giovedì 25 marzo 2010

Forlimpopoli, mette all'asta su eBay il suo voto per le Regionali

IL Resto del Carlino

A farlo è stato un utente che ha messo in vendita il suo voto alla cifra di 10 centesimi. Nel messaggio il ragazzo spiega la decisione scrivendo "non ho nessuno che mi rappresenti in queste elezioni"



Forlimpopoli, 25 marzo 2010


  “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”, recita la Costituzione. Conquistato a prezzo di dure lotte, è ovvio che il suffragio valga moltissimo. Su Ebay, invece, il voto dell’utente che si firma Borazzz, e scrive da Forlimpopoli, è messo all’asta a partire dalla modica cifra di 10 centesimi di euro.

“Voto per le regionali in Emilia Romagna”, recita l’inserzione. Il cittadino emiliano, forte di un feedback positivo del 100 per cento (il che significa che non ha dato ‘sole’ a nessuno dei precedenti acquirenti) si sponsorizza così: “Salve a tutti quelli che leggeranno questa asta nella quale voglio mettere in modo esplicito il mio singolo voto elettorale in Emilia Romagna all’asta. Voterò per il candidato che vuole chi si aggiudica l’inserzione, visto che io non ho nessuno che mi rappresenti in queste elezioni. Saluti a tutti”.

Nel caso fossero interessati, i candidati alla presidenza emiliana Errani, Bernini e Galletti possono pensarci con una certa serenità. Al momento, infatti, nessuno ha offerto più di dieci centesimi per il voto di Borazzz.
dire




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La blogger Yoani Sanchez scrive a Lula "Perchè non posso visitare il Brasile?"

La Stampa





YOANI SANCHEZ


L'AVANA

Signor Ignacio Lula Presidente del Brasile:

Una volta mi hanno raccontato che le imbarcazioni che trafficavano schiavi africani lasciavano una parte del carico a Cuba e un’altra parte nelle coste del Brasile. In questo modo separavano fratelli, padri, figli e amici di tutta una vita. I nostri popoli derivano da una stessa radice. Per questo motivo appare perversa ogni azione che cerchi di separarci e speriamo che un giorno o l’altro esista libera circolazione tra tutte le nostre nazioni americane. Detto questo, non comprendo come mai le autorità del mio paese mi impediscano di visitare il suo. Nella prima occasione - datata ottobre 2009 - avrei voluto presentare il mio libro De Cuba con cariño pubblicato dalla casa editrice Contexto. L’ufficio emigrazione che si occupa di rilasciare i permessi di uscita ai cittadini cubani mi ha informato che non ero autorizzata a viaggiare. Era la quarta volta che mi veniva negata quella autorizzazione.

Prima mi era stato impedito di recarmi in Spagna per ricevere il Premio Ortega y Gasset, subito dopo in Polonia e successivamente negli Stati Uniti, per ricevere la menzione speciale del Maria Moors Cabot rilasciata dalla Columbia University. Sono stata invitata una seconda volta in Brasile, in occasione della presentazione di un documentario sulla mia persona, realizzato da un gruppo di cineasti di Jequié. Sono convinta di non avere difficoltà per ottenere il visto della sua ambasciata all’Avana, ma al tempo stesso sono certa che le autorità del mio paese torneranno a negarmi il permesso di uscita. Lei ha dimostrato recentemente di confidare molto nella buona fede del governo cubano.

Mi illudo che chi governa il mio paese voglia mantenere viva la sua fiducia e penso che se ci fosse un invito ufficiale mi permetterebbe di visitare il Brasile. Lei non deve far altro che chiedere in mio nome ciò che per qualsiasi cittadino brasiliano - e per qualunque essere umano - è un diritto inalienabile. Mi perdoni per averle rubato il tempo che le è costato leggere questa lettera e mi perdoni anche per averla scritta in spagnolo. Tuttavia, non mi perdoni di pensare che lei auspichi per i cubani il compimento degli stessi diritti che desidera per i brasiliani.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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L'Agcom multa Tg1 e Tg5 "Troppo spazio al Pdl"

Quotidianonet


L'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni ha inflitto ai due telegiornali una multa da 100 mila euro a testa per "il forte squilibrio informativo tra le forze politiche". Trascurate poi le nuove liste



Roma, 25 marzo 2010

L'Agcom ha inflitto una multa da 100 mila euro ciascuno a Tg1 e Tg5 perchè nei telegiornali c'è un "forte squilibrio informativo tra le forze politiche", in particolare tra Pdl e Pd, ma anche una
"marginale presenza" delle nuove liste.

A dare la notizia è stata la stessa Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni spiegando che la Commissione Servizi e Prodotti, presieduta da Corrado Calabrò, relatori Magri e Sortino, alla luce dei dati di monitoraggio dell’ultimo periodo (14 - 20 marzo), ha rilevato "il perdurare di un forte squilibrio informativo tra le forze politiche, in particolare tra Pdl e Pd, e una marginale presenza delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell’informazione nei notiziari"

La Commissione ha, nel contempo, "rivolto un richiamo a tutte le emittenti ad attuare un immediato riequilibrio dell’informazione entro la chiusura della campagna elettorale".

La Rai, dal canto suo, rivendica però il "sostanziale equilibrio" tra le forze politiche nell’informazione del Tg1 e ha annunciato che impugnerà la multa.




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Scandalo su nave da guerra australiana Abusi e minacce contro le marinaieCorriere della Sera

Corriere della Sera





Il gruppo stabiliva "taglie" sulle donne, con un punteggio più alto per le lesbiche, e le costringeva a non denunciare

MILANO


Scandalo su una nave da guerra australiana: un gruppo di marinai, che si definivano "gli intoccabili", usava tattiche di tipo mafioso per impedire che le colleghe denunciassero prepotenze e abusi sessuali. Deponendo davanti a una commissione d'inchiesta, il comandante Simon Brown ha riferito di essere venuto a conoscenza di una lunga serie di misfatti a sfondo sessuale quando era al comando della nave da rifornimenti HMAS Success durante un viaggio in Asia, un anno fa.

TAGLIE SULLE DONNE - Era divenuto evidente, ha detto, che il gruppo stabiliva a mo' di scommessa delle "taglie" sulle donne marinaio, con un punteggio più alto per le lesbiche, da pagare a chi riuscisse a fare sesso con una di loro. Su un equipaggio di 220, solo 30 erano donne e il sistema di denunce, dominato da uomini, ha impedito a lungo alle donne di fare rapporto. Dopo una serie di episodi, fra cui atti sessuali su un tavolo della mensa e in pubblico in un bar di Shanghai, tre ufficiali donne hanno finalmente chiesto un colloquio con il comandante. «Vi era a bordo una cultura predatoria alimentata dall'alcol e da steroidi e il gruppo degli "intoccabili" ricorreva a intimidazioni di tipo mafioso con minacce di violenza», ha detto Brown, che ha già sospeso dal servizio tre marinai e un ufficiale. Le udienze continuano. (Ansa)

25 marzo 2010






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Leggi bruciate e incomprensibili L'orrenda pira di Calderoli

Corriere della Sera




MILANO


L'aspirante dannunziano Roberto Calderoli ha fatto un miracolo: denunciata la presenza di 29.100 leggi inutili, ne ha bruciate in un bel falò 375.000. Fatti i conti, lavorando 12 ore al giorno dal momento in cui si è insediato, più di una al minuto: lettura del testo compresa. Wow! Resta il mistero dell’ingombro di quelle appena fatte. Stando al «Comitato per la legislazione» della Camera, i soli decreti del governo attuale hanno sfondato la media di 2 milioni di caratteri l’uno: 56 decreti, 112 milioni di caratteri.

