sabato 20 marzo 2010

Manconi denuncia un nuovo caso Cucchi

Corriere della Sera

Una vicenda avvenuta nel 2008 a Varese: «Un uomo fermato in stato di ebbrezza subì violenze. Poi la morte»
 



MILANO - Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto ed ex sottosegretario alla Giustizia, ha riproposto la vicenda di Giuseppe Uva, una vicenda che, a suo dire, è «un altro caso Cucchi, peggio del caso Cucchi». Secondo la sua denuncia, un 43enne, Giuseppe Uva, sarebbe stato «fermato in stato di ebbrezza alle 3 del mattino del 14 giugno 2008, in una strada di Varese». L'uomo sarebbe poi stato «in balia di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all'interno della caserma di via Saffi» dove, «per tre ore ha subìto violenze, sistematiche e ininterrotte: ecchimosi al volto e in varie parti del corpo, macchie di sangue tra il pube e la regione anale».

Audio - «Quelle telefonate trascurate dall'indagine» di F. Del Rosso
 
TESTIMONE - Manconi riferisce l'esistenza di un presunto testimone che - secondo quanto si legge in una nota - «parla di urla strazianti che si ripetono per ore. L'intervento del 118, sollecitato dal testimone in questione, viene rifiutato dal centralinista della caserma». Alle 5 del mattino - continua il racconto di Manconi - «dalla caserma si chiede l'applicazione del trattamento sanitario obbligatorio per Uva, che viene trasportato prima al pronto soccorso e poi al reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo. Qui, secondo quanto accertato dall'indagine, gli vengono somministrati medicinali incompatibili con l'assunzione di alcol. Morirà alle ore 10.30». Dopo aver fornito questo racconto dei fatti, Manconi si chiede come mai «nonostante le dettagliate testimonianze sulle responsabilità di carabinieri e polizia, in merito alle continue ripetute violenze subite ('un massacro'), si proceda 'contro ignoti'».

APPELLO AL GOVERNO - E dopo la denuncia di Manconi, si muove il Pd. «Chiediamo al governo di sapere cosa sia successo a Giuseppe Uva all'interno della caserma dei carabinieri di Varese e poi all'ospedale di Circolo. Bisogna squarciare qualsiasi velo di omertà nelle istituzioni, soltanto cosi i cittadini possono sentirsi sicuri e rassicurati da queste» ha detto Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati democratici, definendo quello di Uva «un altro dramma inquietante dopo quelli di Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi».

Redazione online
19 marzo 2010(ultima modifica: 20 marzo 2010)







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Lazio, il Consiglio di Stato boccia la lista del Pdl E il vice di Marrazzo dice no al rinvio del voto

di Redazione

Il massimo organo della giustizia amministrativa boccia anche l'ultimo ricorso. E Montino rifiuta la richiesta di posticipare le urne. La Polverini: "Nessuna nuova, buone nouve". Il Pdl: "Decisione singolare". Sgarbi: "Hanno deciso di perdere le elezioni". Bersani: "Vinciamo lo stesso"


Roma - Niente da fare. Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello presentato dal Pdl contro la mancata ammissione della lista provinciale di Roma. In base a questa decisione la lista provinciale del partito è definitivamente esclusa dalle prossime elezioni Regionali. 

Montino dice no Sfoglia la margherita con gli occhi al Consiglio di Stato Esterino Montino. Poi l'ex vice di Piero Marrazzo alla Regione Lazio e ora reggente pro tempore, dopo lo scandalo trans e le dimissioni dell'ex giornalista di Rai3, dice no al rinvio del voto all'11 aprile. Bocciata la richiesta di Vittorio Sgarbi, sottoscritta dal premier Berlusconi, dopo l'accoglimento in ritardo della lista Rete Liberal dell'ex ministro della Cultura. 

Applicato il dl salvaliste La Regione Lazio ha respinto la richiesta di rinvio del voto avanzata da Sgarbi sulla base dell’applicazione del decreto salvaliste. La valutazione dei tecnici della Regione è che, riducendo i giorni di campagna elettorale garantiti da 15 a 6, il provvedimento consente di fare rientrare l’ammissione della lista Rete liberal Sgarbi nei tempi consentiti. 

Le reazioni "Vabbè, votiamo il 28-29 marzo come peraltro previsto. Nessuna novità, buona novità". Così la candidata del Pdl alla Regione Lazio, Renata Polverini, ha commentato con i giornalisti, al termine della manifestazione del Pdl a piazza San Giovanni, il pronunciamento del Consiglio di Stato che ha bocciato la riammissione della lista del Pdl e il no della Regione Lazio al rinvio delle elezioni. 

Il Pdl: "Decisione singolare" La decisione del Consiglio di Stato "è singolare". È il commento, espresso a caldo dal rappresentante elettorale del Pdl e legale del partito Ignazio Abrignani, subito dopo la comunicazione della decisione dei giudici. "È singolare - ha spiegato - che i giudici amministrativi esprimano una valutazione sul fatto che i nostri delegati fossero presenti nell’ufficio elettorale con la prescritta documentazione. 

Quella è una cosa che può giudicare soltanto l’ufficio elettorale stesso. Aspettiamo, però, di leggere le motivazioni del provvedimento". La decisione della Regione Lazio, invece, di respingere la richiesta, avanzata da Vittorio Sgarbi di rinviare il voto, non ha sorpreso il Pdl: "Non c’erano i presupposti - ha detto Abrignani - dal momento che vige il decreto del 5 marzo che riduce i giorni di campagna elettorale a sei". 

Sgarbi furibondo "Con questo hanno perso, hanno dato la vittoria al centrodestra" ha detto Vittorio Sgarbi, candidato alla regione Lazio con la Rete Liberal. "È il fascismo globale, sono dei mascalzoni, delinquenti, peggio dei comunisti: vanno presi a calci in culo. E sono anche pedofili". Sgarbi è una furia. "Sono dei fascisti - aggiunge - hanno deciso di perdere le elezioni". Nei confronti del Pdl, la cui lista oggi il Consiglio di Stato ha deciso di non ammettere bocciando il ricorso presentato, "l’ingiustizia è di sostanza"  sottolinea Sgarbi. "Nel caso nostro - conclude, riferendosi al no al rinvio delle elezioni - dove potrebbero applicare le regole non le applicano". 

Bersani: "Vinciamo lo stesso" "Si è pronunciata, la Corte d’Appello, due volte il Tar, due volte il Consiglio di Stato e ancora Berlusconi dà la colpa ai comunisti e alle sinistre. Noi non abbiamo mai chiesto niente, abbiamo chiesto solo che si rispettassero le regole. Noi in Lazio vinciamo comunque, liste o non liste. Se il Consiglio di Stato ha deciso così, - ha detto ancora - noi rispettiamo la decisione e quindi si andrà a votare". Così il leader del Pd Pierluigi Bersani.

Il Pd: "Si vota il 28 e 29 marzo" "A questo punto la parola va agli elettori: non ci sono più ricorsi da fare, si va alle urne nei termini previsti, cioè il 28 e 29 marzo, senza rinvio". Così Luca Petrucci, uno dei legali del Pd che hanno seguito fin dall’inizio tutta la vicenda del caos liste nel Lazio, commenta la decisione del consiglio di Stato di respingere l’appello presentato dal Pdl per la riammissione alla competizione elettorale della lista provinciale di Roma.




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Sanità pugliese, si cercano conti in Svizzera

Il Secolo xix

Presunti conti correnti bancari aperti in Svizzera e forse serviti per pagare tangenti ad esponenti politici in cambio di favori. E poi il nome dell’ex segretario regionale Ds in Puglia, Michele Mazzarano, che spunta dietro l’omissis inserito dai magistrati nei fascicoli d’inchiesta e che sarebbe l’altro politico, insieme all’ex vicepresidente della giunta regionale pugliese Sandro Frisullo in carcere da giovedì, che potrebbe aver beneficiato di denaro dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini.

Le inchieste della procura di Bari sulla sanità pugliese hanno provocato nel pomeriggio un altro scossone. Mazzarano, dopo aver «appreso con sconcerto dalla stampa» quanto avrebbe detto Tarantini ai giudici, ha deciso di dimettersi da segretario organizzativo regionale del Pd e di ritirare la candidatura al consiglio regionale pugliese. Una decisione, scrive in una nota, presa «con grande sofferenza», ma con la quale - precisa Mazzarano - «non intendo tanto salvaguardare la mia persona, estranea a qualsivoglia sistema tangentizio, quanto contribuire a mantenere indenne da ogni sospetto e da ogni accusa il mio partito e l’intero centrosinistra».

Mazzarano nega «nel modo più fermo e risoluto di essere stato mai destinatario di tangenti», lamentando nel contempo «la gravissima e irresponsabile fuga di notizie in merito a un’accusa non riscontrata dalla stessa magistratura». Intanto i magistrati baresi starebbero dando la caccia a conti svizzeri riconducibili a Tarantini che l’imprenditore potrebbe aver usato, come un serbatoio a fondo perduto, per elargire denaro ai politici. Della presenza di un conto corrente in Svizzera aveva parlato in un interrogatorio anche un collaboratore di Tarantini, Alessandro Mannarini.

Lo aveva fatto riferendo ai magistrati di aver utilizzato, per pagare alcuni soggiorni-vacanza, una carta di credito intestata a Tarantini che aveva saputo essere legata ad un conto corrente aperto in Svizzera. Nella stessa richiesta di arresto per Frisullo e altri, avanzata dai pm Giuseppe Scelsi, Ciro Angelillis e Eugenia Pontassuglia, si fa riferimento ad operazioni contabili illecite che Tarantini avrebbe compiuto sui bilanci delle aziende del suo gruppo. Operazioni che inducono i magistrati inquirenti ad affermare che «l’intreccio di costi non inerenti e di operazioni spregiudicate e illecite in danno delle società peritate, oltre ad indubbi e illegittimi vantaggi economici e fiscali, abbia verosimilmente consentito la costituzione di riserve occulte di denaro». Riserve che sarebbero servite quanto meno a versare somme di denaro a Frisullo. L’ex vicepresidente della giunta regionale pugliese, accusato di associazione per delinquere e turbativa d’asta, sarà interrogato lunedì mattina in carcere dal gip del tribunale di Bari Sergio Di Paola, che ha firmato nei giorni scorsi l’ordinanza di arresto.



