giovedì 18 marzo 2010

Regionali, il Garante blocca la campagna di Casini "Niente telefonate senza consenso degli elettori"

di Redazione

Dopo le lamentele per le continue telefonate elettorali da parte del centrista Casini, interviene il Garante per la privacy invitando i partiti a non contattare telefonicamente i cittadini senza il consenso. Numerose le segnalazioni di abusi



Roma - "Non è possibile contattare telefonicamente i cittadini che non abbiano espresso un preventivo consenso ad essere chiamati". Lo ricorda il Garante della privacy ai partiti politici, ai comitati promotori, ai sostenitori e ai singoli candidati. All’Autorità, infatti, stanno giungendo, si legge in una nota, "varie segnalazioni in ordine a pubblicità elettorale telefonica in vista delle prossime elezioni regionali e amministrative".




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Caso Claps: si riaccendono le luci su Danilo Restivo, sospetto serial-killer

Corriere della Sera

Fu l'ultimo a vedere Elisa viva.
E trasferitosi in Gran Bretagna, si pensa possa aver ucciso un'altra donna

MILANO - «Danilo Restivo è tranquillo. E’in Inghilterra, ha saputo del ritrovamento dei resti umani dai mezzi di comunicazione ma è tranquillo. Così ha risposto alle domande dei giornalisti a Potenza, davanti alla chiesa della Santissima Trinità in via Pretoria, l’avvocato di Restivo, Mario Marinelli. Secondo il legale, dunque, Restivo, che oggi ha 37 anni, sarebbe sereno nonostante il ritrovamento, mercoledì in un’intercapedine del sottotetto della chiesa, di resti umani appartenenti con ogni probabilità a Elisa Claps, la ragazza di Potenza di cui si sono perse le tracce il 12 settembre 1993 e della cui scomparsa e del possibile omicidio (se le analisi dimostreranno che di assassinio si è trattato) Restivo è, al momento ancora il maggiore indiziato.

LA STORIA - Secondo le ricostruzioni degli investigatori, l’allora ventunenne fu l’ultima persona a vedere Elisa quando era ancora in vita. I due (lei all’epoca aveva 16 anni) avevano appuntamento la mattina del giorno della scomparsa davanti alla centralissima chiesa della Trinità. Un testimone ha confermato di aver visto Elisa in compagnia di Danilo, ma poi della ragazza si sono perse le tracce. Da subito sospettato, Restivo si è sempre difeso sostenendo la tesi, mai smentita, che dopo l’incontro con Elisa sarebbe uscito dalla chiesa e avrebbe girovagato da solo per la città, entrando, senza un motivo preciso, in uno dei cantieri delle scale mobili che all’epoca erano in costruzione. Qui si sarebbe ferito alla mano cadendo da una scalinata procurandosi un taglio di un centimetro alla mano sinistra che lo indusse a recarsi al pronto soccorso di Potenza per farsi medicare. Quando, durante l’interrogatorio, gli investigatori gli chiesero perché si fosse recato in ospedale nonostante una lieve ferita, Restivo rispose che la vista del sangue lo impressionava «tanto da svenire». Come risulta dal referto medico, Restivo si fece medicare alle 13,45 dunque dalle 12, ora in cui disse di aver lasciato Elisa, c’è un buco di oltre un’ora e mezza in cui Restivo non fu visto da nessuno in grado di confermare i suoi spostamenti.

L'ARRESTO - Arrestato per false dichiarazioni nel 1994 e condannato dalla Corte d’Appello nel gennaio del 1998, scontò in carcere la pena e una volta rimesso in libertà lasciò la Basilicata trasferendosi prima a Rimini e poi a Torino. Quasi sei anni dopo la scomparsa, nella puntata della trasmissione di Rai3 «Chi l’ha visto» dell’11 maggio 1999, il fratello di Elisa Claps, Gildo, fece una rivelazione clamorosa che riaccese i riflettori sul caso sostenendo che sul sito internet dedicato a Elisa dalla famiglia, arrivò un messaggio di posta elettronica in cui si diceva che la ragazza stava bene, che si trovava in Brasile e che non voleva tornare in Italia e rivedere i familiari. La email risultò però inviata non da una località brasiliana ma da un internet point di Potenza. Ma c’è di più. Secondo le verifiche dello stesso fratello di Elisa, il mittente sarebbe stato proprio Danilo Restivo. Quest’ultimo, tramite il suo legale, ha immediatamente smentito nonostante sembrasse certo il fatto che lui fosse presente nel locale il giorno e nell’orario dell’invio (23 aprile 1999, alle ore 21,45).

IL TRASFERIMENTO IN GRAN BRETAGNA - Calato nuovamente il buio sulla vicenda, Restivo si trasferisce stabilmente in Inghilterra e sposta la sua residenza a Bornemouth, nel Dorset, a sud di Londra. Qui la sua storia si intreccia a un altro caso di cronaca nera. Una vicenda che lo vedrà sospettato ma mai formalmente accusato quando la sarta Heather Barnett, 48 anni, madre di due figlie, fu assassinata brutalmente il 12 novembre 2002. Restivo, che viveva in un appartamento nella zona di Charminster, di fronte a quello della donna, fu arrestato nel 2004 nel corso delle indagini su quel delitto: negò ogni coinvolgimento e fu rilasciato senza alcuna incriminazione. Heather, 48 anni, fu trovata morta dalle figlie in bagno in uno scenario terrificante: era stata colpita in testa con un oggetto simile a un martello, e pugnalata. I seni erano stati mutilati e lasciati accanto al corpo. Nella mano c’erano dei capelli, lunghi 9 centimetri, che non erano i suoi. Quello del taglio dei capelli è un «vizietto» già attribuito in passato a Restivo, accusato, più volte, di tagliare ciocche di capelli alle ragazze che incontrava sugli autobus, tanto a Potenza quanto a Bornemouth. Tanti indizi a suo carico ma mai prove schiaccianti in grado di riconoscergli la responsabilità dei due omicidi.

LA POSSIBILE SVOLTA - Ma il ritrovamento dei resti umani di Elisa Claps potrebbero, a questo punto, dare una svolta alle indagini. La polizia inglese ha fatto sapere di seguire con «attenzione» gli sviluppi sul caso Claps mentre quella italiana si sta dedicando agli accertamenti scientifici sui resti. Nell’informativa conclusiva consegnata al pm di Salerno Rosa Volpe, Danilo Restivo è l’unico accusato con nome e cognome dell’omicidio di Elisa Claps dalla Squadra mobile di Potenza. Un omicidio preterintenzionale, conseguenza di una pulsione sessuale. Nelle pagine firmate dal vicequestore Barbara Strappato sono ipotizzati anche i profili di altre persone «da identificare» coinvolte nell’occultamento del cadavere e nei depistaggi. Tanta l’attenzione e la partecipazione dei potentini che, da mercoledì, inviano messaggi di solidarietà alla famiglia Claps. Sul social network Facebook è stato creato un apposito gruppo che chiede il carcere per Restivo «fino alla fine dei suoi giorni».

Redazione online
18 marzo 2010






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L'Unità fa la guerra "illegale" sul canone

IL Tempo


Il quotidiano del Pd smentisce le battaglie del partito in difesa della tassa sulla televisione e ne pretende la restituzione. In autunno però i Democrats erano contrari e definivano l'iniziativa "vergognosa".



Disobbedire. L’ordine è perentorio e arriva proprio da chi si è sempre fregiato di essere il difensore delle regole e della correttezza. È bastato che un organo composto da parlamentari democraticamente eletti qual è la Commissione di Vigilanza bloccasse definitivamente i talk show politici sui canali Rai per armare di idee «illegali» i sostenitori di Santoro, Travaglio, Floris e di tutti quei conduttori affetti da incurabili patologie sinistrorse.

E così un giornale compiacente alla causa qual è l'Unità e una direttrice «pasionaria» com'è Concita De Gregorio hanno lanciato la proposta. «No servizio? No canone» riporta un articolo sul giornale fondato da Antonio Gramsci, che continua: «Niente talk show per un mese? E noi per un mese vogliamo indietro i soldi del canone». Un'idea che ha raccolto immediatamente il plauso della sinistra. Sì, proprio di quella sinistra che nella travagliata storia del canone in Italia, ha sempre infangato gli evasori e quelli che per un motivo o per un altro ne boicottavano il pagamento. «La proposta di non pagare il canone Rai per un mese è interessante e degna di nota, nonché originale» sottolinea Giorgio Merlo parlamentare Pd e vicepresidente della commissione di Vigilanza.

Questo è accaduto oggi, ma nel passato? Basta fare un po' di ricerca e per esempio si vede che il capogruppo Pd in Commissione di Vigilanza Fabrizio Morri definì il 28 settembre scorso «totalmente infondata e sbagliata la campagna contro il canone». Il riferimento era all'idea lanciata dai quotidiani Libero e Il Giornale per protestare contro il programma di Michele Santoro Annozero. Basta poi proseguire nella ricerca e vedere che molti altri esponenti di sinistra in passato avevano difeso il canone.

Anche Oriano Giovannelli (Pd) lo stesso giorno si schierò contro lo sciopero del canone e, ancora più diretto, fu il Democratico Vincenzo Vita: «Non pagare il canone è una vera e propria iniziativa eversiva». Fino ad arrivare allo stesso Paolo Garimberti, presidente della Rai e prima giornalista di Repubblica: sono «indignato» per quella campagna «vergognosa». Sarebbe interessante sapere cosa pensano Morri, Giovannelli, Vita e Garimberti a proposito dell'iniziativa targata De Gregorio? Ma sembra di capire che se ne guarderanno bene dal farlo.

Alessandro Bertasi
18/03/2010




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Sanitopoli», arrestato Frisullo: denaro e sesso in cambio di appalti

Corriere del Mezzogiorno


Accusato da «Gianpi» Tarantini, deve rispondere di associazione per delinquere e turbativa d'asta

 


BARI - L’ex vicepresidente della giunta regionale pugliese Sandro Frisullo (Pd) è stato arrestato e condotto in carcere su disposizione della magistratura barese nell’ambito delle indagini sulla gestione della sanità pugliese. L’indagine si avvale anche delle dichiarazioni accusatorie rilasciate dall’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini

L'ACCUSA - I reati contestati nell’ordinanza emessa dal gip Sergio Di Paola sono associazione per delinquere finalizzata a commettere un numero indeterminato di reati contro la Pubblica amministrazione e contro la fede pubblica e turbativa d’asta. Il primo reato fa riferimento all’attività svolta dalla Asl di Lecce, in particolare nella gestione delle gare e delle trattative per l’acquisto di attrezzature sanitarie e strumentari chirurgici e per l’affidamento dei servizi da espletare nell’ambito delle relative strutture sanitarie.

