giovedì 11 marzo 2010

Austria, pedofilia: sospesi tre preti per abusi sessuali su studenti negli anni '80

di Redazione

I tre sono stati sospesi dalle funzioni sacerdotali per violenze e maltrattamenti nei confronti di alcuni ragazzi della scuola del monastero di Kremsmuenster.

Un frate di 75 anni ha ammesso gli abusi


Vienna - Tre preti cattolici austriaci del monastero di Kremsmuenster, nel distretto di Kirchdorf, in Alta Austria, sono stati sospesi dalle funzioni sacerdotali per presunti abusi sessuali e maltrattamenti, avvenuti negli anni ’80, nei confronti di alcuni ragazzi della scuola gestita dal monastero. Lo ha annunciato oggi durante una conferenza stampa l’abate di Kremsmuenster, Ambros Ebhart. Uno dei tre religiosi, un padre di 75 anni, ha detto l’abate, ha ammesso gli abusi.

La conferenza "Un completo chiarimento su questi casi è dovuto ai confratelli e al pubblico" ha detto l’abate durante la conferenza stampa, dichiarandosi pronto a lavorare insieme alla diocesi di Linz e alle autorità dell’Alta Austria per far luce su questi episodi. Il quotidiano Oberoesterreichischen Nachrichten aveva pubblicato questa mattina un articolo in cui un ex studente della scuola accusava i tre preti di abusi sessuali e maltrattamenti. Nel complesso, finora, le vittime di queste violenze, che sarebbero avvenute tutte negli anni ’80, sono almeno cinque. "Mi dispiace molto che persone nel nostro istituto abbiano fatto simili esperienze di violenza" ha proseguito l’abate, sottolineando che la commissione diocesana si interesserà di questi casi.

Chiarezza E finchè non verrà fatta piena luce, ha tenuto a precisare, i tre preti chiamati in causa - tutti sopra i 75 anni - rimarranno sospesi dai loro uffici e dai loro compiti. L’abate ha quindi messo in guardia contro "condanne sommarie", ma non ha garantito che in futuro non possano emergere altri casi simili: su questo, ha detto, "non posso mettere la mano sul fuoco". La stampa aveva riportato presunti casi di violenze sessuali nella Chiesa austriaca già martedì scorso. In particolare, abusi si sarebbero verificati in due istituti religiosi negli anni ’70 e ’80 e l’attuale padre superiore dell’abbazia San Pietro di Salisburgo ha ammesso di essere implicato in uno di questi casi e ha proposto le proprie dimissioni.





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La Torre di Pisa si sta raddrizzando

Corriere della Sera



Già negli anni Novanta un sistema di contrapposi la resero più diritta di 50 cm
La Torre di Pisa si sta raddrizzando

In quasi dieci anni si è spostata di 28 millimetri verso la verticale: per i prossimi 300 anni non avrà più problemi




PISA – Per la prima volta nella sua storia secolare, la tendenza del campanile più famoso al mondo si è modificata e la spinta alla pendenza si è trasformata in un impercettibile, ma scientificamente significativo, impulso al raddrizzamento. In quasi dieci anni la Torre, 54 metri di altezza, si è raddrizzata di 28 millimetri. È accaduto in modo autonomo dopo la cura del «Dottore», alias Michele Jamiolkowski, già ordinario di geotecnica al Politecnico di Torino.

CONTRAPPESI - Negli anni Novanta un sistema di contrappesi e microgallerie realizzate sotto il prato di piazza dei Miracoli scongiurarono il collasso del monumento e lo raddrizzarono di 50 centimetri. Poi, nel 2001, i contrappesi furono tolti, i microcanali riempiti e sostituiti da una rete di sensori capaci di percepire il minimo movimento. Con la speranza che la pendenza si fosse fermata. Oggi, dopo quasi dieci anni, si può dire con scientifica esattezza che la Torre non solo si è fermata, ma continua a raddrizzarsi.

SPOSTAMENTI - Lo spostamento autonomo più significativo (quasi 15 millimetri) si è registrato tra il 2001 e il 2002 (in questo caso però ci fu un intervento nel sottosuolo per drenare l’acqua della falda). Poi nel 2003 il raddrizzamento è stato di 5 millimetri, 2 nel 2004, 1,5 nel 2005 e nel 2006, un millimetro all’anno sino al 2009. E anche i primi mesi del 2010, se pur con un rallentamento, la tendenza sembra essere la stessa. «Insomma, se vogliamo usare una metafora, è come se la Torre avesse cambiato metabolismo», spiega l'ingegnere Nunziante Squeglia, docente di geotecnica all’Università di Pisa e referente scientifico del monitoraggio della Torre. «Oggi la tendenza si è invertita e la pendenza si è trasformata in raddrizzamento. Anche se gli strumenti scientifici ci dicono che il dato è in via di diminuzione e il campanile si sta fermando».

SI FERMERÀ - Secondo Michele Jamiolkowski la Torre si fermerà entro tre anni, ma altri scienziati e tecnici ritengono che lo stop definitivo sia più vicino. «Adesso stiamo lavorando agli scenari futuri», dice il professor Luca Sanpaolesi uno dei tre saggi (insieme al direttore della Normale Salvatore Settis e al professor Carlo Vigiani della Federico II di Napoli) che sorvegliano la Torre. «Studiamo quale sarà l’evoluzione statica del monumento». Le possibilità, infatti, potrebbero essere almeno tre: un ulteriore periodo di impercettibile raddrizzamento, una stabilizzazione più o meno temporanea e un ritorno alla pendenza. Senza alcun pericolo, ovviamente. «Con la nostra cura, per almeno trecento anni il campanile non avrà problemi», aveva annunciato a fine lavori Jamiolkowski.

RESTAURO - Intanto si stanno per concludere i lavori di restauro dei marmi interni ed esterni diretti da Gisella Capponi, architetto, direttore dell’Istituto superiore per la conservazione e per il restauro a Roma. Un ponteggio speciale, costruito appositamente per la pendenza della Torre, ha consentito ai tecnici di consolidare e pulire i marmi attaccati da eventi atmosferici e inquinamento. La rimozione di un solaio realizzato nel 1935 ridarà al campanile l’aspetto di una volta e sarà possibile rivedere entrando dall’ingresso è guardando in su verso la cella campanaria. «Il solaio in ferro, putrelle e laterizi», conferma Gisella Capponi, «era stato costruito per sostenere vari strumentazioni di monitoraggio allora molto ingombranti. Una volta rimosso completamento chi visiterà il campanile avrà uno spazio interno straordinario, un cilindro vuoto che termina con una grande volta, l’ultimo elemento realizzato». Insomma, uno spettacolo nello spettacolo, di questa Torre pendente e anche un po’ raddrizzante.

