuota. Di casi come i suoi ce ne sono un terzo sulle quindici chiamate ricevute nelle prime cinque ore dal call center. Vengono indirizzati allo sportello provinciale del lavoro. Viene suggerito ai neo disoccupati della consulenza aziendale e delle professioni immateriali di rivolgersi anche alle agenzie di lavoro interinale.

Forse lì domanda ed offerta di conoscenza torneranno ad incontrarsi. I più angosciati sono due operai: un lattoniere che nel 2008 si era messo in proprio aprendo nel garage dietro casa una piccola azienda assieme al cognato-collega e ad un dipendente romeno. La piccola azienda che lo ha convinto a mettersi in proprio è saltata. «Sono dell’Alta padovana - spiega l’uomo - il mio ex datore di lavoro mi aveva promesso ordinativi per due anni. Ho lavorato appena sei mesi a pieno regime, e sono arrivati puntuali i pagamenti solo del primo trimestre. Mi trovo con i debiti dell’avviamento da pagare e con zero prospettive per il futuro».

Per lui forse una risposta può averla uno dei consorzi di confidi delle associazioni di categoria artigiane. Numeri di telefono dati dalla operatrice vengono ripetuti dall’altro capo del filo come se fossero quelli di una schedina vincente del Superenalotto. A chi è rimasto «sotto padrone » come si dice ancora nella Bassa padovana non è andata meglio: «Ho ancora un mese di cassa integrazione, e poi non so cosa fare» spiega un operaio metalmeccanico della zona di Monselice. Lo indirizzano al centro provinciale dell’impiego. «Cos’è?» risponde stupito. «L’ex ufficio collocamento». «Dov’è? Ancora lì in zona industriale? » chiede.

La sede si è trasferita da una decina d’anni in zona Stanga ma chi non ha mai dovuto cercare impiego non lo sa. «E' la prima azione di questo genere a tutela degli imprenditori, dei lavoratori in difficoltà e quindi delle loro famiglie che viene attivata nel Veneto e l'obiettivo è quello di aiutare gli utenti a trovare risposte concrete - spiega il presidente della Camera di commercio di Padova Roberto Furlan - Le istituzioni di Padova hanno dato vita ad una rete istituzionale, frutto di un patto anticrisi: è la dimostrazione che a Padova sappiamo lavorare in una logica di squadra». Per vincere la partita più importante: quella di rimanere aggrappati al lavoro, alla casa, a tutto quello che riempie l’esistenza materiale di senso nell’ex miracolo del Nord Est.

Alberto Gottardo
09 marzo 2010



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Via Poma, si uccide l'ex portiere Vanacore

Corriere della Sera


L'uomo si è tolto la vita a Foggia. Domani avrebbe dovuto testimoniare al processo contro l'ex fidanzato



ROMA - Si è tolto la vita Petrino Vanacore. Fu il portiere dello stabile di via Poma a Roma, dove il 7 agosto 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. L'uomo si è suicidato a Torricella in provincia di Taranto nella notte tra lunedì e martedì.

IL PROCESSO - Vanacore fu imputato nel processo sulla morte di Simonetta Cesaroni. Ma non c' erano elementi sufficienti per far processare in Corte d'Assise il giovane Federico Valle e Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Poma dove fu assassinata Simonetta Cesaroni. Ribadendo un concetto piu' volte espresso nei mesi scorsi, la Cassazione ha spiegato nelle diciannove pagine della motivazione della sentenza, con la quale sono stati definitivamente prosciolti il ragazzo e il custode, per quale ragione e' stato respinto il ricorso presentato dalla Procura generale presso la Corte d' Appello della capitale.

Antonio Castaldo
09 marzo 2010




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Firme false ai partiti? C’è un vero mercato»

Il Secolo xix

09 marzo 2010

 Matteo Indice
Marco Menduni


l personaggio è di quelli che scottano. Controverso e «fascista» per sua stessa ammissione. Ma capace, come accadde già nel 2005 (e lo stabilirono i giudici) di falsare una competizione elettorale. Così come, attraverso i suoi esposti, di farr decollare l’inchiesta sulla spartizione dei fondi comunitari in Regione. O, ancora, di fare sequestrare discariche pericolose nel Tigullio, e di fare cadere con i suoi attacchi l’ex sindaco di Rapallo, Ezio Armando Capurro.

Adesso Andrea Pescino, 63 anni, imprenditore e militante dell’ultradestra, denuncia di aver venduto settemila firme a partiti «in difficoltà». Le sue dichiarazioni saranno vagliate nelle prossime ore dalla Digos.

L’incontro del Secolo XIX con Pescino avviene in due momenti diversi. Nel primo, il 63enne rivela di avere venduto le false certificazioni. E sentenzia: «L’estrema destra lo ha sempre fatto, in tutta Italia. È un modo per autofinanziarsi». Naturalmente senza esporsi in prima persona, ma con una serie di intermediazioni che convincono l’acquirente. Nel secondo confronto, accetta di rispondere alle domande del Secolo XIX, che ha registrato i colloqui sono stati registrati.










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Il diario segreto di mons. Grillo

Il Tempo

A quindici anni dal miracolo della Madonnina di Civitavecchia emozioni e ricordi del vescovo che ha visto piangere la statuina.

«Che brutta storia quella delle Madonne che piangono sempre. C’è sempre qualche burlone che si prende lo sfizio di imbrattare gli oggetti sacri. Poveri noi, dove siamo capitati! Con il parroco don Pablo Martin che va anche dietro a queste stupidaggini! Mater boni consilii, ora pro me!». È la prima pagina del «Diario segreto» di monsignor Grillo, vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia. È del 5 febbraio 1995. Una statuina della Madonna, proveniente da Medjugorje, lacrima sangue da tre giorni.

È collocata nel giardino della famiglia Gregori, una villetta nel quartiere Pantano a qualche chilometro di distanza dal centro di Civitavecchia. È la figlia dei Gregori, Jessica (allora aveva appena cinque anni e mezzo) a fare la scoperta. La cronaca di quei giorni di quindici anni fa è conservata nel «Diario del Vescovo». Girolamo Grillo, l'unico vescovo della storia della Chiesa chiamato non solo a certificare un'apparizione o un fenomeno misterioso, ma lui stesso protagonista dell'evento, (inspiegabile o divino secondo i punti di vista) accaduto il 15 marzo del 1995.

Dall'incredulità al dubbio. Dal tentativo, addirittura, di distruggere la Madonnina all'irrompere notturno, nella casa del vescovo, della voce del Papa, di Giovanni Paolo II. Dallo scetticismo ad una cauta apertura; dalla resistenza alla resa. Un ventaglio di sentimenti da lasciare senza fiato. Il «Diario» parte dal 5 febbraio per arrestarsi il 17 giugno. Quattro mesi densi di accadimenti e di colpi di scena. Alcuni, francamente inaspettati. Come una partita a scacchi fra l'uomo ed il divino, il linguaggio del cielo con quello della terra. Pagine inedite che lasciano turbati e sospesi.

6 febbraio 1995 Monsignor Grillo non è soddisfatto del clamore che la stampa dà ad una statuina che lacrima sangue e critica questa «specie di prurito di curiosità che prende le masse». Ha già innalzato, da vescovo, tutte le difese del caso: «Occorre tenere il polso fermo», la «Chiesa deve saper attendere».

8 febbraio 1995 «Satana si può servire di qualunque espediente per trarre in inganno gli uomini». È il suo mestiere. Grillo lo sa. Il dottor Vignati, vice-questore di Civitavecchia è incaricato di indagare sulla famiglia Gregori e di riferire segretamente.