Per capirci: l’equivalente di 124,4 tomi di 500 pagine l’uno. Dicono le rappresentanze di base dei vigili del fuoco che quella del ministro è stata «una sceneggiata degna del Ventennio». E c’è chi sottolinea che i roghi di carta, in passato, hanno sempre contraddistinto i tempi foschi. Per non dire delle perplessità sui numeri: se la relazione della commissione parlamentare presieduta da Alessandro Pajno e più volte citata da Calderoli aveva accertato «circa 21.000 atti legislativi, di cui circa 7.000 anteriori al 31 dicembre 1969», come ha fatto lo stesso Calderoli a contarne adesso 375.000?

Al di là le polemiche, tuttavia, resta il tema: fra i faldoni bruciati ieri nel cortile di una caserma dei pompieri (lui avrebbe voluto fare lo show a Palazzo Chigi ma Gianni Letta, poco marinettiano, si sarebbe opposto...) c’erano soltanto antichi reperti burocratici quali l’enfiteusi o anche qualcosa di più recente?

Prendiamo l’articolo 7 delle norme sul fondo perequativo a favore delle Regioni: «La differenza tra il fabbisogno finanziario necessario alla copertura delle spese di cui all’articolo 6, comma 1, lettera a), numero 1, calcolate con le modalità di cui alla lettera b) del medesimo comma 1 dell’articolo 6 e il gettito regionale dei tributi ad esse dedicati, determinato con l’esclusione delle variazioni di gettito prodotte dall’esercizio dell’autonomia tributaria nonché dall’emersione della base imponibile...». Il ministro Calderoli concorderà: un delirio.

Il guaio è che non si tratta di una legge fatta ai tempi in cui Ferdinando Petruccelli della Gattina scriveva «I moribondi del Palazzo Carignano». È una legge del governo attuale, presa mesi fa ad esempio di demenza burocratese da un grande giornalista non certo catalogabile fra le «penne rosse»: Mario Cervi. Direttore emerito del Giornale berlusconiano. Eppure c’è di peggio.

Nel lodevolissimo sforzo di rendere più facile la lettura e quindi il rispetto delle leggi, il governo approvò il 18 giugno 2009 una legge che aveva un articolo 3 titolato «Chiarezza dei testi normativi». Vi si scriveva che «a) ogni norma che sia diretta a sostituire, modificare o abrogare norme vigenti ovvero a stabilire deroghe indichi espressamente le norme sostituite, modificate, abrogate o derogate; b) ogni rinvio ad altre norme contenuto in disposizioni legislative, nonché in regolamenti, decreti o circolari emanati dalla pubblica amministrazione, contestualmente indichi, in forma integrale o in forma sintetica e di chiara comprensione, il testo...».

Insomma: basta con gli orrori da azzeccagarbugli. Eppure, ecco il comma dell’articolo 1 dell’ultimo decreto milleproroghe del governo in carica: «5-ter. È ulteriormente prorogato al 31 ottobre 2010 il termine di cui al primo periodo del comma 8-quinquies dell’articolo 6 del decreto-legge 28 dicembre 2006, n. 300, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2007, n. 17, come da ultimo prorogato al 31 dicembre 2009 dall’articolo 47-bis del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2008, n. 31». Cioè? Boh...

È questo il punto: che senso c’è a incendiare un po' di scatoloni di detriti burocratici che parlano di «concessioni per tranvia a trazione meccanica» o di «acquisto di carbone per la Regia Marina» se poi gli spazi svuotati da quelle regole in disuso vengono riempiti da nuove norme ancora più confuse, deliranti, incomprensibili? La risposta è in un prezioso libretto curato dal preside della facoltà di lettere e filosofia di Padova Michele Cortellazzo. Si intitola: Le istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione tradotte in italiano. Sottotitolo: Omaggio al ministero dell’Interno.

Non fosse una cosa seria, potrebbe essere scambiata per satira: se le regole elettorali fossero comprensibili, perché mai dovrebbero essere «tradotte in italiano»? Anche negli armadi impolverati delle legislazioni straniere esistono mucchi di leggi in disuso. Un sito internet intitolato «gogna del legislatore scemo» ne ha steso un elenco irresistibile. In certi Stati del Far West americano è proibito «pescare restando a cavallo». Nell’Illinois chi abbia mangiato aglio può essere incriminato se va a teatro prima che siano trascorse quattro ore. A Little Rock dopo le 13 della domenica non si può portare a spasso mucche nella Main Street. Ogni tanto, senza farla tanto lunga, i legislatori svuotano i magazzini.

Magari cercando di non fare gli errori sui quali, nello sforzo di fare in fretta, era incorsa la "ramazza" di Calderoli, la quale, come via via hanno segnalato i giornali consentendo di rimediare alle figuracce, aveva spazzato via per sbaglio anche il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, l’istituzione della Corte dei Conti o le norme che consentono a un cittadino di non essere imputato per oltraggio a pubblico ufficiale se reagisce ad atti arbitrari o illegali. Ciò che più conta, però, è fare le leggi nuove con chiarezza. Se no, ogni volta si ricomincia da capo. Qui no, non ci siamo. E a dirlo non sono i «criticoni comunisti» ma il Comitato parlamentare per la legislazione presieduto dal berlusconiano Antonino Lo Presti.

Comitato che due mesi fa spiegò che i decreti del governo Prodi, già gonfi di parole, numeri e codicilli, contenevano mediamente 1 milione e 128 mila caratteri. Quelli del governo Berlusconi, a forza di voler tener dentro tutto, hanno superato i 2 milioni. E sarebbe questa, la semplificazione? Ci siamo liberati delle ottocentesche norme sulla «riproduzione tramite fotografia di cose immobili» per tenerci oggi astrusità come i rimandi «all’articolo 1, comma 255, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, può essere prevista l’applicazione dell’articolo 11, comma 3, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, e dell’articolo 1, comma 853...»? Ma dai...

Gian Antonio Stella
25 marzo 2010



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Tangenti, Prosperini tenta il suicidio Lettera ai giudici: «Io perseguitato»

Corriere della Sera


«Non ce l'ho fatta a farla finita». Ferite a polsi e gambe, non è grave. La Russa: «Persona impeccabile»



MILANO 



«Non ce l'ho fatta a farla finita». L'ex assessore regionale Piergianni Prosperini, uscito una settimana fa dal carcere di Voghera dopo che gli erano stati concessi gli arresti domiciliari, ha tentato il suicidio giovedì mattina a Milano. La moglie, in casa in quel momento, si è accorta del gesto del marito e ha avvertito il 118. Stamane, alle 8 circa, gli uomini del 118 e la polizia sono intervenuti nel suo appartamento in corso Garibaldi. Prosperini presentava alcune ferite da taglio al polso, alle braccia e alle gambe. E' stato ricoverato in codice verde all'ospedale San Carlo. «Le sue condizioni di salute non sono gravi - ha riferito il direttore generale della struttura, dottor Antonio Giovanni Mobilia -. Il paziente presenta ferite di arma da taglio alle braccia e alle gambe e comunque sarà tenuto in osservazione per qualche giorno».

LA RUSSA: «PERSONA IMPECCABILE» - Appresa la notizia, il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dichiarato di essere «molto addolorato» per Prosperini. «Si tratta di una persona che, per come la conosco - ha detto - è sempre stata impeccabile e che forse per questo ha perso la fiducia nelle persone e nella vita». «Mi auguro - ha aggiunto - che ritrovi presto l'amore per la vita e trovi la strada per uscire da questo terribile gorgo».

LE LETTERE - Nell'appartamento sono state trovate tre lettere, appena scritte da Prosperini alla moglie, alla figlia e ai giudici. I documenti sono stati acquisiti dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. «Ti chiedo scusa per il mio gesto», ha scritto Prosperini alla figlia, aggiungendo alcune sue considerazioni sul fatto che il suicidio non sia un gesto da condannare moralmente. Oltre alla lettera alla figlia, Prosperini ha scritto anche una lettera alla moglie, sempre di scuse per il suo gesto, e una ai magistrati, in cui parla di «persecuzione giudiziaria» ma aggiunge «non vi odio».