Marco Gasperetti
11 marzo 2010




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Orlandi, altri due indagati per sequestro

Corriere della Sera


Dopo Sergio Virtù, altri due indagati Angelo Cassani, detto «Ciletto», e Gianfranco Cerboni, detto «Gigetto»


ROMA - Dopo Sergio Virtù, autista di Enrico De Pedis, esponente di spicco della banda della Magliana, iscritto mercoledì nel registro degli indagati per omicidio e sequestro di persona, ci sono altri due indagati nell'inchiesta sul rapimento di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa in circostanze ancora misteriose il 22 giugno del 1983.

L'INDAGINE - I due, Angelo Cassani, detto «Ciletto», e Gianfranco Cerboni, detto «Gigetto», che restano a piede libero, sono indagati per sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato dalla morte dell'ostaggio e dalla minor età di Emanuela Orlandi. La decisione è stata presa dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo al quale è affidata l'indagine. Per quanto riguarda Sergio Virtù, il giudice è certo che nella veste di autista personale di Enrico De Pedis (secondo le dichiarazioni dell'ex amante del boss della Magliana Sabrina Minardi), Virtù abbia svolto un ruolo importante nel sequestro di Emanuela Orlandi. Lui ha respinto ogni addebito negando di aver conosciuto «Renatino» ed escludendo qualunque partecipazione al rapimento.

«RUOLO ATTIVO NEL RAPIMENTO» - Cassani, 49 anni, e Cerboni, 47, erano vicini al boss della Magliana, Giorgio Paradisi (morto di malattia in carcere nel 2006), a sua volta 'braccio operativo' di 'Renatino' . Interrogati giovedì dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Simona Maisto, i due hanno ammesso di aver conosciuto Paradisi negli anni Ottanta ma hanno fermamente negato di conoscere De Pedis e di aver avuto a che fare con la scomparsa della quindicenne vaticana.

La procura di Roma, invece, è convinta che Cassani e Cerboni, che ha pure disconosciuto il soprannome «Gigetto», abbiano pedinato Emanuela Orlandi qualche giorno prima del sequestro. I due - è la tesi dei magistrati - potrebbero aver avuto un ruolo attivo anche nel rapimento. Non solo, ma assieme a un terzo soggetto, ancora da identificare, Cassani e Cerboni costituivano una sorta di «manovalanza» al servizio di Paradisi.

Redazione Online
11 marzo 2010







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Parlamentari con doppio e triplo incarico

Libero





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Di Girolamo: «Dirigenti Telecom Italia Sparkle e Fastweb sapevano di truffa»

Corriere della Sera

«Presi 4 milioni di euro, di cui 1,7 sono restati a me, gli altri per un fondo comune per acquisto holding Runa»
ROMA - «Vi erano dirigenti di Fastweb e di Telecom Italia Sparkle ben consapevoli della illiceità delle operazioni che dovevano consentire di accumulare grosse somme di denaro frutto dell'attività illecita attraverso il meccanismo della frode dell'Iva». Lo ha affermato l'ex senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo, nell'interrogatorio di martedì scorso ai magistrati romani nell'ambito dell'inchiesta sul presunto riciclaggio di due miliardi di euro, con 365 milioni sottratti al fisco.

RICICLAGGIO - «Pur non avendo preso parte attiva alla operazione Phuncard, di cui però ero a piena conoscenza, ho ricevuto come compenso la somma complessiva di circa 200 mila euro che mi vennero consegnati in contanti», ha aggiunto Di Girolamo. Altri soldi, però, sarebbero stati intascati dall'ex parlamentare: «Il mio compenso è variato in ragione dei profitti sempre crescenti dell'operazione e si è determinato alla fine nella cifra di circa 4 milioni di euro. Secondo le decisioni di Mokbel, però, tale compenso doveva rimanere come fondo comune per l'acquisizione di partecipazioni della holding Runa, costituita a Singapore, nella somma di 2 milioni e mezzo di euro, mentre ho ricevuto come quota personale la somma complessiva di un milione e mezzo che mi è pervenuta sulla società Gis (un milione) e sulle società Antiche Officine Campidoglio (500 mila). In realtà dalla Runa, che inizialmente è stata dotata di un fondo di circa 5 milioni, non so che operazione è stata realizzata». Ha aggiunto Di Girolamo: «Erano previste circa 10/13 quote di 2 milioni e mezzo di euro ciascuna per la costituzione della Runa; di coloro che dovevano partecipare ciascuno con una singola quota ricordo oltre a me, Mokbel, Ricci, Toseroni, Focarelli, Breccolotti, Murri, Fanella, gli inglesi». L'ex senatore ha fatto anche i nomi dei funzionari che a suo dire erano al corrente della questione e cioè Stefano Mazzitelli, già amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle, Massimo Comito, ex responsabile delle regioni europee della stessa Telecom e Antonio Catanzariti che è stato responsabile del Carrier sales Italy.

Redazione online
11 marzo 2010






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Tanzi, yacht sequestrato alla Spezia

Il Secolo xix





Questa mattina, la guardia di Finanza ha sequestrato uno degli ultimi “tesori” di Calisto Tanzi - a processo per il fallimento della Parmalat - uno yacht di 16 metri costruito da un noto cantiere ligure, custodito gelosamente dallo storico patron dell’azienda, che nei tempi andati faceva bella mostra di sé nelle acque del Golfo dei Poeti.

L’imbarcazione è stata trovata in un cantiere nell’hinterland spezzino e messa sotto sequestro su disposizione dell’autorità giudiziaria di Parma, da tempo impegnata in uno dei casi più controversi degli ultimi anni.

Il “Boobies”, di ingente valore commerciale, va ad aggiungersi ad altri beni scoperti recentemente sempre dalla Finanza nell’ambito della stretta collaborazione in corso con l’autorità giudiziaria della città parmense, finalizzata a individuare beni riconducibili alla famiglia Tanzi, sottratti o occultati al fallimento della Parmalat, approdato da alcuni anni al tribunale di Parma.

