domenica 21 marzo 2010

Il blog satirico che preoccupa Chavez

Corriere della Sera


Alla berlina anche gli esponenti dell'opposizione e i leader degli altri Paesi sudamericani. Il presidente venezuelano teme i social network e il sito di tre giovani che sfidano il regime a colpi di satira e ironia




MILANO – In un Paese dominato dalla censura e dal pensiero unico, emerge come una voce libera e ironica. «El Chigüire Bipolar» è il blog ideato da Oswaldo Graziani, Alvaro Mora e Juan Andrès Ravell, tre giovani venezuelani che quotidianamente prendono in giro il leader Hugo Chavez e gli altri capi di Stato sudamericani. Grazie a un saggio uso dei più moderni social network, i tre blogger hanno rapidamente conquistato gli utenti della rete e, ad appena due anni dalla sua nascita, El Chigüire Bipolar ha un numero di lettori maggiore dei principali quotidiani locali.

IL SUCCESSO DELL'IRONIAL’incredibile successo è dovuto principalmente al tono buffo e tagliante che caratterizza la maggior parte dei post e degli articoli presenti sul blog, molto diverso dallo stile dimesso e ossequioso osservato dagli organi d'informazione venezuelani. Sembra che la repentina fortuna del blog abbia cominciato a preoccupare il regime di Chavez. Dopo aver ordinato la chiusura di Rctv, canale televisivo critico nei confronti della politica del presidente e aver revocato le licenze a 34 stazioni radiofoniche «dissidenti», il leader venezuelano sta pensando di mettere un bavaglio anche alla rete. La settimana scorsa in un'intervista ha sottolineato la necessità di «controllare» internet e ha consigliato ai suoi concittadini di non usare i social network.


CHAVEZ E GLI ALTRI - Chavez è il leader più colpito dalla satira di El Chigüire Bipolar. Sul blog è spesso raffigurato come un capo buffo e comico e i suoi discorsi e le sue prese di posizione sono accompagnate da musiche beffarde e sarcastiche. Il blog, inoltre, è ricco di video satirici e di divertenti fotomontaggi che hanno come principale protagonista proprio il leader venezuelano. Tuttavia El Chigüire Bipolar fa satira a 360 gradi e non risparmia nemmeno gli oppositori di Chavez. Recentemente sono stati presi di mira gli studenti che protestavano contro il leader latinoamericano. Più che interessati alla protesta - ha rivelato il blog - molti giovani erano attratti dalla birra e dalle spiagge venezuelane.

Altre vittime della tagliente ironia dei blogger sono gli estroversi leader latinoamericani. Nei video e nelle immagini taroccate compaiono il presidente brasiliano Lula, rappresentato come un bon vivant che fuma continuamente e sembra strizzare l'occhio al potere statunitense, l'argentina Kirchner, raffigurata quasi sempre in bikini e come una bomba sexy che seduce gli altri presidenti latini e infine il leader iraniano Ahmadinejad, immortalato in più di una foto mano nella mano con Chavez.

Il blog ha ottenuto il più grande successo di utenti lo scorso febbraio dopo la pubblicazione del primo episodio de «L'isla Presidencial» (l'isola dei Presidenti). Si tratta di un filmato satirico ispirato alla serie televisiva «Lost» che è stato visto da quasi mezzo milione di utenti. I protagonisti del video animato sono i leader latinoamericani che naufragano su un’isola deserta e qui sono costretti a sopravvivere e naturalmente a litigare.

SATIRA E RESISTENZA - Secondo Juan Andrés Ravell è facile comprende il grande successo del blog e dei video satirici: «Nella maggior parte dei Paesi latinoamericani non esiste la satira politica» dichiara il ventottenne al quotidiano argentino in lingua inglese Buenos Aires Herald. «E' naturale che i cittadini sudamericani siano colpiti dal nostro lavoro». Il collega trentenne Oswaldo Graziani aggiunge: «Nel nostro continente abbiamo presidenti davvero pittoreschi che quotidianamente ci offrono materiale sul quale lavorare. Cristina, Evo e Chavez...sono perfetti per la commedia».

La tv di stato ha più volte criticato «le libertà» che El Chigüire Bipolar si concede. Durante la trasmissione televisiva La Hojilla, il conduttore Mario Silva ha definito i fondatori del blog «tossicodipendenti che infangano il nome di Chavez». Più i lettori aumentano, più crescono le minacce e le ingiurie. Tuttavia ciò non sembra preoccupare i tre giovani blogger. Al New York Times Oswaldo Graziani ha ripetuto di non temere la censura: «E' difficile per chiunque combattere contro la supremazia dell'umorismo» ha dichiarato fiducioso il giovane blogger.

Francesco Tortora
21 marzo 2010





Powered by ScribeFire.

Pedofilia, una vittima:«La lettera del Papa mi fa rabbia»

IL SEcolo xix


«Disgusto» e «rabbia»: sono queste le reazioni alla lettera pastorale di papa Benedetto XVI, la Lettera ai cattolici d’Irlanda, dedicata ai casi di pedofilia nel clero, mostrate da una donna che è stata vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti per oltre dieci anni. «Questi vecchi, freddi uomini non vogliono che le strutture della Chiesa si modifichino, soprattutto nel loro approccio alla sessualità», ha sostenuto la donna in dichiarazioni all’agenzia tedesca Dpa che ne protegge l’identità definendola solo «all’inizio della quarantina».