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Grillo 'naviga' sulla folla: "Avrete delle sorprese" Poi fulmini su Delbono

Il Resto del Carlino

Almeno 15.000 persone in piazza Maggiore, per acclamare il comico, leader del movimento 5 stelle che candida alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, Giovanni Favia.
La piazza s'infiamma:"Vi sembra che un Comune come il vostra debba essere commissariato?"


Bologna, 20 marzo 2010 - Almeno 15.000 persone in Piazza Maggiore, a Bologna, per acclamare il comico Beppe Grillo, leader del movimento 5 stelle che candida alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, Giovanni Favia. Una piazza “piena”, come ha sottolineato nel corso del comizio lo stesso Grillo.
 

Alla fine dell’evento, vista la vasta platea che si e’ radunata in piazza, Beppe Grillo ha fatto un ‘numero’ da rockstar: a bordo di un canotto, si e’ improvvisato navigatore sulle teste degli spettatori. Poi, conversando coi cronisti, Grillo ha espresso la propria “sodddisfazione” per il risultato della manifestazione. Il 28 e 29 marzo “avrete delle sorprese”.

“Vi sembra normale che un Comune come il vostro, Bologna, sia commissariato, per questi quattro coglioni che riciclano i soldi con le carte di credito? Non sei neanche degno di andare in prigione...”. Dal palco di Piazza Maggiore (25 mila persone secondo gli organizzatori: la “piazza era quasi piena”, spiega al termine il candidato del Movimento Cinquestelle Giovanni Favia) Beppe Grillo tuona e fulmina contro il caso Delbono che ha portato al commissariamento Palazzo D’Accursio. Poi, a bagno di folla concluso (“e’ fantastico, e’ fantastico”, commenta il comico), risponde piu’ sobriamente alle domande dei cronisti. “Il caso Delbono? Ormai a destra e a sinistra e’ materiale da neurologia, sono malati”.


Grillo non nasconde le proprie ambizioni sulla citta’, anche se sa che il suo movimento puo’ emergere sui tempi lunghi. “Se entrassero un paio di consiglieri qua cambierebbe il volto di questa citta’”, dice. Nello stesso momento Favia dal palco prendeva nel mirino l’incarico dell’avvocato di Delbono, Paolo Trombetti, ai vertici di Hera. “Il nostro ex sindaco ha messo nel cda di Hera il suo avvocato di fiducia, che lo difendeva gia’ prima della campagna elettorale, esattamente come Berlusconi con Ghedini”.

Grillo ha anche solidarizzato con la serata di Michele Santoro in programma al Paladozza. “Se posso lo guardero’”, promette Grillo. “Io vi dico di andare perche’ e’ interessante l’esperimento di Santoro, ha cominciato a capire che puo’ sopravvivere senza il media della televisione, che e’ finito”.
Poi “personalmente sono contrario alla partecipazione dei politici alle trasmissioni”.





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Negli ospedali con la valigia dei soldi E Tarantini inseguiva D’Alema»

Corriere della Sera


Mannarini, il collaboratore dell’imprenditore: pagai le feste da un suo conto svizzero




BARI — C’è un conto svizzero intestato a Gianpaolo Tarantini dove potrebbero essere transitati soldi utilizzati per pagare tangenti. A rivelarlo è stato Alessandro Mannarini, ex dipendente dell’imprenditore pugliese, agli arresti domiciliari per cessione di cocaina. Il 23 dicembre scorso l’uomo ha deciso di collaborare con imagistrati che indagano sulle «mazzette » che sarebbero state versate per ottenere gli appalti nel settore della sanità e due giorni fa hanno fatto finire in carcere l’ex vicepresidente della Regione Sandro Frisullo del Pd.

Ha consegnato un’agenda, due floppy disk e quattro fogli «sui quali sono riportati appunti che riguardano prevalentemente l’organizzazione delle vacanze in Sardegna» dell’estate 2008, durante la quale Tarantini conobbe Silvio Berlusconi. Poi ha ricostruito i rapporti dello stesso Tarantini con politici, imprenditori e funzionari di enti pubblici, rispondendo alle domande per oltre cinque ore. Un atteggiamento di apertura nella speranza di ottenere la remissione in libertà, già sollecitata dal suo legale Marco Vignola nel ricorso in appello presentato dopo il rifiuto del giudice a revocare la misura cautelare.

Una scelta analoga a quella fatta dallo stesso Tarantini che dalla fine di ottobre scorso ha deciso di parlare dando così il via agli accertamenti sull’attendibilità delle sue dichiarazioni.

La distribuzione delle «buste»

Sono le 15 dell’antivigilia di Natale quando Mannarini, accompagnato dal difensore, comincia l’interrogatorio nella caserma della Guardia di Finanza di Bari: «Ho cominciato a lavorare quotidianamente con Tarantini a partire dal primo maggio 2008. Gli facevo anche da autista e lo portavo in Regione, Comune, prefettura... In un’occasione sono stato testimone di un incontro tra Tarantini e circa quaranta primari ospedalieri baresi e leccesi... appresi che Gianpaolo usava organizzare questi incontri a sue spese per promuovere i prodotti, farsi pubblicità e prendere accordi.

Un altro incontro dello stesso tipo si tenne il 18 giugno 2008 a Grotta Palazzese. In quell’occasione mi chiese di chiamare, per invitarlo, Felice Fitto, medico ortopedico di Maglie mio caro amico e fratello di Raffaele, che rifiutò l’invito dicendomi espressamente che lui "a queste cose" non partecipava e che non voleva avere rapporti con Tarantini... In alcune occasioni ho constato che Tarantini ha effettuato dazioni di denaro. Dico questo perché ci sono state occasioni in cui lui, con la borsa che conteneva denaro prelevato in banca si recava nei posti che ho indicato prima e alla fine della giornata avevo modo di riscontrare che il denaro non c’era più... Il primo appuntamento della mattina era la banca.

Poi andavamo negli ospedali e a fine giornata la mazzetta di denaro che aveva prelevato era sparita. Posso dire con quasi assoluta certezza che il denaro finiva negli ospedali. So che Gianpaolo effettuava regalie ai medici: casse di champagne Krug, buoni benzina, biglietti aerei, viaggi, eccetera».

«Inseguiva D’Alema»


Poi viene affrontato il capitolo che riguarda i rapporti con i politici. I magistrati chiedono chiarimenti su un appunto dell’agenda relativo al 12 maggio e Mannarini afferma: «Il nome Calvi si riferisce ad una persona che è dirigente di una delle aziende che rappresenta il Tarantini. Mazzarano non so chi sia». Secondo i pubblici ministeri si tratta di Michele Mazzarano, attuale responsabile dell’organizzazione del Pd in Puglia, del quale ha parlato lo stesso Tarantini. E subito dopo chiedono chiarimenti su altri nomi. Risponde Mannarini: «Non ho mai accompagnato Tarantini presso sedi di partito.

L’ho accompagnato da Marcello Vernola (capolista dell’Udc alle prossime Regionali). Per me lo studio di Totò Castellaneta era come la sede di un partito. Tarantini era assetato di conoscenze, non gli interessava il partito. So che inseguiva D’Alema per averlo appreso da (Francesco) Maldarizzi che è un mio amico. Secondo me Tarantini ha conosciuto D’Alema tramite (Roberto) De Santis». E ai magistrati che lo sollecitano su alcune circostanze risponde: «Escludo che durante la vacanza in Sardegna Tarantini abbia incontrato D’Alema, escludo che in quei giorni abbia incontrato De Santis».

Poi torna a parlare di quanto avveniva a Bari: «Andavo spesso a pranzo con Tarantini. Solo quando andava a pranzo con Frisullo non mi portava. Solitamente si incontravano al "Nessun dorma" e a lui piaceva arrivare all’incontro accompagnato dall’autista "per fare scena". Mi sembravano buoni amici anche se non ho mai ascoltato una conversazione tra di loro. Gli incontri erano piuttosto frequenti, avvenivano all’incirca due volte a settimana. Con me Gianpaolo si vantava del rapporto con Frisullo ma non sono in grado di dire se nei giorni degli incontri con Frisullo ci siano stati precedenti prelievi di denaro».

«Mi portò da Berlusconi»

Si parla di quanto accadde nell’agosto del 2008 nella villa affittata a Porto Cervo, della droga che veniva distribuita agli ospiti «anche durante le gite in barca, sul gommone». Poi Mannarini afferma: «Tra le persone che in cambio di cocaina gli hanno fatto favori c’è Sabina Began che gli ha presentato l’attuale premier. Dopo aver conosciuto Berlusconi ha cominciato a prendere le distanze da me e da Massimo Verdoscia (che partecipò alla vacanza a Porto Cervo e poi è finito anche lui ai domiciliari per l’inchiesta sulla droga, ndr).

Tarantini non mi ha mai parlato dei progetti che aveva e della ragione per la quale aveva organizzato la vacanza in Sardegna. Da Verdoscia, intorno a dicembre 2008, appresi che si stava vedendo con Berlusconi e pensai che stava organizzando qualcosa. Ho conosciuto Berlusconi perché sono stato portato a cena da lui a seguito di un invito ricevuto da Gianpaolo per sé e per tutti gli ospiti della casa.

Il tramite è stata Sabina Began che ritengo Tarantini abbia conosciuto per via della sua amicizia con Elvira Savino. Ho provveduto al pagamento dei viaggi in Sardegna delle ragazze ospiti della casa, il biglietto della Began, pranzi cene e alberghi ». Esclude invece che Tarantini abbia pagato «il weekend all’hotel Cala di Volpe di Lea Cosentino (l’ex direttore della Asl di Bari tuttora ai domiciliari per corruzione, ndr)».

Il conto svizzero

Afferma Tarantini: «Credo che Tarantini abbia un conto in Svizzera. So questo per aver fatto uso personalmente di una American Express con il suo nome e aver appreso da lui che era legata a un conto svizzero però non ricordo il numero del conto. L’ho usata per pagare discoteche in Sardegna nell’estate 2008, precedentemente l’avevo usata per pagare un conto al Jimmy di Montecarlo, un weekend a Venezia per lui e una signora» di cui fa il nome.