Il sequestro dello yacht andrà a incrementare l’asse patrimoniale a disposizione del tribunale Fallimentare di Parma per soddisfare almeno in parte i molti risparmiatori che vantano crediti nell’ambito del fallimento Parmalat.



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Scoperta falsa ferita della strage di Madrid Vive con i sussidi per le vittime

Quotidianonet

La stampa spagnola racconta indignata la storia di una donna ufficialmente annoverata tra i feriti delle esplosioni, ma che in realtà non era nemmeno sul posto

Roma, 11 marzo 2010


Madrid non ha dimenticato l'11 marzo del 2004 quando la città venne sconvolta dai tragici attentati terroristici. Oggi, nel giorno in cui ricorre l'anniversario di quanto accaduto, tutti i giornali spagnoli pubblicano con grande evidenza la notizia di una donna che, ufficialmente rubricata tra le vittime ferite dalle espolosioni, in realtà non era sul posto ma si mantiene da allora grazie agli aiuti riservati dal governo alle vittime della strage.

La donna, Lorena Candelario, di origine equadorena, avrebbe nel frattempo anche acquisito la nazionalità spagnola frodando lo stato per diverse decine di migliaia di euro.

L’11 marzo del 2004, ricostruisce ad esempio El Mundo, Lorena lavorava nel quartiere di Barajas occupandosi di assistenza agli infermi. Quella sera, dopo aver terminato il suo turno di lavoro, si presentò in ospedale alle 18 e 40, 11 ore dopo gli attentati. Qui dichiarò di essere stata a bordo di uno dei treni colpiti e di accusare diversi malori. I medici però non trovarono né lesioni né altri tipi di conseguenze.

Sia come sia le vennero concessi lo stesso gli aiuti riservati alle vittime. E la cosa va avanti. Già nel 2006 la Candelario fu portata in tribunale con l’accusa di falso e simulazione. Condannata presentò ricorso in appello ottenendo il reintegro degli aiuti, che continua ancora a percepire.





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Rubavano password e ripulivano i conti correnti, diciassette arresti

Quotidianonet

L'organizzazione era composta da romeni, italiani ed egiziani. Centinaia i clienti di banche e poste truffati: ricevevano false mail con link che servivano a clonare l'accesso telematico ai loro conti correnti

Perugia, 11 marzo 2010


La Polizia Postale di Perugia ha sgominato un'organizzazione criminale telematica che si impossesava delle password per l’accesso tramite Internet a conti correnti per poi prosciugarli rapidamente. Diciassette le persone arrestate, di nazionalità romena, italiana ed egiziana.

Dall'indagine, coordinata dal sostituto procuratore Giuliano Mignini, risulta che la banda di malviventi mandava finte mail spacciandosi per le Poste o per istituti bancari in cui veniva indicato un link che metteva in collegamento con siti attraverso i quali venivano carpite le password. Centinaia le persone truffate che si sono viste prosciugare i propri conti correnti con un danno che dalle prime stime sfiora il milione di euro.

Gli arresti sono stati eseguiti in Romania con mandato di arresto europeo oltre che nelle province di Milano, Padova e Novara.




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Il neosposo Izzo rivela: "Durante la semilibertà ho commeso gravi reati"

di Redazione

l giorno dopo le nozze Angelo Izzo, deponendo al processo sulla strage di Piazza della Loggia, dichiara di aver "commesso altri gravi reati durante il periodo di semilibertà".

Le immagini

 
Roma - L’omicidio di una donna e della figlia, commesso da Angelo Izzo in semilibertà, potrebbe non essere l’unico reato di cui uno dei mostri del Circeo si sarebbe reso responsabile in quegli anni. Angelo Izzo ha deposto oggi, per la seconda volta, nel processo per la strage di Piazza della Loggia. Parlando dell’omicidio della madre e della figlia, avvenuto alcuni anni fa in provincia di Campobasso, ha detto: "A volte la vita è complicata, ero partito, quando mi è stata concessa la semilibertà, con l’idea di comportarmi bene. Purtroppo, un pò per megalomania, un pò per pressioni e per una serie di problemi, è venuta nuovamente fuori la mia parte violenta". Ma, dopo aver detto questo sul duplice delitto, parlando degli stessi anni, ha affermato: "Ho commesso anche altri reati gravi, forse un giorno ne parlerò. Questa non è la sede, risponderò con le garanzie e nelle sedi opportune".




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Friuli, parla in napoletano con gli alunni in classe Licenziato un supplente

di Redazione

Un 40enne di origini napoletane nominato supplente in due classi delle elementari di Pordenone. Le proteste dei genitori: "Riprende i nostri figli in dialetto". Poi l'ispezione e la rimossione dall'incarico



Pordenone - Riprendeva gli alunni in dialetto napoletano. Per questo ha perso il posto di lavoro. Un maestro supplente di una scuola elementare di Pordenone è stato licenziato per avere utilizzato, durante le lezioni, espressioni dialettali che avrebbero creato difficoltà di comprensione e sconcerto negli alunni. La vicenda è stata riferita oggi dal quotidiano Messaggero Veneto, che cita fonti anonime. Al docente, che ha 40 anni, erano state affidate in settembre due classi dello stesso istituto, ma i genitori, ascoltando i racconti dei figli, hanno protestato con la dirigente scolastica. 

Ispezione e licenziamento Ne è scaturita un’ispezione al termine della quale le autorità scolastiche hanno deciso di non proseguire nel contratto di lavoro. Il responsabile centro servizi amministrativi di Pordenone, Stefano Caravelli, ha detto che il contratto di lavoro a tempo determinato dell’insegnante non è stato rinnovato alla scadenza "per manifesta incapacità didattica in un docente non abilitato" e ha escluso che esistano collegamenti fra questa incapacità ed eventuali lacune linguistiche dell’insegnante.




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Cassazione: clandestini vanno espulsi anche se i figli minorenni vanno a scuola

Corriere della Sera


L'esigenza di garantire la tutela delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei bambini





MILANO - Marcia indietro della Cassazione in tema di immigrazione: i clandestini con figli minori che studiano in Italia non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma «sentimentale» e un calo nel rendimento scolastico dei figli. Secondo il nuovo orientamento della Suprema corte, che smentisce una recente sentenza, l'esigenza di garantire la tutela alla legalità delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori.