L'ESPERIENZA DEL CARCERE - «Adesso torno a casa, mi rimpannuccio, e credo che l'esperienza politica sia terminata, faremo altro, abbiamo molte altre prospettive», aveva detto Prosperini mercoledì scorso, all'uscita dal carcere. «Francamente con la politica non sei in mano tua e allora può succedere di tutto», aveva aggiunto. In carcere era rimasto dallo scorso dicembre per corruzione, turbativa d'asta e truffa, in relazione a un presunto giro di tangenti legate alla promozione televisiva del turismo lombardo.

Il gip di Milano Andrea Ghinetti aveva concesso gli arresti domiciliari a Prosperini, accogliendo la richiesta di domiciliari avanzata dal legale Ettore Traini. In carcere, Prosperini aveva detto di essere stato trattato bene. «Devo dire che se si parla di umanità, di gentilezza, di capacità di capire, questo è un posto dove tanto il direttore, dottor Canna, quanto le guardie si sono comportate senza fare preferenze, correttamente - aveva detto -. È una esperienza che forma, magari un po' meno lunga, bastava una settimana».


L'UDIENZA PER IL PATTEGGIAMENTO - Prosperini aveva raggiunto una settimana fa un accordo con la procura di Milano per una pena di 3 anni e 5 mesi e 1.500 euro di multa. L'accordo deve ora essere ratificato dal gup Gloria Gambitta. Il giudice ha fissato per il 4 maggio la data di discussione sui patteggiamenti di Prosperini, di Raimondo Lagostena, l'ex patron di Odeon Tv, e di Massimo Saini, consulente pubblicitario. Anche gli ultimi due erano stati arrestati nel dicembre scorso nell'ambito dell'inchiesta dei pm Alfredo Robledo e Paolo Storari sulle tangenti nella promozione televisiva del turismo lombardo. Lagostena chiede di patteggiare 2 anni e 10 mesi, mentre Saini ha presentato una richiesta di patteggiamento a 2 anni e 3 mesi.

LE ACCUSE - Secondo l'accusa, Prosperini avrebbe ricevuto una tangente da 230 mila euro per fare aggiudicare al gruppo televisivo di Lagostena un appalto per trasmissioni sul turismo regionale di oltre 7 milioni di euro. Inoltre, al centro delle indagini c'è anche una vicenda di debiti pregressi, maturati da Prosperini con le emittenti Telelombardia e Telecity per circa 200 mila euro, e poi «abbuonati» al politico ricorrendo al sistema di gonfiare le fatturazioni per le trasmissioni in cui era pubblicizzata la Bit 2008 (Borsa internazionale per il turismo). Debiti non riconducibili alla Regione Lombardia, ma pagati dall'ente di cui Prosperini era assessore, quando è finito in carcere.

Prosperini è anche indagato a piede libero per corruzione internazionale in uno stralcio dell'inchiesta dei pm Robledo e Storari: avrebbe mediato in una compravendita di pescherecchi col governo eritreo, incassando circa 800 mila euro. Il nome dell'ex assessore regionale compare anche nelle carte dell'inchiesta del procuratore aggiunto Armando Spataro su un traffico d'armi dall'Italia all'Iran. Il giorno prima della scarcerazione era stato arrestato con l'accusa di riciclaggio anche Jonatha Soletti, segretario di Prosperini. Avrebbe tentato di far sparire 800 mila euro dopo essersi recato in Svizzera in un istituto di credito dove erano depositati i soldi. La procura sta indagando per accertare se la somma di denaro è riconducibile all'ex assessore regionale.

LA CARRIERA POLITICA - Medico 63enne, Prosperini negli anni Novanta è passato attraverso diverse esperienze e formazioni politiche: Lega Nord, Lega Nuova, Psdi, Lega alpina lumbarda e infine An. Consigliere comunale a Milano nel 1990 e 1991 per Lega Nord e Lega Nuova, e nel 1997 per An, Prosperini fu eletto nel Consiglio regionale della Lombardia nel 1995 e divenne presidente della commissione Sviluppo economico. Riconfermato nel 2000, fino al 2005 fu vicepresidente del Consiglio regionale e componente della commissione sviluppo economico e della commissione speciale per lo Statuto, oltre che membro della consulta regionale per i rapporti con le università e di quella per la navigazione del Lago di Garda. Nel 2005 divenne assessore ai Giovani, sport, promozione attività turistica della giunta Formigoni, fino al 17 dicembre 2009, giorno dopo il suo arresto, quando il Governatore decise di assumere le sue cariche ad interim.

Redazione online
25 marzo 2010



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Parma, ex marito chiede rimborso seno rifatto

Libero







Dopo la separazione ha chiesto all'ex moglie il rimborso per il seno rifatto, una mastoplastica additiva che aveva regalato alla donna ai tempi felici del matrimonio – al costo di circa 3.500 euro – perché essendo ormai separati ritiene di non poterne più “godere”.

Nonostante l’iniziale perplessità e resistenza, la ex moglie dell’uomo ha acconsentito a restituirgli metà della somma. La vicenda è accaduta a Parma a due coniugi del luogo di 37 e 36 anni, sposati 5 anni fa, come racconta la Gazzetta di Parma.

Un anno dopo il matrimonio, il marito ha deciso di fare un regalo speciale alla compagna: una mastoplastica additiva, così la moglie si è rivolta ad un chirurgo plastico, che le ha aumentato la taglia del seno.

Quando però i due, che non hanno figli, si sono lasciati, il marito ha chiesto il rimborso per quell'operazione, sostenendo che non avrebbe potuto più trarne il beneficio che si aspettava al momento in cui fece il regalo. Dopo un rifiuto iniziale, la donna ha deciso di rimborsare la metà della spesa sostenuta per l'intervento.
25/03/2010






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Gli zombie di nuovo in tv

Libero






Berlusconi, Napolitano, Mauro Masi, Bersani, Fini, l’Agcom: manca solo il Papa nella lista delle istituzioni a cui Michele Santoro intende dare lezioni di libertà e indipendenza. Ma può darsi  ci sia spazio pure per una bacchettata al Santo padre durante “Raiperunanotte”, la puntata di Annozero travestita da manifestazione sindacale che andrà in scena questa sera a Bologna. Nel Paladozza trasformato per l’occasione in Palazzetto di Giustizia, la premiata ditta di demolizioni mediatiche guidata da Michele sfornerà il consueto processo del giovedì che Rai Due non può mandare in onda, causa par condicio e divieti della Vigilanza di Viale Mazzini.

C’è però da notare un’evoluzione del personaggio Santoro. Ormai non è più un martire della libertà, un semplice contestatore catodico di quelli che vorrebbero abbattere Silvio con ogni mezzo. Punta più in alto. Michele  sparla di tutto e tutti, giudica a destra e a manca dal suo pulpito di “più puro dei puri”. Non è soltanto un giornalista fazioso (epiteto di cui si fregia con orgoglio): è un leader politico a tutti gli effetti. 

E questa sera a Bologna parlerà ai suoi fan più agguerriti, circondato dai suoi sostenitori più fedeli. I primi lo hanno sostenuto donando due euro e cinquanta per pagare i costi della manifestazione, gli altri si sono riuniti in una sorta di governo dei censurati: il ministro della Giustizia Marco Travaglio, poi Vauro,  Gad Lerner, persino Morgan (“epurato” da Sanremo, visto che non si poteva trovare di meglio). Dalle catacombe del piccolo schermo marciano compatti i Paolo Flores d’Arcais, il riesumato Daniele Luttazzi, l’espatriato Antonio Tabucchi. Sarà la notte dei monitor viventi.  

