lunedì 15 marzo 2010

Via Padova: nei palazzi-favelas del quartiere più blindato della città

Corriere della Sera



l'imam Asfa Mahmnoud: «Bastone e carota? Noi abbiamo visto solo il bastone»
Le topaie da 800 euro al mese dove i residenti vivono barricati e scrivono «Attenti al cane» sulla porta


MILANO - La polizia esce da un portone. Fuori altri agenti e due cellulari. All’interno alcuni ragazzi, presumibilmente immigrati, si coprono il volto. I blitz delle forze dell’ordine sono ormai quotidiani nelle stradine limitrofe al quartiere milanese di via Padova, a Milano: dopo le ripetute risse, la «rivolta urbana» di febbraio e le manifestazioni, il quartiere ora è come addormentato, blindato giorno e notte da polizia, esercito e carabinieri. «Blindata» anche la gente - al 90% stranieri - che vive nelle centinaia di monolocali-topaie (800 euro di affitto al mese) ricavati dentro i palazzi della zona.

Sono molti gli stabili in precarie condizioni strutturali e igieniche dove la telecamera non è benvenuta. Il silenzio accoglie chiunque si affacci nei cortili interni e sui pianerottoli dei condomini; i residenti sembrano barricati, spaventati forse dai vicini, forse dalla paura di nuove visite delle «guardie». Molti hanno messo il cartello «Attenti al cane» sulla porta, anche se non hanno nessun cane: chissà che tenga lontano qualche malintenzionato.

Video

L'IMAM: TROPPE STRUMENTALIZZAZIONI - La preoccupazione dei comitati cittadini - primo fra tutti quello multietnico «Riprendiamoci Milano» - è che l'attenzione sui disagi e il degrado dell'area cali e che dopo le luci accese sul quartiere grazie alle recenti vicende di cronaca si ritorni al clima di insicurezza e di abbandono di sempre.

Il direttore della Casa della cultura islamica, Asfa Mahmoud, vede nel caso di via Padova l’emblema, a livello nazionale, dei limiti che stanno incontrando vecchie e nuove misure nell’affrontare la questione-immigrazione.

Asfa se la prende con i «politicanti» che - a suo dire - strumentalizzano singoli episodi a fini elettorali: «Del bastone e della carota finora noi abbiamo visto solo il bastone - sostiene -; è giusto punire chi commette reati e infrange le regole, però sarebbe altrettanto giusto anche premiare chi lavora, paga le tasse, e si sta impegnando per integrarsi». I pochi residenti italiani della zona denunciano spaccio organizzato e risse continue: «Così non si favorisce né integrazione né legalità».
Giuseppe Gaetano, Rcd
15 marzo 2010



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Barcellona: storica sentenza, siti peer to peer non violano il diritto d'autore

Corriere della Sera


Assolvendo un sito P2P, il giudice ha stabilito che offrire link che rimandano ad altri contenuti non è reato





MILANO - E' una delle prime decisioni di questo tipo in Europa. E potrebbe influenza tutta la giurisprudenza in materia. Con una sentenza giudicata «storica» dalla stampa spagnola un tribunale di Barcellona ha assolto il primo sito «peer to peer» (P2P, di scambio files in internet) ad essere stato portato in tribunale per un presunto reato contro i diritti d'autore.

LA SENTENZA - Il giudice ha stabilito che offrire link che rimandano ad altri contenuti - anche coperti da copyright, come succede nei P2P - non è illegale. «In senso lato», spiega la sentenza, «il sistema di links costituisce la base stessa di internet ed una moltitudine di siti (come Google) fanno ciò che si vuole impedire con questa causa».

Secondo il giudice inoltre «le reti P2P, in quanto mere reti di trasmissione di dati tra privati, non feriscono alcun diritto protetto dalla legge sulla proprietà intellettuale». Per il quotidiano Publico la sentenza è «storica» perchè è la prima del genere, è una sconfitta per il denunciante (la Sgae, la Siae spagnola) che chiede la chiusura di questo tipo di siti, e perchè il governo sta vuole promuovere una proposta di legge che consentirebbe alle autorità amministrative di chiudere le pagine web considerate illegali.


Redazione online
15 marzo 2010





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Tre domande al giudice Mesiano

di Claudio Brachino


Chi mangia fa molliche, dicevano i vecchi giornalisti. Vuol dire che fra i tanti servizi realizzati da una testata, ci si concentra solo su quelli un po’ più sfortunati.

E quello andato in onda giovedì scorso a Mattino 5 sul giudice Mesiano, non appartiene certo alla categoria dei capolavori. Sul merito di un singolo servizio si può discutere all’infinito. Fa parte della libertà di critica, come fa parte della libertà di stampa la possibilità di criticare un magistrato. Se alcuni termini usati nel testo hanno offeso Mesiano, mi scuso con lui. 

Per me la sensibilità di una persona viene prima dei ruoli sociali e delle discussioni sul diritto di cronaca e sul diritto alla privacy. Mi impegno a non trasmettere più quelle immagini, cosa che dovrebbe fare anche chi indignato mi critica, e criticando le ri-trasmette in continuazione, dalla Sky di Murdoch a Raitre, trasformando il rimedio in qualcosa di più grave della malattia.
Le critiche appunto, o meglio la marea di insulti e di lezioncine piovute su di me, sulla giornalista autrice del pezzo e sulla testata. Nel polverone vorrei che il pubblico avesse gli occhiali a infrarossi per separare il giusto da ciò che è strumentale.

Innanzitutto noi non pediniamo nessuno. Sul mio tavolo arrivano ogni giorno immagini da fonti diverse. Sono immagini che riguardano i protagonisti dell’attualità, del gossip, dello sport, della cronaca. La domanda di fondo della rubrica giovedì scorso era quella che molti opinionisti si erano posti in quelle ore: la cosiddetta promozione ad orologeria del giudice Mesiano a pochi giorni dalla sentenza sul Lodo Mondadori, era davvero per indiscussi meriti professionali? 

Quella sentenza, 750 milioni di euro che la Fininvest dovrà pagare a De Benedetti, per la sua portata economica e per le polemiche connesse, ha fatto il giro del mondo. Mesiano è diventato un personaggio di pubblico dominio. In questo contesto ho deciso di trasmettere quelle immagini, per dare sostanza televisiva a una figura di cui si leggeva e si sentiva parlare, ma di cui poco si era visto. Nel servizio non si fanno valutazioni politiche e giuridiche. Non si usano epiteti infamanti. 

La battuta sui calzini può non piacere. Ma rimane una battuta. Ricordo con terrore un romanzo di Kundera, Lo scherzo, in cui il protagonista finisce ai lavori forzati per un umorismo non gradito. Per fortuna era la Cecoslovacchia comunista degli anni ’60. Certo, c’è l’aggettivo «stravagante». Come ricorda lo Zanichelli, stravagante vuol dire raro anche nel senso di originale, fuori dagli schemi. E allora? Le immagini, poi, sono realizzate per strada, in luoghi pubblici. Il contesto spazio-temporale è definito, il pedinamento ossessivo è un’altra cosa.

C’è una sproporzione sospetta, insomma, tra l’azione e la reazione, tra il buffetto e le cannonate, tra il termine stravagante e quelli che soprattutto i colleghi hanno rifilato a me: servo, killer, vergogna, barbarie. Ma le lezioni davvero inaccettabili sono quelle che arrivano dal quotidiano la Repubblica. Non è forse lo stesso che ha pubblicato le immagini della villa del premier, con ospiti internazionali colti in frangenti in cui neanche del colore dei calzini si poteva discutere?

Non è forse lo stesso che ha pubblicato le immagini del bagno della residenza romana del premier, rubate con un telefonino? Un magistrato ricopre un ruolo pubblico importante, ma se non sbaglio anche la presidenza del Consiglio è un’istituzione importante. E poi, perché il servizio è andato in onda alle 10 di giovedì 15 ottobre e il caos si è scatenato venerdì 16 dopo un articolo di Repubblica? È un problema di fuso orario o di chi detta l’agenda?

E non è Repubblica coinvolta nella battaglia legale che porta 750 milioni di euro nelle tasche del suo editore? E ancora, abbiamo visto i magistrati protagonisti delle grandi vicende giudiziarie ripresi in tutte le salse, consapevoli o inconsapevoli che fossero. Da Di Pietro che rubava il taccuino a Brosio, a Borrelli a cavallo, a Woodcock sull’Harley-Davidson. Perché allora non si possono mostrare le immagini di Mesiano per strada a Milano? C’è forse un’immunità «mediatica» per chi si è occupato di Berlusconi? In tutto questo polverone bisogna tenere stretti gli occhiali e non perdere di vista le domande giornalistiche della rubrica di giovedì scorso.

Primo, la promozione di Mesiano è meritata professionalmente o come sostengono molti è un premio politico per una sentenza che di fatto va contro il premier? Secondo, le idee politiche di un giudice, per quanto legittime, come agiscono sulla sua serenità e sulla sua indipendenza? Terzo, è vero che nel processo civile non serve un collegio di tre magistrati, ma non è «stravagante» decidere su una somma di 750 milioni di euro senza avvalersi di tecnici e consulenti?

Chi conosce la storia di Mattino 5 sa che, al di là delle strumentalizzazioni delle ultime ore, abbiamo dato il diritto di replica a chiunque, negli stessi spazi e con lo stesso tempo. Invito allora qui il giudice Mesiano, per scusarmi di quelle che vengono reputate offese personali ma anche per rivolgergli quelle tre domande.

Claudio Brachino, direttore di Videonews




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Pedofilia, pressing sul primate irlandese perché si dimetta

La Stampa

Il cardinale Brady ha ammesso d'essere stato presente quando fu chiesto di tacere a due bimbi vittime di abusi



DUBLINO

Le richieste di dimissioni nei confronti del capo della Chiesa cattolica d’Irlanda si fanno sempre più pressanti. Il cardinale Sean Brady ha riconosciuto ieri di essere stato presente, nel 1975, a un'udienza canonica a porte chiuse nella quale venne ordinato a due bambini vittime di abusi sessuali di firmare sotto giuramento di non proferire parola con nessuno di quanto accaduto, ad eccezione di preti.