LE MOTIVAZIONI - Con la sentenza n. 5856 la Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori residente a Busto Arsizio (Va): voleva l'autorizzazione a restare in Italia in nome del diritto del «sano sviluppo psicofisico» dei suoi bambini che sarebbe stato alterato dall'allontanamento del loro papà.  

I supremi giudici gli hanno risposto che è consentito ai clandestini la permanenza in Italia per un periodo di tempo determinato solo in nome di «gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d'emergenza». Queste situazioni d'emergenza, però, non sono quelle che hanno una «tendenziale stabilità» come la frequenza della scuola da parte dei minori e il normale processo educativo formativo che sono situazioni di «essenziale normalità».  

Se così non fosse, dice la Cassazione, le norme che consentano la permanenza per motivi d'emergenza anche a chi è clandestino finirebbero con il «legittimare l'inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l'infanzia». Con questa pronuncia, inoltre, i supremi giudici superano la precedente decisione della stessa Cassazione che aveva dato il via libera alla permanenza di un papà clandestino, definendola come «riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore, omettendone l'inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo» della legge sull'immigrazione.

Redazione online
11 marzo 2010






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Petacchi in fuga: 3 milioni all’estero

di Enrico Lagattolla

Frode fiscale: il ciclista è coinvolto nell’inchiesta della Guardia di finanza di Milano, rischia sanzioni penali. 

Dopo Maradona, Tomba e Rossi è l’ennesimo sportivo che avrebbe cercato di non pagare le tasse


Milano - Non una bella notizia, dopo aver faticato per 148 chilometri da Livorno a Rosignano, prima tappa della Tirreno-Adriatica iniziata ieri. Qualcos’altro a cui pensare, oltre a scatti, avversari da «marcare», fughe e sprint con vista sul traguardo. Alessandro Petacchi, attualmente il più forte velocista italiano delle due ruote, l’erede - per intendersi - di Mario Cipollini, passa di filato dalle cronache ciclistiche a quelle giudiziarie. Il suo nome, infatti, compare in un’inchiesta del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano, per una storia molto italiana. Frode fiscale.

Così fanno in molti. E l’elenco delle celebrità finite nei pasticci per una gestione «allegra» del proprio patrimonio è lungo. Né mancano gli sportivi. Dal primo, Diego Armando Maradona (che non poteva mettere piede in Italia senza trovare il comitato di benvenuto delle Fiamme gialle), fino ai più recenti Alberto Tomba, Valentino Rossi, Fabio Capello, Vitantonio Liuzzi (il pilota di Formula 1 al volante della Force India), e Davide Rebellin, altro asso del ciclismo italiano. 

Ora, tocca a Petacchi. Secondo le Fiamme gialle, infatti, l’atleta - che ha da poco firmato un contratto biennale con la squadra Lampre-Farnese Vini, dopo aver militato dal 2008 nella Lpr Brakes Ballan - avrebbe messo da parte nel tempo un discreto patrimonio in nero, facendosi pagare estero su estero attraverso una fiduciaria olandese alcune sponsorizzazioni e parte dei diritti di immagine, per un valore complessivo di circa 2 milioni e 800mila euro. Denaro nascosto al fisco italiano e su cui ora l’Erario intende compiere accertamenti. Petacchi, dunque, rischia sanzioni tributarie e penali.

Ma per un nome di richiamo che finisce nella rete tesa dagli investigatori della Guardia di finanza, ce se sono molti - e sono decine - che un nome conosciuto ai più non ce l’hanno, ma che ugualmente attingono alla pratica diffusa delle contabilità parallele e illegali. Solo ieri, a conclusione di un’altra indagine, i militari del Nucleo di polizia tributaria hanno portato a termine un’ottantina di perquisizioni in tutto il Paese (in Lombardia, in Emilia, nel Veneto, nel Lazio e in Campania), a carico di 53 imprenditori e 16 studi professionali. Il meccanismo è sempre lo stesso: false fatturazioni per alleggerire il proprio carico fiscale. 

Al centro dell’inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri Gaetano Ruta e Laura Pedio, c’è la «Brook&K Europe», una società londinese il cui nome era emerso dopo l’arresto di Giuseppe Grossi, l’imprenditore finito in carcere nell’ottobre scorso proprio per false fatturazioni legate ai lavori di bonifica del quartiere milanese di Santa Giulia. La «Brook&K Europe», priva di effettiva operatività, era intestata a un prestanome inglese.
Ma gli amministratori, di fatto, sarebbero stati Vincenzo Agosta e Matteo Terragni, consulenti della fiduciaria Getraco di Lugano, da cui la «Brook» era gestita. 

E proprio a questa Getraco si rivolgevano commercialisti e imprenditori per abbattere la base imponibile e creare provviste in nero all’estero. La fiduciaria, attraverso una serie di società create ad hoc, faceva emettere fatture fittizie per svariati servizi di consulenza in realtà mai forniti o di valore di molto inferiore all’importo dichiarato. Le fatture venivano pagate tramite bonifico bancario e il denaro veniva poi «retrocesso» agli imprenditori su conti cifrati in istituti bancari esteri. 

E così, nel registro degli indagati ci finiscono in ottanta, accusati a vario titolo di dichiarazione fraudolenta, dichiarazione infedele, emissione di fatture false e riciclaggio. E se per Petacchi si parla di una frode da poco meno di 3 milioni, questo ulteriore giro di denaro sfonda quota 100. Cento milioni di euro che hanno viaggiato tra Austria, Regno Unito, Olanda, Lussemburgo, Svizzera e vari paradisi off shore, creando riserve occulte di liquidità lontane dalla morsa del nostro Fisco. Un tesoretto all’estero, per mantenere un alto tenore di vita in Italia.




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La procura indaga sulla villa al mare di Santoro

di Paolo Bracalini

L’indiscrezione su un giornale locale: "Nominato un perito del tribunale per verificare la regolarità del condono edilizio nella casa di Amalfi del conduttore di Annozero". I sospetti di un’associazione di cittadini sui lavori di ristrutturazione


Titolo su quattro colonne: «Amalfi, Villa Santoro: scatta l’inchiesta». La notizia va cercata su un piccolo giornale salernitano, Cronache, e parla del recente acquisto immobiliare del conduttore di Annozero, una cascina su tre livelli con annesso terreno affacciata sul golfo di Amalfi, comprata il 26 giugno dell’anno scorso per 950mila euro.