Fiorenza Sarzanini
20 marzo 2010



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Errore del computer, più soldi in busta paga

Il Resto del Carlino


Ancona, 20 marzo 2010



Buste paga dei dipendenti del comparto troppo ‘generose’, l’azienda ospedaliera richiede indietro i soldi ai suoi dipendenti. Un errore non da poco quello commesso dai dirigenti del servizio paghe dell’azienda ‘Ospedali Riuniti’ che con lo stipendio dello scorso febbraio ha per errore inserito negli stipendi i premi per le indennità di dicembre raddoppiati.

 Un’aggiunta allo stipendio normale che si aggira attorno ai 700 euro, moltiplicato però per tutti gli infermieri e gli ausiliari di tre ospedali: circa duemila dipendenti tra Torrette, Lancisi e Salesi. Tutta colpa del nuovo sistema di preparazione delle buste paga, un programma computerizzato nuovo di zecca, come nuovo di zecca era pure la regolamentazione degli smarcatempo.

Responsabilità a parte, resta il fatto che qualcosa adesso andrebbe rivisto per evitare una nuova confusione. L’azienda, infatti, ha inviato tra mercoledì e giovedì scorsi una lettera a tutti i dipendenti in cui si segnalava il grossolano errore e soprattutto si annunciava la decurtazione dei soldi in eccesso in due soluzioni mensili: 500 euro a marzo e la somma restante nel mese di aprile.

A questo punto sono scesi in campo i sindacati di categoria che hanno chiesto chiarimenti. I dipendenti non sono disposti a vedersi decurtato il prossimo stipendio di 500 euro, tutti chiedono a gran voce che i soldi in eccesso vengano restituiti, come è giusto che sia, ma attraverso una spalmatura su almeno sei mesi. Ciò significa un prelievo di non più di 100 euro al mese.

Molti dipendenti hanno scadenze importanti, mutui ipotecari e altre spese fisse da onorare. Su questo sembra che si possa trovare l’accordo tra azienda e sindacati. Nella lettura delle buste paga del mese di dicembre 2009 sono emersi particolari piuttosto curiosi. In casi specifici, a seconda dei servizi straordinari effettuati nel mese più delicato dell’anno a causa delle festività, figurava che alcuni dipendenti avessero lavorato tra i 40 e i 50 giorni.

Significherebbe che il più stakanovista nello stesso giorno avrebbe dovuto svolgere servizio in due turni consecutivi. A seconda degli straordinari poi la somma maggiorata era, come accennato, in media di 700 euro. In alcuni casi quelli che hanno svolto più straordinari avevano ricevuto in ‘premio’ anche più di 800 euro. In pratica, riassumendo, al momento di pagare le normali indennità del mese di dicembre (reperibilità, turni di notte, straordinari e turni festivi) il sofisticato sistema le indennità le ha pagate due volte.

La maggior parte dei dipendenti, guardando il ricco stipendio, non ha pensato che si fosse trattato di un errore, ma di semplici adeguamenti per decurtazioni passate. Alcuni di loro, giustamente euforici per una boccata d’ossigeno, hanno investito parte della somma non immaginando che avrebbero dovuto restituirla.

Pierfrancesco Curzi




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Acqua, in centomila sfilano a Roma per dire "no" alla privatizzazione

Quotidianonet


Iniziativa contro il decreto Ronchi, che privatizza la gestione del servizio idrico stabilendo che la quota in capo al pubblico debba scendere progressivamente nei prossimi cinque anni

Roma, 20 marzo 2010

No alla privatizzazione dell'acqua. A chiederlo sono i partecipanti alla manifestazione nazionale che si sta svolgendo a Roma. Il segretario del Forum movimenti per l’acqua, Paolo Carsetti, parla di 'centomila' persone in corteo per le vie della Capitale.

Il forum ha messo in fila tutti i tasselli di questa iniziativa volta a contrastare il decreto Ronchi fin da novembre scorso, mese della sua approvazione definitiva da parte del Parlamento. Un decreto che privatizza definitivamente la gestione del servizio idrico stabilendo che la quota in capo al pubblico debba scendere progressivamente nei prossimi cinque anni. È proprio questo il punto, secondo i manifestanti di oggi, che va modificato perchè cela il pericolo che l’acqua diventi una merce per fare profitti.

Non a caso il camion in testa al corteo è vestito da uno striscione blu che recita: "L’acqua è un bene comune. Fuori l’acqua dal mercato! Fuori i profitti dall’acqua!". In coda al tir un enorme pallone blu da cui spunta un rubinetto che lascia ciondolare una goccia blu fatta da un palloncino.

Lo striscione in testa al corteo sprona il governo a 'ripubblicizzare l’acqua e difendere tutti i beni comuni'. A reggerlo non solo i consumatori capeggiati da Rosario Trefiletti (Federconsumatori) ma anche una moltitudine di cittadini perfino guademaltechi che, spiegano, vogliono "solidarizzare con i fratelli italiani" contro il pericolo che l’acqua diventi una merce.

Dietro di loro tanti gonfaloni multicolori delle città italiane, sindaci, anziani, esponenti dei Verdi, della ‘Sinistra ecologia e libertà', Rifondazione, pensionati della Cgil e le ‘Chiese evangeliche di Romà che alzano il loro striscione color cielo per ricordare che "L’acqua è un dono di Dio ed è un bene comune".

Sono tanti gli slogan che i manifestanti portano addosso attraverso piccoli cartelloni appesi al collo con una goccia d’acqua parlante che esprime la loro protesta e preoccupazone: 'Liberami dalle multinazionali', 'Acqua generosa gratuita, oggi ed ora ristoraci ancora', 'Ce la vogliono dare a bere', 'Sono un portatore d’acqua', 'L’acqua è vita non è merce', 'Acqua e terra beni comuni. Ribellarsi è giusto', 'Chi controlla l’acqua controlla la vita', 'Acqua pubblica senza se e senza Spa'.

Molte anche le fasce tricolore che spuntano qua e là nel corteo perchè i sindaci hanno partecipato numerosi. "Gli enti locali, sia amministrati dal centrodestra che dal centrosinistra, sono al nostro fianco - spiega infatti Carsetti - perchè hanno capito che vengono espropriati anche loro di una importante competenza sancita dalla Costituzione".

Il segretario del Forum fa poi notare che questa è la prima volta che "a questura e il Comune di Roma danno il via libera a due manifestazioni nazionali nello stesso giorno» e rimarca che «il Forum dei movimenti per l’acqua ha ‘prenotatò il percorso del corteo sicuramente molto prima del Pdl"




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La Lega distribuisce sapone anti immigrati

Libero

Nei mercati di Arezzo e San Sepolcro spuntano bustine di sapone "anti-immigrati".

A distribuirle, secondo la denuncia del portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando, sarebbero militanti della Lega Nord che invitano i cittadini italiani a usare il detergente dopo aver toccato un immigrato.

Istigazione al razzismo - L'accusa arriva da un comunicato ufficiale del partito:



"La Lega si conferma razzista e xenofoba. Distribuisce sapone anti-immigrati per lavarsi dopo aver toccato gli extracomunitari. È vergognoso tutto ciò. È una vera e propria istigazione alla violenza. Noi dell'Italia dei Valori chiediamo l'intervento del ministro Maroni, perché qui si tratta di una vera e propria istigazione all'odio razziale". Con tono provocatorio, Orlando estende l'invettiva: "Suggeriamo a Bossi, dato che oggi salirà sul palco di San Giovanni, a Roma, di distribuire ai suoi alleati il sapone perché tutto hanno tranne che le mani pulite".

Una manovra politica
- Sul caso interviene anche Alfio Nicotra, capogruppo alla Provincia di Arezzo della Federazione della Sinistra: "Il messaggio che si veicola è devastante: ovvero che esseri umani solo perché stranieri sono considerati alla stregua di "untori" e portatori di malattie e disgrazie".
Per Nicotra il gesto rientra in una precisa manovra politica e dal momento che il governo non ha proposte contro la crisi, "i dirigenti leghisti preferiscono distrarre l'opinione pubblica con iniziative disgustose e che devono essere condannate senza se e senza ma da tutte le forze politiche.

20/03/2010





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Balducci ? Scelto dal governo precedente

Libero

Ricordo che Balducci non l'abbiamo nominato noi, ma il precedente governo e dato che non facciamo piazza pulita degli uomini nominati lo abbiamo lasciato al suo posto". Così il premier Silvio Berlusconi interviene a proposito dell'inchiesta sugli appalti per il G8 nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi.



L'udienza - L'intervento arriva nel giorno dell'udienza al tribunale del riesame di Firenze. Fabio De Santis e l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli, accusati di corruzione per gli appalti della Scuola marescialli dei carabinieri, chiedono la revoca delle misure cautelari eseguite il 4 marzo e il trasferimento dell'inchiesta da Firenze a Roma. Lo stesso 4 marzo l'ordinanza di custodia era scattata anche per l'avvocato romano Guido Cerruti, ai domiciliari, e per l'ex presidente del consiglio del lavori pubblici,  

Angelo Balducci, già in carcere per l'inchiesta sui grandi eventi.
I legali di Balducci hanno rinunciato al riesame, dopo la bocciatura del ricorso presentato al gip di Firenze, lo scorso 16 marzo.
19/03/2010




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Un sindaco del trevigiano vieta il burqa in pubblico: "Spaventa i più piccoli"

di Redazione

Il sindaco di Codognè ha firmato un'ordinanza che vieta il burqa in tutti i luoghi pubblici, scuole comprese, dove il velo potrebbe spaventare i bambini.


L'opposizione protesta





Treviso - Il sindaco leghista di Codognè, piccolo Comune del trevigiano, ha firmato un’ordinanza che vieta il burqa in tutti i luoghi pubblici, scuole comprese, dove il velo potrebbe spaventare i bambini. E l’opposizione attacca: "E chi le ha mai viste a Codognè le donne col burqa? A una settimana dal voto per le regionali è solo propaganda elettorale".

