domenica 14 marzo 2010

Londra: all'asta un ovulo umano

Corriere della Sera


Tutte le donatrici hanno tra i 19 e i 32 anni, frequentano l'università, non fumano e non sono in sovrappeso





Lo riporta il Sunday Times: negli Stati Uniti la vendita non è vietataLondra: all'asta un ovulo umano. Tutte le donatrici hanno tra i 19 e i 32 anni, frequentano l'università, non fumano e non sono in sovrappeso





LONDRA - Una clinica londinese specializzata in inseminazione artificiale, per promuovere il suo nuovo servizio di baby profiling (scelta di sesso, razza, colore degli occhi e dei capelli del nascituro) ha deciso di mettere all'asta un ovulo umano.

Lo riporta l'edizione del Sunday Times, secondo il quale i promotori non violeranno formalmente la legge britannica in materia di inseminazione in vitro perché il trattamento verrà poi effettuato in America. In Gran Bretagna la vendita di ovuli è vietata. Le donatrici devono essere maggiorenni e possono ricevere unicamente un rimborso spese massimo di 300 euro.

CONCORSO - Il concorso, previsto per mercoledì prossimo, è stato ideato dal Bridge Centre di Londra e il Genetics and Ivf Institute di Fairfax (Virginia) con l'obiettivo di fornire alle donne sopra i 40 anni la possibilità di restare incinte grazie a ovuli «più giovani» forniti da donne americane. L'obiettivo è raggiungere una percentuale di successo del 60% grazie a questo tipo di inseminazione.

Tutte le donatrici hanno un'età compresa tra i 19 e i 32 anni e frequentano l'università, non sono fumatrici o in sovrappeso. Le aspiranti mamme britanniche possono consultare schede anonime con il profilo delle donatrici, inclusi i motivi che le spingono a vendere gli ovuli, le loro qualità e anche foto di quando erano piccole. Nei casi migliori le ragazze americane possono guadagnare fino a 10 mila dollari con la vendita di un ovulo.

Redazione online
14 marzo 2010




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La rivolta delle infermiere olandesi «Il sesso non è parte del nostro lavoro»

Corriere della Sera


Dopo la denuncia di una 24enne: un paziente le ha chiesto servizi "extra" durante una visita a domicilio


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MILANO - Il sindacato delle infermiere in Olanda ha lanciato una campagna a livello nazionale per sottolineare che tra le loro mansioni certi servizi sessuali non sono inclusi. Servizi, che a quanto riferisce la stampa del Paese, in determinati casi vengono interpretati come scontati dai pazienti, soprattutto durante le visite a domicilio di infermiere e assistenti.

VISITE A DOMICILIO - «Traccio qui la linea» è lo slogan della campagna lanciata dal sindacato Nu'91. Nell'annuncio - un chiaro avvertimento a non oltrepassare la linea di demarcazione - compare una giovane infermiera con le mani incrociate sulla fronte in segno di stop. Una campagna, che si è resa necessaria dopo la denuncia di una infermiera di 24 anni, cui un uomo avrebbe richiesto servizi sessuali durante una visita a domicilio.

Il 42enne, affetto da un disturbo muscolare e di conseguenza incapace di muovere il suo corpo - eccetto gli occhi e la bocca -, avrebbe richiesto all'infermiera, una studentessa, di dare conforto ai suoi stimoli naturali. Spiegando che le sette infermiere che in precedenza si erano prese cura di lui l'avevano gratificato sessualmente. La giovane ha confermato che effettivamente due sue colleghe si erano opposte alle speciali richieste. Al rifiuto della ragazza il paziente l'ha definita «inadatta» all'assistenza sanitaria. E il sindacato si è visto costretto a correre ai ripari.

ESIGENZE - Il caso è ora al vaglio degli inquirenti e la vicenda ha scosso l'opinione pubblica. Con opinioni discordanti. A cominciare da Aline Saers, responsabile di Per Saldo, un'associazione olandese per i cittadini con un cosiddetto «personal budget» - un programma di trasferimenti monetari a determinate categorie di utenti all’interno dello schema assicurativo di copertura sanitaria, che comprende in Olanda anche prestazioni di tipo socio-sanitario con cure a malati cronici, anziani, persone con problemi psicologici e disabilità fisiche. La direttrice dell'organizzazione ha dapprima espresso compassione per l'uomo: «Sono liberi di chiedere; tu sei libero di rifiutare». Correggendo in seguito il tiro: «I servizi sessuali non fanno parte delle mansioni degli assistenti sanitari». Un cliente può discutere i suoi bisogni sessuali con un'agenzia di assistenza sanitaria, ha aggiunto Saers, affinché questi possano richiedere una escort a un'agenzia specializzata, cosa legale nei Paesi Bassi.

Elmar Burchia
14 marzo 2010



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Giappone, Prada licenzia i dipendenti «brutti, vecchi e grassi»: è polemica

Corriere della Sera


La denuncia di un'ex manager retrocessa e poi cacciata: «Il ceo Sesia non voleva che i visitatori mi vedessero»


 La donna ha chiesto un risarcimento e di essere reintegrata nel suo ruoloLa denuncia di un'ex manager retrocessa e poi cacciata: «Il ceo Sesia non voleva che i visitatori mi vedessero»



Il quartier generale di Prada a Tokyo
Il quartier generale di Prada a Tokyo
TOKYO - Una controversia legale rischia di compromettere seriamente l'immagine di Prada in Giappone. Il celebre marchio italiano è accusato di molestie e discriminazioni sul lavoro da Rina Bovrisse, ex direttrice generale del gruppo nel Paese nipponico.

Dopo aver tentato inutilmente di raggiungere un compromesso con la casa di moda milanese, l’ex manager che fino allo scorso novembre gestiva circa 500 dipendenti nei 40 negozi di Prada sparsi nel paese del Sol Levante, ha dichiarato che nei prossimi mesi presenterà una nuova azione legale contro la nota società di moda milanese.

MOLESTIE E DISCRIMINAZIONI - Tutto è iniziato lo scorso maggio quando l’allora direttrice generale del gruppo ha ricevuto da Davide Sesia, ceo di Prada nel paese nipponico, un ordine perentorio: licenziare 15 membri dello staff perché «brutti, vecchi e grassi e troppo lontani dallo stile Prada». L'amministratore delegato poi avrebbe fatto sapere alla manager che se voleva continuare a lavorare per il marchio italiano doveva cambiare pettinatura e soprattutto dimagrire. Sesia avrebbe detto alla Brovisse che «si vergognava della sua bruttezza e non voleva che i visitatori provenienti dall’Italia la vedessero».

DENUNCIA E COMPROMESSO FALLITO - Come racconta il sito di Japan Times, una prima denuncia contro l'azienda è stata presentata dalla Bovrisse lo scorso dicembre al tribunale distrettuale di Tokyo. La manager non solo ha chiesto il risarcimento per lo stress emotivo subito, ma soprattutto di essere reintegrata nel suo ruolo. Infatti dopo aver dichiarato di non essere d'accordo con gli ordini dell'amministratore delegato, la Bovrisse sarebbe prima stata retrocessa di livello e poi le sarebbe stata imposta una sospensione temporanea dall'attività lavorativa.

In questi mesi l'ex direttrice generale ha tentato inutilmente di raggiungere un accordo con il marchio italiano. Lunedì scorso la doccia fredda: l’azienda italiana decide di licenziare la Bovrisse per le sue «false accuse nei confronti della società». In una dichiarazione ufficiale ripresa dal Telegraph di Londra, il quartier generale di Prada a Tokyo fa sapere che «il tribunale giapponese ha respinto tutte le accuse della dipendente e ha confermato che il licenziamento della signora Rina Bovrisse è perfettamente legale».

NUOVA AZIONE LEGALE - Adesso la Bovrisse ha dichiarato al quotidiano Japan Times che presenterà una nuova azione legale contro la società: «Sto raccogliendo nuove testimonianze e presenterò una denuncia dettagliata il più presto possibile». La Bovrisse che lavora da circa 18 anni nel mondo della moda ha aggiunto: «Il mio dovere è proteggere le donne che lavorano duro e fare in modo che possano lavorare in un ambiente sicuro». Secondo l'ex direttrice generale molte delle persone accusate di essere "brutte, vecchie e grasse" dall'amministratore delegato hanno subito il suo stesso destino. Prima sono state retrocesse di livello e poi licenziate.

Francesco Tortora
14 marzo 2010




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Killerino si difende in tv

Il Tempo

Caso Orlandi: Angelo Cassani presunto rapitore, vuole parlare con i parenti di Emanuela


«Non c'entro con quella storia. Non centro niente. Sono disposto a incontrare la famiglia di Emanuela Orlandi e spiegare». Killerino, all'anagrafe Angelo Cassani, indagato due giorni fa per il sequestro di Emanuela Orlandi, esce allo scoperto e racconta la sua verità. Lo fa pubblicamente. Davanti alle telecamere di «Chi l'ha visto?» risponde alle domande di Federica Sciarelli.