Ebbene, secondo le indiscrezioni raccolte dal giornale la Procura di Salerno starebbe indagando sulla regolarità delle pratiche del condono avvenuto poco prima del rogito. Un vecchio abuso per cui era stata presentata domanda di sanatoria nel lontano 1986, risolta rapidamente dopo l’interessamento dell’acquirente, «troppo rapidamente» secondo un’associazione di consumatori della zona, Cittadinanza attiva, che nella persona del suo responsabile cittadino Andrea Cretella ha presentato un esposto prima al Comune di Amalfi, poi al Comando dei vigili urbani di Amalfi che hanno (avrebbero) quindi trasmesso una relazione alla Procura della Repubblica.

Il risultato? Secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano, l’apertura di un fascicolo e la nomina di un perito tecnico (un Ctu) «per accertare - si legge - la regolarità degli atti relativi al condono presentato dal signor Cavaliere Angelo (tra i vecchi proprietari dell’immobile e padre del consigliere del Pd, Alfonso) al Comune di Amalfi». 

Il magistrato che ha in mano la pratica (a quanto risulta il sostituto procuratore Carmine Olivieri) avrebbe aperto un’indagine sulle incongruenze seguite alla richiesta di condono ma anche sulla conformità delle opere eseguite in seguito all’acquisto. Questa seconda area di indagine nasce, ancora una volta, da un interessamento di Cittadinanza attiva (anzi, attivissima a guardare la perseveranza con cui ha seguito la vicenda della casa di Santoro ad Amalfi...) che nel dicembre dello scorso anno ha inviato una nota molto documentata al Comando di Polizia Municipale di Amalfi. 

Effetto: un sopralluogo dei vigili, una nota di risposta da parte del Comando e quindi una seconda richiesta di chiarimenti da parte dell’associazione di cittadini amalfitani, posta in questi termini: «Chiediamo se all’atto del controllo effettuato nei locali (della villa santoriana, ndr) adibiti a stalla, cantina e deposito ubicati al pianterreno del fabbricato, come da piantina catastale, sono stati effettuati interventi di demolizioni delle pareti interne già esistenti. In quanto da voci incontrollate sembra che le pareti siano state demolite, creando un aumento di volume della superficie utile, oltre al cambio di destinazione non previsto nell’autorizzazione rilasciata».

Voci incontrollate, appunto, che adesso sarebbero all’attenzione della procura salernitana che accerterà la regolarità dei lavori nella meravigliosa residenza (per la posizione, il resto aspetta una ristrutturazione radicale) del genio della comunicazione televisiva nazionale.

Tutta la vicenda è cominciata da una serie di segnalazioni e lamentele ricevute da Cittadinanza attiva. «Parliamo di cittadini che avevano fatto richiesta di condono 24 anni prima e in tutto quel tempo non avevano avuto nessun risultato - dice Cretella -, mentre la pratica di Giuseppe Cavaliere (il venditore della villa comprata da Santoro, ndr), fatta a gennaio (cioè dopo il primo assegno di Santoro, ndr) ha avuto tempi rapidissimi superando tutte le pratiche precedenti». Dopo un primo interessamento e un martellamento costante all’ufficio tecnico del Comune per ottenere la documentazione dell’iter di condono, Cretella ha notato incongruenze e stranezze nel rapidissimo procedimento con cui è stato sanato l’abuso edilizio dopo la prima tranche di pagamento (quattro mesi circa). 

Quando il Giornale ha raccontato la vicenda, a ottobre, Santoro ha fatto rispondere il sindaco di Amalfi che ha garantito sulla regolarità del tutto. Il conduttore ha poi fatto ricorso al Tribunale di Milano per chiedere (ottenendola) una rettifica da parte del Giornale. La vicenda sembrava chiusa lì, ma adesso sembra riaprirsi con le notizie che arrivano dalla Costiera.

L’attore è sempre l’inarrestabile Cretella, di Cittadinanza attiva. «Il Comando dei vigili ha effettuato un sopralluogo sul posto dove erano in corso dei lavori presentati con una Dia, e avendo avuto delle grosse perplessità ha inviato tutto il fascicolo al procuratore della repubblica di Salerno, che a sua volta sembra che abbia incaricato delle indagini il comando stazione carabinieri di Amalfi. E alcuni giorni fa ha nominato un Ctu». Insomma un giallo tutto da risolvere, una storia che forse meriterebbe un’inchiesta televisiva, con tanto di inviato, cameraman e musichetta tipo suspense. Come quelle di Annozero.




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Caso Emanuela Orlandi, rivelazioni della Minardi: indagato autista De Pedis

di Redazione

Gaillo senza fine. Un nuovo indagato nell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.

Si tratta di Sergio Virtù, 49 anni, indicato da Sabrina Minardi, ex amante del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, come l'autista di fiducia di Renatino

Roma - Un giallo senza fine. C'é un nuovo indagato nell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi avvenuta a Roma il 22 giugno del 1983. Si tratta di Sergio Virtù, 49 anni, indicato da Sabrina Minardi, ex amante del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, come l'autista di fiducia di Renatino. L'uomo, che è stato ascoltato questa sera dai magistrati titolari dell'inchiesta per oltre 2 ore e mezzo, è indagato per i reati di omicidio volontario aggravato e sequestro di persona. Virtù è stato arrestato oggi per altri reati e trasferito nel carcere di Regina Coeli. All'ex autista di De Pedris infatti, erano state infitte in passato due condanne perché coinvolto in processi per reati di truffa che vedevano imputati i cosiddetti 'colletti bianchi'. Pene infitte in giudizi di primo grado, non passate in giudicato e in attesa del processo d'appello.

