venerdì 12 marzo 2010

Sesso nel locale Bancomat, denunciati

Corriere della Sera



I due, 38 e 28 anni, sono stati sorpresi da una volante della polizia: accusati di atti osceni in luogo pubblico


MILANO - Al cuore non si comanda: questo devono aver pensato i due giovani milanesi che, alle dieci di sera e in pieno centro, non hanno saputo resistere alla reciproca passione e hanno deciso di consumare un rapporto sessuale completo allo scarso riparo offerto dal vano Bancomat di un istituto di credito. I due - lui 38 anni, operaio, lei 28, studentessa - sono stati però sorpresi da una volante della polizia, e la «bravata» è costata loro una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.

LA VOLANTE IN SERVIZIO - L'episodio è avvenuto giovedì sera, intorno alle 22. Una volante della polizia, in servizio in piazzale Cadorna, in pieno centro della città, come da prassi ha controllato se nelle aree Bancomat era tutto regolare. Nel locale di Banca Intesa all'angolo con Foro Bonaparte, gli agenti hanno notato la coppia, inequivocabilmente intenta a fare sesso. I due, che hanno entrambi piccoli precedenti, sono stati interrotti e denunciati. Si sono giustificati dicendo che pensavano «che i vetri blindati fossero oscurati per chi guarda dall'esterno».

Redazione online
12 marzo 2010



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Cassazione: "Critiche alle donne? Diffamazione"

di Redazione

Le critiche legate soltanto al "dato biologico" del sesso femminile sono da considerare come diffamazione. Lo stabilisce una sentenza della Suprema corte. Condannato chi dice "quel posto sarebbe meglio affidarlo a un uomo"



Roma -  Le donne non possono esser criticate solo per la loro appartenenza al genere femminile e non si può dire che, ad esempio, in un determinato posto di lavoro, sarebbe meglio sostituirle "comunque, con un uomo". Lo stop alle critiche nei confronti delle donne, sganciate da qualunque riferimento a fatti specifici e riferite solo al "dato biologico", sono lesive della dignità della persona e si pagano con la condanna penale e il risarcimento dei danni. Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna per diffamazione nei confronti di un giornalista e di un sindacalista per le critiche di genere che avevano rivolto alla direttrice del carcere di Arienzo (Caserta).




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Milano, bar condannato a pagare i diritti della musica trasmessa nel locale

Corriere della Sera


Il gestore aveva fatto ascoltare la radio senza aver corrisposto i compensi dovuti


MILANO - La musica è un fattore di business. Con questa motivazione il tribunale di Milano ha condannato il gestore di un bar, citato per il mancato pagamento dei «diritti connessi discografici», a pagare la somma annua di 69,38 euro (IVA inclusa), oltre alle spese processuali, pari a euro 2.400. Si tratta di una sentenza storica in materia di diritti connessi discografici, visto che il tribunale ha condannato il gestore del bar per aver diffuso musica attraverso una radio senza aver corrisposto i compensi dovuti per legge ad artisti e produttori discografici attraverso SCF, il consorzio maggiormente rappresentativo delle imprese nella gestione dei diritti discografici.

LA SENTENZA - Il giudice ha stabilito che la musica registrata diffusa dall'esercente rientra nella fattispecie disciplinata dall'articolo 73 della Legge sul Diritto D'autore. La sentenza riconosce il «valore della musica» quale componente ad alto valore aggiunto per il business degli operatori professionali che scelgono di diffonderla nell'ambito della propria attività. La musica d'ambiente, insomma, rappresenta un servizio aggiuntivo perchè intrattiene i clienti, ne attrae di nuovi, con evidenti benefici in ambito commerciale ed economico.

«La decisione del Tribunale di Milano - commenta Gianluigi Chiodaroli, Presidente di SCF - rappresenta un provvedimento storico che costituirà sicuramente un precedente significativo nell'ambito dell'attività della magistratura. Riafferma e chiarisce in via definitiva che il pagamento del compenso a SCF per i diritti discografici è dovuto qualsiasi sia il mezzo utilizzato, anche nel caso di una radio». Nel 2009 hanno aderito alle proposte tariffarie di SCF oltre 20.000 bar e ristoranti, più di 15.000 alberghi e altrettanti esercizi della GDO, oltre a 5.000 negozi di abbigliamento e circa 3.000 parrocchie.

Redazione online
12 marzo 2010



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La Resistenza accusata di genocidio

di Eugenio Di Rienzo

La Corte internazionale dell’Aia accoglie il ricorso del figlio di un milite della Repubblica sociale assassinato senza processo dai partigiani comunisti. Chiede giustizia per altri 400 caduti

 

La malinconica profezia espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, Dalla parte dei vinti (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà. Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. 

L’ipotesi di reato è genocidio. Il Tribunale dell’Aia ha risposto così al figlio di Tiramani, Giuseppe, che, attraverso la consulenza del suo legale Michele Morenghi, ha chiesto l’apertura del procedimento tramite una memoria dove si sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette, ho già perdonato tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale uccisi in quegli anni nel piacentino».

In questo modo, l’International Criminal Court, la cui competenza si estende a tutti crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale, come il genocidio appunto, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, potrebbe intervenire su una vicenda italiana che per tanti decenni è rimasta volutamente occultata dalla storiografia ufficiale ed è sopravvissuta solo grazie alla memoria dei sopravvissuti. Fino alla comparsa dei libri di Giampaolo Pansa (un grande giornalista che sa bene di storia), quanti italiani conoscevano le tristi vicende della caccia al repubblichino, che si aprì dopo il 25 aprile 1945 per protrarsi fino al 1946 e al 1947? Pochi, pochissini. 

Soltanto i parenti delle vittime o quanti di noi avevano un amico, un conoscente che visse personalmente quella tragedia. A me capitò di avere questa triste «fortuna» e di apprendere dell’uccisione di un proprietario agricolo dell’Emilia, fucilato insieme al nipote dodicenne, con l’accusa di vaghe simpatie fasciste; della morte di un contadino del bellunese fatto fuori dopo aver rifiutato di vettovagliare una banda partigiana; e del linciaggio di alcuni giovanissimi «ragazzi di Salò» che ora giacciono interrati nel Campo X al cimitero di Musocco a Milano. Ma di tutto questo fino a pochissimo tempo fa neanche un rigo sui libri di storia e ancora oggi nessun accenno nei manuali di scuola che vanno in mano ai nostri giovani.

Eppure autorevoli testimoni di quella guerra fratricida, che si trasformò in tiro al piccione, sapevano. Sapevano e tacquero. Benedetto Croce, ad esempio. Dalla lettura dei Taccuini di guerra del vecchio filosofo, editi solo nel 2004, emerge con forza il timore che la guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione «comunistico-socialista», che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia a un altro totalitarismo, forse più spietato, come andava dimostrando con abbacinante chiarezza la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli altri paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche, coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste. 

La rivelazione della strage di Katyn, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva il filosofo, si avvicinava anche al nostro paese. Era già attiva nelle regioni orientali esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva serpeggiare nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture statali «maneggiata dai commissari comunisti» che tentavano di attuare «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie statutarie, conto le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in carcere, perquisito».

Tutto questo avveniva, in ossequio alla «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti. L’8 agosto 1945 la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi trecentocinquanta non identificati».

Tra il vero antifascismo e resistenza si scavava, con questa testimonianza, un abisso profondo. Si alzava uno steccato, che soltanto la costruzione di una memoria contraffatta di quegli anni terribili ha potuto per molto tempo celare.

eugeniodirienzo@tiscali.it




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In Cina 200 arbitri sono stati obbligati a frequentare i "campi anticorruzione"

Quotidianonet


A parte la facile ironia sulla situazione di casa nostra, nel Paese asiatico la situazione è molto grave.
L’iniziativa rientra nel tentativo di ricostruire l’immagine del calcio cinese, dopo gli scandali a catena che lo hanno colpito

Pechino, 12 marzo 2010

Più di 200 arbitri di calcio cinesi sono stati obbligati a frequentare "campi anti-corruzione", dove per cinque giorni vengono istruiti su come migliorare le proprie prestazione e mantenere la propria integrità.