Domani sera, uno degli uomini, ritenuto dalla procura di Roma, l'autore insieme a Gianfranco Cerboni e Sergio Virtù del rapimento della giovane cittadina vaticana, si difenderà dalle accuse. Angelo Cassani, soprannominato Ciletto o Killerino, soprannomi che ha tentato di disconoscere davanti al magistrato, era nella «batteria» di Giorgio Paradisi, uno dei fondatori della Banda della Magliana.

Paradisi è morto anni fa nel carcere di Secondigliano per un tumore: era stato condannato a tre ergastoli. Il suo nome viene rivelato da Sabrina Minardi che lo identifica con il soprannome. La conferma della sua partecipazione al sequestro e soprattutto del coinvolgimento di esponenti della Banda della Magliana, è arrivata dai pentiti storici dell'organizzazione criminale.

Maurizio Abbatino e Fabiola Moretti hanno in parte confermato le dichiarazioni dell'ex donna di Renatino De Pedis. Sarà un caso, ma, tutti i criminali iscritti nel registro degli indagati, avevano un'esperienza diretta in rapimenti. Da quello, antesignano, del duca Grazioli, a quelli di un fabbro e di Marina D'Alessio nel 1976.

Tutte operazioni a scopo di estorsione o di ricatto. Gli investigatori, nel loro lavoro di recupero delle vecchie indagini, hanno evidenziato come nel 1983, furono almeno quattro le cittadine vaticane «seguite». Tutte legate in qualche modo a Papa Giovanni Paolo II. La figlia di Angelo Gugel, autista personale del pontefice. La moglie e la figlia di Camillo Cibin, capo della Gendarmeria pontificia. Elementi questi che avvalorano la tesi del ricatto al Vaticano per un affare di soldi «girati» attraverso lo Ior, la banca dello Stato pontificio.

Un'ipotesi che vedrebbe Renatino De Pedis nel ruolo del faccendiere della Banda della Magliana. È lui infatti che contatta Enrico Nicoletti. È lui che raccoglie in eredità i contatti di Danilo Abbruciati, il boss della Magliana ucciso nel tentativo di omicidio di Roberto Rosone, il liquidatore del Banco Ambrosiano. Il Banco Ambrosiano evoca le figure di Roberto Calvi e Michele Sindona. Una ricostruzione necessaria per giustificare il rapporto tra un criminale di livello come De Pedis e la Santa Sede.

Resta da decifrare il ruolo del movimento «Turkesh» e dei «Lupi grigi» che, durante il sequestro di Emanuela Orlandi, fanno recapitare messaggi e audiocassette con la voce della ragazza. Messaggi che a un certo punto si interrompono. E qui entrerebbe in scena un personaggio, Tony Chicchiarelli, falsario di grandi capacità. Fu lui a preparare il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse che indicava il luogo della sepoltura di Moro nel Lago della Duchessa.

Mai approfonditi i suoi legami con il terrorismo nero e i servizi segreti. Chicchiarelli aveva una galleria d'arte a viale Marconi, zona sotto il controllo della Banda della Magliana e frequentava campo de'Fiori, zona di De Pedis. Finì ucciso nel settembre 1984, dopo aver partecipato, nel marzo di quell'anno, alla rapina miliardaria alla Brink's Securmark. Un intreccio infinito, ma dove tutto torna.



Maurizio Piccirilli
14/03/2010




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Un predicatore di Hamas: un giorno Roma sarà conquistata dall'Islam

di Redazione

Sermone di Osama Hammad in una moschea della striscia di Gaza. E' considerato un esponente della corrente massimalista di Hamas e uno dei fondatori del suo braccio armato, Brigate Ezzedin Al Qassam




Come già Costantinopoli nei secoli passati, anche Roma sarà un giorno conquistata dai seguaci dell'Islam: lo ha affermato un predicatore di Hamas in una moschea di Jabalya (striscia di Gaza) all'inizio del mese e in Israele alcuni brani della sua predica sono stati distribuiti via internet da Memri, un centro studi specializzato nel monitoraggio e nella traduzione dei mezzi di comunicazione in lingua araba.

"La profezia della conquista di Roma resta valida, a Dio piacendo. Così come Costantinopoli fu conquistata 500 anni fa, anche Roma lo sarà", ha detto il predicatore nel suo sermone. Il predicatore in questione, Osama Hammad, è considerato un esponente della corrente massimalista di Hamas e uno dei fondatori del suo braccio armato, Brigate Ezzedin Al Qassam. Ma il riferimento al futuro di Roma, viene spiegato a Gaza, ha radici nella dottrina islamica e non ha carattere "operativo", come potrebbe apparire invece dalla citazione circolata in Israele.




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Tutor pagato dallo Stato per il boss

Corriere della Sera



Luigi Cimmino ha la pensione da invalido: è libero e risulta incapace di badare a se stesso. La Procura indaga

NAPOLI - Quando, meno di due anni fa, uscì di prigione dopo aver scontato al carcere duro una condanna per associazione camorristica, la prima cosa che Luigi Cimmino si affrettò a fare sapere inviando una lettera a un quotidiano locale, fu che lui con «la malavita» (la chiamava così, mai camorra) non avrebbe avuto più niente a che fare, e che se ne sarebbe andato a vivere lontano dal suo quartiere e anche da Napoli. A questo era obbligato da un divieto di dimora nella città in cui aveva guidato un clan potentissimo soprattutto nel racket delle estorsioni.

Che non viva più di camorra può essere, visto che non ha più avuto incriminazioni. Quello che invece non si sapeva - e che ha rivelato ieri Il Mattino - è che l’ex boss del quartiere Vomero incassa ogni mese dallo Stato una pensione di invalidità con tanto di accompagnamento perché una perizia medica, eseguita all’Aquila quando Cimmino era recluso nel carcere del capoluogo abruzzese, lo dichiara infermo di mente e incapace di provvedere a se stesso.

Una strada che stranamente non fu percorsa ai processi, né poi per ottenere soluzioni detentive più lievi rispetto al 41 bis, e che è spuntata fuori quasi per caso, quando un ufficiale giudiziario che doveva recapitare a Cimmino un provvedimento di obbligo di firma disposto dal tribunale di sorveglianza di Napoli, ebbe notevoli difficoltà nel rintracciarlo. Durante la ricerca di un indirizzo utile, scoprì che si sarebbe potuto rivolgere al suo tutore. Un tutore? Si chiesero i giudici di sorveglianza. E da quando? Perché? Ed ecco così venir fuori la perizia e l’intera documentazione sanitaria raccolta negli archivi della municipalità Vomero-Arenella.

Apparentemente tutto regolare, ma questo non ha evitato che sulla vicenda dell’infermità mentale e invalidità civile di Luigi Cimmino si aprisse un fascicolo che il tribunale di sorveglianza ha trasmesso alla procura. Sarà avviata una indagine, e probabilmente se ne occuperà la direzione distrettuale antimafia, dove ci sono pm che conoscono bene, per essersene occupati a lungo, la storia personale e criminale di quest’uomo che oggi ha cinquant’anni e che secondo i racconti di alcuni collaboratori di giustizia, ha letto molti testi di psichiatria e sarebbe capace di simulare alla perfezione una patologia di quella natura.

È una storia, quella di Cimmino, di cui si è molto parlato negli anni scorsi, perché si incrocia con la tragedia di cui rimase vittima Silvia Ruotolo. Era l’11 giugno del 1997 quando sotto casa sua si presentò una batteria di killer del clan di Giovanni Alfano, ex alleato di Cimmino e poi rivale per il predominio al Vomero. Non avevano un piano: solo le pistole in mano e chissà quanta cocaina in corpo. Era circa mezzogiorno, Cimmino restò ben protetto in casa. Uscirono però i suoi uomini e in strada si scatenò l’inferno. Silvia Ruotolo aveva 39 anni, e abitava proprio lì. Stava tornando a casa con Francesco, il figlio più piccolo, affacciata al balcone li aspettava Alessandra, l’altra figlia, più grande ma anche lei una bambina. Si trovarono al centro della battaglia, Francesco e sua mamma, e un proiettile colpì Silvia alla fronte. I figli la videro morire.