Svolta nell'inchiesta La misura cautelare disposta oggi nei suoi confronti, in base a quanto si apprende da fonti giudiziarie, è stata emessa su richiesta della procura generale della Corte d'Appello di Roma perché "sussisteva pericolo di fuga". Davanti al procuratore aggiunto, Giancarlo Capaldo, e al sostituto Simona Maisto, titolari dell'inchiesta sulla scomparsa della ragazza, Virtù ha però negato ogni addebito sulla vicenda: ha negato, in particolare, di avere mai conosciuto né avuto rapporti di amicizia con De Pedis. C'é quindi una svolta nell'inchiesta che deve far luce sul mistero della scomparsa della Orlandi avvenuto un pomeriggio di giugno di 26 anni fa. A tirare in ballo Virtù è stata, in primo luogo, Sabrina Minardi. Nel corso dei colloqui con i magistrati della procura di Roma, l'ex donna di Renatino ha definito Virtù come elemento non "organico" della banda che ha insanguinato la Capitale a cavallo degli anni '70 e '80. Per la Minardi "Sergio" era molto legato a Renatino nel periodo tra il 1982 ed il 1983. Secondo quanto riferito ai pubblici ministeri dalla donna, Virtù sarebbe stato l'autista di fiducia di De Pedis, e in particolare, avrebbe avuto un ruolo operativo nel sequestro della ragazza. L'ex amante del boss, nel corso dei suoi colloqui, ha raccontato di aver visto Emanuela nella zona del laghetto dell'Eur poche ore dopo il sequestro: con lei ci sarebbe stato anche Virtù.

Il racconto della Minardi Nel suo racconto la Minardi sostiene, inoltre, di aver guidato un'auto con a fianco De Pedis mentre in un'altra automobile che seguiva c'erano Virtù ed Emanuela. Le due auto, secondo quanto sostiene la donna, raggiunsero Torvajanica, centro del litorale romano, dove la figlia di un funzionario del Vaticano fu affidata a un'altra donna. Nel suo racconto, la Minardi spiega inoltre che, dopo alcuni mesi, Emanuela venne consegnata a un sacerdote dopo essere stata prelevata dalla stessa Minardi in un bar nella zona del Gianicolo, dove la Orlandi, sostiene la ex di Renatino, giunse accompagnata da Virtù. A carico dell'ex autista ci sono anche alcune dichiarazioni di un'altra donna, definita dagli inquirenti una sua ex convivente, la quale avrebbe raccontato di aver avuto un ruolo nella sequestro della Orlandi e di avere anche ricevuto un compenso.






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Cgil, ecco come i sindacati difendono i lavoratori: mobbing e nessuna tutela

di Antonio Signorini

Simona ha lavorato per anni nel sindacato, sottopagata e mai assunta.

Poi si è ribellata. E ha scoperto di non essere sola.

L’incredibile caso di una dipendente per anni in nero e poi mandata a casa

 


Lavoro nero, maltrattamenti. E poi pressanti inviti ad andarsene senza fare «troppo casino», in cambio di soldi. Se Guglielmo Epifani avesse cercato un esempio migliore per dimostrare cosa può succedere ai lavoratori quando qualcuno aggira le tutele, cioè i contratti e la legge, non ne avrebbe potuto trovarne uno migliore. Peccato che il datore di lavoro tirato in ballo in questo caso sia proprio la sua Cgil. E che il ricorso presentato al tribunale civile di Castrovillari da una ex dipendente del sindacato calabrese sia rivolto contro di lui, in quanto segretario generale nazionale. La vicenda emerge appunto dal ricorso e da una denuncia penale, presentati a ridosso dello sciopero generale indetto dalla sola Cgil a difesa dei diritti dei lavoratori.

Diritti che, nel caso di Simona M., poco più che trentenne, sembrerebbero non essere stati rispettati. La storia è riassunta nella causa di lavoro e nella denuncia, presentate dagli avvocati Giovanni Caglianone e Vincenzo Belvedere.

L’ingresso nelle strutture del sindacato è arrivato attraverso un progetto di servizio civile dell’Arci. Simona viene destinata all’Inca Cgil di San Marco Argentano. Un anno a 433 euro al mese, passato con soddisfazione di tutti, tanto che al termine dei dodici mesi - si legge nel ricorso - le chiedono di rimanere nella Confederazione con una sorta di «temporanea collaborazione», in attesa di regolarizzazione. Il compenso scende a 250 euro mensili, ma Simona accetta entusiasta. È di sinistra, le piace lavorare nel patronato e sogna di difendere i diritti dei lavoratori.

Passano i mesi e poi gli anni, ma di regolarizzazione non c’è traccia. E nemmeno di aumenti dello stipendio. Risulta una collaboratrice, praticamente una volontaria, in realtà lavora a tempo pieno, fa trasferte, anche all’estero, programma le «ferie» come tutti i lavoratori dipendenti, solo che le sue sono di meno. Disagi che tollera perché le piace occuparsi di pensioni ed è brava, tanto che diventa il riferimento del patronato di San Marco Argentano, l’unica a sapere usare il programma informatico per le pratiche previdenziali. Poi crede alle promesse che le fanno i capi; il responsabile del patronato e il segretario della Cgil locale.

Dopo due anni le sembra di essere arrivata a due passi dal traguardo. Era un po’ delusa perché si era vista sorpassare da persone che di pensioni e pratiche non ne sapevano niente. I suoi capi decidono di ricompensarla. Non l’assumono né le aumentano lo stipendio, ma la mandano a Roma a seguire dei corsi riservati agli assunti all’Inca. Simona pensa sia la premessa per una regolarizzazione e invece niente.

Alle richieste di assunzione i responsabili si irrigidiscono e, si narra nel ricorso, parlano di «situazioni economiche e politiche sfavorevoli». Eppure il patronato va bene. Viene premiato per la produttività, anche grazie al lavoro di Simona. Come tutte queste strutture sindacali prende soldi pubblici per fare pratiche e i conti sono più che a posto. Le condizioni per assumere ci sarebbero, ma gli anni passano e il contratto si allontana sempre più.

Simona comincia a soffrirne e nel 2006 i medici le riscontrano una sindrome ansiosa depressiva, che sfocia anche nell’anoressia. Cercherebbe un altro lavoro, ma siamo in Calabria, non nel Triveneto. Poi il suo impiego le porta via tutta la giornata, e non le resta il tempo per andare a caccia di altre opportunità.

La scelta è obbligata, restare nella Cgil e fare valere i propri diritti. Minaccia di aprire un contenzioso e di spifferare tutto. E gli effetti si fanno sentire subito. Per Simona sembra aprirsi un altro spiraglio. O almeno così le sembra. Le offrono un’assunzione a Castrovillari con contratto part time da trasformare in full time in «5-6 mesi». La condizione spiega il ricorso è «dimenticare il passato», non sporgere denuncia «evitando di creare casini alla Cgil».