Problemi di riconoscimento L’ordinanza proibisce di indossare "qualsivoglia copricapo che renda difficoltoso il riconoscimento, in particolare burqa e niqab", anche perchè il volto coperto o il velo potrebbero "ingenerare insicurezza tra i minori". Divieto esteso a tutti i luoghi privati aperti al pubblico, dunque anche bar, ristoranti e supermercati. "A chi è senza lavoro o in cassa integrazione di questi provvedimenti non interessa niente. Occupiamoci di argomenti seri",- polemizza sulla Tribuna di Treviso l’ex sindaco e attuale consigliere di opposizione Romolo Romano, che a Codognè donne in giro con il burqa non ne ha mai viste.

Col burqa al supermercato "Qualche mese fa ne è stata vista una in un supermercato", gli replica oggi il sindaco Roberto Bet. Nel settembre scorso in un supermercato di Pieve di Soligo, distante una quindicina di chilometri da Codognè, una donna con il burqa che faceva la spesa insieme al marito suscitò le proteste di una cliente che al grido di "cacciatela" chiese l’intervento delle forze dell’ordine. Protesta che però non ebbe seguito: "Fare la spesa è un suo diritto - disse infatti il direttore del supermercato - Non siamo razzisti e non troviamo nulla di male se uno osserva le proprie tradizioni".




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Io amico della mafia? Ma se mi vuole morto..."

di Giannino della Frattina

La Russa, ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, smentisce indignato le illazioni del Fatto: "Dire che la ’ndrangheta votava per me è una vergognosa strumentalizzazione. 


Tre mesi fa un pentito ha raccontato che c’era un piano per uccidermi"



Milano - Un attentato della criminalità organizzata per uccidere Ignazio La Russa. Un progetto rivelato dallo stesso ministro della Difesa a tre mesi di distanza. E proprio il giorno in cui il Fatto quotidiano, giornale dell’ex direttore dell’Unità Antonio Padellaro e di Marco Travaglio, lo accusa di aver incassato voti della ’ndrangheta alle ultime elezioni europee della scorsa primavera.

«Una vergogna», si ribella lui sollevando la prima pagina della gazzetta giustizialista e accostandola al volto. Un modo per dire, davanti alle telecamere accorse maliziose a caccia di scoop, che lui a fianco di quel titolo è pronto a metterci la faccia. «Per me parlano le azioni. Io grazie a Dio le cosche le combatto», s’infiamma, offeso da un’accusa che proprio non gli va giù. E allora decide di raccontare. Del procuratore generale di una procura importante che interrogando un pentito («uno credibile, uno che ha fatto arrestare molti malavitosi»), si è sentito raccontare della decisione di uccidere La Russa. 

Il ministro. ’Ndrangheta o mafia? Quale procura? «A queste domande non posso rispondere - taglia corto -. Credo che l’indagine sia ancora in corso e non vorrei comprometterla». Di certo c’è che la sua scorta da quel giorno, su ordine del comandante dei carabinieri, è stata rinforzata. «Non aumentata. Quando sono arrivato l’avevo dimezzata e ho chiesto esplicitamente e sotto la mia responsabilità che il numero degli uomini rimanesse invariato». Semplicemente, spiega La Russa, sono militari con un addestramento superiore, preparati a fronteggiare situazioni più rischiose.

Nessuna intenzione, né voglia di far la vittima. Ma perché non dirlo prima? «La denuncia era credibile e molti l’avrebbero strombazzata in giro. Ma io non le ho poi dato tutto questo peso. Al procuratore che mi ha voluto sentire ho detto che non sono così importante da meritare un attentato». Scorta rinforzata comunque. «Non ho potuto evitarlo. Ma noi uomini pubblici dobbiamo accettare di essere più esposti. Anche se io non ho paura. Il vero pericolo era negli anni Settanta, quando il rischio era uscire ogni giorno di casa o tornarci la sera. Potevano sempre essere lì ad aspettarti». 

E perché dirlo adesso? «Perché questi giornalisti nuotano nella melma. Eccolo qui il titolo, “’Ndrangheta: votate Pdl, Inchiesta della Dia: nel 2009 uomini legati alle cosche puntavano a Milano su La Russa, Fidanza e Ronzulli”». Accuse gravi. «Bei giornalisti che sono. Nemmeno una telefonata mi hanno fatto per controllare quello che scrivevano. Una vergognosa strumentalizzazione. Credevo che certa stampa avesse toccato il fondo, ma mi sono dovuto ricredere perché al peggio non c’è mai limite». Poi l’anatema. «Ne risponderanno davanti a Dio, agli uomini e alla legge». Non ancora una minaccia di andare dal giudice, perché La Russa assicura di non aver mai querelato un giornalista. E di sperare di ritrovare la serenità per non farlo nemmeno questa volta. Anche se la tentazione è forte.

Poi, da bravo avvocato, comincia l’arringa in difesa di se stesso. «Manca anche la notizia: ci sono solo le frasi di due consiglieri comunali che dicono che faranno votare per me. E quindi? Io ho preso 230mila voti, a Trezzano sul Naviglio qualche decina». A parlare, non si capisce se al telefono o in un’intercettazione ambientale, Michele Iannuzzi consigliere comunale del Pdl a Trezzano, («successivamente, ma solo successivamente arrestato»).

L’interlocutore è Alfredo Iorio. «Iannuzzi non lo conosco - assicura il ministro - ma mi sono informato, era un consigliere comunale perbene e non era mai stato raggiunto da un’iniziativa giudiziaria. Lo ringrazio perché diceva di votare La Russa. Che facesse campagna per me lo trovo normale, naturale». Se poi sperasse di avere vantaggi, la cosa al ministro non risulta. «Non ho mai intrattenuto rapporti a fini elettorali con persone che mi possono chiedere qualcosa che sia, anche di una sola virgola, al di fuori della legalità. Sono disgustato». Il Fatto quotidiano? «Prima tira la pietra poi nasconde la mano. Un grande titolo e nell’articolo solo fumo. Questo giornalista prima di scrivere impari a pensare».




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La strage delle bambine più di 100 milioni uccise La colpa? Essere donne

di Bepi Castellaneta

Dalla Cina all’India alla Corea vengono abortite, ammazzate in culla o abbandonate. 


Considerate un peso perché bisogna trovar loro un marito e fornirle di dote



Mancano all'appello ben cento milioni di femmine. Lo denuncia un'inchiesta dell'inglese Economist (rilanciata dall'agenzia Zenit il 15 marzo). Il titolo dell'inchiesta britannica, tradotto, suona così: «La guerra contro le bambine; genericidio (Gendercide); uccise, abortite o abbandonate, almeno cento milioni di bambine sono scomparse. E il numero sta aumentando». Il perché è presto detto. Se l'Occidente coccola le sue femmine, crea appositi ministeri perché abbiano pari opportunità e riserva loro «quote rosa» nei posti di comando o in quelli tradizionalmente maschili come le forze armate e la boxe, nel resto del mondo la nascita di una femmina è un dramma.

Per i poveri le figlie femmine sono un peso, perché bisogna trovar loro marito e fornirle di dote. Era così nel mondo precristiano e così è nel mondo che fuori dall'area cristiana è rimasto. In India, per esempio, nelle zone più arretrate ancora oggi non poche donne sono assassinate perché la loro dote è giudicata insufficiente. In Cina è lo stato comunista a provocare l'ecatombe. La politica del figlio unico obbligatorio, per contenere l'espansione demografica, fa sì che i genitori vogliano che tale figlio sia maschio. Ciò, sia per l'antica abitudine (anche da noi si usava augurare «salute e figli maschi») che per un motivo più concreto: è un'assicurazione per la vecchiaia in posti dove il welfare praticamente non esiste.

Prima, per ovviare all'indesiderata nascita femminile, si ricorreva a metodi brutali. Oggi c'è l'ecografia, che è alla portata di tutti, e si ricorre all'aborto. L'Economist calcola che in Cina e nell'India settentrionale le nascite maschili superino quelle femminili di almeno il 20 per cento. Chi ha studiato demografia all'università sa che, a lasciarla fare, la natura sforna alla nascita più maschi che femmine; ma i maschi hanno una mortalità maggiore e le due curve pareggiano solo nelle età fertili, per poi divergere in quelle successive fino a far sì che le femmine superino i maschi.

Se si interviene, per così dire, artificialmente sugli equilibri naturali si provocano gli sconquassi ai quali stiamo assistendo. La Cina, per esempio, chiama «rami spogli» i suoi maschi non sposati (e che non possono trovare moglie perché le femmine occorrenti non sono mai nate), il cui numero è uguale a quello di tutti gli americani maschi in età fertile. Ciò provoca traffico di donne, violenze sessuali, suicidi.

Quante sono le donne «mancanti»? Il famoso economista indiano Amartya Sen nel 1990 calcolava sui cento milioni. Ma è sicuro che oggi siano molte di più, anche se le statistiche provenienti dai posti incriminati non sono mai sufficientemente attendibili. Insomma, c'è uno squilibrio innaturale tra maschi e femmine, cosa che nel mondo globalizzato non può non avere preoccupanti conseguenze. Il problema è, comunque, culturale più che economico. Infatti, lo si riscontra in Paesi niente affatto «poveri», come Taiwan e Singapore, nonché in nazioni balcaniche e caucasiche ex comuniste.

Il governo indiano ha cercato di contenere il fenomeno vietando per legge l'ecografia ma pare che il divieto abbia avuto scarsa efficacia. Meglio è andata alla Corea del Sud, che si sta avviando alla normalità (ma va detto che il Paese è a maggioranza cristiana). Il problema vero è in Cina, dove il Partito non ha alcuna intenzione di cambiare politica demografica. Alla faccia di Mao, per il quale le donne sostenevano «la metà del cielo».

La selezione sessuale fa sì che in certe province cinesi i maschi superino le femmine anche del trenta per cento e a farne le spese sono le nordcoreane, non di rado vendute ai contadini cinesi. Aveva ragione Montanelli, quando affermava che al terzomondo non servono tanto aiuti quanto missionari. Cristiani, naturalmente, perché solo col cristianesimo l'uomo ha smesso di considerare la donna «inferiore». Ma vallo a dire a Hu Jintao o ai fondamentalisti indù.