I suoi genitori abitano ancora nella città natale, nella profonda provincia cattolica, e il suo torturatore che la baciava sempre con passione costringendola a giacere sul suo divano era un prete del vescovado di Muenster e ora è cittadino onorario della città. La donna, indicata col nome di copertura di «Stefanie Schneider», aveva dieci anni quando il prete comincio ad andare a casa sua sempre più di frequente per ascoltare musica classica con la madre: regalò alla piccola una catenina d’oro, dalla quale pendeva una croce.

Poi il sacerdote invitò Stefanie a casa sua senza che i genitori sospettassero nulla: «No, racconta Stefanie. Era un uomo di Chiesa. La Chiesa, per mia madre, era l’unico appiglio cui aggrapparsi dopo la guerra» ed il suo disorientamento .

Il prete della sua infanzia puzzava di alcol e, la prima volta che la baciò, lei era come paralizzata. Lo raccontò alla madre, che le disse solo: «Non hai più bisogno di andarci di di nuovo». Ma non aggiunse che l’uomo aveva fatto qualcosa di ingiusto. Di fronte allo scandalo venuto alla luce in queste settimane, alle cause vinte dalle vittime negli Stati Uniti e alla Lettera pastorale senza riferimenti alla situazione tedesca, la donna commenta: «Denaro per gli Usa, rammarico per l’Irlanda, silenzio per la Germania».

«Quali ferite vuol guarire, il Papa? Quelle dei bambini? O si tratta solo del danno d’immagine per la Chiesa?», chiede ancora affermando: «Manca l’ammissione che gli abusi di massa di bambini nella Chiesa cattolica devono pur avere una causa strutturale». «Questo insabbiamento è sistematico», dice ancora rifiutando qualsiasi eventuale scusa da Roma, alla quale non crederebbe. Nel tratteggiare una vita distrutta, la Dpa riferisce che da piccola Stefanie avrebbe voluto che la madre picchiasse quel prete, ma quando arrivò a 16 anni cadde vittima di un altro prelato, un parroco.

Si fidava ancora della madre, che la accusava: «Ci sei stata». Da allora non si oppose più e accettò il sacerdote di 20 anni più grande come «sostituito del padre e amante». «Ero dipendente da lui», dice la donna poi violentata da un amico, uscita dalla Chiesa e rimasta nubile e senza figli che pur avrebbe voluto e che rimpiazza con la dedizione al lavoro.




Powered by ScribeFire.

Il capo della Chiesa tedesca: «Abbiamo nascosto per anni i casi di pedofilia»

Corriere della Sera


L'arcivescovo di Friburgo: insabbiati per anni gli abusi commessi dai religiosi nei confronti dei minori



MILANO - Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, l'arcivescovo di Friburgo Robert Zollitsch, ha ammesso per la prima volta che la Chiesa cattolica tedesca ha nascosto «per anni» i casi di abusi sessuali commessi da religiosi nei confronti di minori. Zollitsch lo ha detto in un'intervista al settimanale Focus. «Questi abusi sono stati tenuti nascosti per decenni nell'intera società», afferma Zollitsch, poiché «non si è affrontato il problema in tutto il suo significato sociale».

Il capo dei vescovi tedeschi aggiunge che appare sempre più evidente come «la maggior parte degli abusi si sono verificati al di fuori dell'ambito ecclesiastico», anche se quelli commessi dai preti sono particolarmente gravi. «Mi vergogno e mi spaventa enormemente il fatto che gli abusi si siano verificati in modo così elevato nelle nostre istituzioni», spiega Zollitsch, secondo il quale «ognuno di questi casi oscura il volto di tutta la Chiesa».

Il presidente della Conferenza episcopale tedesca dichiara poi di avere qualche problema nel seguire la scelta fatta dai vescovi bavaresi, di denunciare alle procure ogni nuovo caso di abuso, poiché da quanto ha appreso, le vittime vogliono parlare del loro dolore, ma non desiderano denunciare alla giustizia i pedofili di cui sono rimasti vittime. Questo atteggiamento, spiega Zollitsch, «ci crea un problema morale, poiché noi siamo interessati a portare i responsabili davanti al giudice, affinchè con un processo si arrivi ad una sentenza».

Zollitsch sottolinea che i suoi dubbi nel perseguire la via giudiziaria per i casi di abuso nascono dal fatto che «con false accuse si possono uccidere moralmente delle persone. Nel clima arroventato del momento si riflette forse troppo poco su questo aspetto». Zollitsch ripete poi che «non esiste un legame diretto» tra celibato dei preti ed abusi sessuali, poiché nella formazione dei sacerdoti viene affrontato in modo molto vasto il problema della maturità emotiva di chi è chiamato a svolgere una missione pastorale. «Se nei corsi di formazione prematrimoniale si adottasse solo un decimo di questa accuratezza nella formazione della personalità (dei preti), il legame tra uomo e donna risulterebbe forse molto migliore».

IL PAPA - Sulla tema della pedofilia nella Chiesa è ritornato Papa Benedetto XVI nel saluto ai pellegrini di lingua inglese durante l'Angelus domenicale di piazza San Pietro: «Invochiamo umilmente il perdono (di Dio) per le nostre mancanze e chiediamo la forza per crescere nella santità».

L'INDICAZIONE - All'indomani della lettera scritta sullo scandalo della pedofilia che ha travolto la Chiesa in Irlanda, Papa Benedetto XVI ha indicato infatti la via del perdono: «Intransigenti con il peccato, anche il nostro», ma «indulgenti con le persone». Prendendo spunto dal brano evangelico dell'adultera, e della famosa frase di Cristo, "chi è senza peccato lanci la prima pietra", Ratzinger ha esortato ad imparare «dal Signore Gesù a non giudicare e a non condannare il prossimo». «Impariamo - ha detto - ad essere intransigenti con il peccato, a partire dal nostro!, e indulgenti con le persone». «Ci aiuti in questo - ha invocato - la santa Madre di Dio che, esente da ogni colpa, è mediatrice di grazia per ogni peccatore pentito».