10 febbraio 1995 La Madonna è sottoposta a TAC all'istituto di Medicina legale del Policlinico Gemelli dal professor Angelo Fiori. Non vi sono marchingegni. La lacrimazione di sangue non è dovuta a cause meccaniche. Non c'è alcun trucco. La statuina non ha cavità. «Non resta altro - annota il vescovo - di addebitare tutto a qualche burlone. Vergine Santa concedimi il dono del discernimento».

11 febbraio 1995 Il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, alle 23 telefona a monsignor Grillo invitandolo a non essere troppo scettico. Commento: «Anche in Vaticano non hanno altro da pensare; vedono pure la tv».

16 febbraio 1995 Il sangue della statuina è sangue umano. E da quando la Madonnina è a casa del vescovo si sentono ondate di un «profumo meraviglioso». «Non ci capisco niente» aggiunge sconsolato il presule.

23 febbraio 1995 Nuova telefonata del cardinale Angelo Sodano. A nome del Papa ringrazia Grillo per non aver escluso qualcosa di soprannaturale. La Madonnina di Pantano ha già fatto il giro del mondo come notizia. È intervenuto persino Enzo Biagi con la sua rubrica televisiva «Il fatto». E c'è la presenza di Giovanni Paolo II. «Sarà a conoscenza di qualche segreto?» si chiede il vescovo. «Oppure anche il Papa si è impazzito?».

27 febbraio 1995 Il sangue della lacrimazione della Madonna è sangue umano, non di donna, bensì sangue maschile! Le certezze di Grillo cominciano a crollare. Se è sangue umano non potrebbe essere quello di Gesù Cristo? 1 marzo 1995 Grillo, al dicastero della Dottrina della Fede in Vaticano, incontra il prefetto, il cardinale Joseph Ratzinger. Con Ratzinger il Segretario monsignor Bovone.

13 marzo 1995 Padre Gabriele Amorth, noto esorcista, non esclude l'influsso satanico, ma precisa - parlando con Grillo - che una sua figlia spirituale, una infermiera fiorentina, aveva avuto mesi prima locuzioni interiori. Una Madonna avrebbe pianto lacrime di sangue a Civitavecchia con tristi presagi per il futuro dell'Italia. Elezioni nel giugno del 1996, vittoria di Prodi, uccisione del premier, guerra civile. «Bisogna pregare per impedire questo» dice Amorth a Grillo. La donna, assistita dall'esorcista, fa il cosiddetto «voto di vittima», offre la sua vita per impedire la violenza annunciata e si ammala gravemente.

15 marzo 1995 È il momento culminante. Alle 8,15 del mattino, nella casa di monsignor Grillo ci sono la sorella Maria Grazia, il marito Antonio , il nipote Angelo e due suore romene. Attorno alla statuina pregano in silenzio e, in contemporanea, la Salve Regina. La statuina è in una cesta, fra le mani del vescovo:

«Dopo qualche istante, mio cognato mi diede una spinta col braccio ed io aprendo gli occhi socchiusi, vidi che una lacrima scendeva dall'occhio destro come un filo di capello. La lacrima scendeva, ma fermandosi prima della gota formava come una piccola perla di rubino». Grillo diventa bianco come la neve. La sorella grida «aiuto, aiuto». Accorre il primario cardiologico dell'ospedale civile che constata lo stato di shock del vescovo, così come la «nuova lacrima di sangue ancora fresca».

3 aprile 1995 «La Madonnina comincia a farmi soffrire» . Interviene la Magistratura. «Satana si è scatenato». Il «laico» professor Umani Ronchi del Gemelli, per difendersi da un attacco di Margherita Hack, rompe il segreto. «Da quel momento il mondo intero ha saputo dalla bocca di uno scienziato che la Madonnina aveva pianto nelle mani di un vescovo». 6 aprile La Madonnina è sotto sequestro. «Incredibile a dirsi: la Madonna è in carcere. Da quel momento per il sottoscritto una lunga trafila di incredibili sofferenze».

17 aprile 1995 L'ordinario di Civitavecchia è nominato «custode giudiziario». Viene insediata una commissione di teologi, fra cui i mariologi René Laurentin e Stefano De Fiores. «Nessuno potrà mai impormi di negare. Costi quello che potrà costare, anche la mia dignità personale. Qui c'è di mezzo la verità, la quale va sempre difesa, anche a costo della vita… Ciò che più conta è rispondere a Dio, alla propria coscienza e alla Chiesa».

20 aprile/24 maggio 1995 Il vescovo di Civitavecchia, su consiglio di monsignor Stanislao Dsiwisz, segretario del Papa, si consulta col cardinale Camillo Ruini. «Il cardinale Sodano mi ha chiaramente detto che il Papa e il cardinale Ratzinger sono con me». Il presidente della Camera, Irene Pivetti, va a Civitavecchia a recitare il rosario davanti alla Madonnina.

25 maggio 1995 I vescovi italiani incontrano Giovanni Paolo II. Domanda se la Madonna piange ancora. Grillo esita. Tagliente la battuta di Karol Wojtyla, riportata nel Diario: «Ah! Voi altri vescovi italiani avete la testa dura e siete sempre dubbiosi».

9 giugno 1995 Giornata indimenticabile. «Sono stato invitato a cena dal Santo Padre, il quale ha voluto che gli portassi la Madonnina. Egli si è messo a parlare del significato di questo pianto. Ha citato più volte il teologo Von Balthasar.

Abbiamo pregato davanti alla Madonnina e il Santo Padre le ha imposto sul capo una corona d'oro e sulla mano una corona del rosario. Sarà questo il sigillo di Pietro su quest'evento? D'ora in poi mi aspetto molte grazie: conversioni, guarigioni dell'anima e del corpo e, soprattutto, un grande risveglio di fede. Il Papa mi ha imposto il silenzio, aggiungendo però queste parole: "Un giorno lo farà sapere al mondo" e «mettiamo tutto nelle mani di Ratzinger….».

10 giugno 1995 La statuetta fa ritorno, fra migliaia di fedeli, nella parrocchia di Sant'Agostino al Pantano: «Ero terribilmente commosso quando ho racchiuso in un'apposita teca la Madonnina. È stato come se mi fossi privato di qualcosa di carissimo.Ed ora qualcosa dovrà cambiare nella mia vita, specialmente per quanto riguarda la forza di guardare sempre in Alto. Offro ogni cosa a Te o Mamma Celeste. Amen!».

Giuseppe De Carli
09/03/2010




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Lo strano caso dell'icona di Parigi

La Stampa



Nella banlieu Nord della capitale un'icona ortodossa della Vergine da metà febbraio "piange" olio in una casa privata. Ogni giorno decine di persone vanno in pellegrinaggio a Garges-lès-Gonesse.



Una sessantina di persone hanno assistito domenica scorsa a una messa improvvisata sotto un tendone nella banlieu Nord di Parigi, davanti a un'icona ortodossa della Vergine Maria i cui proprietari dichiarano che « piange » lacrime d'olio. Ammassati nel salotto di una casa a Garges-lès-Gonesse (Val-d'Oise), i devoti pregano ascoltando l'omelia e i canti di un religioso che rappresenta la chiesa cristiana di Antiochia. Alla fine della cerimonia, a cui ha assistito un giornalista dell'AFP, i fedeli hanno fatto la coda per toccare e baciare l'immagine della Vergine appesa nel corridoio del padiglione eretto per l'occasione.