In attesa del grande evento, in vista del quale dice di avere «l’adrenalina a mille», il capo carismatico Michele è apparso in ogni trasmissione tivù possibile e immaginabile: telefonate all’Infedele di Lerner su La7, ospitate a Parla con me della Dandini, dibattiti su Repubblica Tv, ieri sera pure un’intervista a Tetris dell’amico Luca Telese. E ancora conferenze stampa, interviste, dichiarazioni. A leggerle, sembra di aver davanti un nuovo Di Pietro.

 Ieri su Repubblica Santoro ha spiegato a Giorgio Napolitano come si deve comportare un capo dello Stato: «Sento che lui condivide l’idea di un primato della politica», ha detto, «per me invece vengono innanzitutto le regole». Che sarebbero le seguenti: «Il cda della Rai fa l’amministratore di un’azienda e i partiti escono dai luoghi di garanzia altrimenti la loro invadenza diventa una minaccia democratica. E chi non lo capisce sta dentro il conflitto d’interessi».

Il presidente è servito. Segue bastonata al direttore generale della Rai: quando gli parli, sostiene, non sai «se stai parlando anche con Gasparri». Masi è «un dipendente che prende ordini». Avanti un altro, e tocca ai membri di minoranza dell’Agcom, colpevoli di non aver difeso abbastanza Annozero: «Vedo l’opposizione incerta, vogliono stare nei pacchetti di nomine, dentro la distribuzione del potere». E Bersani? Il segretario del Pd ha «molta strada da fare», «io gli darei due frustate sul sedere per svegliarlo un po’

Se Pier Luigi non va bene per contrastare il Cavaliere, nemmeno Gianfranco Fini è all’altezza: «Ha fatto tutte le battaglie tranne quella a favore della libertà di espressione e contro il conflitto d’interesse. Per me invece quello è il primo guanto di sfida da lanciare a Berlusconi». Bocciato anche l’ex An.

Sul premier, ormai, si è già detto tutto il male possibile, quindi basta ribadire che «ci odia, ci odia anche il suo popolo». E, del resto, «ha già perso» nella sfida ad Annozero. Insomma, l’unico buono è lui, Michele, il conduttore-condottiero. Lui è liberale e progressista, di sinistra e imparziale, giustizialista e libertario. Pochi possono stargli a fianco, se però abbassano la cresta. Ne sa qualcosa Marco Travaglio, che gli scrisse una letterina sul Fatto per chiedere più spazio e ne ottenne in cambio pelo e contropelo.

  Secondo Santoro, il solo avversario credibile di Berlusconi è proprio Santoro. E se Silvio da tempo è fissato con Annozero, Michele è senz’altro ossessionato dalla sua nemesi Berlusconi (io sono Moby Dick e lui è Achab, ha detto a Tetris). Il fatto che il presidente del Consiglio segua la sua trasmissione, spiega Michele, «ci dà una credibilità infinita». Questa sera, Santoro sarà incoronato dai suoi fan, potrà finalmente godere del loro caldo abbraccio. «Apparteniamo al pubblico», predica nelle interviste.

 Sfida la Rai, verrà trasmesso in contemporanea da web, radio, satellite, emittenti locali. Onnipresente e onnipotente. Il sindacato dei giornalisti è schierato dalla sua parte, altri conduttori come Giovanni Floris e Gad Lerner sanno che devono rendergli omaggio per entrare nel novero dei giusti.

Anche se Santoro sembra non amare troppo gli intellettuali -  preferisce i comuni  antiberlusconiani - alla sua corte ci sono premi Nobel (Dario Fo) e premi Oscar (Roberto Benigni), scrittori, comici e professori, quasi  quanti ne aveva Walter  Veltroni ai tempi d’oro.  Chi non c’è stasera è un «Bruno Vespa qualsiasi» (definizione che riprendiamo dal Fatto Quotidiano). O uno che ha paura, come Filippo Rossi di Farefuturo, il quale avrebbe dovuto partecipare a “Raiperunanotte”, ma ha declinato per non fare «la foglia di fico».

Michele Arcangelo su Rai Due ha avuto anche 7 milioni di ascoltatori. Forse spera, con un miracolo, di trasformarli in votanti. A quel punto, potrebbe aspirare alla santità.

Francesco Borgonovo
25/03/2010






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Sanità, 2 miliardi per sanare deficit in 3 Regioni

di Redazione

All'indomani della verifica compiuta sui piani di rientro dal deficit delle Regioni il ministro Fazio rilancia l'allarme sanità:"Servono due miliardi per appianare i debiti in tre regioni".


Nel mirino Campania, Calabria e Lazio. Promosso a pieni voti il Veneto. Lombardia regione trainante






Roma - "Quella di ieri è stata una giornata terribile per la sanità italiana". A lanciare un allarme preoccupato è stato proprio il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, che a Verona ha mostrato apprensione all'indomani della verifica compiuta sui piani di rientro dal deficit delle Regioni: "Servono due miliardi per appianare i debiti in tre regioni". Nel mirino Campania, Calabria e Lazio.

L'allarme di Fazio Il ministro della Salute ha spiegato che "sono stati utilizzati i Fondi per le aree sottosviluppate (Fas) per ripianare 2 miliardi di euro nella sanità di tre regioni: Campania, Calabria e Lazio". Un miliardo si riferisce alla Calabria, mezzo miliardo alla Campania e 420 milioni al Lazio. "Il Veneto - ha concluso il ministro Fazio - ha un’ottima sanità, ma bisogna tenere costantemente sotto controllo i segnali d’allarme, perché assieme alla Lombardia e alla Toscana sono le regioni trainanti della sanità nel nostro Paese".




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Prosperini tenta il suicidio, non è grave

Corriere della Sera


Era uscito una settimana fa dal carcere di Voghera, dov'era detenuto da dicembre per corruzione



MILANO - L'ex assessore regionale Piergianni Prosperini, uscito una settimana fa dal carcere di Voghera, ha tentato il suicidio. Ricoverato all'ospedale San Carlo, le sue condizioni non sarebbero gravi. Stamane, alle 8 circa, gli uomini del 118 e la polizia sono intervenuti nel suo appartamento in corso Garibaldi a Milano. Secondo le prime informazioni, Prosperini presentava alcune ferite da taglio al polso, alle braccia e alle gambe, ma le sue condizioni non sono gravi. Nell'appartamento sono state trovate anche alcune lettere, in cui avrebbe spiegato il suo gesto. L'ex assessore, da pochi giorni ai domiciliari, è stato trasportato in codice verde all'ospedale San Carlo.

«Adesso torno a casa, mi rimpannuccio, e credo che l'esperienza politica sia terminata, faremo altro, abbiamo molte altre prospettive», aveva detto all'uscita dal carcere. «Francamente con la politica non sei in mano tua e allora può succedere di tutto», aveva aggunto. In carcere era rimasto dallo scorso dicembre per corruzione, turbativa d'asta e truffa in relazione a un presunto giro di tangenti legate alla promozione televisiva del turismo lombardo.

In carcere, Prosperini aveva detto di essere stato trattato bene. «Devo dire che se si parla di umanità, di gentilezza, di capacità di capire, questo è un posto dove tanto il direttore, dottor Canna, quanto le guardie si sono comportate senza fare preferenze, correttamente - aveva detto -. È una esperienza che forma, magari un po' meno lunga, bastava una settimana». Il gip di Milano Andrea Ghinetti aveva concesso gli arresti domiciliari a Prosperini, accogliendo la richiesta di domiciliari avanzata dal legale Ettore Traini.