Redazione online
21 marzo 2010




Powered by ScribeFire.

Piangeva per la fame Ecco perchè Alessandro è stato seviziato e ucciso"

Quotidianonet

Il Gip ha convalidato l'arresto della mamma e del compagno, accusati della morte del piccolo di 8 mesi. A scatenare la furia dei due, storditi dalla droga, sarebbe stato il pianto del bambino che voleva mangiare



Genova, 21 marzo 2010


Piangeva per la fame Alessandro, il bambino di 8 mesi seviziato e ucciso a Genova. Un pianto insopportabile per la madre Caterina Mathas, 26 anni, e il compagno Giovanni Antonio Rasero, 29, entrambi fuori controllo e storditi da hashish, cocaina e mancanza di sonno. Tanto da scatenare una violenza crescente verso il bimbo per farlo stare zitto così da potersi mettere a dormire.

Sarebbe questo lo scenario in cui è maturato il delitto del piccolo, arrivato esanime martedì mattina al Gaslini di Genova, e che ha convinto il gip Vincenzo Papillo a firmare la convalida degli arresti della Mathas e di Rasero. Per loro l'accusa è di omicidio volontario aggravato in concorso, e ad accogliere la richiesta di custodia cautelare in carcere del pm Marco Airoldi, per il pericolo di reiterazione.

Oltre allo sfondamento del cranio, alle bruciature da sigaretta alle orecchie e sull’addome, alle ecchimosi sul collo per i pizzicotti ricevuti, sul corpo del bimbo sono stati trovati anche lividi compatibili con lesioni da afferramento, e poi ancora ecchimosi su un piede dovute ad uno o più morsi. E ancora la testa del piccino è stata sbattuta almeno due volte con grande violenza e Alessandro, con tutta probabilità ha perso subito coscienza, quindi la sua agonia, da quel momento, sarebbe durata una trentina di minuti.

Trapela che la donna, presa dalla necessità di trovare nuova cocaina, da lunedì pomeriggio non avrebbe dato da mangiare alla sua creatura, lasciandolo da solo, per un’ora e mezzo (dalla mezzanotte all'1.34), in balia di un semiestraneo che in passato aveva dato segni di grave insofferenza verso il pianto del bimbo. La sua assenza non è servita però a scagiornarla visto che l'autopsia individua la morte del figlio in una fascia temporale ampia, tra le 23,30 e le 3,30 (con maggiore compatibilità tra la mezzanotte e mezzo e le 2,30).

Emerge anche che Rasero avrebbe proposto di non dire che la morte era avvenuta in casa sua, precipitandosi poi a ripulire gli "marroni" cioé dalle tracce dell’uso di coca.




Powered by ScribeFire.

Bergamo, morto il quattordicenne ferito da una bomba 'copiata' da internet

Quotidianonet


ragazzino, insieme a due amici, aveva costruito un ordigno rudimentale dopo aver visto un video on line. Da subito le sue condizioni erano apparse gravi


Bergamo, 21 marzo 2010


E' morto dopo quasi nove giorni di agonia il ragazzino di 14 anni che sabato 13 marzo era stato investito dall’esplosione di una bomba artigianale costruita insieme a due amici copiando le istruzioni da internet.

L'adolescente era ricoverato agli Ospedali Riuniti di Bergamo, ma le ferite causate dai vetri che l’avevano colpito all’addome e a una gamba si sono rivelate troppo gravi.

I tre ragazzi, dopo avere visto un video su Internet, avevano riempito un bottiglia di vetro con della polvere da sparo ricavata da alcuni petardi, usando poi come miccia un fazzoletto impregnato di benzina. Dopo averlo acceso si erano allontanati di corsa, ma alcuni vetri sono esplosi e li hanno colpiti.

Il più grave era proprio il quattordicenne che era stato portato prima all’ospedale di Treviglio e poi in terapia intensiva pediatrica a Bergamo, dove, dopo alcuni segni di ripresa, era stato sottoposto a una seconda operazione.




Powered by ScribeFire.

Trova e rende 715.000 euro 'Niente premio, faccio causa'

Il Resto del Carlino

Il tesoro era in un portafogli per strada. Simone Chiessi che lo ha restituito dice: "Non ho ricevuto neppure un grazie. Poi è arrivata l'offerta di 500 euro". Ma la legge stabilisce che la ricompensa va da un ventesimo a un decimo della cifra trovata

Reggio Emilia, 21 marzo 2010 



La gratitudine non dev’essere di questo mondo, pensa Simone Chiessi. Un mese e mezzo fa, a Scandiano, ha trovato sotto un cassonetto della spazzatura un portafogli di pelle e l’ha raccolto. Dentro nessun contante: un ladro si doveva essere sbarazzato del contenitore dopo averlo svuotato del denaro. Ma erano rimasti gli assegni: sommati, facevano la bellezza di 715 mila euro. Uno da diecimila euro, trasferibile e firmato davanti e dietro. Uno da centomila euro, senza data, incassabile. E poi altri tre assegni da duecentomila e uno da cinquemila scaduti, ma teoricamente utilizzabili dal proprietario in tribunale come «ammissione di debito». Chiessi — 31 anni, celibe, agente di commercio con la passione dello sport e del poker Texas Hold’Em, un’apparizione due anni fa alla trasmissione tv «Uomini e donne» dove faceva il corteggiatore — ha subito consegnato il portafogli ai carabinieri di Scandiano.