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Lettera del Pontefice ai sacerdoti pedofili: "Pentitevi e curatevi"

di Andrea Tornielli

Il Pontefice si rivolge alla Chiesa irlandese messa in ginocchio dagli scandali degli abusi sessuali: "Tra le cause di questo peccato odioso che offende Dio c’è la crisi della fede e la mancanza di rispetto per la persona"

 

 

Roma - Oggi la parola passa a Benedetto XVI. Viene resa nota questa mattina la «Lettera pastorale del Santo Padre Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda», la risposta di Ratzinger agli scandali degli abusi sui minori che hanno messo in ginocchio la Chiesa di quel Paese. Un testo che rappresenta una novità nel suo genere e che ruota attorno alle tre parole «pentimento», «guarigione» e «rinnovamento». Un testo articolato, firmato ufficialmente ieri, che indica la via da percorrere per far sì che fatti del genere non si ripetano e soprattutto manifesta totale vicinanza alle vittime degli abusi. Non conterrà nuove norme giuridiche, ma nemmeno si limiterà a pie esortazioni: sarà piuttosto l’indicazione di un percorso preciso, che a partire dalle cause che hanno determinato la crisi arrivi a risollevare la Chiesa d’Irlanda puntando in modo particolare sulla formazione e sulla «preparazione pastorale, accademica, spirituale e umana» sia dei candidati al sacerdozio, sia di coloro che preti e religiosi lo sono già.

Anche se il fenomeno nelle ultime settimane è dilagato, con la segnalazione di numerosi abusi avvenuti in Germania, Austria e Olanda, il caso irlandese rimane a sé per dimensioni e per l’evidente inadeguatezza con cui sono stati affrontati gli abusi da parte dei vescovi, che non hanno saputo usare le stesse leggi canoniche, non certo indulgenti con i preti che si siano macchiati di questi reati, definiti da Benedetto XVI «non solo un crimine odioso, ma anche un grave peccato che offende Dio e ferisce la dignità della persona umana creata a sua immagine».

Nelle ultime settimane le polemiche hanno lambito prima il fratello del Pontefice, Georg Ratzinger – che da due giorni si trova in Vaticano e risiede nell’appartamento papale – e poi lo stesso Benedetto XVI, per il caso di un prete pedofilo trasferito da Essen a Monaco nel 1980. Sia nella prima come nella seconda vicenda è stata dimostrata la pretestuosità dell’attacco e l’estraneità di Joseph e Georg Ratzinger. Ma al di là degli attacchi concertati, è indubbio che il Pontefice sia «profondamente turbato e scosso» per quanto è avvenuto e condivida lo sdegno, «la sensazione di turbamento e la vergogna provocata in così tanti fedeli».

La lettera parlerà innanzitutto di pentimento e conterrà una sincera richiesta di perdono, rivolta alle vittime degli abusi e alle loro famiglie. Benedetto XVI affronterà le cause che hanno prodotto questa situazione, tra le quali c’è la «crisi della fede» e «la mancanza di rispetto per la persona umana». E ribadirà la volontà di collaborare con le autorità civili. La Chiesa, peraltro, non ha mai vietato di denunciare i responsabili degli abusi all’autorità statale e nell’ultimo decennio, da quando Papa Wojtyla e l’allora cardinale Ratzinger avocarono alla Congregazione per la dottrina della fede la competenza su questi casi rendendo meno facile la prescrizione, si è consigliato alle vittime di sporgere denuncia.

Sarà dunque ribadita la linea della «tolleranza zero», seguita da Ratzinger prima ancora di essere eletto Papa. Quello della lettera sarà però l’intervento di un pastore, non di un inquisitore. Sarà uno sguardo cristiano, da recepire «con cuore aperto e con uno spirito di fede», che dunque non potrà non partire dalla consapevolezza del peccato e della fragilità umana. Al tempo stesso però verranno rigettate le indebite generalizzazioni di chi oggi dipinge la Chiesa come un covo di violentatori di bambini e di insabbiatori di crimini. Per questo il Papa incoraggerà i cattolici irlandesi, e attraverso di loro anche i cattolici di tutto il mondo, a continuare a fidarsi dei sacerdoti, a non confondere l’atroce e indegno tradimento di qualche prete infedele con la dedizione e il servizio della stragrande maggioranza del clero e dei religiosi.

Tra le indicazioni concrete contenute nella lettera papale ci sarà quella di sistematiche visite pastorali e apostoliche nelle diocesi irlandesi, per permettere una purificazione e rinascita spirituale, assicurando preparazione adeguata e cura maggiore per i seminari, e al tempo stesso garantendo un’efficace prevenzione, in modo da evitare in futuro il ripetersi del fenomeno, che in ogni caso – va ricordato – è statisticamente in notevole diminuzione nell’ultimo decennio.




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Potenza, il caso Claps: il dna dell'assassino è sotto le unghie di Elisa

di Bepi Castellaneta

Trovati sotto le unghie frammenti di pelle: la vittima probabilmente graffiò il suo carnefice tentando di difendersi

Il sospettato numero uno resta Danilo Restivo.

Ma secondo la polizia qualcuno aiutò l’omicida a nascondere il cadavere


L’assassino non ha agito da solo. E potrebbe aver lasciato tracce decisive per le indagini, come i minuscoli frammenti di pelle trovati sotto le unghie della vittima. Sono questi i nuovi elementi che con il passare delle ore affiorano dall’inchiesta sull’omicidio di Elisa Claps, scomparsa il 12 settembre del ’93, un destino spezzato quando lei, sedicenne, una domenica uscì di casa per raggiungere la chiesa della Santissima Trinità di Potenza, là dove giovedì scorso è stato trovato il suo corpo mummificato dopo diciassette anni scanditi da ipotesi, sospetti, false piste, qualche mezza verità e tante bugie.

Gli investigatori si mantengono cauti, ma ritengono probabile che il killer abbia avuto un complice, almeno nella fase dell’occultamento del cadavere, sistemato nell’angolo di un’intercapedine del sottotetto della canonica, dove adesso gli esperti della polizia scientifica non tralasciano alcun particolare e tentano di raccogliere tasselli che potrebbero rivelarsi importanti in un mosaico ancora in gran parte da costruire. I dubbi si accavallano, anche perché il luogo del ritrovamento non è facile da raggiungere: bisogna infilarsi in un cunicolo che conduce al sottotetto attraverso una porta di legno; inoltre la posizione del cadavere, rannicchiato nell’intercapedine, lascia pensare che il corpo sia stato trascinato là dentro da almeno due persone. Per il momento si tratta di ipotesi, che però sembrano prendere consistenza in questa fase mentre si attende l’esito dell’autopsia, che sarà eseguita martedì prossimo dal professor Francesco Introna, dell’istituto di medicina legale dell’Università di Bari.

Secondo quanto emerso finora, sul corpo di Elisa Claps non ci sono segni evidenti che possano chiarire le modalità dell’omicidio. I risultati dell’autopsia e degli esami istologici saranno consegnati nei prossimi 30 giorni alla Procura di Salerno, che conduce l’inchiesta sulla tragica fine della ragazza. E una svolta potrebbe arrivare proprio dagli accertamenti sui frammenti di pelle individuati sotto le unghie della vittima, minuscole particelle che a distanza di 17 anni potrebbero rivelarsi decisive per inchiodare l’assassino. Probabilmente la ragazza lottò per difendersi dal suo carnefice.

Nel frattempo, rimangono gli interrogativi. Compresi quelli che riguardano il mancato ritrovamento del corpo per così tanto tempo. In quell’edificio, infatti, sono stati eseguiti più volte lavori: nel ’96 è stata effettuata un’operazione di consolidamento della chiesa e un anno dopo sono stati fatti altri interventi, ma nessuno si è mai accorto di niente. Eppure, all’operaio che mercoledì scorso è entrato nell’intercapedine per la ristrutturazione del tetto è stata sufficiente la luce di un telefonino per accorgersi del cadavere. In quella chiesa la polizia era entrata già due anni fa, ma ispezionò i sotterranei; furono eseguite verifiche con il luminol per rilevare eventuali tracce di sangue e fu utilizzato un apparecchio per controllare il sottosuolo. Ma non fu trovato nulla.

Per il momento l’unico indagato dell’inchiesta rimane Danilo Restivo. Lui, 38 anni, l’ultimo ad aver incontrato Elisa Claps, da tempo si è trasferito in Inghilterra e vive in una delle tante case basse con giardino e vialetto che si affacciano sulle strade di Charminster, silenzioso quartiere di Bournemouth, cittadina costiera nella regione del Dorset. Qui Restivo fu più volte interrogato nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Heather Barnett, uccisa e mutilata nella sua abitazione otto anni fa. Tra detective italiani e inglesi è stata avviata una collaborazione. «Noi continuiamo – è precisato in una nota della polizia del Dorset – a essere in contatto con la polizia italiana e altre autorità e continueremo ad aiutarli se, e quando, ce lo chiederanno». Restivo ha sempre respinto tutte le accuse, ma anche gli investigatori britannici seguono con estrema attenzione gli sviluppi delle indagini in Basilicata e attendono i risultati degli accertamenti. E ieri a Potenza gli esperti della Scientifica hanno eseguito altri rilievi nella chiesa della Santissima Trinità, che rimarrà chiusa al culto e al pubblico per almeno una settimana, come annunciato dalla curia arcivescovile.