SHOPPING E PULIZIE GRATIS - Una gestione che gli investigatori ritengono sia stata attuata avvantaggiando le società dei fratelli Tarantini. Per quanto riguarda la turbativa d’asta, il gip ha riconosciuto che Frisullo si adoperava per accreditare i fratelli Tarantini per far ottenere alle aziende a loro riconducibili commesse in cambio del pagamento di somme di danaro in contanti, favori di natura sessuale e altri vantaggi patrimoniali, come l’uso di autovettura e autista, acquisiti presso esercizi commerciali, fino a servizi di pulizia nella propria abitazione.

ALTRI TRE ARRESTI - Il provvedimento restrittivo notificato all’ex vicepresidente è anche a carico di altre tre persone - medici e funzionari della Asl salentina - che avrebbero concorso con l’ex amministratore regionale nella commissione, a vario titolo, dei reati contestati a Frisullo. Arrestati il direttore amministrativo dell’Asl di Lecce, Vincenzo Valente, il primario di neurochirurgia dell’ospedale leccese Vito Fazzi, Antonio Montinaro, e il funzionario dell’Area Gestione Patrimonio della stessa Asl Roberto Andrioli.

Secondo quanto si è appreso, al momento dell’arresto Valente è stato colto da un malore ed è stato condotto al pronto soccorso. Nei loro confronti, come nei confronti dell’ex vicepresidente della Regione, la procura ritiene di aver raccolto gravi indizi che si basano non solo sulle dichiarazioni di Gianpaolo Tarantini, ma anche su intercettazioni telefoniche, sull’esame di un’ampia documentazione acquisita presso Asl e ospedali e sull’audizione di numerose persone informate dei fatti. Per Frisullo e per Valente il Gip ha disposto la misura cautelare in carcere; per gli altri due ha concesso i domiciliari.

IL SOGNO LECCESE - «Voglio fare il business su Lecce»: così Tarantini dice al telefono a Frisullo. Quest'ultimo risponde all'amico «Gianpi» indicando i nomi di alcune persone a cui si sarebbe potuto rivolgere a suo nome. Il gip Di Paola ha ritenuto che l'ex amministratore possa reiterare i reati che gli vengono contestati, oltre al pericolo di inquinamento probatorio. Questo - secondo il giudice - è provato da altre intercettazioni telefoniche dalle quali emergerebbe che Frisullo avrebbe potuto continuare nell'attività illecita. Oltre ai quattro arrestati, sono indagati a piede libero altri tre funzionari della stessa Asl e i fratelli Gianpaolo e Claudio Tarantini. Per questi ultimi due la procura non ha chiesto gli arresti perché essi stanno collaborando da tempo alle indagini delegate alla Guardia di Finanza.


LE PAROLE DI GIANPI - L’ex vicepresidente avrebbe ottenuto soldi e prestazioni sessuali con escort dall’imprenditore barese Tarantini in cambio di un suo impegno per sbloccare i mandati di pagamento per le forniture di protesi e di materiale sanitario che le società della famiglia Tarantini avevano fatto alle Asl. Emerge dagli interrogatori, in parte secretati, a cui è stato sottoposto da novembre l’imprenditore da parte dei tre magistrati del pool sanità.

IL SISTEMA - Il «sistema Tarantini», quello ideato dall’imprenditore barese, - secondo l’accusa - tra il 2008 e il 2009, con la complicità di funzionari delle Asl, ha consentito a «Gianpi» di pilotare e vincere appalti per la fornitura di protesi e di materiale sanitario, fatti questi che nei mesi scorsi hanno portato all’arresto di funzionari dell’azienda sanitaria accusati di essere stati corrotti da «Gianpi». Frisullo - a quanto trapela - sarebbe l’unico politico della giunta di centrosinistra guidata da Vendola tirato in ballo.

VIA DALLA GIUNTA - Il nome dell’ex vice-governatore era già uscito nel luglio 2009 e gli costò il posto nel governo regionale di Nichi Vendola. Dai verbali emerge che «Gianpi» - da quattro mesi gli arresti domiciliari a Roma per la vicenda dei coca-party organizzati nell’estate del 2008 in Sardegna, - sta collaborando attivamente con gli inquirenti. Ai magistrati ha svelato il modo in cui riusciva a pilotare gli appalti corrompendo i funzionari della Asl che si adoperavano per truccare le gare (due sono stati recentemente arrestati), ma anche gli strumenti con cui si è ingraziato, tra il 2007 e l’inizio del 2009, il vice-governatore della Puglia. In cambio dei «doni» ottenuti, Frisullo si sarebbe attivato per sollecitare e sbloccare i mandati di pagamento per le forniture di protesi e di materiale sanitario che le società «Tecno Hospital» e «System Medical», della famiglia Tarantini, avevano fatto alla Asl Bari guidata da Lea Cosentino, soprannominata «lady Asl», che da un mese è agli arresti domiciliari per falso e peculato.

Redazione online
18 marzo 2010




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Busi contro il Papa. E scoppia la polemica

Corriere della Sera


Lo scrittore accusa il Pontefice sul tema dell'omofobia. L'Udc: «Santo Padre dileggiato». Il Pdl: Inaccettabile»



MILANO - Hanno sollevato un vero polverone, anche politico, le dichiarazioni di Aldo Busi, mercoledì sera in diretta su Raidue. Lo scrittore-naufrago dell'Isola dei Famosi ha annunciato l'intenzione di lasciare il reality. Non prima però di avere lanciato strali contro gli omofobi, il Papa e il governo. «Questa avventura qui l'ho finita», ha detto. «Non vado via per vigliaccheria, non adduco problemi di salute che pure ci sono, ho un'infezione», ha voluto anche precisare. Duro, in particolare, l'affondo dello scrittore contro chi critica l'omosessualità, con un esplicito il riferimento al Pontefice.

«L'omofobo è un omosessuale represso», ha detto, queste persone «sono un danno per la società». Parole che non sono piaciute affatto all'Udc. «La maggioranza, in Commissione di Vigilanza e nel Cda Rai, ha fatto di tutto in questi giorni per imbavagliare i talk show e perché in tv venissero bandite la politica e le critiche al governo. È singolare che altrettanto zelo non venga dimostrato nel controllo dei contenuti di altri programmi del servizio pubblico» ha denunciato Lorenzo Cesa. Poi l'esplicito riferimento all'Isola: «Da Busi è stata dileggiata senza ritegno davanti a milioni di telespettatori la guida spirituale dei cattolici nel mondo. L'azienda e la Vigilanza tolgano il paraocchi e guardino cosa

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«LA RAI DOVREBBE FARE SERVIZIO PUBBLICO» - Le parole del segretario dei centristi non sono cadute nel vuoto. «Quello che è accaduto ieri sera durante la puntata dell»Isola dei famosì è inaccettabile« ha detto Maurizio Lupi, vice presidente Pdl della Camera dei deputati e componente della commissione di Vigilanza Rai. «Aldo Busi - ha aggiunto Lupi - ha insultato, davanti ad una platea di milioni di telespettatori, il Papa. La Rai dovrebbe fare servizio pubblico, non mandare in onda a pagamento trasmissioni e personaggi che offendono il Santo Padre e tutti i credenti. Mi auguro che il presidente Garimberti, di cui conosco l'assoluta sensibilità, insieme al direttore generale e al Consiglio di amministrazione, intervengano immediatamente per fermare questo scempio. Chiedo che Busi non partecipi più ai programmi della Rai».

CRITICHE A BERLUSCONI - «La misura è colma», ha insistito anche Busi in diretta dal Nicaragua parlando in collegamento con la conduttrice Simona Ventura, «non c'è più racconto tra me e i tuoi naufraghi, devono interagire tra di loro. Io sono rimasto qui due settimane in più di quanto avevo immaginato nella mia mente». Infine un attacco al governo. «Io pago le tasse e sono orgoglioso di farlo», ha spiegato. «Se non fanno questa legge delle due aliquote al 23 e 33 per cento, del meno tasse ma per tutti a cosa è servito Berlusconi? Cosa fa?».

«CI DIVERTIREMO LO STESSO» - «Busi ha dato tantissimo a questo programma, mi sono dissociata da alcune cose che ha detto, ma io ascolto sempre, magari è lui che cerca di imporre la propria verità che in realtà è un'opinione» ha detto la conduttrice all'indomani della decisione dello scrittore di lasciare L'isola dei Famosi. «Per gli altri naufraghi - ha spiegato - sembra sia stata una liberazione. Ci divertiremo lo stesso».

Redazione online
18 marzo 2010




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Il «soldato buono» di S.Anna di Stazzema

Corriere della Sera

Si chiamava Peter Bonzelet, è deceduto nell’ottobre del 1990
Un superstite del massacro incontrerà il nipote della SS che con uno stratagemma lo salvò nel 1944




SANT'ANNA DI STAZZEMA (Lucca)
– Di quell’angelo con la divisa da SS, Enio Mancini, 71 anni, superstite della strage di Sant’Anna del 12 agosto 1944 (560 vittime civili tra cui molti bambini), aveva parlato al Corriere della Sera nel marzo del 2003. «Ha salvato la mia vita e quella della mia famiglia. Vorrei tanto incontrarlo di nuovo, magari sapere chi è. È stato un eroe». Mancini, già direttore del
Museo storico della resistenza, non incontrerà mai il suo salvatore, ma tra una settimana, 66 anni dopo l’eccidio, potrà riabbracciare il nipote di quel soldato che rischiò la vita per non macchiarsi di crimini orrendi.

IL NIPOTE - Si chiama Jochen Kirwel, ha 27 anni ed è uno studente di teologia. È stato lui stesso a telefonare e poi ha inviato una lettera a Mancini. «L’uomo che l’ha salvata era mio nonno materno», ha raccontato Kirwel. «Si chiamava Peter Bonzelet ed è morto nell’ottobre del 1990. Ho saputo di questa storia incredibile solo sei mesi fa e ho fatto alcune ricerche. Poi, quando ho letto il suo racconto, ho capito tutto». La notizia, anticipata dal quotidiano Il Tirreno, ha provocato grande commozione a Sant’Anna di Stazzema e pure a Magonza, la città natale del soldato buono e di suo nipote. Jochen ed Enio si incontreranno il 26 marzo a Roma, nella sede del Goethe Institute.

