venerdì 26 marzo 2010

Pedofilia, allarme da Assisi: "Vogliono che il Papa si dimetta"

Quotidianonet

Dopo la vicenda del sacerdote americano accusato di violenza sessuale su 220 bambini sordomuti, il New York Times riporta alla luce un altro caso di pedofilia, questa volta a Monaco, al tempo in cui Ratzinger era arcivescovo.
La Santa Sede: "Indecente attacco a Benedetto XVI"

Roma, 26 marzo 2010 -

Un «fuoco concentrico» contro la Chiesa e i suoi vertici. Il Padre Custode del Sacro
Convento di Assisi, Giuseppe Piemontese, 'bolla' così l'attacco al Pontefice sullo scandalo degli abusi sessuali, all'indomani dell'articolo del New York Times. Accuse dietro alle quali, secondo Piemontese, potrebbe esserci il tentativo «di far dimettere il Papa»: «Proprio a questo si vuole arrivare - afferma all'ADNKRONOS - L'intervento del Papa, della Chiesa a favore della vita e tante situazioni che non si condividono hanno creato questa reazione pesante e ingiusta. Ci sono delle lobby, non dobbiamo cadere nel tranello di reagire in modo scomposto».

«Mi sto meravigliando che la gente non abbia ancora capito che è un fuoco concentrico contro la Chiesa e soprattutto i vertici della Chiesa - prosegue padre Piemontese - Tutto il problema del sarcerdote di Milwaukee è una bolla di sapone e dai documenti stessi che ha pubblicato il New York Times si evince chiaramente che l'intervento della Congregazione per la dottrina della fede, 20 anni dopo i fatti rispetto a quando era stato segnalato, è stato tempistico e chiaro aprendo un processo che, poi, non si è potuto celebrare perchè, dopo 4 mesi, il sacerdote è morto. Tra l'altro, come ha affermato anche il portavoce della Sala Stampa vaticana, la giustizia civile aveva già archiviato il caso».

«Si vede chiaramente che sono fatti pretestuosi - sottolinea Padre Piemontese - Il fatto che la situazione sia grave nessuno la nega, ma è altrettanto palese che c'è gente che vuole colpire la chiesa. Dobbiamo stare attenti, fare in modo che questi fatti non si verifichino e, quando succede, essere inflessibili».

Il New York Times ancora all'attacco del Vaticano. Dopo le accuse di ieri il quotidiano americano riporta alla luce un caso di pedofilia a Monaco. Al tempo in cui era ancora arcivescovo, il futuro papa Benedetto XVI fu tenuto strettamente aggiornato su un caso di abusi in Germania, molto più di quanto lasciato trasparire dalla Chiesa. Una circostanza che accresce gli interrogativi sulla gestione dello scandalo da parte di Ratzinger prima della sua ascesa al Vaticano.

Secondo quanto riferisce il giornale, il cardinale Joseph Ratzinger fu informato del fatto che padre Peter Hullermann, che con la sua approvazione aveva iniziato una terapia negli anni ‘80, sarebbe tornato alla sua attività pastorale pochi giorni dopo l’inizio della cura psicologica. E lo stesso prete fu successivamente condannato per molestie ai danni di bambini.

Fino ad oggi, ricorda il New York Times, la responsabilità della decisione di 'riabilitare' il sacerdote tedesco era stata attribuita all’allora vice di Ratzinger, reverendo Gerhard Gruber. Ma il quotidiano, adesso riferisce dell’esistenza di una memoria informativa consegnata al futuro papa in cui lo si informava sulla situazione di Hullermann. “L’esistenza del documento è confermata da due fonti ecclesiastiche”, riferisce il NYT, “e dimostra che Ratzinger non solo presiedette un incontro il 15 gennaio 1980, con il quale si approvava il trasferimento del prete, ma fu anche informato della nuova dislocazione del sacerdote”.

 LA REPLICA

Il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, interrogato da giornalisti a proposito del nuovo affondo del New York Times, ha rinviato alla "smentita pubblicata questa mattina in un Comunicato dell`Archidiocesi di Monaco”.

La nota della diocesi di Monaco recita: “L`articolo del New York Times non contiene alcuna nuova informazione oltre a quelle che la Archidiocesi ha già comunicato sulle conoscenze dell'allora Arcivescovo sulla situazione del sacerdote H. L'Archidiocesi conferma quindi la sua posizione, secondo cui l`allora Arcivescovo non ha conosciuto la decisione di reinserire il sacerdote H. nell`attività pastorale parrocchiale. Essa rifiuta ogni altra versione come mera speculazione. L`allora Vicario generale, Mons. Gerhard Gruber, ha assunto la piena responsabilità della sua propria ed errata decisione, di reinserire H. nella pastorale parrocchiale”.





Powered by ScribeFire.

Un diamante dalle ceneri del caro estinto Bologna lancia l'ultima moda del settore

Il Resto del Carlino


La pietra sintetica è realizzata attraverso un processo chimico, e permette di portare sempre con sé la persona defunta. Questa una delle novità emerse nel primo giorno del Tanexpo, l'esposizione internazionale di arte funeraria e cimiteriale




Bologna, 26 marzo 2010

Si è aperta oggi presso il complesso BolognaFiere l'edizione 2010 di Tanexpo, l'esposizione internazionale di arte funeraria e cimiteriale. Tre giorni di fiera dedicati al settore, con circa 200 espositori nazionali ed esteri. .

Una delle idee più innovative proposte al Tanexpo arriva dalla Svizzera: produrre un diamante con il ricavato delle ceneri di un caro estinto, in modo da portarlo sempre con sé.

A lanciare il 'prodotto' sul mercato il gruppo elvetico Algordanza, che attraverso un processo chimico assicura di poter realizzare dalle ceneri diamanti sintetici di diverse dimensioni e tagli.

La responsabile marketing dell'azienda, Christina Sponza, spiega che ogni diamante a seconda della composizione chimica dei resti, ha sfumature di colore diverse. Insomma il risultato è una pietra unica, completamente differente dalle altre, come unica era la persona scomparsa.

Tantissimi i gadget proposti tra i diversi stand della fiera, tra cui portachiavi, scatole di caramelle, taglieri. Il più particolare di tutti è senz'altro “L'elisir di lunga vita del becchino”, arrivato dalla Germania e composto da un mix di erbe. Singolare per il contesto anche la scritta sull'etichetta: “Risveglia lo spirito vitale, dona allegria e conforto e rinforza il sistema immunitario’

Per chi volesse poi organizzare una sepoltura che sia rispettosa anche dell'ambiente ecco spuntare le eco-bare in bambù, o in cartapesta colorata. A proporle il gruppo Futura della provincia di Udine.

Singolare anche l'iniziativa proposta dalla società colombiana Amazon’s Green Tribute, che permette di acquistare un fazzoletto di terra in Amazzonia sul quale spargere le ceneri del defunto, evitando così che per circa vent'anni quel pezzo di terreno venga deforestato.

Per chi poi è da sempre attratto dal mondo della tecnologia ci sono le cornici digitali, resistenti alle intemperie, da apporre sopra la lapide del caro estinto, che permettono di proiettare sul loro schermo foto in sequenza e video.

Un'altra novità nel settore arriva da un gruppo della facoltà di architettura di Valle Giulia a Roma, che sulla scia del più popolare sociale network sul web lancia 'Facetomb'. L'idea è creare dei maxipannelli a copertura delle tombe con le foto delle persone decedute. Secondo i ricercatori e promotori è un modo affinché “i defunti ci mettano la faccia’’.

Infine tra gli operatori sembra essere confermato il trend che vede un aumento del ricorso alle pratiche di cremazione dopo la morte




Powered by ScribeFire.

Venti di guerra tra le due Coree

La Stampa



Escalation nel mar Giallo, una nave della marina di Seul colpita da siluro

SEUL

Tensione alle stelle lungo la frontiera marittima tra le due Coree, nel Mar Giallo. Una nave da guerra sudcoreana con 104 persone a bordo è stata affondata da un siluro e poco dopo un’unità di Seul ha aperto il fuoco contro una nave sconosciuta.

L’affondamento della nave da guerra di 1.500 tonnellate è avvenuto alle 21 locali (le 13 in Italia) poco distante dall’isola di Baengnyeong che è sotto il controllo di Seul. Al momento la Marina sudcoreana ha confermato solo l’affondamento della sua nave, senza specificare quale sia stata la causa. Sono state avviate le operazioni di soccorso per portare in salvo l’equipaggio della nave. Il governo sudcoreano ha convocato una riunione d’emergenza dei ministri responsabili per la sicurezza.

Poche ore prima dello scontro a fuoco le forze armate nordcoreane avevano accusato Seul di tentare di rovesciare il regime di Pyongyang e avevano minacciato di rispondere con un attacco nucleare. «Chi cerca di abbattere il sistema subirà attacchi nucleari senza precedenti dall’esercito invincibile», ha affermato un portavoce dello stato maggiore interforze di Pyongyang. Il controverso confine nel Mar Giallo a ovest della penisola coreana, la cosiddetta Northern limit line, è stato teatro di numerosi scontri a fuoco negli ultimi anni. Nel 1999, nel 2002 (con morti) e da ultimo il 10 novembre scorso ci sono stati scambi di colpi tra le marine delle due Coree in seguito a sconfinamenti veri o presunti.

A fine gennaio Pyongyang ha esploso alcuni colpi in mare per un’esercitazione militare per la quale aveva interdetto la navigazione attorno alle isole di Baeknyeong e Daecheong. Il confine marittimo tra le due Coree fu tracciato alla fine del conflitto del 1950-53 ma non è mai stato accettato dal Nord anche perchè dopo l’armistizio non si arrivò mai a un trattato di pace




Powered by ScribeFire.