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Ecco il pacchetto che ti devo» Il video della tangente a Pennisi

Corriere della Sera

Il filmato girato di nascosto dall’imprenditore Basso vicino a via Montenapoleone


 
Una busta alla segretaria mentre il politico parla al cellulare
Il filmato girato di nascosto dall’imprenditore Basso vicino a via Montenapoleone
«Ecco il pacchetto che ti devo» 



MILANO — Cappotto blu, gilet, camicia chiara. Parla al telefono, cammina con passo disinvolto, spavaldo. Senza chiudere la conversazione con il suo interlocutore al cellulare, si avvicina e si sente soltanto un’altra voce che dice: «Eccole restituite le sigarette...». Poi, in primo piano, una busta di cellophane con dentro alcuni documenti e un pacchetto di Marlboro. La segretaria, bionda e sorridente, prende l’involucro e scompare dall’inquadratura. È la tangente in diretta. Il video del consigliere comunale ed ex presidente della Commissione urbanistica di Milano, Milko Pennisi, che intasca una mazzetta nel centro della città, in una mattina qualsiasi, in mezzo ai passanti. In quel pacchetto di sigarette ci sono banconote da 500 euro arrotolate. Il video è stato registrato con una telecamera nascosta dall’imprenditore taglieggiato. Ieri è stato pubblicato sul sito di Repubblica. Negli ultimi secondi del filmato si sente il consigliere che, proseguendo la conversazione al telefonino, domanda: «Ma tu nel fine settimana vai a Forte dei Marmi?».

Il retroscena del video venne rivelato poco dopo l’arresto di Pennisi, l’11 febbraio scorso. Fabrizio Pensa, detto Bicio, ex collaboratore di Fabrizio Corona e gola profonda dell’inchiesta «Vallettopoli», è il fotografo che ha prestato all’imprenditore Mario Basso la microtelecamera a bottone servita per videoregistrare la consegna della primamazzetta al consigliere del Pdl, avvenuta a metà novembre dell’anno scorso. Fu lo stesso Basso a parlare della registrazione nella lunga denuncia presentata al pool dei magistrati guidati da Francesco Greco. «Bicio» Pensa per un po’ di tempo, in passato, ha collaborato con una delle società di cui Mario Basso è socio.

Nei giorni precedenti alla consegna della seconda tangente, quella per cui Pennisi è stato arrestato, anche Bicio si sarebbe fatto sotto con l’imprenditore. E così, in quel momento, Basso si sarebbe trovato sotto ricatto da Milko Pennisi (che esigeva la seconda parte della tangente pattuita) e nello stesso tempo perseguitato e minacciato dal fotografo. Negli sviluppi dell’inchiesta sull’ex presidente della Commissione Urbanistica, «Bicio » è stato poi indagato per tentata estorsione. L’ipotesi è che si sia servito del filmato per tentare di ricattare l’immobiliarista, con il quale c’erano dei pagamenti pendenti.

Biagio Marsiglia
20 marzo 2010





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La coca era distribuita all'ora dell'aperitivo"

La Stampa

Mannarini: «Così Gianpi dava le bustarelle»
GUIDO RUOTOLO

BARI



Chissà se l’hanno trovato il tesoro di Gianpi Tarantini, come racconta Alex Mannarini, l’ex collaboratore ingaggiato ai tempi della vacanza in Sardegna e poi licenziato. «Credo che Tarantini abbia un conto in Svizzera; so questo per aver fatto uso personalmente di una American Express black con il suo nome e aver appreso da lui che era legato a un conto svizzero. L’ho usata per pagare discoteche in Sardegna, tipo “il Sottovento”, il “Billionaire” nell’estate del 2008 precedentemente l’avevo usata per pagare un conto al “Gimmiz” di Montecarlo il 25 maggio 2008; un weekend a Venezia per lui e la signora Benetton; non ricordo il numero del conto».

Alex Mannarini. Alla fine anche lui ha deciso di collaborare. Una scelta maturata all’interno delle mura domestiche, visto che anche lui, per il capitolo cocaina, si trovava agli arresti domiciliari. Il 23 dicembre scorso, dopo due mesi di detenzione, ha chiesto di essere ascoltato e ha raccontato un inedito Gianpi Tarantini.

A partire dall’uso della cocaina, in quell’estate indimenticabile del 2008 in Sardegna: «Lo stupefacente veniva distribuito in casa durante le ore dell’aperitivo, dopo la cena e al ritorno dalla discoteca, alle sette del mattino. Anche persone che non erano ospiti della villa venivano in quelle occasioni a condividere quei momenti; senza voler giustificare nulla, credo che il contesto che si era creato induceva persone che a mio avviso nel quotidiano si comportavano diversamente a utilizzare cocaina. La cocaina veniva distribuita anche durante le gita in barca, preciso sul suo gommone».

Una «vita esagerata» la sua, confessa Tarantini ai magistrati di Bari, forse anche per giustificare quei cinque milioni di euro sperperati in un biennio. Ma quando si trattava del lavoro, Gianpi non faceva sconti a nessuno. Racconta Alex Mannarini: «Sono stato testimone di un incontro tra Tarantini e circa quaranta primari ospedalieri baresi e leccesi tra i quali ricordo vi era il professor Patella; in quell’occasione, pur non avendo partecipato al pranzo, che si tenne alla Taberna, appresi che Gianpaolo usava organizzare questi incontri a sue spese per promuovere i prodotti, farsi pubblicità e prendere accordi; arrivai alla fine dell’incontro e prendendo il caffè mi resi conto che tutti erano d’accordo con Gianpaolo».

Tutti d’accordo? «In alcune occasioni ho constatato che Tarantini ha effettuato dazioni di danaro; dico questo perché ci sono state occasioni in cui lui con la borsa che conteneva danaro prelevato in banca si recava nei posti (ospedali, prefettura, comune, presidenza della regione, policlinico...) e alla fine della giornata avevo modo di riscontrare che il danaro non c’era più». Precisa: «Il primo appuntamento della mattinata era la banca; poi andavamo negli ospedali e a fine giornata la mazzetta di denaro che aveva prelevato era sparita. Posso con quasi assoluta certezza dire che il danaro finiva negli ospedali». Ma in un altro passaggio delle sue confessioni, Mannarini aggiunge: «So che Gianpaolo effettuava regalie ai medici: casse di champagne Krug, buoni di benzina, biglietti aerei, viaggi».

E di Sandro Frisullo, sul libro paga di Tarantini, Mannarini ricorda: «Con Frisullo si incontravano a pranzo al Nessun Dorma; a lui piaceva arrivare all’incontro accompagnato dall’autista per “fare scena”. A me i due sembravano buoni amici. Tarantini era assetato di conoscenze; so che inseguiva D’Alema per averlo appreso da Maldarizzi (concessionario auto barese, ndr) che è mio amico; secondo me Tarantini ha conosciuto D’Alema tramite De Santis».




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Tangenti a Bari: nella bufera un altro dirigente del Pd

La Stampa

L'omissis di Tarantini si riferirebbe a Mazzarano

GUIDO RUOTOLO
INVIATO A BARI



Sarebbe Michele Mazzarano, numero due del Pd pugliese, responsabile dell’organizzazione del partito, candidato a Taranto per le Regionali, il secondo politico a libro paga dell’imprenditore Gianpi Tarantini. «Con riferimento al pagamento di tangenti - aveva detto l’imprenditore da sei mesi ai domiciliari - preciso che gli unici due politici pugliesi ai quali ho corrisposto tangenti sono Frisullo e (omissis)».

Frisullo è finito in carcere, dell’esito degli accertamenti sul secondo politico non trapela ancora nulla. E intanto l’ex vicepresidente della giunta Vendola sta male. Soffre di diabete e i suoi valori sono altissimi. I suoi avvocati Fritz Massa e Michele Laforgia sono andati a trovarlo ieri mattina in carcere (l’interrogatorio di garanzia si terrà lunedì). Frisullo non ha letto le carte, ma aspetta di poter rispondere a tutte le accuse: «Sono amareggiato per la mia famiglia e per il partito.

Non ho mai preso una lira da Tarantini, né quelle dazioni di cui parla né gli stipendi mensili. L’unica mia colpa è stata quella di averlo frequentato per due anni. Eravamo amici. E in quanto tale ho accettato i suoi regali, ho condiviso con lui l’appartamento di Bari, l’ho messo in contatto con Vincenzo Valente, amministratore dell’Asl di Lecce, perché Tarantini lamentava un ritardo nei pagamenti dei crediti che vantava. Quello che è successo tra loro, non mi riguarda».

Ha ammesso, Frisullo, gli incontri ravvicinati con le escort offerte da Tarantini. Ma due di loro, interrogate, hanno smentito di aver fatto sesso con l’esponente politico. Sonia, la ragazza dell’incontro nell’albergo milanese, il Principe di Savoia, ammette: «Ho incontrato l’amico di Claudio (fratello di Gianpi, ndr) perché mi è piaciuto. Non ho richiesto né ho percepito alcunché». Poi gli investigatori mostrano alla ragazza una foto di Sandro Frisullo e lei: «No, non è lui l’amico di Claudio».

Vanessa la «francese» è di Boulogne Billancourt e da tre anni lavora a Parigi, come assistente di direzione presso un’agenzia di lavoro interinale. Ammette due incontri con Sandro Frisullo: «Gianpi mi pagò i biglietti aerei per Bari. Nel primo incontro non furono consumati rapporti sessuali ma solo un approccio e scambio di effusioni. La seconda volta chiesi a Tarantini di non lasciarci da soli».

Gianpi. Davvero le sue dichiarazioni lasciano di stucco, fanno riflettere: «Negli ultimi anni, complessivamente, ho svuotato la Tecnohospital per un importo di circa 4 o 5 milioni di euro. In quel periodo ho condotto una vita esagerata, spendendo molti soldi». Tornano così alla ribalta le montagne di coca, alle escort da regalare ad amici, medici, politici, dirigenti di Asl. E il mezzo milione di euro investito nella vacanza in Sardegna, estate 2008, quella che lo portò a Villa Certosa e a stringere un rapporto di amicizia con Silvio Berlusconi.

Droga e ragazze come mezzi di corruzione per la scalata nel mondo dei vip e dei soldi facili. Gianpi ha iniziato ai tempi delle giunte regionali di centrodestra, è passato per le forche caudine della giunta Vendola, espugnandola, ed è tornato al centrodestra, stringendo un rapporto con il premier Berlusconi. Le sue rivelazioni, ritenute credibili, hanno portato in carcere Sandro Frisullo. Adesso si aspetta di capire quale sarà la sorte di Michele Mazzarano, il dirigente del Pd che organizzò la famosa cena elettorale al ristorante «La Pignata» con i candidati alle politiche. Passò anche Massimo D’Alema, quella sera alla Pignata.




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Cosa c'è dietro gli scandali?