Nel dicembre scorso il Primate della Chiesa d’Irlanda aveva dichiarato che avrebbe presentato le sue dimissioni se mai fosse stato dimostrato che la sua «inazione» avesse favorito altri abusi su bambini. I due bimbi in questione furono vittime entrambi di padre Bendan Smyth, un sacerdote che, nonostante fosse stato sospeso dalle sue funzioni nella Diocesi di Kilmore e poi di tutto il paese, riuscì inspiegabilmente a continuare il suo «lavoro», abusando di bambini fino al 1993.

Nell’arco di 40 anni avrebbe violentato centinaia di bambini. Arrestato e condannato a 12 anni, è morto in carcere a metà degli anni Novanta. Il cardinale - scrive oggi il Times - non intende al momento dimettersi. In occasione di quell’udienza canonica, si difende Brady, aveva 35 anni ed era un semplice insegnante del St Patrick COllege, sensa alcun incarico di responsabilità.



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Caso Mesiano, Brachino sospeso per due mesi

La Stampa
15/3/2010 (16:40)

La sanzione per il servizio sui calzini




MILANO

Il direttore responsabile di Videonews, Claudio Brachino, è stato sospeso due mesi dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia in relazione a un servizio sul magistrato Raimondo Mesiano che provocò forti polemiche. Brachino è stato sanzionato - si legge tra l’altro in un comunicato dell’Ordine - per aver messo in onda su ’Mattino 5’ il 15 ottobre 2009, un servizio filmato contenente «immagini diffuse in violazione dell’art. 2 della Legge istitutiva dell’Ordine, la n. 69 del 3 febbraio 1969 nonchè degli artt. 137 Dlgs 196/2003 e 6 del Codice deontologico». «Il servizio firmato da Annalisa Spinoso (iscritta all’Ordine della Sicilia) - prosegue l’ente di categoria nella nota - ritraeva Raimondo Mesiano, giudice del Tribunale di Milano, che pochi giorni prima aveva emesso in sede civile una sentenza di risarcimento danni di 750 milioni di euro a carico di Fininvest, cui fa riferimento la rete televisiva per la quale Brachino lavora».

L’audizione del direttore Claudio Brachino, assistito dall’avvocato Salvatore Pino, è avvenuta il 3 marzo scorso. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha ravvisato, nella diffusione del servizio, il mancato rispetto delle leggi deontologiche e la violazione della privacy (già rilevata dal Garante) «al fine di screditare la reputazione del protagonista del video e delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica la sentenza da lui emessa in precedenza nei confronti di Fininvest».

Grazie all’accostamento con immagini «non essenziali e prive in sè di interesse pubblico in quanto notizia», il servizio «ha prodotto un effetto diffamatorio nel suo insinuare presunte stravaganze e stranezze del personaggio, fino a sfiorare il vero e proprio dileggio. Immagini non essenziali (addirittura il colore dei calzini) costituiscono l’unico contenuto del servizio e sono sostenute da un commento "a mo" di gossip». «Risulta quanto meno fuorviante - conclude l’Ordine dei giornalisti - alimentare dubbi sulle inchieste di un giudice in virtù della scelta del colore dei suoi calzini».



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Google festeggia la giornata del Pi greco E intanto si prepara a lasciare la Cina

Quotidianonet

È fallito il negoziato tra Google e il governo cinese: al "99,9 per cento", afferma una fonte interna a Mountain View, il motore di ricerca toglierà le tende non appena si sarà accertato che i suoi dipendenti locali non subiranno rappresaglie

Roma, 14 marzo 2010

Anche Google dedica un omaggio, ovvero il proprio logo giornaliero, al numero irrazionale più famoso dell’intera matematica, il Pi greco. In ossequio alle sue prime tre cifre, il 14 marzo è infatti la Giornata Mondiale del Pi Greco, definito come il rapporto fra la circonferenza e il diametro. Oltre al celebre e scolastico “3,14” Pi ha anche una seconda approssimazione (più precisa, di fatto) pari a 22/7 e dovuta ad Archimede, il che fa sì che in alcuni Paesi la festa venga celebrata il 22 luglio.

Il 14 marzo rimane la scelta più popolare in tutti i paesi che adottano il formato mese-data, aiutata dal fatto che è anche il compleanno di Albert Einstein: da notare che esiste anche il “minuto Pi”, ch in virtù dello sviluppo decimale troncato alla settima cifra avviene alle una, 59 minuti e 26 secondi del 14 marzo (una volta se si adotta il formato orario delle 24 ore, due altrimenti).

CINA ADDIO?

È fallito il negoziato tra Google e il governo cinese, avviato dopo che a gennaio la compagnia di Mountain View annunciò l’intenzione di lasciare il mercato locale per l’impossibilità di garantire piena libertà al motore di ricerca. Al "99,9 per cento", afferma una fonte interna a Google al Financial Times, il motore di ricerca toglierà le tende non appena si sarà accertato che i suoi dipendenti locali non subiranno rappresaglie.

A convincere definitivamente Google verso questa decisione è stata, probabilmente, la dichiarazione con cui il ministro dell’Industria e della Tecnologia cinese ha risposto alla richiesta di rimuovere i filtri censori al motore di ricerca. "Se non rispetti le legge cinesi, sei irresponsabile e ostile e te ne assumi le conseguenze", ha reagito Li Zhong, facendo calare il gelo sull’ottimismo con cui qualche ora prima Eric Schmidt, direttore esecutivo di Google, aveva registrato un’apertura da parte del governo comunista.




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Israele: ecco i gelati «come Dio comanda»

Corriere della Sera




Apre a Gerusalemme «Zisele», la nuova gelateria kosher riservata a un pubblico rigorosamente religioso nel locale ingressi separati per uomini e donne. Israele: ecco i gelati «come Dio comanda» Apre a Gerusalemme «Zisele», la nuova gelateria kosher riservata a un pubblico rigorosamente religioso


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 




GERUSALEMME (ISRAELE) - In fila per sei ore, sotto il primo sole caldo di Gerusalemme. In seimila, forse anche più. Uomini da una parte, donne e bambini dall’altra. Ultraortodossi, tutti. Golosi di gelato, anche. In Israele, lo sbarco negli ultimi giorni delle più famose marche internazionali (da Gap a H&M, a Ikea) non ha attirato tanto pubblico quanto «Zisele» (parola yiddish che sta per «dolcezza»), la nuova gelateria kosher riservata a pubblico rigorosamente, esclusivamente religioso.

Dunque, con entrate separate. Vetrine d’angolo ad hoc: a sinistra pastrani e cappelli, a destra cuffie e gonne lunghe. E già prima dell’apertura, le file composte. Poi la folla e l’intervento della polizia, costretta a chiudere l’accesso a quel crocevia, con scene di conseguenza: donne svenute, passeggini capovolti, bambini andati persi. Il tutto, per poter avere in mano il primo gelato artigianale abbastanza kosher da soddisfare anche le richieste dei più severi tra gli ultraortodossi.

GUSTI DEL PARADISO - Siccome al palato non si comanda, spontanei i commenti: «Sono i gusti del paradiso», li ha definiti un anziano religioso. Forse c’entra il fatto che fosse tutto gratis, per il giorno dell’inaugurazione, e che in meno di due ore se ne siano andati più di 300 chili di creme. La tecnica e le macchine per fare il gelato come Dio comanda sono tutte italiane. In quattro apprendisti sono partiti da Gerusalemme, destinazione Veneto, e lì hanno imparato quel che serviva.

Al rientro, non hanno fatto altro che adattare le nostrane ricette “tricolori” alle regole ferree sulla preparazione kosher, ottenendo dopo attento esame la certificazione della commissione religiosa: ingredienti separati secondo la regola, esclusione d’alimenti proibiti. Adesso, sono più di quaranta i gusti scelti secondo le preferenze dell’acquirente ultraortodosso: limone e vodka, ciliegie e cioccolato all'arancio (che è fra i più leccati). Passano anche sapori particolari: miele, cetriolo e perfino l’arak, l’aroma del liquore all’anice, tanto popolare fra i ragazzi delle scuole religiose.

CHE SUCCESSO - Yaakov Halperin, l’ideatore e imprenditore di «Zisele», prevede d’aprire altri venticinque negozi in tutto il Paese. Un investimento da 130mila euro per ciascun locale, facilmente ripianabile: «Sono sorpreso», racconta, mentre osserva quanta gente s’accalchi all'apertura del primo negozio gerosolimitano. «Sapevo che al pubblico degli ultraortodossi mancava un buon gelato, ma non immaginavo che la polizia dovesse addirittura transennare il marciapiede».

Nonostante la confusione, Halperin ha chiesto al pubblico di rispettare le due entrate della rivendita: donne di qua, uomini di là. Perfino i Naturey Karta, i più estremisti fra gli ultraortodossi, quelli che non riconoscono nemmeno il laico Stato d’Israele, perfino loro non hanno voluto mancare alle degustazioni d’esordio: non senza sottolineare, con tanto d’altoparlanti, di restare in code distinte e distanti.

E gli altri? Proprio in queste ore, e proprio a Gerusalemme, a centinaia sono scesi in piazza con cartelli e slogan («Qui non è Teheran!») per manifestare contro la proposta d’introdurre autobus separati per femmine e maschi, come vorrebbero gli ultraortodossi e come sembra piacere al ministro dei Trasporti. I contestatori le hanno viste, le file alla cremeria kosher. Ma nessuno s’è sentito disturbato, né s’è sognato di ridire qualcosa. Perché un gelato non è un tram: e tutti, in fondo, hanno diritto di chiamarlo desiderio.


