mercoledì 10 marzo 2010

Contestatore "placcato" da La Russa

Corriere della sera

Un uomo interrompe il premier durante la conferenza, il ministro lo blocca e lui annuncia: «Lo querelo»

MILANO - Momenti di tensione e convulso finale di conferenza stampa, mercoledì nella sede del Pdl a Via dell'Umiltà gremita per l'intervento di Silvio Berlusconi sul caos delle liste. Il clima si è acceso quando, per la terza volta consecutiva, un attivista politico, Rocco Carlomagno, ha interrotto il premier, togliendo la parola anche ad altri giornalisti e domandando conto a gran voce dei soldi spesi in Abruzzo e dell'inchiesta che coinvolge Bertolaso.

«Si vergogni, questa è la sinistra» è stato lo sfogo del Cavaliere, che ha chiesto diverse volte ai suoi collaboratori di fare uscire l'uomo dalla sala stampa, mentre il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, che già in un primo momento aveva raggiunto l'uomo seduto tra i giornalisti, si è nuovamente avvicinato a Carlomagno e dopo averlo energicamente invitato a parole a smetterla, lo ha preso per il bavero della giacca e lo ha strattonato, sotto gli occhi di telecamere e macchine fotografiche che hanno ripreso l'intera scena (GUARDA IL VIDEO).

A questo punto, l'uomo, che fa parte del coordinamento nazionale contro i siti di stoccaggio nucleare e del coordinamento «aiutiamo l'Abruzzo», ha iniziato ad accusare il premier e il governo, mentre Berlusconi lasciava la sala, visibilmente irritato. All'uscita, il contestatore è stato preso di mira dai militanti del Pdl, che manifestavano fuori dal palazzo, diventando l'ultima 'attrazionè di telecamere e giornalisti.

Fotogallery

LA QUERELA E LA NOTA DEL PDL - «Mi chiamo Rocco Carlomagno e querelerò il ministro Ignazio La Russa per aggressione perché la libertà di stampa si difende anche così» ha detto il contestatore, quando, finita la conferenza stampa del premier Silvio Berlusconi, è stato accompagnato all'esterno della sede del Pdl in via dell'Umiltà dalla security del Pdl. Rispondendo a chi gli chiedeva cosa fosse successo ha spiegato: «Quando La Russa si è accorto che volevo fare domande diverse da quelle preconfezionate fatte fino a quel momento ha cercato di chiudermi la bocca, è venuto subito a sedersi vicino a me per impedirmi di parlare e ha alzato le mani su di me».

«Il ministro La Russa mi ha dato due pugni nello sterno. Del resto lui era un picchiatore» ha aggiunto Carlomagno intervenendo telefonicamente a una trasmissione di Radio2. «Verdini - ha raccontato Carlomagno - mi ha pregato di non querelare La Russa e mi ha detto "Facciamo che la cosa finisce qui"». D'altra parte il Pdl, attraverso una nota, ha bollato Carlomagno come «una persona non nuova a simili gesti provocatori», spiegando che «alla conferenza stampa che si è significativamente tenuta nella sede del Pdl in Via dell'Umiltà e a cui erano ammessi a partecipare i giornalisti di tutte le testate, si è introdotto indebitamente, con una palese violazione, un soggetto che ha ripetutamente dato in escandescenza e che provocatoriamente ha più volte disturbato e interrotto la conferenza stampa».

«La persona in questione - specifica la nota del Pdl - è subito risultata non essere iscritto all'Albo dei giornalisti professionisti, né essere neanche semplicemente pubblicista. All'ingresso ha fugacemente esibito, contando sulla buona fede degli addetti alla reception un tesserino tipo pass per il Senato, qualificandosi falsamente come ufficio stampa del Senato, circostanza risultata falsa».

«Nonostante ciò e nonostante fosse stato poi riconosciuto come persona non nuova a simili gesti provocatori, solo alla fine è stato invitato a fornire spiegazioni e generalità, che aveva l'obbligo di fornire stante l'arbitrario ingresso in un luogo privato - si legge ancora -. Il soggetto si è rifiutato, producendosi anzi in insulti anche verso il ministro La Russa che era intervenuto proprio per calmarlo ed evitare che durante la conferenza fosse allontanato dagli addetti alla sicurezza, cosa che avrebbe cresciuto il disturbo».

QUANDO FECE INFURIARE PANNELLA - In effetti, Rocco Carlomagno (che ad appena due ore dal battibecco col premier vantava già doversi gruppi di fan su Facebook) non è nuovo a questo genere di episodi: è infatti un frequentatore assiduo di conferenze stampa e manifestazioni di partito. Disturbatore di professione (L'Unità lo definisce «il Paolini della politica»), compare spesso nei dibattiti politici per porre domande irriverenti e fuori dagli schemi. Il contestatore Walter Veltroni, Massimo D'Alema, da ultimo Luciano Violante dieci giorni fa, sanno qualcosa del cipiglio argomentativo di Carlomagno che è stato iscritto al Pd, è vicino al Popolo viola (GUARDA IL VIDEO) e tra le sue vittime illustri annovera nientemeno che Marco Pannella.

In una infuocata assemblea dei Radicali a Torre Argentina, con il leader radicale in sciopero della sete contro le candidature veltroniane alle politiche del 2008, Carlomagno chiese il microfono per urlare il proprio sdegno sulle liste «piene di indagati». Pannella gli diede la parola e il contestatore si sfogò per diversi minuti, dimostrando di non volere riconsegnare il microfono. Anche il pacifista guru radicale a quel punto perse la pazienza: «Ooooohhhh!!! Hai finito!?», urlò a Carlomagno che, mesto, riconsegnò il microfono.


Redazione online
10 marzo 2010



Powered by ScribeFire.

Roma, fiori di pesco per Angelo Izzo Si è sposato "il mostro del Circeo"

di Redazione



Izzo si è sposato in carcere con Donatella Papi, giornalista. Il mostro del Circeo sta scontando ancora due ergastoli 

 
Roma - Angelo Izzo si è sposato. L’uomo, che negli anni ’70 partecipò alla strage del Circeo, si è unito in matrimonio con Donatella Papi. La cerimonia è avvenuta nel carcere di Velletri, in provincia di Roma, dove Izzo è detenuto. Lo sposo sta scontando due ergastoli, uno per i fatti del Circeo, l’altro per il duplice omicidio, di madre e figlia, commesso nel 2005 a Ferrazzano (Campobasso).




Powered by ScribeFire.

Carlomagno, il "Paolini della politica" professionista delle incursioni

L'Unità

di Andrea Carugati

Ora cercheranno di farlo passare come un militante del Pd, o un manifestante del popolo Viola, o dei radicali. Ma in realtà Rocco Carlomagno, il signore che stamattina ha lungamente battibeccato col premier Berlusconi e col ministro La Russa, non è inquadrabile sotto nessuna di queste etichette. La definizione che più gli si attaglia è quella di "Paolini della politica": un distrurbatore professionista, che non si perde un dibattito, una manifestazione o una conferenza stampa, e che si introduce sempre con l'intento di interrompere e di rivelare qualche "scoop", quasi sempre sul tema delle scorie nucleari, presunti traffici di cui si dice certo. Oppure con l'intento di contestare i leader sul palco, quasi sempre di centrosinistra, di incalzarli accusandoli di aver trascurato qualche tema da lui ritenuto fondamentale.

Dopo alcuni anni a Bologna, dove era ormai famoso per le sue incursioni negli appuntamenti politici, ha fatto il grande salto verso Roma, dove ha continuato imperterrito a intrufolarsi in tutte le occasioni, e a bussare alle porte dei quotidiani con i suoi improbabili scoop, sempre con quell'aria un po' lugubre, sempre con quell'insistenza un po' border line che ha fatto scappare la pazienza a più d'uno, prima che al premier. Di certo va segnalato che la scena di oggi con Berlusconi rappresenta il punto "più alto" della sua carriera di disturbatore, il maggiore "colpo" mediatico.

Poi, va da sé, ognuno reagisce col suo stile. Pannella, durante una conferenza stampa, dopo che Carlomagno si era impossessatoa lungo del microfono, arrivò a sbottare: «Ohhhhh, vuoi ridarlo quel microfono!!!!». Stile radicale, un po' libertario e un po' burbero. Oggi Berlusconi ha reagito alla Berlusconi, insulti sull'aspetto fisico e immediata indentificazione del disturbatore con «la sinistra». E La Russa, memore dei vecchi tempi dell'Msi, lo ha subito avvicinato e affrontato senza limitarsi alle parole, ma afferrandolo per il cappotto con  metodi decisamente inopportuni per un ministro.

Ma lui, Carlomagno, si era già distinto interrompendo Veltroni al Loft del Circo Massimo, e ancora recentemente Violante e D'Alema a un convegno sul processo penale organizzato da Italianieuropei, Carlomagno si alzò in piedi interrompendo l'intervento di Violante e criticandolo sul tema dell'immunità parlamentare.

Ora il Pdl sostiene di aver verificato che il quarantenne non è provvisto di tesserino di giornalista, e neppure di quella da pubblicista, cosa che non stupisce. Lo stesso ufficio stampa del Pdl ricorda di averlo visto stazionare davanti al Parlamento con un camper viola e sottolinea una sua iscrizione al Pd. Tentativi chiari, e gravi, di adddebitare l'azione di disturbo ai democratici o al popolo Viola.  Ma che nascondono un ulteriore errore degli addetti Pdl, che lo hanno fatto entrare alla conferenza stampa del premier anche se privo del tesserino.