L’iniziativa rientra nel tentativo di ricostruire l’immagine del calcio nel Paese, dopo gli scandali a catena che lo hanno colpito.

Questa settimana è stato fermato e interrogato Huang Junjie, fischietto internazionale dal 1998.

Nei campi di rieducazione per arbitri vengono impartiti corsi su come combattere la corruzione e di tecniche arbitrali, con un esame finale.

agi




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Identificato il leader del Ku Klux Klan italiano

Quotidianonet


Si tratta di un uomo di 33 anni, residente nella provincia di Modena e già noto alle forze dell'ordine, che dopo la perquisizione domiciliare è stato denunciato in stato di libertà per aver commesso "atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, movimenti che hanno il medesimo scopo"

Roma, 12 marzo 2010

Con un’operazione denominata "Kkk Italia", la polizia postale del Lazio ha identificato il referente del Ku klux klan in Italia, l’organizzazione dell’estrema destra inneggiante la diversità razziale, nata nel 1865 negli Stati Uniti dove attualmente riveste carattere di legalità.

Si tratta di un uomo di 33 anni, residente nella provincia di Modena, che dopo la perquisizione domiciliare effettuata in collaborazione con la sezione della polizia postale e la Digos di Modena, è stato denunciato in stato di libertà per aver commesso "atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, movimenti che hanno il medesimo scopo".

L’uomo, già noto alle forze dell’ordine come simpatizzante degli skinheads, era anche il responsabile dell’area italiana del sito www.unskkk.com. L’intento del movimento italiano - spiegano gli investigatori - era "farsi pubblicità, richiamare a sè nuovi adepti, coordinandone i movimenti per azioni inneggianti l’odio razziale".

agi




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Via Poma, riparte il processo a Busco

La Stampa

Stamane nuova udienza al dibattimento sul giallo di Simonetta Cesaroni

ROMA


Riprende oggi il processo contro l'ex findanzato di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, davanti ai giudici della III Corte d’Assise del tribunale di Roma. All'udienza di stamane avrebbe dovuto deporre Pietrino Vanacore, il portinaio del palazzo di via Poma in cui il 7 agosto 1990 fu uccisa Simonetta. Vanacore si è ucciso martedì, e ai suoi funerali, tra dolore e tensione, una donna ha gridato: «Assassini, battete le mani!», mentre sotto i suoi occhi sfilava la bara di Vanacore coperta da un grande mazzo di rose rosse.

Vanacore era stato citato come testimone, ma avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere per essere stato coinvolto, accusato di favoreggiamento, nel primo processo. Fu poi prosciolto.

All’udienza di oggi sono previste le deposizioni dell’ex datore di lavoro della ragazza, Salvatore Volponi, del figlio Luca, nonché di due esperti della polizia scientifica che esaminarono la scena del crimine nell’imminenza del fatto. Non ci saranno, invece, Giuseppa De Luca, moglie di Vanacore e il il figlio Mario.



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New York indennizza gli operai intossicati l'11 settembre 2001

La Stampa




Stanziati oltre 657 milioni di dollari
NEW YORK

Le autorità municipali newyorchesi hanno accettato di indennizzare con 657,5 milioni di dollari gli oltre 10mila soccorritori ed operai intossicati dai lavori di salvataggio e di sgombero delle macerie dal Ground Zero: perché entri in vigore, l’accordo dovrà essere approvato da un giudice e accettato almeno dal 95% di coloro che hanno intentato causa. Come riporta il sito della Bbc, il denaro proviene da uno speciale fondo federale di cui il municipio ha il controllo; il sindaco Michael Bloomberg ha definito l’intesa «una soluzione equa e ragionevole ad un insieme di circostanze molto complesse».

Alcuni operai potrebbero ottenere un risarcimento di oltre 1 milione di dollari, mentre per altri l'indennizzo si limiterebbe ad alcune migliaia di dollari. La cifra dipende dalle lesioni subite.

L’accordo potrebbe inoltre mettere fine alla battaglia legale innescata dagli attentati dell’11 settembre: delle oltre 10mila richieste presentate alla speciale compagnia assicuratrice creata dal municipio all’indomani delle stragi, ne sono state pagate solo sei. Fino ad ora i legali municipali avevano infatti sottolineato come le autorità abbiano fatto tutto il possibile per fornire l’equipaggiamento necessario per evitare l’inalazione delle polveri tossiche, ritenendo alcune delle cause intentate contro la compagnia basate su prove mediche inconsistenti.

Marc Bern, uno dei principali negoziatori dell'accordo, ha affermato: «Siamo compiaciuti che donne e uomini eroici che hanno svolto il loro



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Marito tradito, la figlia non è sua Giudice: obbligato a darle il cognome

di Alessandra Pasotti

Il marito tradito deve lasciare il nome alla bimba fino ai 18 anni.

Il motivo: "Oggi è piccola e sarebbe un trauma troppo forte"


Milano - Arianna non sa che quell’uomo che ha sempre chiamato papà, in realtà non è biologicamente suo padre. Qualcuno proverà forse a spiegarglielo, ma intanto Arianna (nome di fantasia), 6 anni, continuerà a portare lo stesso cognome con il quale è stata registrata quando è nata. Sul suo certificato di nascita sarà scritto che quel papà non è il suo papà, ma lei fino ai 18 anni non sarà obbligata a cambiare il suo cognome. Alla maggiore età poi sarà lei che deciderà se quel rapporto di affetto e di amore potrà continuare ad essere sancito anche da un vincolo anagrafico oppure no. Così ha deciso il tribunale civile di Monza che, con una sentenza apripista ha sancito che di fronte a un disconoscimento di paternità non segue, automaticamente, la variazione del cognome del bambino.

In particolare il Tribunale ha invocato «il diritto del figlio naturale di mantenere il cognome, del quale era in precedenza titolare, quando lo stesso sia divenuto un autonomo segno distintivo della sua identità personale». Il procedimento del quale si sono occupati i giudici della IV sezione civile ha preso avvio dalla richiesta da parte del Tribunale dei minorenni di Milano di vederci chiaro sulla reale paternità di Arianna. Entrambi i genitori avrebbero voluto infatti l’affidamento della bimba dopo la separazione. Proprio l’eccessiva litigiosità della coppia aveva costretto gli assistenti sociali a far intervenire il Tribunale che però si era trovato di fronte la prima sorpresa. La madre aveva infatti confessato che quella bambina non era figlia naturale del suo ex marito.

La prova del Dna non lasciava margini di dubbio: nessuna connessione biologica tra Arianna e il presunto padre. Da qui la richiesta di disconoscimento di paternità. «La bambina ha diritto di sapere chi è il suo padre naturale - spiega il curatore della bimba, l’avvocato Maria Gabrielle Tamborini -, ma nello stesso tempo il Tribunale dimostrando grande sensibilità non ha voluto interferire nel legame che ormai si è creato fra Arianna e il padre. Il cambio del cognome è sicuramente un fatto traumatizzante per una bimba che il prossimo anno frequenterà la prima elementare. Si è voluto lasciare alla figlia la possibilità di decidere e valutare, quando avrà l’età per farlo, l’intensità di quel rapporto, evitando inutili traumi. L’importanza di questa pronuncia sta, dunque, nel fatto di sottolineare, per la prima volta, l’assenza di automatismo giuridico tra intervenuto disconoscimento e modifica del cognome». «È evidente, infatti, - si legge nella sentenza - che se il nome, (inteso nelle sue due componenti) è elemento identificativo della persona, ogni modificazione dello stesso è suscettibile di incidere sulla persona che identifica e sulla percezione che questa ha del sé, in relazione con il mondo esterno». Ma non solo.