Feltri sospeso sei mesi per caso Boffo e Farina Il direttore: trattato peggio di un prete pedofilo

di Redazione

Sei mesi: questa la sanzione comminata dall'Ordine della Lombardia al direttore del Giornale.

Compresi anche i due mesi per il caso Boffo. La sentenza non è esecutiva e Feltri resta direttore nel pieno delle sue funzioni. Feltri: "L'ho saputo a mezzo stampa". Il legale farà ricorso



Milano - Sei mesi di sospensione per Vittorio Feltri. Questa la sanzione comminata dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia al direttore del Giornale. Al centro del procedimento disciplinare tre casi: gli articoli sul caso Boffo, le accuse a Gianfranco Fini e l'aver consentito a Renato Farina di continuare a firmare articoli dopo la radiazione dall’albo. La sanzione è relativa al caso Farina, nella sospensione sono compresi anche due mesi sull'affaire Boffo. Il direttore è stato invece assolto sulle accuse al presidente della Camera.

"Mi dispiace di non essere un prete pedofilo o almeno un semiprete omosessuale o un conduttore di sinistra, ma di essere semplicemente un giornalista che non può godere, quindi, della protezione dei vescovi, nè diventare un martire dell’informazione ribatte Feltri - se a Brachino hanno rifilato due mesi di sospensione per aver mostrato i calzini celesti di un magistrato, non stupisce che a me ne abbiano rifilati sei per aver osato parlare di Boffo dalla cintola in giù".

Feltri: "Saputo a mezzo stampa" Si dice dispiaciuto "per le modalità" con cui ha appreso del provvedimento. Il direttore del Giornale è pacato nei toni quando gli si chiede un commento sul provvedimento adottato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia: "Non so che cosa dire. Sospensione? Lo so da lei che me lo sta dicendo in questo momento, da alcuni amici che mi hanno chiamato al telefono e da quello che ho letto sulla Repubblica

Non ho ricevuto nessuna comunicazione ufficiale dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia: non voglio parlare di deontologia professionale, fosse sarebbe eccessivo in questo caso pretenderla, ma almeno di regole di buona educazione. Ripeto, non so ancora nulla, ma mi sarei aspettato di essere informato dei provvedimenti e non venirne a conoscenza a mezzo stampa". 

Inutile chiedere per il momento un commento a Feltri sul merito del provvedimento: "Non saprei cosa commentare, non ho sentito il mio avvocato, ripeto non ho avuto nessuna comunicazione ufficiale, non so che cosa hanno deciso. Posso soltanto dire che oggi non è una bella giornata, pioviggina". 

Il legale farà ricorso "Quella dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia nei confronti di Vittorio Feltri è una sentenza profondamente ingiusta e sbagliata", ha commentato l’avvocato Gabriele Fava, legale del direttore del Giornale. "Faremo ricorso contro questo provvedimento non appena saranno rese note dall’Ordine della Lombardia le motivazioni - ha aggiunto l’avvocato Fava - la sospensione, tuttavia, non sarà esecutiva fino alla decisione dell’Ordine nazionale dei giornalisti a cui appunto ricorreremo in appello". 

Formigoni: "Barbarie contro libertà" Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha espresso "piena" solidarietà a Vittorio Feltri dopo la decisione dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. 

"Una barbarie - ha affermato Formigoni - contro la libertà di stampa, un gesto di pura intimidazione per scoraggiare tutte le voci scomode e mandare un segnale ai giornalisti che ogni giorno raccontano il Paese, i suoi vizi e le sue virtù, ma si macchiano del terribile peccato di non essere antiberlusconiani". 

"Chi sgarra - ha concluso - viene messo nel mirino di censori, pubblici ministeri e assemblee di redazione strumentalizzate, con l’unico risultato che mentre il mondo dell’editoria mondiale sta cambiando radicalmente troppi media italiani perdono tempo in una caccia alle streghe a senso unico".

Cicchitto Il presidente dei deputati del Pdl, definisce "gravissima e grottesca" la sospensione di sei mesi dall’ordine dei giornalisti del direttore del Giornale Vittorio Feltri. "Dimostra che l’Italia - accusa Cicchitto- è piena di piccoli Vishinkij faziosi e biliosi che, fra l’altro, si sono sistemati nell’ordine dei giornalisti. Purtroppo essi non hanno neanche l’intelligenza di capire che, ricorrendo a questi provvedimenti, si rendono ridicoli". 

Capezzone Solidarietà anche da Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: "Con un provvedimento senza capo nè coda dell’Ordine dei giornalisti, si è cercato di colpire Vittorio Feltri, a cui esprimo totale solidarietà. Feltri è un autentico fuoriclasse del giornalismo e della scena civile italiana. È il Montanelli dei nostri tempi, e dovremmo tutti esserne consapevoli. Resta solo da capire - conclude Capezzone - come mai siano ammutoliti i difensori professionali, ma a singhiozzo, dell’art.21 della Costituzione, che oggi sono tutti silenziosi...". 

Napoli Il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, esprime la sua solidarietà al direttore del Giornale e considera la sua sospensione una "pagina vergognosa contro la libertà d’informazione". "Se non sei di sinistra, se non stai buono e a cuccia, allora - afferma Napoli in una nota - il diritto alla libertà di informare, e di sbagliare, che vale per gli altri per te diventa un privilegio da eliminare. 

È il presidente del Consiglio che fa editti contro qualcuno o è il Minculpop, mai chiuso nonostante il fascismo sia finito 67 anni fa, che stabilisce chi è libero e chi no?". "La libertà di informazione - osserva - non gode buona salute in Italia. Ma per le ragioni esattamente opposte immaginate dalla sinistra. Gli insulti di Santoro e il fango che getta quotidianamente contro il premier sono l’esempio di libertà suggerito dall’Ordine dei giornalisti? 

Io auspico una forte reazione dei cittadini contro la militarizzazione dell’informazione tentata dalla sinistra. A Vittorio Feltri, uomo libero prima che grande penna, va tutta la mia solidarietà e i sensi della mia stima". 

La Russa "Non conosco gli atti che hanno portato alla richiesta di sospensione per sei mesi a Feltri ma mi stupisce il tempismo...". È il commento del ministro della Difesa, Ignazio a Russa. "Ho grande stima per Feltri non commento ma mi sembra che si usino due pesi e due misure" ha aggiunto riferendosi ironicamente a Santoro di cui anche in questa occasione ha stigmatizzato "il comportamento fazioso".




Powered by ScribeFire.

Egitto, per 4mila euro scegli il sesso del bebè in vitro: scoppia la polemica

Quotidianonet

“Fra i pazienti - spiega il dottor Sabry - ci sono persone che hanno già molte figlie e vorrebbero avere figli di sesso differente. O famiglie che hanno assoluta necessità di un maschio per trasmettere nome e patrimonio”

Roma, 26 marzo 2010


La clinica del dottor Ashraf Sabry al Cairo è meta del pellegrinaggio di numerose famiglie, egiziane e non. Vi si pratica la fecondazione in vitro e, volendo, si può anche scegliere il sesso del nascituro grazie a una selezione degli embrioni prima dell’impianto.

“Fra i pazienti - spiega il dottor Sabry al quotidiano elvetico Le Matin - ci sono persone che hanno già molte figlie e vorrebbero avere figli di sesso differente”. Oppure “famiglie che hanno assoluta necessità di un figlio maschio per trasmettere nome e patrimonio”. Generalmente le famiglie che si rivolgono alla clinica sono molto agiate economicamente: l’intervento costa tra i 3.000 e i 4.000 euro, una somma inabbordabile per la maggior parte degli egiziani.

La pratica suscita dibattito
: per alcuni medici, come il dottor Ehab Souleimane, la selezione degli embrioni non contravviene la volontà divina: “Non cambiamo l’equilibrio fra i sessi. E’ sempre Dio che fa riuscire o meno l’operazione”. Ma altri colleghi musulmani non sono d’accordo e si rifiutano di selezionare gli embrioni in base al sesso.

Queste cliniche profittano di
un vuoto legislativo sulla delicata questione della fecondazione in vitro selettiva, vietata o molto limitata nella maggior parte dei paesi. Un gruppo di deputati egiziani ha presentato un progetto di legge per vietare la selezione “per convenienza” delle fecondazioni in vitro.
In Egitto non esistono statistiche ufficiali ma si calcola che siano una decina l’anno le coppie che scelgono il sesso dei loro figli. Secondo un’inchiesta ufficiale pubblicata nel 2007, il 90% degli uomini egiziani afferma di preferire dei figli maschi o addirittura non avere affatto figli piuttosto che solo figlie femmine. Lo studio rivela inoltre che oltre 10mila egiziani hanno chiesto il divorzio perché le loro mogli “non hanno dato loro” figli maschi.




Powered by ScribeFire.

Lo show dei «perseguitati» d’oro che giocano alle vittime del lager

di Stefano Filippi


Grazie Sky per aver trasmesso ieri sera la sceneggiata bolognese di Santoro allestita al PalaDozza e ritrasmessa su internet e in 200 piazze italiane. Grazie perché «Michele chi» ha finalmente gettato la maschera. Senza le pastoie delle regole Rai, libero dall’intralcio della pubblicità, privo del fardello di dover ospitare in trasmissione anche qualche rara voce dissonante, Santoro ha fatto il programma che vorrebbe fare ogni settimana. Ha paragonato Berlusconi a Mussolini.