L’orario effettivo è da subito a tempo pieno. La paga è dignitosa, 670 euro, ma non basta perché Castrovillari è lontana da casa. Dopo cinque anni di lavoro si aspettava di più. Ma continua a credere alle promesse e prosegue a lavorare. Passano altri due anni, si arriva al 2008. Stesso copione: Simona pretende il rispetto dei patti. E, siccome non vuole regalare più nulla al suo datore, pretende di essere pagata per quanto vale e si impegna. E si attiene all’orario previsto dal contratto.

Un comportamento da sindacalista che fa imbufalire i sindacalisti. E ricominciano le pressioni. Come quelle documentate in una telefonata al segretario della Cgil di Castrovillari, che le spiega come il rispetto degli orari in un sindacato «sia un grave errore», se non «una intollerabile insubordinazione».
Lei non ci sta. E la sua, da bega locale della Cgil calabrese, diventa una questione nazionale. Scopre di non essere l’unica in quelle condizioni.

Insieme a un’altra dipendente della Cgil con una storia come la sua, Simona - spiega nel ricorso - va a Roma per incontrare un esponente nazionale dell’Inca Cgil. Anche in quel caso le assicurano l’assunzione «dietro esplicita richiesta - denuncia - che il caso non finisca all’orecchio dei mass media». Questa volta però non ci crede. E ha ragione. Poco dopo, infatti, viene invitata in un bar di Cosenza dove incontra un altro responsabile del patronato. Lei chiede l’assunzione a tempo pieno e invece le viene proposto «il versamento da parte della Cgil della somma di 70mila euro in cambio delle dimissioni e del silenzio». Motivazione: aveva «già creato problemi, di certo ne avrebbe creati altri in futuro».

La somma è consistente, ma lei non ci sta di nuovo. Insiste sulla regolarizzazione. Le sue condizioni di salute si aggravano e trascorre gli ultimi mesi da dipendente Cgil in malattia. Tra i certificati che ha allegato alla causa, in uno si fa riferimento ad uno stato di prostrazione dovuto a mobbing. L’avvocato Caglianone per il momento non ha inteso contestare il mobbing alla Cgil ma si è riservato di farlo in seguito.

Nel tentativo di conciliazione, la replica della Cgil non lascia spazi a compromessi: «Tra le parti non si è mai instaurato un rapporto di lavoro subordinato». Simona viene licenziata perché supera il limite massimo dei giorni di malattia. Poi fa quello che farebbe chiunque, su consiglio di un sindacalista: avvia la causa e chiede i danni, non per il licenziamento, ma per tutto quello che ha passato. La richiesta di danni alla Cgil da parte di Simona è di 118.986 euro per differenze retributive; 269.957 per danni e 40mila per danno alla «vita di relazione». Quasi 430mila euro in tutto. Poi c’è una denuncia penale, dell’avvocato Vincenzo Belvedere nella quale si chiede di procedere per il reato di maltrattamenti e violenza nei confronti di due segretari locali della Cgil. Ma nessuno, commenta l’avvocato Caglianone, la potrà risarcire per la salute e il tempo perso con il sindacato-datore di lavoro.



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L'indagine di Firenze: spuntano 350 escort per la cricca-appalti

di Gian Marco Chiocci

Sbalorditivo il numero di squillo usate come tangenti sessuali. In media venivano pagate 500-700 euro, ma qualcuna arrivava a 5mila. Nelle intercettazioni i commenti dei "beneficati"


Trecentocinquanta escort a una media di 500-700 euro «a botta», per dirla con uno degli indagati dell’inchiesta sugli appalti del G8. Tante sono le prostitute d’alto bordo collegate all’organizzazione di Angelo Balducci finite agli atti del procedimento fiorentino. Squillo contattate via internet, attraverso ambienti definiti «sicuri» dagli inquisiti, oppure nel giro che conta della Roma bene frequentato da politici, calciatori, imprenditori, attori. Ragazze italiane soprattutto. Poi russe, centroamericane, cubane, brasiliane o dell’est Europa. Signorine per tutti i gusti, e le misure espressamente richieste.

Comprate per comprarsi funzionari dello Stato. A pagare - e questa è la novità - non sarebbe stato solo e sempre Diego Anemone, il deus ex machina del gruppo interessato a fare business coi soldi pubblici. Ma anche «qualcun altro», vicinissimo a Balducci, sostengono gli investigatori, «e agli ambienti politico-economici di ben precisi personaggi finiti sott’inchiesta».

Al filone bis della prostituzione si è arrivati seguendo le «gesta» erotiche di Fabio De Santis, il pluriraccomandato provveditore alle opere pubbliche della Toscana, sorpreso - in pedinamenti e intercettazioni - a intrattenersi di continuo con giovani e avvenenti fanciulle a pagamento. Per lui, ad esempio, si prodiga l’imprenditore Guido Ballari che organizza un incontro con una squillo in un appartamento al quartiere romano della Balduina. L’indomani, al telefono, i due commentano divertiti.

Fino a quando Ballari, con una battuta, non gela l’amico De Santis: «Ehi Fabio, non sai quanto sei stato fortunato. Cinque minuti dopo che sei uscito dall’appartamento è rientrato il marito», ovviamente all’oscuro del doppio lavoro dell’amata consorte. Il nuovo rivolo d’indagine va a confluire nel mare di intercettazioni che hanno portato alla luce l’esistenza di una sorta di «fondo cassa» riconducibile ad Anemone dal quale attingere, a mo’ di bancomat del sesso, fino a 5mila euro per accompagnatrici di gran classe, con cui fare bella figura ai ricevimenti, e divertirsi dopo.

Com’è capitato sempre con De Santis e con Mauro Della Giovampaola, funzionari del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo, intercettati a Venezia dov’erano andati per il festival del cinema, e protagonisti della famosa telefonata in cui si lamentavano della qualità della «lucciola» rimediata dai compari di giro («aho, quella è ’na robetta da tangenziale»).

In quell’occasione Daniele Anemone, fratello di Diego, al telefono fa presente che a Simone Rossetti (il collaboratore di Diego Anemone protagonista del giallo dei massaggi a Guido Bertolaso al Salaria Sport Village) servono non meno di 4mila euro per prendersi cura della «confortevole permanenza» a Venezia di De Santis e Della Giovampaola («senti tu forse mi devi passare da Simone... gli servono un po’ di soldi... gli servono 2 o 3 mila euro, anche 4»).