Redazione online
25 marzo 2010



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La difesa: «Rosa e Olindo non erano sul luogo del massacro»

di Luca Fazzo

Milano

«Olindo e Rosa sono due ingenuotti che sono stati dipinti come lupi». Ci vuole questa frase del loro avvocato Fabio Schembri perchè Olindo Romano e Rosa Bazzi si scuotano dallo stato quasi catatonico in cui - senza parlarsi, senza guardarsi intorno, senza mutare posa - hanno seguito dall’inizio il processo d’appello a loro carico. Non avevano alzato gli occhi neanche quando - era la seconda udienza - sullo schermo erano passate le immagini dello scempio del piccolo Youssef, la più piccola e innocente delle loro quattro vittime, o quando in aula risuonava la registrazione della confessione di Rosa: «Con la destra gli ho tenuto la testa e con la sinistra gli ho tagliato la gola».

Ma ora è il turno delle difese, e i coniugi Romano si scuotono dal torpore. Sanno che in queste poche ore si giocano le loro flebili speranze di scampare alla conferma della condanna all’ergastolo. Perché Schembri ricapitola - e lo fa, va detto, con chiarezza e apparentemente con convinzione - le presunte incongruenze dell’inchiesta: «Vi racconterò» dice ai giurati «una storia di indagini malfatte, di verbali rinnegati o tenuti nei cassetti, di testimoni dileggiati ed offesi».

Ed eccoli gli elementi che non quadrano, secondo Schembri: Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto, che nel primo interrogatorio dice che il suo aggressore aveva la «pelle olivastra e i capelli neri sul volto», e solo in seguito accusa Olindo; lo spacciatore di droga Ben Brahim Chemcoum che dice di aver visto uscire dalla casa della strage uno dei fratelli di Raffaella Castagna - la madre di Youssef - insieme a uno sconosciuto dalla «pelle olivastra»; il vicino del piano di sotto, un siriano che dice di avere sentito dei passi nell’appartamento di Raffaella e Youssef alle 18,30 di quel lunedì sera, quando - secondo la ricostruzione ufficiale - l’appartamento doveva essere vuoto. E poi l’argomento da sempre più sventolato dai difensori: l’assenza di tracce, di impronte, di Dna di Olindo e Rosa nella casa del mattatoio.

Schembri sa che su tutti questi tasselli fuori posto incombe il peso della prova più schiacciante di tutte, quella confessione che Olindo e Rosa hanno prima messo a verbale e poi recitato davanti alle telecamere del loro stesso consulente psichiatrico. Insomma, la confessione sta lì, al centro dell’aula, con la massiccia potenza di un menhir difficile da scalfire. Il legale cita il precedente dello stupro alla Garbatella, a Roma, dove l’esame del Dna smentì riconoscimenti e confessioni: ma sa anche lui che il paragone non regge, perché qui di Dna non c’è traccia.

 E così porta la sua arringa verso l’unica destinazione ragionevole, verso il punto su cui si giocherà tutto questo processo. Un punto che si riassume in una domanda semplice: Olindo e Rosa sono matti?

«Psicosi cronica», «disturbo delirante», questi i mali di cui soffrirebbero. E ieri Schembri torna a lanciare alla Corte un appello perché si vada a scavare negli abissi delle loro menti. Legge un rapporto del direttore del carcere di Olindo che parla di «comportamenti atipici di Romano che vorrebbe una cella da dividere con la moglie», sostiene che è in atto una «degenerazione delle dinamiche relazionali».

«Eppure la sentenza di primo grado dice che non ci sono dubbi sulle loro condizioni mentali!», protesta Schembri.

Perizia psichiatrica? Il nodo verrà sciolto dalla corte alla fine del processo, nella camera di consiglio decisiva. E sarà un nodo cruciale, perché più va avanti questo processo e più si capisce che solo facendosi riconoscere folli i coniugi Romano possono seriamente sperare di schivare il carcere a vita. E sognare di ritornare un giorno a fare l’unica cosa che sembra importargli davvero: starsene loro due, da soli, lontano dal mondo, a guardare fissi nel vuoto delle loro coscienze.



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La telefonata che imbarazza il Pd adesso serve per attaccare il Cav

di Stefano Zurlo


È un’intercettazione che ha fatto epoca. E ha messo in grande imbarazzo i Ds. «Allora abbiamo una banca?», chiedeva trepidante il segretario del partito Piero Fassino al signore della finanza rossa Giovanni Consorte. Correva l’estate del 2005 e quella conversazione, atterrata di lì a qualche mese sulla prima pagina del Giornale, svelò all’opinione pubblica la ragnatela di affari, interessi e rapporti privilegiati che legavano l’ex Partito comunista, l’Unipol e i furbetti del quartierino. Sono passati quasi cinque anni, ma quel colpo non è stato ancora metabolizzato dai Fassino, dai Bersani e dai big dei Ds, oggi confluiti nel Pd. Quella ferita brucia ancora, di più perché artefice dello scoop fu il Giornale della famiglia Berlusconi.

Sembra incredibile, ma a distanza di tanto tempo, si scava ancora. La procura di Milano, dai cui uffici sono filtrate per quindici anni più notizie che dagli studi Rai, non molla l’osso e dopo un lunghissimo lavoro investigativo ha messo sotto inchiesta un gruppetto di persone. Insomma, per una volta i pm della procura colabrodo sono convinti di essere sulla strada giusta che porta alla talpa. Ma, dettaglio ancor più sorprendente, la pista porta ad Arcore. Sì, i pm hanno utilizzato pure questa registrazione, pubblicata dal Giornale quando non era stata ancora trascritta ed era coperta dal segreto istruttorio, per puntare il dito contro Silvio Berlusconi e famiglia.

In sostanza, l’ipotesi accusatoria è che il nastro sia stato portato in regalo ad Arcore dai manager della Rcs, Research Control System, l’azienda che per conto della procura captava le conversazioni di Consorte e seguiva in tempo reale la scalata, poi fallita, dell’Unipol alla Bnl. I novelli re magi sarebbero arrivati a casa del Cavaliere alla vigilia di Natale e avrebbero mostrato al Cavaliere il prezioso dono, più pregiato dell’oro, dell’incenso e della mirra, reso pubblico dal Giornale sette giorni dopo. Il meeting sarebbe avvenuto di prima mattina e Silvio Berlusconi, ancora assonnato, sarebbe stato definitivamente svegliato, come ha ricostruito ieri il quotidiano la Repubblica, dall’ascolto del testo-bomba, tanto che alla fine, estasiato, avrebbe detto all’amministratore dell’azienda Roberto Raffaelli: «La famiglia ve ne sarà grata per l’eternità». Il tutto alla presenza del fratello Paolo, editore del Giornale.

Così, letto con compiacimento il pezzo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, Fassino e Bersani partono in quinta. «Adesso - afferma il pallido ex segretario dei Ds - risulta evidente a tutti che la pubblicazione da parte de il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, della mia telefonata con Consorte è stato lo strumento di un vero e proprio agguato, di cui sarebbe stato del tutto a conoscenza il presidente del Consiglio». Non basta. «Oggi - conclude Fassino - chiedo a Berlusconi: se i fatti fossero confermati, esiste un altro Paese democratico al mondo in cui il capo del governo riceva nella sua residenza privata persone incaricate di delicate attività per conto dello Stato? E da loro abbia informazioni, riservate alla sola autorità giudiziaria, che pochi giorni dopo vengono pubblicate illegalmente dal quotidiano di proprietà dello stesso capo del governo?»

Il rossore per quelle parole incaute, le polemiche, i distinguo sulla questione morale, è tutto archiviato. Così come l’altrettanto celebre frase di Massimo D’Alema, sempre a Consorte: «Vai, facci sognare». Ora, secondo il gruppo dirigente del Pd è il Cavaliere, non loro, a dover dare spiegazioni. «Il rapporto col telefono del presidente del Consiglio - rincara la dose Pierluigi Bersani, segretario del Pd - è problematico, visto che lo usa come un telecomando. Evidentemente gli dispiacciono le intercettazioni legali», quelle, per intenderci, della procura di Trani, «mentre non dispiacciono quelle illegali. Se fossimo in un Paese normale questa vicenda avrebbe un rilievo enorme».