Altri fotografano l'icona con il cellulare e poi si fanno il segno della Croce. “E' la seconda volta che la vedo. La prima volta, è stata un'emozione” ha raccontato Alain Salas, 69 anni, giunto dal comune vicino di Villiers-le-Bel. Da metà febbraio curiosi e devoti si presentano a piccoli gruppi alla porta del padiglione, Domenica una famiglia è arrivata, in automobile, da Colonia, in Germania, sperando di assistere a un miracolo. Ma non è accaduto nulla; la piccola icona in legno , appesa vicino a una finestra, non ha “pianto”. Sulla superficie, tuttavia, si vedono tracce d'olio.

E' tuttavia difficile dire, scrive l'AFP, se si tratti di un inganno o di un fatto inspiegabile. Il proprietario Esat Altindagoglu, è molto preciso : « Tutto è cominciato il venerdì prima della Quaresima, il 12 febbraio. E fino a ieri (sabato scorso, n.d.r.) La vergine non ha smesso di piangere”, assicura. Esat, agente commerciale di 46 anni, di origini turco-libanesi, spiega che un sacerdote libanese ha regalato l'icona a sua moglie per il suo compleanno nel 2006. La signora, molto credente, assicura di essere stata lei la prima a vedere l'olio colare. “Era di mattina. Pregavo davanti all'icona e ho notato che piangeva.

Mi sono detta che qualche cosa non era normale”, racconta Sevin Altindagoglu, gli occhi umidi per l'emozione. “Era un piccolo miracolo, sicuro e certo. E' un messaggio inviato dalla Vergine ai suoi figli”, afferma il marito. Seduto sul suo divano, visibilmente affaticato, il signor Altindagoglu spiega di aver esitato ad annunciare il fatto nel suo ambiente. “Abbiamo pazientato tre giorni. Dal momento che molte persone non credono, non volevamo essere presi per dei matti”. Da allora un flusso costante di visitatori giunge nel salone pieno di icone ortodosse.

Ogni giorno arrivano, in media, una cinquantina di persone, dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio. “Ierimi ha chiamato una donna di Tolosa per dire che passerà durante la giornata”. I visitatori spesso portano pezzetti di cotone con cui assorbono l'olio presente sull'icona, sperando in effetti taumaturgici. 

Una donna è venuta a metà febbraio, spiegandomi che non riusciva ad avere bambini – ha detto la signora Altindagoglu – Ha preso un po' d'olio su un fazzoletto che ha messo sul ventre. Due giorni fa mi ha richiamato per dirmi che secondo il suo medico era rimasta incinta”. 
Un episodio analogo è accaduto, anni fa, a Damasco, nel quartiere di Soufanieh, dove un' icona della Vergine ha "pianto" olio per molto tempo.





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Le avventure di Sex.com

Corriere della sera

Scritto da: Federico Cella alle 11:23


C'è chi sostiene che l'attuale diffusione di Internet, e la futura ancora più capillare sul pianeta e tra la popolazione, è dovuta quasi esclusivamente alla pornografia. Ed è difficile non essere d'accordo con questa teoria. Soprattutto se consideriamo che sul Web basta un nome ben scelto - come per esempio "Sex.com" - per diventare rapidamente milionari. L'indirizzo online potenziamente più cliccato, infatti, senza particolari spinte o contenuti (basta la parola, si potrebbe dire), sarebbe in grado di far guadagnare al suo proprietario almeno 15 mila dollari al giorno con il solo advertising. Così almeno si legge su "The Sex.com Chronicles", un libro che racconta la storia dell'ambito dominio scritto nel 2008 dall'avvocato Charles Carreon, che allora rappresentava uno degli ex proprietari. Già perché "Sex.com" cambia spesso di mano, è come un quadro di valore, una proprietà che equivale a (tanto) denaro liquido una volta che si decide, spesso per necessità, di venderlo.

Ed è infatti quanto accadrà il prossimo 18 marzo, quando verrà messo all'asta con una base di partenza di un milione di dollari. A mettere nuovamente sul mercato "Sex.com" sarà la Dom Partners, società che nel 2006 aveva prestato alla Escom il denaro necessario ad acquisirlo - si parlò di 14 milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato per un dominio -, lo ha pignorato agli inadempienti, e lo metterà all'asta a New York presso lo studio legale Windels Marx Lane & Mittendorf, come annunciato da una comunicazione legale. Prosegue così l'avventura del dominio più desiderato, eternamente e significativamente sballottato tra decine di cause legali fin dalla sua creazione, all'inizio degli anni Novanta. All'inizio di Internet.


 Pubblicato il 09.03.10 11:23



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E Grillo esalta Di Pietro: farà scappare piduisti e mafiosi

Corriere della sera

Senza di lui il Parlamento potrebbe« chiudere»


E così, nell’ora più incandescente dello scontro politico, a stemperare gli animi viene il nuovo libro di Antonio Di Pietro. Titolo: «Ad ogni costo». La prefazione è di Beppe Grillo. Nel suo testo, Beppe Grillo si esprime così sul leader dell’Italia dei valori: «Senza la sua voce il Parlamento dell’inciucio Pdl-Pdmenoelle potrebbe essere tranquillamente chiuso. I suoi nemici, e sono tanti, non si rassegnano, ma non hanno ancora capito che più lo attaccano, più si rafforza. Le pale degli elicotteri prima o poi cominceranno a girare e da lassù, sulle nuvole, i piduisti e i mafiosi in fuga che occupano le istituzioni vedranno Di Pietro che li saluterà insieme agli italiani. Saranno fortunati se non imbraccerà un fucile».

Il libro—che Ponte alle Grazie pubblica venerdì — è una rielaborazione degli interventi di Di Pietro sul proprio blog, con le reazioni che hanno provocato. Il tema ricorrente è l’uno contro tutti, sin dai titoli dei capitoli: «Intercettazioni, unica via lo scontro»; «L’amnistia fiscale bipartisan »; «Privatizzano l’acqua»; «Tutti contro la mozione di sfiducia», presentata da Di Pietro contro il governo e non appoggiata dal Pd; «Il declino di un partito popolare », appunto il Partito democratico. Il capitolo sull’aggressione di piazza Duomo si intitola «Chi semina vento raccoglie Tartaglia». Poi vengono quelli sullo stato del Paese: «La morte della Radio televisione italiana»; «Assalto alla rete»; «Non c’è futuro nel nucleare»; da qui l’«Appello alla comunità internazionale» e, in ultima istanza, la «Lettera a Gesù bambino».


Inedita è l’introduzione, firmata dallo stesso Di Pietro, in cui si racconta il 2009 come il peggiore anno della Repubblica: «Con l’ultimo governo Berlusconi, il progetto piduista "Rinascita democratica" di Licio Gelli è stato sdoganato. Gli italiani vengono disinformati in modo scientifico dalla televisione e dai giornali. Il sistema è in larga parte corrotto da una rete affaristica, privata e pubblica, che dispone a suo piacimento dei mezzi di comunicazione di massa con cui illude e blandisce la popolazione, e soprattutto denigra, irride, ricatta, umilia gli avversari politici».

Colpa della «potenza piduista del modello Berlusconi», dei «soliti sapientoni terzisti che usano la penna per criticare tutti, dando un colpo al cerchio e uno alla botte per far vedere che sanno tutto loro», ma anche colpa del Pd, della «fiacca, inefficace, pilatesca e a volte connivente inazione del centrosinistra che si è mostrato troppo spesso debole, incapace e allo sbando ». Il Partito democratico è, accanto a Berlusconi, l’obiettivo polemico del libro: «Oltre al conflitto di interessi, pesa sui governi di centrosinistra l’enorme regalia delle concessioni radiotelevisive pubbliche per le reti Mediaset, pagate con un misero uno per cento del fatturato Rti, società della galassia imprenditoriale Fininvest.