Dice l'ufficio stampa Pdl: «All'ingresso ha fugacemente esibito, contando sulla buona fede degli addetti alla reception un tesserino tipo pass per il Senato, qualificandosi falsamente come ufficio stampa del Senato, circostanza risultata falsa. Nonostante ciò - prosegue il Pdl - e nonostante fosse stato poi riconosciuto come persona non nuova a simili gesti provocatori, solo alla fine è stato invitato a fornire spiegazioni e generalità, che aveva l'obbligo di fornire stante l'arbitrario ingresso in un luogo privato».

L'avevano riconosciuto, dunque, e l'hanno fatto entrare ugualmente? E anche stavolta sarebbe colpa del Pd o delle opposizioni? La verità è che non hanno riconosciuto il "Paolini della politica", quello è entrato e ha fatto il suo show. Il Pd, la "sinistra" e il popolo Viola non c'entrano davvero un bel niente. Berlusconi se ne faccia una ragione.


10 marzo 2010




Powered by ScribeFire.

Millanta carriera nel Paris Saint Germain, i bulgari del Cska Sofia lo ingaggiano

Corriere della Sera




Un sito con foto ritoccate, interviste con un amico che si finge giornalista. Alla fine viene smascherato
Gregory Akcelrod, centrocampista francese di 27 anni Millanta carriera nel Paris Saint Germain, i bulgari del Cska Sofia lo ingaggiano Un sito con foto ritoccate, interviste con un amico che si finge giornalista. Alla fine viene smascherato


Gregory Akcelrod
Gregory Akcelrod
MILANO - In panchina da una vita, aspettando il grande momento, l’occasione, la svolta. Che non arriva mai. Gregory Akcelrod, centrocampista francese di 27 anni, ha deciso di usare il web per inventarsi una carriera e, munito di un curriculum di tutto rispetto e di qualche paginata Google, di puntare dritto alla serie A e guadagnarsi un posto alla Cska di Sofia.

FAMOSO, MA SOLO SUL WEB - Una militanza (falsa) nel francese Paris Saint Germain e nell’argentino River Plate. Provini (falsi anche questi) nell’Inter e nel Dpmm del Brunei. Un sito internet con foto (ritoccate) e link. Una serie di video su Youtube che riportano gol spettacolari, che gli hanno valso il soprannome di «Gregorinho». Addirittura un’intervista in cui uno dei suoi amici, fintosi giornalista, lo paragona al campione spagnolo Joseph Guardiola definendolo suo degno successore.

Anche un comunicato stampa in cui figura tra gli ambasciatori di Livestrong, l’associazione di Lance Armostrong per la lotta contro il cancro. Munito di link e tanta faccia tosta, Greg bussa l’estate scorsa alla porta del Cska Sofia, serie A della Bulgaria. Un team famoso, rispettato, con alle spalle la vittoria in 31 campionati bulgari e dieci coppe di Lega, in cerca di nuovi talenti per riprendersi lo scudetto che nella stagione precedente è andato alla rivale Levski Sofia. Greg sembra fare al caso loro e viene subito incluso nella rosa dei giocatori in partenza per il ritiro estivo in Austria.

SMASCHERATO DAI TIFOSI - Un fan del Cska, curioso e desideroso di saperne di più sul nuovo campione, decide di fare una piccola indagine e approda al forum di discussione su uno dei siti legati ai tifosi del Paris Saint Germain. Ma nessuno sa chi sia questo Greg. Qualche click, una rapida scorsa ai siti delle altre squadre citate nel suo impressionante curriculum: nessun risultato.

Di Gregory Akcelrod si parla solo in oscuri club inglesi di quarta divisione, come il Bournemouth o lo Swidon, dove il giocatore ha sostenuto provini senza risultato. E sul sito del canale francese TF1, dove è nominato per aver partecipato alla trasmissione Tournez Manège per cuori solitari in cerca della dolce metà. Greg viene immediatamente convocato ed escluso dal ritiro. La sua carriera nella serie A bulgara è durata esattamente due giorni. E poteva approdare anche in Italia, visto che il 9 aprile 2008 la Gazzetta dello Sport segnalava un interessamento del Cagliari per Akcelrod.

Greta Sclaunich
10 marzo 2010



Powered by ScribeFire.

Dopo il “video-arresto”, l’assessore patteggia 3 anni

Il Secolo xix




Arrestato poco meno di tre mesi fa mentre stava partecipando a un programma televisivo (in cui smentiva l’ipotesi di indagini sul suo conto), Pier Gianni Prosperini, ex assessore Pdl della Regione Lombardia a Sport e Turismo, ha patteggiato una condanna a 3 anni; verserà 400.000 euro di risarcimento.

Prosperini (ex di Alleanza Nazionale), che dal giorno dell’arresto non aveva mai lasciato il carcere di Voghera (in provincia di Pavia), è accusato di corruzione, turbativa d’asta e truffa: su uno dei suoi cinque conti esteri cifrati avrebbe ricevuto 230.000 euro dall’imprenditore genovese Raimondo Lagostena (che controlla fra le altre, anche Telegenova) per «pilotare» un appalto da oltre 7 milioni di euro «per la realizzazione di un progetto di comunicazione per la promozione del turismo della Regione Lombardia dal 2008-2010».










Powered by ScribeFire.

Il giallo di Vanacore, oggi l'autopsia

La Stampa

Il portiere del delitto di Via Poma si sarebbe ucciso. Ritrovato un veleno. Il nipote: usava spesso tranquillanti





TARANTO

Ci sono pochi dubbi che quello di Pietrino Vanacore sia un suicidio, ma ovviamente la Procura di Taranto ha comunque aperto un fascicolo d’inchiesta. Titolare è il sostituto Maurizio Carbone, delegato dal capo dell’ufficio, il procuratore della Repubblica, Franco Sebastio.

Dopo l’ispezione sul cadavere di Pierino Vanacore, già eseguita da parte del medico legale, oggi alle 11 presso la sala mortuaria del cimitero del capoluogo ionico lo stesso medico farà l’autopsia disposta dalla magistratura. Dalle primissime indagini condotte dai carabinieri della compagnia di Manduria è emerso già un dettaglio rilevante. Nel garage dell’abitazione di Vanacore è stata trovata una bottiglia contenente un residuo di sostanza anticrittogammica, diluita con acqua. Di qui l’ipotesi che l’uomo, prima di compiere il gesto estremo, abbia ingerito il potente veleno per provocarsi uno stato di incoscienza.

Questo elemento, che sarà verificato domani, con il prelievo e l’analisi dei tessuti- rafforzerebbe e confermerebbe la già probabile ipotesi del suicidio. D’altra parte, Vanacore è stato trovato appeso ad un alberello, con una corda legata alla caviglia sinistra, lunga abbastanza da farlo rimanere immerso nelle acque marine sottostanti. Tutto lascia pensare ad un sistema studiato nei dettagli per soffrire poco, per morire con certezza e per far ritrovare il corpo.

Malgrado tutto i carabinieri ed il magistrato inquirente stanno ascoltando in queste ore i familiari e gli amici di Pierino, per avere un quadro più chiaro di quanto accaduto e cercare di trovare una motivazione che vada anche oltre quella lasciata nel biglietto. Pare che Vanacore, che doveva essere ascoltato tra qualche giorno, in qualità di testimone nel processo a Raniero Busco, pare avesse già fatto sapere ai giudici che non sarebbe andato a deporre, per motivi di salute.

Il magistrato titolare dell’inchiesta sulla morte di Pierino Vanacore è ancora al lavoro, con i carabinieri, per ascoltare amici e parenti del presunto suicida. Non è stato possibile sentire la moglie di Vanacore. La donna, già in stato di prostrazione, al momento dell’interrogatorio è stata colta da malore e dalla sua abitazione di Monacizzo si è recata presso alcuni familiari, nel comune di Sava. Sarà ascoltata nelle prossime ore.

La nipote di Vanacore, invece, ha fornito qualche elemento di conferma all’ipotesi del suicidio, per ora la più probabile. Ha riferito agli inquirenti che dal momento in cui lo zio aveva ricevuto l’atto di comparizione al tribunale di Roma, in qualità di testimone nel processo a carico dell’ex fidanzato della Cesaroni, sarebbe diventato particolarmente nervoso ed ansioso, tanto da far ricorso a tranquillanti e sonniferi per poter dormire. Determinante sarà comunque il risultato dell’autopsia ed il relativo accertamento circa lo stato di semincoscienza nel quale si trovava Vanacore al momento del suicidio, per aver ingerito un potente veleno (anticrittogammico). Il tratto di mare nel quale Vanacore è morto ha l’acqua molto bassa, «quasi una vasca da bagno» ha detto il magistrato inquirente. «Se non fosse stato quasi del tutto incosciente -ha commentato- per istinto di conservazione non sarebbe morto».

Fotogallery




Powered by ScribeFire.