ECCIDIO - Il 12 agosto del 1944, il giorno dell’eccidio, Enio Macini era un bambino di sette anni e abitava con la famiglia, padre minatore, madre casalinga, nonna paterna e un fratello più grande. Furono tutti catturati dai tedeschi e il soldato Peter Bonzelet ebbe l’ordine di ucciderli e poi bruciarli con il lanciafiamme insieme agli altri abitanti del paese. «Quel soldato aspettò che gli ufficiali se ne andassero», racconta Mancini. «Io e mio fratello piangevamo terrorizzati. Ci guardò e con l'indice della mano destra sul naso ci disse di stare zitti. Poi ci indicò una via di fuga. Iniziammo a correre increduli, poi dietro di noi sentimmo una raffica di mitra. Strinsi la mano a mia madre, credevo di essere già morto. Mi voltai e vidi quel tedesco sparare in aria, ingannava i suoi commilitoni, faceva finta di ucciderci. Mi sembrò che sorridesse».

Marco Gasperetti
18 marzo 2010





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Giallo su un manoscritto di Pasolini «Adesso indaghino i carabinieri»

Corriere della Sera

Veltroni presenta un'interpellanza al ministro Bondi: «Si prefigura un reato».
Replica: «Bisogna fare luce»

MILANO - Saranno i carabinieri a occuparsi del giallo dell'ultimo capitolo perduto di Petrolio, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. L'intervento delle forze dell'ordine è stato sollecitato da Walter Veltroni, che ha portato il caso in Parlamento con un'interpellanza urgente al ministro della Cultura. Lo stesso Bondi, replicando all'esponente del Pd, ha promesso di «svolgere ulteriori accertamenti, anche attraverso i carabinieri», per poi informare il Parlamento.

VELTRONI: «REATO» - Il caso era stato sollevato tempo fa proprio da Veltroni, dopo le dichiarazioni del senatore Marcello Dell'Utri sull'esistenza di un manoscritto di 70 pagine riconducibile a Pasolini. «Se questo capitolo esiste, come è arrivato nelle mani di Dell'Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell'opera di Pasolini? - afferma Veltroni -. Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?». L'ex segretario del Pd non ha dubbi, «ci troviamo in una fattispecie di reato», e l'intervento del governo è indispensabile: «Non si tratta solo di una discussione di carattere letterario, ma di qualcosa di più importante che ha a che fare con la parte più oscura della storia italiana».


BONDI: FARE LUCE - In Aula Veltroni ha riletto alcune interviste di Dell'Utri in cui il senatore spiegava che le pagine del manoscritto avrebbero contribuito «a fare luce sulla morte di Pasolini, su alcune vicende dell'Eni, sulla morte di Enrico Mattei, su Cefis». Secondo l'ex sindaco di Roma, «sulla morte di Pasolini deve essere fatta luce. Ci sono state sentenze contraddittorie, dal punto di vista storico rimangono moltissimi dubbi accompagnati da una parte consistente dell'opinione pubblica». Un passaggio, questo, su cui il ministro della Cultura ha convenuto: «Sono interessato a capire, a fare luce sulla vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese» ha detto Bondi spiegando di avere preso «contatti diretti» con Dell'Utri, «il quale mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo». Veltroni ha ribadito che «Dell'Utri, come prima cosa, avrebbe dovuto rivolgersi all'autorità giudiziaria».

Redazione online
18 marzo 2010




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Caso Claps: «Siamo alla svolta»

Corriere della Sera

Ripresi i rilievi della Scientifica nella canonica della chiesa dove sono stati rinvenuti i resti della ragazza
NAPOLI - Il ritrovamento della salma di Elisa Claps nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza, rappresenta per gli inquirenti una svolta nelle indagini. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Salerno, Franco Roberti. «Avevamo un quadro indiziario, adesso il ritrovamento della salma rappresenta una svolta per le indagini su questo caso», ha detto Roberti. Alla questura di Potenza in mattinata c'è stato un vertice tra gli inquirenti.

COMPETENZA - Ha poi proseguito il procuratore: «Su Elisa Claps erano state fatte moltissime ipotesi: qualcuno immaginava anche che la ragazza fosse ancora viva, che si fosse allontanata spontaneamente. Un'eventualità che a me era sempre sembrata infondata, ma che sino al ritrovamento dei resti era comunque legittima». Roberti ha anche spiegato perché la Procura di Salerno è ancora competente sul caso Claps: «La posizione del magistrato potentino, chiamato in causa da un collaboratore di giustizia, fu archiviata. Ma Salerno continua l'indagine per il principio della perpetratio iurisditionis. Secondo questo principio, pur essendo venuto meno il fattore che aveva portato allo spostamento delle indagini, sarà ancora la Procura di Salerno a occuparsene».

RILIEVI - Intanto sono ripresi in mattinata i rielivi della Polizia scientifica sul luogo del ritrovamento dei presunti resti di Elisa Claps, in un sottotetto della canonica. Gli investigatori avevano valutato la possibilità di rimuovere una parte del tetto per prelevare i resti umani senza correre il rischio di danneggiarli, ma poi è stata esclusa. Dopo le operazioni di rimozione dei resti, comincerà l'accertamento medico sulla salma, «un atto irripetibile e per questo con garanzie per tutti i soggetti coinvolti nell'indagine», ha annunciato il procurarore Roberti. Davanti al portone laterale della chiesa sono stati lasciati alcuni mazzi di fiori: una donna ha affisso anche una poesia dedicata a Elisa. Al consiglio comunale di Potenza i lavori sono stati sospesi in segno di lutto. Il giorno del funerale il sindaco proclamerà il lutto cittadino.

RICONOSCIMENTO - I resti di una maglia, una medaglietta e i sandali di colore blu che Elisa indossava il giorno in cui sparì (il 12 settembre 1993) sono stati riconosciuti dalla madre e dai fratelli della studentessa, ai quali la polizia ha mostrato le foto. Gli inquirenti sono comunque prudenti e hanno già dichiarato che la certezza assoluta arriverà solo dall'esame del Dna che deve ancora essere estratto dal cadavere.

RESTIVO - Danilo Restivo, indagato per omicidio, violenza sessuale e occultamento del cadavere di Elisa Claps, «è tranquillo». Lo ha detto il suo avvocato, Mario Marinelli. «Danilo è in Inghilterra e ha saputo del ritrovamento dei resti umani». Restivo è sospettato anche dell'assassinio di una donna inglese uccisa in una casa non lontana dall'abitazione dell'italiano. (fonte: Ansa)


18 marzo 2010






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Islam moderato: no ai parrucchieri

IL Tempo

Aziende nautiche costrette a togliere l'ancora dal logo: troppo simile alla croce. Vietati gli abiti non conformi alla sharia e la lettera "X" nei marchi. I divieti si moltiplicano: gli uomini non possono pettinare donne senza velo.



Se non fosse tutto molto serio e drammatico, si potrebbe parlare di Islam creativo. Interpretazioni del Sacro libro a uso e consumo di una propaganda oscurantista che mira a soggiogare il popolo. Divieti che possono sfociare in condanne a morte. L'ultima prescrizione, in ordine di tempo, arriva dalla Striscia di Gaza. Gli integralisti di Hamas, così moderni nell'utilizzare il web e armi sofisticate, hanno emesso un editto che vieta ai parrucchieri uomini di esercitare.

Il motivo è surreale: gli uomini non possono pettinare le donne senza velo. A Gaza c'è quasi aria di rivolta: i saloni di bellezza sono stati chiusi dai miliziani ed i coiffeur si sono rivolti al Centro palestinese per i diritti umani e hanno chiesto al governo di Gaza di ripensarci. I governi islamici tengono molto agli stili di vita dei loro cittadini. Ne sanno qualcosa gli iraniani. Oltre a essere controllati su cosa pensano, la «polizia della morale» degli ayatollah si preoccupa di come vestono.

Non solo riguardo al velo per le donne, ma anche negli abiti meno conformi alla religione. Così basiji e pasdaran controllano ogni giorno i negozi e sequestrano l'abbigliamento non ritenuto idoneo. Commercianti e cittadini vengono colpiti da una «nota di infamia» che segnerà la loro vita ala stregua di un oppositore del regime. Persino le automobili devono corrispondere a certi canoni: vietate quelle dove le donne sono costrette a togliersi il velo per avere maggiore visibilità. I solerti difensori della morale islamica sono arrivati, questa volta in Arabia Saudita, nella città santa de La Medina, a picchiare per strada una donna che, pur in compagnia del marito, indossava i pantaloni: indumento vietato secondo un'interpretazione della sharia.

La polizia religiosa saudita è certamente la più rigorosa visto che ha presentato ricorso presso un tribunale di Riad per fermare la nascita di due nuove aziende locali. L'Ente per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, nome usato per la polizia religiosa saudita, ha denunciato il ministero dell'Industria e del Commercio perché ha accettato l'iscrizione di due nuove società saudite accusate di avere una croce all'interno del loro logo ufficiale. In particolare una di queste aziende, che opera nel settore nautico, ha un'ancora nel suo logo, che secondo la polizia religiosa saudita «è molto simile a una croce e questo offende la nostra religione». Per questo è stato chiesto alle aziende di cambiare logo per poter operare nel paese. Un anno fa è stata bandito un prodotto perché nel nome compariva una «X».

La Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha messo una fatwa per cancellare la concessione all'azienda. La «X» è troppo somigliante alla croce simbolo del cristianesimo è stata la motivazione. Dopo questa sentenza su molti blog arabi si è acceso un dibattito nel quale si suggeriva alle autorità islamiche di censurare anche i simbolo matematici della somma e della moltiplicazione. Il matematico e filosofo islamico Averroè, sostenitore del Corano come espressione della religione perfetta e guida dell'umanità, oggi rimarrebbe esterefatto e finirebbe lapidato sulla pubblica piazza.

Maurizio Piccirilli
18/03/2010




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Non gli giocò la schedina da 37 milioni Operaio fa causa al suo tabaccaio

Corriere del Veneto



Eraclea, disoccupato poteva vincere 37 milioni di euro. Adesso è senza lavoro e con quatto figli a carico. Udienza il 10 giugno



VENEZIA - Tre. Quattro. Sette. Quarantaquattro. Cinquantadue. Ottantanove. Quella striscia di sei numeri se la ricorderà per tutta la vita. Voleva giocarli, insieme ad altri otto, il 18 novembre del 2008, il giorno prima che quei sei numeri fossero estratti come sestina vincente del Superenalotto, ma un problema al terminale della sua tabaccheria di fiducia glielo impedì sul momento e poi il tabaccaio, nonostante se ne fosse impegnato, se ne dimenticò. Il jackpot era di 36 milioni 718 mila 687 euro e 18 centesimi.