Francesco Battistini
15 marzo 2010



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Napoli, soldatini SS e vessilli nazisti in vetrina nel negozio di giocattoli

Corriere del Mezzogiorno


Rimossi dopo una protesta. Leonetti: «Nessuna apologia torneranno presto in esposizione, sono classici modellini»

I soldatini in vetrina
I soldatini in vetrina


NAPOLI - Soldatini con i vessilli delle SS e le svastiche in vetrina. Ad esporre i classici militari in piombo è lo storico negozio di giocattoli Leonetti, uno dei più noti di Napoli, nella centralissima via Toledo. La presenza delle insegne del terzo Reich - insieme a gendarmi di altre epoche storiche - ha scatenato le proteste della rete antirazzista napoletana. È stato anche composto un volantino che riproduce i soldatini in vetrina bollati dalla scritta «Questo non è un gioco». «È inquietante - hanno affermato i giovani della rete antirazzista - che queste figure e le loro gesta che hanno cancellato centinaia di migliaia di bambini dalla faccia della terra, finiscano nei giochi dei nostri figli».

«SOLO PER COLLEZIONISTI» - Dopo la rimostranza, i simboli hitleriani sono scomparsi dalla vetrina. Il proprietario, Flavio, getta acqua sul fuoco e spiega: «Nessuna apologia, ci mancherebbe. Quei soldatini di piombo, prodotti dalla King&Country, sono da collezione e costano anche un bel po': 50 euro a pezzo, non sono evidentemente per bambini. Li esponiamo da anni e nessuno ha mai detto niente».

SS in vetrina

Però sono stati tolti dall'esposizione dopo la protesta. «Rimossi dalla vetrina solo per un semplice turn-over con modellini di altre epoche». Il gestore poi sottolinea che «non ci sono state assolutamente nel mio negozio azioni dimostrative eclatanti. Men che meno, come ho sentito dire, hanno protestato le mamme con i bambini: tutto falso». Le svastiche però rappresentano un simbolo di male assoluto. Secondo la rete antirazzista, non andrebbero esposte in vetrina per il fascino diseducativo e perverso che il simbolo delle SS ancora oggi rappresenta presso alcuni "simpatizzanti". «Secondo me - argomenta il gestore del negozio - in un tale contesto, di puro collezionismo, le svastiche sono un simbolo storico, al pari di tanti altri vessilli di guerra. E poi se si ragiona così dovremmo eliminare anche samurai, ottomani e saraceni che quanto a ferocia non scherzavano».

Alessandro Chetta
15 marzo 2010



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Prete lefebvriano dopo la messa brucia il libro del Concilio Vaticano

Corriere del Veneto


Don Floriano Abrahamowicz brucia il volume con le tesi di Paolo VI. In passato aveva dubitato dell'esistenza delle camere a gas


PAESE (Treviso) - Fa ancora parlare di sé don Floriano Abrahamowicz. Il sacerdote lefebvriano, dopo le dichiarazioni choc sulle camere a gas naziste («So che sono servite a disinfettare, ma non so se vi è stato effettivamente ucciso qualcuno»), ha compiuto un altro gesto destinato a suscitare polemiche. Nella cappella a Paese, assieme ad un gruppo di fedeli che lo ha seguito dopo l’espulsione dalla Fraternità di san Pio X, ha letto il giuramento antimodernista e poi, al termine della messa, ha gettato fra le fiamme il testo del concilio Vaticano II. Un gesto senza precedenti, che, secondo il sacerdote, già sospeso dalla chiesa cattolica, avrebbe avuto l’approvazione di un vescovo cattolico, il cui nome però non viene rivelato. Tra i punti contestati del concilio, il rapporto con le altre confessioni religiose.

Don Floriano vive fra Treviso e Verona. Un anno fa aveva definito una «cloaca» il Concilio Vaticano II. Per questo la Fraternità San Pio X l'aveva espulso. La replica del sacerdote: la modernità vi ha contaminato. Due mesi fa, in occasione della visita di papa Benedetto XVI alla sinagoga di Roma un gruppo di cristiani integralisti aveva promosso una «santa messa di riparazione» nella chiesa di San Pietro a Verona. A celebrare il rito era stato chiamato proprio il discusso sacerdote lefebvriano. Un altro rosario riparatore era stato recitato da don Floriano nel mese di dicembre per la statuetta de «La madre di Dio» completamente nuda esposta all’interno del monastero degli Stimmatini. Due mesi prima, il sacerdote un tempo vicinissimo alla Lega Nord, aveva celebrato l'anniversario della battaglia di Lepanto in cui la flotta veneziana ebbe la meglio sulle navi turche.



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Buon compleanno π!

Corriere della Sera

È anche la data di nascita di Einstein
Da una ventina d'anni il 14 marzo si festeggia il pi greco perché in inglese 3.14 è appunto la data odierna
È anche la data di nascita di Einstein

Buon compleanno π!

Da una ventina d'anni il 14 marzo si festeggia il pi greco perc


ROMA - Il numero più conosciuto nel mondo e nella storia, il π (ossia 3,14 eccetera), è vecchio di oltre 2 mila anni, ma solo da un paio di decenni ha il suo compleanno che si celebra il 14 marzo, che gli anglosassoni indicano appunto con 3.14, e che per pura casualità è anche la data di nascita di Albert Einstein.

23 ANNI FA - Il primo a indire 23 anni fa il «pi day» è stato l'osservatorio di San Francisco, ma lo scorso anno è stato il Congresso americano a consacrare il 14 marzo come giornata del pi greco con un voto quasi plebiscitario dei parlamentari. Un numero antico ma ancora oggi utile e studiato, oltre che festeggiata. Tanto è vero che per misurare la potenza dei supercomputer se ne usano le proprietà. Il pi greco non è semplicemente il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio. Questa costante, che si scrive di solito 3,14 ma in realtà ha infinite cifre decimali, si trova in fisica e biologia, ed è «nascosta» persino nelle onde del mare.

STORIA ANTICA - La sua storia è iniziata 2.228 anni fa con Archimede e continua al giorno d'oggi. Anche se comunemente viene attribuito al matematico siracusano, il primo a fornire una documentazione scritta sul rapporto tra circonferenza e diametro fu uno scriba egizio di nome Ahmes, che nel 1650 a. C. riuscì a calcolare il pi greco fino alla sesta cifra decimale. I risultati di Ahmes però non ebbero molto seguito, tant'è vero che nell'Antico Testamento un passo del Libro dei Re, nel descrivere l'altare del tempio di Salomone usa soltanto il numero 3. Bisognerà arrivare al terzo secolo a. C., si pensa intorno al 220, per avere la misura di Archimede, che di fatto dà il via alla storia del π. Il matematico riuscì a ottenere, facendo calcoli su due poligoni di 96 lati disegnati sulla sabbia, il valore di 3,1419, vicinissimo al 3,14159 reale. Il migliore risultato lo ottenne Ludolph Van Ceulen, un olandese che spese la sua vita su questo problema ottenendo però in cambio un'approssimazione alla 35ma cifra decimale. Per avere l'esatta cognizione di quanto improbo fosse il lavoro di cercare le cifre decimali bisognò aspettare il 1767, quando J. H. Lambert dimostrò che il pi greco ha infiniti decimali dopo la virgola.

OGGI - La ricerca è comunque continuata, e al giorno d'oggi il computo delle cifre decimali di pi greco viene usato per verificare la potenza dei supercomputer. Il record mondiale giapponese, con 51 miliardi di cifre, sarebbe stato polverizzato solo pochi mesi fa da un informatico francese che ha annunciato di aver calcolato il numero pi greco fino a quasi 2,7 trilioni di decimali: una cifra che, è stato calcolato, per leggere la quale alla velocità di un numero al secondo sarebbero necessari 85 mila anni. Ancora giapponese e imbattuto, invece, il record del mondo di memorizzazione dei numeri che compongono il π: Akira Haraguchi nel 2006 ha recitato pubblicamente per oltre 16 ore ben 100 mila decimali. Per farlo ha cominciato alle 9 del mattino e ha proseguito, senza errori, fino all'una e trenta di notte. (fonte: Ansa).


14 marzo 2010(ultima modifica: 15 marzo 2010)





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Dal Papa mano tesa ai luterani

La Stampa

Visita di Ratzinger: «Portiamo la colpa delle nostre divisioni»
ROMA


«Non possiamo bere dallo stesso unico calice, non possiamo stare insieme intorno all’altare. Questo ci deve rendere tristi, perchè è una situazione peccaminosa, ma l’unità non può essere fatta dagli uomini: dobbiamo affidarci al Signore perchè lui solo può darci l’unità». Dunque «preghiamo insieme che il Signore ci dia l’unità e così aiuti il mondo affinchè il mondo creda». Con queste parole Benedetto XVI ha concluso la sua omelia nella chiesa luterana a Roma.

«Ci sono tanti elementi di unità: oggi ascoltiamo la stessa parola di Dio, guardiamo tutti insieme all’unico Cristo», con «la speranza che questa unità possa essere sempre più profonda. Ma dobbiamo vedere anche - ha spiegato - che abbiamo distrutto noi la nostra unità, abbiamo diviso l’unico cammino in tanti cammini.

Se siamo qui oggi è perchè ascoltiamo la stessa parola di Dio, rendendo testimonianza dell’unico Cristo. Ci rende tristi sapere che questa divisione è il risultato di una situazione peccaminosa ma dobbiamo anche sapere che l’unità è un dono che ci può essere dato solo da Dio». E se «la nostra testimonianza viene oscurata dalla divisione» e «non dovremmo litigare ma cercare di essere più uniti», non è vero - per Papa Ratzinger - che «come dicono molti l’ecumenismo si è fermato: non è così».

La visita è iniziata alle 17,30 con il prolungato applauso che ha accolto il Pontefice al suo ingresso nella «Christus kirche», e subito la presidente della Comunità, Doris Esch, ha ricordato il gesto di amicizia compiuto in questo stesso edificio da Giovanni Paolo II 27 anni fa in occasione del quinto centenario della nascita di Lutero: «si trattò - ha sottolineato - della prima visita di un Papa ad una chiesa luterana dal tempo della Riforma».