Un benefit di Stato». Se però «il cerchio del golpe bianco non si è ancora chiuso, ciò è dovuto soprattutto alla presenza in Parlamento e nel Paese di un partito, l’Italia dei valori». E ancora: «Abbiamo lottato contro tutti, o "quasi". "Quasi" perché al fianco ho avuto la rete, l’unico strumento in Italia con cui sia ancora possibile sviluppare un’informazione libera, e raccontare un paese diverso e reale. "Quasi" perché conduttori come Santoro e la Gabanelli e giornalisti come Travaglio, Gomez, Barbacetto e altri ancora hanno difeso i propri spazi di libertà all’interno dell’informazione pubblica».


Sulla stessa linea si muove nella prefazione Beppe Grillo: «Antonio Di Pietro è la kriptonite della politica italiana. Così come i frammenti del pianeta Kripton provocano gli effetti più strani su Superman, Di Pietro li produce sui reduci della prima Repubblica, sugli orfani di Craxi e sui loro servi, sui ladroni di Stato riverginati dai media». Qui Grillo cita in particolare Cicchitto, Ghedini, Bonaiuti, Capezzone. «Kriptonite induce nei seguaci del Partito dell’Amore attacchi di idrofobia, li trasfigura in facce ghignanti. Li trasforma in zombie preda di attacchi epilettici.

È come l’aglio per i vampiri, l’acqua santa per i demoni, le aule di tribunale per Berlusconi, un test d’intelligenza per Gasparri». Non a caso «i giornali dell’erede di Bottino Craxi dedicano a Di Pietro una cinquantina di copertine all’anno. Per Feltri, Giordano e Belpietro fa più notizia Di Pietro, tirato in ballo con le accuse più svariate e sempre infondate, del terremoto di Haiti, degli israeliani a Gaza o della strage di Viareggio».

Scrive Grillo che «Di Pietro ha fatto Mani Pulite, ma non è riuscito a fare piazza pulita. È figlio di un contadino molisano, ha fatto l’emigrato in Germania in una falegnameria, si è laureato mentre lavorava. È stato nella polizia e poi nella magistratura. Non l’hanno fermato decine di processi inventati da cui è sempre uscito senza condanna. È come si direbbe, un capatosta. I suoi avversari non riescono a trovare un antidoto a Kriptonite e diventano sempre più verdi di bile.

Non capiscono. Hanno digerito Bossi, Fini, il Corriere della Sera. Trasformato l’opposizione in uno zerbino. D’Alema nell’alleato più fedele. La Confindustria in una troupe di concessionari che vive dell’elemosina di Stato. Ma Di Pietro — conclude Grillo nel passo in cui evoca il fucile—è sempre lì. Non lo hanno comprato, non si è fatto intimidire, non hanno trovato dossier e non sono neppure riusciti a fabbricarne. Va contro tutti, perché si è schierato dalla parte dell’onestà».


Aldo Cazzullo
09 marzo 2010




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Cipro: ritrovata la salma trafugata dell'ex presidente Papadopoulos

Quotidianonet

Il corpo dell'ex capo della Repubblica di Cipro era stata trafugata lo scorso dicembre. L’identità del corpo è stata confermata grazie a delle analisi del dna





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L’Ue difende il burqa. E fa la festa alle donne

di Fiamma Nirenstein

Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa contesta il divieto di velo integrale in nome della libertà. Ma vivere in un sacco che nega l’esistenza femminile non è libertà. Quel simbolo fa male a chi lo indossa e a chi lo accetta passivamente


È l’otto marzo, ed è molto triste ma significativo che l’Europa lo debba festeggiare con l’oltraggiosa riflessione sul burqa che, nella ricorrenza, Thomas Hammarberg ha presentato sul giornale più liberal d’Inghilterra, il Guardian, il solito che sostiene soprattutto i diritti degli estremisti e dei terroristi.

Di Hammarberg ho un recente ricordo personale: una visita nella sua stanza della delegazione italiana al Consiglio d’Europa in cui gli furono porte forti rimostranze per una sua visita in incognito sul nostro terreno nazionale ai campi rom e per le sue aggressive conclusioni consegnate direttamente a Repubblica in un’intervista invece di elaborarle e discuterle, come si usa, in sede politica prima di pubblicizzarle. Fu gelido e formale, ceruleo, corretto e scostante quanto si può immaginare possa un tipo come lui con l’Italia d’oggi, 

anche se la delegazione era bipartisan; ricordo di essere rimasta ipnotizzata per alcuni secondi dai suoi piedi, infilati, forse per dimostrare un fiero rifiuto del cuoio, invece che nelle scarpe, in pantofole di stoffa. Il suo commento adesso potrebbe essere che ho violato, parlando dei suoi piedi, la sua privacy, perché è quella che sembra stargli molto a cuore quando ne parla come uno dei principali diritti umani violati se si proibisse alle donne musulmane di indossare il burqa.

Sì, per lui proibire il burqa è una invasione della privacy, e, certo, di quale privacy: quella che proibisce, fa oggetto di vergogna tutto quanto il corpo della donna, dall’espressione facciale alle scarpe. Dunque, per Hammarberg proibirlo, come stanno facendo vari Stati europei, sarebbe incompatibile con la Convenzione europea dei diritti umani, e ciò gli risulta ben più insopportabile che non vedere un essere umano vilificato e annullato, e anche tormentato fisicamente quanto può esserlo una donna col burqa.

Sarebbe stato bello se prima di parlare Hammerberg avesse letto il passaggio di «Mille splendidi soli» in cui Khaled Hosseini racconta: «Mariam non aveva mai indossato il burqa, Rashid dovette aiutarla... il pesante copricapo imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata. Si esercitò a camminare ma incespiscava continuamente nell’orlo. 

La innervosiva non poter vedere di lato ed era sgradevole sentirsi soffocare dal tessuto che le copriva la bocca...». Insomma, come si capisce qui, tanti diritti umani vengono violati dal burqa, fra cui quello essenziale alla libertà di movimento, quello alla salute (il pesante tessuto tutto appoggiato e stretto sulla testa crea gravissimi disturbi, confusione mentale, disturbi all’udito), e infine viola quello che per noi è il primo dei diritti, ovvero essere se stesse, e non un sacco di stoffa senza volto.

Hammarberg dice che la proibizione metterebbe a rischio l’identità personale. Ma di quale identità parla, dato che essa, celata nel burqa, viene cancellata? Dove è la donna dentro il burqa? Chi mi garantisce che essa è ancora là, intera nella sua personalità, nei suoi sentimenti, col suo sguardo e i suoi gesti? Chi? Il maschio che l’accompagna e la sorveglia per strada o dentro il ristorante?

È altrettanto crudele quanto lo era per i colonialisti che praticavano la schiavitù pensando che fosse un diritto dell’uomo bianco il ritenere che le nostre formalistiche teorie dei diritti umani giustifichino il tormento delle donne imprigionate nel burqa. Lo sceicco Mohammed Tantawi, imam dell’Egitto, autorità sunnita eminente, visitando una scuola del Cairo ha chiesto a una ragazza col velo di toglierselo e le disse «Il niqab è una tradizione, non c’è nesso con la religione». 