L'idea di Churchill: eliminare Mussolini senza processo

di Eugenio Di Rienzo


Documenti d'archivio confermano che Londra nel 1943 s'aspettava il crollo del fascismo. Pensando all'esecuzione sommaria del Duce





A quasi settant’anni di distanza dal 25 luglio 1943, poco si conosce ancora del contesto internazionale che precedette e che seguì la caduta del fascismo. Un cono di luce capace di forare questo banco di nebbia può venire dalla documentazione conservata nei «National Archives» britannici, dalla quale apprendiamo che il collasso del regime di Mussolini era reputato dal governo inglese, già nella primavera del 1943, un’eventualità certa e prossima a verificarsi. Nel promemoria, consegnato ai membri del gabinetto dal ministro degli Esteri Antony Eden, il 24 aprile 1943, si leggeva, infatti, che «la serie di sconfitte dell'Asse in Russia e in Nord Africa e la critica situazione dei suoi eserciti in Tunisia spingevano gli Italiani ad auspicare una rapida vittoria degli Alleati per poter uscire dalla guerra». 

Questo sentimento, rafforzato dal timore che una vittoria del Patto d’acciaio avrebbe ridotto l’Italia a un semplice «protettorato del Terzo Reich», non era stato incrinato dalle imponenti incursioni effettuate dalla Raf e dall’Usaaf nelle maggiori città della Penisola, con il loro largo seguito di perdite umane e materiali. Al contrario, la strategia del «bombardamento terroristico», personalmente voluta da Churchill, aveva provocato l’evacuazione di massa dalle aree urbane, l’infarto nella rete delle comunicazioni, la conseguente paralisi dell’approvvigionamento alimentare, acuendo la «stanchezza per la guerra». L’Italia era dunque sull’orlo di un’«automatica disintegrazione» che poteva essere accelerata da «un incremento della resistenza passiva contro la dittatura da parte della popolazione civile». 

Quella resistenza sembrava comunque destinata a non tramutarsi in insurrezione, dato che le uniche forze disposte ad attuarla erano costituite dalle «isolate cellule del Partito comunista, attive nelle fabbriche e in alcune università del Nord». Nella stragrande maggioranza, gli Italiani temevano ancora, come nel 1922, la «minaccia bolscevica» e non avrebbero mai fornito il loro concorso a «una rivolta iniziata da forze sovversive». 

Contro Mussolini e i suoi yes-men potevano però mobilitarsi gli altri centri di potere. Poco affidamento sembrava dare la monarchia rappresentata da Vittorio Emanuele III («un uomo invecchiato, privo di iniziativa, terrorizzato dall’idea che la fine del fascismo avrebbe aperto un periodo di anarchia incontrollabile») e dal suo erede, Umberto, incapace di passare all’azione nonostante le pressioni della consorte, Maria José, che costituiva «l’elemento più energico della coppia reale». 

Casa Savoia avrebbe appoggiato un rovesciamento del regime, solo in un secondo momento, quando si fosse verificato un pronunciamento dell’esercito provocato dal Maresciallo Badoglio o un colpo di Stato orchestrato da «fascisti opportunisti, come Dino Grandi, da industriali e finanzieri, come il conte Giuseppe Volpi di Misurata che miravano, comunque, a far sopravvivere un fascismo senza Mussolini per salvaguardare i loro personali interessi». 

Lo scenario del 25 luglio appariva, in questo documento, già perfettamente delineato con una dovizia e un’esattezza di particolari che non possono essere spiegati dal pure importante afflusso di notizie ricavate dai rapporti della vasta rete spionistica impiantata in Italia già prima del conflitto. Le fonti per la stesura del rapporto Eden erano sicuramente altre. Esse provenivano dalla decrittazione, realizzata dall’intelligence statunitense, della corrispondenza diplomatica degli ambasciatori giapponesi residenti a Roma, Berlino e nei paesi neutrali (Spagna, Turchia, Portogallo, Svizzera, Vaticano), che parlava diffusamente del «declino della volontà di combattere dell’Italia».

Grazie a questi documenti tempestivamente inviati a Londra (ora conservati negli archivi londinesi) il golpe di Palazzo Venezia e il successivo arresto di Mussolini non trovarono impreparato il governo di Sua Maestà. Già il 26 luglio, Churchill era in grado di presentare al «War Cabinet» la prima bozza di un dettagliato piano d’azione (Thoughts of The Fall of Mussolini) per sfruttare le conseguenze dell’ormai inevitabile «resa incondizionata» dell’Italia. Lo sganciamento del nostro Paese dall’alleanza tedesca e il suo conseguente allineamento con Londra e Washington avrebbero consentito di accorciare il cammino verso la vittoria finale. 

La Mediterranean Fleet sarebbe stata libera di spostarsi nell’Oceano Indiano per fronteggiare il Giappone, fornendo un deciso contributo allo sforzo bellico statunitense. Lo sbarco di un contingente anglo-americano nei Balcani avrebbe provocato il collasso del blocco orientale (Ungheria, Romania, Bulgaria) favorevole a Hitler, con un forte alleggerimento della situazione militare dell’Urss. Infine, la conquista degli aeroporti a nord di Roma avrebbe consentito di sferrare una serie di raid contro la Germania meridionale e centrale, fino a quel momento difficilmente raggiungibile dalle basi inglesi.
All’Italia, divenuta nello spazio di un mattino antifascista e antinazista, Churchill, non intendeva però assegnare un ruolo attivo nel conflitto. 

Le sue truppe dovevano limitarsi a ostacolare la ritirata della Wehrmacht dalla Penisola e a presidiare i territori occupati per sgomberarli all’arrivo degli Alleati, mentre l’aviazione e le sue navi da battaglia sarebbero state «completamente paralizzate come unità combattenti». Cancellare la potenza marittima dell’Italia, come la Gran Bretagna aveva eliminato quella della Francia di Vichy dopo il luglio 1940, per trasformare il Mediterraneo in un «lago inglese», rientrava negli obiettivi della guerra di Churchill esattamente come l’annientamento del totalitarismo nazista. Di eguale importanza era anche l’eliminazione fisica di Mussolini che, poco dopo lo sbarco in Sicilia, il Maresciallo dell’aria Harris aveva proposto di far fuori con un bombardamento chirurgico «sugli uffici del capo del governo italiano». 

Churchill ribadiva ora questa necessità, affermando che le gerarchie fasciste potevano essere imprigionate in attesa di essere processate come «criminali di guerra», senza però minimamente escludere la più sbrigativa soluzione finale di «una loro esecuzione sommaria senza processo» (a prompt execution without trial). Di quella «licenza di uccidere» si sarebbero servite le bande del Cnl, il 28 aprile 1945, a Dongo, per trasformarsi in servili sicari disposti ad eseguire la sentenza di morte di Mussolini da tempo emanata nell’appartamento di Downing Street, da dove Churchill aveva condotto la sua strenua battaglia per la difesa dell’Impero britannico anche a costo di violare ogni regola del diritto internazionale.

eugeniodirienzo@tiscali.it




Powered by ScribeFire.

La Corte è tutta al femminile L'imputato non si fa giudicare

Il Giorno


Accusato di percosse alla moglie teme un pregiudizio e chiede la ricusazione.
Prima di lasciare l'aula, l'uomo ha anche espresso la contrarietà al simbolo



Milano, 10 marzo 2010

 L'imputato entra in aula per l’udienza. Caso vuole che sia l’8 marzo. In toga, pubblico ministero giudice e avvocato compreso: tutte donne. Uno sguardo ai cancellieri: donne. La stenotipista, anche. E allora no, lui che, proprio contro una donna, è accusato di minacce e percosse, proprio non ci sta.

"Ricusazione della corte" chiede e motiva pure: è la festa della donna, sono tutte insieme, il rischio del pregiudizio è troppo alto. Questa la «nuova» su cui la giustizia dovrà pure impiegare energie: l’istanza dell’imputato, seppur improvvisata, è formale e il giudice non può fare altro che rinviare gli atti alla corte d’appello, perché si pronunci, e fissare un rinvio dell’udienza. Anche questo può accadere nel micromondo del Palazzo di giustizia meneghino al termine di un’udienza che ha dell’inverosimile.

Iniziata di prima mattina davanti alla seconda sezione penale del tribunale situata al terzo piano. Sono da poco passate le nove e tutti sono presenti, l’imputato si trova a processo con l’accusa di minacce e percosse contro la moglie. Lui arriva, per fortuna è puntuale ed entra in aula per l’udienza. Si siede, si guarda un po’ attorno. Presente in aula la moglie. Alla sua sinistra c’è il vice procuratore onorario: una donna. Alla sua destra entra l’avvocato che in tutta fretta è stato nominato d’ufficio: una donna. Lui continua a star seduto e stavolta guarda davanti a sé: pure il giudice è donna. Di fianco sono seduti i cancellieri che dovranno verbalizzare l’udienza: donne. Volge lo sguardo nell’angolo dove ha postazione la stenotipista: donna.

Un po' sembra turbato, ma l’udienza può iniziare: il giudice invita a far entrare il primo consulente. La porta si apre: un’altra donna. E allora l’imputato non ci vede più. Si alza, prende carta e penna e improvvisa, dettagliata, la sua istanza: il contesto è pregiudiziale, chiede la ricusazione del giudice che a questo punto non può far altro che verbalizzare e rinviare l’istanza alla Corte d’appello perché decida.