Ha evocato «assonanze preoccupanti» con il fascismo. Ha sgridato il presidente Napolitano per non aver contrastato il premier. Ha portato davanti alle telecamere chi voleva lui: Floris, Lerner, Iacona, giornalisti del Manifesto e del sindacato unico (di sinistra) dei giornalisti, oltre ai soliti Travaglio e Vauro. E anche il redivivo Daniele Luttazzi, che in un monologo di 20 minuti pieno di allusioni volgari, si è scagliato contro «Silvio Lolito Berlusconi» spiegando con una metafora sul sesso anale i motivi per cui ha il 60 per cento del consenso. Poi ha avvertito: «Attenzione, è così che ha cominciato Hitler...».

Tutti direttori, conduttori di fama, artisti, grandi nomi del piccolo schermo; tutti confortevolmente vestiti di cachemire, garantiti da ricchi contratti Rai o ex Rai, compreso Loris Mazzetti, collaboratore di Enzo Biagi sospeso per 10 giorni dal servizio pubblico e presentato dietro un reticolo di filo spinato, come fosse un deportato nei lager. Ogni giovedì sera Santoro carezza con il filo spinato la schiena di Berlusconi, ieri era lui a fare la vittima nello show dei perseguitati d’oro. E l’ha fatto da par suo.

Esordio affidato alle immagini: Mussolini in comizio che arringa la folla alternato con il Berlusconi di sabato in piazza San Giovanni. Segue l’intemerata santoriana, l’editoriale scritto sulla carta vetrata e destinato al «caro presidente Napolitano». Michele paragona se stesso a Danilo Dolci, l’inventore della prima radio libera «che 40 anni fa decise di infrangere la legge per lanciare un sos per i terremotati del Belice».

Le denunce di allora («si marcisce di chiacchiere e ingiustizie») diventano le stesse di oggi. «Presidente, le ricordo che per una telefonata Nixon dovette dimettersi perché aveva ordinato di spiare avversari politici del partito democratico»: diavolo di un Santoro, è riuscito a scovare perfino un partito dal nome uguale al principale avversario del Cavaliere. «Una commissione del Senato americano scoprì che tutte le telefonate della Sala ovale erano registrate e allora disse: pubblicate tutto. Altro che privacy».

Da Santoro a Lerner alla sequela di intellettuali (Dorfles, Monicelli) fino al guitto Roberto Benigni, è tutta un’insurrezione contro «l’interferenza politica sulla libertà di espressione, un delitto grave per la democrazia a prescindere dalle condanne emesse dai tribunali, è una violenza alla Costituzione. Le vogliamo tutte pubblicate, quelle telefonate di Berlusconi». Viene evocato Grillo, in campagna elettorale col suo partitino: «Se esprime critiche anche in forma discutibile, noi giornalisti abbiamo il dovere di pubblicarle».

Raiperunanotte è un Annozero senza filtro né contraddittorio, a briglia sciolta, con l’approvazione e l’organizzazione del sindacato dei giornalisti Rai. È il vero Santoro, abile, fazioso, martellante, mistificatore, partigiano. Ha confezionato un bel filmatino sulla manifestazione romana del Pdl dove ha trovato qualche cartello che gli dava del fascista e un personaggio che urlava «Santoro a morte»: l’ha mandato in onda per un surplus di vittimismo, come se tutte le migliaia di persone presenti fossero come lui. La platea del PalaDozza (seimila posti, tutto esaurito, con il «popolo viola» che si accalcava all’esterno davanti a un maxischermo) finalmente si scatena, applaude a scena aperta, non si trattiene più come è costretta a fare negli studi della Rai.

Si alternano Antonio Cornacchione e l’osceno Luttazzi, secondo il quale «il filo spinato è il cilicio della Binetti». Il caso delle intercettazioni di Trani è il filo conduttore. In realtà è lo spunto per convocare in prima fila i simboli dell’antiberlusconismo su cui indugiano le telecamere di Sky: la moglie di Celentano, la figlia di Biagi, i giornalisti del Fatto e dell’Espresso. Il cantante Morgan, escluso da Sanremo e già protagonista di una puntata di Annozero allunga la schiera degli epurati Rai. Stralci delle intercettazioni di Trani vengono lette da attori fuori campo mentre sullo schermo appaiono improbabili vignette, senza chiarire il contesto. È la tv secondo Santoro. Ma perfino Skytg24 a un certo punto si è stufata, e a mezzanotte ha interrotto la diretta.



Powered by ScribeFire.

Santoro finalmente libero, di insultare

Il Tempo

In onda Raiperunanotte. Berlusconi non commenta la trasmissione e chiede sanzioni per Annozero: "È un obbrobrio". Luttazzi torna in tv con mezz'ora di parolacce.

Finalmente ce l’ha fatta. Michele Santoro è riuscito, con il suo Raiperunanotte, a insultare per una serata Berlusconi. Senza contradditorio. Dicendo tutto ciò che gli passava per la mente. A lui e a tutti quelli che si sono alternati al Paladozza di Bologna. Daniele Luttazzi, potendo finalmente usufruire della platea di cui «l’editto bulgaro» lo ha privato, ha ben pensato di dissertare, per mezz’ora di «troie», «inculate», «buchi di culo». Evidentemente l’apice della libertà d’informazione è il turpiloquio.

Santoro, invece, ha preferito affidarsi al solito copione. Ha finalmente rimesso in onda le docufiction (a fumetti) che viale Mazzini gli aveva «censurato», ma soprattutto è riuscito a mostrare un filmato con un paralellismo tra il presidente del Consiglio e Benito Mussolini. Chissà da quanto tempo voleva farlo. Così, per una sera, l'antiberlusconismo militante ha avuto la trasmissione che sognava.

Non poteva essere altrimenti, anche se il conduttore di Annozero aveva annunciato una manifestazione «per» e non «contro». Ma è un po' difficile fare una «serata per» quando, raccolti nello stesso luogo, ci sono i conduttori che viale Mazzini (ovviamente su input del Cavaliere cattivo) ha deciso di oscurare nell'ultimo mese di campagna elettorale. È un po' difficile quando, appena si nomina Berlusconi, partono puntuali i fischi.

E questo il premier lo sa molto bene, tanto che da Bruxelles, commentando la multa decisa per Tg1 e Tg5 perchè troppo sbilanciati sul Pdl, tuona contro l'Agcom: «Dovrebbe impegnare le sue forze per sanzionare alcune trasmissioni - Annozero dirà poco dopo - che sono un obbrobrio incivile, barbaro e che sono veramente inaccettabili».

Ma loro non si fanno problemi e continuano a dare addosso a Berlusconi. Meglio rilanciare l'inchiesta di Trani che, come dice Marco Travaglio, è «peggio del Watergate». Molto meglio scagliarsi contro gli Innocenzi, i Masi, i Minzolini, campioni di disinformazione e schiavi del premier. Insomma la «riscossa civile» è cominciata. E Santoro ne è il portavoce unico. Capace di organizzare il «più grande evento sul web in Italia».

Capace di radunare centinaia di persone sotto la pioggia di Milano e in tantissime piazze italiane (a piazza Navona a Roma erano oltre 300). Il popolo è con lui. Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro possono rassegnarsi. Basta ascoltare il suo editoriale per rendersene conto.

Un appello accorato al Capo dello Stato Giorgio Napolitano perché «noi non siamo al Fascismo ma certe assonanze possono preoccupare». Roba da leader vero. «Vorrei ricordarle signor presidente - prosegue - che per una telefonata Nixon dovette dimettersi: aveva ordinato di spiare i suoi avversari Democratici e una commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate, disse di pubblicarle per sapere cosa è successo.

Qui si è compiuto un delitto di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione. Io non voglio tirarla per la giacchetta, non voglio né che firmi né che non firmi, ma voglio ribadire che se i partiti non si allontano dalla Rai, sarà sempre prigioniera del conflitto d'interesse. Noi abbiamo il diritto, ma anche il dovere di parlare e di farci sentire, noi dobbiamo essere ascoltati».

Poi spazio a Nicola Piovani, Giovanni Floris, Gad Lerner, Antonello Venditti, Morgan, Antonio Cornacchione, ai video di Milena Gabanelli, Mario Monicelli e Roberto Benigni. A Marco Travaglio che si chiede come è possibile che Berlusconi parli solo con i «20.000 italiani che ogni anno vengono intercettati» e non con i restanti 59.980.000. Al ricordo di Enzo Biagi (terza «vittima» con Santoro e Luttazzi dell'editto bulgaro), rappresentato dalla figlie Bice, la cui «presenza» ovviamente aleggia nel Palasport bolognese. Si tratti di giornalisti, comici, musicisti non c'è differenza. Ognuno ha un pensiero per Berlusconi, ma è Silvio che non ne ha per loro: «Preferisco non parlare della trasmissione perchè dovrei essere molto severo».

Ma questo poco importa, e affidano a Luttazzi l'affondo finale: «Masi, Minzolini e Berlusconi hanno fatto un uso criminoso della televisione pubblica». Santoro e i suoi compagni di viaggio no. Loro, normalmente, utilizzano la televisione per insultare.



Nicola Imberti
26/03/2010



Powered by ScribeFire.

Chiedo nuove indagini sulla morte di Pasolini»

Corriere della Sera


Alfano a Veltroni: farò istanza al procuratore 



La lettera che pubblichiamo firmata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano è la risposta a quella dell'esponente pd Walter Veltroni che il Corriere ha pubblicato lunedì 22 marzo. Veltroni sostiene da anni che la morte di Pier Paolo Pasolini nasconde ancora dei misteri e che ci sono prove per dimostrare che nel delitto del poeta furono coinvolte più persone, non soltanto Pino Pelosi. In particolare Veltroni confida nelle nuove potenzialità delle investigazioni scientifiche.