Una cifra impressionante, che gli avrebbe cambiato la vita, tanto più che oggi, con quattro figli a carico, ha anche perso il lavoro da operaio in una grande fabbrica metalmeccanica e dunque è disperato. Dopo un anno e mezzo, però, T.P., 37enne di Eraclea, ha deciso: quei soldi li vuole e li chiederà di fronte ad un giudice contro colui che quel danno enorme gliel’ha causato. «Il mio cliente era arrivato puntuale all’appuntamento con la dea bendata - sintetizza in maniera efficace il suo legale Luca Pavanetto, che ha firmato il ricorso - ma la negligenza altrui glielo ha impedito. Ora si trova ad affrontare una situazione che è di vero sconquasso totale, per questo chiediamo una sentenza esemplare». Il tribunale di San Donà ha già fissato l’udienza per il 10 giugno prossimo.

Tecnicamente quel 18 novembre ci sarebbe stato quello che il legale definisce «un contratto di mandato non rispettato». T.P. si era presentato alle cinque del pomeriggio da F.G., suo tabaccaio di fiducia in piazza Garibaldi ad Eraclea. Compilò una schedina con un sistema di 14 numeri, che da mesi continuava a giocare tutte le settimane: tutti numeri legati ad eventi famigliari e che dunque erano una sorta di schema fisso. In quel momento però il sistema non era in funzione («ma non era segnato da nessuna parte all’esterno », spiega il legale) e dunque i due, che si conoscevano da tempo, si mettono d’accordo.

Il giocatore lascia al tabaccaio i numeri da giocare e i sette euro di importo della schedina e questi si appunta su un foglietto: «T. pagata se non giocata chiamare» e il numero di cellulare da contattare in tempo utile per potergli consentire di farlo altrove. «Te la giocherò appena il sistema si riattiverà», lo rassicura. Alle 19,33 dello stesso giorno però arriva la telefonata in cui F.G. comunica a T.P. che non è riuscito a giocarla in quanto la linea è rimasta interrotta. Il mancato milionario ha di fronte la fidanzata e il padre di lei e comunica loro subito quanto accaduto, augurandosi che non fosse davvero la schedina vincente.

Nemmeno se lo sentisse. E infatti l’indomani quando vengono estratti i numeri e nessun italiano fa jackpot lui si sente ribollire il sangue. Quei quasi 37 milioni di euro potevano finire nelle sue tasche se fosse stata giocata la sua combinazione. «Me li sogno di notte», dice. Il giorno seguente T.P. si era recato alla tabaccheria chiedendo spiegazioni e il proprietario si era scusato per l’accaduto dicendo che oramai «non ci dormiva la notte per l’errore commesso» e fotocopiava il post-it su cui erano scritte le indicazioni.

«Il mio cliente aveva dato l’incarico ad una persona di cui si fidava ciecamente di svolgere una determinata opera e l’aveva pagata», continua il legale. Fin qui la versione dell’uomo. Il tabaccaio, contattato, nega tutto ma non entra nei dettagli. «La mia versione è molto diversa ma la dirò in tribunale - taglia corto -. Ne vedremo delle belle». L’uomo ha dato mandato all’avvocato Alessio Vianello, che per ora però non si espone. «Stiamo studiando le carte e valutando altre iniziative non solo difensive per fare luce su una situazione che presenta tante zone grigie», sottolinea il legale.

Alberto Zorzi
18 marzo 2010



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Silvio al telefono: "Un piano per uccidermi"

Libero





Michele Santoro e Tonino Di Pietro sono «fabbriche di odio» secondo Silvio Berlusconi, che alla fine del 2009 si confida al telefono con Giancarlo Innocenzi: «È venuto fuori che volevano farmi un attentato accostando una macchina alla mia nel percorso da casa a Palazzo Chigi». Non solo, a parte le misure di sicurezza che nell’inverno scorso hanno “blindato” il premier per due giorni, il Cavaliere racconta delle ripercussioni piombate addosso anche al suo avvocato, vittima di un pericoloso  effetto domino: «Oggi Ghedini ha ricevuto una cosa con cinque pallottole in cui gli dicono che lo aspetta un caricatore intero», dice Silvio in tono preoccupato, «gli hanno rovinato la vita: dicono che sarà per lui» e per tutta la famiglia, menzionando i posti che «frequenta il figlio».

Gravissime minacce, a quanto pare, che sarebbero scattate a ridosso di trasmissioni di «puro accanimento» nei confronti di Berlusconi e incentrate sulle vicende legali che in quel momento tenevano banco (il processo Mills e il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino, che accostava la nascita di Forza Italia a Cosa nostra).

Da questi gravi avvertimenti di stampo criminale partirebbero le presunte “pressioni” di Berlusconi al commissario Agcom e al direttore della Rai per evitare che Annozero e alcuni suoi ospiti continuassero a metterlo alla gogna. Da questi fatti, rimasti fino adesso nell’ombra rispetto a frasi che suonavano «minacciose» se estrapolate da un contesto di lamentela più ampio. Fatti, vale la pena far notare, che sono stati messi a un livello inferiore perfino dalla magistratura stessa, la quale nella richiesta di autorizzazione a procedere depositata al gip il 12 marzo scorso riporta in 42 pagine una montagna di intercettazioni spesso ripetitive. Di queste, però, non c’è traccia. Bensì nell’atto si leggono esclusivamente conversazioni che ricalcano il megafono mediatico e vanno in un unico senso: convincere il giudice della concussione esercitata dal presidente del Consiglio (e per la quale è indagato dall’8 marzo scorso) e ottenere in questo modo l’autorizzazione a inviare le pratiche al tribunale dei ministri.

Pier con Berlusconi


Per riuscire nel proprio intento, mettere un freno alle trasmissioni della rete pubblica ritenute faziose, Berlusconi sembra disposto perfino ad aprire uno spiraglio nei confronti di Pier Ferdinando Casini. A quanto pare, parlando il 4 novembre scorso al telefono con l’amico Innocenzi, il premier si sarebbe informato sul peso di un voto favorevole di Gianluigi Magri, commissario Agcom, che dal tono della conversazione sembra essere vicino al leader dell’Udc.

Innocenzi: «L’autorità può aprire ovviamente anche l’istruttoria (nei confronti di Annozero, ndr)».

Berlusconi: «Se c’è il voto del presidente, diventa ininfluente il voto di Magri?»

Innocenzi: «Beh, insomma, il presidente c’è… ma bisogna che tu chiami il Pier, perché mi ha detto Magri...», lasciando intendere che serve anche quello di parere favorevole.

Berlusconi: «Sì, io lo vedo venerdì, perché sai, aspettavo di incontrarlo».

Innocenzi: «Ecco, però fai una cosa con lui, fagli capire che poi ci tieni molto al suo consiglio giuridico in genere».

l’indignazione

Berlusconi:
«Io volevo fare l’indignato e mandarlo a fare in culo», si lascia scappare il premier riferendosi a Casini.

Innocenzi: «No, è meglio di no»

Berlusconi: «Va bene, ciao».

Dieci giorni dopo i due tornano a parlare dell’argomento, partendo da una puntata che Santoro ha dedicato all’indagine aperta a carico di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e coordinatore del PdL per la Campania, sotto inchiesta per presunti legami con la camorra.

Il 14 novembre la guardia di finanza intercetta il premier mentre commenta l’opportunità di quella messa in onda. 

Berlusconi: «Ecco, è grave anche il fatto che facciano un processo a uno (Cosentino, ndr). È gravissimo che qua non ci sia nessuno che lo difenda, che quindi non ci possa essere nessuno in contradditorio. È grave che facciano interpretare da degli attori delle cose che risalivano tra l’altro a dieci anni fa», aggiunge riferendosi alle ricostruzioni romanzate che Santoro usa spesso come linguaggio di sintesi.

Innocenzi: «Mi sono incontrato anche con Ferri, con Cosentino e abbiamo messo insieme un gruppo di giuristi amici di Ferri. Abbiamo analizzato tutte e cinque le trasmissioni e abbiamo riscontrato che ci sono tutta una serie di infrazioni abbastanza gravi. Lunedì io assieme purtroppo mi manca Magri, perché Magri… gli ho già parlato... è molto titubante».

Berlusconi: «Adesso io parlo con Casini».

Innocenzi: «Bravo».

Berlusconi: «Che vuol venire con me… ha fatto una stronzata ieri, ha detto che è una porcheria quella legge lì, ecc. va bene, comunque adesso io gli parlerò di Magri, ma ti dico subito che io non andrei più addosso alla singola trasmissione in modo…».

Innocenzi: «Sono tutte e cinque», sembra aizzarlo il commissario.

Berlusconi: «Io farei così, io ho parlato con il direttore Masi e con tutti i nostri uomini, perché ho fatto uno studio sulle televisioni europee, non c’è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai. E allora perché noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio. Sono dovuto stare un giorno chiuso a Palazzo Chigi, dormirci la sera prima e la sera dopo».

Innocenzi: «Ho letto sui giornali».

Berlusconi: «Perché è venuto fuori che volevano farmi un attentato accostando una macchina alla mia nel percorso da casa mia a Palazzo Chigi, allora ti domandi… Oggi Ghedini ha ricevuto una cosa con cinque pallottole in cui gli dicono che lo aspetta un caricatore intero, che sarà per lui, per sua moglie, per sua sorella, per suo figlio, che sanno dove va a scuola suo figlio, che sanno dove va a giocare. E gli hanno praticamente rovinato la vita».

Innocenzi: «Allucinante, ma è questo perché caricano sempre di odio».

Berlusconi: «E allora non si può più vedere i Di Pietro che fanno quella faccia in televisione, non si può più avere poi un pubblico di parte che, con quello che dice, gli fanno gli applausi e che approvano quando c’è una cosa che è contraria al vero. E soprattutto la Rai non può accettare di non avere più canone, perché la Rai con queste trasmissioni fa sì che la gente dica io non pago più il canone perché non voglio che i miei soldi vadano a Santoro o a Floris»

Innocenzi: «No, ma guarda».

Berlusconi: «Ecco, non quello, fammi finire, quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia un’azione che consenta che sia da stimolo alla Rai per dire chiudiamo tutto».

Innocenzi: «Guarda io ti dicevo avevo fatto già una riunione con Gorla (consigliere Rai, ndr), con Cosimo Ferri con Romani e io per mettere un po’ a fattor comune, perché il problema vero è che poi ognuno va per i cazzi propri, come sempre facciamo noi. Cosimo ha messo in piedi questo tipo di giuristi, lunedì io ho già detto al segretario generale, a Calabrò, che i quattro nostri fanno subito una denuncia all’autorità, noi chiediamo l’apertura dell’istruttoria non solo per l’aspetto specifico di Cosentino, ma per tutto il seguito delle trasmissioni, le abbiamo analizzate tutte, quindi ormai è un crescendo continuo da parte sua (Santoro, ndr). In più c’è un codice che abbiamo varato noi, che impedisce la rappresentazione di processi in tv, per altro avallato dal Csm e anche da Napolitano, con il plauso di Napolitano, oltre che del Csm, e lui in spregio totale continua a sbattersene i coglioni. Allora l’idea nostra è che con martedì noi cominciamo ad aprire il fuoco a tutto spiano».