Fulvio Bufi
14 marzo 2010



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La Cgil inventa i partigiani calabri per la liberazione dal Cavaliere

di Giordano Bruno Guerri


Vengano resi onori e lodi ai partigiani della Calabria. Non soltanto per le loro imprese belliche e resistenziali, bensì soprattutto per la loro ultradecennale modestia. Con ammirabile discrezione, riserbo e umiltà, hanno aspettato sessantacinque (dico 65) anni prima di rivelarsi al mondo: soltanto venerdì scorso è stata costituita l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia della Calabria, nel salone della Camera del Lavoro di Cosenza, in piazza della Vittoria.

Sia chiaro che l’ironia non è rivolta ai - pochi - partigiani calabresi, quelli che combatterono davvero. Ce l’ho con chi arriva dopo, per cercare di sfruttare la loro gloria. Del resto, è un vizio antico. Infatti sappiamo che, alla fine del 1943, i partigiani erano poche migliaia, tutti nell’Italia centrosettentrionale. E che diventarono decine di migliaia a mano a mano che gli angloamericani avanzavano su per la penisola.

A guerra finita, il loro numero aumentò a dismisura: perché faceva comodo dichiarare di avere combattuto contro i nazifascisti. Proprio come, dopo il 1922, furono legioni gli italiani che chiesero e ottennero dal regime fascista il brevetto di marciatori su Roma, facendo aumentare a dismisura il numero di quei quattro gatti che avevano partecipato alla finta conquista armata dello Stato, conclusa da Mussolini con un viaggio in vagone letto.

Considerazioni simili dettero agio a Leo Longanesi di creare la celebre battuta - ahi, quanto realistica - «Gli italiani si dividono in 45 milioni di fascisti e in 45 milioni di antifascisti». Stare dalla parte di chi vince, in tempi di lotta, è più agevole e crea meno preoccupazioni.

Vale anche per la Calabria, dove la guerra civile di Liberazione non ci fu: gli alleati avanzavano, i nazisti arretravano. Punto. Se provate a fare una ricerca con Google, vedrete che alla voce «partigiani di Calabria» vi darà quasi soltanto una sfilata di briganti, quelli che in ogni epoca si sono opposti al potere costituito oppure a un cambiamento di potere: specialmente a quello savoiardo, dopo il 1861.

Sì, qualche centinaio di calabresi prese parte alla Resistenza settentrionale: soldati sbandati dopo l’8 settembre o emigrati che si trovavano da tempo al nord. Ma che si possa parlare di un movimento di liberazione calabrese, proprio no. Tanto che la «fabbrica della Resistenza», finora, era riuscita a produrre soltanto un libro stenterello: Enzo Misefari, Partigiani di Calabria (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo, 1988).

E allora? Come mai l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha sentito l’ossimorica urgenza tardiva di costituire una sezione regionale? L’ha spiegato bene Giovanni Donato, segretario generale della Cgil di Cosenza, annunciando l’iniziativa: «In un clima di attacco alla Costituzione, riteniamo fondamentale diffondere anche tra i giovani i valori della nostra Carta che sono nati dalla Resistenza». Ah, ecco. I giovani calabresi - specialmente quelli in attesa di un lavoro e insidiati dalla ’ndrangheta - non aspettavano altro che apprendere i valori della Costituzione attraverso l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia della Calabria.

Ovviamente «l’incontro servirà a preparare una grande manifestazione regionale che si terrà sempre a Cosenza il 25 aprile in occasione della Festa della Liberazione». Accetto scommesse: secondo me, la neonata associazione farà il suo esordio festoso per la Liberazione da Berlusconi.



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Ha inventato la macchina che vede i tumori: lo accusano di stregoneria

di Stefano Lorenzetto


Clarbruno Vedruccio costruisce una sonda contro le mine antiuomo e si scopre che interagisce col suo corpo. "Merito di un panino ingurgitato in treno e della gastrite"


Un tubo lungo 30 centimetri che permette di scoprire i tumori non appena cominciano a formarsi. Una sonda elettromagnetica che vede qualsiasi infiammazione dei tessuti. Un esame che dura appena 2-3 minuti, non è invasivo, non provoca dolore o disagi al paziente, e fornisce immediatamente la risposta. Un test innocuo, ripetibile all’infinito e senza togliersi i vestiti, che ha una precisione diagnostica come minimo del 70% ma, se eseguito da mani esperte, può arrivare anche al 100% di attendibilità.

Uno strumento rivoluzionario, poco ingombrante, portatile, che si può usare ovunque e che non necessita di mezzi di contrasto radioattivi, lastre fotografiche o altro materiale di consumo. Un’apparecchiatura che si compra, anzi si comprava, con 43.000 euro più Iva, contro i 3-4 milioni di euro di una macchina per la risonanza magnetica, i 2 milioni di una Pet e il milione e mezzo di una Tac, tutt’e tre con costi di gestione elevatissimi.

Allora chi e perché ha paura del bioscanner, nome commerciale Trimprob? Non certo i potenziali pazienti, che potrebbero individuare per tempo la malattia. Non certo il ministero della Salute, che lo ha inserito nel repertorio dei dispositivi medici del Servizio sanitario nazionale.

Non certo il professor Umberto Veronesi, che lo ha sperimentato nel suo Istituto europeo di oncologia di Milano e ne ha decantato la validità. Eppure la Galileo Avionica, società del colosso Finmeccanica, ha annunciato la chiusura della Trim Probe Spa, l’azienda che lo produceva e lo commercializzava, messa in liquidazione in quanto ritenuta non più strategica nell’ambito di un gruppo internazionale specializzato nei mezzi di difesa militare.

Questa è l’infelice historia di un cavaliere d’altri tempi, il professor Clarbruno Vedruccio, 54 anni, l’inventore del bioscanner, laureato in fisica e in ingegneria elettronica negli Stati Uniti, già collaboratore dell’Istituto di fisica dell’atmosfera del Cnr a Bologna e docente di metodologia della ricerca all’Università di Urbino, che nei tempi presenti avrebbe meritato i premi Nobel per la fisica e la medicina fusi insieme, se solo il mondo girasse per il verso giusto, e invece è costretto a prosciugare il conto in banca per tutelare la sua creatura.

Vedruccio è arrivato al bioscanner per puro caso, mentre stava fornendo tecnologia militare avanzata ad alcuni reparti d’élite delle nostre forze armate. Pur di non lasciarsi sfuggire un simile cervello, nel 2004 i vertici della Marina hanno rispolverato la legge Marconi del 1932, così detta perché fu creata su misura per Guglielmo Marconi, l’inventore della radio, che minacciava di passare armi e bagagli agli inglesi.

Arruolato «per meriti speciali» nella riserva selezionata, con decreto del presidente della Repubblica, l’Archimede Pitagorico è diventato capitano di fregata ed è stato assegnato all’ufficio studi del Comando subacquei e incursori alla Spezia. Ha anche partecipato con l’Onu alla missione di pace Leonte in Libano, dove s’è guadagnato un encomio.

Quando nel 2004 una serie di fenomeni impressionanti - elettrodomestici che prendevano fuoco, vetri delle auto che esplodevano, bussole che impazzivano, cancelli automatici che si aprivano da soli - sconvolse la vita di Caronia, nel Messinese, la Protezione civile chiamò Vedruccio per trovare il bandolo della matassa.

Lo studioso accertò che il paesino dei Nebrodi veniva colpito da fasci di radiazioni elettromagnetiche con particolari caratteristiche. Se oggi gli chiedi chi fosse a emetterle, si limita a tre parole: «Non posso rispondere». L’inventore abita con la moglie Carla Ricci, sua assistente, a pochi chilometri dal radiotelescopio Croce del Nord di Medicina (Bologna). Quando si dice il caso.


Nome insolito, Clarbruno.

«Viene dalla fusione di Clara e Brunello, i miei genitori».

Lei è un fisico. Perché ha accettato di diventare ufficiale di Marina?
«Non sono né guerrafondaio, né pacifista. Ma se la guerra si deve fare, si fa. Diciamo che la vita militare è la normalità, nella nostra famiglia. Sono nato a Ruffano, provincia di Lecce. Mio nonno materno, Ettore Giaccari, disperso in mare nel 1941, era il capo motorista dell’incrociatore Fiume, affondato dagli inglesi nella battaglia di Capo Matapan. Mio padre comandava la brigata costiera della Guardia di finanza.

Sono cresciuto tra la caserma e il faro di Torre Canne. Nel gennaio 1958 precipitò in Adriatico un aereo F86 e papà si gettò a nuoto nelle acque gelide per salvare il pilota. Lo riportò a riva: purtroppo era già morto. Io passai l’infanzia fra i rottami di quel caccia militare. Ricordo ancora la carlinga, i comandi, la sala radio. Il mio amore per l’elettronica è nato lì».