Gentile on. Veltroni, nella notte tra l’1 e il 2 novembre di 35 anni fa l'Italia intera veniva privata del contribuito di Pier Paolo Pasolini, lucida personalità della cultura italiana. Pierpaolo Pasolini si accorse per primo che negli scontri di Valle Giulia, i veri proletari erano i poliziotti figli del sud e della povertà, sradicati dai propri paesini e mal pagati.

Ed il suo brutale assassinio ci ha anche impedito — per sempre — di conoscere le sue analisi sui ben più violenti fenomeni che negli anni a seguire avrebbero ferito ed umiliato la nostra democrazia. Lei, onorevole Veltroni, ci ricorda correttamente i numerosi dilemmi che le indagini svolte all’epoca dei fatti— con mezzi e tecnologie ben diversi da quelli odierni — hanno lasciato irrisolti. Ed in effetti, concluso il processo a Pino Pelosi, l’indagine meritava maggiori attenzioni finalizzate a chiarire se il ragazzo di vita di allora abbia agito da solo oppure insieme ad altri e con quali reali intenzioni. Serve a qualcosa a così tanta distanza dai fatti cercare ancora la verità?

La risposta è una sola: accertare la verità è sempre non soltanto utile ma necessario ed ancor più lo è quando la verità vale non soltanto ad accertare le responsabilità penali, ma a far chiarezza sul piano storico-politico oltreché su quello giudiziario (necessariamente limitato ad affermare responsabilità personali in termini di certezza). Condivido, dunque, ancora una volta, come già fatto nel recente passato — con riguardo alle vittime romane della violenza terrorista di ogni forma e colore che ancora oggi attendono verità e giustizia— l’opportunità di guardarsi indietro, senza paura e senza reticenze, perché è questa l’unica strada coerente con i valori di una democrazia finalmente matura.

Per questa ragione— pur non avendo, com’è noto, alcun potere diretto in ordine all’eventuale provvedimento di riapertura delle indagini— daMinistro della Giustizia raccolgo volentieri e senza riserve il Suo invito poiché ne condivido le ragioni e ritengo di rendere un buon servizio al mio Paese inoltrando al signor Procuratore della Repubblica di Roma un’apposita istanza in tal senso. La lettera che pubblichiamo firmata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano è la risposta a quella dell’esponente pd Walter Veltroni che il Corriere ha pubblicato lunedì 22 marzo.

Veltroni sostiene da anni che la morte di Pier Paolo Pasolini nasconde ancora dei misteri e che ci sono prove per dimostrare che nel delitto del poeta furono coinvolte più persone, non soltanto Pino Pelosi. In particolare Veltroni confida nelle nuove potenzialità delle investigazioni scientifiche.
Angelino Alfano

Ministro della Giustizia
26 marzo 2010



Powered by ScribeFire.

E l’Inghilterra chiese al Duce armi da guerra

Avvenire


L’Italia era pronta a sostenere il riarmo dell’Inghilterra contro la Germania, all’inizio della seconda guerra mondiale. Sembrerebbe esercizio di fantapolitica sostenere che la collusione tra il Duce e la "perfida Albione" giunse al punto da intavolare trattative segrete per favorire il riempimento degli arsenali inglesi. Eppure, clamorose conferme di queste prove d’intesa con Londra, avviate da Mussolini dopo la dichiarazione di non belligeranza da parte italiana, nel settembre 1939, emergono dai dossier inediti dell’allora ministro degli Scambi e valute (cioè del Commercio estero), Raffaello Riccardi, che fu protagonista di questi negoziati. 

Tali documenti sono conservati alla Wolfsoniana di Genova, e resi accessibili per la prima volta dal collezionista e miliardario di Miami Mitchell Wolfson. La verità rimossa torna a galla svelandoci fino a che punto l’Italia si spinse per vanificare gli esiti di una guerra scatenata da Hitler e dalla Gran Bretagna, e frutto di opposti oltranzismi. Dietro questo scenario si stagliano due gigantesche e ingombranti figure della storia: la mascella volitiva di Mussolini e l’uomo con sigaro, Churchill. Benito e Winston, nemici riluttanti, antagonisti innaturali spinti nel baratro di un conflitto che forse si sarebbe potuto evitare.

La creazione, la conservazione e dunque il ritrovamento di questi carteggi d’inestimabile valore, si devono soprattutto al fatto che Raffaello Riccardi, ministro degli Scambi e valute dall’ottobre del 1939, era contrario all’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Di concerto con il ministro degli Esteri e genero del Duce, Galeazzo Ciano, che aveva sposato posizioni antitedesche, Riccardi fu al centro di una grande manovra che non fu soltanto di "commercio estero", ma di politica pura. Per smarcarsi da Hitler, e trasformare la non belligeranza in una neutralità attiva, destinata fatalmente a sfociare in un’alleanza, perlomeno "coperta", con l’Impero britannico, il ministro Riccardi, d’accordo con Mussolini, investì alcune personalità di rilievo della responsabilità di negoziare accordi segreti per favorire il riarmo dell’Inghilterra. 


Già nel novembre del ’39, l’esponente del governo fascista incaricò delle trattative tre eminenti figure del panorama industriale: l’ingegner Prospero Gianferrari, ex direttore dell’Alfa Romeo e presidente del Gruppo costruttori aeronautici, l’israelita Cesare Sacerdoti, nume della cantieristica e membro dell’Associazione costruttori navali per l’estero, e l’industriale aeronautico Gianni Caproni.

In tutta segretezza, Riccardi aprì un ufficio a Gianferrari, nella City di Londra, per cercare accordi con il governo di Sua Maestà britannica. Solo da alcuni mesi, dopo l’invasione nazista della Cecoslovacchia del marzo 1939, l’Inghilterra aveva seriamente accelerato i suoi programmi di riarmo, che fino a quel momento avevano avuto un andamento insufficiente, se non disastroso. Basti considerare che nell’anno della Conferenza di Monaco, il 1938, la Royal Air Force disponeva soltanto di 1.600 aerei da combattimento. 


Nel novembre del ’38, il ministro dell’Aviazione, sir Kingsley Wood, stimò che le spese previste per la difesa aerea sarebbero passate dai 120 milioni di sterline di quell’anno ai 200 milioni del ’39. Il governo avrebbe ordinato 5-6.000 velivoli da combattimento, cercando sostegni in ogni direzione. Nel marzo del 1939, lo stesso Kingsley Wood, gonfiando le cifre, annunciò che la produzione di Spitfire e di Hanker era nel frattempo raddoppiata. La Gran Bretagna "sfornava" 1.200 aerei da guerra al mese, la metà di quelli tedeschi. Troppo poco per prepararsi allo scontro totale con Hitler.

Per colmare deficienze e ritardi, l’aiuto del governo italiano venne preso seriamente in considerazione. Il mandato esplorativo affidato a Gianferrari, come dimostra una relazione al ministro datata da Londra, il 24 novembre, sortì sbalorditivi effetti. L’industriale italiano informa di aver ricevuto al suo arrivo nella capitale inglese un’"accoglienza veramente magnifica", non solo da parte del Foreign Office, ma anche da parte di Kingsley Wood, vecchio amico del premier conservatore Neville Chamberlain, che offre al negoziatore italiano un banchetto d’onore che gli spalanca tutte le porte della politica britannica.

Ma, cosa assai decisiva, Gianferrari annuncia il suo imminente incontro all’Ammiragliato. Ora, allo scoppio della guerra, Chamberlain, l’uomo dell’appeasement, cioè della pace a oltranza con Hitler, aveva nominato Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill: è tutt’altro che privo di significato, dunque, che lo statista britannico, il quale alimentò un famoso epistolario con Mussolini (carteggio oggetto di accanite dispute tra gli storici), ricevesse l’ambasciatore del Duce con priorità assoluta. Churchill, che di lì a pochi mesi si sarebbe trovato a presiedere il gabinetto di guerra, era l’erede di un fallimento.

La politica dell’appeasement, che secondo il famoso giudizio di John Kennedy era servita a guadagnare tempo per consentire il riarmo, in realtà aveva consegnato al nuovo premier una nazione in ginocchio, militarmente e moralmente. Nella sua Storia della seconda guerra mondiale, Winston Churchill non spende una parola sul capitolo imbarazzante delle trattative con l’Italia per l’acquisto di velivoli da guerra. Tuttavia, sappiamo che egli, nell’autunno del 1939, giudicava "scandalose" le condizioni di inferiorità aerea della Gran Bretagna nei confronti della Germania.

Di eccezionale importanza, tra i materiali dell’archivio Riccardi, è anche un successivo rapporto, non firmato e datato 17 dicembre 1939, intitolato «Ripresa delle conversazioni italo-inglesi». In sostanza, si tratta di un elenco piuttosto preciso degli importi stanziabili dal governo del Regno Unito per procacciarsi armamenti italiani. Il documento accenna a mister Rodd, quale delegato britannico per l’avanzamento delle trattative e indica in 26-28 milioni di sterline la cifra che Downing Street avrebbe investito per colmare il gap con la Germania. 


Vale a dire l’equivalente di 20-22 miliardi di lire dell’epoca, cioè la copertura del fabbisogno italiano per il primo anno di guerra, più un’eccedenza. Ma vediamo il dettaglio: mister Rodd, annunciava la pronta disponibilità del governo Chamberlain-Churchill ad acquistare 800 apparecchi, per 6-8 milioni di sterline, duemila cannoni (6 milioni), esplosivi e strumenti ottici (3 milioni), materie prime (2 milioni), e noleggiare navi italiane (5 milioni). Mentre Gianferrari a Londra tesseva la sua tela, l’ingegner Caproni cercava di piazzare un grosso quantitativo di apparecchi CA. 135 bis e, a sua volta, Sacerdoti chiudeva un contratto di costruzione di 28 motonavi da carico e di 50 pescherecci per la Gran Bretagna.

