sabato 27 marzo 2010

Messico, ecco la prima foto del comandate Marcos senza passamontagna

Corriere della Sera


Il leader del Movimento Zapatista tradito da un membro fuoriuscito





La prima pagina del quotidiano Reforma

CITTÀ DEL MESSICO - Il quotidiano messicano Reforma pubblica sabato in prima pagina quella che viene presentata come la prima foto del Subcomandante Marcos, leader del Movimento Zapatista, senza il passamontagna nero che lo ha reso famoso. 

L'INFORMATORE - Secondo il giornale, la foto sarebbe stata ottenuta da un ex membro dell'Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale), di cui non è rivelata l'identità. La foto mostra un uomo sui quarant'anni, con la pelle chiara e il viso lungo e ovale, una folta barba nera e «lo sguardo serio». 

Secondo le rivelazioni dell'informatore, il gruppo ribelle sorto nel 1994 riceverebbe finanziamenti dall'Eta e da organizzazioni non governative italiane non meglio identificate. «I Consigli Autonomi (come si definiscono i comuni dove governa il Ezln nello stato di Chiapas, ndr) hanno appena ricevuto da visitatori italiani 150 mila euro - afferma l'ex militante Ezln sul quotidian.

Si commenta che in passato ci siano state consegne di 350 e 750 mila euro alla Giunta di Buon Governo di La Garrucha, dove si trova il principale accampamento militare dell'Ezln». L'uomo afferma di essere stato «un quadro importante» del Movimento, e oltre alla foto del Subcomandante senza passamontagna, ha fornito anche dell'accampamento di La Garrucha, dove sono addestrati i guerriglieri zapatisti e dove si trova il principale arsenale. Era da molto tempo che non si avevano più notizie o apparizioni pubbliche del famoso guerrigliero messicano. (Fonte: Ansa)

27 marzo 2010




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Cerchi emozioni forti? Per 900 euro ti sequestriamo»

Corriere della Sera


È l'offerta di una società francese che offre il rapimento concordato.Si ispira al film «The Game»




PARIGI (FRANCIA)


L'offerta
è sconsigliata ai pavidi e ai deboli di cuore.
Ultime Réalité, una società francese che ha il suo quartier generale a Besançon, si rivolge a chi è alla ricerca di sensazioni forti e vuole uscire dalla routine quotidiana. Ma invece di proporre i soliti corsi di paracadutismo o di bungee-jumping, la compagnia transalpina propone ai propri clienti pronti a sborsare 900 euro il pacchetto «rapimento» ovvero la possibilità di vivere in prima persona e da vittima l'esperienza di un sequestro di persona. Il cliente sarà pedinato diversi giorni da sconosciuti che controlleranno ogni suo movimento. Poi un bel giorno i sequestratori passeranno all'azione. Dopo averlo imbavagliato e bendato lo porteranno via chiudendolo nel bagagliaio di una macchina. Quindi resterà per circa 4 ore in una cantina buia e umida sotto l'occhio vigile di una guardia.


ISPIRAZIONE CINEMATOGRAFICA - Ispirato a «The Game - nessuna regola», film con Michael Douglas e Sean Penn in cui un ricco consulente finanziario riceve in regalo da suo fratello l'iscrizione a un club dove si conducono giochi personalizzati per animare esistenze monotone, il rapimento concordato è solo una delle singolari offerte proposte dalla società transalpina. Come racconta il sito web della compagnia, i facoltosi clienti potranno vivere l'esperienza di un trafficante di droga a bordo di un motoscafo ultra-rapido, essere inseguiti da un cacciatore di taglie oppure diventare investigatori mettendosi sulle tracce di un pericoloso latitante.


Naturalmente il «gioco» potrà essere interrotto su richiesta del cliente e la sua sicurezza fisica è garantita al 100%. Chi comprerà il pacchetto «rapimento» potrà anche personalizzare al massimo l'avventura. Accettando di pagare un surplus potrà richiedere anche l'allungamento dei tempi della detenzione, che comunque non potranno superare le 11 ore e scegliere come essere «liberato» magari con un'imponente azione della polizia.


ESPERIENZA ESTREMA - L'ideatore di Ultime Réalitè è il ventottenne Georges Cexus. Ai media francesi racconta di aver lanciato l'iniziativa lo scorso gennaio e da allora la sua società riceve almeno due richieste al giorno. I suoi clienti sono per lo più dirigenti di alto livello, stanchi della monotonia della vita. «In generale tutto è possibile - dichiara Cexus - All'inizio cerco di capire cosa vuole il cliente e poi mi metto in azione».


Secondo il ventottenne mai nessuno è stato male dopo il rapimento: «Prima di tutto firmiamo il contratto con il cliente. Egli da allora sa che entro due mesi sarà rapito, ma non sa dove quando. I ritmi saranno talmente forsennati che la persona sequestrata non avrà il tempo di riflettere, dimenticherà che è tutto concordato. È necessario che si trovi in una vera e propria situazione di stress». A chi gli fa notare che comunque questo gioco può essere pericoloso sullo stato psichico della «vittima» o infastidire chi ha subito un reale rapimento, Cexus risponde: «Non si tratta di un gioco. È un'esperienza estrema».