E già che c’è, l’imputato aggiunge un altro appunto per cui chiede l’annullamento dell’udienza: perché si deve trovare il crocifisso appeso in aula? Lo Stato non è forse laico? Anche in questo caso la richiesta viene formalizzata, ma verrà valutata solo all’esito della perizia con cui il consulente nominato dal giudice stabilirà o meno la capacità di stare in giudizio dell’imputato che intanto, per protesta, abbandona la sezione dove si tiene l’udienza.

Dietro di lui: bocche aperte e sguardi attoniti dello schieramento di donne che, per puro caso, tutte insieme, proprio il giorno della festa della donna, hanno vissuto un’udienza decisamente particolare.

Cr. M.




Powered by ScribeFire.

Un partito prigioniero

Corriere della Sera



La tragicommedia non è ancora finita. Per ora il «golpe » (come certi oppositori, dotati, come ognun vede, di senso della misura e dell’equilibrio, hanno subito definito il decreto salva-liste) è stato bloccato da un Tar. Ieri la lista pdl nella provincia di Roma ha subito un nuovo stop. Vedremo gli sviluppi. Al momento, si constatano due conseguenze. La prima è data dal grave danno d’immagine che il centrodestra si è auto-inflitto e di cui è il solo responsabile. La seconda riguarda gli effetti sull’opposizione. La reazione del Partito democratico fa riflettere. È possibile che abbia ragione Giuliano Ferrara («Il Foglio», 8 marzo): il Pdl aveva fatto un clamoroso autogol ma il Pd non è stato poi capace di approfittarne.

I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione. Sarebbero usciti da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni. Ma ciò avrebbe anche richiesto che il Pd fosse un partito diverso da ciò che è, un partito forte, capace di decidere da solo la propria agenda politica, non un partito debole e etero- diretto, un partito che l’agenda, nei momenti critici, se la fa dettare sempre da altri, si tratti dei giornali di riferimento o di Antonio Di Pietro.

All’indomani del decreto, incapaci di sfruttare il grande vantaggio tattico che il Pdl aveva loro offerto, i dirigenti del Partito democratico si sono subito infilati in una trappola. Parlo della manifestazione di sabato prossimo. Se non verrà annullata, risulterà per il Pd un boomerang e un pasticcio politico, in qualche modo summa e specchio di tutte le sue debolezze. I dirigenti del Pd possono negarlo quanto vogliono ma la manifestazione avrebbe necessariamente il carattere di una presa di posizione contro il capo dello Stato e non solo contro il governo.

Il decreto salva-liste, infatti, è stato firmato e difeso da Napolitano. In questa situazione, la stella di Di Pietro, oggi vero leader morale dell’opposizione, brillerebbe: egli è infatti il solo non-ipocrita della compagnia, quello che dice pane al pane, quello che ha chiesto subito l’impeachment per il capo dello Stato. Si badi: se fosse vera la tesi (ma i costituzionalisti sono assai divisi ) secondo cui il decreto crea un grave vulnus al processo democratico, allora Di Pietro avrebbe mille volte ragione a proporre l’impeachment. Quello del Pd risulterebbe dunque un capolavoro politico alla rovescia.

Consentirebbe (e ha già consentito) al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica.
L’intera vicenda si presta a considerazioni amare sulla qualità, la tempra e la professionalità della classe politica, di destra e di sinistra. Sulle debolezze (tante e complesse) del centrodestra avremo modo di ragionare in seguito. Per quanto riguarda il Pd, basti ricordare che esso, incapace di tracciare una linea di divisione netta fra sé e il movimento giustizialista, incapace di combattere i giustizialisti (apprezzati da tanti anche al suo interno), ha finito per abbracciarli. E questo è il risultato.

Angelo Panebianco
10 marzo 2010



Powered by ScribeFire.

Di Pietro gela Bersani: «Sabato dico quello che voglio»

Corriere della sera

Il leader Idv torna ad attaccare il Colle. Il segretario Pd chiedeva che i leader non parlassero a Roma


ROMA — Tirarsi indietro ormai è impossibile, ma per il Pd la manifestazione di sabato contro il decreto salva-liste si sta rivelando una prova insidiosa. E non solo perché in piazza le critiche al presidente della Repubblica si sprecheranno. Certo questo è uno degli aspetti che imbarazzano non poco il Partito democratico. Antonio Di Pietro non ha dato nessuna garanzia.

La moratoria su Napolitano che il Pd aveva chiesto all’ex magistrato di rispettare difficilmente verrà portata avanti. Lo si è visto ieri, quando il leader dell'Italia dei Valori, intervistato da Sky è tornato all’attacco dell’inquilino del Colle: «Il presidente della Repubblica io lo vedo come un padre della Costituzione, un padre della legalità e se scopro che mio padre stava lì, nottetempo, insieme a chi mi vuole far male, a scrivere quella norma, io dico: papà se mi tradisci pure tu, da chi vado?».

E ancora: «Del resto noi diciamo sempre le cose in maniera diretta, non ci stiamo alle ipocrisie di tanti commentatori che dicono che questo decreto è una pessima legge ma il presidente ha fatto benissimo a firmarla: è una contraddizione in termini, è come dire che a una persona servono gli occhiali ma ci vede benissimo». Così Di Pietro.

E Luigi De Magistris va anche molto più in là. Sul suo blog l’eurodeputato dell’Italia dei Valori lancia questa accusa: «Il presidente sta avallando l’attuazione del piano di rinascita democratica ideato da Gelli e oggi realizzato dal premier piduista Berlusconi. Il capo dello Stato non sta facendo nulla per evitare che la Costituzione venga svuotata». Insomma, di motivi di preoccupazione per il rapporto con il presidente della Repubblica il Pd di Bersani ne ha iosa.

Ma il Partito democratico ha anche un’altra ragione per stare sulle spine. E al momento è questo il punto che più impensierisce il segretario e gli altri vertici del Pd. Il rischio, infatti, è che a piazza del Popolo non si fischi solo Napolitano, ma che un analogo trattamento subiscano anche i dirigenti del Partito democratico. Mosso da questo timore, il segretario ieri, prima di andare dai radicali riuniti nella loro assemblea nazionale, ha agganciato Di Pietro alla buvette di Montecitorio e gli fatto questa proposta: «E’ meglio che alla manifestazione non parlino i leader nazionali, ma alcuni esponenti di partito, oltre alla società civile.

Noi, per esempio, potremmo far intervenire Rosy Bindi». Già, la presidente del Pd non è invisa al «popolo viola», anzi. Il leader dell’Italia dei Valori, però, è stato irremovibile: «Voi fate quello che vi pare, ma io parlo, per il resto sono problemi vostri». Problemi di non facile soluzione. Massimo D’Alema aveva cercato di risolverli proponendo tre manifestazioni che non avrebbero focalizzato l’attenzione sugli esponenti del Partito democratico lì presenti e che sono sospettati dal «popolo viola» di avallare il comportamento di Napolitano.

La proposta, però, è passata a metà, nel senso che la manifestazione clou è a Roma. E ora c’è chi spera, come il capogruppo alla Camera dei deputati Dario Franceschini, che «in piazza parlino solo esponenti della società civile, perché è giusto che sia così, è giusto che nessuno metta il cappello su questa manifestazione». Ma Di Pietro è determinato a prendersi la sua parte di gloria in quella giornata. Ed effettivamente sarebbe assai curioso se, parlando lui, Bersani delegasse a Bindi la rappresentanza del Pd rinunciando a intervenire in prima persona.

Quindi è da ieri che fervono le trattative e che si lavora a tutte le mediazioni possibili. Ogni cosa, pur di scongiurare i fischi in piazza.

Maria Teresa Meli
10 marzo 2010




Powered by ScribeFire.

La 'ndrangheta e l'altro senatore in Sudamerica

La Stampa

Una telefonata del 2008 di Aldo Miccichè a Dell’Utri svela il piano: fare incetta di schede bianche  e barrarle
GUIDO RUOTOLO

ROMA

Strana, la coincidenza. Che getta un’ombra inquietante sul voto di Camera e Senato dell’aprile del 2008, nelle circoscrizioni estere. La ’ndrangheta scese pesantemente in campo. Non solo per far eleggere al Senato Nicola Di Girolamo, con i voti taroccati in Germania, procurati dalla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto. Si mobilitò pure nella Piana di Gioia Tauro, con la cosca Piromalli, per raccattare voti nella Circoscrizione America Latina.

La storia è vecchia, la raccontò in diretta proprio La Stampa, a poche ore dall’apertura delle urne in quell’aprile del 2008. L’allora procuratore della Repubblica di Reggio Calabria andò a Roma, dal ministro dell’Interno Giuliano Amato, per denunciare che erano in corso dei brogli elettorali in Venezuela, nella circoscrizione America Latina. Il ministro Amato dettò poi alle agenzie di stampa: «Ritengo che le misure adottate dalla Farnesina abbiano prevenuto il danno».

In sostanza, indagando sugli affari della famiglia Piromalli di Gioia Tauro, gli inquirenti si imbatterono in alcune conversazioni telefoniche tra due personaggi: Aldo Miccichè e Marcello Dell’Utri. Aldo Miccichè, calabrese, democristiano nella Prima Repubblica, complessivamente ha sommato 25 anni di «cumulo pena» per diversi reati. Un faccendiere trapiantato in Venezuela. Il senatore Marcello Dell’Utri nell’aprile del 2008 ridimensionò la portata dei rapporti con Miccichè.