Avvenire


Si ritorna a parlare di preti pedofili, con voci e accuse che si riferiscono insistentemente alla Germania e tentativi di coinvolgimento di persone vicine al Papa, e credo che anche la sociologia abbia molto da dire e che non debba tacere per il timore di scontentare qualcuno. La discussione attuale sui preti pedofili – considerata dal punto di vista del sociologo – rappresenta un esempio tipico di «panico morale». Il concetto è nato negli anni 1970 per spiegare come alcuni problemi siano oggetto di una «ipercostruzione sociale».

Più precisamente, i «panici morali» sono stati definiti come problemi socialmente costruiti, e caratterizzati da una amplificazione sistematica dei dati reali, sia nella rappresentazione mediatica sia nella discussione politica. Altre due caratteristiche sono state citate come tipiche dei «panici morali». In primo luogo, problemi sociali che esistono da decenni sono ricostruiti nelle narrative mediatiche e politiche come «nuovi», o come oggetto di una presunta e drammatica crescita recente. In secondo luogo, la loro incidenza è esagerata da statistiche folkloriche che, benché non confermate da studi accademici, sono ripetute da un mezzo di comunicazione all’altro e possono ispirare campagne mediatiche persistenti.

Philip Jenkins ha sottolineato il ruolo nella creazione e gestione dei panici di «imprenditori morali» le cui agende non sono sempre dichiarate. I «panici morali» non fanno bene a nessuno. Distorcono la percezione dei problemi e compromettono l’efficacia delle misure che dovrebbero risolverli. A una cattiva analisi non può che seguire un cattivo intervento. Intendiamoci: i «panici morali» hanno ai loro inizi condizioni obiettive e pericoli reali. Non inventano l’esistenza di un problema, ma ne esagerano le dimensioni statistiche. In una serie di pregevoli studi lo stesso Jenkins ha mostrato come la questione dei preti pedofili sia forse l’esempio più tipico di un «panico morale». Sono presenti infatti i due elementi caratteristici: un dato reale di partenza, e un’esagerazione di questo dato ad opera di ambigui «imprenditori morali».

Anzitutto, il dato reale di partenza. Esistono preti pedofili. Alcuni casi sono insieme sconvolgenti e disgustosi, hanno portato a condanne definitive e gli stessi accusati non si sono mai proclamati innocenti. Questi casi – negli Stati Uniti, in Irlanda, in Australia – spiegano le severe parole del Papa e la sua richiesta di perdono alle vittime. Anche se i casi fossero solo due – e purtroppo sono di più – sarebbero sempre due casi di troppo. Dal momento però che chiedere perdono – per quanto sia nobile e opportuno – non basta, ma occorre evitare che i casi si ripetano, non è indifferente sapere se i casi sono due, duecento o ventimila. E non è neppure irrilevante sapere se il numero di casi è più o meno numeroso tra i sacerdoti e i religiosi cattolici di quanto sia in altre categorie di persone. I sociologi sono spesso accusati di lavorare sui freddi numeri dimenticando che dietro ogni numero c’è un caso umano.

Ma i numeri, per quanto non siano sufficienti, sono necessari. Sono il presupposto di ogni analisi adeguata. Per capire come da un dato tragicamente reale si sia passati a un «panico morale» è allora necessario chiedersi quanti siano i preti pedofili. I dati più completi sono stati raccolti negli Stati Uniti, dove nel 2004 la Conferenza episcopale ha commissionato uno studio indipendente al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, che non è un’università cattolica ed è unanimemente riconosciuta come la più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia.

Questo studio ci dice che, dal 1950 al 2002, 4392 sacerdoti americani (su oltre 109.000) sono stati accusati di relazioni sessuali con minorenni. Di questi poco più di un centinaio sono stati condannati da tribunali civili. Il basso numero di condanne da parte dello Stato deriva da diversi fattori. In alcuni casi le vere o presunte vittime hanno denunciato sacerdoti già defunti, o erano scattati i termini della prescrizione. In altri, all’accusa e anche alla condanna canonica non corrisponde la violazione di alcuna legge civile: è il caso, per esempio, in diversi Stati americani del sacerdote che abbia una relazione con una – o anche un – minorenne oltre i 16 anni e consenziente.

Ma ci sono anche stati molti casi clamorosi di sacerdoti innocenti accusati. Questi casi si sono anzi moltiplicati negli anni 1990, quando alcuni studi legali hanno capito di poter strappare transazioni milionarie anche sulla base di semplici sospetti. Gli appelli alla «tolleranza zero» sono giustificati, ma non ci dovrebbe essere nessuna tolleranza neanche per chi calunnia sacerdoti innocenti. Aggiungo che per gli Stati Uniti le cifre non cambierebbero in modo significativo se si aggiungesse il periodo 2002-2010, perché già lo studio del John Jay College notava il «declino notevolissimo» dei casi negli anni 2000.

Le nuove inchieste sono state poche, e le condanne pochissime, a causa di misure rigorose introdotte sia dai vescovi statunitensi sia dalla Santa Sede. Lo studio del John Jay College dice forse, come si legge spesso, che il 4% dei sacerdoti americani sono «pedofili»? Niente affatto. Secondo quella ricerca il 78,2% delle accuse si riferisce a minorenni che hanno superato la pubertà. Avere rapporti sessuali con una diciassettenne non è certamente una bella cosa, tanto meno per un prete: ma non si tratta di pedofilia. Dunque i sacerdoti accusati di effettiva pedofilia negli Stati Uniti sono 958 in 42 anni, 18 all’anno.

Le condanne sono state 54, poco più di una all’anno. Il numero di condanne penali di sacerdoti e religiosi in altri Paesi è simile a quello degli Stati Uniti, anche se per nessun Paese si dispone di uno studio completo come quello del John Jay College. Si citano spesso una serie di rapporti governativi in Irlanda che definiscono «endemica» la presenza di abusi nei collegi e negli orfanotrofi (maschili) gestiti da alcune diocesi e ordini religiosi, e non vi è dubbio che casi di abusi sessuali su minori anche molto gravi in questo Paese vi siano stati. Lo spoglio sistematico di questi rapporti mostra peraltro come molte accuse riguardino l’uso di mezzi di correzione eccessivi o violenti. Il cosiddetto Rapporto Ryan del 2009 – che usa un linguaggio molto duro nei confronti della Chiesa cattolica – su 25.000 allievi di collegi, riformatori e orfanotrofi nel periodo che esamina riporta 253 accuse di abusi sessuali da parte di ragazzi e 128 da parte di ragazze, non tutte attribuite a sacerdoti, religiosi o religiose, di diversa natura e gravità, raramente riferite a bambini prepuberi e che ancor più raramente hanno condotto a condanne.

Le polemiche di queste ultime settimane riguardanti situazioni sorte in Germania e Austria mostrano una caratteristica tipica dei «panici morali»: si presentano come «nuovi» fatti risalenti a molti anni or sono, in alcuni casi addirittura a oltre trent’anni fa, e in parte già noti. Il fatto che – con una particolare insistenza su quanto tocca l’area geografica bavarese, da cui proviene il Papa – siano presentati sulle prime pagine dei giornali avvenimenti degli anni 1980 come se fossero avvenuti ieri, e ne nascano capziose polemiche, nella forma di un attacco concentrico che ogni giorno annuncia in stile urlato nuove «scoperte», mostra bene come il «panico morale» sia promosso da «imprenditori morali» in modo organizzato e sistematico.

Il caso che – come alcuni giornali hanno titolato – «coinvolge il Papa» è a suo modo da manuale. Si riferisce a un episodio in cui un sacerdote di Essen, già colpevole di abusi, fu accolto nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, di cui era arcivescovo l’attuale Pontefice, risale infatti al 1980. Il caso è emerso nel 1985 ed è stato giudicato da un tribunale tedesco nel 1986, accertando tra l’altro che la decisione di accogliere nell’arcidiocesi il sacerdote in questione non era stata presa dal cardinale Ratzinger e non gli era neppure nota, il che non è strano in una grande diocesi con una complessa burocrazia.

Perché oggi un quotidiano tedesco decida di riesumare il caso, e sbatterlo in prima pagina 24 anni dopo la sentenza, dovrebbe essere messo in questione. Una domanda sgradevole – perché il semplice porla sembra difensivo, e non consola le vittime – ma importante è se essere un prete cattolico sia una condizione che comporta un rischio di diventare pedofilo o di abusare sessualmente di minori – le due cose, come si è visto, non coincidono perché chi abusa di una sedicenne non è un pedofilo – più elevato rispetto al resto della popolazione.

Rispondere a questa domanda è fondamentale per scoprire le cause del fenomeno e quindi per prevenirlo. Secondo gli studi di Jenkins, se si paragona la Chiesa cattolica degli Stati Uniti alle principali denominazioni protestanti si scopre che la presenza di pedofili è – a seconda delle denominazioni – da due a 10 volte più alta tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici. La questione è rilevante perché mostra che il problema non è il celibato: la maggior parte dei pastori protestanti è sposata. Nello stesso periodo in cui un centinaio di sacerdoti americani era condannato per abusi sessuali su minori, il numero di professori di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili – anche questi in grande maggioranza sposati – giudicato colpevole dello stesso reato dai tribunali statunitensi sfiorava i seimila.

Gli esempi potrebbero continuare, e non solo negli Stati Uniti. Soprattutto, stando ai periodici rapporti del governo americano, due terzi circa delle molestie sessuali su minori non vengono da estranei o da educatori – preti e pastori protestanti compresi – ma da familiari: patrigni, zii, cugini, fratelli e purtroppo anche genitori. Dati simili esistono per numerosi altri Paesi. Per quanto sia poco politicamente corretto dirlo, c’è un dato che è assai più significativo: per oltre l’80% i pedofili sono omosessuali, maschi che abusano di altri maschi. E – per citare ancora una volta Jenkins – oltre il 90% dei sacerdoti cattolici condannati per abusi sessuali su minori e pedofilia è omosessuale. Se nella Chiesa cattolica può esserci stato effettivamente un problema, questo non riguarda il celibato ma una certa tolleranza dell’omosessualità, in particolare nei seminari negli anni Settanta, quando veniva ordinata la grande maggioranza di sacerdoti poi condannati per gli abusi. È un problema che Benedetto XVI sta vigorosamente correggendo.