Berlusconi: «Ma non solo su Santoro. Apritelo su tutte le trasmissioni di questo tipo».

dall’inviato a Trani
Roberta Catania
18/03/2010







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Trani, ecco le intercettazioni esplosive Berlusconi: "Un piano per uccidermi"

di Redazione

Il premier rivela a Innocenzi in una telefonata intercettata: "Volevano farmi un attentato accostando una macchina alla mia nel percorso da casa a palazzo Chigi". Minacce anche alla famiglia di Ghedini. Il commissario Agcom: "Mai avuto pressioni"


Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Altro che chiusura di Annozero, altro che intercettazioni col «botto». Di esplosivo c’è ben altro nell’inchiesta di Trani. Nel tentativo di dimostrare le indebite pressioni di Silvio Berlusconi sul membro Agcom Giancarlo Innocenzi, il pm è costretto ad allegare un’intercettazione agghiacciante del novembre scorso. Nella quale il premier, stanco del clima di odio e delle trasmissioni televisive che lo alimentano, rivela al suo interlocutore di essere stato oggetto di un progetto d’attentato con un’autobomba a Roma. 

L’ATTENTATO A ROMA
Berlusconi: «Ecco io farei così, io ho parlato con il direttore Masi e con tutti i nostri uomini, perché ho fatto uno studio sulle televisioni europee, non c’è nessuna televisione europea in cui ci sono questi pollai. E allora perché noi dobbiamo avere queste fabbriche di fango e di odio. Sono dovuto stare un giorno chiuso a Palazzo Chigi, dormirci la sera prima e la sera dopo». Innocenzi: «Già, ho letto sui giornali...». B: «Perché sai, è venuto fuori che volevano farmi un attentato accostando una macchina alla mia nel percorso da casa mia a Palazzo Chigi, allora ti domandi... 

Oggi Ghedini ha ricevuto una cosa con cinque pallottole in cui gli dicono che lo aspetta un caricatore intero, che sarà per lui, per sua moglie, per sua sorella, per suo figlio, che sanno dove va a scuola suo figlio che sanno dove va a giocare e gli hanno praticamente rovinato la vita». I: «Allucinante, ma è questo perché caricano sempre di odio...». 

I PROIETTILI A GHEDINI
B: «E allora non si può più vedere i Di Pietro che fanno quella faccia in televisione, non si può più avere poi un pubblico di parte con quello che dice applausi e questi che approvano quando c’è una cosa che è contraria al vero e soprattutto la Rai non può accettare di non avere più canone perché la Rai con queste trasmissioni fa sì che la gente dica io non pago più il canone perché non voglio che i miei soldi siano andati a Santoro o a Floris». I: «No ma guarda». B: «Ecco, non quello, fammi finire, quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia un’azione che consenta che sia da stimolo alla Rai per dire chiudiamo tutto». 

COSENTINO E CASINI
B: «Ma non solo su Santoro. Apritelo su tutte le trasmissioni di questo tipo». All’inizio di questa stessa telefonata il premier si sofferma a parlare del tiro a bersaglio, senza contraddittorio sul sottosegretario Nicola Cosentino, passando poi a disquisire sull’atteggiamento attendista del membro Agcom, Magri, il cui voto decisivo Berlusconi prova ad ottenere per il tramite di Pier Ferdinando Casini. B: 

«Ecco, è a dir poco grave anche il fatto che facciano un processo ad uno (Cosentino, deputato del Pdl sott’inchiesta per fatti di camorra, ndr) è gravissimo che qua non ci sia nessuno che lo difenda, che quindi non ci possa essere nessun contraddittorio, è grave che facciano interpretare da degli attori delle cose che risalivano tra l’altro ad almeno dieci anni fa». I: «Mi sono incontrato anche con Ferri (Cosimo Ferri, membro del Csm, ndr), con Cosentino ed abbiamo messo insieme un gruppo di persone... ecco... ti abbiamo cercato appunto per dirti questo, cioè che abbiamo messo insieme un gruppo di giuristi amici di Ferri e abbiamo analizzato tutte e cinque le trasmissioni dove abbiamo riscontrato che ci sono tutta una serie di infrazioni abbastanza gravi. 

Lunedì io assieme a... purtroppo, però, mi manca Magri perché sai a Magri… gli ho già parlato... è molto titubante». B: «Allora adesso io parlo con Casini». I: «Bravo». B: «Che vuol venire con me... ha fatto una stronzata ieri ha detto che è una porcheria quella legge lì... Vabbè comunque adesso io (a Casini, ndr) gli parlerò di Magri, ma ti dico subito che io non andrei più addosso alla singola trasmissione in modo...».

IL RUOLO DI NAPOLITANO
I: «Guarda io ti dicevo, avevo fatto già una riunione con Gorla, con Cosimo Ferri con Romani e io per mettere un po’ a fattor comune, perché il problema vero è che poi ognuno va per i cazzi propri, come sempre facciamo noi. 

Cosimo ha messo in piede questo tipo di giuristi, lunedì io ho già detto al segretario generale, a Calabro che i quattro nostri fanno subito una denuncia all’autorità, noi chiediamo l’apertura dell’istruttoria non solo per l’aspetto specifico di Cosentino, ma per tutto il seguito delle trasmissioni, le abbiamo analizzate tutte, quindi ormai è un crescendo continuo da parte sua (di Michele Santoro, ndr). 

In più c’è un codice che abbiamo varato noi, che impedisce la rappresentazione di processi in tv, per altro avallato dal Csm e anche dal presidente Napolitano, con il plauso di Napolitano, oltre che del Csm, e lui in spregio totale continua a sbattersene i coglioni allora l’idea nostra è che con martedì noi cominciamo ad aprire il fuoco a tutto spiano». B: «Ma non solo su Santoro. Apritelo su tutte le trasmissioni di questo tipo». 

IL VERBALE DI INNOCENZI
Il 17 dicembre scorso, invece, Giancarlo Innocenzi, membro dell’Agcom, viene convocato in procura a Trani come persona informata sui fatti. Innocenzi non capisce dove i magistrati vogliono andare a parare. E con fermezza, nega tutto. Smentendo di fatto - così sostiene la procura di Trani - i contenuti delle intercettazioni con Silvio Berlusconi. 

Ecco il passaggio saliente del verbale. Procura: «Signor Innocenzi, lei ha mai ricevuto da altri, proprio in virtù del ruolo istituzionale che lei ricopre, richieste di interventi, e dunque di intervenire presso i dirigenti Rai per smorzare o comunque non fare diffondere informazioni di pubblico interesse?» Innocenzi: «No, mai». P: «Ne è sicuro?». I: «Assolutamente sì». P: «Un’altra cosa dottor Innocenzi. Abbiamo appreso dai giornali che ultimamente la Rai avrebbe deciso di sospendere alcune trasmissioni di pubblico interesse in tema di attualità. Lei, dottore, si è mai interessato a questa questione?». 

«NESSUNA PRESSIONE»
I: «Allora. Voglio precisare che non è tra le competenze dell’Agcom quella di imporre la sospensione di programma, neanche la Rai può sospendere questo tipo di programma ma solo dare indicazioni sulle linee guida da segire. In merito, proprio nel consiglio tentutosi ieri (16 dicembre, ndr) presso l’Agcom, al quale hanno partecipato oltre a me il presidente Calabrò, Savarese, il professor Mannoni, il senatore Magri, il senatore Napoli, il senatore Lauria e l’avvocato Sortino, è stato deliberato di rinviare al neocostituito «comitato dei processi in tv» (composto dai rappresentanti di tutte le emittenti televisive, dalla Federazione editori, dall’Ordine dei giornalisti, dalla Federazione nazionale della stampa e dal Csm) la valutazione in merito alla raffigurazione dei processi in alcuni programmi televisivi per valutare se ci sono violazioni al codice di autoregolamentazsione del processo in tv». P: 

«E...». I: «E contemporaneamente, nella stessa seduta è stato stabilito che l’Agcom avviasse una istruttoria per valutare se i programmi del servizio pubblico violino le norme previste dal contratto di servizio dal testo unico della televisione. Entrambi in provvedimenti sono stati votati all’unanimità. Nella stessa seduta è stato deciso di convocare il direttore generale (Mauro Masi) e il presidente della Rai, (Paolo Garimberti) dopo le vacanze natalizie per investirli delle problematiche di cui sopra». P: «In relazione alla domanda precedente, in particolare in relazione ai programmi tv aventi ad oggetto i processi in televisione, ha ricevuto pressioni di qualsiasi tipo?». I: «Assolutamente no». P: «Ne è proprio sicuro?». I: «Assolutamente sì».




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Errani, il governatore Pd che ripudia il fratello

di Stefano Filippi

Il presidente dell’Emilia Romagna equipara sposi e coppie di fatto, ma in privato non ha mai voluto frequentare il figlio segreto del padre Ezio.  Abbandonato dalla famiglia, dopo 65 anni il tribunale solo ora stabilisce la verità





Massa Lombarda - Vasco Errani, governatore democratico dell’Emilia Romagna, ha un fratello segreto. Un congiunto che conobbe da ragazzo e poi non ha più visto né voluto vedere, di cui non ha mai parlato in pubblico, quasi fosse una vergogna o un peso. 

Non ha mai stretto la mano a sua moglie, non ha abbracciato i suoi figli e i suoi nipotini. Non si è mai interessato se fosse in buona salute, quale lavoro facesse, se avesse bisogno di soldi. Ha ignorato il suo dramma, la vita dolorosa di un ragazzo ripudiato da due padri, marchiato alla nascita come «figlio di N. N.», vissuto in un orfanotrofio fino ai 19 anni, accolto freddamente in casa Errani e da lì cacciato ancora una volta. 

Il fratello negato si chiama Luciano Arlati e vive a Imola. Quest’uomo alla ricerca di se stesso e di chi gli diede la vita, ancora oggi, alla soglia dei 65 anni, nella Massa Lombarda che è patria sua come dell’intera dinastia Errani (il sindaco è la nipote di Vasco, Linda, figlia dell’altro fratello Giovanni), per la strada e alla bocciofila viene apostrofato con quattro cognomi diversi: quello di Errani, quello della mamma, quello del marito della madre (che lo disconobbe), e quello affibbiatogli dal tribunale di Ravenna quando aveva pochi mesi. Dal febbraio scorso una sentenza del medesimo tribunale riconosce in via definitiva la paternità naturale di Ezio Errani, morto nel 2000.