E il bioscanner com’è nato?
«Nel 1985 collaboravo col battaglione San Marco. Mi fu chiesto se ero in grado di mettere a punto una tecnologia per intercettare i pescatori di frodo che di notte approdavano sull’isola di Pedagna, zona militare al largo di Brindisi. Le telecamere non potevano essere installate per la troppa salsedine e le frequenti mareggiate. Stavo lavorando a una specie di radar antiuomo, come quelli che gli americani usavano in Vietnam, quando mi accorsi che alcune bande di frequenza in Uhf, fra i 350 e i 500 megahertz, quindi al di sotto dei canali televisivi, interagivano bene con i tessuti biologici delle persone».

In che modo se ne accorse?
«Volevo sperimentare la possibilità di usare l’elettromagnetismo anche per rintracciare le mine antiuomo sepolte nel terreno: il rilevatore registrava qualsiasi discontinuità nella compattezza della sabbia fino a 20 centimetri di profondità. Mentre ero nel mio laboratorio, notai che sugli analizzatori di spettro una delle tre righe spettrali spariva completamente ogniqualvolta mi avvicinavo al banco di prova. Strano.

Quel giorno avevo ingurgitato un panino col salame in treno ed ero in preda a una gastrite terribile. Mi si accese una lampadina in testa. Chiamai Enrico Castagnoli, ex radarista della Marina, mio vicino di casa, e gli chiesi come si sentisse in salute. “Benone”, mi rispose. Ripetei la prova su di lui: nessuna variazione di spettro. La conferma che cercavo».

Cioè?
«Allora non potevo saperlo. Ma avevo appena provato in vivo ciò che gli scienziati Hugo Fricke e Sterne Morse intuirono e descrissero nel 1926 su Cancer Research e cioè che i tessuti sani hanno una capacità elettrica più bassa, quelli infiammati più elevata, quelli oncologici ancora maggiore. In pratica il mio bioscanner consente di fare una specie di biopsia elettromagnetica, quindi incruenta, dei tessuti biologici, grazie a tre frequenze in banda Uhf, intorno ai 460, ai 920 e ai 1350 megahertz. In particolare, il segnale sulla prima frequenza interagisce con le formazioni tumorali maligne, evidenziando un abbassamento della riga spettrale».

E individua qualsiasi tipo di cancro?
«A eccezione delle leucemie. Ma i tumori solidi su cui abbiamo indagato li ha letti tutti. Ho visto alcuni carcinomi del seno con due anni d’anticipo sull’ecografia e sulla mammografia».
Chi è stato il primo paziente a sottoporsi all’esame?

«Un fisico britannico che era venuto all’Università di Urbino per un congresso. Gli ho scoperto un tumore alla prostata. Nei giorni successivi gli studenti di medicina, farmacia e veterinaria facevano la fila per sottoporsi all’esame e lo stesso i miei colleghi docenti. Io insegnavo a loro e loro a me. Nel 2006 ho portato la macchina in Libano durante la missione Leonte. È stato un altro screening di massa».

Ma chi garantisce che il test non faccia male e sia affidabile?
«Il bioscanner ha l’omologazione dell’Istituto superiore di sanità, che ne ha attestato la non nocività. Per ogni organo occorre poi una procedura di validazione presso enti accreditati dal ministero della Salute. Per le ovaie la sperimentazione avviata dall’Istituto nazionale dei tumori di Milano ha dimostrato un indice di sensibilità del 91%, il che è particolarmente confortante, trattandosi di una neoplasia che non dà sintomi e in genere viene scoperta quando vi sono già le metastasi.

Nello stesso istituto sono stati testati i tumori del retto: siamo sull’89% di attendibilità. Le prove per la tiroide e lo stomaco-duodeno, eseguite nelle Università di Catanzaro e Genova e nell’ospedale maggiore della Marina militare a Taranto, si sono rivelate esatte al 90% e in due casi al 100%. I tumori della vescica, testati all’ospedale Vito Fazi di Lecce, hanno restituito un dato sicuro nell’89,5% dei casi. Per la prostata e il seno siamo al 72%».

Il margine d’errore a che cos’è dovuto?
«All’imperizia di chi esegue l’esame e alla fallibilità di tutti i sistemi diagnostici. Non dimentichiamo che anche un ecografo può sbagliare nel 45% dei casi: tanto varrebbe buttare in aria una monetina e fare a testa o croce. Da uno studio pubblicato sulla rivista Urology nel 2008, e relativo alla diagnostica della prostata, risulta che il bioscanner ha offerto un’accuratezza del 72% contro il 55% di un’ecografia transrettale, tanto invasiva quanto fastidiosa».

Gli amici si rivolgeranno a lei al minimo acciacco.
«Li dirotto verso gli ospedali. È troppo pesante scoprire che una persona ha un tumore e doverglielo dire all’istante. Se il Trimprob fosse dato in dotazione ai medici di base, si risparmierebbero miliardi di euro spesi per accertamenti diagnostici spesso inutili. Purtroppo è presente solo in 50 ospedali sui circa 2.000 esistenti in Italia».

E all’estero?
«Si trova in Giappone, Brasile, Malesia, Turchia, Iran, Regno Unito, Francia, Belgio. Ma da due anni la Galileo Avionica ha smesso di produrlo e io mi ritrovo a pagare le spese per il mantenimento del brevetto internazionale dalla Cina al Sudafrica, dall’India al Canada. Si tratta di costi largamente superiori al mio stipendio».

E dire che la Galileo Avionica era andata ad analizzare col bioscanner persino la prostata di Beppe Grillo...
«Credo che il Trimprob sia stato testato anche su Umberto Bossi, che ne ha parlato benissimo a Silvio Berlusconi».

Attrezzo bipartisan. «A questo punto come si fa a dire che l’esposizione ai campi elettromagnetici non ha effetti sulle persone?», s’è chiesto Grillo nel suo blog.
«Il Trimprob utilizza una potenza 100 volte inferiore a quella dei cellulari: 10 milliwatt contro 2 watt. Però bisogna essere onesti: l’industria non ha alcun interesse a divulgare le indagini che invitano ad applicare il principio di precauzione all’elettromagnetismo».

Non mi aveva detto che la non nocività del bioscanner è certificata?
«È così. L’esame dura poco o niente, non vi è un’esposizione cronica, e la frequenza ha uno spettro di assorbimento selettivo sui tessuti infiammati, non su quelli sani».

E i collegamenti wireless sono sicuri?
«Da elettromagnetista ho sviluppato una particolare sensibilizzazione ai campi elettromagnetici anche deboli. Mi sono accorto che il mio vicino di casa aveva cambiato il modem per collegarsi a Internet perché ho cominciato a dormire male. Ho acceso l’analizzatore di spettro e ho visto che aveva installato una rete wi-fi. Gli ho chiesto di spegnerla almeno di notte e sono tornato a dormire bene».

Il Trimprob rischia di rendere superfluo il lavoro dei radiologi?
«No. La diagnostica per immagini resta lo standard. Il bioscanner aiuta, dà il primo allarme. Per esempio, gli urologi che lo impiegano hanno ridotto di molto la prescrizione di biopsie».

Però manda in pensione le mammografie per prevenire il tumore al seno.
«Se vuole condannarmi a morte, scriva così».

Insomma, a quali specialisti dà fastidio?
«A tutti quello che non lo usano».

Qualcuno l’ha ostacolata?
«Durante un vertice all’Istituto superiore di sanità, al quale ero stato accreditato dall’Ieo del professor Veronesi, uno dei presenti mi ha detto: “Cos’è? Stregoneria?”. Gli ho obiettato che un’industria che produce cacciabombardieri difficilmente spreca tempo in riti vudù. Il bioscanner è la macchina del futuro. Ma capisco che sarebbe stato come parlare dei telefonini nel 1700».

Com’è possibile che l’Italia non riesca a sfruttare l’invenzione di un italiano?
«Vuol sapere una cosa? Sono un capitano di fregata precario. In Marina ho lavorato solo sei mesi l’anno, agli inizi senza stipendio. E dal 2 luglio sarò congedato perché compio 55 anni, che è l’età limite per far parte come ufficiale delle forze di completamento. Eppure questo è il periodo più fertile della mia vita di inventore: due brevetti depositati, fra cui un’antenna tattica omnidirezionale per collegamenti satellitari utilizzata dal contingente italiano in Afghanistan, e altri quattro già pronti».

Si sarà pentito di non essere rimasto negli Stati Uniti.
«A fuggire si fa presto. Rimanere a combattere in Italia, quello sì è da soldati».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Ecco Berlusconi intercettato Il reato? Non gli piace Santoro



Tra gli «spiati» eccellenti dell’inchiesta di Trani, che ipotizza pressioni per ostacolare programmi tv sgraditi all’esecutivo, non ci sono soltanto Silvio Berlusconi, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini e il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, ma decine tra parlamentari e componenti del governo. E infatti il Guardasigilli Angelino Alfano parla di «abuso sconfinato di intercettazioni a strascico».