Rossetti si mette subito all’opera. Chiama qua, telefona di là. Alla fine invia un sms a un amico: «Due zoccole per Venezia si rimediano». Sempre Daniele Anemone si raccomanda con Rossetti che le ragazze da portare in camera dei due funzionari non diano troppo nell’occhio («mi raccomando, vestite normali»). Rossetti è scientifico nella richiesta: «Ok calcola che a me me ne servono due ... io le faccio dormire al Gran Palace di Venezia costa 1.500 euro al giorno solo la stanza e poi in più si beccano 1.500 cadauno». E ancora: «Una è una topa da paura... c’avrà 22-23 anni.. è una russa... occhi azzurri, capelli biondi. Una non è la Schiffer però è una che col cavolo... cioè hai capito ... poi parlano poco perché comunque son russe non sono... non sono tipe che sbroccano e fanno casino».



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Lascio tutto al geriatra» Duello sull'eredità di Baget Bozzo

Corriere della Sera


Un milione di euro in danaro, poi appartamenti e negozi. La nipote: «Sono beni che dovevano restare in famiglia»



ROMA - Maledette siano le eredità. Perfino quella di un uomo come don Gianni Baget Bozzo, che sempre sentì la "Presenza divina" e ne ascoltò la "Voce". Sul suo testamento c’è da una parte un gruppo di vecchi amici, un geriatra, un attore, due professori universitari, un prete, una signora che testimonia di aver visto 80 volte la Madonna.

Dall’altra parte, gli eredi della famiglia che adottò Gianni, dopo la morte della mamma, ragazza madre, quando lui aveva appena 5 anni. Il teatro è Genova, ieri Il Secolo XIX ha strappato il velo sulla vicenda. Bozzo era il cognome degli zii, commercianti, che lo accolsero come unico figlio. Gianni divise la vita fra Fede e Politica. Sacerdote a 42 anni, fu sempre anticomunista. Dc, craxiano, parlamentare Psi in Europa e per questo sospeso a divinis. Quindi Berlusconi, che alla sua morte disse: «Mi mancherà il consigliere che ascoltavo di più».

Don Gianni eredita alloggi e negozi dai Bozzo e mette da parte molti liquidi anche grazie ai diritti dei libri: «Oltre un milione di euro», dice don Sergio Simonetti, uno degli amici. Muore nel maggio 2009, e si apprende che nel 2000 aveva depositato presso il notaio Bono un testamento, che spartiva i lasciti fra famiglia e amici del cuore. Solo che la famiglia non ci sta.

«Appartamenti e negozi - dice Francesca Tedeschi, che aveva come bisnonna una delle sorelle di Giovanni Bozzo, papà adottivo di Gianni - erano di famiglia, tutti meno uno. Dovevano restare in famiglia». Invece a lei è andato un solo appartamento e parte del patrimonio in denaro. Aggiunge: «Sappiamo che un mese prima di morire Gianni prese appuntamento con un avvocato romano per cambiare il testamento. Ma l’incontrò saltò, poi la malattia si aggravò. E si parla di un altro testamento, fatto sparire...». A don Sergio, che guidò al sacerdozio, don Gianni ha lasciato la sua abitazione, in via Corsica, e un sesto dei liquidi.

Un altro appartamento, via delle Cappuccine, a Giorgio Sacchi, docente di Scienze sociali, amico da 38 anni. Un altro sesto del denaro a Saverio Soldani, ex seminarista, ora attore di teatro, e un altro sesto ad Angela Volpini Prestini, veggente di Casanova Staffora, Oltrepò pavese. Poi, l’intera biblioteca al professore (Letteratura latina del Medioevo) Claudio Leonardi, amico dal 1950, quando, a Roma vivevano vicini lui, Baget Bozzo, La Pira, Dossetti, Lazzati, Fanfani... E infine il grosso, 7 appartamenti, diritti e oggetti al geriatra genovese Patrizio Odetti, che frequentava un gruppo diretto da don Gianni alla parrocchia Sacro Cuore:

«Non immaginavo che avrebbe fatto questo - dice Odetti -. Con l’eredità farò un centro studi su di lui». Francesca, la mamma Eleonora, la nonna Alberta restano con l’amaro. Impugnare il testamento? Ci stanno pensando. Intanto Francesca, 33 anni, si è candidata alle elezioni regionali nella lista Forza Liguria, che appoggia il candidato di centro sinistra, Burlando. «Mai mi si potrà dire comunista», ha dichiarato però. Comunista per Gianni sarebbe stato troppo.

Andrea Garibaldi
11 marzo 2010




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Rimborsi falsi per il Carnevale, accusa di truffa per capogruppo Idv

Pola, in un supermercato il grembiule col Duce e il tricolore

Corriere della Sera


Dopo le polemiche, l'oggetto è stato ritirato dal commercio. Ma sulla stampa croata è ancora bufera



MILANO - Vendesi grembiule da cucina con l'immagine di Benito Mussolini. Dove? In un supermercato di Pola. Non è sfuggito all'occhio attento di una cliente abituale del supermercato «Pula» (che fa parte di un gruppo di cui è proprietario un uomo d'affari istriano, Alberto Faggian) quell'oggetto che sembra inneggiare al Duce: il grembiule ritrae infatti Mussolini in divisa militare. Alle spalle del Duce, la bandiera italiana e e sulla testa la scritta: «Benito Mussolini - statista» con l'indicazione dell'anno di nascita e di morte.

LA NOTIZIA SULLA STAMPA CROATA - Dopo la segnalazione della donna, la notizia è stata diffusa da un portale d'informazione locale, iPress e poi ripresa dalla stampa nazionale croata, secondo la quale oggetti con immagini che inneggiano o mettono in una luce positiva il fascismo non dovrebbero essere messi in commercio. Secondo il portale iPress, l'oggetto è stato già ritirato dal commercio. L'Istria è la regione croata più attaccata ai valori dell'antifascismo, anche perché durante il Ventennio e la guerra, le popolazioni croata e slovena furono sottoposte a costanti discriminazioni e persecuzioni da parte del regime di Mussolini. (Fonte Ansa)




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Pedofilia, si muove la diocesi di Bolzano «Mandate le denunce sul nostro sito»Corriere della Sera Corriere della Sera

Corriere della sera



«Vogliamo assicurare che ogni segnalazione venga subito verificata e proteggere le eventuali vittime»







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Un asteroide al centro dell'Africa Équipe italiana scopre super cratere