Per Bersani, e per Fassino, quel che conta non è quello che fu detto, ma il seguito, il presunto, solito complotto. Una storia torbida che l’avvocato Niccolò Ghedini, legale del premier, rispedisce al mittente: «Le notizie apparse su Repubblica sono destituite di ogni fondamento e l’unica cosa certa è soltanto la telefonata intercorsa fra Consorte e Fassino». La procura però non si ferma e anzi raddoppia: in coda a questa storia ha iscritto nel registro degli indagati Paolo Berlusconi. Il fratello del Cavaliere, secondo gli inquirenti, avrebbe millantato con Raffaelli inesistenti rapporti col governo romeno e incassato in cambio 570 mila euro



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Puglia, guai a sinistra Tarantini: "Così pagavo l'ex segretario dei Ds"

di Redazione

Il politico indagato nega e accusa l’imprenditore: "Mai preso soldi, lo denuncio".

Intanto le intercettazioni di Frisullo gettano ombre sull’entourage di Vendola


Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Saltano fuori le intercettazioni che secondo la procura di Bari cristallizzano il «rapporto associativo» tra l’ex vice di Nichi Vendola, il dalemiano Sandro Frisullo, e il re delle protesi pugliese, Gianpaolo Tarantini. Centoventiquattro tra telefonate e sms che raccontano della fitta rete di relazioni tra imprenditori, amministratori e politici. Da cui emergono altri personaggi vicinissimi al lìder Massimo, come l’imprenditore Roberto De Santis, e perfino – de relato – il governatore della Puglia e il suo entourage. Altro che Mastella e signora. Guardate come una certa politica ha messo le mani sulla sanità pugliese.

SOLDI AL «REFERENTE»

Tutto ciò accade mentre dai corridoi della procura di Bari rimbalza la conferma che anche Michele Mazzarano, segretario organizzativo del Pd pugliese, sarebbe indagato per le dichiarazioni di Gianpi, che lo ha indicato come uno dei due politici, insieme proprio a Frisullo, cui l’imprenditore avrebbe erogato mazzette. Mazzarano, che dopo la caduta dell’«omissis» sul suo nome si è dimesso dall’incarico nel Partito democratico e ha revocato la sua candidatura alle prossime regionali, sarebbe indagato in concorso con lo stesso Tarantini per il reato di illecito finanziamento ai partiti. 

Nei verbali di interrogatorio Gianpi avrebbe spiegato ai magistrati di aver versato al giovane politico dalemiano - che anche ieri ha negato di aver mai preso un euro dall’imprenditore e ha minacciato querele - «una tangente di 10mila euro». Tornando alle sin qui inedite telefonate intercettate da luglio 2008 a maggio del 2009, come detto lasciano emergere lo stretto rapporto di amicizia tra Frisullo e i fratelli Tarantini, Gianpaolo e Claudio. 

Ma raccontano anche una manovra partitica nata intorno alla Asl di Lecce, quella al centro delle attenzioni degli inquirenti, che insieme a Frisullo hanno portato all’arresto di Enzo Valente, a capo di quell’Asl. Sono telefonate che, per gli inquirenti, evidenziano la preoccupazione di Frisullo per la mancata conferma della nomina a direttore sanitario della Asl salentina di Franco Sanapo, a cui evidentemente il vice di Vendola teneva.

I DESIDERATA DI NICHI

Secondo le carte dell’inchiesta, i vertici regionali avrebbero concesso il placet per Valente, ma non per Sanapo. Stoppato, pare, proprio dal governatore: «Vendola avrebbe chiamato Scoditti chiedendogli di nominare un dirigente in sostituzione di Sanapo». Proprio con Guido Scoditti, commissario della Asl, parla spesso Frisullo. Cercando una soluzione per «sistemare» il dirigente bocciato. Soluzione di mediazione concordata, a sentire le conversazioni, con Francesco Manna, il capo di gabinetto di Nichi Vendola. 

Lo rivela l’intercettazione del 21 novembre del 2008. Frisullo il giorno prima ha avuto un «affaticamento da stress», spiega a Scoditti, che si dice mortificato e ipotizza che il malore abbia un collegamento con la mancata nomina di Sanapo. Scoditti: «Sono stato causa pure io forse, un poco». Frisullo: «(...) voglio sperare che non ci sia nessun nesso tra le due cose... se poi l’amarezza dell’avvenimento in qualche modo ha pesato sullo stress... più che sull’attività del mio cuore... spero che sia al netto di queste vicende (...)

La mia amarezza e anche un po’ la mia rabbia è che non si dice “Sandro Frisullo siccome ha commesso delle cose allora non è meritevole di una conferma”, ancora si fanno affermazioni su maglie generiche, senza riferimenti precisi». Scoditti: «(...)dal primo giorno che sono stato nominato mi dissero “vai, nomina Valente ma non il direttore sanitario”, perché così, “ha fatto alcune cose che non dovevano essere fatte, è troppo”...». Frisullo: «È troppo schiacciato sulla politica». 

Più avanti il vicepresidente caldeggia un salvataggio. Frisullo: «Io avevo pensato se non sia il caso di tentare un recupero, di mantenere la sua professionalità, la sua capacità». Scoditti: «Sarebbe tanto di guadagnato». Frisullo: «No, siccome se ne va Causo, non so se... perché loro, a me Manna (Francesco Manna, ndr) disse: “che cosa ti preoccupi, lo portiamo all’Ares”, ma insomma...». Cade la linea. Scoditti richiama: «(...) per me va bene, forse è opportuno un passaggio con Manna, con, voglio dire, a livello centrale dove è stata fatta la decisione (...)». Frisullo: «(...) 

Siccome fu Manna a dirmi lo portiamo all’Asl, e naturalmente tu non hai alcun dovere di sapere questa chiacchierata che è stata fatta prima tra me e Manna (...) potrebbe essere una tua iniziativa (...) nel senso dici “questo adesso sta in questo stato d’animo... che cosa pensate ove io tentassi... di recuperarlo in un lavoro comunque che cerca di capitalizzare le sue conoscenze, le sue competenze?».

Quattro giorni dopo Scoditti riferisce a Frisullo di aver proposto al manager da «sistemare» un posto: «Io gli ho offerto la questione del controllo di gestione». E il 28 novembre Scoditti comunica al vice di Vendola che la questione ha trovato un epilogo. Sanapo può essere nominato, ma per una poltrona che ancora non esiste: il vertice della giunta ha detto così. Scoditti: «Dicevo che avevo parlato con coso no (chiarisce in precedenza trattarsi di Francesco Manna, ndr), eh, e quindi mi ha detto mi aveva mandato un messaggino nel quale diceva procedi al conferimento, per l’ufficio qualità». Frisullo: «Che c’entra l’ufficio qualità?».

Scoditti: «Poiché apposta non mi era sembrata chiara la cosa ho telefonato io e dopo sarà convocato dal presidente, diceva anche questo messaggino, va bene? E ho telefonato io». Frisullo: «Perché esiste un ufficio qualità?». Scoditti: «Be’ va be’, lo possiamo costituire non c’è problema, la qualità è una... voglio dire... eh, esiste la qualità e ci può essere, può essere istituito un ufficio qualità, non è che sia necessario che sia strutturato, mi sono spiegato? (...) e io ho telefonato per vedere se avevo capito bene dal messaggio, perché non fosse l’ufficio controllo di gestione o altro, e mi è stato ribadito: “Sì, sì, l’ufficio qualità, fate l’ufficio qualità.

Ne avete bisogno”. Frisullo: «Ma è un comportamento assurdo (...) mi sembra una barzelletta (...) parliamoci chiaro, ma che significa un ufficio qualità in cui non si capisce di che si, di che si... lo deve istituire, uno, lo deve inventare». Sanapo in effetti non prende bene l’offerta. Frisullo il 2 dicembre spiega ancora a Scoditti di essersi sentito con l’ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco «per non danneggiare ulteriormente questa persona».