Il tribunale di Monza bacchetta la pretesa del padre di «voler continuare a mantenere il rapporto con Arianna subordinando però l’assunzione degli impegni economici alla decisione del Tribunale di confermare o meno la sua paternità» come «egoistica» e «che evidentemente mal si attaglia con il bene della bambina». Ma su questo punto, se dovrà continuare a mantenere la bimba o meno, sarà il Tribunale dei minori a doversi pronunciare.





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Cina, la campagna contro la stampa: esame di comunismo per giornalisti

di Gian Micalessin

Regime contro la proliferazione di tv e giornali commerciali: dimostrare la conoscenza delle ideologie di partito per esercitare la professione





Pechino - E' la stampa bellezza! Sessant’anni dopo il film «L’ultima minaccia» con Humphrey Bogart nei panni del giornalista Ed Hutchinson anche i comunisti cinesi incominciano a capirlo. Non che non avessero ricevuto spiegazioni. Il vecchio capo Mao Tze Dong lo ripeteva sempre. 

«Il successo del comunismo riposa nella canna del fucile e nella punta della penna». I nuovi signori di Pechino - distratti dopo la sua morte da investimenti e rendite miliardarie - avevano scordato l’aurea regola annotata nel Libretto Rosso. E così la proliferazione di tv e giornali ha offerto a inviati e giornalisti la possibilità di approfittarne. Ma quando è troppo è troppo. 

Trentatre anni dopo la scomparsa del «gran timoniere» la Cina corre ai ripari e annuncia una severa campagna di rieducazione per imbrigliare le penne in libertà. D’ora in poi chiunque occupi un posto di responsabilità in un giornale o in una televisione dovrà tornare a studiare le sane vecchie regole annotate nel codicillo di Mao. 

E potrà continuare a svolgere la professione solo se riuscirà a superare un esame in cui dimostrerà di conoscere le fondamenta del comunismo e di esser pronto a servirlo. 

Ad annunciare la resa dei conti con una categoria di cronisti illusisi di poter servire la verità dei fatti anziché quella di partito è la signora Li Dongdong, numero due dell’Amministrazione generale della stampa e della pubblicazioni. «I compagni che desiderano lavorare sul fronte dell’informazione giornalistica devono conoscere molto bene la versione cinese del socialismo e tener sempre presente la visione di Mao sull’informazione, l’etica del giornalismo e la disciplina prevista dal partito comunista per l’informazione e i media», spiega la funzionaria in una serie di dichiarazioni pubblicate dal South China Morning Post e dall’agenzia di Stato Nuova Cina. 

Le preoccupazioni dei comunisti cinesi non sono, dal loro punto di vista, del tutto infondate. Da quando la pubblicità ha incominciato a gonfiare i bilanci di giornali e televisioni e a renderli indipendenti dai finanziamenti e dai controlli di partito, i giornali cinesi si sono convinti di poter fare il bello e brutto tempo. E l’immagine del sistema ha incominciato a vacillare. Per capirlo basta scorrere le cronache degli ultimi anni. 

Uno dei primi a infrangere le sacre regole della discrezione di regime è Li Changqing, un inviato del Fuzhou Daily colpevole - nel 2004 - di aver descritto una pericolosa epidemia di dengue alla vigilia di un’importante fiera internazionale nella sua città e di aver denunciato - grazie alle rivelazioni di un funzionario di partito - la rete di corruzione gestita dalle autorità comuniste della provincia di Lianjiang. Quella non richiesta passione per la verità costa a Li Changqing tre anni di carcere inframmezzati da un corollario di torture. 

L’esemplare punizione non basta a rimettere in riga l’odiosa e incontrollabile categoria. Seguendo l’esempio di Changqing decine di altri cronisti fuori controllo si sono esibiti negli ultimi anni in una serie di rivelazioni che hanno fatto schiumare di rabbia i vecchi gerarchi del comunismo cinese. Gli esempi non mancano. Dopo il disastroso terremoto del maggio 2008 nella provincia del Sichuan, il giornalista Tan Zoruen denuncia la tragedia di migliaia di bambini sepolti sotto le macerie di scuole costruite senza tenere conto del rischio sismico. 

I cinque anni di galera comminati all’indiscreto cronista da un tribunale del popolo non bastano nei mesi successivi ad arginare le dettagliate e scandalose cronache sull’avvelenamento di oltre 50mila bimbi vittime del latte alla melamina. Per metterci una pezza le autorità non esitano a mandare al patibolo due dirigenti responsabili dello scandalo, ma la punizione non basta ad arginare il malcontento della popolazione che in alcune zone si trasforma in proteste di piazza e rivolte locali. Così le autorità hanno ora deciso di risolvere il problema alla vecchia maniera. 

Dopo aver favorito gli investimenti che hanno portato allo sviluppo, alla diffusione e alla crescita di televisioni e giornali i gerarchi di Pechino cercano d’ arginarne l’attività imponendo i dogmi dell’antica ideologia.

La nuova parola d’ordine per i circa 230mila redattori e inviati di circa 2.000 quotidiani e 10mila riviste disseminate sul territorio cinese torna a essere la vecchia regola secondo cui «il giornalista deve servire il partito e non contestarne i principi». Peccato che il partito sia, ormai, una gigantesca società per azioni alla testa di un sistema economico fuori controllo. E chi paga per un giornale non s’accontenta più delle vecchie favole del Grande Timoniere. «È il mercato bellezza e tu non puoi farci niente, niente».




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Troppo bella per le bulle: 13enne si impicca in casa L'Inghilterra è sotto choc

di Domenico Ferrara

L'ultima tragedia del bullismo: ragazza inglese si impicca in casa perché era tormentata dalle compagne gelose del suo aspetto. 


Meloni: "Il dolore nascosto dei giovani che soffrono più dei loro genitori"






Londra - Capelli biondi, occhi grandi e intensi, viso ben truccato, labbra luccicanti. L’unica «colpa» di Poppy Bracey, tredicenne di Manchester, era quella di essere bella. E per la sua bellezza era stata presa di mira dalla gelosia delle compagne di classe della Lowton High School di Leigh. Forse volevano essere come lei, forse non riuscivano a sopportare la concorrenza della coetanea nella conquista dei ragazzini, forse non potevano reggere il confronto con madre natura. 

E così avrebbero scagliato la loro invidia contro Poppy, giorno dopo giorno. Le cause che hanno condotto la tredicenne a impugnare la cravatta della divisa scolastica e ad attorcigliarla intorno al collo sono al vaglio degli inquirenti. L’ipotesi più accreditata è che la teenager sia stata vittima di bullismo. L’ennesima vittima, delle bulle però. Poppy si è impiccata nella sua camera da letto a casa dei genitori adottivi una volta rientrata da scuola. È stata trovata priva di sensi, inutile la corsa verso l’ospedale. 

Il preside della Lowton High School, John Shanahan, la ricorda «vivace, socievole e popolare sia tra gli studenti sia tra gli insegnanti». In un comunicato apparso sul sito web dell’istituto si legge: «La felicità dei nostri studenti è un elemento centrale». Poppy, però, non era felice. All’apparenza, aveva tutti i motivi per esserlo. Era nel pieno della giovinezza, andava bene a scuola, era carina. Eppure, c’era qualcosa che non è riuscita a sopportare e che l’ha portata a compiere un gesto così estremo. Forse, e paradossalmente, il non essere accettata perché troppo bella.