«Quella visita - ha detto la presidente della comunità luterana di Roma - non l’abbiamo dimenticata. Santità, oggi si senta a casa sua». «Per noi - ha fatto eco il pastore Jens-Martin Kruse - è veramente un giorno della gioia. Siamo veramente contenti per questo evento e con grande gioia accogliamo il Papa». Benedetto XVI, ha ricordato, «conosce abbastanza bene la nostra chiesa e la nostra comunità, così come la nostra teologia luterana e la nostra spiritualità. Viene in una chiesa che conosce bene.

Per noi lui è il vescovo di Roma e gli abbiamo rivolto questo invito già nel 2008. Il fatto che abbia accettato di pregare con noi ribadisce i rapporti cordiali con la Chiesa Cattolica», ha rilevato il pastore che ha tenuto in particolate a ricordare l’amicizia con i Focolari, la Comunità di Sant’Egidio, i benedettini di San Paolo fuori le Mura e i connazionali del Collegio germanico e della comunità di cattolici tedeschi che si ritrovano a Santa Maria dell’Anima, cioè i gruppi cattolici presenti oggi all’incontro.

«Se noi ci rapportiamo così, gli uni verso gli altri: se nel dolore, siamo qui gli uni per gli altri e condividiamo insieme e celebriamo la gioia nella fede, allora - ha concluso il pastore con un velato accenno alla vicenda degli abusi sessuali che in germania coinvolge anche la chiesa proptestante - questo sarà un passo fondamentale per rendere visibile ed efficace l’unità di cui viviamo».

Dal bel pulpito di marmo della Christus kirche - con sulle spalle la stola rosa dell’odierna domenica ’in laetarè sopra la mozzetta rossa bordata di ermellino bianco - il Pontefice ha evocato da parte sua l’immagine evangelica del chicco di grano che muore dà frutti. «Una persona che ama la sua vita la perderà ma quello che prende la croce e segue Gesù avrà la vita eterna», ha spiegato. «Questo discorso - ha aggiunto il Papa teologo parlando a braccio in tedesco - non ci piace: ci domandiamo se dobbiamo odiare la nostra vita.

In realtà possiamo e dobbiamo essere pieni di graatitudine per quello che Dio ci dà: se il Signore ci dice che dobbiamo odiare in qualche modo la nostra vita, vuole farci capire che la mia vita non è solo per me, se la voglio solo per me non la trovo ma la perdo. La vita non è ricevere ma darsi. Se non ci diamo all’altro non possiamo ricevere».

«Il Signore - ha sottolineato Papa Ratzinger - dice: chi vuole essere nella mia sequela deve servire. Questo darsi è lo stesso che amare, è lo stesso che seguirlo con la Croce. Siamo noi stessi solo quando ci diamo agli altri, Questo cammino del chicco di grano è il cammino dell’amore e della salvezzaa, il perdersi nel cammino del donarsi è la ’sequela Christì». «Gesù - ha concluso il Papa teologo - è davvero il cammino, la verità e la vita.

E qui è già contenuto il concetto del noi: questo cammino al suo seguito solo possiamo farlo insieme. Essere cristiano non si può vivere e realizzare senza la comunità». Benedetto XVI ha donato alla chiesa luterana di Roma un mosaico che riproduce il «Cristo Benedicente» delle Grotte Vaticane: è l’immagine che - nei pressi della sepoltura di San Pietro - sovrasta il piccolo altare detto dei palli perchè vengono poggiate su di esso le stole di lana bianca con croci nere che il Pontefice consegna ogni 29 giugno ai nuovi arcivescovi metropoliti.

In risposta, il pastore Kruse ha regalato a Papa Ratzinger una riproduzione della conca battesimale in bronzo con l’iscrizione della formula liturgica. Prima di lasciare la «la Christus kirche», il Papa - che era accompagnato dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e dai cardinali Agostino Vallini, vicario di Roma, e Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani - ha infine salutato in sacrestia alcuni membri emeriti della comunità luterana di Roma e ha partecipato a un piccolo rinfresco offerto dal pastore nella sua abitazione.




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E il sindaco scrive alla Canalis: "Non traslocate, vi scrivo un film"

Clooney vende le ville sul lago? Solo voci. Ma il primo cittadino di Laglio teme già il tracollo economico. E lancia un’idea. Felliniana




Como - Su quel ramo del lago di Clooney, che volge a mezzogiorno, c’è chi ha la luna di traverso, laddove i Canalis lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. Qualcuno va dicendo in giro che George vuole andare via da Laglio e si sa come vanno queste cose, la storia, come tutte le storie, si costruisce su false verità e vere bugie.

È stanco di curiosi, si è innamorato di un altro posto, ha bisogno di spazi più grandi, Porto Recanati, il lago di Garda, se non addirittura l’isola di Loreto, accanto a Montisola, sul lago d’Iseo. Lo farebbe per una donna, la sua regina Elisabetta, perché adesso è lei la sua terra ferma, è lei il primo dei suoi interessi. «È una bugia bella e buona - dice invece la Canalis che con quella bocca può dire ciò che vuole.

A Laglio stiamo benissimo, ma c’è chi specula per farsi pubblicità gratuita e far salire le quotazioni immobiliari del posto». Non angoli di sole dove andare a vivere, ma la gelida amministrazione dell’interesse, non solo per chi va ma anche per chi resta perché lo spettro del cambiamento turba i sonni di chi si gode una rendita di posizione, perché per Laglio e dintorni George è proprio questo un moltiplicatore di ricchezze a costo zero, la nuova vetrina dell’economia del posto.

Il mensile «Mag», che esce oggi allegato alla «Provincia di Como», fa giusto i conti in tasca alla situazione immobiliare della zona di due epoche differenti, Avanti e Dopo George, partendo dall’incremento del valore degli immobili suoi, 12 milioni di euro di investimento diventati 30 otto anni dopo, se non addirittura 60 per certi fanatici appassionati, per arrivare a quello dei suoi vicini di casa.

Senza più Clooney Laglio perderebbe anche molto del suo glamour turistico e dell’indotto economico, la passerella dei divi, Brad Pitt e Angelina Jolie, Tom Cruise e Robert De Niro, David e Victoria Beckham, il sogno possibile di trasformare quel ramo del lago in una Hollywood in formato mignon, se non la fine di quel Lario romantico costruito su misura per lui da quattro comuni Moltrasio, Carate Urio, Brienno e Villa Clooney.

Anche se a dire il vero ci sarebbero più russi che americani a godersi la meraviglia del posto, Igor Kogan, uno dei banchieri di Putin, che ha acquistato proprio a Laglio, sul promontorio di Torriggia, le ville Punta e Melograno, il petroliere e vice ministro dell’energia del Kazakhstan, Nurlan Kapparov che ha villa a Griante, sempre sulla sponda occidentale, o Arkadij Novikov, proprietario di una catena di fast food, che nel 2008 ha sborsato 35 milioni per villa Fontanelle di Moltrasio, la ex dimora di Gianni Versace.

Affittare una villa qui, così per farsi un’idea, costa tra i trenta e i cinquantamila euro alla settimana, la Cassinella di Lenno, c’è chi giura, ne costa addirittura 120mila euro alla settimana, 17mila euro al giorno. Capite dunque il perché dell’affetto sincero che hanno tutti per Clooney.

Ma la popolarità di George ha dato luce anche a facce, a vite che prima erano in ombra, tipo quella del sindaco di Laglio Roberto Pozzi che nel suo piccolo è anche lui un indotto. L’anno scorso parlavano tutti di lui, neanche fosse una pop star qualunque, perché per proteggere George dall’assalto di fan, pettegoli, giornalisti, paparazzi e cameramen, che non sono benedetti turisti ma maledetti scocciatori, emanò il cosiddetto «Divieto di assembramento nell’area adiacente Villa Oleandra e Villa Margherita». Praticamente un coprifuoco: bastava una coppietta lì davanti e scattava la multa.

Pozzi, un anno dopo, è ancora più preoccupato. Per questo ha scritto una lettera a Elisabetta: non andatevene di qui, non lasciateci soli, anzi vi do io una buona ragione per restare. Un bel film. Soggetto e sceneggiatura del Pozzi medesimo: in una casa a fianco di Villa Oleandra, la sua proposta, viveva una famiglia ebrea messa in salvo da un fornaio eletto poi «Giusto fra le Nazioni», dopo una fuga rocambolesca: «Una sceneggiatura bell’e pronta per George, un set che ben conosce... Forse un motivo in più per rimanere». Titolo, ma per l’idea del sindaco, «Confessioni di una mente pericolosa». Pensare che quando arrivò qui quasi gli saltavano addosso per colpa di una spiaggetta mezza malconcia e abbandonata che Clooney voleva acquistare, primo fra tutti il Pozzi, allora consigliere di minoranza, che l’accusò di voler far passare un’operazione commerciale per un gesto di generosità. Clooney comunque resterà. Giusto o sbagliato questo è il suo paese.



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Georgia, scherzo alla Orson Wells Tv annuncia: "I russi ci invadono"

Quotidianonet

Un network privato ha mandato in onda un falso servizio con immagini dell'agosto 2008.
Panico nel Paese: gente che si è sentita male, centralini in tilt, cellulari fuori uso per sovraccarico della rete

Tiblisi, 14 marzo 2010

È stata una notte di panico quella vissuta dagli abitanti di Tblisi dopo che la Imedi Tv, una emittente privata, ha interrotto la programmazione per annunciare, usando immagini di repertorio, che i carri armati russi avevano nuovamente invaso il Paese.