Scoditti replica che Sanapo «è troppo orgoglioso», che vuole «un signor stipendio» e conferma che l’ufficio è un pretesto per nominarlo: «Se non è qualità troviamo un’altra storia, però la troviamo... c’è un problema per lui, cioè la somma voluta (...) quand’anche fosse stato possibile l’unità di controllo di gestione e non ci fossero stati ostacoli... io non è che gli posso dare... più di quello che avrebbe percepito il titolare... mi spiego meglio... se Rodolfo Rollo che è il titolare gli spettano 90mila euro... io 90mila euro gli posso dare (...) e no, lui vuole 140mila euro! (...)». I due pensano a una soluzione alternativa, piazzarlo in un «ospedale importante», a Castrano o Galatina.

IL PRANZO CON EMILIANO
 
Oltre alla surreale vicenda per «piazzare» il manager, Frisullo finisce ancora intercettato con Gianpi Tarantini. Dalla conversazione spunta De Santis, il braccio destro di D’Alema. Il 24 novembre 2008 Frisullo lo invita in presidenza. Ma Tarantini declina l’invito: «No, ascolta, mi sono sentito con Roberto (De Santis, annotano gli inquirenti)”. Frisullo: «Sì». Tarantini: «Mi ha detto di dirti che lui va a pranzo con Emiliano in via Piccinni. Ha detto tu vieni con Sandro, siccome lui stava mezz’ora poi lui si appoggia con noi che ci vuole parlare... quindi ci vediamo tipo l’una e mezza, due? 

Ti passo a prendere?». Frisullo: «No, e dove ci vediamo?». Tarantini: «Ci vediamo alle due (...) mangiamo io e te, lui nel frattempo sta dieci minuti con Emiliano e poi si siede con noi». Frisullo cambia programmi. Vuol mangiare per conto suo, «e poi ci vediamo lì direttamente». Chissà se Tarantini ha raggiunto De Santis quando c’era ancora Emiliano. Che solo pochi mesi prima, racconta di aver trascinato via D’Alema dalla famosa cena organizzata da Gianpi. Anche se dalle intercettazioni, come sappiamo, è venuta fuori una ricostruzione un po’ diversa. Ma questa è un’altra storia.




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Pedofilia, il NYT accusa Ratzinger «Lui e Bertone insabbiarono un caso»

Corriere della Sera


Un sacerdote americano negli anni '50 abusò di almeno 200 bambini sordi: non fu mai sanzionato né punito




MILANO - Le gerarchie ecclesiastiche non presero le misure necessarie contro un religioso del Wisconsin che aveva molestato almeno 200 ragazzini di un prestigioso istituto per sordi; e questo nonostante i vescovi americani avessero ripetutamente avvertito la Santa Sede che la vicenda avrebbe potuto creare grave imbarazzo alla Chiesa.

È quanto emerge da vari documenti ecclesiastici in possesso del New York Times. Dalla corrispondenza interna dei vescovi del Wisconsin al cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI, risulta - scrive il quotidiano - che le autorità ecclesiastiche, mentre discutevano se il sacerdote dovesse essere sconsacrato, avevano come «principale preoccupazione quella di proteggere la Chiesa dalla scandalo».

LA VICENDA - Il caso è quello di un sacerdote americano, padre Lawrence C. Murphy, che lavorò in una rinomata scuola per sordi tra il 1950 e il 1974. Nel 1996 il cardinale Ratzinger, alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, non rispose a due lettere sulla vicenda inviate dall'arcivescovo di Milwaukee Rembert G. Weakland. Dopo otto mesi il suo vice, cardinale Tarcisio Bertone, oggi segretario di Stato vaticano, incaricò i vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare all'allontanamento di padre Murphy.

Ma Bertone, secondo il quotidiano, fermò il processo dopo che padre Murphy scrisse personalmente al cardinale Ratzinger spiegando che non avrebbe dovuto essere messo sotto processo perché pentito e in cattive condizioni di salute: «Voglio semplicemente vivere quello che mi resta nella dignità del mio sacerdozio», scrisse padre Murphy, prossimo alla morte. Il quotidiano ha ottenuto i documenti, tra cui le lettere tra i vescovi e il Vaticano, dagli avvocati che rappresentano i cinque uomini che hanno avviato quattro diverse cause contro l'arcidiocesi di Milwaukee. Padre Murphy non ricevette mai punizioni o sanzioni, ma fu trasferito in segreto in varie parrocchie e scuole cattoliche ed è morto nel 1998.

Redazione online
25 marzo 2010



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Carabiniere del caso Marrazzo accusato di aver ucciso il pusher

Corriere della Sera 


Avrebbe fornito la dose di droga. La svolta dopo il racconto del trans Jennifer



La dose letale di droga che uccise il pusher del «caso Marrazzo» sarebbe stata fornita da un carabiniere. È clamorosa la svolta nelle indagini sulla banda di militari accusati di aver ricattato l’ex governatore del Lazio per i suoi incontri con i transessuali. La Procura di Roma contesta l’accusa di omicidio volontario al maresciallo della Compagnia Trionfale Nicola Testini, già indagato di complicità con i due colleghi che agli inizi di giugno 2009 fecero irruzione nell’appartamento di via Gradoli dove il politico era in compagnia del viado Natalie.

Gianguerino Cafasso sarebbe stato eliminato — è il sospetto degli inquirenti — perché era diventato un testimone scomodo e pericoloso. Lo ha raccontato la sua fidanzata Jennifer, il transessuale di 29 anni Adriano Da Motta, rivelando anche il nome dell’uomo che gli avrebbe consegnato la cocaina mischiata a eroina, uno «speedball» mortale.

La confessione sul video

Non è l’unica novità. Una settimana fa, interrogato in carcere, l’altro carabiniere Luciano Simeone ha ammesso di essere stato lui a girare il video per incastrare l’allora presidente della Regione Piero Marrazzo. Un filmato di 12 minuti che lo ritraeva scarmigliato e in mutande, sul tavolino soldi e strisce di cocaina, che cercarono poi di vendere e che — quando i carabinieri furono arrestati e divenne pubblica la vicenda — lo costrinse alle dimissioni.

Dopo la cattura (in cella c’è anche Carlo Tagliente) i carabinieri accusarono proprio Cafasso di essere entrato con loro nell’appartamento e aver ripreso la scena con il telefonino. «Ma era una bugia» confessa adesso Simeone che si sarebbe mostrato disponibile a collaborare con gli inquirenti pur di tornare in libertà o quantomeno ai domiciliari.

Un atteggiamento che sarà comunque verificato oggi, quando i pubblici ministeri lo interrogheranno nuovamente. Si torna dunque al 12 settembre scorso, quando Cafasso viene trovato cadavere in una stanza dell’hotel Romulus, sulla via Salaria a Roma. Stroncato mentre dormiva accanto a Jennifer. Inizialmente si pensa a un infarto, dovuto alle cattive condizioni di salute dell’uomo e alla sua vita sregolata.

Il caso viene archiviato. Ma due mesi dopo, quando invece si scopre che il pusher ha avuto un ruolo da protagonista nel ricatto a Marrazzo, il magistrato ordina nuovi accertamenti. Le analisi effettuate sul cadavere riesumato convincono gli esperti che a ucciderlo sia stato lo stupefacente «tagliato» male. E così viene convocato di nuovo Jennifer. «Quella sera — racconta — andammo da Testini a prendere la droga. Era già successo altre volte, lui era uno dei fornitori di Rino».