Per quale ragione tutta la manovra fallì, facendo restare lettera morta questa imponente trattativa che, se conclusa, avrebbe cambiato il corso della seconda guerra mondiale? Nel gennaio del 1940, il maresciallo Hermann Goering, per conto di Hitler, mandò una lettera a Mussolini nella quale si intimava l’immediata cessazione di forniture di materiale bellico alle potenze occidentali. 


Dopo attenta riflessione, il Duce si piegò al diktat germanico: forse non aveva ottenuto adeguate garanzie dal governo inglese sul soccorso all’Italia in caso di una vendetta tedesca. L’inasprimento del blocco navale attuato dal Regno Unito contro l’Italia rappresentò una manovra ritorsiva che spinse sempre più il Duce tra le braccia dell’alleato, contribuendo a rendere inevitabile l’innaturale sbocco di una cobelligeranza italo-tedesca. 

Così, i micidiali aerei da guerra italiana, già alla fine dell’estate del ’40, durante la famosa "battaglia d’Inghilterra", vennero impiegati, in appoggio all’aviazione tedesca, per bombardare le città del Regno Unito.
 
Roberto Festorazzi




Powered by ScribeFire.

Il kamikaze e la bomba. Gli attimi di terrore alla caserma di Milano

Corriere della Sera


Game e le urla: andate via dall'Afghanistan, Il nipote: mi voleva al suo fianco nelle azioni

Video


MILANO - Lunedì 12 ottobre 2009, ore 7.37. Le auto dei soldati sono in fila per entrare nella caserma Santa Barbara. Come un automa, un uomo si fa strada con in mano una cassetta per attrezzi. Quando esce dalla visuale della telecamera di sorveglianza, dalla carraia si alza una nuvola di fumo. Quell'uomo è Mohamed Game, il libico che ha tentato di immolarsi come primo kamikaze in Italia in nome della jihad islamica.

Solo per un caso la bomba artigianale che portava è riuscita a far male solo a lui. Game è a terra con gli occhi e una mano devastati dalla fiammata, ma ha ancora la forza di dire al primo poliziotto: «Ve ne dovete andare via dall’Afghanistan», «non ho nient'altro... mi chiamo Game e sono della Libia». È soccorso e arrestato. In carcere lo seguiranno il connazionale Mohamed Imbaeya Israfel e l'egiziano Abdel Kol, accusati di complicità nell’attentato.

Il filmato (visibile su corriere.it) è agli atti dell’indagine chiusa dai pm Maurizio Romanelli e Elio Ramondini con la richiesta di giudizio immediato per i tre indagati. Tra le migliaia di documenti raccolti dalla Digos e dal Ros di Milano ci sono le immagini del covo di via Gulli dove tra pentole e fornelli i tre avrebbero fabbricato l'ordigno con ingredienti in vendita libera, seguendo le istruzioni dettate su internet dagli strateghi della guerra santa globale all'Occidente. Come il famigerato Abu Musab Al Suri che dispensa consigli anche su come affrontare gli interrogatori se si finisce in galera e soprattutto, scrive la Digos, proclama che «per passare all'azione i mujaheddin non devono aver frequentato i campi di addestramento, ma basta che abbiano svolto un lungo training personale» in casa su internet.

L'elenco dei documenti legati alla personale guerra santa di Game è incredibile. Entrato nel fondamentalismo solo ad aprile 2009, si è abbeverato da Internet con dedizione dopo aver «frequentato la moschea di viale Jenner», dichiara la sua compagna italiana a verbale. «Navigava in siti di lingua araba in cui ho visto chiaramente immagini di attentati sanguinari o proclami di Bin Laden». Dal suo pc la scientifica ha tirato fuori ricerche tra le più disparate e inquietanti, le ultime per tutta la notte precedente all'attentato.

Voleva saper tutto su come pilotare gli aerei, sulle blindature delle auto dei politici e delle forze dell'ordine, su come si abbatte un edificio di cemento armato, tipo il Pirellone, sulla Metro e sull'acquedotto di Milano, sullo stadio di San Siro, focalizzando la partita Milan-Roma del 18 ottobre, su come far esplodere ordigni a distanza usando i cellulari, uno è stato trovato nel covo. Ha cercato decine di politici, e le loro abitazioni private «visitate» con Street view di Google, come Berlusconi, Bossi, Calderoli, Maroni, Zaia,

La Russa, ma anche generali che hanno guidato le truppe italiane in Afghanistan oppure sedi di Carabinieri e Polizia. Game avrebbe voluto con lui il giovane nipote Mohamed. «Almeno in cinque occasioni mi ha parlato di azioni suicide da compiere in Italia su un autobus o al McDonald's, mi incitava asserendo che avrei guadagnato il Paradiso», «mi sono spaventato» quando «con una scusa ha chiesto all'autista di un autobus se funzionava la telecamera interna».

Il presunto complice Kol, difeso dall'avvocato Carmelo Scambia, ha preso le distanze da Game che ai pm ha detto che non voleva fare male a nessuno. Però cercava la gloria. Intercettato in carcere a colloquio con il fratello, sembra rammaricarsi di essere ancora vivo: «Sai qual è la cosa che mi fa stare male? È che mi trovi qui dentro! Perché non sono andato». E quando l'altro gli parla dell'eco avuto dalla notizia dell’attentato anche in Libia, chiede insistentemente: «Raccontami, dimmi, ma il mio nome l’hanno scritto bene in arabo? E i giornali... che sono da solo o con altri?». Conclude: «Mi raccomando, di’ a mia mamma di pregare per me».


Giuseppe Guastella
Gianni Santucci
26 marzo 2010




Powered by ScribeFire.

I 67 bambini sordi e le denunce a Verona La diocesi indaga

Corriere della Sera



VERONA—«In tempi ravvicinati si provvederà ad ascoltare le eventuali vittime di abusi». Il comunicato della Diocesi di Verona è di tre giorni fa. La richiesta arrivata dal Vaticano, invece, risale a metà febbraio: la Congregazione per la Dottrina della Fede vuole un approfondimento delle indagini su presunti casi di pedofilia.

È l’ultima puntata di una storia complessa, prescritta per la giustizia ordinaria. Sessantasette ex alunni dell’Istituto per sordi Antonio Provolo di Verona avrebbero subito abusi e violenze sessuali da parte di preti fra gli anni Cinquanta e il 1984. Un caso tanto clamoroso da finire sulle pagine del New York Times, dopo che l’Espresso l’aveva sollevato a gennaio del 2009.

Stasera, nel corso della trasmissione di Andrea Vianello Mi manda Raitre, tre delle vittime racconteranno a volto scoperto la loro verità. In sintesi: quindici ex ospiti dell’Istituto hanno messo per iscritto, davanti a Marco Lodi Rizzini, portavoce dell’Associazione sordi Provolo, l’elenco di abusi e i nomi dei religiosi che li avrebbero commessi: ben 25 sacerdoti sui 28 che hanno prestato servizio al Provolo in quegli anni. «Già quella percentuale pare poco credibile—dice monsignor Bruno Fasani, portavoce della Curia veronese —. E poi, a noi non è mai arrivata una denuncia circostanziata, con nomi e cognomi».


Il Vicario giudiziale, comunque, ha condotto un’inchiesta e il dossier è a Roma dal maggio scorso. «Si è accertato —spiega monsignor Fasani —che due aspiranti sacerdoti furono allontanati per tendenze pedofile manifestate negli anni 1965-67; un «fratello», non un prete, ammise di aver avuto rapporti dal 1965 al ’90 con minori, donne e uomini, e poi se ne andò con una donna.

Infine, un religioso, ormai morto, aveva commesso abusi». Parla soprattutto di toccamenti, episodi minori. Le denunce invece sono gravissime. La lettera spedita dagli ex allievi del Provolo al vicario giudiziale il 20 novembre 2008 dice: «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di S. Maria del Pianto i preti approfittavano per farsi masturbare e palpare da bambine e ragazze sorde.

Rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle stanze dei preti e nei bagni. I sordi possono fare i nomi di preti e fratelli laici coinvolti».

L’agenzia di stampa Associated Press, in un’inchiesta sugli scandali a sfondo sessuale nel clero italiano, cita il racconto di due ex allievi del Provolo: Alessandro Vantini ricorda quando e dove veniva sodomizzato, il suo compagno Gianni Bisoli chiama in causa l’ex vescovo scaligero Giuseppe Carraro, per il quale è in corso una causa di beatificazione, accusandolo di averlo «molestato in cinque occasioni», fino a provare a sodomizzarlo con una banana.

A Verona succede di tutto. Il vescovo, Giuseppe Zenti, difende il suo predecessore con parole di fuoco: «Le fandonie su di lui mostrano che si tratta di un teorema allucinante e infernale. Sono casi psichiatrici». Racconta del suo incontro con Giorgio Dalla Bernardina, presidente dell’Associazione sordi Provolo: «Chiedeva di continuare a usare gratis gli ambienti del Provolo e di gestire la tenuta Ai Cervi. Altrimenti, disse, noi interveniamo con accuse di pedofilia».

L’Associazione lo denuncia per diffamazione. Il processo è in corso, ma dopo che sulla chiesa cattolica si è abbattuta l’ondata dello scandalo pedofilia, quella causa contro il vescovo pare poca cosa. Ora la Congregazione per la dottrina della fede aspetta notizie da Verona. Notizie su eventuali abusi.