L’imam ha dunque istruito la ragazza a non indossare mai più il velo e ha promesso una fatwa contro il suo uso nelle scuole. Ha anche concesso l’uso del fazzoletto legato sotto il mento, il hijab. Ma il burqa... il suo uso è sempre stato messo in discussione dall’islam moderato come una acquisizione recente del più estremo islamismo. Quando si presenta in Europa, è un manifesto di aggressività, un’azione affermativa in cui la donna, suo malgrado, diventa lo show familiare o di clan. Fadela Amara, un’attivista dei diritti delle donne musulmane e ora ministro in Francia, dice che fermare il burqa significa anche fermare il diffondersi del «cancro dell’islam radicale che distorce completamente il messaggio islamico».

E qui viene il punto della sicurezza evocato dal Commissario per i Diritti Umani. Phyllis Chesler spiega: «Seguite il burqa: dove lo troverete, probabilmente vi è abituale violenza contro le donne, abuso di bambini, delitto d’onore, poligamia, odio patologico per gli ebrei, gli indu, gli americani e vari altri infedeli. Vi si possono trovare anche cellule terroriste e sostenitori del terrore. Dunque, se si bandisce il burqa questo può ricondurre a casa loro, dove il terrorismo è accettato, gruppi estremisti». 

Il burqa è anche un comodo mezzo per nascondere qualsiasi cosa negli aeroporti o in altri luogi pubblici, ed è accaduto più volte. Tutte le argomentazioni di Hammarberg, svedese, di fatto contengono un gelido distacco alla propria identità, una deriva da se stessi, la perdita dell’affezione alla libertà della donna, così nostra, conquistata con tante faticose lotte in Europa. Vedere la libertà come il diritto di infilarsi in un sacco che nega l’esistenza femminile, è come accettare la crescita di delitti d’onore. È come accettare il reingresso surrettizio della poligamia (a Parigi 400mila persone vivono in famiglie poligamiche), è come restare silenti di fronte alla crescita delle corti islamiche a Londra...

Non è un argomento serio che sia preferibile evitare imposizioni perché altrimenti le donne in burqa non potranno più circolare: meglio dieci donne musulmane in più libere per strada e in ufficio, che una sofferente e avvolta nel burqa, normativa e assertiva verso le altre donne. La necessità familiare la costringerà prima o poi a uscire senza burqa. Ed è anche irrilevante l’idea che qualcuno possa sospettare chi vieta il burqa di islamofobia come dice Hammarberg. Le parole magiche non sono mai esistite, esiste la verità: il burqa fa male a chi lo indossa, fa male all’islam, fa malissimo a chi lo accetta passivamente, tanto più in nome dei diritti umani.




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Il giudice che escluse gli azzurri tiene in ufficio il ritratto del Che

di Emanuela Fontana

Anna Argento è presidente della prima Corte d'Assise di Roma: rifiutò di accogliere gli elenchi Pdl. Denunciata per abuso d'ufficio, intervistata dal Tg3. In bella mostra il quadro del rivoluzionario





Roma - Forse senza volerlo, è diventata una star. Tremilanovecentosettantadue fan su Facebook, centocinquantotto commenti sul blog di Beppe Grillo, trecentoventinove voti al video su YouTube. Magistrato, servitrice della legge, denunciata per abuso d’ufficio dal Pdl. La nuova stella. Di fronte a questa donna evapora la gloria di Luigi De Magistris, sbiadiscono i blazer verdi delle belle hostess Alitalia. 

Tra il popolo viola assetato di miti, sulle pagine dei network alla ricerca di talenti da brandire contro il governo Berlusconi, ricorre un nome limpido, quanto sconosciuto, sempre il suo: Anna Argento.
Chi è mai questa signora? Per i frequentatori del tribunale di Roma non è proprio un’estranea: è presidente della prima sezione della Corte d’Assise della Capitale. 

Non è anonima nemmeno per i responsabili del Pdl che il 27 febbraio a mezzogiorno non hanno consegnato entro il limite orario la lista per le elezioni regionali. Anna Argento era lì, sul luogo del delitto. Toccava anche a lei, perché era di turno, accogliere le liste, verificare, accettare, o rifiutare. E lei ha rifiutato.

La sua verità l’ha raccontata due giorni fa al Tg3. E da allora i «viola», i «grilli», i cacciatori di eroi, sono in visibilio. «Coraggio Anna!». «Ciao Anna, ti voglio bene!». «Son tornate le spedizioni punitive - scrive su Facebook Giovanni Carullo -. Cosa succede in Italia se rispetti la legge? Ti puniscono. È quello che è successo ad Anna Argento». 

Il servizio del Tg3 mostra il giudice, una distinta signora dal caschetto biondo, che s’infila la toga nel suo ufficio. Parte la voce della giornalista che racconta. Dopo pochi secondi, il servizio ha un’impennata di interesse. Il fermo immagine è nitido, nonostante l’oggetto particolare sia poggiato contro il muro, in un angolo, capovolto. 

Quest’oggetto è un ritratto in bianco e nero di Ernesto Che Guevara che fuma il suo sigaro, in una delle espressioni più affascinanti del suo repertorio iconografico. Non è specificato se la stanza mostrata sia quella personale del giudice, comunque il comandante è lì, nell’ufficio del Tribunale di Roma, pronto per essere portato via, spostato, o appeso. Incorniciato con cura, il guerrigliero argentino. 

Anna Argento cammina a testa alta accanto allo sguardo suadente del Che. Le immagini subliminali captate dall’inconscio hanno un effetto straordinario sulla mente di chi osserva. Qui tutto è probabilmente casuale, ma insieme perfetto. Anna Argento adesso è perfetta. Soffre un’ingiustizia e lotta, hasta la victoria, siempre.

Rilascia poche battute al Tg3, con pacatezza: «La litigata era già in atto quando noi siamo andati a verificare». Alle 18 ha ricevuto alcuni documenti integrativi dai delegati del Pdl. Non li ha accettati: «Abbiamo risposto che non si può integrare qualcosa che non esiste». La lista di centrodestra non esisteva. Quindi, racconta, è stata denunciata per abuso d’ufficio: «È la prima intervista al mondo che faccio, io parlo con i miei provvedimenti». 

Poi, una frase finale che nella rete diventerà forse un manifesto: «Ho parlato per dare sfogo a una coscienza che volevo dimostrare di avere».  In realtà questa non è proprio la prima intervista mondiale. Per quattro volte in passato il presidente della prima sezione della Corte d’Assise di Roma ha parlato con una radio. Radio Radicale.

L’emittente di Marco Pannella l’ha sentita anche molto recentemente, il 16 febbraio, sul processo in corso a Roma contro i generali sudamericani accusati di aver ucciso desaparecidos italiani. Altri due interventi hanno riguardato sempre i desaparecidos. Un quarto, nel 2002, il processo Imi Sir Lodo Mondadori. Risulta dal sito di Radio Radicale che Anna Argento fu sentita «in qualità di teste». Su un neutro blog di Google Arkannen scrive: «Anna Argento se non sbaglio bazzica con i radicali». Un secondo blogger gli obietta che parlare quattro volte con la radio non vuol dire proprio «bazzicare». 

E il blogger uno risponde: «Dico bazzica perché so che bazzica i radicali. Cmq... ne riparleremo quando la troveremo candidata nelle loro liste». Per ora comunque Anna Argento si ritrova circondata da migliaia di amici, di gente che vorrebbe stringerla: «Un grande abbraccio e tutta la mia solidarietà», la saluta su Facebook Gerry Siracusa. Liliana Fosso le dedica l’8 marzo: «Che i suoi diritti possano essere riconosciuti al più presto!». Alberthon 65, su Youtube: «Dottoressa Argento grazie. Spero che altri giudici la seguano!».