Si aspettava l’immediato ringraziamento e una ricompensa per l’atto onesto. Solo cinque giorni fa è arrivata la proposta: cinquecento euro, racconta Chiessi. Che non è rimasto con le mani in mano. Forte del codice civile, che stabilisce un premio che va dal cinque al dieci per cento del valore, l’agente di commercio ha dato mandato al suo legale, Liborio Cataliotti, di far causa. Ci vorranno due anni per avere una sentenza, Chiessi non vuole tutti quei soldi (un ventesimo, che si applicherebbe a una cifra alta come questa, ammonterebbe a 35 mila euro), ma a questo punto — dice — «è giusto che sia il giudice a stabilire la cifra. Un minimo di riconoscenza per l’onestà di aver potato il portafogli indietro me la sarei aspettata».

Questa curiosa storia di onestà incompresa comincia il 4 febbraio. Simone Chiessi sta preparando un contratto con un cliente. In una pausa, va verso il cassonetto dei rifiuti per gettare la bottiglia di plastica. A terra c’è il portafogli marrone. Lo esamina, ci sono i documenti, patente, carte societarie. E gli assegni. Un importo da far girare la testa. «La prima cosa che ho fatto — racconta Chiessi — è stata chiamare il mio avvocato. Cataliotti mi ha confermato nell’idea: dovevo consegnare il portafogli ai carabinieri. Mi ha pure detto che la legge stabilisce una ricompensa che va da un decimo a un ventesimo del valore ritrovato. Sono andato in caserma, ho dato in consegna il portafogli, ho lasciato il mio numero di telefono e i carabinieri mi hanno detto che il proprietario si sarebbe fatto certamente vivo».

Invece passa qualche giorno e il telefono è muto. Allora Chiessi prende l’iniziativa: chiama lui. «Mi aspettavo un grazie» dice al proprietario e gli ricorda la «legge della ricompensa» che quello non conosceva. «Lui mi ha detto che è un imprenditore edile, il momento è così, non aveva soldi» ricorda Chiessi. Fino alla proposta di cinque giorni fa, tramite legali. «Cinquecento euro» riferisce l’avvocato Cataliotti che spiega: «Anche se sono assegni è certamente un’offerta inferiore al dovuto sia sul piano giuridico che sul piano morale». «Mi sono sentito preso in giro» commenta Chiessi. Che stavolta la partita con l’imprevisto avversario beneficiato, invece che a poker, la giocherà in tribunale.

di Mike Scullin




Powered by ScribeFire.

Heysel, 25 anni dopo la strage inutile

La Stampa

Parla Walter Veltroni, l'ex leader del Pd che ha scritto un monologo teatrale sulla tragedia di Bruxelles costata la vita a 39 tifosi juventini



ROBERTO BECCANTINI

Il 29 maggio saranno venticinque anni. I compleanni dell’Heysel hanno bisogno di cifre tonde, perché il ricordo di trentanove morti torni vivo. Trentanove morti per una partita di calcio, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Tranne il rigore che la decise, avvenuto fuori area, tutto tragicamente vero. Così vero e così folle. Quella sera, lo juventino Walter Veltroni era a Roma, da amici. Vide e inorridì, grato a Bruno Pizzul per l’umanità della telecronaca. Dopodiché, ognuno per la sua strada, Veltroni in politica e l’Heysel ai margini della memoria, fino a oggi, fino a Quando cade l’acrobata, entrano i clown.

Da «pocologo» a «tuttologo»: come nasce?
«Prima di tutto, è la frase che disse Platini per giustificare l’esultanza del rigore e il giro di campo. Poi è un monologo che ho scritto su commissione. Perché sì, di solito le idee mi nascono dentro - che so, l’ispirazione di un romanzo o di un saggio -, questa volta invece mi è arrivata da fuori, dal direttore del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo. Mi confidò di aver dedicato l’edizione 2010 al tema della follia, e quale esempio più concreto e appropriato della mattanza di Bruxelles?».

La sua reazione?
«Da essere umano; da essere umano appassionato di sport; da essere umano appassionato di sport e tifoso della Juventus. Ne è scaturito il parlato di un’ora, diviso in blocchi a cinque frasi: sarà rappresentato l’8 luglio, a Ravello, da Daniele Formica, con musica di Riccardo Panfili. La Einaudi, alla quale il testo era piaciuto, ha deciso di farne un libro, in uscita il 27 aprile. Titolo, appunto, Quando cade l’acrobata, entrano i clown».

L’aggancio, la trama?
«Siamo nel 1995: dunque, dieci anni dopo. Siamo in Sicilia, nella camera di un albergo, con il mare davanti al balcone e il vento che muove le tende. Una coppia di notte: lei dorme, lui no. Lui le confessa, per la prima volta, che il 29 maggio del 1985 non aveva viaggiato per lavoro, ma era stato all’Heysel. La moglie non lo saprà mai, perché continua a dormire. Il marito, però, si è tolto un peso: si vergognava di quella bugia, di quella impresa “bambinesca”».

E poi?
«Il racconto della carneficina, naturalmente. Come cresce, come esplode. La guerra applicata alla gioia, perché non penso di essere retorico se dico che la gente era lì, a Bruxelles, quasi in gita, per trepidare e godere di uno spettacolo».

Le sue fonti?
«Ho girato un sacco di siti, ho letto molte carte e molti libri, come Le verità sull’Heysel di Francesco Caremani. Ho trovato la storia di una donna che si era spinta fino al settore Z senza dirlo al marito, un po’ come la mia coppia rovesciata».