«È triste vedere che la tua morte è stata causata da un branco di persone patetiche, che prendevano in giro te solo per sentirsi meglio con loro stessi», «È una vergogna, eri una ragazza splendida. Cosa può averti ucciso, se non l’invidia?». Sono solo alcuni delle centinaia di messaggi apparsi sul web, firmati da amici e conoscenti di Poppy. Tutti arrabbiati con chi la prendeva di mira. «La tragica morte di Poppy - ha commentato la presidente dell’associazione antibullismo “Beatbullying” – sottolinea ancora una volta l’impatto devastante che il bullismo può avere sui giovani». Non solo maschi ma, sempre più spesso, anche ragazze. Per aiutare le vittime, l’associazione ha lanciato una help line che, in solo un anno, ha ricevuto richieste di aiuto da parte di duecentomila giovani. Duecentomila vittime di bullismo.





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Virgilio, maglietta osé in classe «Umiliata dalla prof, la denuncio»

Corriere della Sera

Sotto accusa una frase della t-shirt. La docente: nessuna offesa


MILANO -

La studentessa indossava una t-shirt, mercoledì mattina a scuola. Una maglietta blu con la scritta Kiss me before my boyfriend comes back, baciami prima che torni il mio ragazzo. Messaggio semiserio, poco gradito a una professoressa. Forse anche giustamente, «ragazze pensate bene alle frasi che veicolate con il vostro corpo», ha detto la docente alle studentesse di prima liceo. Ma la ramanzina è andata avanti. La ragazza racconta: «La prof mi ha umiliata invitando la classe a commentare il mio gesto. Poi ha aggiunto alcuni suoi commenti. Tra questi uno in particolare: "cagna in calore che cammina"». Possibile? La mamma della studentessa riusciva a stento a crederci. Poi, mercoledì sera, ha querelato l’insegnante. Che a sua volta si difende: «Mai detto nulla del genere».

La versione di una quindicenne e quella di una professoressa stimata, da oltre vent’anni al Virgilio. La ragazzina mostra il quaderno, è seria e combattiva. «La prof ci ha fatto scrivere i commenti emersi dal dibattito sul mio comportamento. La mie compagne (è una classe tutta al femminile) hanno parlato di "mancanza di rispetto, mancanza di fedeltà, tradimento, superficialità". A quel punto la docente ha suggerito altre interpretazioni. Sì sì, le sue, guardi qui, le ho scritte (la prof ci chiede sempre di prendere appunti): "esplicito messaggio sessuale, ragazza facile, idea di sesso prevalente". E poi quella cosa della cagna...». Una versione confermata ieri alle 13 fuori da scuola, in via Pisacane: «Sì, l’ho sentito con le mie orecchie, ha detto prima cane e poi cagna». Un’altra ragazza: «Io da settembre indosso solo magliette a tinta unita per questo motivo».

Un caso difficile. E una mamma sconvolta: «Certe cose non devono succedere. Un docente non si può permettere certi atteggiamenti». La donna, accompagnata dalla figlia, ha presentato una querela contro la docente «per tutti i reati che si possono ravvisare nei fatti esposti», allegando anche il quaderno della ragazza con le frasi incriminate. «Mia figlia? È una ragazza in gamba, non ha paura». Ieri la studentessa ha chiesto alle compagne un gesto di solidarietà.

Ma in molte «hanno paura». Dal canto suo il preside del liceo (1.700 studenti, due sedi e un’ottima fama), ieri mattina ha convocato la professoressa. «È caduta dalle nuvole», riferisce Paolo Saporiti. «Mi ha semplicemente spiegato che ha preso spunto dalla vita quotidiana per impostare la lezione. Succede spesso, soprattutto al primo anno». Una lezione «partecipata». Con gli adolescenti che espongono sensazioni e si confessano. «La docente, con vent’anni di esperienza, mi ha assicurato di non aver pronunciato alcuna frase offensiva», continua il dirigente. «È convinta di essere stata male interpretata. E comunque ha ripetuto più volte di non aver detto la parola cagna».

Due versioni completamente diverse. Di certo c’è solo la querela presentata ai carabinieri, lo sconforto della quindicenne e l’amarezza di sua mamma: «Quella maglietta l’abbiamo comprata insieme, in vacanza. È accollata e lunga, per nulla sexy. È vero, l’altra mattina non ho controllato come fosse vestita mia figlia, ma non avrei mai immaginato che potesse succedere tutto questo».

Annachiara Sacchi
12 marzo 2010





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Ammucchiata in piazza

Libero





Di Mario Giordano





E Pecoraro Scanio? Dov’è Pecoraro Scanio? Salterà fuori anche lui, ne siamo sicuri, magari con Er Piotta Paolo Cento con la sciarpa della Roma e la bandiera Arcobaleno. E poi dietro di loro tutto il resto della carovana da Padoa Schiappa a Luxuria, passando per Intini e Turigliatto: venghino, siori, venghino, il grande circo dell’Unione sta per tornare in piazza e lo spettacolo  è assicurato. Grandi e piccini non stanno più nella pelle, l’attesa è febbrile: si vedranno equilibristi, domatori, alcuni cavallerizzi, diversi   acrobati, lanciatori di coltelli (nella schiena), ex pm,  mangiatori di fuoco. Ma soprattutto tanti pagliacci. Come un flashback, come un sussulto di ieri, come un singhiozzo del passato: a volte ritornano.


Eccola lì la grande Unione della sinistra, l’armata Brancaleone dell’antiberlusconismo: domani, sabato 13 marzo, sarà schierata tutta in piazza a Roma, come ai bei tempi di Romano  Prodi quando i sottosegretari s’incontravano in corteo e manco si riconoscevano talmente erano numerosi. Saranno di nuovo lì, tutti insieme (si fa per dire), accozzaglia di mondi lontani, cocktail velenoso, insalata russa ormai andata a male, insieme di persone capaci di stare insieme senza litigare giusto il tempo che basta per insultare il Cavaliere. Ognuno con la propria bandierina, ognuno con la propria siglettina, ognuno con la propria ambizioncina di conquistare la poltroncina. Compatti come le figure di Picasso, uniti da un legame saldo come un semolino di patate.


Ci saranno tutti: Bersani del Pd, Di Pietro dell’Idv, Paolo Ferrero di Rifondazione, Oliviero Diliberto del Pdc, Nichi Vendola per la Sel, Angelo Bonelli per i Verdi, Emma Bonino per i radicali, Riccardo Nencini per i socialisti più i rappresentanti del popolo viola. Si sono perse le tracce dei trotzkisti, dei marxisti-leninisti, degli eredi della socialdemocrazia di Gattinara, dei Consumatori Uniti, dei Repubblicani Democratici e del Partito Democratico Meridionale, ma probabilmente nascosti in mezzo alla  folla ci saranno anche loro.

Qualche vecchio militante si domanderà un po’ stupito: ma il Pd non doveva mettere insieme tutte le anime della sinistra? Domanda sciocca: mettere insieme tutte le anime della sinistra è come provare a suonare la nona di Beethoven con l’ocarina. Impossibile.

E così eccoli di nuovo tutti insieme sul palco di Roma come fu alla reggia di Caserta, quando i rappresentanti dell’Unione di Prodi non riuscirono a mettersi d’accordo nemmeno sul menu. Ricordate quei giorni meravigliosi del Romano II? Per riuscire a soddisfare tutti il Professore varò il governo più ciccione della storia della Repubblica: ben 102 nomine, fra ministri e sottosegretari. Per riunirli tutti dovette affittare, per l’appunto, la Reggia del Vanvitelli.