Mario Porqueddu
26 marzo 2010



Powered by ScribeFire.

Dagli Usa nuove accuse a Ratzinger

Corriere della Sera


Il quotidiano riferisce di una memoria informativa consegnata al futuro Papa. Quando era arcivescovo sarebbe stato strettamente informato sul caso di abusi nella sua diocesi a Monaco







MILANO - Nuovo attacco del New York Times contro il Vaticano: il quotidiano arricchisce di elementi inediti un caso già emerso, avvenuto nella diocesi di Monaco quando Ratzinger era arcivescovo. Al tempo in cui era ancora arcivescovo il futuro Papa sarebbe stato strettamente aggiornato su un caso di abusi in Germania, più di quanto lasciato trasparire dalla Chiesa. Una circostanza che accresce gli interrogativi sulla gestione dello scandalo da parte di Ratzinger prima della sua ascesa al Vaticano.

PADRE HULLERMANN - Secondo il quotidiano americano, l'attuale Pontefice fu informato del fatto che padre Peter Hullermann, che con la sua approvazione aveva iniziato una terapia negli anni '80, sarebbe tornato alla sua attività pastorale pochi giorni dopo l’inizio della cura psicologica. Successivamente è stato condannato per violenze contro dei bambini. Fino ad oggi, ricorda il New York Times, la responsabilità della decisione di riabilitare il sacerdote tedesco era stata attribuita all’allora vice di Ratzinger, il reverendo Gerhard Gruber.

Ma il quotidiano riferisce dell’esistenza di una memoria informativa consegnata al futuro Papa in cui lo si informava sulla situazione di Hullermann. «L’esistenza del documento è confermata da due fonti ecclesiastiche - riferisce il Nyt - e dimostra che Ratzinger non solo presiedette un incontro il 15 gennaio 1980, con il quale si approvava il trasferimento del prete, ma fu anche informato della nuova dislocazione del sacerdote».

ABUSI SUI BAMBINI SORDI - Giovedì il quotidiano statunitense ha accusato Ratzinger e l'attuale segretario di Stato vaticano Bertone di aver messo sotto silenzio un caso di abusi avvenuto negli anni '50 nel Wisconsin: padre Lawrence C. Murphy fu responsabile di violenze sessuali su almeno 200 bambini sordi ospiti di un istituto tra il 1950 e il 1974: non fu mai punito né sanzionato i suoi crimini ed è morto nel 1998. Il Vaticano ha fatto sapere di essere stato informato della vicenda solo nel '96.

Redazione online
26 marzo 2010




Powered by ScribeFire.

Prete pedofilo in Usa, ecco come è andata veramente

Avvenire


“Alti funzionari vaticani – incluso il futuro papa Benedetto XVI – non sconsacrarono un prete che aveva molestato qualcosa come 200 ragazzi sordi, malgrado diversi vescovi americani avessero ripetutamente avvertito che la mancanza di una azione decisa in materia avrebbe potuto mettere in imbarazzo la Chiesa”. Così inizia l’articolo del New York Times oggi ripreso con grande evidenza dai media italiani. In realtà proprio l’intera documentazione pubblicata dal New York Times sul suo sito, smentisce questa lettura tendenziosa dei fatti riguardanti padre Lawrence Murphy, tra il 1950 e il 1974 cappellano in una scuola per sordi della diocesi di Milwaukee.

I documenti  dicono infatti che gli unici a preoccuparsi del male compiuto da padre Murphy sono stati i vertici della diocesi americana e la Congregazione per la Dottrina della Fede, mentre le autorità civili avevano archiviato il caso. In particolare la Congregazione della Dottrina della Fede, investita della questione solo tra il 1996 e il 1997, ha dato indicazione di procedere nei confronti di padre Murphy malgrado la lontananza temporale dei fatti costituisse un impedimento a norma di diritto canonico.

Tutto comincia il 15 maggio 1974 quando un ex studente della St. John’s School per i sordi presenta una denuncia sugli abusi compiuti su di lui e su altri ragazzi da padre Lawrence Murphy tra il 1964 e il 1970, ma - a quanto viene riportato – dopo un’indagine, il giudice incaricato archivia il caso. La diocesi di Milwaukee invece allontana subito padre Murphy, con un permesso temporaneo per motivi sanitari (fino a novembre 1974) che però diviene definitivo. Una lettera dalla diocesi di Superior nel 1980 spiega che padre Murphy vive a Bounder Junction (Wisconsin), a casa della madre, continuando comunque a esercitare il ministero sacerdotale aiutando il parroco locale.

Nel frattempo però le denunce presso la diocesi di Milwaukee si moltiplicano e tra il luglio e il dicembre del 1993 padre Murphy viene sottoposto a quattro lunghi interrogatori dai responsabili dell’arcidiocesi assistiti da psicologi esperti di pedofilia. Ne emerge un quadro clinico di “pedofilo tipico”, che ne raccomanda un trattamento psicologico per maniaci sessuali e anche un accompagnamento pastorale/spirituale oltre che una restrizione nell’attività ministeriale. 



Dalla relazione degli interrogatori si evince che ci sono state 29 denunce di ragazzi: padre Murphy ammette “contatti” solo per 19 dei ragazzi coinvolti. Dai documenti successivi si ha poi la dimostrazione che l’arcidiocesi di Milwaukee prosegue nelle sue indagini cercando di appurare la realtà e l’ampiezza dei fatti, e il 17 luglio 1996 il vescovo Rembert Weakland scrive all’allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, cardinale Joseph Ratzinger, chiedendo lumi sul caso di padre Murphy e su quello – non collegato - di un altro prete, accusato di crimini sessuali e finanziari.

Monsignor Weakland fa riferimento alla denuncia del 1974 e spiega che però solo recentemente è venuto a conoscenza del fatto che certi crimini sessuali sono avvenuti durante il sacramento della Confessione, così che ha incaricato ufficialmente un prete della diocesi, padre James Connell, di condurre un’indagine approfondita (il decreto è del dicembre 1995). Un ostacolo all’accertamento dei fatti – afferma mons. Weakland – è dato dalla comprensibile reticenza dei ragazzi e della comunità della St John’s school a rendere pubbliche circostanze imbarazzanti. Monsignor Weakland si rivolge alla Congregazione per la Dottrina della Fede per avere un chiarimento sulla giurisdizione in questo caso di “crimine di sollecitazione” (canone 1387), se è di pertinenza della diocesi o della Congregazione.

Dai successivi documenti non sembrerebbe che la lettera sia mai arrivata sul tavolo del cardinal Ratzinger e dell’allora mons. Bertone, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. In ogni caso, in mancanza di una risposta, l’arcidiocesi di Milwaukee va avanti per la sua strada e il 10 dicembre 1996 informa padre Murphy che il 22 novembre è stato aperto un procedimento penale ecclesiastico a suo carico con un tribunale creato ad hoc. La richiesta dell’accusa è la “destituzione di padre Murphy dallo stato clericale”.

Il problema che però si pone è quello della prescrizione dei crimini commessi, per cui a norma di diritto canonico si sarebbe impediti di procedere. Ma l’arcivescovo di Milwaukee è intenzionato a individuare una deroga al canone tenuto conto della situazione fisica e psicologica delle vittime. Intenzione avallata poi da mons. Bertone nella lettera del 24 marzo 1997. Alla fine del 1997 il processo passa poi alla diocesi di Superior, ma il presidente del tribunale rimane lo stesso di Milwaukee, padre Thomas Brundage. Dai documenti presentati dal New York Times si evince chiaramente l’intenzione delle autorità ecclesiastiche di Milwaukee e Superior di procedere nel modo più spedito possibile per arrivare a un atto di giustizia e di riparazione per le vittime e la comunità della St John’s school.


Nel frattempo, padre Murphy scrive una lettera al cardinal Ratzinger (12 gennaio 1998), chiedendo l’annullamento del processo a suo carico perché l’Istruzione del 1962 prevede per avviare l’azione penale un termine di 30 giorni dal momento in cui è presentata l’accusa. Padre Murphy afferma tra l’altro che – oltre ad essere pentito – è gravemente malato e comunque vive ritirato da 24 anni. Per cui chiede almeno di non essere ridotto allo stato laicale.

Il 6 aprile 1998 mons. Bertone scrive a mons. Fliss, vescovo di Superior, a nome della Congregazione per la Dottrina della Fede spiegando che – dopo aver esaminato attentamente la vicenda – non esiste un termine per l’azione penale così come invocato da padre Murphy, per cui il processo può continuare anche se – aggiunge Bertone – è giusto tenere conto dell’articolo 1341 del Codice di diritto canonico secondo cui una sanzione penale deve essere comminata solo dopo aver constatato che non sia “possibile ottenere sufficientemente la riparazione dello scandalo, il ristabilimento della giustizia, l'emendamento del reo” con altri mezzi.

Monsignor Fliss risponde il 13 maggio a monsignor Bertone affermando che, conformemente a quanto indicato dalla Congregazione, c’è la necessità di un processo a padre Murphy tenendo conto della gravità dello scandalo e del grande dolore inferto alla comunità cattolica della St John’ school.


Si arriva quindi al 30 maggio quando in Vaticano c’è un incontro tra mons. Bertone, il sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, padre Gianfranco Girotti, e i presuli americani interessati alla questione. Dalla minuta dell’incontro si evince che nella Congregazione ci sono dei dubbi circa la fattibilità e l’opportunità del processo canonico, data la difficoltà a ricostruire i fatti accaduti 35 anni prima, soprattutto per quel che riguarda il crimine in confessionale, e dato che non risultano altre accuse per il periodo dal 1974 in poi. Bertone quindi, a conclusione dell’incontro, riassume le due linee fondamentali da tenere: una restrizione territoriale per il ministero sacerdotale (in pratica padre Murphy deve restare a Superior) e un’azione decisa per ottenere il pentimento del sacerdote, inclusa la minaccia di “dimissione dallo stato clericale”.