SPIATI ANCHE MARONI E ALEMANNO 

Sono state intercettate, tra le altre, conversazioni che avevano come protagonisti i ministri dell’Interno e dell’Economia, Roberto Maroni e Giulio Tremonti, i sottosegretari alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, Rocco Crimi e Gianni Letta, il senatore Marcello Dell’Utri, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Anche le loro chiacchiere, ascoltate e trascritte dalla Guardia di finanza di Bari, sarebbero finite sul tavolo del pm tranese Michele Ruggiero lo scorso 5 marzo. Non hanno attinenza con l’indagine in corso, e per questo motivo la procura di Trani starebbe per notificare ai politici interessati l’atto che avvisa della distruzione di quelle chiacchiere «rubate» dall’orecchio elettronico degli inquirenti, anche per evitare che finiscano, attinenti o meno, pubblicate sui giornali.

LE QUATTRO TELEFONATE DEL PREMIER

Dove già finiscono, inevitabilmente, quelle di Berlusconi indagato. Possiamo documentare alcune delle conversazioni intercettate al presidente del Consiglio che per gli inquirenti proverebbero il suo fastidio manifestato nei confronti di alcune trasmissioni televisive, in particolare Annozero di Michele Santoro. La prima è del 14 novembre 2009, ore 14.34. Berlusconi chiama Innocenzi e dice: «L’altra sera nel corso di Annozero ho fatto una telefonata indignata al presidente della commissione dell’Autorità». «Il riferimento – scrive la gdf di Bari – è al presidente dell’Agcom Calabrò».

E ancora, sempre il premier: «Sai che gli ho detto? “Ma la sta guardando la trasmissione? È una cosa oscena”». Il riferimento per la Gdf è ad Annozero, e l’interlocutore citato è sempre Calabrò. Terza telefonata, stessi interlocutori: «Adesso bisogna concertare una vostra azione che sia da stimolo alla Rai per dire: “Adesso basta, chiudiamo tutto”». «Il riferimento – ipotizzano le Fiamme gialle – è non solo a Santoro ma a Floris». C’è poi una telefonata del premier che gli inquirenti riportano in grassetto: «Non si può proprio vedere Di Pietro che fa quella faccia in televisione».

IL GIALLO DI MINZOLINI

Ma intanto nell’antico palazzo che ospita la procura di Trani è giallo sul ruolo nell’indagine del direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Ieri fonti giudiziarie avrebbero smentito l’iscrizione nel registro degli indagati del direttore del Tg1. Intercettato ma non indagato? Possibile, ma irrituale. A confondere le acque, nelle stesse ore, e negli stessi corridoi, altre voci confermavano che quell’ipotesi di reato – ossia la concussione – sarebbe mantenuta in piedi nella procura pugliese anche a carico del giornalista, oltre che per Innocenzi e per il premier.

Tra tanti dubbi, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha annunciato l’invio immediato degli ispettori ministeriali nella procura del nord Barese, accennando con toni polemici a «tre gravi patologie» che colpirebbero l’inchiesta affidata al pm Michele Ruggiero e «che sono chiare allo studente che affronta all’università l’esame di procedura penale», ha spiegato il ministro: «E cioè: un problema gravissimo di competenza territoriale, un secondo problema di abuso delle intercettazioni, e un terzo che riguarda la rivelazione del segreto d’ufficio». Il dettaglio forse più delicato: le trascrizioni delle intercettazioni sono state depositate all’ufficio del pubblico ministero il 5 marzo. E meno di una settimana dopo erano di dominio pubblico.

Al pesante giudizio del Guardasigilli risponde solo il silenzio della procura tranese. «Lasciateci lavorare con riservatezza, tranquillità e professionalità», l’unica frase del procuratore capo Carlo Maria Capristo, prima di concedersi un caffè nel bar della procura insieme al pm Ruggiero. Ma intanto ieri il capo dell’ufficio ha di fatto «commissariato» il pubblico ministero titolare dell’inchiesta, affiancandogli un pool di tre magistrati: Fabio Buquicchio, Ettore Cardinali e Marco d’Agostino. Sarebbe al momento congelata anche la misura interdittiva richiesta da Ruggiero per il solo commissario dell’Agcom, Innocenzi. Sul documento mancherebbe la controfirma di Capristo, e il gip Roberto Olivieri Del Castillo potrebbe esaminarla all’inizio della prossima settimana. Mentre martedì a Trani, per testimoniare, arriverà Santoro.




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Dieci domande su un’inchiesta piena di misteri

di Stefano Zurlo

Ha studiato e decifrato molti dei misteri italiani. Ma una storia così lascia perplesso anche lui. Franco Coppi, uno dei più noti penalisti italiani, parla con prudenza: "Non abbiamo una conoscenza adeguata del capo d’imputazione sappiamo quel che i giornali ci hanno consegnato in queste ore". Ma quel che emerge, a brandelli, rende scettico il principe del foro


1 Perché i pm di Trani contestano la concussione?
«La concussione - è il primo punto della riflessione di Coppi - mi pare poco praticabile. La concussione presuppone un aut aut, una costrizione, un’imposizione. Il pubblico ufficiale costringe qualcuno a compiere qualcosa. Qui siamo sicuri che sia stato imposto qualcosa? E che cosa?». Coppi dà voce alle obiezioni che molti commentatori hanno formulato in queste ore. Ci vuole un atto, un fatto preciso, una circostanza chiara in cui sia stato consumato il ricatto ai danni di qualcuno. «Qui - prosegue Coppi - non si riesce a mettere a fuoco il fatto e nemmeno chi sia la vittima».

2 Dov’è la tangente?

C’è un altro aspetto sconcertante: non si riesce a capire, almeno sulla base di quel poco che si sa, quale sarebbe stato il ritorno economico per i concussori, insomma per Berlusconi e per il commissario Agcom Giancarlo Innocenzi, sempre che siano tutti e due indagati per concussione. Riprende Coppi: «Nella concussione c’è sempre la tangente, il denaro, o un’altra utilità per chi fa l’estorsione o per qualche altro soggetto da lui indicato».

3 Che cosa è l’altra utilità?

Prosegue Coppi: «Attenzione: la contropartita non è un optional e non può essere vaga, generica, indefinita. Se non ci sono i soldi, ci dev’esser qualche altro benefit. Concreto. Può essere un orologio, un’auto, una vacanza. Ma non può non esserci o essere un concetto fumoso. Addirittura, fra gli esperti di diritto si discute se la prestazione sessuale sia assimilabile al concetto di utilità. Qui dovremmo immaginare che Berlusconi, o chi per lui, abbia ricattato qualcuno, ma chi?, imponendo la chiusura di un programma. Ma è dura, molto dura, immaginare che l’utilità per il Cavaliere sia la chiusura di Annozero che, fra l’altro, non si è verificata. No, se questo è il quadro di fondo, non siamo sul versante della concussione e, con tutta sincerità, nemmeno nel recinto del codice penale».

4 Perché allora la procura di Trani non contesta il reato di violenza privata?
Il codice offre anche un articolo in cui la minaccia non è accompagnata dalla richiesta di un beneficio economico: la violenza privata. Aggiunge Coppi: «Se davvero ci sono state minacce e pressioni contro Santoro e Annozero o altri programmi, vedrei più compatibile, in linea teorica, l’accusa di violenza privata. Ripeto: non mi sembra, in prima battuta, che il terreno della concussione sia adatto al pascolo di questa inchiesta. Mi pare, per dirla con una battuta, un pascolo abusivo».

5 Il direttore del Tg1 può essere considerato un pubblico ufficiale?
Sì. Spiega Coppi: «Il direttore del Tg1 viene considerato un incaricato di pubblico servizio e in questa veste viene equiparato al pubblico ufficiale».

6 Si può intercettare il Presidente del Consiglio?

No, perché le conversazioni di deputati e senatori non possono essere ascoltate senza autorizzazione. «Ma naturalmente - afferma Coppi - qui penso che sia stato seguito un altro metodo: sono stati legittimamente messi sotto controllo i telefoni di Innocenzi, di Minzolini o di altri soggetti non coperti dallo scudo parlamentare. Se poi questi signori chiamano Berlusconi o altri onorevoli, come pure è accaduto, non è un problema degli investigatori. Che possono continuare a fare il loro mestiere».

7 Ma le conversazioni di Berlusconi possono essere utilizzate contro il premier?

Attenzione: questione diversa è l’utilizzabilità, successivamente, dei brogliacci che riguardino i politici, a cominciare dal premier. Coppi è categorico: «In questo caso saranno le Camere a dare o negare quelle carte ai giudici».