Nei primi 80 giorni, poi, cercò di accontentare gli appetiti anche di tutti i burocrati dell’Unione:  così spostò, oltre a quelle ministeriali, ben 123 seggiole. Le Poste arrivarono a 111 consiglieri d’amministrazione, Sviluppo Italia a 119. Roba da far brillare il made in Italy nel mondo: nemmeno Frau e Natuzzi, messi insieme, riuscirebbero a produrre tante poltrone così.


Fu un periodo di divertimento assoluto. C’era il ministro dei Trasporti Bianchi  che si batteva per le norme di sicurezza stradale e poi ammetteva: “Io sorpasso i limiti di velocità”. C’era il ministro Cesare Damiano, che faceva il paladino della lotta contro il precariato, e poi aveva 30 precari (alcuni senza stipendio) nel suo dicastero. C’era la Melandri che ballava nella villa di Briatore in Kenya e poi giurava di non esserci mai andata.

Ogni giorno uno show, ogni giorno una gag. I ministri scendevano in piazza contro il loro stesso governo. Mastella si faceva prendere a torte in faccia al Bagaglino, D’Alema passeggiava sotto braccio con i terroristi. Dichiarazioni ai giornali, tradimenti, messaggi mafiosi, pizzini e ricatti. Per cercare di mettere tutti d’accordo Prodi riunì di nuovo tutti in a San Martino al Campo in un ristorante dal nome emblematico, Pantagruel: risotto al tartufo e piccione, timballo di bietole e fave, chianina con olive nere, tartine di pere e mele e gelato all’uvetta. Si mangiarono tutto. Anche quel po’ di credibilità che era rimasta.


Come si dice? L’Unione fa la forza. Ma non sempre però: da quel minestrone indigesto nacque infatti quello che è stato unanimemente giudicato il peggior governo della storia della Repubblica italiana. Così brutto che alla fine era persino spettacolare. Il fascino dell’orrido. Il governo si schiantò in 722 giorni, l’Unione pure. Non sempre sono i migliori che se ne vanno, in effetti. Però sono sempre i peggiori che tornano indietro. Edinfatti  ecco qua, di nuovo il caravanserraglio schierato domani in piazza con tutti i suoi Diliberti e il suo folklore. Chiamate Er Piotta, chiamate Luxuria, date di nuovo un po’ di spazio a Pecoraro. Il grande circo ricomincia e noi saremo lì, in prima fila, a goderci lo spettacolo: già la prima versione fu uno splendido disastro. E noi siamo pieni di speranze: i remake, si sa, sono sempre peggio dell’originale…

12/03/2010




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Petrolio», il mistero in mostra

Corriere della Sera



Dell’Utri: «Non sarà esposto, ma l’ho visto: 70 veline con appunti a mano». Il vero titolo: «Lampi su Eni»

Il capitolo scomparso di Pasolini ritirato dalla manifestazione milanese
«Petrolio», il mistero in mostra
Dell’Utri: «Non sarà esposto, ma l’ho visto: 70 veline con appunti a mano». Il vero titolo: «Lampi su Eni»



Questa è la strana storia di gente che dice e non dice, che afferma e poi si tira indietro, che allude e si guarda bene dal confermare, che ricorda e poi perde la memoria. Tanto che anche chi non avesse nessuna tendenza al complottismo a tutti i costi, alla fine qualche brutta idea se la fa venire per forza. Per esempio: il senatore Marcello Dell’Utri annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico (martedì 2 marzo), che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio, l’ultimo romanzo (rimasto incompiuto) di Pier Paolo Pasolini, misteriosamente scomparsi dopo la sua morte. Annuncio clamoroso. I giornali ovviamente si scatenano e, a poco a poco, col passare dei giorni, la notizia perde credibilità: sì, forse, ma... e alla fine non se ne fa niente. La Mostra si inaugura (oggi alla Permanente di Milano) e i fogli non ci sono: 

«La persona che me li ha promessi è scomparsa ». Ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano». Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento ». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni». Che la preposizione sia semplice o articolata, si tratterebbe, dunque, delle pagine del famoso Appunto 21 che nel romanzo coincidono con un foglio in bianco e che, secondo alcuni, dovevano contenere il racconto «sconvolgente» della scalata di Cefis all’ente petrolifero italiano e forse il mistero della morte di Mattei. O più probabilmente rivelazioni sull’oscuro passato partigiano dello stesso Cefis in val d’Ossola.

Ma cosa che già non si sappia? E cosa che non sia contenuto in un libro, Chi è Cefis? L’altra faccia dell’onorato presidente, firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz, pubblicato nel ’72 dall’Ami (Agenzia Milano Informazioni) e fatto immediatamente sparire dalla circolazione? Pamphlet di cui—è acclarato—Pasolini possedeva una delle rarissime copie sopravvissute e a cui lo scrittore attinse a piene mani per costruire il suo romanzo. Quel che rimane del presunto documento destinato alla Mostra sono esili tracce: sarebbe stato proposto a Dell’Utri da una persona di Roma che spaventata dal rumore seguito all’annuncio avrebbe pensato bene di tirarsi indietro (dopo aver offerto il libro di Steimetz, che invece è regolarmente esposto, accanto a un altro volume raro, intitolato L’uragano Cefis, a cura di Laura Betti, Giovanni Raboni e Francesca Sanvitale, pubblicato sotto la sigla editoriale EGR e privo di data). Insomma, tanti condizionali d’obbligo, a questo punto, se non si riesce neppure a capire come mai sia stato dato l’annuncio del sorprendente ritrovamento (sia pure in forma dubitativa) quando ancora l’acquisizione per la Mostra non era certa. Mistero gaudioso. O doloroso, a seconda dei punti di vista.

Ora, la soluzione più comoda sarebbe quella di tagliare la testa al toro e sentenziare che quel testo non è mai esistito e che si tratta solo di ipotesi fantasiose di impenitenti dietrologi, allineandosi così tranquillamente alle dichiarazioni degli eredi Pasolini. I quali hanno sempre escluso recisamente che dopo il 2 novembre 1975 sia avvenuto un furto in casa dello scrittore (peraltro smentiti dalla testimonianza di Guido Mazzon, un altro cugino di Pasolini). Affermazione che non basta, perché quelle carte potrebbero, eventualmente, essere state sottratte secondo modalità «lecite», magari in seguito a sopralluoghi delle forze dell’ordine (fatto di cui la famiglia non ha più memoria). È questa un’altra ipotesi che circola presso ambienti universitari. Alessandro Noceti, che ha curato l’esposizione pasoliniana alla Mostra milanese, conferma che quelle pagine ci sono e non dispera che vengano fuori nei prossimi giorni. Ma rimane tutto appeso ai condizionali, come l’intera vicenda.

Il dato di fatto, interno al testo, è che all’Appunto 21 (quello mancante) viene fatto esplicito riferimento nel capitolo successivo come a un brano già compiuto: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria ». (In Petrolio, Mattei viene chiamato Bonocore, mentre a Cefis spetta il cognome, non proprio lusinghiero, di Troya). Ora, è pur vero che il romanzo si presenta in forma di brogliaccio, ma proprio per questo l’autore avrebbe dovuto sorvolare sui nessi interni quando ancora non erano certi, per precisarli in una fase successiva. Del resto, è lo stesso Pasolini a confessare: «Il mio non è un romanzo "a schidionata", ma "a brulichio" e quindi è comprensibile che il lettore resti un po’ disorientato». Forse non avrebbe immaginato che il disorientamento sarebbe stato accresciuto trentacinque anni dopo da troppe omertà. O dall’uso strumentale cui si presta un’opera ancora dolorosamente attuale.
Paolo Di Stefa



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Cuba, grave il dissidente Farinas

Corriere della Sera


Era in sciopero della fame da 15 giorni per chiedere la liberazione di 26 prigionieri politici malati











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Disabili: posteggio col chip contro le «occupazioni abusive»

Corriere della Sera

Il «Park Tutor» è un dispositivo elettronico che proteggerà da chi parcheggia senza diritto

MILANO – Quotidiana scena d’inciviltà automobilistica: i posteggi riservati ai disabili occupati da auto senza alcun contrassegno. Forse conoscendo l’enorme disagio che da questi abusi le persone con disabilità ricevono, un’azienda milanese, la Park Busy, ha chiesto aiuto all’elettronica e ha studiato un dispositivo, il «ParkTutor», per impedire agli automobilisti di attuare questo tipo di trasgressione del codice della strada (che attualmente comporta una contravvenzione salata e la sottrazione di 2 punti della patente).