Il vescovo di Milwaukee scrive ancora il 19 agosto a mons. Bertone per metterlo al corrente delle misure prese per attuare le linee indicate dalla Congregazione, e informarlo del fatto che la sua diocesi continuerà a farsi carico delle spese per sostenere le terapie alle vittime degli abusi sessuali. Infine, il 21 agosto padre Murphy muore, chiudendo definitivamente il caso.

Riccardo Cascioli






Powered by ScribeFire.

La cena bulgara di Di Pietro con boss e terroristi

di Gabriele Villa


L'inchiesta di Panorama. Il leader Idv immortalato a Varna sul Mar Nero nel 2002.

Sui commensali sospetti di riciclaggio, attentati e brogli. Dopo 7 mesi uno di loro viene freddato da un cecchino. L'ex pm: "Querelo"


 

È vero che l’appetito vien mangiando. Ma è anche vero che troppe cene rischiano di procurare problemi di stomaco. Non tanto per la scelta dei piatti. Ma per quella dei commensali con cui ci si ritrova a tavola. È il sale della storia di copertina del settimanale Panorama in edicola oggi.

Che ci presenta la strana vicenda di un habitué delle insalate miste. Esageratamente miste: Antonio Di Pietro. Uno che quando si mette davanti al piatto non fa troppo caso a chi gli siede accanto (ricordate la foto del 15 dicembre 1992 pubblicata dal Corsera in cui Tonino mangiava con Bruno Contrada nove giorni prima che lo arrestassero per concorso esterno in associazione mafiosa?). 

Ebbene eccolo adesso in un’altra foto inedita, scattatagli il 19 agosto del 2002 da un paparazzo bulgaro. Ritratto, camicia bianca a maniche corte e pantaloni color kaki, in compagnia di una stranissima compagnia di «amici» bulgari. Afosa sera quella, nell’afosa Zlatni Piasazi, vicino a Varna sul Mar Nero, che l’ex pm trascorre, curiosamente nella saletta vip del Grand Hotel Intercontinental mentre, sfilando su una passerella, ammiccano aspiranti miss non proprio vestitissime. 

Per colpa del caldo, s’intende. Vediamo dunque da vicino questa foto di otto anni fa. Davanti a Tonino siede, giacca mattone e maglietta bianca, Ilia Pavlov, 42 anni, uno dei più noti e controversi Paperoni dell’Est che, sette mesi dopo, verrà assassinato da un cecchino che da settanta metri lo colpisce dritto al cuore. 

Un’esecuzione in piena regola, che mette fuori gioco un boss con cui era meglio non litigare. E soprattutto ben conosciuto anche da Fbi e Cia, tanto che in un dossier riservato dell’ambasciata americana a Sofia, datato 1998, si parlava apertamente «di sospetti di riciclaggio, furti e omicidi commessi nell'ambito di società riconducibili a Pavlov».

Ma guardiamo anche gli altri ospiti. A capotavola un altro personaggio controverso. Quel Ahmed Dogan, leader del Movimento per i diritti e le libertà (Dps), il partito che rappresenta i turchi in Bulgaria e che vanta un personale passato da estremista. Nel 1986 è stato infatti arrestato perché considerato responsabile di parecchi attentati, tra cui il più grave è quello del 9 Marzo del 1985, alla stazione di Bunovo, non lontano da Sofia, in cui morirono sette persone, tra cui due bambini. 

Dogan rimane in carcere solo sei mesi e due settimane, nonostante una condanna a dieci anni, perché nel 1989, con la caduta del comunismo in Bulgaria, gli concedono l’amnistia. Appena uscito di galera si reinventa la vita come fondatore del Dps e, infischiandosene delle regole del gioco, va a caccia di voti con eccessiva disinvoltura. Così eccessiva quella sua disinvoltura che la Corte Costituzionale bulgara annulla, per evidenti brogli, migliaia di voti all’estero raccolti in Turchia nelle roccheforti di Dogan. 

Nella stessa foto, ripreso di spalle (ma un’altra foto scattata nella stessa serata non lascia dubbi sulla sua identità) c’è Ivan Slavkov, assistente di Dogan che diventerà poi assessore del Dps a Varna. Peccato che il 17 ottobre del 2008 Slavkov venga arrestato per sfruttamento della prostituzione, riciclaggio e traffico di droga e sia tuttora in carcere, visto che i magistrati lo considerano il capo di un’organizzazione criminale di un’ottantina di persone. 

Niente male, no? Ma c’è ancora una quinta persona a tavola con il leader dell’Idv. È una signora dall’aria distinta, che vive tra Sofia e Vigevano dove ha sposato un italiano. Si chiama Tania Tzevatanova Zhelyazkova. La signora compare anche in altre foto di incontri che Di Pietro ha avuto a Sofia e in Bulgaria con numerosi politici e uomini d’affari. 

E ammette tranquillamente di essere stata lei a presentare Pavlov a Di Pietro mentre l’ex pm di Mani pulite era in vacanza sul Mar Nero. «L’ho fatto - ha spiegato a Panorama - perché erano entrambi miei amici. Conosco Di Pietro da tanto tempo, me lo ha presentato il mio dentista Carmelo Tindiglia, consigliere comunale dell’Idv a Vigevano». Ma le dichiarazioni della donna si fermano qui perché, pur promettendo di rispondere per iscritto alle domande inviatele dai colleghi di Panorama non c'è ancora traccia di risposta.

Come non risponde Antonio Di Pietro che, contattato più e più volte ha sbattuto la porta in faccia ai giornalisti del settimanale ancora fino a tre giorni fa, quando, rifiutandosi di spiegare quelle sue particolari frequentazioni con Pavlov ha fatto però sapere, guarda che novità, che «probabilmente ricorrerà alle vie legali». Eppure, come ha avuto modo di confermare Tania Tzevatanova, prima di autoimporsi il silenzio stampa «Di Pietro e Pavlov si incontrarono una volta anche all’Hotel Excelsior di via Veneto a Roma.

Con loro c’erano anche una trentina di imprenditori bulgari interessati ad investire in Italia. E anche Sergio De Gregorio, fondatore dell’Associazione italiani nel mondo e oggi senatore Pdl. Che proprio nel febbraio scorso ha ricordato al quotidiano di Sofia 24 Chasa quel suo incontro con Pavlov: «Mi disse di essere l’incarnazione del potere politico ed economico in Bulgaria.

Nel mio Paese, aggiunse, comandano persone come me. Dissi a Di Pietro che Pavlov non piaceva e che si comportava come un mafioso. Mi rispose che era un grande imprenditore». Già ma che c’azzeccava Pavlov con lui. Questo almeno Di Pietro potrebbe e dovrebbe spiegarlo. O almeno ammettere che, quando si siede a tavola non solo non guarda nel piatto del vicino ma non guarda neanche il vicino.





Powered by ScribeFire.

Gli zombie di nuovo in tv

Libero



Mussolini. Santoro inizia così il suo sermone, col solito Duce e poi il solito Silvio pidusta, pure. Dice che le intercettazioni di Trani vanno pubblicate (e quando mai qualcuno le ha nascoste), e che Annozero deve ricominciare, come se fosse stata sospesa per sempre. Eccolo di nuovo, il martire della libertà di stampa, l'alleato che verrà a liberarci dal neo fascismo. Come se stampa libera fosse uguale a stampa faziosa. Come se offrire un contraddittorio non fosse la base di quel giornalismo britannico tanto invidiato dal Santo e dai suoi discepoli. Centomila accessi in internet per la puntata "carbonara" di "non è la Rai".

Morgan non sembra proprio in gran forma, farnetica e poi passa al piano, Luttazzi ci ha messo otto anni per raccontarci i dettagli anatomici di come ci si "incula" . Berlusconi, Napolitano, Mauro Masi, Bersani, Fini, l’Agcom: manca solo il Papa nella lista delle istituzioni a cui Michele Santoro intende dare lezioni di libertà e indipendenza. Ma può darsi  ci sia spazio pure per una bacchettata al Santo padre durante “Raiperunanotte”, la puntata di Annozero travestita da manifestazione sindacale che sta andando in scena questa sera a Bologna. Nel Paladozza trasformato per l’occasione in Palazzetto di Giustizia, la premiata ditta di demolizioni mediatiche guidata da Michele sforna il consueto processo del giovedì che Rai Due non può mandare in onda, causa par condicio e divieti della Vigilanza di Viale Mazzini.

C’è però da notare un’evoluzione del personaggio Santoro. Ormai non è più un martire della libertà, un semplice contestatore catodico di quelli che vorrebbero abbattere Silvio con ogni mezzo. Punta più in alto. Michele  sparla di tutto e tutti, giudica a destra e a manca dal suo pulpito di “più puro dei puri”. Non è soltanto un giornalista fazioso (epiteto di cui si fregia con orgoglio): è un leader politico a tutti gli effetti. 

E questa sera a Bologna parlerà ai suoi fan più agguerriti, circondato dai suoi sostenitori più fedeli. I primi lo hanno sostenuto donando due euro e cinquanta per pagare i costi della manifestazione, gli altri si sono riuniti in una sorta di governo dei censurati: il ministro della Giustizia Marco Travaglio, poi Vauro,  Gad Lerner, persino Morgan (“epurato” da Sanremo, visto che non si poteva trovare di meglio). Dalle catacombe del piccolo schermo marciano compatti i Paolo Flores d’Arcais, il riesumato Daniele Luttazzi, l’espatriato Antonio Tabucchi. Sarà la notte dei monitor viventi.  