I carabinieri del Ros che si occupano delle indagini lo incalzano, non credono a questa versione. Ma il viado fornisce dettagli che appaiono convincenti, si decide di effettuare nuovi riscontri. L’analisi dei tabulati telefonici mostra effettivamente i contatti tra Cafasso e Testini, una verifica sulle celle telefoniche agganciate in quelle ore dai loro cellulari sembra confermare gli spostamenti, così come li ha raccontati Jennifer. E poi ci sono le descrizioni dei luoghi dove si incontravano. «Per prendere la droga — afferma il transessuale — ci vedevamo nella zona di Saxa Rubra». Quanto basta — dice la Procura per iscrivere il nome di Testini nel registro degli indagati per omicidio.

Il cambio nella trattativa

Ai primi di luglio era stato proprio Cafasso a contattare due giornaliste del quotidiano Libero per tentare di vendere il video. Entrambe hanno raccontato che la cifra richiesta era di circa 500.000 euro e che «Cafasso diceva che lo volevano ammazzare perché lui conosceva tutti i segreti dei transessuali». Il video era stato girato da Simeone.

Se era nella mani del pusher vuol dire che erano stati proprio i carabinieri ad affidargli l’incarico di trattarlo. Ma agli inizi di agosto qualcosa di nuovo evidentemente accade. Dopo aver fatto alcuni tentativi, i tre militari chiedono ad un altro collega, Antonio Tamburrino, di aiutarli a trovare qualcuno che possa piazzare il filmato sul mercato. Attraverso il fotografo Max Scarfone si arriva così all’agenzia di Milano Photomasi che contatta Alfonso Signorini per tentare di vendere le immagini alla Mondadori.


Che cosa è accaduto con Cafasso? Perché è uscito di scena? Il sospetto dei magistrati è che il pusher sia stato messo da parte quando si è capito che il guadagno non sarebbe stato poi così elevato. Del resto la cifra iniziale da lui richiesta, era stata notevolmente ridimensionata tanto che a fine settembre la Photomasi parlò a Scarfone di un possibile accordo su 60.000 euro.

È dunque possibile che abbia reclamato comunque la sua parte o che abbia minacciato Testini di rivelare che cosa era accaduto. Le indagini hanno svelato come il legame tra i carabinieri e lo stesso Cafasso fosse piuttosto frequente e soprattutto come il pusher fosse a conoscenza di quale attività reale si nascondeva dietro le continue visite che i militari della Trionfale facevano negli appartamenti abitati dai viados.

Le rapine ai clienti

È quanto Simeone avrebbe adesso deciso di confessare: ricatti e rapine ad altri clienti dei transessuali sorpresi nelle case che si trovano tra via dei due Ponti e via Gradoli. Finora sono circolati diversi nomi, anche famosi, di persone che frequentavano la zona ma nessun riscontro è arrivato dalle indagini. La scelta di Simeone di rendersi disponibile potrebbe fornire nuovi elementi alle indagini. Anche perché rimane aperta l’indagine sulla morte di Brenda, l’altro transessuale che aveva rapporti con Marrazzo, trovato cadavere la mattina del 20 novembre scorso. Anche in questo caso la Procura procede per omicidio, ma al momento non sembrano esserci prove concrete sul fatto che il viado sia stato assassinato.

L’autopsia ha accertato che la morte è stata causata dal fumo che aveva riempito il monolocale dove si era addormentato, stordito dall’alcol. Sul corpo nessun segno di violenza, ma secondo gli inquirenti non si può escludere che qualcuno sia entrato nell’appartamento e dopo aver accertato che Brenda non era più cosciente e dunque in grado di fuggire, abbia dato fuoco a un trolley sistemato all’ingresso. Un’ipotesi che ha comunque bisogno di ulteriori verifiche.

Simeone finora ha detto di non sapere nulla di entrambi i decessi, ma è possibile che già oggi decida di fornire elementi su quanto accadde nel corso della trattativa avviata per vendere il filmato e sulle pressioni esercitate nei confronti dello stesso Marrazzo. Il carabiniere dovrà anche spiegare per quale motivo, dopo aver cercato di spillargli soldi, lui e i suoi colleghi decisero di vendere il video trasformando la vicenda in un vero e proprio ricatto politico. Ad avvisare Marrazzo che la Mondadori ne aveva una copia fu infatti il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Fiorenza Sarzanini
25 marzo 2010






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Scoperto un nuovo ominide. Forse da riscrivere la storia della razza umana

Corriere della Sera


In una grotta nei Monti Altai, in Siberia

Vissuto 40 mila anni fa con i Neandertal e i Sapiens, cioè i nostri diretti antenati. I dubbi di alcuni studiosi. In una grotta nei Monti Altai, in Siberia. Scoperto un nuovo ominide. Forse da riscrivere la storia della razza umana. Vissuto 40 mila anni fa con i Neandertal e i Sapiens, cioè i nostri diretti antenati. I dubbi di alcuni studiosi





MILANO - Se la squadra di ricercatori che ha studiato un reperto trovato in una remota grotta dei monti Altai, in Siberia presso il confine con la Mongolia, ha ragione, allora la storia della razza umana è da riscrivere.


OSSO DI FALANGE - Secondo Johannes Krause, dell'Istituto Max Planck di Lipsia per l'antropologia evoluzionista, il pezzo di osso della falange di un dito rinvenuto nel 2008 nella caverna di Denisova, a 6 km dal villaggio di Chernyi Anui, è appartenuto a una specie di ominide diversa sia dai Neandertal sia dai moderni Homo sapiens (cioè noi). Il reperto è stato datato a 40 mila anni fa, ma in quell'epoca le uniche specie viventi di ominidi conosciuti sono appunto i Neandertal e i Sapiens. L'esistenza contemporanea di una terza linea finora sconosciuta obbligherebbe a rivedere dati ormai dati per acquisiti.


FUORI DALL'AFRICA - A questo risultato si è arrivati studiando il Dna ricavato dai mitocondri dell'osso rinvenuto. Un antenato comune delle tre specie (Neandertal, Sapiens e ominide di Altai) esisteva 1 milione di anni fa, viene spiegato sulla rivista Nature. Stabilito che il genere Homo si è originato in Africa e da là si è diffuso in tutto il mondo a partire da 1,9 milioni di anni fa con l'Homo erectus, le scoperte archeologiche hanno evidenziato che ci sono state altre due migrazioni dall'Africa: tra 500 mila e 300 mila anni fa quella dei Neandertal, poi 50 mila anni fa quella di noi uomini moderni. Ma i campioni del suolo della grotta di Denisova hanno consentito di datare i reperti tra 48 mila e 30 mila anni fa. Quindi l'ominide di Altai potrebbe essere venuto in contatto sia con i Neandertal, dei quali sono stati rivenuti resti a meno di 100 km dalla grotta di Denisova, sia con i Sapiens che frequentano gli Altai da più di 40 mila anni.


HOBBIT - Senza contare che i reperti trovati nel 2003 nell'isola di Flores in Indonesia, datati a 13 mila anni fa e chiamati Hobbit, potrebbero rappresentare un quarto ominide vissuto in contemporanea con i Sapiens, anche se su questi reperti il mondo scientifico è molto diviso.


SORPRESA E PRUDENZA - «Sono estremamente sorpreso per questa scoperta», ha dichiarato Svante Paabo, direttore del dipartimento di genetica dell'Istituto Max Planck, che ha aggiunto però prudentemente che occorrerà attendere l'analisi del genoma tratto dal nucleo delle cellule dei resti per stabilire se l'ominide di Denisova appartiene a una nuova specie o più semplicemente a una linea evolutiva diversa. Una posizione di prudenza come quella espressa da Fiorenzo Facchini, professore emerito di antropologia dell'Università di Bologna, secondo il quale prima di trarre conclusioni è necessario aspettare analisi più approfondite, non soltanto sul materiale genetico ma soprattutto sui reperti archeologici. Per l'esperto britannico Terence Brown, che su Nature ha pubblicato un commento alla ricerca, invece se le analisi saranno confermate «si sarà obbligati a rivedere la storia della recente colonizzazione umana dell'Eurasia».


Paolo Virtuani
24 marzo 2010