IMPRONTA INCONFONDIBILE – Come succede agli impiegati che, entrando in ufficio, sfiorano col badge aziendale un lettore elettronico che ne registra l’identità e l’orario d’ingresso, così dovrebbe fare il «ParkTutor». Il titolare del permesso di sosta riceverà infatti una sorta di telecomando per attivare il sistema al proprio arrivo e il dispositivo, una volta acceso, sarà in grado di riconoscere la presenza del badge del «padrone» inviando contemporaneamente, tramite un radiolocalizzatore installato sul posteggio e protetto da atti di vandalismo, un messaggio ai computer della centrale operativa della polizia locale. Viceversa, se ad occupare il posteggio sarà una vettura non autorizzata, alla centrale operativa dei vigili urbani – dotata di un software creato ad hoc – giungerà un avviso della trasgressione che consentirà l’invio immediato di una pattuglia o del carro-attrezzi. Non solo. Per scoraggiare i più intraprendenti, dalla Park Busy assicurano che il badge assegnato a ciascun disabile autorizzato non può essere riprodotto, contraffatto o ceduto ad altri perché basato sull'impronta digitale del titolare.

MILANO E ROMA LO METTONO ALLA PROVA – Il sistema, brevettato nel 2008, è stato presentato a Roma nel corso di un convegno sulla sicurezza urbana organizzato da Ancupm (Associazione nazionale comandanti e ufficiali dei corpi di polizia municipale) presso il Comando generale del corpo della polizia municipale, ma a Sesto San Giovanni, comune del milanese, la sperimentazione è già in corso da tempo su 4 postazioni e si concluderà entro un mese.

COSTI E DUBBI – E ai comuni quanto costerà? Le 4 postazioni di Sesto San Giovanni sono sufficienti a gestire 32 posteggi collocati in una stessa piazza e quindi ravvicinati: proprio grazie alla possibilità che ogni «bridge di area» (cioè la centralina di controllo che sovrintende al monitoraggio della rete di sensori interrati nel parcheggio) ha di gestire più zone di sosta, il singolo impianto completo potrà variare il costo tra i 200 e 600 euro a posteggio. Una cifra contenuta, in effetti, che però – a quanto si sa – non comprende il prezzo della manutenzione delle tecnologie impiegate (il telecomando e il badge in mano al disabile, il bridge di area, la rete di sensori interrati e il software in uso alla polizia locale). Inoltre, in attesa di una prossima eventuale messa a regime del «ParkTutor» e pur non considerando le potenziali criticità in tema di rispetto della privacy, resta qualche interrogativo su come verrà garantito il diritto di parcheggiare a chi, disabile con contrassegno autorizzato dal proprio comune di residenza, si troverà in visita a Milano e Roma senza possedere badge o telecomandi forniti da quelle amministrazioni. Se poi, attualmente, gli automobilisti disabili patiscono l’inciviltà di chi scambia il loro diritto per un privilegio, è pur vero che forse ancor di più scontano lentezza e scarsità di risorse dei servizi di rimozione forniti dalla polizia locale e chiedono la sanzione certa degli abusi: resta da capire come il «ParkTutor» riuscirà a porre un rimedio su entrambi questi fronti.

Corrado Fontana
11 marzo 2010(ultima modifica: 12 marzo 2010)




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Emanuela Orlandi, altri due indagati

La Stampa

Erano legati al boss De Pedis
ROMA

Si delineano con maggior chiarezza ruoli e circostanze dietro la sparizione di Emanuela Orlandi, la figlia di un impiegato del Vaticano della quale non si sa più nulla dal 28 giugno 1983.

Dopo la notizia di un primo indagato, Sergio Virtù, indicato come l’autista di Enrico «Renatino» De Pedis, il boss della Banda della Magliana ucciso a Roma il 2 febbraio 1990, oggi la scoperta di altri due nomi finiti nel registro degli indagati: Angelo Cassani, 49 anni detto «Ciletto», e Gianfranco Cerboni, 47 anni noto come «Giggetto».

L’ipotesi di reato presa in esame nei loro confronti, così come per Virtù, è quella di sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato dalla minore età e dalla morte dell’ostaggio.

Secondo quanto accertato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Simona Maisto, «Ciletto» e «Giggetto» avrebbero pedinato Emanuela Orlandi e, forse, proceduto materialmente al sequestro. Entrambi, con diversi precedenti penali alle spalle e tuttora a piede libero, sono stati interrogati oggi ed hanno respinto le accuse. Cerboni ha anche negato di essere soprannominato «Giggetto».

Secondo l’ipotesi di lavoro degli inquirenti, i due non facevano parte della Banda della Magliana, ma gravitavano intorno al boss Giorgio Paradisi, morto nel 2006 per tumore, e già braccio operativo di De Pedis. Facevano parte, insieme con una terza persona che deve ancora essere identificata, di una sorta di gruppo di manovali al servizio di Paradisi.

A loro gli inquirenti sono risaliti tramite le dichiarazioni della supertestimone Sabrina Minardi, ex amante di De Pedis, e di vari collaboratori di giustizia. Cassani e Cerboni hanno ammesso oggi di aver conosciuto Paradisi negli anni Ottanta, ma ribadito di non aver avuto nulla a che vedere con il caso Orlandi.

Intanto i legali dei familiari di De Pedis, Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, alla luce delle notizie trapelate sugli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria, si sono rivolti ai giornalisti per domandare come mai la Minardi «se è così attendibile come ritiene la Procura di Roma non sia stata ancora iscritta a registro indagati, avendo la stessa confessato di aver partecipato quantomeno al presunto sequestro».




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L'ultimo grande mistero della holding del male

La Stampa

Un intrigo internazionale lungo venti anni

FRANCESCO GRIGNETTI

ROMA


E rieccoci in pieno Romanzo criminale. C’è la pupa del Capo, Sabrina Minardi, bellissima e perduta, che il boss aveva rubato al centravanti della Lazio. C’è il Macellaro, Sergio Virtù, che preferiva fare da autista al boss piuttosto che stare al negozio e avrebbe ucciso lui l’ostaggio, indagato per sequestro e omicidio. E ci sono i bravi ragazzi, Giggetto e Ciletto, svelti di mano, abituati alle rapine, ma all’occorrenza pronti anche a un sequestro.

Ma soprattutto c’è il Grande Mistero: il rapimento di Emanuela Orlandi, un rompicapo inestricabile da troppi anni. Che ci fosse un collegamento tra il giallo di Emanuela e la Banda della Magliana, in fondo, è una novità recente. Ma se si va a grattare, si scopre che la polizia ha sempre tenuto d’occhio la pista dei malavitosi romani perché all’epoca non c’era delitto che non passasse per questa holding del male e poi perché c’era un movente grosso come una casa.

«Alcuni elementi di questa vicenda - raccontava qualche tempo fa un investigatore di razza come Nicola Cavaliere, ex vicecapo della polizia, oggi vicedirettore dei servizi segreti Aisi - già in passato ci avevano portato sulle tracce della Banda della Magliana e di De Pedis. Anzi, per quel che mi riguarda, non ho mai considerato ipotesi diverse». C’è da fare un salto sulla sedia: la Banda della Magliana come ipotesi privilegiata delle indagini. Altro che fantomatici terroristi turchi, o Amerikani, o fughe d’amore, o cardinali viziosi.