Siamo un Paese che allena poco la memoria.
«Vero. La nostra è una società bulimica, molto disturbata, che tende a mettere “pietre sopra” a troppe cose. L’Heysel ne è l’esempio classico: lo stadio fatiscente, le famiglie di tifosi italiani con l’abito buono vicino agli hooligans del Liverpool, colpa di agenzie senza scrupoli che avevano venduto i biglietti fregandosene delle mani in cui finivano; l’attesa febbrile e battuta da un sole cocente; il contrasto con la partita dei bambini organizzata per distrarre il pubblico».

Gli hooligans, d’accordo: ma le raccomando quello che «non» fece la polizia belga.
«Cinque gendarmi a presidiare la curva maledetta. Cinque, non uno di più. E, per giunta, con i walkie-talkie scassati. In pratica, nessuno si oppose al lancio di oggetti che introdusse le cariche mortali».

E poi la strage.
«Schiacciati contro il muro divisorio. Morti ammazzati per soffocamento, o perché calpestati da altri fuggiaschi in cerca di aria, di miracolo. Trentanove persone. Per una partita di calcio. Ci furono atti di eroismo grande, eroismo vero, come la morte di Roberto Lorentini, all’Heysel con il padre Otello. Roberto era un medico, e mentre stava praticando la respirazione bocca a bocca a un tifoso atterrato venne a sua volta travolto dall’onda. I Lorentini sono di Arezzo, e proprio ad Arezzo sarò con il libro il 29 aprile».

Lei era davanti alla tv: come reagì?
«Con un grido: basta!». C’è il partito del «bisognava giocare comunque» e c’è il partito del «si sarebbe dovuto non giocare». Lei a quale appartiene? «Al primo: se le squadre non avessero giocato, sarebbe scoppiato l’inferno».

Boniperti non ha mai rinnegato la coppa dell’Heysel.
«Lo capisco, e capisco la società. Ci tenevano troppo, a quel trofeo. Ma per me la vera coppa rimane quella vinta a Roma, ai rigori, contro l’Ajax».

Cosa ha insegnato l’Heysel?
«Poco, purtroppo. E comunque, più agli inglesi che a noi. L’Heysel risale al 1985. Quattro anni dopo, le nemesi storica avrebbe preso di mira proprio i tifosi del Liverpool, novantasei dei quali morirono schiacciati allo stadio di Hillsborough (Sheffield) durante la semifinale di Coppa d’Inghilterra con il Nottingham Forest: a partita appena iniziata e a gradinate strapiene, aprirono di botto i cancelli e si creò un ingorgo spaventoso, letale».

Da Paparelli a Raciti...
«Oggi gli stadi sono più sorvegliati. La violenza si è spostata fuori, nelle strade, agli autogrill. Rimane un quoziente di teppismo che rispecchia l’odio sparato dalla società».

Domanda fuori tema e fuori libro: più difficile rifondare il Pd o la Juventus?
«Servirebbero due imprese... Scherzi a parte: la Juventus ha perso l’identità. Non sarà facile venirne fuori. Urge una dose massiccia di competenza. A questo proposito, mi auguro un impegno più diretto della famiglia, John Elkann o Andrea Agnelli presidente, con un vice molto “tecnico”. Come ha ribadito il 4-1 del Fulham, siamo di fronte a un fallimento strutturale. Ripeto: della struttura, non di un reparto o di un comparto. Di tutto, di tutti».




Powered by ScribeFire.

Tyson, il cane schiavo delle gang che per i giudici merita di morire

di Oscar Grazioli


Usato in Inghilterra come inconsapevole arma in uno scontro tra bande Il padrone condannato al carcere, lui a morte. Ma l’Italia vuole salvarlo



L’Inghilterra è una piccola nazione, un puntino nel mare di cui tutto il mondo ha rispetto, per la sua storia millenaria di austerità, di serietà e di rigore morale. Parimenti a tutte le altre nazioni del mondo il Paese della Regina è percorso da grandi contraddizioni, a partire dall’ordinamento costituzionale, una monarchia parlamentare che ammette comunque l’esistenza di sudditi e sovrani. 

Sta di fatto che a questa monarchia, alla sua regina, ai suoi prìncipi, ai suoi lord e ai suoi baronetti, tutto il mondo, ancora oggi, s’inchina, nonostante battute e sorrisi a denti stretti, proprio quando si parla delle leggi e del diritto che spetta al suddito di Sua Maestà, the Queen. 

Prima nazione al mondo a istituire un ente per la protezione degli animali, è altrettanto famosa, nel mondo, per le sue leggi rigorose a tutela del benessere animale. 

Non solo leggi, come possono invocare altre decine di Paesi (nostro compreso), ma soprattutto sanzioni dure e certe per chi commette l’odioso reato di maltrattamento. 

L’Inghilterra è forse l’unica nazione al mondo dove, oltre alla pena (talvolta il carcere), inflitta per avere maltrattato animali, il delinquente deve aspettarsi l’inibizione per un certo periodo di tempo, se non a vita, a detenere qualunque forma di organismo vivente. 

Il cane, in Gran Bretagna, è considerato ben oltre che un essere senziente. La sua considerazione raggiunge livelli molto vicini a quelli umani e così pure i suoi diritti e i suoi doveri, tanto che il magistrato può riconoscere in lui una «volontà» omicida e condannarlo a morte. 

È quel che sta succedendo a Tyson, uno staffordshire pitbull, usato come arma dal 22enne Chrisdian Johnson, per gettare al suolo Oluwaseyi «Seyi» Ogunyemi, un 16enne appartenente a una gang rivale, poi pugnalato sei volte dal suo rivale. 

È la prima volta che il test del Dna applicato al sangue di un cane approda in un’aula giudiziaria inglese, dove ha permesso agli inquirenti di far luce sull’omicidio del ragazzo e sulla partecipazione del cane. 