Pare che Vasco e Giovanni pretendano dal fratello la firma sotto una liberatoria in cui egli rinuncia a ogni diritto patrimoniale. Sembra dicano: ok, sei stato riconosciuto, puoi fregiarti del nostro riverito nome, adesso torna da dove sei venuto. 

Il governatore Vasco Errani è prodigo di elargizioni regionali verso la cooperativa Terremerse di cui il fratello Giovanni era presidente. Il politico Vasco Errani è aperto a tutto il «nuovo» in tema di diritti civili: la legge finanziaria dell’Emilia Romagna equipara sposi e coppie di fatto nelle graduatorie per l’assistenza agli anziani, nell’accesso ai servizi sociali, alla sanità, al prestito d’onore. L’uomo Vasco Errani è un totem insensibile ai traumi subiti dal fratello Luciano. 

È una storia della guerra, quella di Arlati. Venne al mondo che il conflitto era appena finito. Sua madre, Maria Gianstefani, rimase incinta che aveva due figli adolescenti e un marito sul fronte africano. Suo padre, Ezio Errani, era un trentenne senza legami che approfittò della promiscuità e dello smarrimento in cui si tirava a campare nelle campagne della Bassa ravennate dove erano sfollati. 

Quando nacque, il 12 giugno 1945, Luciano non trovò nessun papà ad accoglierlo. Errani, che pure aveva vissuto qualche mese assieme alla compagna incinta, non volle saperne. Il marito tradito, il reduce Dino Lusa, lo disconobbe e qualche mese dopo abbandonò il tetto coniugale. La legge di allora impediva alla madre di riconoscere la prole nata fuori dal matrimonio. Così al «figlio della colpa» fu tolto il cognome di famiglia e gliene fu appioppato uno di fantasia. Per due anni si era chiamato Lusa, ora diventava Arlati. 

La mamma lo tenne con sé. Vivevano in una casa di fortuna a Massa Lombarda assieme alla famiglia della sorella Dea, che era già sposata. A sette anni Luciano fu spedito in un collegio per orfani a Imola. Vi rimase 12 anni sempre con gli stessi vestiti, la stessa mantellina nera, lo stesso marchio di infamia: un «esposto», un figlio di N. N. Mai che Ezio Errani si sia fatto avanti, mai nulla che potesse alimentare nel piccolo Arlati il sentore di avere un padre e due fratelli vivi a pochi chilometri da lui. Solo la mamma Maria lo andava a trovare ogni domenica in bicicletta e se lo portava a casa qualche breve periodo in estate.

Luciano lasciò il collegio nel giugno 1964. In ottobre la madre morì. Lui, che nel frattempo aveva trovato lavoro nella Distilleria Mazzari, partì per il militare e al termine andò ad abitare dalla sorella. Fu lei un giorno del 1966 a presentargli una persona che gli voleva parlare.
Era Ezio Errani, cinquantenne, sposato, due figli: Giovanni, classe 1946, e Vasco, nato nel 1955. Guidava una grossa cooperativa agricola del Ravennate, la Cor di Mezzano presso Alfonsine. Era un pezzo grosso del partito comunista, presidente della commissione morale della sezione di Massa Lombarda. 

Luciano fu accolto con freddezza in quella rigida famiglia patriarcale. Per Luciano fu uno choc doppio: incontrare improvvisamente suo padre e scoprire che la sua nuova casa gli era ostile. Di colpo venne a sapere che la sorella era al corrente di tutto ma l’aveva tenuto sempre all’oscuro. E che a Massa Lombarda molti chiacchieravano ma nessuno aveva mosso un dito per aiutarlo. 

Quella porta aperta poteva essere l’inizio di una nuova vita. Ma Luciano Arlati non ricevette mai il calore di quella famiglia, nessun gesto dettato dal cuore, un atto di affetto, un tentativo di farsi carico del suo accidentato percorso di vita. Arlati versava al padre tutto lo stipendio di operaio e ne riceveva quattro soldi che Errani annotava con scrupolo su un foglio. 

Quella gelida convivenza, piena di tensioni e incomprensioni, durò due anni. Nel 1967 Ezio Errani fece capire a Luciano che era meglio se sgombrava. Giovanni lo trattava con distacco, Vasco aveva 12 anni ed era più indifferente. Arlati fu cacciato senza soldi, senza casa, solo con la sua valigia. 

Si sposò e non ebbe più contatti con il padre e i fratelli. In cuor suo nutriva la speranza di poter essere riconosciuto, ma i rapporti si ruppero. Dagli Errani non partì nessun segnale di riavvicinamento, nemmeno una telefonata dopo il 30 dicembre 2000 quando il patriarca Ezio morì senza aver rivisto il figlio abbandonato né aver voluto conoscere nipoti e pronipoti. 

È nel 2006, sei anni dopo la scomparsa del genitore, che Luciano Arlati si decide a intraprendere la via delle aule di giustizia per vedere sancita quella paternità negata. Vasco e Giovanni Errani e la vedova Teresina Geminiani non hanno ostacolato il riconoscimento dello stato di figlio naturale, ma si sono opposti alle sue richieste di contenuto economico che non riguardavano una fetta del testamento ma il fatto che il padre si sia sistematicamente disinteressato al mantenimento di Arlati minorenne. Il tribunale di Ravenna (città dove vive Vasco) ha accolto le indicazioni della famiglia Errani: sì alla richiesta di paternità, no a quella economica.

Arlati non ha presentato appello: non erano i soldi che gli interessavano. Non ne ha mai ricevuti e non ne ha bisogno neppure ora: ha lavorato 40 anni come operaio, ha sempre pagato l’affitto, i due figli sono grandi e laureati, la pensione basta per lui e la moglie Beatrice, i due nipotini sono la luce dei loro occhi. 

La sentenza è diventata definitiva poche settimane fa e l’11 febbraio 2010 la cancelleria del tribunale l’ha spedita all’ufficiale di stato civile del comune di Massa Lombarda, dove è registrato l’atto di nascita di Luciano Arlati. E dove il sindaco Linda Errani firmerà l’annotazione anagrafica che riguarda il suo nuovo zio.




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Caso Claps a una svolta: i resti in chiesa a Potenza "E' Elisa, sparita nel '93"

di Redazione

Il corpo murato nel sottotetto nella chiesa Santissima Trinità è quello della studentessa 16enne scomparsa nel '93. Lo conferma il questore. Un paio di occhiali ha permesso il riconoscimento, Scientifica al lavoro sul dna




Potenza - Il corpo di Elisa Claps, studentessa 16enne scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993, è quello rinvenuto nella chiesa Santissima Trinità, nel centro della città. Ad avvertire la polizia sono stati gli operai di un’impresa che sta eseguendo dei lavori di manutenzione all’edificio. Sul posto sono stato fatti arrivare anche i genitori di Elisa Claps per cercare di individuare particolari utili al riconoscimento. Si parla in particolare di un occhiale che sarebbe appartenuto alla ragazza e trovato vicino al corpo. La polizia Scientifica di Bari ha prelevato un campione dei resti per confrontare il dna. Poi la conferma ufficiale del questore, Romolo Panico, i resti ritrovati sono quelli della 16enne scomparsa.



I rilievi della scientifica Proprio la chiesa in via Pretoria è l’ultimo luogo in cui di certo è stata vista prima che se ne perdessero del tutto le tracce. Gli inquirenti stanno operando nel massimo riserbo. Oltre ai resti umani, che sono mummificati, sono stati trovati degli effetti personali tra cui un paio di occhiali. Elisa Claps portava occhiali. Le attività di indagine sono proseguite tutta la mattina e sono ancora in corso. I resti umani sono stati trovati in un sottotetto dove degli operai stavano facendo dei lavori per evitare infiltrazioni di acqua. Segue tutto di persona il procuratore di Potenza, Giovanni Colangelo, insieme al questore di Potenza.

Un mistero lungo 17 anni Un mistero lungo 17 anni quello di Elisa Claps, la ragazza di Potenza che scomparve nel nulla, senza lasciare tracce, il 12 settembre del 1993. Le ricerche scattarono subito ma della giovane, che allora aveva 16 anni, non sono mai approdate a nulla. Quel giorno - era una domenica - Elisa fu vista viva l’ultima volta nella chiesa della Santissima Trinità, in via Pretoria, intorno a mezzogiorno. Poi su di lei calò il più fitto mistero. Ed è proprio dalla chiesa della Trinità che a distanza di tanto tempo sono ripartiti gli investigatori, arrivando alla clamorosa scoperta di resti umani pressocchè mummificati, ed effetti personali, tra cui un paio di occhiali. Resti che saranno sottoposti ad esami e sofisticatissimi test dagli esperti della polizia Scientifica di Bari, che si stanno recando sul posto. L’ultimo ad aver visto in vita la giovane fu il potentino Danilo Restivo.

Le carte processuali Un particolare importante che emerge dalle carte processuali del giudizio che si celebrò dopo la scomparsa della ragazza, nei confronti di un’amica di Elisa, Eliana De Cillis, di un altro giovane, Eris Gega, e dello stesso Restivo, che poi fu condannato per falsa testimonianza. L’inchiesta sul caso Claps ripartì da zero due anni fa. Così negli scorsi mesi sono state effettuate delle ricerche anche con apparecchiature tecnologiche che sono in grado di ’leggerè all’interno di corpi compatti cementizi la presenza di cavità o di nicchie, un radar utilizzato per trovare i covi dei latitanti e dei criminali ma in ipotesi anche per trovare anfratti dove occultare un cadavere. 

La stessa famiglia Claps da tempo non ha più la speranza di trovare viva Elisa e concentra tutti i suoi sforzi nel tentativo di fare giustizia e di dare un nome ed un cognome a chi l’ha fatta sparire. Il caso-Claps è un’indagine complessa perché troppi elementi, a volte contrastanti, sono sul terreno. Nemmeno questi accertamenti tecnologici hanno dato riscontro. Oggi la possibile svolta.

Intrecci strani e misteri Negli ultimi anni la vicenda di Elisa Claps si è intrecciata da un punto di vista investigativo con l’omicidio di una sarta, Heather Barnett, avvenuto a Bournemouth, nel Dorset, 200 km a sud di Londra. Fu trovata morta il 12 novembre del 2002 dai figli che rientravano a casa da scuola. Era nel bagno, con la testa fracassata, il seno mutilato e due ciocche di capelli non suoi nelle mani. Per questo omicidio tempo dopo è stato fermato ed interrogato il potentino Danilo Restivo che nel frattempo si era trasferito oltre la Manica per rifarsi una nuova vita, lontano da Potenza. Le indagini della polizia del Dorset sono sempre aperte e non hanno ancora portato ad un’incriminazione. La polizia inglese ha fatto un sopralluogo anche in Basilicata a conferma del legame che viene attribuito al caso di Elisa Claps. Nonostante tutta questa attività, anche l’inchiesta inglese finora non ha portato a degli esiti.