«Provvederò che presso ogni consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno». E’ il passaggio chiave di una intercettazione telefonica dell’8 marzo del 2008 (ore 2,19) tra Miccichè e Dell’Utri. Il piano è semplice: fare l’incetta di schede bianche e votarle. «Ho valutato le spese per tutti i dieci Paesi... complessivamente mi servono 60.000 euro...». E Marcello Dell’Utri rispose: «Benissimo...».

Un passaggio dell’atto di accusa contro la famiglia Piromalli: Gioacchino Arcidiaco - amico di Antonio Piromalli, figlio di Giuseppe, detenuto, sottoposto allo speciale regime detentivo di cui all’art. 41 bis, capo di una delle più potenti ’ndrine insediate nella Piana di Gioia Tauro - doveva incontrare l’onorevole Dell’Utri per prospettargli talune situazioni che riguardavano la famiglia Piromalli e sollecitare un suo intervento. Il 2 dicembre 2007 viene intercettata una chiamata telefonica nel corso della quale Arcidiaco, in vista di questo importante incontro, chiede lumi ad Aldo Miccichè, ex uomo politico da tempo residente in Venezuela.

«Voglio capire in che termini mi devo proporre», domanda Arcidiaco. Miccichè non ha al riguardo alcun dubbio: «La Piana ... la Piana è cosa nostra facci capisciri… il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi, insomma! Hai capito o no? Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi, mi hai capito?...».

E, per spiegarsi meglio, aggiunge: «Ricordati che la politica si deve saper fare… ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro, ha bisogno di noi… hai capito il discorso? E quando dico noi intendo dire Gioacchino ed Antonio, mi sono spiegato?». Parole che testimoniano non solo di quanto sia esteso, profondo e ramificato il potere mafioso esercitato dalla famiglia Piromalli - ai cui componenti Antonio e Gioacchino fa esplicito riferimento Miccichè nel corso della citata conversazione - ma anche e soprattutto quali capacità di proporsi verso l'«esterno, addirittura al livello istituzionale nazionale, tale famiglia possa vantare».




Powered by ScribeFire.

Tokyo, da 40 anni nel braccio della morte

Avvenire


Dead man walking. Uomo morto in marcia. Da oltre quarant’anni, una vita. Quattro mura, sempre le stesse, quelle su cui far rimbalzare sguardi perduti nel vuoto. Solitudine, unica compagna di un angusto viaggio, rinchiuso nella gabbia di ricordi che sbiadiscono e pensieri che balbettano. Aspettando il giorno fatidico, quello che conduce alla fine. Funziona così, in Giappone. Aspetti, aspetti, aspetti. Magari per decenni. Un giorno ti svegliano, di buon mattino.

E ti annunciano che l’ora sta per scoccare. L’iniezione fatale, il corpo che si spegne, stavolta per sempre. Solo dopo si prenderanno la briga di avvertire i parenti. Iwao Hakamada aspetta, lo fa dal 1968, quando una sentenza lo spedì nel braccio della morte, con biglietto d’andata in manette e di ritorno in una cassa di zinco. Una sentenza che grida vendetta, come per Rubin Carter, l’Hurricane cantato da Bob Dylan e interpretato nell’omonimo film da Denzel Washington. Pugili, entrambi. E vittime di pregiudizi. Essere nero, la colpa di Hurricane, nell’America segnata da malcelato razzismo.

Aver tirato di boxe, quella di Hakamada, nel Giappone che vedeva come il fumo negli occhi chi aveva calcato i ring. Sarebbe differente, adesso, ora che atleti dai tratti orientali primeggiano nelle categorie meno prestigiose, piccoli grandi uomini che al Paese del Sol Levante regalano titoli e gloria. 


Allora no, nel bel mezzo degli anni ’60, quando gli ex pugili erano considerati scarti della società, muscolari senza cervello, che una volta scesi dal quadrato andavano a ingrossare le fila della malavita. Hakamada e il pugilato avevano incrociato le loro strade per un paio di anni, poco più. Il tempo per infilare 9 successi di fila (da peso gallo e piuma), prima di imboccare una parabola discendente a rotta di collo e chiudere presto una carriera breve e senza squilli (16 vittorie, 10 sconfitte e 2 pari tra il 1959 e il 1961).

Gli toccò lavorare, altro che abbracciare la vita spericolata di chi s’incammina al di là del confine con la legge. Turni faticosi in una fabbrica per la produzione di riso, notti trascorse nell’annesso dormitorio: dura esistenza, per guadagnarsi da vivere. Senza, peraltro, azzerare i pregiudizi. E così, quando ci fu da trovare un capro espiatorio, rimase intrappolati nelle fitte maglie della giustizia ingiusta. 


Era una torrida notte d’estate, anno 1966: lo svegliarono le urla dei colleghi, accorsero insieme nella casa del padrone, che stava andando a fuoco. Fecero il possibile per spegnere l’incendio, il peggio però era già accaduto. Tra le fiamme trovarono i corpi semi-carbonizzati e deturpati da numerose coltellate del direttore dell’azienda, di sua moglie, dei due figli. Passarono 48 giorni, poi la polizia andò a prelevarlo: nella concitazione dei soccorsi s’era procurato un taglio, il pigiama s’era macchiato di sangue.

Per gli inquirenti, l’evidenza della sua colpevolezza: era stato lui a colpire le vittime e ad appiccare il fuoco. Settimane di interrogatori, 22 giorni di fila, dal mattino alla sera, dalle 12 alle 17 ore al giorno. Manco a dirlo, senza avvocato. Torture psicologiche, ma non solo. Avevano il capro espiatorio, non restava che estorcere la confessione. Anni dopo, avrebbe scritto al figlio: «I poliziotti mi colpivano con un bastone per farmi confessare, dall’alba fino a notte inoltrata: è il loro modo di indagare. Figlio mio, tuo padre proverà di non aver ucciso nessuno: lo sa la polizia, lo sanno i giudici».

Intanto, aveva confessato. Non una, ma 45 volte. Ne estrassero una di confessione, quella che portarono in dibattimento. Al processo, lui ritrattò. Ma non cui fu verso: l’11 settembre 1968 fu condannato a morte. Tre giudici, due inflessibili, l’altro contrario. Il terzo si chiamava Morimichi Kumamoto: ingiustizia fu fatta, a sua avviso, tanto da convincerlo a smettere la toga e diventare avvocato. 


Fu allora che parlò di quella storia: credeva che Iwao Hakamada non fosse colpevole, disse, anzi ne era convinto. Più che un errore giudiziario, una pagina di giustizia manipolata. Hakamada chiese la revisione: richiesta respinta nel 1984. Altra richiesta, ancora respinta, nel 2004. Oltre 40 anni, nel braccio delle morte. Aspettando la fine, che qualcuno, forse per pudore (troppi dubbi), ha sempre rimandato.

Racchiuso tra quattro mura, isolato dal resto del mondo. Gli anni passano, il cervello svanisce. Iwao Hakamada è vecchio e malato. Alterna giorni di lucidità ad altri di totale buio mentale. Vive in un incubo, talvolta non se ne rende conto. È chiuso nel braccio della morte, pensa di essere a casa. Il corpo è malandato, il cervello peggio. 


Si rifiuta di incontrare il suo avvocato, spesso anche i familiari. Così è la vita di chi in Giappone è condannato a morte. Ce ne sono 102, in attesa della fine. E la gente non ha pietà (in un recente sondaggio l’85,6% dei giapponesi s’è detto favorevole alla pena capitale), neppure per chi è lì ma dovrebbe essere altrove. Chi ha provato a tirarlo fuori ha fatto sempre un buco nell’acqua. Un paio d’anni fa, si mosse il pugilato giapponese, al gran completo. Una serata tutta per lui, alla Kurakuen Hall di Tokyo.

Campioni, ex campioni, comprimari, organizzatori. Il giudice Kumamoto, quello della sentenza di morte, salì sul ring e spiegò alla platea di aver sempre creduto all’innocenza di Hakamada. A un certo punto, la sala si oscurò, sul video apparve la sagoma di Rubin Hurricane Carter, uno che alla giustizia ingiusta ha pagato un prezzo salato: «Free Hakamada now», urlò con voce sicura dall’altra parte del mondo. Niente da fare. Amnesty International e la comunità di Sant’Egidio questa crociata non hanno smesso di combatterla. Ogni anno, un’iniziativa. Oggi cade il 73° compleanno di Iwao Hakamada.

Quelli di Amnesty si appellano alla gente comune. Chi crede nella giustizia, imbracci un cartello con la scritta «Free Hakamada», scatti una foto e la spedisca. Ne faranno un gigantesco patchwork, da issare dinanzi all’ambasciata giapponese a Londra. Gli hanno rubato la vita, almeno gli riconsegnino la dignità.

Ivo Romano




Powered by ScribeFire.

Il mariologo: "I miracoli esistono"

Il Tempo


Parla padre Stefano De Fiores docente dell'Università Pontificia Gregoriana: "Aiutiamo la Chiesa a pronunciarsi".

Le lacrime della Madonnina di Civitavecchia sono una manifestazione del mistero.