Infatti Tyson, durante la colluttazione, è stato a sua volta pugnalato e ha lasciato una striscia di sangue sul terreno del combattimento. 

Questo sangue, confrontato con quello del cane, poi catturato poco distante, ha accertato la sua presenza sulla scena del crimine e indirettamente quella di Johnson, permettendo di stabilire chi era l’assassino di «Seyi», oltretutto responsabile di avere pugnalato 9 volte un compagno di gang, poi sopravvissuto. 

Per il momento, a Johnson, il giudice ha comminato una pena di 24 anni. Non è tutto però, altrimenti non ci sarebbe la notizia. Un omicidio tra gang rivali in un quartiere malfamato di Londra, non muoverebbe altro che la penna di un cronista locale. 

Il magistrato invece ha destato la curiosità e l’indignazione di buona parte del mondo, condannando a morte Tyson, il cane. «Quando si mescola un cane da attacco con un pugnale - ha detto il giudice - questo è il risultato». E l’Inghilterra che riconosce al cane diritti «umani» altrettanto duramente lo condanna, fino alla pena di morte. 

«Tutti i sudditi piangeranno la morte di Geordie, che ha rubato sei cervi al re per amore, ma lui morirà, perché la legge non può cambiare», cantava Fabrizio nella famosa ballata. Così, sappiano i sudditi cosa succede a chi addestra un cane come un’arma. Pagherà lui e anche il cane. 

Ora monta la protesta delle associazioni protezionistiche, mentre Carla Rocchi, presidente dell’italiana Enpa, si è detta disponibile ad adottare Tyson per salvargli la vita. Vedremo se, a differenza di Geordie, oggi in Inghilterra trionferà il cuore sulla legge.





Powered by ScribeFire.

Ma quanto è diverso il palco di destra

di Paolo Granzotto


Magari quando scende in piazza il popolo della destra non è così disciplinato. Non sa «far massa», tende a sfilacciarsi ignorando le regole del perfetto manifestante di scuola comunista, che ha il suo passo standard, il suo spazio vitale codificato da lunga esperienza marciaiola. Però, giunto alla meta, in quanto a oceanicità il popolo della destra non sfigura e anzi glie le dà, a quello della sinistra. Che si distingue, poi, per l'uniformità antropologica: molte barbe da intellettuale, molte sottanone da girotondine, non poche innocenti creature a cavacecio, come si dice a Roma, dei babbi o marsupiate in grembo a mammà, mute di cani (di razza) col foulard etnico al posto del collare, molte Tod's, molte cosucce di Prada o Krizia e una infinità di cachemire.

Ieri, in piazza San Giovanni, l'unico cachemire era quello che il ministro Ronchi s'era gettato alla sanfason sulle spalle (Ronchi è bravo e simpatico, ma dia retta: se teme il colpo di freddo, meglio che indossi la classica e benemerita maglietta di lana). Al popolo della destra non piace la divisa né il sembiante unificato. Il popolo della destra non si maschera: per usare un termine molto popolare, non se la tira. Abbiamo visto facce da commerciante e da casalinga, da impiegato e da artigiano, da professionista e da artista, da maestra e da precario, da partita Iva e da salariato. E nessuna assomigliava alla faccia collegiale del marciatore e della marciatora di sinistra: quella sussiegosa di chi si sente antropologicamente diverso, quella supponente di chi dice d'aver letto tutto Pavese e tutto Camilleri.

Non è solo la platea a distinguere la manifestazione popolare della destra da quella della sinistra. C'è il palco. Anche nella kermesse piazzaiola più informale il palco di sinistra sente tuttora il contagio - il sangue non è acqua - della tribuna della nomenclatura comunista in Piazza Rossa, ai bei tempi delle mastodontiche e bellicose sfilate del primo maggio. Vi regna quell'atmosfera tetra, plumbea che nemmeno la cadenza romagnola di Per Luigi Bersani (non parliamo del mollaccismo di Veltroni o dei pedagogici «come dire» di D'Alema) riesce a ravvivare. Se poi ci si riferisce all'apparenza, un disastro. Chi più chi meno, i mammasantissima della sinistra pare abbiano seri problemi di digestione - almeno questo si legge sui loro volti -, sembrano tutti affetti da gastriti e ulcere duodenali che nemmeno bidoni di Maalox riescono a lenire. Piegati dal greve fardello di far sorgere - una buona volta - il sol dell'avvenir i presenti sui palchi della sinistra trasmettono pessimismo, sconforto. Annunciano, non foss'altro che con il loro corruccio democratico, stagioni di sudore, lacrime e sangue.

Al contrario, ieri il palco di San Giovanni, il palco del Popolo della Libertà, era incredibilmente bello e gioioso. A parte Maurizio Gasparri che neanche avesse perduto tra la folla il cellulare inalberava un'aria imbronciata da far paura, non s'era mai visto un parterre così fresco, gioioso, positivo e vitale. Glamour, si potrebbe dire, per la presenza di ministri e ministre di piacevole e simpatico vedere (perfino Tremonti, che pure gode fama di non esserlo, su quel palco risultava amabile). Sentire uno stonatissimo Ignazio La Russa intonare (e insistere, poi, nel cantarlo tutto) l'inno nazionale, non ha certo destato stupore.

Ma vedere una sorridente Letizia Moratti, generalmente molto riservata e schiva, dare il tempo agli sbandieramenti tricolori, be’, è stata una sorpresa. Renata Polverini, poi, deve aver fatto suo l'elettorato giovanile mostrando di conoscere una per una le parole di ogni canzone diffusa dagli altoparlanti. Meglio d'un comizio, a conti fatti. Un gran palco, insomma, giusto premio per il popolo della destra che non ha voluto mancare all'appuntamento. Un palco che s'è infiammato con l'arrivo di un Berlusconi in grande spolvero, poco battutista e molto concreto e arrembante, che poi è il Berlusconi che il Popolo della Libertà di destra ama e quello della sinistra teme di più. In piazza la destra ci va poco, ma quando ci si va è festa grande.