 In attesa del grande evento, in vista del quale dice di avere «l’adrenalina a mille», il capo carismatico Michele è apparso in ogni trasmissione tivù possibile e immaginabile: telefonate all’Infedele di Lerner su La7, ospitate a Parla con me della Dandini, dibattiti su Repubblica Tv, ieri sera pure un’intervista a Tetris dell’amico Luca Telese. E ancora conferenze stampa, interviste, dichiarazioni. A leggerle, sembra di aver davanti un nuovo Di Pietro.

 Ieri su Repubblica Santoro ha spiegato a Giorgio Napolitano come si deve comportare un capo dello Stato: «Sento che lui condivide l’idea di un primato della politica», ha detto, «per me invece vengono innanzitutto le regole». Che sarebbero le seguenti: «Il cda della Rai fa l’amministratore di un’azienda e i partiti escono dai luoghi di garanzia altrimenti la loro invadenza diventa una minaccia democratica. E chi non lo capisce sta dentro il conflitto d’interessi». Il presidente è servito. Segue bastonata al direttore generale della Rai: quando gli parli, sostiene, non sai «se stai parlando anche con Gasparri». Masi è «un dipendente che prende ordini». Avanti un altro, e tocca ai membri di minoranza dell’Agcom, colpevoli di non aver difeso abbastanza Annozero: «Vedo l’opposizione incerta, vogliono stare nei pacchetti di nomine, dentro la distribuzione del potere». E Bersani? Il segretario del Pd ha «molta strada da fare», «io gli darei due frustate sul sedere per svegliarlo un po’».

Se Pier Luigi non va bene per contrastare il Cavaliere, nemmeno Gianfranco Fini è all’altezza: «Ha fatto tutte le battaglie tranne quella a favore della libertà di espressione e contro il conflitto d’interesse. Per me invece quello è il primo guanto di sfida da lanciare a Berlusconi». Bocciato anche l’ex An.

Sul premier, ormai, si è già detto tutto il male possibile, quindi basta ribadire che «ci odia, ci odia anche il suo popolo». E, del resto, «ha già perso» nella sfida ad Annozero. Insomma, l’unico buono è lui, Michele, il conduttore-condottiero. Lui è liberale e progressista, di sinistra e imparziale, giustizialista e libertario. Pochi possono stargli a fianco, se però abbassano la cresta. Ne sa qualcosa Marco Travaglio, che gli scrisse una letterina sul Fatto per chiedere più spazio e ne ottenne in cambio pelo e contropelo.
 
Secondo Santoro, il solo avversario credibile di Berlusconi è proprio Santoro. E se Silvio da tempo è fissato con Annozero, Michele è senz’altro ossessionato dalla sua nemesi Berlusconi (io sono Moby Dick e lui è Achab, ha detto a Tetris). Il fatto che il presidente del Consiglio segua la sua trasmissione, spiega Michele, «ci dà una credibilità infinita». Questa sera, Santoro sarà incoronato dai suoi fan, potrà finalmente godere del loro caldo abbraccio. «Apparteniamo al pubblico», predica nelle interviste. Sfida la Rai, verrà trasmesso in contemporanea da web, radio, satellite, emittenti locali. Onnipresente e onnipotente. Il sindacato dei giornalisti è schierato dalla sua parte, altri conduttori come Giovanni Floris e Gad Lerner sanno che devono rendergli omaggio per entrare nel novero dei giusti.

Anche se Santoro sembra non amare troppo gli intellettuali -  preferisce i comuni  antiberlusconiani - alla sua corte ci sono premi Nobel (Dario Fo) e premi Oscar (Roberto Benigni), scrittori, comici e professori, quasi  quanti ne aveva Walter  Veltroni ai tempi d’oro.  Chi non c’è stasera è un «Bruno Vespa qualsiasi» (definizione che riprendiamo dal Fatto Quotidiano). O uno che ha paura, come Filippo Rossi di Farefuturo, il quale avrebbe dovuto partecipare a “Raiperunanotte”, ma ha declinato per non fare «la foglia di fico». Michele Arcangelo su Rai Due ha avuto anche 7 milioni di ascoltatori. Forse spera, con un miracolo, di trasformarli in votanti. A quel punto, potrebbe aspirare alla santità.







Powered by ScribeFire.

Tangente per alzare il prezzo di un farmaco». Indagato senatore Pdl

Corriere della Sera


Lui: falso. «Medici corrotti con 2,7 milioni»







MILANO — Una tangente di 100.000 euro stanziata nel 2005 dal colosso farmaceutico Ferring per un mediatore e per un senatore, allora sottosegretario alla Salute nel secondo governo Berlusconi e oggi responsabile nazionale per la Sanità del Pdl, allo scopo di far registrare il nuovo farmaco anti-infertilità Meropur al prezzo maggiore (3 euro in più a fiala) voluto dalla società produttrice. E fondi neri aziendali per 2 , 7 milioni d i euro nel 2002-2006, creati con false fatture d’acquisto di decine di migliaia di «libri scientifici», per corrompere medici e far sì che sempre più endrocrinologi prescrivessero ai pazienti l’ormone della crescita commercializzato Zomacton dalla ditta.

Per queste due imputazioni di corruzione la Procura di Milano, oltre a indagare il senatore del Pdl Cesare Cursi e i vertici dell’epoca della multinazionale farmaceutica Ferring (culla in Svezia, base in Svizzera, 3.700 dipendenti e 850 milioni di euro di fatturato in 45 Paesi), chiede al gip Gaetano Brusa che la divisione italiana, ora affidatasi all’avvocato Massimo Dinoia, sia temporaneamente interdetta dal contrattare con il Servizio Sanitario Nazionale.

L’indagine dei pm Laura Pedio e Antonio Pastore nasce dalla scoperta, in una verifica fiscale della Guardia di Finanza, delle anomale fatturazioni tra l’azienda e una libreria di Chieti Scalo che le avrebbe venduto 86.000 libri scientifici quando il suo magazzino risultava aver trattato mille volumi in tutto. Spiegano ai pm il mistero alcuni dirigenti interni o responsabili regionali degli informatori scientifici, raccontando come chi non raggiungeva i budget prefissati venisse convocato e denigrato in pubblico:

«La direzione commerciale ci chiese di stipulare una sorta di accordo nel quale la remunerazione del medico era in funzione al numero di pazienti che il medico procurava» nel mercato degli ormoni della crescita, conteso tra pochi prodotti e quasi tutti uguali, dove dunque era cruciale «fidelizzare» quanti più possibili fra i 650 specialisti del ramo. Anche con «un vero e proprio tariffario» della corruzione: « 2.000 euro per nuovo cliente acquisito, poi 1.500 euro all’anno per cliente mantenuto in terapia».

Risultato delle vendite: +53% rispetto al 2000, con punte persino del 77%. La casa madre sapeva? L’amministratore delegato Michel Pettiglew, mette a verbale un ex direttore generale, «disse che, se era importante per il business, bisognava assumere il rischio e sistemare le carte, cioè dare una veste formale spendibile » . Che dal 2007, quando cambiano le normative sui libri, diventa invece un boom di «donazioni a Onlus collegate ai medici prescrittori del farmaco, e parametrate al numero di nuovi pazienti».

A un certo punto l’azienda, per sostituire sul mercato dei farmaci contro l’infertilità il suo Menogon venduto a 7 euro a fiala, vuole registrare il nuovo Meropur a 18 euro a fiala; ma trova l’iniziale opposizione a 14 euro dell’Agenzia del farmaco (Aifa). Alla fine spunta un prezzo sui 17 euro. Come? «Nell’estate 2004 — ammette un ex direttore generale— Gilles Pluntz (vicepresidente per il Sud Europa, ndr) e Pettigrew ci chiesero di trovare un santo in paradiso, un Godfather per dirla proprio come dissero loro».

C’è il senatore Cursi, propone il consulente di aziende farmaceutiche Matteo Mantovani, che da Ferring con false fatture si fa dare 100.000 euro, metà per sé e metà asseritamente per l’allora sottosegretario, poi membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza degli ospedali. Corruzione? O millanteria? «Non conosco la Ferring— dice Cursi, già capo della segreteria di Amintore Fanfani, interpellato dal Corriere —. Conosco bene Mantovani, promuoveva molte aziende, era persona amodo.

So che poi ha avuto problemi, ma sono problemi suoi» (nel 2008 è stato arrestato a Roma con l’accusa d’aver corrotto un funzionario Aifa): «Non so cosa dicesse all’azienda, io di certo non ho preso soldi da lui, né avrei potuto intervenire sul prezzo». Alcuni dirigenti Ferring riferiscono però di un incontro tra Mantovani, Cursi e l’allora direttore generale di Ferring, nel quale il senatore avrebbe preso appunti sulla richiesta dell’azienda, domandato a Mantovani se l’altra persona fosse un amico, e, alla risposta positiva, spiegato che avrebbe avuto bisogno di un piacere, e cioè di un lavoro temporaneo per una parente. In effetti una stretta familiare del senatore risulta aver avuto 5.600 euro per un lavoro da giugno a settembre 2005 in una società collegata (Prex spa). E gli inquirenti stanno anche esaminando la natura di 97.000 euro di flusso da società di Mantovani alla familiare del senatore tra il 2004 e il 2007.

Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it

26 marzo 2010



Powered by ScribeFire.