8 Minzolini non sarebbe indagato. Può ugualmente essere intercettato?

Sì, questo è un dato pacifico. Riprende Coppi: «Il gip, su richiesta della procura, può disporre l’intercettazione delle utenze di persone che non sono indagate, per esempio dei testimoni o delle presunte vittime di reati».

9 Ma Trani è competente?

È un altro tema che suscita molti dubbi. «La competenza - aggiunge Coppi - si radica nel luogo in cui è avvenuto il ricatto. Posto che in questa storia non è chiaro chi ricatta chi, dobbiamo basarci sui dati a nostra disposizione. Mi pare evidente che i principali protagonisti, per quanto ne capiamo, risiedano principalmente a Roma. A Roma c’è la sede della Rai, a Roma c’è Palazzo Chigi. Da Roma sarebbero partite molte telefonate agli atti dell’inchiesta».

10 Che cosa dovrebbe fare la procura di Trani?
Coppi non ha dubbi: «Se la procura si accorge di essere incompetente deve subito mandare la carte ai colleghi competenti. In questo caso, se stiamo alla logica, a Roma. Si possono naturalmente compiere atti urgenti: se Trani decide di arrestare qualcuno e questo signore si prepara alla fuga, allora la magistratura pugliese può andare avanti per il tempo strettamente necessario a compiere questo atto che altrimenti sfumerebbe. Ma si tratta di un’eccezione e non mi pare che sia questo lo scenario che s’intravede a Trani».



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Assalto ai partiti, anarchici liberati prima del voto


Per il Tribunale del riesame di Torino non sono "socialmente pericolosi" anche se sono accusati di una cinquantina di attacchi.

Intanto la campagna elettorale all’insegna della tensione continua: proprio ieri l’ennesimo danneggiamento a un circolo del Pd


Il voto si avvicina, la tensione a Torino è alle stelle, gli attacchi a gazebo e sedi di partito si susseguono - giusto ieri l’ultimo in ordine di tempo, ad un circolo del Pd a sostegno della candidatura di Mercedes Bresso - e i giudici che fanno? Rimettono in libertà gli anarco-insurrezionalisti arrestati lo scorso 23 febbraio, e ritenuti dalla procura gli autori di una cinquantina di episodi di vandalismo, danneggiamento, aggressione a sedi di partito e sindacato, ma non solo, avvenuti in città negli ultimi due anni. Per il tribunale del Riesame «la pericolosità sociale» che aveva spinto la procura a sollecitare la custodia in carcere per tre di loro - Fabio Milan, Andrea Ventrella e Luca Ghezzi - ipotizzando per la prima volta l’associazione per delinquere, non sussiste.

E così quelli che sono considerati tra i leader della frangia insurrezionalista degli anarchici torinesi - quella più estremista e che manifesta pericolose derive eversive, al contrario degli squatter e degli anarchici puri, che occupano per lo più edifici abbandonati - possono tornare tranquillamente a casa. Per loro solo l’obbligo di dimora e quello di presentarsi alla Polizia giudiziaria per la firma.
Tempismo perfetto con le elezioni alle porte, quello del tribunale del Riesame torinese, non c’è che dire.

Anche perché a ritenere necessario mettere in cella questi anarchici accusati di avere anche messo a segno attacchi contro i partiti del centrodestra, soprattutto la Lega Nord, più volte bersagli di atti di vandalismo, è stato un magistrato che amico del centrodestra certo non è, come il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli. Proprio Caselli, all’atto dell’arresto, aveva sottolineato la pericolosità degli arrestati: «Sono tutti soggetti – aveva rimarcato il procuratore, ricordando che gli arresti erano frutto di un’indagine durata due anni – dell’area anarco-insurreziuonalista, area che con elementi di prova concreti e specifici riferibili a questi soggetti si è resa responsabile di una serie di attività che, sommate insieme, permettono di inquadrare il tutto in una contestazione di associazione per delinquere».

Associazione per delinquere, ma pure istigazione a delinquere, resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, violenza privata, minacce, danneggiamento, contestati a vario titolo ai sette arrestati - a quattro erano stati concessi gli arresti domiciliari - e ai 20 denunciati. Insomma, non proprio inezie. Come inezie non sono gli episodi che sempre per la procura di Torino li avrebbero visti protagonisti:i blitz contro la Lega Nord, le istigazioni alla rivolta degli immigrati nel Cie di corso Brunelleschi, l’assalto alla sede della Cgil. Giusto gli ultimissimi episodi, gli assalti ai banchetti della Lega Nord a sostegno del candidato governatore Roberto Cota o alle sedi del Pd, sono rimasti fuori dal blitz.

Ma solo per ragioni temporali, visto che l’inchiesta si è fermata a settembre, quando la campagna elettorale non era ancora cominciata. Atti comunque sempre riconducibili allo stesso gruppo.
Cosa accadrà adesso? La Procura - che si era già visto rifiutare il sequestro e il blocco delle frequenze di Radio Blackout, ritenuta l’amplificatore delle iniziative degli anarco-insurrezionalisti - ha già fatto sapere che attende le motivazioni del tribunale del Riesame per presentare ricorso. E intanto, proprio ieri, si è registrato l’ennesimo episodio inquietante: nella zona di Porta Palazzo sono state distrutte a mazzate le vetrate di un circolo Pd con i manifesti della Bresso. L’ennesimo episodio di una guerra, che, a Torino, sembra non avere fine.



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Trani, spiati anche Tremonti e Maroni Il reato di Silvio: non gli piace Santoro

di Alessandro Sallusti

La folle inchiesta di Trani. Il regime dei Pm: non solo Berlusconi e Minzolini nelle intercettazioni a strascico. Reati? Nessuno. 


Ecco Berlusconi intercettato. Reato? Non gli piace Santoro.


Il ministro Alfano invia gli ispettori: "Episodi gravissimi"




Più passano le ore meno la situazione si chiarisce. Anzi. Tra smentite e mezze conferme l’inchiesta di Trani, che ha coinvolto non si sa a che titolo anche il presidente del Consiglio e il direttore del Tg1, appare sempre più come una enorme bufala giudiziaria. Non si capisce l’ipotesi di reato, e molto più probabilmente non c’è nessun reato. Non si sa a che titolo telefoni di alte cariche dello Stato fossero sotto intercettazione. L’unica cosa certa è che gli spioni del palazzo di giustizia hanno registrato anche conversazioni private di ministri come Giulio Tremonti e Roberto Maroni, oltre che di numerosi parlamentari. E che tutte le trascrizioni sono già nelle mani del fido Travaglio, pronto a snocciolarle all’occorrenza anche se non costituiscono prova di alcun abuso. Il ministro Alfano ha spedito a Trani i suoi ispettori ipotizzando «gravissime patologie». Siamo certi che non si caverà un ragno dal buco, e semmai qualche cosa accadesse, ministro e ispettori verranno accusati di ingerenza e ostacolo alla libera attività dei magistrati e probabilmente messi sotto processo pure loro.

In una democrazia liberale tutto questo non sarebbe possibile. Spiare senza fondate ipotesi di reato capo del governo, ministri, deputati, giornalisti e autorità è da regime. E in effetti siamo avviati su quella strada, alla dittatura dei magistrati e dei complici politici. Un direttore di giornale, o telegiornale, intercettato dovrebbe essere cosa gravissima, questa sì un vero attacco alla libertà di stampa, altro che la querela del premier a quel miliardario di De Benedetti, editore di la Repubblica. E invece i giornalisti democratici dei giornaloni democratici assistono compiaciuti. Anzi, applaudono la magistratura. Ero conscio di far parte di una categoria così così, ma non pensavo fino a questo punto. Pur di andare in quel posto a Berlusconi consegnano a terzi, i pm, i nostri telefonini, cioè la nostra vita.

Certo, il telefono di Ezio Mauro, direttore di la Repubblica è al sicuro, altrimenti già sapremo come diavolo ha fatto a comperare casa evadendo il fisco. Da quelle parti i magistrati non intercettano, ma non ce la prendiamo più, è tempo perso, inutile. Si nascondono dietro un pugno di giudici eroi che si battono contro criminalità e mafie per fare i loro interessi, che poi è uno: abbattere Berlusconi e impedire quella riforma della giustizia che toglierebbe loro privilegi feudali e immunità assolute. E allora ce la prendiamo col governo, perché separazione delle carriere, processi in tempi certi, responsabilità civile per errori e mancanze gravi (quest’ultima votata a grande maggioranza in un referendum dagli italiani, non da un governo fascista, e poi azzerata da politici compiacenti e fessi), sono necessità non più rinviabili. Il centrodestra non ha più scuse. Da sedici anni ci sta provando ma non ha mai avuto il coraggio di andare fino in fondo. Un misto tra paura di vendette, speranza di riguardi e di soggezione verso tre conduttori, quattro giornalisti e un pugno di intellettuali in malafede ha sempre bloccato il varo delle leggi. Il risultato di tanta attenzione e cautela si è visto. Dall’accanimento giudiziario contro il premier si è passati alla giustizia-gossip prima e alla giustizia anti-Pdl ora.