Tutto sembrava essere come nell’agosto 2008, le immagini dei carri armati russi, i georgiani in fuga, persino le dichiarazioni Dmitry Medvedev e Vladimir Putin. In effetti erano proprio quelle immagini, proprio quelle dichiarazioni che i registi della televisione, vicina al presidente Mikheil Saakashvili, hanno rimontato per lanciare la falsa 'breaking news'.

Una sorta di emulazione di Orson Wells e della sua 'Invasione dei mondi', il programma radiofonico con cui il geniale regista terrorizzò nel 1938 l’America. Come riferito dall’agenzia Interpresse, il programma ha scatenato reazioni di panico, con deboli di cuore che si sono sentiti male, svenimenti, centralini della polizia in tilt e cellulari fuori uso per un sovraccarico della rete.

Il conduttore di Imedi Tv, all’inizio del programma, aveva accennato di sfuggita a “eventi possibili” ma nessuno ci ha fatto caso. E così quando è stato detto che i tank russi erano alle porte della capitale Tbilisi e che il presidente Mickhail Saakashvili era morto si è scatenato il finimondo.

Le notizie erano corredate dalle immagini autentiche di mezzi militari russi che stavano avanzando ma si trattava di filmati della guerra di due anni fa, quando le forze di Mosca avevano invaso veramente il Paese dopo l’intervento georgiano contro l’Ossezia del Sud, territorio ribelle proclamatosi indipendente.

Già due ore dopo la messa in onda del servizio, la televisione ha trasmesso un primo messaggio di scuse con i telespettatori. E poco dopo il presidente della Imedi TV, George Arveladze, è andato in tv per scusarsi. Ma questo non è bastato alla popolazione e soprattutto all’opposizione che ha protestato furiosamente, denunciando quella che considerano una regia governativa del programma, il cui vero intento era screditare gli avversari di Saakashvili. Nella simulazione infatti si riportava che il leader Nino Burjanadze ed altri esponenti dell’opposizione si erano uniti alle forze russe esortando le forze armate georgiane all’insubordinazione.

Le autorità georgiane non hanno gradito la messa in scena e il portavoce della presidenza della repubblica ha definito il programma un pessimo esempio di giornalismo. Il portavoce non ha precisato se Saakashvili abbia o meno fatto gli scongiuri, dopo avere appreso della sua ‘morte’. Anche il patriarca Ilia II, il capo della chiesa ortodossa georgiana, oggi nell’omelia della domeica ha condannato la simulazione, definendola "un crimine nei confronti del nostro popolo e contro l’umanità", secondo quanto riporta il sito della Cnn.

Reazioni non sono mancate neanche in Russia: secondo il presidente della commissione esteri della Duma, Konstantin Kosachev, “basta vedere chi ne può aver tratto vantaggio. In questo caso la sola persone che possa averne beneficiato è il presidente Saakashvili, il cui unico modo di avere un qualunque posto nella storia è di far credere alla popolazione che il Paese sia in pericolo”.




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Quella lady in viola che scambia le idee per servitù

di Marcello Veneziani


Signora Violetta che mi ha aggredito verbalmente ieri mattina alla stazione Termini di Roma, la chiamo in quel modo non sapendo il suo nome, per via del chador viola che la qualificava come combattente e reduce della manifestazione antiberlusconiana della sera precedente. Ho avuto una strana sensazione quando mi ha affrontato armata fino ai denti con le copie del Fatto e la Repubblica tra le mani, brandite come una mazza e un moschetto. Avevo appena sentito dall’altoparlante che i treni erano tutti bloccati perché stavano disinnescando un ordigno bellico alla Tiburtina.

Un’altra bomba era stata annunciata sul volo di Berlusconi e per non essere da meno, anche Fini ha viaggiato su un aereo con rischio di collisione. Tra bombe di guerra, bombe annunciate e sue grida bellicose, mi pareva di vivere nell’Italia del ’44, tra guerra civile e bombardamenti. Non so nulla di lei ma ho conosciuto dal vivo la sua maleducazione. A occhio sembrava un’insegnante, quelle che un tempo erano definite radical chic; ma noto che l’avvento del precettore Tonino Di Pietro, nuovo monsignor Della Casa (colonica) ha influito molto sul galateo politico, sui modi suoi e dei suoi compagni di piazza. Avete così adottato lo stile cafonal chic, o meglio radical cafonal.

Dello spirito chic vi è rimasta la puzza sotto il naso, ma ora si è estesa a tutto il corpo, per via dei modi rustici e del linguaggio triviale. È per questa sua ruvida scortesia che non ho cominciato la lettera come di solito faccio con un Gentile Signora; gentile per lei sarebbe stata un’offesa e un’ipocrisia. Non potevo neanche esordire con Egregia, perché egregia nella lingua di Dante storpiata dallo stil novo di Tonino vuol dire che si distingue dal gregge; e lei invece era perfettamente integrata in un gregge di pecore violacee. Mi è parso di vedere nel suo gregge perfino quel caprone, anzi quel gentiluomo che brandiva la statuina del duomo nella manifestazione, come si è visto in tv, con chiara allusione al gesto eroico di Tartaglia. Forse mi sbaglio, ma se ricordo bene l’immagine in tv, mi sembrava proprio lui.

Lei mi aveva ascoltato il pomeriggio prima su Radio24 mentre presentavo il mio nuovo libro ed ero presentato come editorialista del Giornale. E da lì si è messa a sproloquiare, trattandomi come un venduto al Padrone, che nel suo raffinato linguaggio è Berlusconi. Vorrei dire a lei e a quei gentili suoi compagni, compreso quelli che a volte mi scrivono mail o scrivono al sito del Giornale, una cosa molto semplice ma essenziale. Io non ho queste opinioni perché scrivo sul Giornale ma scrivo sul Giornale perché ho queste opinioni. Forse la differenza le sfugge ma è decisiva. E aggiungo che le mie opinioni non troverebbero accoglienza negli altri 4 o 5 quotidiani maggiori d’Italia. Crede che la Repubblica mi farebbe scrivere quel che penso? No, signora mia, no.

E magari pure lei, come il Cavaliere con Santoro, chiederebbe la mia testa; ma il problema non si pone a monte, mi tagliarono già loro. Ha mai letto del resto una cosa positiva sui suoi giornali riferita ad uno che preferisce il versante del centrodestra? No, elogi solo a chi rompe con la destra reale e col suo leader, da Montanelli a Fini; per gli altri solo cacca e silenzio. Ma possibile che di là dello steccato non ci sia mai una cosa buona, un libro, un’idea, un’iniziativa, una persona? Lei non sa trovare un’altra spiegazione alle mie opinioni che quella di avere un padrone e un tassametro. Ma io non mi sognerei mai di dire che Ezio Mauro o Marco Travaglio scrivono quelle cose perché sono prezzolati dal loro editore e lo fanno perché pagati dai loro rispettivi giornali: so che è il contrario, sono convinti di quel che scrivono e perciò scrivono su quei giornali.

Ma per lei loro sono idealisti e invece chi scrive sulGiornale sarebbe una specie di mercenario o di mignotta. Non le viene il dubbio che quella mezza Italia che la pensa nello stesso modo non viva alle spalle dei Berlusca, ma lavori e campi del suo? Non le viene il sospetto che qualcuno possa pensarla diversamente da lei, e possa avere idee, e non convenienze, diverse dalle sue? E possa magari amare altri colori, e non il rosso o i viola? Io le ho detto a voce e glielo ripeto ora che preferisco Berlusconi alla bassa marea dei suoi avversari, e anche di molti suoi alleati, mezzi alleati, ex alleati. Quando dico preferisco, non mi professo berlusconiano, non canto le sue lodi e non condivido ogni cosa che fa. Dico che quando mi tocca esprimere un’opinione, faccio la somma di tutto quel che mi pare rilevante, e arrivo a quelle conclusioni. Poi ho le mie idee, la mia visione della vita, le mie sensibilità che non coincidono o che semplicemente trascendono quel bipolarismo: ci sono molte più cose in cielo e in terra del berlusconismo e dell’antiberlusconismo.

E mi creda, peccherò di presunzione ma non di servilismo; se devo scegliere tra la dignità e i soldi ho sempre preferito la dignità. So dimettermi, amo vivere a piede libero, e del solo incidente professionale della mia vita (un mandato di consigliere Rai, non cercato, non chiesto), sono pentito anche se credo di essermi comportato bene, e non lo rifarei nemmeno sotto tortura. Amo leggere scrivere pensare, e vivere alla luce del sole. Mi piacerebbe uno sforzo da parte dei suoi migliori compagni, perché so distinguere, non faccio di ogni erba un fascio. Vorrei che lorsignori capissero che si possono avere idee opposte, scrivere sul Giornale o leggerlo, preferire Berlusconi e il centrodestra e non essere collusi, corrotti, prezzolati, maiali, indegni. Richiesta elementare, da abc della democrazia, che sono pronto a rivolgere anche all’altra parte. Ma da lì poi si dovrà partire, dal 29 marzo prossimo, perlomeno. Deponga le armi, signora Violetta, e riprenda a pensare: col cervello, non con la bile, l’utero o i piedi.



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Quei diavoli di Prada finti progressisti che licenziano i brutti

di Redazione


Se il diavolo veste Prada, i vecchi, grassi e brutti è meglio che girino alla larga dalla casa di moda italiana. Soprattutto in Giappone. Rina Bovrisse è la senior manager retail di Prada Japan. Meglio scrivere «era». Il gruppo l’ha licenziata. Non ha rubato, non ha sottratto capi di abbigliamento, non ha commesso atti osceni, non ha fumato in pubblico.

Il peccato è più grave, molto più grave. Il suo look, la sua pettinatura, il suo giro vita non rientrano nei canoni previsti da Patrizio&Miuccia che sono gli azionisti di riferimento, i padroni, i proprietari della griffe. Loro sì che hanno lo stile adeguato, nel dire e nel fare, hanno risciacquato la lingua nell’Arno, vestono con raffinato gusto.