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Minacce a Pupo sul blog "Nano, hai le ore contate se non ripudi il principe"

Quotidianonet


Il cantante-conduttore denuncia: "Non è più sopportabile che, attraverso internet e nascondendosi dietro l'anonimato, chiunque si permetta di mettere in pericolo l'incolumità delle persone"


Roma, 17 marzo 2010

"Hai le ore contate. Stiamo lavorando per te, per rovinarti, schifoso. Stiamo cercando le prove....e alcune le abbiamo già trovate. Quando saremo pronti faremo scoppiare il 'bubbone' e tu sarai finito come uomo e come clown...". Questo un passaggio del messaggio intimidatorio che è giunto ieri sul blog di Pupo affinché interrompa la sua collaborazione artistica con il principe Emanuele Filiberto.

Le minacce non sono state pubblicate sul sito perché il mediatore che ne regola i contenuti le ha bloccate. Il cantante-conduttore, però, le ha rese ugualmente pubbliche spiegando di aver sporto denuncia "al comando reparti speciali della Guardia di Finanza" che si occupano di frodi telematiche.

Il testo integrale del messaggio recita: "Ancora non ti vergogni, nano malefico.... Tu e quel bastardo del principe. Sei un morto di fame, che si è accontentato di qualche proprietà del principe e dei suoi soldi per farlo sfondare in TV. Vergognati, nano schifoso! La mattina, quando ti radi, ti guardi allo specchio? Ma hai le ore contate. Stiamo lavorando per te, per rovinarti, schifoso. Stiamo cercando le prove....e alcune le abbiamo già trovate. Quando saremo pronti faremo scoppiare il »bubbone« e tu sarai finito come uomo e come clown. Ripudia pubblicamente il principe e torna a comportarti correttamente...o saranno guai...Sprofonderai nel baratro dal quale provieni, tu e quel bastardo del principe....e appena puoi, rinuncia alla cittadinanza italiana, non sei degno di essere italiano!!!!!!! Non vediamo l’ora di colpirti a dovere.....Hai poco tempo ormai...".

"Non è più sopportabile che, attraverso internet e nascondendosi in modo codardo dietro l'anonimato, chiunque si permetta di mettere in pericolo l'incolumità delle persone", ha detto Pupo.




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Osama e il mullah Omar? Sono venuti a scuola da me"

La Stampa

L'ufficiale che addestrò i futuri taleban contro l'Unione Sovietica: «L'America mi adorava, adesso sbaglia: a Kabul sarà sconfitta»



FRANCESCA PACI


RAWALPINDI (PAKISTAN)


C’è stato un tempo in cui le prodezze del mullah Omar riempivano d'orgoglio l’amico americano. Il colonnello Imam era lì: «Era l’86 o l’87, insegnavo ai giovani studenti delle madrasse afghane come usare gli Rpg, lanciarazzi portatili per cui devi avere spalle e orecchie forti. Il deputato texano Charlie Wilson voleva seguire il training e venne in un campo d’addestramento mujaheddin. Quando li vide all’opera, ragazzini che senza alcuna esperienza caricavano e tiravano con precisione, si entusiasmò, non smetteva più di saltar loro intorno esclamando “Wonderful!"». Sessantacinque anni, due terzi dei quali trascorsi tra l’esercito pakistano e i servizi segreti Isi, Amir Sultan Tarar detto il Colonnello Imam è l’uomo che negli Anni 80 reclutò, formò e armò con i soldi degli Stati Uniti quasi tutti i futuri signori della guerra, Gulbuddin Hekmatyar, Ahmed Massoud, Jalaluddin Haqqani, il mullah Omar.

Per scovarlo bisogna venire a Rawalpindi, quartier generale delle forze armate, una ventina di chilometri a sud di Islamabad, dove il padre dei taleban vive ritirato da quando ha lasciato definitivamente l’Afghanistan alla fine del 2001 passando da grande eroe a nemico giurato di Washington. «Non ho paura di parlare, gli americani conoscono il mio valore, è anche grazie a me se sono così potenti», esordisce attraversando la hall dell’hotel Pearl Continental, portamento marziale, barba florida, giacca occidentale sulla tunica bianca come il turbante intorno al capo. All’inizio riluttava ma ora, compiaciuto, si siede davanti a una tazza di tè. Spalle al muro.

Chi sta vincendo questa nuova guerra in Afghanistan? 
 
«L’America non è un Paese qualsiasi, è una superpotenza che combatte con gli alleati della Nato e Bush credeva di risolvere la questione in tre settimane. Sono passati nove anni, l’America non sta vincendo. Neppure i mujaheddin possono trionfare contro un avversario così forte, ma possono fiaccarlo. Gli americani sono stanchi come lo erano i russi che, pur essendo soldati migliori sul campo, hanno ceduto a problemi economici interni. Succederà anche stavolta. Come spiega il manuale di guerriglia su cui studiò Che Guevara e che mi diede la Cia, per vincere servono tre cose: una leadership locale, una causa forte, il sostegno popolare. Tutto ciò che oggi ha il mullah Omar».

Come è diventato uno degli artefici della disfatta sovietica? 
 
«Un Paese musulmano indipendente era stato occupato dall’Urss e noi, come vicini, avevamo il dovere religioso d’intervenire, comunque andasse. Non immaginavamo che l’Afghanistan, piccolo, senza soldi né tecnologia potesse compiere quel miracolo. Ma il popolo afghano ha la forza della convinzione. Se bastasse la tecnologia, gli Stati Uniti avrebbero vinto in Vietnam, dove hanno speso 35 miliardi di dollari. Invece per battere l’Armata Rossa gliene sono bastati 5, un terzo dei quali pagati da paesi musulmani come l’Arabia Saudita. E non hanno avuto vittime. Gli afghani sì, con la loro volontà di combattere hanno sopportato un milione e mezzo di morti».

Quando ha cominciato a lavorare per Washington? 
 
«Ero stato varie volte negli Stati Uniti per tenere corsi ai marines, alle forze speciali, alle truppe d’assalto. Sono soldati validi, hanno tecnologia, denaro, buona salute. Ma non sanno sacrificarsi, le madri piangono la loro morte. Gli afghani invece possono dare la vita per una causa giusta e gioirne, per questo riescono sempre a cacciare lo straniero».

Nell’89 però, l’aiuto del Pentagono fu determinante.
 
«I primi anni, dal ’79 all’82, facemmo da soli. Poi alla Casa Bianca arrivò Reagan e l’America cominciò a sostenerci. Ci passava qualsiasi cosa chiedessimo, esplosivi, cibo, armi, veicoli. Io ero responsabile del training, un’unità piccola ma centrale, in dieci anni ho formato 95 mila mujaheddin, soldati eccezionali. Se i miei uomini, militari pakistani d’élite, avevano un rendimento del 70%, loro davano risultati del 100 per cento».

È lì che ha conosciuto il mullah Omar? 
 
«Nel 1984 Omar non era nessuno. O meglio, era tra i combattenti migliori, non sposati, forti, coraggiosi. Ma non era un leader. Fu ferito a un occhio e andò a curarsi a Karachi, altri andavano in America. Lo rividi nel 1994 quando ero console generale a Herat, lo chiamavano Emiro. Mi disse che era stato mio allievo».

E Osama Bin Laden, incontrò anche lui? 
 
«Incontrai Osama e gli altri. In quegli anni arrivano centinaia di giovani dalla Cina, dall’Egitto, dall’India, dall’Italia. Volevano aiutare gli afghani e Osama era tra loro. Gli americani ne erano felici. Quando finì la guerra molti di loro partirono, i duemila che restarono si sono integrati e ora sono lì. Ma attenzione, i taleban sono diversi da al Qaeda, sono musulmani semplici. Gli afghani non condividono la centralizzazione del governo che sogna al Qaeda, hanno un’agenda locale. Al Qaeda avrà 20 persone in Afghanistan. Dov’è il resto? Negli Stati Uniti».

Da eroe degli Stati Uniti a antiamericano doc: cosa le è successo? 
 
«Mi piacciono i soldati americani, la gente, mi piace l’America. Custodisco nel mio studio il pezzo di muro di Berlino che la Casa Bianca mi mandò nel dicembre dell’89 con una targa che diceva “Al Colonnello Imam che ha aiutato a dare la spinta finale". Ma i politici no, Bush e Obama sono la stessa cosa. Hanno usato gli afghani contro i sovietici per abbandonarli quando avevano bisogno di scuole, acqua, infrastrutture».

Cosa avrebbe consigliato a Washington se fosse stato interpellato all’indomani degli attentati dell’11 settembre? 
 
«Avrei suggerito di cercare prove inconfutabili e portarle all’Onu. Il mullah Omar non rifiutò di consegnare Osama ma chiese l’evidenza della sua colpevolezza. L’America invece ha voluto fare da sola». Quel giorno il Colonnello Imam ha messo nel cassetto il berretto verde, prestigioso dono degli ex amici, e si è avvolto sul capo il berretto taleban bianco.




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Gli archeologi del flipper

La Stampa

A caccia di reperti per costruire il primo museo italiano



FRANCO GIUBILEI

BOLOGNA

Fino agli anni Settanta non c’era bar in Italia che non avesse il suo bravo flipper, con le sue lucine intermittenti, la grafica sgargiante e quel rumore inconfondibile della pallina che sbatteva da una parte all’altra della macchina. La moda era talmente diffusa in Europa e negli Usa, che gli Who nel 1969 edificarono un’opera rock intorno a un’immaginaria star del «pinball», Tommy, che non sentiva, non parlava e non vedeva ma in compenso giocava da dio a flipper. Poi sono arrivati videogiochi e slot, i cassettoni metallici multicolori sono stati spazzati via e con loro un pezzo di storia dell’intrattenimento, ma anche dell’arredo e dell’immaginario pop di un’epoca cominciata negli States nel secondo Dopoguerra.

I giochi estinti

Come tutti i pezzi celebri ridotti a ferrivecchi dal nuovo che avanza, intorno a quegli stessi flipper negli ultimi anni è cresciuta una passione che sa di nostalgia, modernariato e fascino dei tempi andati. A Bologna, da quindici anni l’associazione Tilt raccoglie pinball e altri giochi ormai estinti con l’obiettivo dichiarato di creare un museo del flipper, sul modello di quelli già esistenti negli Usa: di recente hanno trovato ascolto da parte di Provincia e Comune, quindi il progetto si è temporaneamente incagliato a causa del crollo della giunta Delbono. «È solo questione di tempo, o almeno lo speriamo, ma abbiamo già individuato una sede e dovremmo riuscire ad aprirlo», dice il presidente di Tilt Federico Croci, in questi giorni a Rimini per la fiera del gioco Enada.