Più passa il tempo più il fronte dell’offensiva si allarga. Berlusconi dice di aver le mani legate. Se aspetta ancora un po’ rischia di averle davvero, ma con le manette, magari per aver detto al telefono qualcosa di politicamente scorretto rispetto al sentire di lorsignori. Non escludo che la cosa potrebbe far felice, o comunque non triste, il suo socio principale nel Pdl, quel Gianfranco Fini che non perde occasione di elogiare l’onestà e l’indipendenza della magistratura tutta, dando così una importante copertura politica a operazioni da Kgb camuffate di legalità. Il presidente della Camera avrà fatto i suoi calcoli per lasciare solo il premier, e tutto il Pdl, in questa impari guerra. Gli auguro che siano quelli giusti, ma non ne sono così certo. Una volta raggiunto l’obiettivo, potrebbe finire anche lui nello stesso tritacarne. I metodi di certa gente non cambiano mai, lo insegna la storia.






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Nella tana del sacerdote sotto accusa

La Stampa

"Padre H" ancora pastore in un paese



ALESSANDRO ALVIANI


Padre Hullermann si è volatilizzato. Tutti parlano di lui, di quel Padre H. cui, sebbene già accusato di pedofilia, vennero riaffidati nel 1980 incarichi pastorali nell'arcidiocesi retta allora dal cardinal Ratzinger e che qualche tempo dopo fu travolto da nuove denunce di abusi su minorenni. E lui, Peter Hullermann, per reazione, fa perdere le sue tracce. Ieri a Bad Tölz, una località di neanche ventimila abitanti nell'estremo Sud della Baviera dove è stato trasferito nel 2008, nessuno sembrava conoscerlo.

O voleva conoscerlo. «No, non so chi sia. Però abita qui a fianco», si contraddice un uomo sulla sessantina intento a studiare un volantino della Caritas appeso proprio accanto all'abitazione di Hullermann. Un'abitazione deserta: dietro la porta verde nessun rumore, nessuna luce, nessun segnale di vita. Di fronte, una chiesa in via di ristrutturazione; in cima, una bandiera di metallo ruota cigolando, mossa dal vento gelido che trascina la neve. In questa località termale ai piedi delle Alpi chi è disposto a parlare di padre Hullermann lo descrive con simpatia, come «un tipo che tiene delle prediche molto dirette».

Delle prediche in chiesa? Ma non c'era «una perizia realizzata per desiderio del nuovo arcivescovo Reinhard Marx» che «non giustificava» il suo impiego nell'assistenza spirituale, come spiegava venerdì l'arcidiocesi di Monaco in un comunicato? Quella perizia, del resto, dovrebbe essere il motivo per cui nel 2008 padre Hullermann venne trasferito a Bad Tölz da Garching, dove aveva lavorato per 21 anni dopo un breve periodo a Monaco. «Ogni domenica alle 11,30 nella Chiesa della Trinità dice messa per i turisti di questa località termale», spiega una fonte vicina agli ambienti ecclesiastici della cittadina, che preferisce restare anonima. «Per questo fine settimana, però, dopo alcuni colloqui con l'arcidiocesi di Monaco, è stato deciso che non dirà messa; per il futuro non so, vediamo se la prossima settimana tornerà, ma non me lo aspetto», aggiunge la fonte. «L’hanno spostato qua e là e lui ha continuato a comportarsi come prima», lamenta al telefono Wilfried F.

È lui la vittima degli abusi che ha dato il via all'intera vicenda. Negli Anni 70, di ritorno da un'escursione, il parroco, allora ancora a Essen, gli diede degli alcolici, lo rinchiuse nella sua camera, lo spogliò e lo costrinse a fare sesso orale. Quando lo venne a sapere, spiega Wilfried F., la Chiesa preferì regolare la questione al proprio interno, senza far intervenire la magistratura.

A lui, allora undicenne, assicurarono: «Quel prete non lavorerà più con i bambini». Invece, poco dopo, Hullermann fu trasferito a Monaco e, in seguito a una decisione presa non da Ratzinger ma dall'allora vicario generale Gerhard Gruber, si vide riassegnati incarichi pastorali. Di lì a qualche anno fu nuovamente accusato di pedofilia. Non tutti, tuttavia, lo ricordano con astio. Anzi. Quando lasciò la comunità di Garching, nel 2008, ci furono applausi a scena aperta e a qualcuno scapparono persino delle lacrime. Un rappresentante dei chierichetti sostenne persino che «Hullermann è riuscito a creare una chiesa giovane e a trasmettere in modo duraturo il suo amore per la liturgia alle giovani generazioni».

Un prete vicino alla gente; di più, «un prete da toccare con mano», notò la comunità religiosa di Garching in un comunicato. Parole che oggi, mentre la Germania si trova praticamente ogni giorno a fare i conti con nuovi episodi di pedofilia in scuole o istituzioni cattoliche - l'ultima denuncia risale a ieri e riguarda la Bassa Sassonia, dove negli Anni 50 e 60 tre preti avrebbero abusato di alcuni ragazzini - assumono un significato imbarazzante. E intanto i Paesi coinvolti dallo scandalo diventano sempre di più: dopo l'Olanda e l'Austria, ora si registrano denunce di abusi anche in Svizzera.




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Silvio telefona e il pm lo indaga


L'ultima offensiva giudiziaria, guarda caso a due settimane dal voto, dimostra solo una cosa: il presidente del Consiglio dice le stesse cose in pubblico e in privato. Ma se ogni pm può spiare il capo del governo, la sicurezza del Paese è a rischio



Se il governo avesse avuto il coraggio di varare la legge contro lo scandaloso abuso delle intercettazioni telefoniche, oggi non racconteremo questa storia. Invece no, a furia di fermarsi davanti ai magistrati, ai Di Pietro, e ai Santoro, eccoci qua. Una inchiesta nata per caso (lo ammettono gli stessi pm) oltre un anno fa a Trani (una questione di carte di credito e di tassi d’usura), per caso arriva a coinvolgere (su altri fatti) Silvio Berlusconi, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, quest’ultimo guarda caso inviso a magistrati e sinistra che da tempo ne chiede il licenziamento. 

E sempre per caso tutto ciò viene reso pubblico a due settimane dalle elezioni così come casualmente le carte passano, per fare il botto, dalle mani del solito Travaglio. Queste casualità, messe insieme, sono la prova di una gigantesca presa in giro, che l’accanimento giudiziario contro Berlusconi e il centrodestra non è una invenzione del premier e che le intercettazioni telefoniche sono diventate un’arma impropria nelle mani di persone scellerate. Di che cosa è accusato questa volta il presidente del Consiglio? Di parlare al telefono, di dire ciò che pensa e ciò che secondo lui andrebbe fatto. Per questo lo hanno indagato. 

Come potete leggere negli articoli all’interno, il Cavaliere, parlando via etere con il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, e con Giancarlo Innocenzi, presidente dell’Agcom (l’agenzia che si occupa delle telecomunicazioni) si lamenta del trattamento subìto nel corso delle trasmissioni Annozero, Ballarò e Parla con me, e si augura la chiusura del programma di Santoro perché condotto in evidente violazione dei doveri del servizio pubblico.
Tutto ciò dimostra alcune cose. La prima: Berlusconi a volte usa il telefono e quando capita parla. Secondo: la sicurezza del Paese è a rischio in quanto qualsiasi pm può intercettare a piacimento il capo del governo, e col trucco (il numero intercettato non è il suo, che è vietato, ma quelli di terzi che abitualmente parlano con lui). 

Il quale a volte parla di Santoro, ma immaginiamo in altre di delicate questioni interne e internazionali che in qualsiasi Paese del mondo sono giustamente protette dal segreto assoluto. Terzo: le intercettazioni dimostrano che non ci sono due Berlusconi, uno per la gente e uno per gli amici, ma che il premier la pensa allo stesso modo in pubblico come in privato. Più volte il presidente si è infatti lasciato andare, durante interviste e interventi, a giudizi pesanti sulle trasmissioni in questione augurandosi la loro chiusura, come del resto molti italiani, in quanto di parte ma pagate con i soldi del canone, cioè di tutti.

Quarta considerazione: Berlusconi non fa nulla di diverso da ciò che fanno tutti i presidenti del Consiglio e tutti i politici, di destra, di centro e di sinistra. Cioè intrattiene rapporti attraverso canali non ufficiali con giornalisti, direttori e autorità di ogni ordine e grado. Vogliamo vietarglielo? Nessuno si è mai permesso di intercettare con qualche scusa le telefonate tra Romano Prodi e gli allora direttori del Tg1 Gad Lerner e Gianni Riotta. Né è mai stata avanzata l’ipotesi che simili contatti fossero illegittimi o sconvenienti.