Il signor Bertelli Patrizio e la signora Bianchi Maria, detta Prada Miuccia, dunque, non possono tollerare che nei loro negozi orientali, i gestori, i dipendenti, gli assistenti tutti, non siano conformi, eleganti, curati, nel senso della cura personale, in ogni dettaglio. Se poi sono anche avanti negli anni, se ansimano salendo o scendendo le scale, se non hanno i denti a posto, gli occhi come lapislazzuli, le gambe asciutte, i fianchi stretti allora è meglio che si presentino all’ufficio personale, svuotino i cassetti e si cerchino un altro impiego.

Rina Bovrisse ha presentato denuncia nei confronti dell’azienda, per molestie, maltrattamenti e atti discriminatori, dopo che il presidente di Prada Japan, al secolo Sesia Davide, uno che parla un giapponese sciolto ma anche basso, l’aveva ammonita a cambiare parrucchiere e ondame di capelli e, approfittando del ruolo di senior manager, di provvedere al licenziamento di quindici dipendenti, vecchi, brutti, grassi e anche disgustosi.

Il made in Italy si difende non soltanto con il lavoro e l’onestà ma con la bellezza, basta vedere appunto certi personaggi della nostra moda, il loro dire elegante, l’assoluto distacco dalle cose volgari di questo mondo, tipo l’evasione fiscale, l’uso o l’abuso di droghe.

Dunque meglio essere in linea, meglio un corpo eburneo e profumato, meglio offrire la forma dell’esistere piuttosto che la sostanza dell’essere. Ma questa è filosofia occidentale, roba vecchia, brutta e grassa, anche disgustosa, come direbbero Sesia e Hiroyuki Takamashi che non è un nuovo giocattolo nipponico ma il direttore delle risorse umane di Prada Japan, un altro personaggio importante d’accordo con la linea severa adottata dai padroni: «Il tribunale ha confermato la piena legittimità del licenziamento», hanno detto a conforto della vicenda, parole riprese dai giornali inglesi e da qualche sito nostrano.

In verità non c’è stata nessuna sentenza, non c’è contenzioso legale, per il momento, ma semplice opinione di un apposito organo «disciplinare» chiamato a decidere. La Bovrisse, comunque, dopo diciotto anni di lavoro, è disoccupata, con la pettinatura da rifare e i chilogrammi da smaltire, secondo ingiunzione dei capi con gli occhi a mandorla e la lingua al cianuro.

Patrizio Bertelli non dovrebbe essere fiero di questi quindici licenziamenti. È vero che gli garba molto liquidare chi non rientra nella sua filosofia, in tal senso si è espresso nei confronti di Berlusconi, tanto per citarne uno a caso: «Bisogna creare le condizioni per buttare fuori dal Parlamento Berlusconi», aveva detto nei mesi passati. Non potendo ricorrere al proprio Ceo Sesia si è appoggiato a Rutelli che non è vecchio, non è grasso, non è brutto, non è disgustoso.

Ma Bertelli è un uomo politicamente corretto, la sua idea e ideologia non dovrebbero spingerlo a commettere errori politici, la sua consorte Maria Miuccia è un ex membro del Piccì e pensare ai lavoratori mandati a casa perché non in linea, non con il partito ma con la bilancia, è un’offesa all’intelligenza. Ma il business è business, Prada va in Borsa, con la b maiuscola, deve fare cassa, consolidare un primato internazionale, non c’è tempo per star dietro a queste piccole cose da cortile. Intanto i cinquecento dipendenti sparsi nei quaranta negozi giapponesi incominciano a tremare, si guardano allo specchio e controllano la carta d’identità. Il diavolo vestirà anche Prada ma forse è sotto il bancone.


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I bulldozer sul Viale delle 1.350 Sfingi

Corriere della Sera


Egitto - Sotto accusa il capo degli archeologi, protetto di Mubarak.
Scavi in tempi record per portare alla luce le statue. «Così si è distrutta un'area»




DAL NOSTRO CORRISPONDENTE




GERUSALEMME — Una mattina, racconta la gente del posto, si son svegliati e han trovato l'invasor. Il bulldozer. «Ve ne dovete andare». Le 800 famiglie di El Nozha e di tutte le stradine che vanno verso l'aeroporto di Luxor hanno provato a dire no. «Abitiamo qui da una vita». Il bulldozer non ha sentito ragioni. E ha cominciato a demolire. E se qualcuno aveva da ridire, arrivava una squadra d'avvocati del governatore: «Quanto volete per la vostra casa?».

E se qualcuno diceva «niente», arrivava il taglio dell'acqua. E se nemmeno quello bastava, arrivava il taglio della luce. Alla fine, e ci sono voluti tre anni, le case sono state spianate. Le famiglie, trasferite in nuove abitazioni. Sono arrivate sei squadre di trenta archeologi ciascuna. E negli ultimi mesi della presidenza Mubarak è cominciata una delle più grandi, ambiziose, discusse campagne di scavi mai vista in Egitto: l'operazione Viale delle Sfingi.



È il Faraone che regna al Cairo da quasi trent'anni, ormai sul viale del tramonto, a volere questo Viale. A tutti i costi. È lungo quasi tre chilometri, largo quasi 80 metri. Un forziere nascosto. Era l'avenue delle processioni sacerdotali, la più imponente mai lasciata da una civiltà sepolta, e collegava i templi di Karnak e dell'antica Tebe: una parata di 1.350 sfingi, scolpite tremila anni fa, e che almeno una volta l'anno veniva percorsa per i riti sacrificali. 
 
S'è sempre saputo che il Viale ci fosse, sotterrato da millenni di fango del Nilo, di tempeste del deserto, di battaglie, di case e di strade. Ora, eccolo qui: con tempi che nemmeno Indiana Jones si sognava, 650 sfingi sono state già dissepolte e in parte restaurate. 
 
Tra qualche mese, verranno mostrate al pubblico e «ridaranno dignità e gloria a Luxor — promette Zahi Awass, capo del Consiglio supremo delle antichità —: diventeranno una delle grandi attrazioni d'Egitto». Non c'è sfinge senza enigma, però. E i mugugni locali, per quei bulldozer così rapidi a sfrattare e a spianare, sono diventati i dubbi della comunità archeologica mondiale. 
 
Che ora accusa Awass — grande protetto della famiglia Mubarak, signore e padrone d'ogni scavo egizio — d'esserci andato un po' troppo pesante: «Tutta l'intera faccenda è una disgrazia — confida al londinese Times uno studioso americano, dichiaratamente anonimo per paura di giocarsi l'amicizia di Awass e ogni futura ricerca —. I lavori sono stati condotti in gran fretta, per soddisfare gl'interessi del turismo. Pur di scavare, sono stati distrutti molti antichi fabbricati di grande interesse storico.

Hanno ucciso l'anima di quei luoghi». Nel mirino c'è pure Farouk Hosni, il ministro della Cultura, ex candidato alla direzione dell'Unesco e bruciato qualche mese fa per le sue sortite antisemitiche. Proprio l'Unesco ha da ridire: «È inconcepibile — recita un comunicato — che un'area così enormemente estesa sia stata scavata in modo tanto estremo e campionata in un periodo di tempo tanto breve. È chiaro che sono stati usati mezzi molto pesanti, come rivelano il livellamento del suolo e i segni su alcuni blocchi di pietra». Scavi & ricavi.

Le pietre fanno cassa e a Luxor non nascondono di volerle far fruttare, con la nascita d'un Parco dei Faraoni e di nuovi villaggi turistici. A Giza sta sorgendo il grande museo delle piramidi e in ballo ci sono trasferimenti d'opere dal valore incalcolabile. La si butta in politica: non è un caso, osservano fonti diplomatiche del Cairo, che il professor Awass venga attaccato proprio ora dalle superpotenze archeologiche e dall'Onu, poiché è l'uomo che da qualche anno ha scatenato la guerra a grandi musei come il British, per riavere opere come la Stele di Rosetta («È l'icona della nostra identità, però il 95 per cento degli egiziani non l'ha mai vista...»).

Nella sostanza, si replica alle accuse: ogni ritrovamento è stato rispettato e studiato con attenzione, compresi i resti d'una bottega d'epoca romana e l'iscrizione su una tavoletta, «Cleopatra», che addirittura proverebbe una visita della regina (e del suo bell'Antonio) al Viale delle Sfingi. A proposito di nasi: «Sarà una nuova meraviglia del mondo — fiuta l'affare Awass —: la rivincita di un Paese che sta scavando le sue radici».

Francesco Battistini
15 marzo 2010



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Pedofilia e strani silenzi Chieste le dimissioni al capo Chiesa d'Irlanda


Associazioni irlandesi per la difesa delle vittime di abusi sessuali hanno chiesto oggi le dimissioni del cardinale Sean Brady. Il primate aveva partecipato a riunioni nel corso delle quali le vittime si erano impegnate al silenzio. Scoppia la polemica in Irlanda





Dublino - Associazioni irlandesi per la difesa delle vittime di abusi sessuali hanno chiesto oggi le dimissioni del cardinale Sean Brady, primate d’Irlanda, dopo la sua conferma di aver partecipato a riunioni nel corso delle quali le presunte vittime si sarebbero impegnate al silenzio. 

Le ammissioni della Chiesa La Chiesa cattolica ha confermato, in un comunicato, che il cardinale, che all’epoca era sacerdote e segretario part time dell’arcivescovo di Kilmore, Francis McKiernan, ora deceduto, aveva partecipato nel 1975 a tali riunioni. Sean Brady ha partecipato a due riunioni con due vittime presunte, nel corso delle quali queste ultime "hanno firmato impegni promettendo di rispettare la confidenzialità della raccolta d’informazioni", ha confermato la Chiesa. Maeve Lewis, direttrice dell’associazione di difesa delle vittime "One in Four" ritiene che il cardinale debba lasciare le sua funzioni perchè, ha detto, "il cardinale Brady è il capo della Chiesa irlandese. Deve dare risposte a diversi scandali su abusi sessuali che sono emersi. Questa rivelazione toglie ogni credibilità al cardinale Brady che deve dimettersi".