Powered by ScribeFire.

E la Gabanelli sfida i limiti alla tv

Corriere della Sera


Stasera puntata sui doppi (e tripli) incarichi dei politici



ROMA— Si può fare (bene) il deputato e il sindaco
di una grande città? Il senatore e il presidente di Provincia? Milena Gabanelli rompe il silenzio elettorale e, con una nuova puntata di Report, denuncia lo scandalo de «Gli sdoppiati». I politici, maestri, si fa per dire, nell’arte di accumulare incarichi. L’inchiesta, che riguarda sedici esponenti del centrodestra, è destinata a fare notizia, per il contenuto e perché va in onda dopo le polemiche sui talk show «imbavagliati» e le intercettazioni Rai—Agcom. Sa bene, la Gabanelli, di poter provocare una nuova ondata di polemiche. Ma non intende fermarsi: «Io vado avanti, non abbiamo cambiato nulla della nostra scaletta. Sono tredici anni che vado in onda in campagna elettorale osservando la legge».

E la par condicio? «La rispetto — assicura —. Nessuno dei parlamentari che abbiamo intervistato è candidato e l’argomento non è materia di campagna elettorale». È consapevole di lavorare «sul filo del rasoio», ma non se ne cura: «Io rispetto la par condicio, la legge è più forte di una norm a con profili di incostituzionalità». La «norma» è il regolamento con cui, venti giorni fa, il Cda della Rai ha imposto lo stop fino al voto ai talk che vanno in diretta. E l’unico programma di approfondimento giornalistico rimasto aperto è Report. Stasera dunque, alle 21.35 su RaiTre, si parlerà di parlamentari part—time e sindaci—pendolari, accumulatori di poltrone abilissimi nello sdoppiarsi.

Riccardo De Corato è deputato e vicesindaco di Milano con tripla e sostanziosa delega, alla sicurezza, al traffico e all’inquinamento. Ogni settimana, per 48 ore, scende a Roma e indossa i panni di onorevole del Pdl. La legge glielo consente. Lo vieterebbe invece a sindaci e presidenti di provincia, ma l’impossibile diventa possibile quando «si interpreta» la legge. Ecco allora che il leghista Ettore Pirovano può dirsi con una risata «pendolare trasfertista», giacché è deputato e presidente della provincia di Bergamo. Maria Teresa Armosino, presidente della Provincia di Asti e deputato del Pdl, è a Roma dal martedì al giovedì e chissà dove trova il tempo di esercitare come avvocato.

Vita di «sacrificio» anche per Edmondo Cirielli, presidente della provincia di Salerno nonché deputato e presidente della commissione Difesa: «Me lo ha chiesto il partito». Un altro che fa miracoli è il presidente leghista della provincia di Brescia, Daniele Molgora, assessore e sottosegretario all’Economia. E ancora il sindaco di Afragola, i presidenti della provincia di Foggia, Biella e Frosinone, i sindaci di Mazara del Vallo, Verbania e Viterbo...

A Roma Mauro Cutrufo, Pdl, si fa in tre: è senatore, vicesindaco e assessore al Turismo. E Alfredo Antoniozzi si divide tra l’assessorato alla Casa nella giunta Alemanno e il Parlamento europeo. Troppo? Non per lui. «Bruxelles è un impegno veramente relativo — lo giustifica la sua portavoce — veramente irrisorio».

Monica Guerzoni
21 marzo 2010





Powered by ScribeFire.

Nella giornata mondiale dell'acqua i Boscimani «festeggiano» 8 anni senza

Corriere della Sera

Dal 2002 il Botswana ha cementato un pozzo per cercare di allontanarli dalla loro terra

La denuncia del popolo indigeno in concomitanza con la celebrazione del 22 marzo

Nella giornata mondiale dell'acqua i Boscimani «festeggiano» 8 anni senza

Dal 2002 il Botswana ha cementato un pozzo per cercare di allontanarli dalla loro terra


Ognuna celebra la Giornata Mondiale dell'Acqua come può. Istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, ogni 22 marzo si ripete questa ricorrenza e l'Onu, secondo lo statuto, invita in questa data tutte le nazioni membre alla promozione di attività concrete per la salvaguardia e la diffusione di questo elemento primario all'interno dei loro Paesi.

OTTO ANNI SENZA ACQUA - Ma questo 22 marzo 2010, lontano dalla sede dell'Onu, si celebra un'altra ricorrenza. Molto meno ufficiale e lontana dai riflettori: i Boscimani delle tribù Gana e Gwi del Botswana compiono otto anni senza poter accedere a una regolare fonte d’acqua nella Central Kalahari Game Reserve. Nel tentativo di indurli ad abbandonare la riserva, loro terra ancestrale, nel 2002 il governo del Botswana aveva infatti smantellato e cementato il pozzo da cui i Boscimani dipendevano per gli approvvigionamenti dell’acqua. Il motivo è quello di non volere vincoli nello sfruttamento delle riserve di diamanti e del turismo. Nonostante la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nel 2006 sancì il diritto costituzionale dei Boscimani a vivere nella riserva, il governo ha continuato a negare loro il permesso di rimettere in funzione il pozzo, anche se i Boscimani si erano dichiarati disposti a procurarsi da soli il denaro necessario a coprirne i costi. Mentre costringeva i Boscimani a sopravvivere in condizioni limite, il governo autorizzava l’apertura di un complesso turistico nelle loro terre, dotato di piscina, e faceva scavare pozzi per abbeverare gli animali selvatici. I Boscimani che hanno cercato di portare cibo e acqua dall'esterno sono stati arrestati. Una donna, Qoroxloo Duxee, è morta per disidratazione ai primi di novembre nei pressi del villaggio di Metsiamenong, dove alcuni Boscimani continuano a resistere a ogni tentativo di sfratto da parte del governo. In giugno, Qoroxloo aveva rilasciato un'intervista alla Bbc: «Quando ero giovane, gli uomini cacciavano e noi avevamo l'acqua. Vivevamo bene e le persone morivano solo di vecchiaia».