Più in generale il ritorno alla morale, alla disciplina ascetica, alla meditazione sulla vera, grande natura del sacerdozio sono l’antidoto ultimo alle tragedie vere della pedofilia. Anche a questo deve servire l’Anno sacerdotale. Rispetto al 2006 – quando la Bbc mandò in  onda il documentario-spazzatura del parlamentare irlandese e attivista omosessuale Colm O’Gorman – e al 2007 – quando Santoro ne propose la versione italiana su Annozero – non c’è, in realtà, molto di nuovo, fatta salva l’accresciuta severità e vigilanza della Chiesa.

I casi dolorosi di cui più si parla in queste settimane non sono sempre inventati, ma risalgono appunto a venti o anche a trent’anni fa. O, forse, qualche cosa di nuovo c’è. Perché riesumare nel 2010 casi vecchi o molto spesso già noti, al ritmo di uno al giorno, attaccando sempre più direttamente il Papa – un attacco, per di più, paradossale se si considera la grandissima severità del cardinale Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi su questo tema? Gli «imprenditori morali» che organizzano il panico hanno un’agenda che emerge sempre più chiaramente, e che non ha veramente al suo centro la protezione dei bambini. La lettura di certi articoli ci mostra come lobby molto potenti cercano di squalificare preventivamente la voce della Chiesa con l’accusa più infamante e oggi purtroppo anche più facile, quella di favorire o tollerare la pedofilia.
Massimo Introvigne




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Il killer di Mussolini

Avvenire


La prima assemblea provinciale del Fronte si tenne ad Alessandria la domenica 15 febbraio 1948. Fu un evento indimenticabile per i tanti rossi che vivevano tra il Po e l’Appennino. A causa di due ragioni. La prima era che a dirigere l’assemblea arrivò apposta da Roma un capo comunista importante: Pietro Secchia. La seconda fu la comparsa di un personaggio che tra poco presenterò.

In quel momento Secchia aveva 45 anni ed era considerato il numero tre del Pci, dopo Palmiro Togliatti e Luigi Longo, l’assemblea fu un successone. Dopo l’incontro al Politeama, il centro della città venne attraversato da colonne di ex partigiani garibaldini, che poi confluirono in piazza della Libertà.

Al Politeama Secchia aveva presentato i candidati del Fronte per la Camera nella circoscrizione Cuneo-Alessandria-Asti. La lista era in ordine alfabetico. Al primo posto si trovava il socialista Mario Andreis, che poi venne trombato. E al secondo stava il comunista Walter Audisio, più noto come il colonnello Valerio. E tutti sapevano chi era: l’uomo che aveva ammazzato Mussolini, subito dopo la cattura sul lago di Como.

Valerio stava per compiere 39 anni. E non aveva certo il fisico del giustiziere. Era un signore magro, baffuto, un basco nero sulla testa, un abito sempre stropicciato, spesso nascosto da un impermeabile color nocciola. L’unica nota vivace era la cravatta.

Audisio amava le cravatte rosse a pallini bianchi. Ne portava una anche alla Basilica di Massenzio a Roma, il 30 marzo 1947, Domenica delle Palme. Quando Togliatti, con la vocina sottile e tagliente, l’aveva presentato a migliaia di comunisti come il compagno che il 28 aprile di due anni prima aveva mandato all’inferno il dittatore fascista. Guadagnandosi un posto nella storia mondiale.


Per di più, si sapeva che Audisio girava l’Italia protetto da una guardia del corpo. Una difesa indispensabile perché era diventato l’uomo nero di tutti i reduci di Salò. Ma Valerio non sembrava per niente impaurito. Aveva di continuo un’aria sorridente e compagnona, da commesso viaggiatore. E riservava i toni duri soltanto agli odiati democristiani.

Lo si vide il 14 luglio 1948, il giorno che Antonio Pallante sparò due rivoltellate a Togliatti e per un pelo non lo mandò al creatore. Nell’aula di Montecitorio il neo­deputato Audisio si rivolse a De Gasperi, gridandogli: «Tu sei come Mussolini che ha fatto uccidere Matteotti!». De Gasperi gli replicò, gelido: «Solo l’idea di un simile paragone è ripugnante».

Quando Valerio cominciò a farsi vedere sempre più spesso nella nostra città, uno dei centri della vittoriosa campagna elettorale, quasi nessuno dubitò della sua qualifica di killer del Duce.  Aveva il vezzo di raccontare storielle che non facevano ridere nessuno. Lo testimonia Massimo Caprara che in quel tempo era il segretario di Togliatti. E vedeva di continuo Audisio che lavorava alle Botteghe Oscure nell’apparato di Secchia. Anche qui Valerio rompeva l’anima a tutti con le barzellette. Ma tutti lo sopportavano per un motivo ferreo. Insieme a Togliatti e a pochi altri dirigenti del Partitone Rosso era il depositario di un segreto che si può definire storico.

Il segreto consisteva nel fatto che a sparare al Duce non era stato lui, bensì Aldo Lampredi, il braccio destro di Longo nel comando generale delle Garibaldi. Un compagno dal carattere freddo, capace di custodire più di un mistero. Nato a Firenze il 13 marzo 1899, operaio ebanista, era entrato nel Pci appena fondato e aveva fatto per intero la trafila dei quadri comunisti della sua generazione.
 

Dapprima il carcere in Italia, poi l’espatrio, l’arrivo a Mosca, alla scuola della polizia segreta sovietica, la guerra civile in Spagna nel commissariato delle Brigate internazionali, quindi nel maquis in Francia. E infine la guerra civile in Italia, dapprima in Friuli, quindi accanto a Longo.
Ad avere tra le mani Mussolini erano stati in tre: Lampredi, Audisio e il comandante partigiano Michele Moretti. Ma Longo aveva ordinato al solo Lampredi di giustiziare il Duce. E così era avvenuto. Come Togliatti rivelò a Caprara.

Ma perché non dire la verità? Caprara riferisce la spiegazione che ebbe da Celeste Negarville, dirigente di primo piano del Pci. Togliatti era ben deciso a non dare un nome e una faccia al killer di Mussolini. Poi un giorno si rese conto che qualche giornalista intraprendente stava arrivando a Lampredi. E allora decise di proteggerlo da una fama pericolosa.

Scrive Caprara nel suo libro di memorie Quando le Botteghe erano Oscure (Il Saggiatore, 1997): Togliatti voleva sottrarre Lampredi alla curiosità della gente, ma anche «salvarlo da un’autoesaltazione che avrebbe potuto travolgerlo: sentirsi all’improvviso il vendicatore­eroe, dopo una vita grigia e ingrata, da funzionario del Komintern».

A quel punto il ruolo del killer venne assegnato ad Audisio, un compagno superfedele: militante clandestino, cinque anni di confino, poi la Resistenza. Gli fu ordinato di concedere interviste, soprattutto a giornalisti americani. E di raccontare come aveva giustiziato Mussolini. Valerio chiese di parlare con Togliatti. Però il Migliore non volle riceverlo. Disse soltanto: «Mi basta di vedere la sua faccia sui rotocalchi. Ma deve astenersi dalle barzellette!».

Il ragioniere di Alessandria iniziò a recitare alla perfezione la parte che Togliatti gli aveva imposto. Cominciando con un’intervista alla vigilia del comizio alla Basilica di Massenzio. È possibile che, in cuor suo, la recita gli pesasse. Secondo Vittorio Gorresio, borbottava: «Avrei preferito vivere come prima». Ma l’obbedienza al Bottegone veniva davanti a tutto.

Anche Lampredi non rivelò mai nulla. Continuò a lavorare nell’apparato centrale del Pci, sino a diventare il capo della Commissione nazionale quadri. Era un cinquantenne alto, magro, il viso affilato, di pochissime parole, dalla vita sobria e dalla riservatezza assoluta. Rifiutò sempre di entrare in Parlamento. E di scrivere una sola riga sulle tante esperienze di dirigente della rivoluzione rossa. Poi nel luglio 1974 morì per un infarto a Lubiana, in Jugoslavia, dove si trovava in vacanza: aveva 75 anni.

 
Giampaolo Pansa




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Raisi: "Delbono non era l’unico ad avere nella sua segreteria la propria compagna"

Il Resto del Carlino

Enzo Raisi in Procura per presentare un esposto contro l’operato della giunta regionale.
Il deputato del Pdl. "Si tratta di quattro esposti, tre riguardano l’ufficio di presidenza e uno le attività produttive"


Bologna, 19 marzo 2010 – Come promesso il deputato del Pdl Enzo Raisi si è presentato questa mattina in Procura a Bologna per presentare un esposto contro l’operato della giunta regionale dell’Emilia Romagna guidata da Vasco Errani, presidente uscente ricandidato al terzo mandato. All’uscita dalla Procura Raisi ha spiegato che si tratta di un esposto su quattro casi di cui «tre riguardano l’ufficio di presidenza e uno le attività produttive».


«Non sono dossier, ma semplici informazioni che vengono dalle stesse fila del Pd -prosegue il deputato del Pdl- documenti che palesano che Delbono qualcuno lo ha voluto scaricare molto velocemente, pensando di chiudere la vicenda ma probabilmente Delbono ha fatto certe cose perchè dentro ad un certo sistema erano cose normali». Il riferimento è all’operato dell’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono che a casusa dell’inchiesta giudiziara cosiddetta del ‘Cinzia gate' ha dato le sue dimissioni da primo cittadino.


«Delbono non era l’unico -sostiene Raisi- che aveva nella propria segreteria la propria compagna». «In tutti gli atti -fa sapere Raisi- si dimostra che si confonde ciò che è l’istituzione pubblica con fatti privati». Il deputato del Pdl ha poi anticipato che sta valutando di presentare «altre due questioni alla magistratura, che riguardano le consulenze» ma che probabilmente lo farà dopo il voto del 28 e 29 marzo.


Emilia, scoppia il caso parentopoli
Raisi: "Venerdì vado in Procura, Errani cadrà come Delbono"




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