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Ddl lavoro, il Colle a Repubblica: basta pressioni


Il quotidiano di Ezio Mauro: il Quirinale pronto a rinviare il ddl alle Camere. Ma Napolitano smentisce: "Indiscrezione priva di fondamento". E rilancia: "Respingo ogni condizionamento che si tenda a esercitare nei miei confronti anche attraverso scoop giornalistici"





Roma - Il presidente della Repubblica, Giorgio napolitano, ha detto: "Basta con le pressioni". Il monito è diretto al quotidiano di Ezio Mauro che oggi pubblicava indiscrezioni sull'orientamento del Quirinale a proposito della promulgazione del ddl lavoro. "Sono false", ha dichiarato lo stesso Napolitano in una nota ufficiale invitando Repubblica a non condizionare l'operato del capo dello Stato con "scoop giornalistici". 

L'appello di Napolitano Il Quirinale ha fatto sapere che "è priva di fondamento l’indiscrezione di stampa secondo la quale il presidente della Repubblica avrebbe già assunto un orientamento a proposito della promulgazione del disegno di legge 1167-B approvato dal Parlamento". "Il capo dello Stato, nel rigoroso esercizio delle sue prerogative costituzionali, esamina il merito di questo come di ogni altro provvedimento legislativo con scrupolosa attenzione e nei tempi dovuti - conclude la nota del Colle - respinge ogni condizionamento che si tenda a esercitare nei suoi confronti anche attraverso scoop giornalistici". 

Lo "scoop" di Repubblica Secondo il quotidiano diretto da Ezio Mauro, il presidente della Repubblica "sta meditando seriamente di rinviare alle camere una delle ultime leggi volute dal governo. Si tratta del famigerato ddl 1167-b, quello che introduce la possibilità preventiva di ricorrere all’arbitrato, invece che al giudice, in caso di controversie di lavoro". Repubblica spiega, infatti, che il Quirinale sta studiando il testo ma l’orientamento è di non firmarlo e rinviarlo alle camere "con messaggio motivato per una nuova deliberazione".





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Non esiste libertà senza regole È lecito cambiarle, non ignorarle

Corriere della Sera



Una mia parente, da bambina, aveva appiccicato sulla porta della sua stanza un foglio di carta con la scritta: «Rispettare le regole». Era una bambina tutt’altro che docile e riguardosa, bensì avventurosa e vivace. Forse proprio per questo aveva istintivamente capito, senza aver letto alcun libro di diritto, che delle regole non si può fare a meno, se si vuole star bene insieme.

La regola non ha mai goduto di buona stampa. È una delle prime vittime della retorica sentimentale che falsifica il profondo sentimento della vita e delle sue contraddizioni. Non c’è poetastro che non vanti la propria sofferta e appassionata fantasia insofferente di norme stilistiche, anche se il suo collega Dante Alighieri ha dimostrato che rispettare la metrica, l’ordine della terzina e della rima e il numero di sillabe del verso può essere efficace per rappresentare il caos delle passioni, il mistero del mondo e di ciò che sta oltre.

La vita è un continuo confronto con la regola, che essa si dà per non dissolversi nell’indistinto e che essa creativamente muta, per renderla più adeguata ad affrontare la realtà sempre nuova, costruendo incessantemente nuove regole. Le creative rivoluzioni artistiche infrangono alcune leggi dei loro linguaggi, scoprendo così nuove forme del mondo e della sua rappresentazione, che a loro volta obbediscono a criteri rigorosi. Faulkner o Kafka, che sconvolgono l’ordine tradizionale del romanzo, ne creano un altro, non meno inesorabilmente cogente e proprio perciò creativo.

Nessuna regola è un idolo, nemmeno la regola per eccellenza, la legge. Le leggi possono e talora devono cambiare, come avviene. Ma il cambiamento, anche sostanziale e radicale, deve avvenire secondo modalità e regole precise. Ciò che oggi è impressionante nel nostro Paese e contribuisce a degradare Stato e società ad accozzaglia confusa, non è la violazione delle leggi, che è sempre esistita, bensì la crescente indifferenza nei loro confronti. Più che barare al gioco - il che presuppone comunque tener conto, sia pure con intenti truffaldini, delle regole - si mescolano le carte da poker con quelle dello scopone, se un avversario tira già una scala reale si risponde facendo briscola.

Nella vicenda delle liste presentate dal Pdl in vista delle prossime elezioni nessuno ha barato, perché non si bara con l’intenzione di perdere. Si è trattato di una goffaggine, poco importa se dovuta a risse interne o a inettitudine, fondata sulla consapevole o inconsapevole convinzione che regole e leggi possano venire tranquillamente disattese. Questa disinvoltura alla fine autolesionista è offensiva in primo luogo nei confronti dei potenziali elettori del Pdl (e sono molti) che rischiano di perdere, per colpa del Pdl, il loro diritto di votare per esso. L’indecoroso ruzzolone ha creato, come è noto, un problema: la necessità di conciliare il rispetto della legge con la possibilità di molti cittadini di votare, come è loro diritto, per il Pdl, partito maggioritario che masochisticamente si toglie di mezzo.

Per i maldestri autori dell’autogol, comprensibilmente desiderosi di porvi rimedio, sembra che quella violazione delle regole non conti nulla. Si sente gridare al cavillo, al giochetto; si accusa di arido e astratto formalismo chi cerca di risolvere il dilemma senza violare la legge. Sembra non ci si renda conto che ogni violazione ne tira dietro un’altra e che considerare uno sfizio l’esigenza di rispettare la legge significa minare alla radice i fondamenti della vita civile. Una società che si abitua a disattendere le norme non è più una società; non è nemmeno il branco di lupi di Kipling, che si fonda su una legge.

L’unica via era e rimane, come ha detto fra gli altri il Presidente emerito Scalfaro, il rinvio delle elezioni, sola soluzione atta a consentire il voto di tutti i cittadini a tutte le liste senza calpestare il diritto. Ma l’insensibilità all’osservanza delle leggi sembra diffondersi come un liquame gelatinoso; la sua sorgente è la classe politica, ma non so se a quest’ultima si contrapponga un Paese reale più sano e meno inquinato. In questo caos è sempre più difficile distinguere guardie, ladri e derubati. Certo, siamo tutti insofferenti di leggi e di regole, sempre impari, nella loro inevitabile convenzione, al fluire della vita.

La maturità di un individuo e di una società consiste nell’armonia con cui si sanno conciliare giustizia ed equità, rispetto delle leggi e capacità di risolvere umanamente i conflitti che in certi casi la loro rigidezza può provocare, senza passare disinvoltamente al di sopra di esse, ma trovando una modalità anche formale di risolvere quel conflitto. Talvolta il summum ius può diventare summa iniuria, massima ingiustizia, e allora si pone un conflitto che va risolto.

Ma se non c’è nessun ius, c’è sempre e soltanto la massima iniuria, il trionfo dell’ingiustizia ovvero dei più forti privi di freni nella loro oppressione dei deboli. Nessuno può amare la legge, perché essa esiste in quanto esistono i conflitti e ognuno di noi vorrebbe vivere in un mondo in cui non ci fossero conflitti né contraddizioni, in una beata innocente età dell’oro in cui ogni pulsione e desiderio potessero essere appagati senza ledere nessuno.

L’amicizia, l’amore, la contemplazione del cielo stellato non richiedono codici, giudici, avvocati o prigioni e nemmeno regole precise come quelle del golf o del calcio. Ma codici, giudici, avvocati e prigioni diventano necessari quando qualcuno impedisce con la forza a un altro di amare o di contemplare il cielo stellato. «Il dominio del diritto - scriveva il grande poeta romantico tedesco Novalis - cesserà insieme con la barbarie». I meandri della legge possono incutere angoscia e paura, come testimonia tanta letteratura. Ma la barbarie non cessa e c’è bisogno di diritto.

E anche di regole nei rapporti umani; regole, in questo caso, non certo codificate o imposte né rigide, ma tacitamente presenti nel tono, nella modalità, nella musica ossia nella sostanza umana di ogni relazione, anche di amicizia e di amore. Pure il quotidiano vivere civile ha bisogno di regole non scritte, ma fondanti, che esprimano il rispetto dell’altro; un senso immediato e spontaneo che nasce dall’osservanza di regole intimamente accettate e divenute naturale modo di essere. Non è questo lo stile di chi oggi ci governa. Mi auguro che chi lo desidera possa votare per il partito che ha rischiato di impedirglielo con quell’improvvida sciatteria, purché ciò avvenga senza violare le leggi.

Quel partito usurpa il nome di liberale; sarebbe paradossalmente più coerente se usurpasse il nome di democratico, perché ha assai poco di quell’illuminato sistema di leggi, pesi e contrappesi, poteri e contropoteri che il liberalismo ha elaborato per tutelare umanamente le libertà. Il Pdl appare piuttosto talvolta una versione scivolosa della democrazia: l’appello al Popolo, l’investitura plenaria, la concezione della politica quale rapporto privilegiato, unico e permanente del leader con una specie di assemblea generale degli italiani ricordano - in forme abnormi - piuttosto Rousseau che Stuart Mill; si richiamano al mareggiare della folla in piazza più che alla divisione dei poteri. Anche quello che è avvenuto con le liste elettorali sembra fatto più in nome del «Popolo» (disinvoltamente identificato col proprio partito o con la propria fazione) che in nome delle garanzie, delle distinzioni e della legalità liberale. Che i due maggiori partiti italiani, reciprocamente avversi, debbano scambiarsi il nome?