Chi era addentro alle indagini puntava già negli Anni Ottanta su un’ipotesi terribilmente concreta. Cavaliere ne ha parlato con la giornalista Rita Di Giovacchino che un anno fa ha scritto sul caso un libro avvincente («Storie di alti prelati e gangster romani», Fazi Editore). Ha raccontato: «Molte linee convergevano verso quella di un ricatto nei confronti della Santa Sede, perché dopo l’uccisione di Roberto Calvi ai creditori “illegali” dell’Ambrosiano si poneva un problema non secondario: chi sarà adesso a saldare il debito? Ma era una certezza difficile da dimostrare allora e anche oggi».

Ecco chiarito, dunque, il senso di questa indagine: il movente. Se la Banda della Magliana rapì la figlia quindicenne del messo papale, non fu per salvare Alì Agca, della cui sorte non s’interessavano affatto, ma per recuperare il malloppo. E se il nome del vescovo Paul Marcinkus fu tirato in ballo, attenzione, non era perché fosse il mandante del rapimento, ma semmai il ricattato. La vita di Emanuela fu messa in palio in cambio dei soldi custoditi allo Ior. Soldi però che lo stesso vescovo non aveva più perché nel frattempo finiti chissà dove. Forse in Polonia a sostenere la lotta di Solidarnosc. Forse in Sudamerica, a sostenere le missioni cattoliche. Forse sperperati in operazioni finanziare sbagliate. Chissà.

Che però il movente fosse molto prosaico, lo pensa anche il giudice Rosario Priore, che non s’è mai occupato direttamente del sequestro, ma di misteri vaticani se ne intende perché ha indagato per tredici anni sull’attentato al Papa. Intanto sbalordisce la cifra in ballo: «Erano - dice Priore - 15 o 20 miliardi di lire, per i quali, diciamo così, c’era una istanza di restituzione della Banda della Magliana» E quella non era gente che accettasse che i suoi soldi potessero volatilizzarsi. «Probabilmente la Banda voleva rientrare in possesso delle somme che non erano state restituite. E’ probabile, quindi, vista la cittadinanza della Orlandi, che il sequestro fosse un ricatto al Vaticano».

Si spiegherebbero così tante cose: gli appelli sempre più accorati del Papa, la linea telefonica riservata presso il cardinale Casaroli, la cortina fumogena delle telefonate a casa Orlandi o al loro avvocato. Il nome di Marcinkus venne fuori, in alcune di quelle telefonate, e probabilmente era un’allusione al vero destinatario di tante «attenzioni». Ma poi la trattativa, se trattativa ci fu, fallì. Il boss Renatino De Pedis capì che non sarebbe riuscito a recuperare i suoi soldi. E da quel momento il destino di Emanuela fu segnato.



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Grillo avvisa: «Sarete fortunati se Di Pietro non imbraccerà il fucile»

di Redazione


C’è un equivoco di fondo, appena sfogli Ad ogni costo, il libro edito da Ponte alle grazie che raccoglie «battaglie e proposte» di Antonio Di Pietro: «Non lo hanno fermato decine di processi inventati», «i suoi tanti nemici non hanno capito che più lo attaccano, più si rafforza», «è l’uomo maggiormente impegnato a definire obiettivi precisi e pratici». Il dubbio sorge: avrò mica comprato una biografia di Berlusconi?

Già, perché il Cavaliere è ormai un’ossessione per Tonino, tanto da diventare il suo personalissimo mr Hyde. Il Darth Vader di Arcore a cui ricondurre tutti i mali. Questa antologia di interventi e articoli apparsi sul suo blog, quindi, diventa la summa dell’antiberlusconismo dipietresco. Non c’è pagina in cui non si legga di «lobby massonica», «regime», «premier corrotto», «amici di mafiosi». È la sapiente arte della «versione di parte». Citare le testimonianze di Ciancimino jr su Dell’Utri mafioso senza dire che i giudici hanno definito il teste inattendibile; strapparsi le vesti per una cena tra Berlusconi e un giudice della Consulta dimenticando però di ricordare che la maggioranza di quelle toghe è di estrazione di sinistra; quell’arte di cui Di Pietro accusa i giornali «servi» e in cui è però maestro.

Poco di nuovo, dunque. Se non la pretesa di dividere ogni capitolo in «fatti» (spiegati dai collaboratori del suo sito, capirai l’obiettività), i suoi commenti e «gli altri», ovvero le opinioni dei nemici, quelli da abbattere. Dal provvedimento sulle intercettazioni («lo scempio più efferato della storia repubblicana») ad Eluana, dalla Rai («gestita da Confalonieri ad interim per Berlusconi») agli «editoriali-vergogna» di Minzolini, il libro è una miniera di insulti, veicolati con un occhio al pietismo e l’altro alla violenza (più o meno verbale). Con una mano ci si ammanta di nobiltà, per esempio quanto fu ingiusto sottolineare i suoi insulti a Napolitano senza ricordare che solo Idv citava le vittime di mafia (sfugge il nesso), oppure proponendo di sostituire i Pokémon con i faccini di Borsellino e Falcone, nuovi eroi per i nostri figli.

Dall’altra però si dà dei «compari» ai parlamentari di una «legislatura che rappresenta la follia», si scrive che «chi semina vento raccoglie Tartaglia» e ci si augura che dei proventi Mediaset il 99% vada allo Stato. D’altronde, per cogliere la portata sinceramente democratica dell’opera letteraria bastava fermarsi all’introduzione di Beppe Grillo (che ricorre nel libro come unico raggio di luce nel buio, in un perfetto binomio di stima e pubblicità reciproca): «Quando gli elicotteri porteranno via in fuga piduisti e mafiosi che occupano le istituzioni, vedranno Di Pietro che li saluterà. Saranno fortunati se non imbraccerà il fucile». Fortuna che non l’abbia già imbracciato.



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Travaglio e Ingroia «in love» Galeotto fu l’antiberlusconismo

di Redazione

CHE COPPIA Il giornalista e il pm in vacanza insieme in Turchia.

Nel 2003 con loro c’era un futuro condannato


Roma


Marco Antonio, non il generale romano dell’avanti Cristo ma quello contemporaneo, è una crasi, una sintesi, una fusione. È uno e bino: è Marco (Travaglio) e Antonio (Ingroia). Marco è giornalista ma anche un po’ magistrato, Antonio è magistrato ma anche un po’ giornalista; Marco Antonio è ferocemente antiberlusconiano, Marco Antonio è scrittore. Marco Antonio ama i riflettori, Marco Antonio si adora. Prova a separarli: si rimettono insieme. Lo fanno perché sono amici. Amici per la pelle, amici per la penna. Antonio scrive un libro? Marco ne fa la prefazione. «C’era una volta l’intercettazione.

La giustizia e le bufale delle politica», si chiama il volumetto di Antonio, fedele al motto che il magistrato deve apparire oltre che essere imparziale. E Marco lo incensa: «Uno strumento per capirci qualcosa nella giungla delle leggi-vergogna del regime berlusconiano». Marco fonda un giornale tutto suo, «Il Fatto quotidiano»? Antonio ne benedice il battesimo assieme all’altro magistrato Roberto Scarpinato. Marco va in vacanza a Bodrum, in Turchia? Antonio lo segue a ruota. Era la scorsa estate, scrive Panorama oggi in edicola.