La statua della Madonnina di Civitavecchia

«La mia impressione sul miracolo della Madonnina di Civitavecchia è sempre stata ed è tuttora più che positiva. Voglio anzi dire a chiare lettere che è giunto il momento di abbandonare le passività e le titubanze, di approfondire quindi gli studi e di confidare nell'evidenza della manifestazione del mistero». Stefano De Fiores, noto mariologo, docente alla Pontificia Facoltà di Teologia Marianum, è un fiume in piena: per lui la Madonnina di Civitavecchia è una nuova, sorprendente rivelazione del dogma.


Padre De Fiores, l'entusiasmo dei fedeli le appare giustificato?
«Senz'altro, perché qui non siamo di fronte a un fenomeno osservato da una sola persona, la veggente, ma constatiamo un fatto attestato da macchine fotografiche e cineprese, un dato registrabile che non consente a nessuno di parlare di allucinazioni e tantomeno di truffe».


Spesso si tende a sminuire la vicenda miracolosa alludendo all'ipotesi di un inganno da parte di persone interessate.
«Niente da fare, con la Madonnina di Civitavecchia questo discorso non può funzionare: è molto piccola, una quarantina di centimetri, e non consente contraffazioni nascoste, cavità o altri marchingegni. Peraltro è stata esaminata a fondo e nulla del genere è stato riscontrato».

 
Che cosa pensare, allora?
«Mi limito a descrivere l'atteggiamento del monsignor Grillo, il quale all'inizio era strettamente rinserrato in una riserva di tipo illuministico, infine ha dovuto arrendersi al mistero di Maria. Il suo percorso ci insegna che non è utile ostinarsi nel recinto della ragione quando gli stessi fatti ci parlano di eventi soprannaturali».


L'esame del sangue della Madonnina ha prodotto esiti oggettivamente straordinari.
«Le 15 lacrimazioni, di cui l'ultima avvenuta nelle mani del vescovo, risultano provenire sempre da uno stesso individuo, di sesso maschile».

 
Come mai Maria si presenta col sangue di un uomo?
«Già in passato è stato spiegato (un'interpretazione affascinante) che noi non siamo direttamente redenti dal sangue di Maria, bensì dal sangue di Cristo».


Come valuta la posizione della Chiesa?
«Mi attengo scrupolosamente ai dettami della Chiesa, che in questo momento è su una posizione attendista. Ma mi rivolgo ad alcuni tra i miei colleghi studiosi che tengono un atteggiamento a mio modo di vedere non del tutto appropriato».


In che senso?
«Occorre impegnarsi a fondo per aiutare la Chiesa a dare un giudizio definitivo, mentre noto che molti evitano di pronunciarsi o rinunciano a studiare. Il nostro è un tempo di libertà, e perciò anche gli esperti devono esercitare appieno la loro libertà di indagine. Non si deve andare oltre il magistero della Chiesa, ma non è lecito tergiversare di fronte al mistero, perché esso può generare frutti meravigliosi».

Rodolfo Lorenzoni

10/03/2010





Powered by ScribeFire.

Costanzo: "Pietro mi lasciò un messaggio disperato"

Il Tempo


Costanzo: "Prima di partire per la Puglia scrisse un messaggio addolorato.
Come ora". Il conduttore racconta: "Aveva un'espressione triste. Pareva in fuga da se stesso".

Maurizio Costanzo



Costanzo, lei abita in via Poma.
«Andai a vivere in quello stabile nella primavera del '91, pochi mesi dopo l'assassinio di Simonetta». 


Non la spaventava quel che era successo lì?
«Fu una casualità. Lo scenografo Mario Catalano aveva acquistato un appartamento nel palazzo, ma non aveva neppure iniziato i lavori di ristrutturazione e accade il fattaccio. Siccome aveva una figlia piccola impaurita da quel bailamme, decise di andarsene. Mario sapeva che io stavo cercando casa, così subentrammo io e Maria. Siamo lì da vent'anni, con nostro figlio adottivo, e ci stiamo benissimo».

Conobbe Vanacore.
«Sì, fino a quando non si trasferì in Puglia, pochi anni dopo. Era stato prosciolto dall'accusa di essere l'omicida». Parlò mai con lei di quello che stava vivendo? «Quando partì mi lasciò una lettera. Il senso era più o meno lo stesso del biglietto che ha scritto oggi, prima di suicidarsi. Questo particolare mi dà i brividi».

Che conferma come Vanacore si tenesse dentro, già allora, un dolore insopprimibile.
«Sì. E in quel momento non era ancora stato tirato in ballo su altri versanti processuali. In teoria, poteva sentirsi sollevato. Far tesoro della forza che può trovare in sé un uomo scagionato dopo un'accusa ingiusta. Invece...».

Invece?
«Invece me lo ricordo sempre con quell'espressione malinconica sul volto. Spazzava, puliva, svolgeva il suo lavoro con meticolosità. Era sempre molto gentile».

Possibile che il portiere non abbia mai fermato sulle scale il grande giornalista per fargli delle confidenze? «Macché. Il nostro era un rapporto di rispetto, come con tutti gli altri inquilini. Non si andava oltre il buongiorno e buonasera. In tre o quattro anni sarà accaduto un paio di volte, e sempre fugacemente».

Eppure avrebbe potuto chiederle di venire al "Costanzo show"...
 «Non lo fece mai. E in quegli anni il mio talk show faceva ascolti molto alti. L'unico che ospitai al Parioli fu, molto tempo dopo, il datore di lavoro di Simonetta, Salvatore Volponi. Non ho mai spinto il pedale mediatico sulla vicenda. Non certo per conflitto di interessi. Semmai per eleganza».

 A quel punto Pietrino non lavorava più in via Poma.
 «Era scappato da quella che sentiva dentro di sé come una persecuzione».

Che effetto le fa questo suicidio con un cartello al collo? Quel messaggio di Vanacore che ci racconta?
«Che ognuno conosce se stesso. Che lui sapeva se aveva qualcosa da rivelare a questo processo oppure nulla. E non so quale delle due ipotesi sia più lacerante. Adesso era anziano, eppure non ce l'ha fatta. Vedere il suo cadavere che galleggia in acqua mi procura una grande pena. La modalità con cui si è tolta la vita ci descrive un uomo disperato».

Un'altra vittima di questa storiaccia...
 «È la stessa pena che ho provato per la Cesaroni, che si rinnova ogni volta che rivedo la sua foto, con quella cascata di capelli scuri. E per suo padre, morto di crepacuore senza sapere chi gli ha massacrato la figlia. E...».

E?
«E che dire dell'ex fidanzato alla sbarra dopo tutto questo tempo? Io non vorrei un colpevole per forza».

Le indagini...
«Vogliamo dire che se non hanno trovato questo assassino in venti anni gli inquirenti hanno dimostrato una certa incapacità?».

Lei, Costanzo, avrà conosciuto anche gli altri protagonistidella vicenda.
«I Valle? Il ragazzo non l'ho mai visto. Il padre l'ho incrociato spesso, ma anche lì ci siamo limitati ai saluti. Non è che si passi il tempo nel pianerottolo a commentare una faccenda così delicata. Conobbi l'anzianissimo nonno Valle, l'architetto che costruì il palazzo. Che secondo una tesi suggestiva sarebbe infestato da una specie di maledizione».

Saprà dell'altro delitto nello stabile. Quello del 1984.
«Ma chi?».

Una signora anziana. Anche lì, caso irrisolto.
«Allora, davvero: c'è qualcosa di sinistro in questi giochi del destino».



Stefano Mannucci
10/03/2010




Powered by ScribeFire.

L’analisi/Il Tar ha sbagliato a escludere il Pdl a Roma. Ecco perché

di Paolo Armaroli

«Le sentenze, ovviamente, si rispettano». È questa la voce che rimbalza dal Quirinale. Giusto. E noi, con tutto il rispetto che gli è dovuto, diciamo che il Tar del Lazio a torto ha deciso con ordinanza di non riammettere in via cautelativa la lista del Pdl della provincia di Roma, esclusa dalla Corte d’appello


«Le sentenze, ovviamente, si rispettano». È questa la voce che rimbalza dal Quirinale. Giusto. E noi, con tutto il rispetto che gli è dovuto, diciamo che il Tar del Lazio a torto ha deciso con ordinanza di non riammettere in via cautelativa la lista del Pdl della provincia di Roma, esclusa dalla Corte d’appello. Ci guarderemo bene dal fargliene una colpa. Perché la questione è particolarmente complessa. Tant’è vero che se da un lato il Tar del Lazio ha escluso l’applicazione del decreto legge, dall’altro l’ufficio centrale circoscrizionale ne ha tenuto conto. Come prova la circostanza che ha permesso ai delegati del Pdl di presentare la lista provinciale di Roma. A riprova che l’Italia è sì la culla del diritto, ma al tempo stesso del suo rovescio.

Emma Bonino, la vispa Teresa radicale fedele nei secoli a Pannella come un carabiniere, ha appena compiuto gli anni. Auguri e figli maschi! Alla pronuncia del Tar del Lazio, ha esclamato: «Una boccata di legalità. I giudici hanno fatto il loro mestiere». Bene, brava. Ma se così non fosse? Si dà il caso che la decisione dell’organo di giustizia amministrativa desta, per usare un eufemismo, non poche perplessità. Difatti ha affermato che il decreto “salva liste” non «può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione». E ha aggiunto che «a seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale, la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio».