Claudio Magris
15 marzo 2010



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Berlusconi sempre più ricco

Corriere della Sera

Il reddito del presidente del Consiglio cresce di 9 milioni di euro.
Bersani invece perde 13 mila euro

MILANO - Il reddito di Silvio Berlusconi del 2009 è stato di 23.057.981. L'anno precedente era invece di 14.532.538. Il presidente del Consiglio si conferma così il più ricco tra i parlamentari della Repubblica. Tra i beni immobili a lui intestati risultano anche 5 appartamenti a Milano, 2 box sempre a Milano, e un terreno ad Antigua. Alla voce «variazioni in aumento» compare l'acquisto di un immobile a Lesa (Novara) e la costruzione di un immobile sul terreno di Antigua. Lo rivelano le dichiarazioni dei redditi presentate nel 2009, relativamente alle entrate percepite nel 2008, rese note dal Parlamento.

BERSANI - Se il leader Pdl nell'anno nero della crisi si arricchisce di 9 milioni di euro, il segretario del Pd perde circa 13 mila euro in un anno. La sua dichiarazione Irpef del 2008, segnalava infatti un reddito imponibile di 163mila 551 euro. Tra l'altro, Bersani non risulta in possesso di beni immobili.

FINI - Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha invece un reddito imponibile nella dichiarazione dei redditi 2009 di 141.176 euro. L'anno precedente aveva denunciato al fisco 105.633 euro. Da quando è diventato presidente della Camera, insomma, Fini avrebbe guadagnato circa 35 mila euro in più.

LETTA E BERTOLASO - E’ invece Gianni Letta il più ricco tra i componenti non parlamentari del governo. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha dichiarato 1.315.186 euro di redditi imponibili. Guido Bertolaso, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Protezione civile, dal canto suo, ha dichiarato 613.403 euro. L’anno precedente aveva dichiarato poco più di un milione di euro. Anche il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, supera i 600mila euro: reddito 2008 dichiarato 634.968 euro.

Redazione online
15 marzo 2010





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Di Pietro di nuovo in ospedale Secondo malore in una settimana

La Stampa

Ricoverato a Verbania.S'era accasciato a terra l'8 marzo ad Arezzo



La campagna elettorale evidentemente sta mettendo a dura prova Antonio Di Pietro. Il leader dell'Italia dei valori stamane è stato dimesso dall’ospedale di Verbania. Era stato ricoverato ieri dopo il lieve malore che lo aveva colto durante un comizio elettorale. Ora è a Bergamo dove continuerà a fare degli accertamenti: gli appuntamenti che aveva in Veneto sono dunque saltati.

Di Pietro, ieri sera, era a Verbania sul palco installato in piazza Città Gemellate per il suo comizio quando è stato visto sbiancare in volto. Ha interrotto l’intervento e si è seduto su una sedia. Dopo pochi minuti si è rialzato e ha ripreso l’intervento, portandolo fino in fondo. Alla fine dell’appuntamento, pressato dai suoi collaboratori, è salito sulla sua auto accettando di essere accompagnato all’ospedale di Verbania per un controllo. Pochi giorni fa, l'8 marzo, aveva accusato un altro malore ad Arezzo. Poco prima di intervenire ad una manifestazione elettorale, si è accasciato a terra a causa di un forte dolore al braccio destro.

Recentemente Di Pietro si è sottoposto a un intervento chirurgico a un tendine del braccio destro: un militante dell’Idv gli aveva stretto energicamente la mano, e l’ex ministro aveva accusato un forte dolore. Soccorso dai suoi collaboratori, che gli hanno portato una fascia di sostegno per il braccio ancora dolorante, dopo alcuni minuti era salito sul palco fra gli applausi dei suoi simpatizzanti.



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Ora De Magistris vuol processare pure il Papa


L'europarlamentare dell'Idv attacca Benedetto XVI: "Dovrebbe testimoniare in aula e raccontare ciò che sa sui casi di pedofilia".

E con arroganza l'ex pm confonde l'ignaro Ratzinger con un dittatore. Ma è solo l'ultimo atto del delirio giustizialista





Che ci saremmo arrivati mi era stato evidente l’altro ieri vedendo la prima pagina della Repubblica, colla fotografia in mezzo controluce, e due silhouette di preti parlottanti dietro di lui, arcigno e preoccupato (non solenne non autorevole) sotto il titolo: «Caso di pedofilia a Monaco con Ratzinger vescovo». L’occhiello tentava un’attenuante: 

«Denuncia shock. Il Vaticano: il Papa è estraneo». Per il Vaticano, perché invece per il laico monsignore eletto al Parlamento europeo, in virtù del suo fallimento come magistrato (i processi nei quali il collegio giudicante sempre lo ha sconfessato indicandone l’infondatezza delle accuse) Luigi De Magistris: «Ratzinger dovrebbe rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia. 

Quando i fatti avvengono all’interno delle mura vaticane non è semplice far luce sulla verità. Non è la prima volta che su queste vicende viene tirato in ballo lo stesso Papa e nessuno è al di sopra della legge». 

L’insostenibile arroganza e la totale mancanza di senso dello Stato (anche di un altro Stato com’è il Vaticano) fa dire a personaggi che non sono stati puniti per le loro responsabilità una serie di insensatezze che hanno come obiettivo mettere sotto processo le istituzioni. Dalla presidenza della Repubblica, alla presidenza del Consiglio, alla Santa Sede. 

La stupidità della posizione di De Magistris non è soltanto per lo spirito dissacratorio che la ispira (perfettamente logico in Dario Fo) ma per l’assoluta inutilità della richiesta il cui carattere è soltanto spettacolare e propagandistico. Essendo il Papa il capo di uno Stato, chiedergli di testimoniare significa immaginare che egli sia a conoscenza di qualcosa che è stato fatto non per suo ordine ma alle sue spalle. 

La richiesta di De Magistris trova il suo precedente nei processi internazionali inaugurati qualche anno fa (dopo il tribunale di Norimberga) dal magistrato Baltasar Garzon che dalla Spagna incriminò Pinochet. Il giudice spagnolo puntava a riconoscere una responsabilità oggettiva di Pinochet nelle torture, negli arresti, nelle sparizioni per una volontà espressa, dichiarata, per volontà in questo senso, s’intende scelta, decisione non mera conoscenza dei fatti. E cos’altro se non questo potrebbe essere responsabilità del Papa? In questo caso avrebbe dovuto perdonare o denunciare? 

Sopraffatto da questi interrogativi De Magistris confonde Ratzinger, vescovo a Monaco con Pinochet o Fidel Castro, capi di Stato che hanno premeditato repressioni contro i dissidenti. Ma cosa poteva programmare Ratzinger con i pedofili? Per De Magistris, immagino, un’associazione a delinquere. Perché, se non si tratta di questo, che senso ha interrogarlo? Per sapere che sapeva. O per chiedergli se sapeva? In ogni caso, se non lo si immagina coinvolto perché il Papa dovrebbe rispondere di ciò che avveniva non per sua volontà? Immaginiamo un delitto al Quirinale, o la scoperta che due corazzieri sono amanti. 

E perfino che una dipendente pratica l’incesto. Cosa c’entra Napolitano? O dev’essere interrogato come Vanacore? Prima di queste teorie di De Magistris non si riteneva in giurisprudenza che la responsabilità penale fosse individuale? Qualcuno ha ritenuto di interrogare il ministro Maroni o il ministro La Russa perché alcuni carabinieri infedeli hanno ricattato Marrazzo? 

Se nella diocesi di Monaco di Baviera c’era un prete pedofilo, che cosa deve riferire Ratzinger, ammesso che lo sapesse? Che ha chiesto al prete di smettere, o ha preferito credere che non fosse vero? Ma il Vaticano di De Magistris è luogo di trame e di complotti e «se il Papa viene tirato in ballo», va ribadito che «nessuno è al di sopra della legge». Ma neanche la legge dev’essere al di sopra del buon senso e del rispetto delle istituzioni.

Così mentre De Magistris invoca l’interrogatorio del Papa il suo collega Di Pietro in piazza del Popolo dichiara con solennità: «Noi c’eravamo a manifestare contro il piduista Berlusconi, un corruttore matricolato anche quando gli altri ci davano degli eversivi». Oggi infatti, come sa bene soltanto Di Pietro, Berlusconi è stato condannato per corruzione e la P2 è stata riconosciuta un’associazione eversiva. 

Non c’è naturalmente da stupirsi se le due affermazioni di Di Pietro altro non sono che diffamatorie, ravvisando l’unico vero reato che è quello per il quale io sono stato processato per avere dato del piduista a un piduista, anch’io in qualche modo fingendo di ignorare che la mia affermazione era suggestiva, nella presunzione che la P2 fosse quell’associazione a delinquere che una sentenza definitiva del tribunale, molto ben argomentata, ha dimostrato non essere. 

Di Pietro lo sa meglio di me. Come sa, che senza aver commesso alcun reato furono «piduisti» persone rispettabilissime come i giornalisti Roberto Cioni e Alberto Sensini, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, lo storico Roberto Gervaso, il comico Alighiero Noschese e che nessuno di loro, come Berlusconi fu mai incriminato per avere fatto parte di un’associazione di cui molto si è chiacchierato. Cosa intende dire con «piduista» Di Pietro? 

Quello che i tribunali hanno stabilito, cioè niente, o la diffamazione giornalistica che ha inventato un’associazione a delinquere che non c’era? Così va il mondo e così i diffamatori continuano a fare i diffamatori grazie all’immunità parlamentare, che a parole combattono, come hanno fatto i diffamatori con atti giudiziari dove l’ipotesi di reato diventava responsabilità conclamata attraverso avvisi di garanzia che non garantivano né la verità né la dignità delle persone ma assumevano il ruolo del venticello rossiniano, con la copertura di un pronunciamento non di parte ma «in nome del popolo italiano». 

Lo hanno fatto da magistrati continuano a farlo da deputati o da capipopolo. Hanno fatto male i conti. Arrivando al Papa, hanno offerto all’odiato Berlusconi un’insperata protezione: quella del Cielo: Dio, perdona loro perché non sanno quello che fanno (e neanche quello che dicono).




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