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Manicomio Italia

di Alessandro Sallusti

Il Tar del Lazio snobba il decreto legge firmato da Napolitano e boccia il centrodestra.

Oggi tocca all’ufficio elettorale che può capovolgere la decisione.

Poi la pratica torna al Tar. Quindi al Consiglio di Stato... Non si capisce più niente


Il Tar ha bocciato l’ammissione della lista Pdl della provincia di Roma per le elezioni regionali nel Lazio. I giudici amministrativi quindi hanno ritenuto ininfluente il decreto salva liste varato dal governo e firmato dal Presidente della Repubblica, che dei giudici è anche il capo. Tutto finito dunque per il Pdl laziale? Probabilmente sì, ma non è detto. Oggi la Commissione elettorale romana potrebbe riammettere la lista in forza dello stesso decreto, ma la sua decisione rischia di essere successivamente annullata, su richiesta della sinistra, dallo stesso Tar. Il quale però potrebbe essere smentito dal ricorso che il Pdl si appresta a fare al Consiglio di Stato, ultimo grado della giustizia amministrativa. Ma quest’ultimo dovrebbe altresì tener conto dell’eventuale verdetto, ammesso che arrivi in tempo, della Corte Costituzionale alla quale si sono rivolte le giunte (di sinistra) di Lazio e Piemonte per fare dichiarare illegittimo il decreto governo-Napolitano.

Governo contro giudici, giudici contro burocrati, burocrati che smentiscono giudici e Quirinale. Una commedia all’italiana, un vero manicomio. Chi ci capisce qualche cosa è bravo. L’unica cosa certa è che è in corso un accanimento feroce contro il primo partito del Paese. Visto che non riescono a farlo fuori nelle urne, ci provano, tanto per cambiare, per via giudiziaria. È bastato che il Pdl scoprisse un piccolo nervo che gli avvoltoi lo hanno agguantato e ora, con gli artigli piantati, non lo mollano più. Ricorsi, carte bollate, picchettaggi, piazze mobilitate, sputtanamenti di tutti, capo dello Stato compreso: la sinistra accecata dall’odio non si ferma davanti a nulla. La legge è uguale per tutti, tuonano. Appunto. Ma oggi (vedi tabella a fianco) vi dimostriamo, documenti alla mano, che così non è. Per identici errori formali nella presentazione delle liste i giudici hanno respinto le firme per Roberto Formigoni e passato quelle per il candidato Pd, Filippo Penati. Non solo.

Come vi dimostriamo a pagina 3, i giudici sono indipendenti ma hanno le loro, diciamo così, simpatie. Nell’ufficio della magistrata romana che non ha accolto le liste Pdl c’è una grande fotografia di Che Guevara. Non è reato ma, siamo uomini di mondo, qualche cosa vorrà pur ben dire. È evidente che qualcuno si sta impegnando perché non tutti gli italiani che lo desiderano possano votare Pdl. Che poi è proprio quello che da anni volevano i democratici Bersani, Di Pietro e amici, togati e no.





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Firme in Lombardia: le prove della vergogna

di Enrico Lagattolla

Un dossier certifica la disparità di trattamento: gli stessi cavilli costati l’annullamento al centrodestra sono stati ignorati con il Pd.

Timbri mancanti, refusi e abbreviazioni presenti nei certificati. Ma i controlli sono stati fatti a senso unico. Perché?





Milano - Ore e giorni passati a spulciare le liste elettorali, come fossero mandarini dell’impero cinese. La teoria dei «due pesi e due misure» - denunciata dai colonnelli del Pdl dopo l’esclusione del centrodestra dalle prossime regionali decisa dalla Corte d’Appello - diventa un dossier di 50 pagine consegnato ai candidati e agli esponenti del partito. Un documento interno alla coalizione acquisito come vademecum pre-elettorale, e con cui il Popolo della libertà ribadisce l’ipotesi di un disegno ordito da «diversi soggetti» - così li aveva chiamati Roberto Formigoni nei giorni scorsi - che avrebbero cercato di fare fuori il listino del governatore, favorendo il democratico Filippo Penati nella corsa verso le urne.

Il documento - datato 8 marzo - è firmato dal coordinatore regionale e presidente della Provincia Guido Podestà, e dal deputato del Pdl Massimo Corsaro. Il leit motiv non cambia: la Corte d’Appello, a parità di irregolarità formali, avrebbe annullato solo quelle del Pdl, salvando invece quelle del Pd. A pagina 10 del dossier, le «prove». Una accanto all’altra, le sottoscrizioni contestate. Cancellati i nomi dei firmatari per garantirne la privacy, si procede in parallelo. Da un lato quelle del centrodestra, annullate. Di fianco, quelle del centrosinistra. Valide. E allora, 25 firme annullate alla lista «Per la Lombardia» perché l’autentica è priva del timbro tondo. Stesso problema, ma 23 firme di «Penati Presidente» vengono prese per buone. Avanti, 23 sottoscrizioni del centrodestra cancellate perché prive della qualifica dell’autenticante, e 23 del Pd accettate.

Ancora, 25 adesioni pro-Formigoni in cui non compare il luogo dell’autentica si perdono per strada, mentre 9 del Partito democratico ugualmente «difettose» passano indenni la verifica dell’ufficio regionale della Corte d’Appello.

Mancano sottoscrittori nel certificato d’iscrizione cumulativo alle liste elettorali? Noi - denunciano ancora Corsaro e Podestà - perdiamo tre firme, mentre il Pd ne conserva 5 viziate dallo stesso «cavillo». A Venegono - come già raccontato nei giorni scorsi dal Giornale - si dimenticano di specificare «Inferiore», e a Mariano Comense siglano Mariano «C.se»? Firme perse. Cambio lato, e 24 sottoscrizioni del centrosinistra vengono accettate nonostante il luogo di iscrizione alle liste elettorali sia «P.B.». Peschiera Borromeo, pare.

Così, una data di nascita difforme rispetto al certificato di iscrizione costa una firma a Formigoni, ma non a Penati. Perché il signor Giancarlo, nato nel Monzese il 14 maggio del 1928, sul modello depositato in tribunale diventa Gianpaolo, e ringiovanisce pure di un mese (14/06/1928). Però Gianpaolo vale. Fino al caso di Francesco Prina, consigliere regionale del Pd, che ha autenticato 7 firme senza essere abilitato a farlo. E ancora: timbri sbagliati, documenti mancanti, dati illeggibili e - si legge nel documento - «diverse correzioni e integrazioni di dati» nelle liste del centrosinistra che avrebbero dovuto essere invalidate. Ma, insiste il Pdl, così non è stato.

Dalle denunce ai quesiti. Pagina 8, otto domande al capitolo «Fatti e stranezze». Uno. «Come si spiega - si chiedono Podestà e Corsaro - l’incredibile celerità con cui la richiesta di accesso agli atti formulata dai Radicali è stata concessa, e per di più per via telefonica e senza alcuna documentazione di merito?». Due. «Perché è stato autorizzato l’accesso, in difformità dal comportamento della grandissima maggioranza degli Uffici elettorali che in Italia hanno ricevuto analoga richiesta, e in difformità anche dal comportamento dell’ufficio elettorale circoscrizionale di Milano?». Tre, punto sul quale i legali del centrodestra hanno insistito fin dall’inizio. «Perché l’Ufficio elettorale ha consentito al Partito radicale di presentare ricorso non sulla propria esclusione, ma sulla regolarità della documentazione di un’altra lista?». Quindi, quattro. «Quale articolo della legge elettorale consente tale procedura, dal momento che l’articolo 8 della stessa legge dichiara che la funzione dell’Ufficio in questa fase termina con la dichiarazione di ammissione, già emessa in data 28 febbraio?». Cinque. «Come e da chi è stato fatto un lavoro così approssimativo di verifica delle liste?». Sei. «Non si è violata la privacy» dei firmatari, consentendo ai Radicali di fotocopiare gli atti? Sette.