L'ONU CHIEDE AL GOVERNO DI RIAPRIRE IL POZZO - Il trattamento riservato ai Boscimani dal governo è stato recentemente condannato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite James Anaya sui popoli indigeni, che lo ha accusato di non esser riuscito a rispettare “i relativi standard internazionali sui diritti umani”. Nel dossier si constata anche che i Boscimani rientrati nella riserva dopo la sentenza «devono affrontare condizioni di vita dure e pericolose a causa dell’impossibilità di accedere all’acqua», e si sollecita il governo a riattivare il loro pozzo come «questione della massima urgenza». «Il continuo rifiuto del governo di permettere ai Boscimani l’uso del pozzo è niente di meno che una premeditata malvagità» ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International, associazione che tutela la sopravvivenza delle culture indigene nel Mondo. «Tutto quello che i Boscimani chiedono è solo di poter accedere al loro pozzo, così come facevano prima di essere illegalmente sfrattati dalle loro terre».


19 marzo 2010(ultima modifica: 21 marzo 2010)





Powered by ScribeFire.

La mamma di Elisa: «Non perdonerò mai il killer di mia figlia»

di Nino Materi


SOLIDARIETÀ Migliaia di giovani hanno sfilato chiedendo giustizia per la studentessa uccisa

 

Quella di Elisa è una famiglia perbene. Lavoratori onesti, i Claps. Per decenni hanno gestito una piccola tabaccheria nel rione Montereale, il parco storico di Potenza dove c’è il monumento ai Caduti. Anche la famiglia Claps avrà ora, finalmente, una lapide su cui piangere Elisa, vittima innocente di un dramma che ha commosso un’intera città. La commozione è un sentimento nobile, ma guai se si trasforma in attenzione morbosa; guai se si diluisce in lacrime pronte da strumentalizzare.

Elisa scomparve la mattina del 12 settembre 1993, il suo cadavere è stato ritrovato il 17 marzo 2010: durante questi 17 anni di tormento, va dato atto alla famiglia Claps di aver mantenuto sempre un comportamento inappuntabile. Mai una parola sopra le righe, anche quando rimbombava l’eco dei silenzi di chi sapeva e non ha parlato. Proprio nel rispetto di questo comportamento, ci permettiamo di mettere in guardia la famiglia Claps: diffidi di chi vuol trasformare il ritrovamento del cadavere di Elisa in un macabro talk show mediatico. Diffidi, la famiglia Claps, dei giornalisti che vanno in giro col microfono chiedendo: «Scusi, per lei chi è l’assassino di Elisa?». «Inchieste» di questo tipo già si stanno facendo in città e - temiamo - che nei prossimi giorni su Potenza volteggeranno parecchi avvoltoi.

Filomena Iemma, la mamma di Elisa, è una donna fragile solo all’apparenza; diciassette anni di dolore l’hanno temprata e ieri alla solita (stupida) domanda sul «perdono» per l’assassino della figlia, ha risposto senza ipocrisie: «Il perdono no, perché non lo darebbe nemmeno un santo». Attorno a lei e ai figli Gildo e Luciano ieri, tutta Potenza, si è stretta in un abbraccio caloroso e sincero. Migliaia di persone scese in piazza per reclamare «verità e giustizia»: due parole che - almeno finora - sono state le grandi assenti di questa terribile vicenda. La mamma di Elisa sale sul palco e fissa i più giovani: «Chi sa la verità venga a dirmela. Voi ragazzi dovete cercare la verità. Adesso abbiamo ancora più bisogno di voi.

E nessuno si permetta mai più di dire che Elisa è scappata di casa: lei a casa ci stava bene. Chi l’ha detto, ora ne deve dare conto». E poi: «Elisa amava la sua città. Guai a chi ne parlava male. In questi 17 anni ci siete sempre stati vicini: non smettete mai di cercare la verità. Voi siete la primavera, voi siete il futuro». Filomena ha ammesso «di non aver mai avuto dubbi o speranza sul ritorno a casa di Elisa. Lo sapevo. Lo dicevo ai miei figli che non sarebbe mai tornata. Ora possiamo darle una degna sepoltura. Ma nella nostra casa Elisa c’è ancora, è dentro di me, è nel mio cuore, a tavola con me, ogni giorno, ma qualcuno l’ha strappata alla sua famiglia. Voglio la verità da chi l’ha condannata in un sottotetto. Io non ho paura di nessuno, né mafiosi né delinquenti».

Di «responsabilità» e «depistaggi» parla espressamente Gildo Claps: «Elisa non è mai stata cercata veramente. Ora le indagini facciano chiarezza su responsabilità e depistaggi». Il j’accuse del fratello della studentessa uccisa è bruciante: «Forse bisognava proteggere l’assassino o qualche altra persona. Certamente ci sono stati condizionamenti nelle indagini che vennero effettuate con leggerezza, superficialità e approssimazione».




Powered by ScribeFire.