Da un punto di vista astratto, il discorso fila. Ma in pratica, sempre con rispetto parlando, fa acqua da tutte le parti. Partiamo dalla Costituzione. L’articolo 122, così come modificato in solitudine dal centrosinistra nel 1999, che ha maltrattato più del dovuto la lingua italiana, dispone al primo comma che «Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi». Si tratta perciò di legislazione concorrente tra Stato e regioni. Il Parlamento nazionale sforna le leggi cornice e le regioni si muovono legittimamente entro questi perimetri.

A questo punto le regioni a statuto ordinario si distinguono in due categorie. A quelle che non si sono date una legge elettorale ad hoc, si applica ancora la legislazione statale. Alle altre no. La regione Lazio rientra in questa seconda categoria. Ha approvato la legge 13 gennaio 2005, n.2. Detta così, sembrerebbe aver ragione il Tar del Lazio. Senonché la legge della regione Lazio non detta norme in materia di presentazione delle liste. E stabilisce che «Per quanto non espressamente previsto, sono recepite» le leggi statali. Perciò il decreto legge doveva essere senz’altro applicato.

Né varrebbe avvalersi del cavillo secondo il quale il recepimento tradurrebbe in regionale la legislazione statale e impedirebbe perciò un decreto legge di interpretazione autentica. Difatti la stessa Corte costituzionale (sentenza n. 196 del 2003) ha osservato che «la legge statale continua a spiegare l’efficacia che le è propria». E poi la legge del Lazio prevede anche che «Si applicano, inoltre, in quanto compatibili con la presente legge, le altre disposizioni vigenti nell’ordinamento in materia». Recepire e applicare sono al postutto sinonimi. Ecco perché il Tar del Lazio non poteva prescindere dal decreto. Le sentenze vanno rispettate. Sicuro. Ma non è giusto che a rimetterci sia chi, come il Pdl, ha perfettamente ragione. Nonostante tutto.



Powered by ScribeFire.

Tronchetti dal gip: D’Alema e quel fondo segreto

di Gabriele Villa

L’ex numero uno di Telecom ascoltato a Milano come testimone: "Il capo della security Tavaroli mi riferì che poteva avere accesso a informazioni sul politico. Gli dissi di portare le notizie in Procura". E sulle intercettazioni: "Non immaginavo fossero illegali"

 





Milano - «Inutile che mi facciate domande. Io sono qui come testimone e rispondo al giudice, sarebbe un grave errore parlare con i giornalisti prima di deporre. Io ho sempre risposto a tutto ma nelle sedi istituzionali. E poi avete letto i verbali? Lì ci sono tutte le risposte. Ci sono magistrati che hanno fatto quattro anni di indagini e non quattro minuti di chiacchiere nei corridoi, questo è quello che conta. Ci sono delle regole e io rispetto le regole». 

È cominciato così, con poche ma chiare battute, il lungo pomeriggio in tribunale di Marco Tronchetti Provera. Poche ma chiare battute, sibilate con l’aplomb di sempre, mentre il presidente di Pirelli faceva pazientemente anticamera nel corridoio al primo piano del palazzo di giustizia milanese. In attesa che il giudice per le udienze preliminari, Mariolina Panasiti, completasse l’appello della lunga lista di avvocati, arruolati dalle parti per il processo sulle intercettazioni Telecom, e decidesse se ammettere o no i giornalisti in aula. 

Venti minuti di attesa durante i quali proprio lui, il Grande Atteso, ha perso la pazienza soltanto quando, incalzato con debordante insistenza da un cinegiornalista freelance, che vende spesso servizi ad Annozero, ha chiuso la conversazione con un «lei è un maleducato, la smetta di infastidirmi». 

Nella deposizione di Tronchetti Provera c’è stato spazio anche per la faccenda del cosiddetto Oak Fund, un fondo che nell’inchiesta era riconducibile a Massimo D’Alema. Il manager avrebbe dichiarato in aula: «Il capo della security Telecom Giuliano Tavaroli mi riferì che poteva avere accesso a informazioni su un fondo di D’Alema. Io gli dissi “se lei ha questo tipo di notizie le porti in Procura”». 

Bocciata la presenza in aula dei giornalisti per l’opposizione dall’avvocato dell’investigatore privato Marco Bernardini, fotografi e cronisti hanno dovuto bivaccare per oltre tre ore in attesa che l’udienza si concludesse, per venire aggiornata al 16 marzo prossimo. 

E così, anche se all’uscita Tronchetti Provera si è comportato allo stesso modo che al suo arrivo («Le cose dette come testimone - si è limitato a dichiarare - non possono essere ripetute, quando saranno messe a verbale saranno rese pubbliche, ora non sarebbe corretto» ) è un dato di fatto che in aula, come ha dichiarato l’avvocato Lanfranconi, uno dei suoi legali, il presidente di Pirelli ascoltato, lo ricordiamo, come teste assistito, ha ribadito la propria estraneità alla vicenda dei dossier illeciti. 

Ricalcando la deposizione che già aveva reso ai pm Fabio Napoleone e Nicola Piacente, il 27 giugno 2008, durante la sua testimonianza prima della chiusura delle indagini. L’avvocato Lanfranconi, ha infatti sottolineato come il presidente di Pirelli abbia ribadito che «tutte le irregolarità rilevate in modo autonomo dalla società siano state portate a conoscenza dell’autorità giudiziaria. Marco Tronchetti Provera, agenda alla mano - ha aggiunto il legale -, ha anche precisato di aver avuto con Giuliano Tavaroli incontri sporadici, comunque molto ridotti rispetto a quelli tenuti con i collaboratori operativi». 

Tronchetti Provera ha poi spiegato che non immaginava che le informazioni a lui riferite dall’ex capo della security provenissero da dossier illeciti realizzati dal suo dipendente. «Credevo che fossero informazioni recuperate negli ambienti che frequentava, ma non immaginavo che fossero ottenute attraverso vie illegali». Tronchetti ha precisato di aver avuto stima di Tavaroli fino a quando non ha scoperto, con sorpresa, dei suoi comportamenti che l’hanno portato a diventare il principale indagato dell’inchiesta sui dossier illeciti condotta dalla Procura di Milano.

Sempre rispondendo alle domande del gup Mariolina Panasiti, l’ex presidente di Telecom, che ha dichiarato di non aver mai avuto alcun interesse a sollecitare la security per fare attività di dossieraggio su Afef e sui suoi familiari, ha giustificato l’aumento del budget messo a disposizione dell’area security attribuendolo a normali logiche aziendali.




Powered by ScribeFire.

Riciclaggio, Di Girolamo ai pm: illeciti telefonici

di Redazione

L'ex senatore del Pdl accusato di legami con la 'ndrangheta interrogato a Regina Coeli, dove è detenuto, sul suo ruolo nell'operazione di ricilaggio da 2 miliardi di euro che coinvolge Telecom Sparkle e Fastweb. Ammissioni ai magistrati: confermato il sistema delle frodi carosello


Roma - Dopo le dimissioni da "cavaliere senza macchia e senza paura" le prime ammissioni con i giudici. Nicola Di Girolamo, l'ex senatore del Pdl accusato di avere legami con la 'ndrangheta, ha confermato nell'interrogatorio di oltre due ore davanti ai magistrati l'illiceità di operazioni legate a servizi telefonici, in particolare Phuncard e Traffico Telefonico. L’inchiesta è quella sul presunto maxi riciclaggio di due miliardi di euro che sarebbe ruotato intorno a iniziative commerciali riconducibili a Fastweb e Telecom Sparkle. Di Girolamo è detenuto a Regina Coeli con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, violazione della legge elettorale e scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso.

Illeciti telefonici Nel corso dell’atto istruttorio, tenutosi ieri nel carcere di via della Lungara, è stato affrontato solo l’aspetto legato al riciclaggio e non anche le circostanze dell’ elezione di Di Girolamo nel collegio estero e i suoi presunti legami con esponenti della ’ndrangheta. Questi ultimi due aspetti saranno oggetto di un prossimo interrogatorio. Per il procuratore aggiunto, Giancarlo Capaldo e i sostituti Giovanni Bombardieri, Francesco Passaniti e Giovanni Di Leo, è arrivata una prima e importante conferma dell’impianto accusatorio. Phuncard e Traffico telefonico sono operazioni commerciali fittizie che, secondo quanto emerso dalle indagini, hanno permesso al sodalizio di cui faceva parte il senatore di realizzare profitti per centinaia di milioni di euro in favore di Fastweb e Telecom Italia Sparkle.

Il sistema delle frodi carosello Sono le famigerate "frodi carosello" messe in atto per creare ingenti fittizi crediti Iva e che hanno arrecato all’erario un danno complessivo quantificato in 370 milioni di euro. La prima truffa ha riguardato la commercializzazione di schede prepagate, denominate appunto Phuncards, recanti un codice che avrebbe dovuto consentire l’accesso tramite un sito internet a contenuti tutelati da diritto d’autore, in realtà inesistenti. La seconda fittizia operazione ha avuto per oggetto la commercializzazione di "servizi a valore aggiunto" da realizzare mediante l’acquisto e la veicolazione dei contenuti attraverso servizi di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico. Anche in questo caso l’oggetto stesso della prestazione (il traffico telematico) si è rilevato inesistente e ha consentito alle società debitrici dell’Iva nei confronti dello Stato di non versare il tributo, trasferendo ingenti somme all’estero e facendo girare in circolo i flussi finanziari.