Niente di male, per carità: anche perché è normale che due inseparabili amici scelgano la stessa meta per l’ozio. Così è stato, per esempio, nel 2003, quando Marco (e quindi anche Antonio) ha deciso di passare un po’ di giorni in riva al mare a Trabìa, assieme a Giuseppe Ciuro, noto sottufficiale della guardia di Finanza. Un maresciallo, Ciuro, poi finito nelle grane giudiziarie perché condannato a quattro anni e sei mesi per favoreggiamento. Una storia, questa, raccontata pure da Giuseppe D’Avanzo su Repubblica e che ha sempre mandato su tutte le furie Marco, ma stranamente non Antonio.

Anche perché Marco Antonio è un tipo un po’ strano. Antonio è più di bocca buona, Marco no. «Andai con la famiglia per dieci giorni al residence Golden Hill di Trabia - ha raccontato Marco - dove di solito alloggiavano Ciuro e Ingroia e ci fu quella buffa storia dei cuscini poi finita nei brogliacci delle intercettazioni. Chiamai Ciuro e gli dissi “Qui manca tutto. I cuscini, la macchinetta del caffè perché i precedenti affittuari si sono portati via tutto. Poi gli ospiti del residence mi aiutarono: chi un cuscino, chi la Moka...”».

Marco scrive tutti i giorni che Berlusconi è un Cainano, un dittatore, un pericolo per la democrazia; Antonio la pensa più o meno allo stesso modo. Il governo Berlusconi arresta dei mafiosi? «È merito delle forze dell’ordine, non certo del governo». Il governo pensa di mettere un limite all’abuso delle intercettazioni? «Sbagliato: sono indispensabili per combattere la criminalità». Più in generale: «L’Italia si trova in una vera e propria emergenza democratica che, con il passare del tempo, anziché attenuarsi continua ad aggravarsi». Parole di Antonio. O di Marco. Vabbè, è uguale.




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Santoro e Mentana Quei furbetti della par condicio

di Maurizio Caverzan


Del resto, non è che ci volesse tanto; chissà quale trovata geniale, da dire guarda un po’ che cosa si sono inventati questi qui. No: aggirare la preistorica legge della par condicio con annessi regolamenti applicativi era un gioco da ragazzi. Forse solo i parrucconi del Gran consiglio di Mamma Rai e dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni capeggiato dal magistrato-poeta Corrado Calabrò (l’altra sera era al Piccolo di Milano a leggere alcuni suoi componimenti presentato da Ramona Badescu) saranno rimasti sorpresi. Spiazzati. Quei birbantelli di Enrico Mentana, di Michele Santoro e della redazione di Omnibus di La7 (ma si vocifera anche di Lilli Gruber) gliela stanno facendo sotto il naso.

Come alunni impertinenti ai quali sia vietato giocare a pallone in palestra durante l’intervallo, i furbetti della par condicio si sono spostati sul cortile davanti alla scuola - il web - e ora eccoli lì a correre e dribblare come matti (anche i regolamenti), mentre preside e professori stanno dietro le finestre a masticare amaro. Non si erano accorti che c’era, il web. Un’altra, gigantesca falla nell’archeologica legge, già ampiamente traforata da Linea Notte del Tg3 che adesso ha iniziato ad ospitare due politici di schieramenti contrapposti, pur non rispettando il bilancino del famigerato regolamento. E non si erano accorti che i media sono cambiati, che l’Italia non è più quella telegrafo, inchiostro, pennino e Tribune elettorali vagheggiata dall’ex presidente della Repubblica e ideologo della par condicio Oscar Luigi Scalfaro.

E quindi.

Ieri l’ex direttore editoriale di Mediaset ha esordito online sul sito del Corriere della Sera con il suo «Mentana condicio - Vietati in tv, liberi sul web», un’ora di faccia a faccia tra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il vicesegretario del Pd Enrico Letta, come un talk show televisivo con servizi di approfondimento e interventi di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Qualche problema tecnico all’inizio e poi Mentana, esperto di duelli pre-elettorali fin dal primo tra Occhetto e Berlusconi, ha moderato i civilissimi contrasti tra i due contendenti. Oggi dovrebbe toccare a Di Pietro e a un esponente moderato del Pd.

E poi avanti, se qualcuno non rinsavirà prima, fino al 29 marzo. Da oggi pomeriggio, invece, su La7.it si potrà vedere Omnibus speciale, la versione web del talk show del mattino, con un parterre variegato di giornalisti e politici a discutere del caos delle liste elettorali, coordinato da Gaia Tortora. Fino a fine marzo, La7 ha in programma altri quattro appuntamenti nella speranza che, però, il Tar del Lazio accolga il ricorso presentato dall’emittente che si sente particolarmente penalizzata dalla delibera dell’AgCom.

Ma il piatto forte della partita, lo slalom sulla fascia prima di scaraventare in porta la cannonata imparabile (forse), lo servirà Santoro il 25 marzo prossimo, a solo due giorni dall’apertura dei seggi elettorali. Dal PalaDozza di Bologna il conduttore di Annozero inscenerà una puntata evento «trasmessa in diretta web dalle 21 alle 23,30 su un sito che sarà predisposto per l’occasione.

Porte aperte alle radio e televisioni che vorranno riprendere e trasmettere l’avvenimento», nientemeno. E porte aperte anche al collega Giovanni Floris, pure lui in prima linea contro la sciagurata par condicio. Solo Bruno Vespa ha declinato l’invito, ritenendo di aver già detto quello che doveva dire alla manifestazione di qualche giorno fa. Per l’occasione, però, scenderà in campo anche la Federazione nazionale della stampa che ha anticipato le sue intenzioni in una lettera alla Rai, della serie

adesso vi facciamo vedere noi. «Nell’ambito di questa iniziativa sindacale» si legge nel formalissimo testo, «vi comunichiamo che alla manifestazione da noi indetta avente ad oggetto la difesa della libertà d’informazione parteciperanno su nostra richiesta e a titolo gratuito anche giornalisti aventi con voi rapporti contrattuali».
Ma la zingarata santoresca, il tunnel ai danni dei difensori della porta di Mamma Rai, è il titolo della serata. Ovvero Rai per una notte. In una parola: uno dei Voltinoti più noti dell’informazione pubblica usa il marchio Rai per realizzare una manifestazione che dribbla una disposizione dei dirigenti della stessa Rai. Se andasse in porto con quel titolo sarebbe come una pallonata contro i vetri della scuola. Chissà come reagiranno al settimo piano di Viale Mazzini. E chissà quali regolamenti staranno compulsando, lassù. Per tentare di parare il tiro. Forse.



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Firme del Pdl clonate per gli alleati

Il Secolo xix



Marco Menduni


Firme regolarmente registrate in calce alla lista provinciale del Pdl a Genova sono state clonate e riprodotte pari pari per favorire la presentazione di altre liste alleate nella coalizione di Sandro Biasotti, tra cui sicuramente la lista del Nuovo Psi.

Queste circostanze sono state verificate direttamente dal “Secolo XIX” e hanno trovato conferma nelle dichiarazioni di almeno quattro persone. Proprio la lista genovese del Nuovo Psi, già respinta dalla commissione elettorale, ha riportato ieri davanti al Tar la prima vittoria in tutta Italia dovuta al decreto governativo del 5 marzo: i giudici hanno riammesso il simbolo alla competizione del 28-29 marzo anche se il numero di firme (nonostante la “clonazione” dei nomi) era risultato insufficiente.

Un esempio del trucco è quello relativo al signor Giovanni Summa, consigliere comunale del Pdl di Busalla: conferma di aver firmato per il Pdl, ma si dice «costernato» di apprendere che il suo nome risulti anche in calce all’altra lista. Ma l’uomo che può saperne di più è sicuramente Antonio Vaccarezza, vicecapogruppo Pdl in Provincia a Genova, che ha dichiarato «vere al di là di ogni dubbio» le firme in favore del Nuovo Psi.




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