«Perché la verifica delle liste concorrenti è stata autorizzata al Pdl solo in presenza dei rappresentanti di tali liste, mentre la verifica della lista Pdl è stata consentita ai Radicali senza la presenza dei testimoni?». E, soprattutto, otto. «Come mai non è stata fatta sulle liste Penati la stessa revisione che ha portato all’esclusione di Formigoni?».

Otto domande, e una risposta. Quella che arriverà oggi dal Tar. Dentro o fuori, con un occhio al Consiglio di Stato. Mica detto, infatti, che la battaglia dei ricorsi incrociati sia finita. Gli uffici legali restano in trincea. Tanto per allungare ancora un po’ il brodo di una campagna elettorale fatta più nei tribunali che nelle piazze.









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Trovato in Svizzera il «tesoro» dell'ex avvocato di Margherita

Corriere della Sera

Lite Agnelli, sequestrati i 15 milioni per cui «non ci fu parcella»
GINEVRA — È stato trovato, bloccato e sequestrato il tesoretto di Emanuele Gamna, l'ex avvocato di Margherita Agnelli de Pahlen che incassò in nero su un conto cifrato svizzero 15 milioni di euro. Quei soldi, dirottati alle Channel Islands e ora riapparsi in una banca di Ginevra, erano stati bonificati anni fa dalla figlia di Gianni Agnelli sul conto «449 Kloten» della Pkb Privatbank di Lugano riconducibile a Gamna: erano il compenso per l'attività svolta dall'illustre professionista (2003-2004) nella divisione dell'eredità miliardaria di Gianni Agnelli. Poi però Margherita impugnò gli accordi ereditari e nell'offensiva legale a tutto campo contestò al suo ex avvocato (torinese, 58 anni, partner dello Studio Chiomenti fino al giugno 2009), «l'esorbitante somma» e lo denunciò alla Procura della Repubblica per evasione fiscale. Un esposto penale contro l'ex partner è stato presentato anche dallo Studio Chiomenti. Secondo quanto ha dichiarato all'autorità giudiziaria l'avvocato svizzero Charles Poncet, la sua cliente Margherita Agnelli a metà 2008 «respinse sdegnata l'offerta» di Gamna di restituire un terzo della somma ricevuta, «non tanto per l'importo ma perché riteneva di essere stata tradita come amica prima ancora che come assistita».

Oggi Gamna è accusato dai pm di Milano Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, titolari dell'inchiesta, di truffa ai danni dello Stato (ma non infedele patrocinio come era stato scritto in passato). Contro Poncet c'è l'ipotesi di tentata estorsione ai danni di Gamna, in concorso con la cliente Margherita Agnelli. Avrebbero tentato di estorcergli un affidavit (una sorta di giuramento) a sostegno delle loro tesi nella disputa sull'eredità. Nel frattempo, però, il tesoretto svizzero di Gamna sembrava scomparso nel nulla, inghiottito dal conto «449 Kloten» e poi finito chissà dove. Un anno e mezzo fa nel tentativo di «aggredire» la provvista, Margherita aveva ottenuto dal Pretore di Lugano un decreto di sequestro del conto alla banca Pkb. Motivo: «restituzione onorari indebitamente percepiti». Ma i soldi erano spariti. La somma pretesa dalla signora de Pahlen era in realtà di circa 25 milioni perché comprendeva anche l'onorario (10 milioni), fatturato e dichiarato al fisco elvetico, del codifensore Jean Patry. Sul resto buio totale. Finché nelle ultime settimane fa breccia, nella granitica riservatezza svizzera, l'indiscrezione che a Ginevra sia intervenuta la magistratura locale su «un famoso conto italiano». Ma quale? E perché?

L'indiscrezione prende forma e si arriva in Rue Charles-Galland 12, quartiere elegante di Ginevra, edifici fine '800 di gran lusso. Il numero 12, a poche decine di metri dal Consolato d'Italia e dal Museo dell'arte e della storia, è la sede ginevrina della banca ticinese Pkb. Sempre lei, quella del conto «447 Kloten». Pkb è molto «italiana» sia per clientela, sia per azionisti di riferimento, ovvero la famiglia Trabaldo Togna. Il presidente di Pkb è Jean Patry, proprio il collega di Gamna che tutelò gli interessi di Margherita nel negoziato sull'eredità. Qui, nella palazzina di due piani arrivano quasi 14 milioni di euro provenienti, pare, da una filiale delle Channel Islands (Isole del Canale) di Hsbc, il colosso bancario con sede a Londra. Sono i soldi di Gamna che erano parcheggiati nelle isole al largo della Normandia. Proviamo a chiedere informazioni all'indirizzo E-mail (offshore@hsbc.com) della filiale Hsbc da cui è partito il bonifico: nessuna risposta. L'operazione non sfugge alle comunicazioni antiriciclaggio e la magistratura svizzera, che già era preallertata sul dossier, blocca immediatamente i 14 milioni in arrivo alla Pkb di Ginevra. Il passo successivo è il sequestro giudiziale. E non può essere che la naturale conseguenza della collaborazione con la Procura di Milano, il soggetto che ha l'interesse diretto. In tutta l'operazione, tuttavia, potrebbe anche esserci stata la collaborazione dello stesso Gamna il quale sembra avesse intavolato una trattativa con l'Agenzia delle Entrate per scudare la somma. Alla fine, comunque, i soldi della parcella fantasma sono stati individuati e sequestrati. E ora, almeno in parte, potrebbero tornare «a casa» cioè nella disponibilità dell'Agenzia delle Entrate, passando attraverso il conto corrente Bnl del Tribunale di Milano. Che non è cifrato nè tantomeno off-shore.

Mario Gerevini
mgerevini@corriere.it
09 marzo 2010



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Morto Tonino Carino, volto di 90°minuto

Corriere della Sera


Aveva 65 anni. Il suo nome legato all'Ascoli Calcio dei tempi di Costantino Rozzi. Era malato da tempo



MILANO - È morto lunedì ad Ancona, nella sua abitazione, il giornalista Rai, Tonino Carino. Carino, 65 anni, era nato a Offida, in provincia di Ascoli Piceno. E all'Ascoli Calcio e alla squadra portata in auge da Costantino Rozzi, è legato il suo nome, grazie anche al tormentone «Tonino Carino da Ascoli» che ripeteva ogni volta quando faceva le sue telecronache delle partite a 90/o minuto.

Carino aveva cominciato la sua carriera al Corriere Adriatico, poi era entrato in Rai, nella sede regionale di Ancona, dove era stato anche caporedattore dal 1991 al 2002. Di recente era andato in pensione, ma aveva continuato ad essere ospite di trasmissioni sportive come 'Quelli che il calcio'. Carino, che lascia la moglie e due figli, Riccardo e Daria, era malato da tempo.





Era stato uno dei protagonisti del grande teatrino di 90' Minuto, la storica trasmissione della Rai che portava nelle case degli italiani i gol del campionato di calcio, condotta da Paolo Valenti. «Tonino Carino da Ascoli» era il suo saluto inconfondibile, in un programma che vedeva altre figure indimenticabili di giornalisti-personaggi come Luigi Necco da Napoli, Cesare Castellotti da Torino, Marcello Giannini da Firenze e Giorgio Bubba da Genova, per dirne solo alcuni.