Powered by ScribeFire.

Di Pietro: mai contro il Colle. E prepara agguati

di Francesco Cramer

Il leader dell’Idv giura che non lo attaccherà, ma sabato manifesterà in spregio al decreto.

I suoi seguaci pronti con le magliette: "Pertini non avrebbe firmato".

E spunta il dossier sul viaggio alle Seychelles che la procura nasconde 


Roma - Meno male che Antonio Di Pietro ha assicurato che sabato prossimo sarà in piazza, ma non contro il presidente della Repubblica: «Ma non diciamo sciocchezze...», rispondeva piccato a un cronista che gli chiedeva conto delle sue prossime mosse.
Tonino arringherà una folla di violacei imbufaliti con Napolitano per aver firmato il decreto salva liste, tanto che hanno già stampato delle t-shirt sbeffeggianti: «Pertini non l’avrebbe firmato» e «Napolitano, il peggior capo dello Stato degli ultimi 150 anni». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Antonio Di Pietro ha soltanto definito la vicenda del decreto interpretativo «una sporca faccenda», tale da permettere di «valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment nei confronti di Napolitano per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.

Di Pietro, siccome Napolitano avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta, lo ha definito «correo», cioè responsabile di un delitto. Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Di Pietro ha soltanto detto, e si presume che lo ribadirà in piazza, che «Napolitano s’è messo a ruota del Pdl mortificando la sua funzione e il suo ruolo». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Qualcuno, del Pd, s’è imbarazzato a sentire tutte quelle bordate al Colle e ha provato a frenarlo. Ma lui: «Fa male constatare che alcuni si siano riempiti di ipocrisia sostenendo che il capo dello Stato non avrebbe potuto fare diversamente. Certo che avrebbe potuto fare diversamente: evitare questo sfregio alla legalità e questo strappo alla Costituzione». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Eppure, il capo dello Stato, aveva pure spiegato i motivi di quella firma. Commento di Di Pietro: «Inconcepibile e democraticamente pericolosa la sua giustificazione». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.

La metafora calcistica corre ancora in aiuto per chi vuol capire meglio: «È stato fatto un fallo grave alla democrazia e alla Costituzione: ci saremmo aspettati un intervento dell’arbitro per sancire il fallo. Nessun passo indietro per quanto riguarda le mie valutazioni sul mancato ruolo dell’arbitro». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Insomma: «Gli amici del Pd - dice le cose pane al pane e vino al vino, Tonino - abbiano il coraggio di riconoscere che il capo dello Stato ha avallato con la sua firma un comportamento illegittimo e anticostituzionale». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.

E ancora, sfogliando il manuale di storia, Di Pietro pesca la similitudine adatta: «Napolitano? È come Vittorio Emanuele III che non fermò Mussolini quando fece la marcia su Roma». Ma non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.
In piazza, poi, ci saranno pure i Micromediani, i Travaglianti, i Grillanti, i lettori del Fatto quotidiano, giornale che l’altro giorno stroncava il Quirinale con una finta lettera di Napolitano: «Care pirla e cari pirla...» o che dava spazio alla pancia dei ribelli: «Napolitano cosa ha da nascondere?»; «Ma come si permette Napolitano? Ma che presidente abbiamo? I suoi retorici discorsi assomigliano a barzellette»; «Presidente, torni a scuola di diritto, legge e Costituzione». Ma no, giura Di Pietro, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Chissà che roba se lo fosse stata.





Powered by ScribeFire.

Inchiesta sul riciclaggio: Di Girolamo conferma gli illeciti legati alla telefonia

Corriere della Sera


L'ex senatore collabora con i magistrati.Nell'indagine coinvolte anche Fastweb e Telecom Italia Sparkle



MILANO - Starebbe collaborando con gli inquirenti. Conferme sulla illiceità di operazioni legate a servizi telefonici, in particolare quelle denominate «Fan Card» e «Traffico Telefonico», sono arrivate, secondo quanto si è appreso, dall'ex senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo, interrogato per oltre due ore dagli inquirenti romani nell'ambito dell'inchiesta sul presunto maxi riciclaggio di due miliardi di euro che sarebbe ruotato intorno ad iniziative commerciali riconducibili a Fastweb e Telecom Sparkle.


CONFERME - Interrogato dal gip di Roma, Aldo Morgigni, Di Girolamo ha confermato l'illiceità delle operazioni che hanno portato la Procura di Roma a formulare l'ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e alla commissione di numerosi reati fiscali a carico, tra gli altri, del gruppo guidato dall'imprenditore Gennaro Mokbel e degli ex vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle tra il 2003 e il 2007.

Secondo quanto si apprende, l'ex senatore avrebbe fornito anche ulteriori elementi giudicati dagli inquirenti utili ai fini del proseguimento dell'indagine. Le accuse relative alla truffa elettorale pilotata dalla 'ndrangheta di Capo Rizzuto che avrebbe portato all'elezione di Di Girolamo nella circoscrizione estero Europa, saranno invece oggetto di un nuovo interrogatorio, ancora da fissare. «Il mio assistito - ha dichiarato il legale dell'ex senatore, Pierpaolo Dell'Anno - sta chiarendo la sua posizione e sta contestualizzando i fatti contestati».
Redazione online
09 marzo 2010





Powered by ScribeFire.

Svizzera, chi rimane senza carburante con l'auto rischia un multa salata

Quotidianonet

Lo ha stabilito il Tribunale federale, massima istanza nei cantoni elvetici, rispondendo a un ricorso. Secondo i giudici infatti un quantitativo di benzina sufficiente e’ fondamentale per la sicurezza del traffico. La multa potebbe superare i 300 franchi (200 euro)

Ginevra, 9 marzo 2010

Chi rimane a secco di benzina in Svizzera rischia una multa salata poiche’ il veicolo che sta guidando verrà considerato ‘’tecnicamernte difettoso’’. Lo ha ha stabilito il Tribunale federale, massima istanza in Svizzera, in una decisione resa nota oggi.

I giudici erano chiamati a pronunciarsi
sul ricorso di un automobilista rimasto a secco sull’autostrada, riferisce l’agenzia di stampa svizzera Ats. L’auto si era fermata sull’autostrada da Basilea a Zurigo, in un luogo privo di corsia di sicurezza a causa di lavori in corso.

Secondo il tribunale, un quantitativo di benzina sufficiente e’ fondamentale per la sicurezza del traffico. Ed anche se la legge sulla circolazione stradale non prevede esplicitamente norme sul contenuto del serbatoio, tenere d’occhio il livello del carburante fa parte del dovere di mantenere il veicolo in buono stato.

L’autore del ricorso dovra’ quindi pagare 300 franchi (oltre 200 euro) di multa, cui si sommano inoltre le spese per il ricorso e per gli avvocati.




Powered by ScribeFire.

Torna come cliente nella farmacia rapinata, arrestato

IL Secolo xix


È stato tradito da due errori: si è messo il passamontagna in ritardo, così le telecamere dell’ultima farmacia rapinata hanno immortalato il suo volto, e poi è andato come cliente in un altro esercizio rapinato alcuni giorni prima ed è stato riconosciuto dalla titolare. Per Massimiliano Fucito, 39 anni, di Recco sono così scattate le manette, in un’operazione coordinata tra polizia e carabinieri.

L’uomo è accusato di avere messo a segno 14 colpi in farmacie e banche, sempre nella zona di Bolzaneto, tra il 19 febbraio 2009 e il 25 gennaio 2010. I carabinieri della stazione di Bolzaneto lo hanno fermato nell’autorimessa di un’azienda di trasporto di idrocarburi per la quale lavorava saltuariamente. Appena ha visto i militari ha subito confessato sei rapine.

Le indagini erano partite dalla denuncia della titolare della farmacia di via Pastorino. La donna aveva riconosciuto nel cliente che le chiedeva una confezione di aspirine e di siringhe il rapinatore che l’aveva derubata un paio di giorni prima. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Fucito avrebbe agito almeno 20 volte, per un totale di 24 mila euro.

Erano soprattutto le farmacie quelle colpite, mentre per quattro volte ha rapinato la stessa banca, la filiale 85 della Carige. Anche le farmacie sono state prese di mira più di una volta da Fucito: quella di via Custo, la farmacia San Francesco, è stata «visitata» per tre volte. Per mettere a segno i colpi usava un cappello a tese larghe, oppure una sciarpa della squadra di calcio del Barcellona, oltre a un passamontagna o a un casco. Entrava nell’esercizio da rapinare con una pistola finta, una riproduzione di una semiautomatica, e minacciava i dipendenti.

Ecco alcune foto delle rapine:








Powered by ScribeFire.

Figlia di clandestino nell'ufficio stampa della Lega

Libero






Powered by ScribeFire.

Vignette su Maometto, 7 arresti a Dublino: volevano uccidere il disegnatore

Quotidianonet

La polizia irlandese ha arrestato sette musulmani, quattro uomini e tre donne: volevano colpire Lars Vilks, lo svedese che nel 2007 pubblicò una vignetta che raffigurava il profeta Maometto con il corpo di un cane





Powered by ScribeFire.