Quinta considerazione. Visto che nessuna di queste trasmissioni è stata chiusa (i fatti risalgono allo scorso anno, fuori dalla par condicio elettorale) vuole dire due cose: o il Cavaliere non conta nulla, oppure le sue erano dei semplici ragionamenti-sfogo senza alcun valore istituzionale o giuridico. Personalmente propendo per la seconda ipotesi. Ultima considerazione. Ieri il solito Di Pietro ha chiesto, cito testualmente, di cacciare a pedate tutti gli indagati in questa vicenda. L’avviso di garanzia, quindi, per lui equivale a una condanna definitiva. Bene, prima di parlare applichi questa equazione al suo (e del suo compare Bersani) candidato governatore in Campania, quel Vincenzo De Luca tre volte indagato e a processo per associazione a delinquere e truffa.

Così come è successo sulla questione liste elettorali, ancora una volta la via giudiziaria viene applicata solo agli uomini del Pdl. Possibile che a sinistra nessun politico faccia mai una telefonata che, ovviamente per caso, finisce intercettata? E non sfugge, ultimissima casualità, che tutto ciò accade il giorno prima della manifestazione di piazza contro Berlusconi. Come dire, ecco un po' di carne fresca per il nostro (loro) popolo sempre affamato di antiberlusconismo.




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Dal Guardasigilli al procuratore sorvegliato Così le soffiate di Trani finiscono sul «Fatto»

di Redazione

VELENI Il fango su Alfano e Fitto finì in prima pagina sul quotidiano insieme alle telefonate del magistrato

Nei veleni delle intercettazioni che adesso alimentano l’inchiesta di Trani che indaga pure il premier c’è finito anche lui. Carlo Maria Capristo, procuratore capo della città pugliese. E anche le sue telefonate «spiate» sono finite in prima pagina sul Fatto quotidiano, per un’altra inchiesta dagli indagati eccellenti, seppur virtuali: i ministri Angelino Alfano e Raffaele Fitto.

Ma andiamo con ordine. Il capo dell’ufficio giudiziario tranese è stato «ascoltato» suo malgrado dalla Guardia di finanza di Bari che, ad aprile dell’anno scorso, indaga su concorsi universitari sospetti. Tra le utenze finite sotto intercettazione c’è anche quella di Aldo Loiodice, professore, rettore dell’università telematica Giustino Fortunato e avvocato amministrativista. In questa ultima qualità, il giurista in quei giorni assiste Capristo in un contenzioso al Tar di Bari, relativo proprio alla nomina del magistrato al vertice della Procura di Trani. A quella poltrona, infatti, aveva puntato anche Marco Dinapoli, procuratore aggiunto barese, che sceglie di ricorrere dopo che la decisione del Csm «premia» Capristo.

Dinapoli, però, non punta solo a Trani. Ha già fatto domanda per il posto di procuratore capo a Brindisi. Nel suo curriculum ci sono anche le indagini contro l’ex governatore pugliese e poi ministro Raffaele Fitto. Che, dal canto suo, ritenendosi «perseguitato» dalla Procura barese, a febbraio 2009 ha inviato un esposto al ministero della Giustizia, ipotizzando irregolarità nell’azione dei magistrati.
Esposto sfociato, un mese dopo, nell’invio a Bari degli ispettori ministeriali da parte del ministro Angelino Alfano. Poco più tardi, aprile 2009, sul tavolo del Guardasigilli arriva dal Csm la richiesta di un parere sulla nomina a Brindisi di Dinapoli. E le intercettazioni tra Capristo e il suo legale seguono di poco quella data.

La prima è del 18 aprile, e il magistrato riferisce al professore di aver incontrato Fitto a un matrimonio e di avergli parlato dell’«argomento Brindisi». «Lui mi pare fortemente intenzionato a sbarrare la strada a quell’amico», dice Capristo. «Lui» sarebbe Fitto. «L’amico», invece, Dinapoli. Il procuratore capo di Trani riferisce poi di aver spiegato al ministro «che secondo me non è una cosa che fa fortuna perché lo facciamo diventare un martire e rischiamo lo stallo istituzionale».
Le conversazioni tra Capristo – che voleva quella conclusione per evitare la «concorrenza» per la poltrona tranese - e Loiodice, pur essendo comunicazioni tra cliente e avvocato (e dunque non utilizzabili) vengono trascritte e spedite da Bari alla Procura di Roma.

Che indaga sia Fitto sia Alfano, ma poi archivia visto che l’«ostacolo» non ha ostacolato niente: a settembre, Dinapoli viene spedito a Brindisi, anche con il placet di Alfano. Ma quest’ultimo, Fitto e pure Capristo finiscono comunque sulla graticola.
Comune a questa e a molte inchieste è il lavoro «intercettivo» delle Fiamme gialle di Bari. Custodi, insieme alle toghe, del segreto – si fa per dire – istruttorio anche nel caso D’Addario e nell’ultima inchiesta che vede indagato Berlusconi.
GMC-MMO




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Camicia da notte e il ritratto del figlio La valigia del Duce ai tempi della fuga

di Redazione


Il contenuto del bagaglio personale di Mussolini è finito ad Acquaseria nell’abitazione di Alberto Botta, già sindaco del Msi. Presto un museo


 
Como - Una camicia da notte bianca con bordini azzurri cifrato con le lettere BM; un fazzoletto bianco con bordini azzurri con la stessa sigla; due mostrine: una per polso e l’altra per braccio e un ritratto fotografico di Bruno Mussolini in cornice d’argento. Sono questi, con terminologia un po' burocratica, gli effetti personali del Duce persi - erano su un camioncino che si guastò - durante la fuga con fascisti e tedeschi finita poi con l’arresto del dittatore. 

Dei reperti, conservati in una sorta di casa-museo, si parla in un ampio servizio pubblicato, in tre puntate da domani, da La Provincia di Como. Il contenuto del bagaglio personale di Benito Mussolini è finito nell’abitazione di Acquaseria (in provincia di Como), di fronte al lago, di Alberto Botta, già sindaco e consigliere provinciale del Msi e che non fa mistero di essere un appassionato del fascismo tanto da avere una casa piena di ritratti, cimeli, documenti e foto sul Ventennio. 

In base a quanto raccontato nell’articolo, il materiale fu recuperato da una partigiana monarchica, Lidia Galli, su incarico della prefettura quanto Mussolini era già stato giustiziato. Il duce portava sempre con sé la foto del figlio, in divisa da aviatore, morto in un incidente aereo a Pisa. Il materiale fu consegnato a un parroco e da questi a Botta che mette tutta quanto ha a disposizione per realizzare un Museo dei fatti storici del Lario.




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Riciclaggio, era a Cortina per chiudere i conti: presa E' legata a banda Mokbel

di Redazione

La donna, di origine svizzera, è stata fermata dalla Gdf: era in Italia per svuotare conti e cassette di sicurezza. legata a uno dei 56 destinatari di ordini di custodia cautelare. Sequestrati 300mila euro e gioielli





Cortina - Dalla Svizzera, dove vive, in Italia con una sola "missione": svuotare conti correnti e cassette di sicurezza esistenti in alcune banche di Cortina d’Ampezzo e recuperare beni e documenti riconducibili alle attività illecite svolte dai propri congiunti, indagati per associazione a delinquere e riciclaggio internazionale nell’ambito dell’operazione "Phuncards-Broker". È stata arrestata la notte scorsa a Cortina dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria di Roma e del nucleo di polizia tributaria di Belluno la moglie di uno dei destinatari delle 56 misure cautelari in carcere, disposte dal gip di Roma su richiesta della Procura distrettuale antimafia. 

L'arresto della donna A Cortina d’Ampezzo dalla Svizzera con lo scopo esclusivo di svuotare conti correnti e cassette di sicurezza presso agenzie locali di istituti bancari per far sparire beni e documenti riconducibili ad attività illegite di familiari, indagati per associazione a delinquere e riciclaggio internazionale. L’arrestata, residente in Svizzera, è moglie di uno dei destinatari delle 56 misure cautelari in carcere disposte dal gip di Roma, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, nell’ambito dell’inchiesta su un presunto maxiriciclaggio di due miliardi di euro le cui indagini sono coordinate dal Procuratore Aggiunto Giancarlo Capaldo e dai Sostituti Bombardieri, Di Leo e Passaniti. Nell’ambito dell’arresto sono stati sequestrati denaro per oltre 300mila euro, gioielli e numerosi documenti.




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