Video

Secondo quanto riportato da Wikipedia - che ha aggiornato in tempo reale la pagina con la notizia del decesso del giornalista - sono state diverse le parodie che Tonino Carino ha ispirato. «Nel 2000 l'attore Diego Abatantuono - si legge sempre su Wikipedia - ha impersonato il giornalista, nei panni di Tonino Tonnato. Nel suo nuovo ruolo di giornalista - umorista, Tonino Carino non sopportava questo strano personaggio e si arrabbiò con Abatantuono, dicendo che non doveva accompagnare la mitica sigla di 90° minuto facendo i versi con la bocca.

Quando era corrispondente a "90° minuto", il Trio Solenghi - Lopez - Marchesini gli dedicò una filastrocca. Il testo era: "Sono Carino, sono piccino, sono la gioia di mammà. Se mi sporco il vestitino, il papà mi fa cià cià!". Celebre fu il tormentone di Ezio Greggio a Drive In: "È lui, o non è lui? Cerrrrrrrto che è lui! Tonino Carino da Ascoli"».

Redazione Online
08 marzo 2010(ultima modifica: 09 marzo 2010)


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Con i soldi del G8 Balducci pagò le stoffe della casa del figlio»

Corriere della Sera


No del gip di Perugia alla scarcerazione della «cricca»



DAL NOSTRO INVIATO


PERUGIA — Pur di aggiudicarsi gli appalti gli imprenditori erano disposti a pagare persino il banchetto di nozze di un'impiegata del Dipartimento che gestiva i Grandi Eventi. Provvedevano alle spese di funzionari e dirigenti. Basti pensare che i tessuti per arredare la casa del figlio di Angelo Balducci furono addebitati alla «società Maddalena, che ha realizzato il palazzo delle conferenze per il G8». Le rivelazioni sono contenute nella relazione trasmessa dai pubblici ministeri di Perugia Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi al giudice per chiedere di negare la scarcerazione allo stesso Balducci, a Mauro Della Giovampaola e all'imprenditore Diego Anemone, in cella come Fabio De Santis (che però non ha ancora presentato alcuna istanza), tutti accusati di corruzione. Argomenti che sono stati ritenuti validi, tanto che la richiesta della difesa per la remissione in libertà è stata negata ieri sera dal gip Paolo Micheli.

Il banchetto di nozze

I magistrati umbri ricostruiscono la rete di relazioni e scrivono: «Ciò che si era creato nell'ambiente della gestione degli appalti sui Grandi Eventi era proprio una totale e completa "mercificazione" di tutto il sistema a favore di interessi privati, possibile proprio grazie alla connivenza di tutti o quasi dei centri decisionali interessati e degli organismi dotati dei relativi poteri di spesa. È di tutta evidenza come all'interno del Dipartimento la corruzione interessasse proprio tutto il sistema nel suo complesso e non solo il solo vertice. 
 
Le numerosissime conversazioni intercettate infatti danno modo di comprendere come Diego Anemone e gli altri imprenditori "graditi" nell'ambiente avessero contatti quotidiani non solo con i dirigenti dell'ufficio, ma con la struttura nel suo complesso, occupandosi delle esigenze di tutti i dipendenti (dal pagamento del rinfresco di matrimonio alla singola impiegata, al procacciamento di finanziamenti in banca a chi era incaricato di gestire i mandati di pagamento, alla generica consegna di buste dal contenuto vago, alla dazione di regali di Natale di elevato valore per i vari funzionari) con favori e regalie distribuiti a tutti i livelli gerarchici, così da garantirsi effettivamente 
 
l'aggiudicazione e la successiva gestione di appalti in spregio a tutti i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, con ingente danno economico pubblico». La tesi dei pubblici ministeri, accolta dal giudice, evidenzia «una vera e propria comunanza di interessi tra i pubblici funzionari e imprenditori che non si spiega e si giustifica con conoscenze pregresse o nate in occasione di contatti lavorativi, ma va ben oltre fino al completo asservimento dei poteri pubblici a quelli estranei alla pubblica amministrazione, con mercificazione della funzione pubblica a esclusivo vantaggio dei privati». 
 Le società di Balducci
È in un documento trasmesso ai carabinieri del Ros il 3 marzo che si ricostruisce la vicenda relativa ai tessuti acquistati dalla moglie di Balducci nel settembre 2008 per arredare la casa del figlio Filippo. In una telefonata intercettata il 30 settembre la titolare del negozio Foresti aveva avvisato Anemone «del fatto che la scelta era stata particolarmente onerosa, chiedendogli poi l'autorizzazione alla consegna del materiale e alla relativa spesa». Balducci ha sostenuto durante l'interrogatorio davanti al giudice che quei soldi furono da lui restituiti all'imprenditore.

Ma è una versione alla quale i pubblici ministeri non credono, soprattutto dopo aver acquisito le fatture. E infatti nella relazione sottolineano come «i relativi documenti fiscali del negozio Foresti sono stati emessi a favore della società Maddalena, società consortile costituitasi per la realizzazione dell'appalto del palazzo delle conferenza nell'ambito del G8. A riprova del fatto che, anche per le fatturazioni, la gestione dei costi per la realizzazione delle opere, era gestita in modo del tutto "privato" a solo discapito dei conti pubblici su cui, alla fine, andavano a gravare indirettamente anche i "favori" elargiti dall'imprenditore per il pubblico funzionario connivente che gli garantiva l'aggiudicazione della pubblica gara».

Nella relazione i magistrati affrontano anche i rapporti tra l'alto funzionario e l'imprenditore che si è aggiudicato numerosi lavori per il G8, i mondiali di nuoto e la celebrazioni dell'anniversario dell'Unità d'Italia. Balducci ha sostenuto che si tratta di un legame «totalmente ininfluente rispetto all'aggiudicazione delle gare e alla successiva gestione degli incarichi assunti». I magistrati sottolineano invece come «non ci si limita alla frequentazione personale, come risulta dalla documentazione acquisita, coinvolge una vera e propria comunanza di interessi economici con intrecci societari assolutamente inopportuni prima che illeciti».

Le donne a Venezia
Un intero capitolo è dedicato all'attività di Della Giovampaola, delegato al G8 a La Maddalena che — come evidenziano i rappresentanti dell'accusa — «inizialmente aveva addirittura negato di essere un pubblico funzionario» e poi aveva sostenuto «di non avere né poteri di spesa, né di gestione tali da potergli garantire il soddisfacimento delle esigenze di questo o di quel privato imprenditore interessato alla realizzazione delle opere». I magistrati sottolineano invece come questo sia «in contrasto con gli esiti dell'attività tecnica e con l'ammissione dello stesso funzionario di avere la possibilità di affidare consulenze tecniche (una al figlio del magistrato Achille Toro) di non poco valore e ciò non appare altro che potere decisionale e di relativa spesa». Della Giovampaola ha anche negato di aver avuto incontri con prostitute all'hotel Gritti di Venezia insieme al collega De Santis organizzati da un dipendente di Anemone. Scrivono i pubblici ministeri: «Le sue affermazioni appaiono al limite del grottesco solo scorrendo le conversazioni di quella giornata (alcune con toni eloquenti e a tratti boccacceschi) e dunque si può desumere come la prestazione sessuale, sollecitata dagli stessi funzionari, sia stata comunque offerta, al di là del fatto che il rapporto sia poi stato consumato».

Fiorenza Sarzanini
09 marzo 2010



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