La caccia ai pinball di ogni periodo, ma soprattutto a quelli di fabbricazione italiana, è la ragione di vita dell’associazione, che finora è riuscita a mettere insieme 500 macchine: oltre a 400 flipper ci sono i nonni dei moderni videogiochi, fra cui il primo esemplare del 1971, e poi mini-bowling, simulatori di guida e giochi col fucile, tutta roba ormai introvabile. Sono la storia del flipper e la sua salvaguardia però il chiodo fisso di quelli di Tilt, 60 soci a Bologna e 400 in tutto il mondo.

Fra i pezzi rari della collezione per esempio c’è l’antenato del pinball, cioè la bagatella, un piano inclinato con fori e percorsi obbligati su cui veniva lanciata la pallina, secondo uno schema vecchio di qualche secolo: «L’esemplare più antico che abbiamo noi è un modello del 1871, americano, che è anche il primo con cui è stato brevettato il lanciabiglie», spiega Croci. Appartengono allo stesso genere alcuni modelli italiani degli Anni Dieci. E poi c’è il primo flipper vero e proprio, classe 1947 e di fabbricazione americana, che deve il suo nome alla presenza delle palette con cui il giocatore rilancia la pallina col pulsante (paletta in inglese è appunto «flipper», ndr).

La storia del pinball in Italia comincia con i primi pezzi abbandonati nelle basi militari americane alla fine degli anni Quaranta, prosegue con l’arrivo delle macchine usate dalla Francia e dalla Germania nel decennio successivo, ma ha un precedente significativo già sotto il fascismo, quando Mussolini vietò gli antesignani dei flipper perché venivano prodotti negli Usa: «Sono stati ribattezzati “Bigliardino dell’Italia redenta” e rimessi in circolazione, noi ne abbiamo uno degli Anni Trenta», racconta il presidente di Tilt.

Neanche nel Dopoguerra il gioco ha avuto sempre vita facile: negli anni Sessanta, il periodo di massima espansione commerciale del pinball in Italia, fu il governo a promuovere una legge che vietava tutti i giochi tipo flipper, classificandoli come d’azzardo perché si vinceva una partita. «Era il 1965 quando Giulio Andreotti ha firmato il provvedimento – ricorda Croci -, allora le ditte Usa, per aggirare l’ostacolo, hanno fatto cancellare la scritta flipper da tutte le macchine sostituendole con “nuovo bigliardino elettrico”, eliminando la possibilità di vincere partite o palline». La crisi vera, dopo un boom durato fino agli anni Settanta, quando i flipper elettromeccanici furono rimpiazzati da quelli elettronici, è arrivata negli anni Ottanta, con l’arrivo dei videogiochi, per trasformarsi in catastrofe con l’avvento delle slot-machine, che dal 1995 cancellarono i pinball dai locali italiani.

E così i gloriosi flipper sono finiti ad arrugginire nei magazzini, e lì sono rimasti finché gli appassionati non hanno cominciato l’opera di recupero e di restauro. Non è solo questione di collezionismo: gli aficionados a scadenze fisse si affrontano in campionati veri e propri, come quello italiano il prossimo 10 aprile a Rovigo, quello europeo a Zurigo in ottobre e i mondiali americani in programma a maggio.




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Pronto, Casini» Lettori stufi per le chiamate di Pierferdi

di Redazione

«Buongiorno, sono Pier Ferdinando Casini...». Inizia così la telefonata registrata che da qualche giorno sta facendo squillare i telefoni di casa di gran parte dei liguri. Un disco rotto che invita a scegliere la lista dell’Udc per le prossime elezioni regionali in Liguria e appoggiare uno dei candidati schierati con lo scudocrociato. Una chiamata che si conclude con un messaggio chiaro: «Per cambiare scegli l’Udc e vota Claudio Burlando».

Una telefonata che ha fatto venire diversi ma di pancia ai lettori del Giornale, alcuni dei quali hanno contattato la nostra redazione: chi per lamentarsi di essere stato «disturbato» dalla chiamata di Pierferdi, chi per contestare gli slogan del leader centrista. «Ma come cambiare con Burlando? Questi sono stati in giunta con lui negli ultimi due anni e ora fanno finta di essere discontinui? E, soprattutto, chi è il presidente della Regione uscente?». Non solo, c’è anche chi ha provato a contattare la sede dell’Unione di centro dopo aver ricevuto a casa il programma del partito insieme alle brochure elettorali di Rosario Monteleone.

Anche qui si parla di discontinuità con il passato e di un programma elettorale che è totalmente differente rispetto a quanto attuato negli ultimi cinque anni dalla giunta Burlando: «Ho chiamato anche la segreteria di Monteleone perché mi sarei voluto confrontare con lui e chiedergli perché si presenta con un programma simile insieme alla sinistra che non gli farà fare mezza di quelle cose che ha scritto - sostiene un lettore -, ma non sono riuscito a parlare con lui, solo con una segretaria».
Intanto, sempre sul filone telefonate, un altro lettore ha chiamato lamentando di non essere sull’elenco del telefono e di avere comunque ricevuto la chiamata del presidente dell’Udc: «Mi sembra una violazione della privacy, io il mio numero di casa non l’ho mai dato in giro».



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Il Cavaliere chiamò i carabinieri «Santoro vi offende, fate un esposto»

Corriere della Sera


E in una telefonata a Innocenzi: «Clima di odio, volevano ammazzarmi»



TRANI—Un giorno fra fine ottobre e metà novembre del 2009. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è infuriato perché Annozero di Michele Santoro «non fa che trasmettere puntate contro di me», dice. Si lamenta con più di un interlocutore. Soprattutto con chi crede che possa risolvergli il «problema Santoro» facendo qualcosa che blocchi la sua trasmissione.

A un certo punto chiama il generale di Corpo d’Armata Leonardo Gallitelli. Il presidente del Consiglio vorrebbe che il generale firmasse un esposto contro Santoro per le parole anticarabinieri pronunciate durante Annozero. Ma di quella telefonata non c’è traccia da nessuna parte.

Non è agli atti semplicemente perché né Berlusconi (indagato per concussione e minaccia) né il generale sono intercettati. Per il generale non ce ne sarebbe motivo, per il capo del governo, sebbene sott’inchiesta, non è possibile procedere alle intercettazioni se non c’è un’autorizzazione formale della Camera (mai chiesta).

La telefonata a Innocenzi
Però è intercettato Giancarlo Innocenzi, il commissario dell’Agcom che nell’inchiesta di Trani è indagato per favoreggiamento. E il Cavaliere lo chiama. «Ho parlato con Gallitelli per la storia dell’esposto » gli spiega. «Allora va bene, ti chiamerà lui». Effettivamente il giorno dopo Gallitelli chiama Innocenzi, anche perché è difficile, se sei un generale dei carabinieri, non fare la cortesia di una chiamata chiesta dal presidente del Consiglio. La chiamata c’è. Quello che non c’è è l’esposto di Gallitelli che, stando ai fatti, non esaudisce il desiderio del presidente.

Il pressing e Masi
E’ un’altra puntata della «strategia » del premier per cercare di neutralizzare Santoro. E Innocenzi, come dimostrerebbe più di una telefonata, si prende ogni volta l’impegno di aiutarlo senza riuscire nell’intento. Il pressing di Berlusconi è tale da far dire al presidente della Rai Mauro Masi (poi aggiornato sulle telefonate, perfino sugli insulti del premier contro Innocenzi) commenta: «Pressioni così manco nello Zimbabwe ».

Eppure Masi, anche se riluttante, si dà molto da fare per non scontentare il presidente. Fin troppo, sono convinti in Procura, dove due giorni fa hanno acquisito agli atti le carte che lo stesso Michele Santoro ha messo nelle mani dei pubblici ministeri durante la sua deposizione. E’ lo scambio di lettere fra lui e il presidente Rai e gli inquirenti sembrano avere da quelle carte una sorta di conferma del «ruolo attivo» di Masi nelle azioni anti-Santoro. «La situazione del presidente Rai» confida uno di loro «è compromessa ».

I contatti con Letta
Dall’inchiesta di Trani emergono ogni giorno nuovi dettagli, altri stralci di intercettazioni. Gli ultimi riguarderebbero il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta: una telefonata di inizio dicembre 2009. E’ Innocenzi che telefona al sottosegretario dopo aver ricevuto una sfilza di chiamate dal presidente del Consiglio e averne fatte altrettante nel tentativo di mettere a punto le sue richieste. Innocenzi spiega a Letta i passaggi fatti fino a quel momento.

«La Vigilanza sa tutto... Masi, sa tutto l’Autorità». Dice che ha «fatto fare a due amici magistrati tutta l’analisi». Insomma: il «pacchetto anti-Santoro » è pronto. Innocenzi spiega a Letta che «ho dato tutto a Mauro » (secondo la Procura Mauro Masi) e gli dice che però Mauro vuole pararsi le spalle: quel che serve è che Calabrò, il presidente dell’Authority delle comunicazioni, dica a Santoro: «Niente trasmissione, non la puoi fare». Letta non commenta con approfondimenti. Sembra liquidare il suo interlocutore e taglia corto: «Va bene, lo cerco». In sostanza deve cercare Calabrò e convincerlo a fare il passo forte che vuole Mauro Masi.

Le lamentele
Ancora una volta Innocenzi telefona a Masi. E si lamenta di come Berlusconi lo tratta. «Mi manda a quel paese ogni tre ore», confida al presidente Rai. «Mi insulta. Mi dice che l’Agcom si deve vergonare, che è una barzelletta». Masi raccoglie gli sfoghi e ogni volta prova ad aiutare l’amico vessato. Ma non intende scoprirsi senza motivo: o c’è la carta giusta, l’esposto, l’ordine dell’autorità giusta, oppure lui non fa niente.

La puntata su Mills
L’ordine giusto non arriva. Santoro manda in onda la trasmissione sul caso Mills e Berlusconi va su tutte le furie. Chiama Innocenzi e lo riempie di insulti. Il commissario Agcom cerca di difendersi come può: «Sono anche andato da Calabrò incazzato come una biscia» cerca di giustificarsi. Ma il Cavaliere non si contiene. E chiede di fermare quantomeno la trasmissione del giovedì successivo: «Giovedì sera c’è il processo Spatuzza, voi non riuscite veramente a fare questa roba...». E’ un altro tormento per Innocenzi. Che ancora una volta però mette in moto la macchina contro Annozero. Tutto inutile.

Giusi Fasano
18 marzo 2010




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