Francesco Tortora
27 marzo 2010






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Napoli, blitz in sala giochi Trovate 85 tessere elettorali

Quotidianonet

I certificati, intestati ad altrettanti cittadini, erano nascosti in una busta di plastica insieme a 5.300 euro nel bagno di un locale a Monteruscello di Pozzuoli



Roma, 27 marzo 2010 



A Napoli i carabinieri hanno trovato 85 tessere elettorali e 5.300 euro, nascosti nel bagno di una sala giochi. La scoperta è avvenuta verso le 1.30 di questa notte, a Monteruscello di Pozzuoli, i militari del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Pozzuoli, nel corso di un intervento nel locale.

In particolare - spiega l'Arma in una nota - durante i controlli sugli avventori e per la verifica della regolarità delle slot machines, i militari, insospettiti dall'atteggiamento troppo ansioso del proprietario di fronte ad una usuale verifica, hanno eseguito una accurata ispezione dei luoghi, così hanno trovato nei locali dei servizi igienici una busta di plastica: dentro 85 tessere elettorali intestate ad altrettanti cittadini residenti a Monteruscello e 5.300 euro in denaro contante.

Il titolare del locale, un 31enne del posto, è stato denunciato e sono state aperte indagini per capire come mai i certificati in questione fossero tenuti in quel contesto insieme ad una grossa somma di denaro.




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Omicidio Claps, l'avvocato di Restivo: «Non c'era sangue sul suo giubbotto»

Il legale del principale accusato: «Trovati liquidi del corpo di Elisa. Danilo non è mai stato nel sottotetto»
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POTENZA - «Liquidi che si riferiscono certamente al corpo di Elisa Claps» sono stati prelevati nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza nel corso dei nuovi rilievi compiuti dalla polizia scientifica nel sottotetto nel punto in cui lo scorso 17 marzo sono stati trovati i resti della studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993. Lo ha reso noto l'avvocato Mario Marinelli, legale di Danilo Restivo. Marinelli ha aggiunto che «altrove non è stato trovato nulla. Hanno esaminato tutto il piano. Non ci è stato detto se ci sono tracce del passaggio di altre persone e non è possibile dare certezza del trascinamento».

I RILIEVI - Il locale dove è stato il corpo di Elisa Claps è stato passato nuovamente al setaccio dagli esperti alla ricerca di ogni minimo dettaglio utile alle indagini. Circa quattro ore è durata l'ispezione alla quale ha preso parte anche il sostituto procuratore di Salerno, Rosa Volpe, titolare dell'inchiesta. Nel sottotetto sono state prelevate anche impronte, terriccio ed altro materiale trovato sul pavimento. Se i resti di liquidi organici siano della Clacp lo diranno gli esami a cui saranno sottoposti.

Gli inquirenti infatti confidano anche nei riscontri di laboratorio per individuare chi e quando è stato nel locale. Oltre ad individuare l'omicida, gli investigatori devono risolvere anche il «giallo» sulla scoperta del cadavere, che sarebbe avvenuta per caso a gennaio scorso. Nuove rilievi nel sottotetto sono previsti per martedì prossimo ed «eventualmente mercoledì» nel centro Newmann, al terzo piano, l'ultimo prima del terrazzo.

SANGUE - In precedenza l'avvocato, arrivando in chiesa per essere presente all'ispezione, aveva affermato che sugli abiti indossati da Danilo Restivo, il 12 settembre, 1993, «non c'era sangue: era un'altra cosa. Chi dice che fosse sangue, dice una grandissima falsità». Restivo, nella vicenda di Elisa Claps, è l'unico indagato per omicidio, violenza sessuale e occultamento di cadavere. Marinelli è arrivato nel pomeriggio di sabato alla chiesa della Santissima Trinità di Potenza.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Marinelli ha detto che Restivo «è sereno e tranquillo» e che «conferma di essere innocente e di non sapere più nulla di Elisa Claps da quando l'aveva vista uscire dalla chiesa quella mattina del 12 settembre 1993. Questo - ha concluso - è negli atti del processo per false dichiarazioni al pm». Marinelli alla fine dei rilievi ha aggiunto: «Con assoluta certezza, posso dire che Danilo Restivo non conosceva il sottotetto» della Chiesa. All'epoca della scomparsa di Elisa Claps, il 12 settembre 1993, «Restivo - ha continuato Marinelli - frequentava molto saltuariamente il centro Newmann: era già diplomato, non credo avesse motivo di frequentarlo.

Ritengo che per le frequenze che aveva in questo posto, non avesse cognizione nè del terrazzo nè del sottotetto e neanche della strada per raggiungere lo stesso terrazzo». Rispondendo alle domande dei giornalisti sui nuovi esami da svolgere al centro Newmann, Marinelli ha aggiunto «che è quasi lapalissiana che Elisa Claps sia stata uccisa lì. Ma dopo 17 anni di frequentazioni - ha concluso l'avvocato - non so che cosa si potrà trovare».

IL MEDICO LEGALE - Al contrario del legale di Restivo di poche parole è stato il medico legale Francesco Introna, anatomo-patologo: «Lasciateci lavorare tranquilli».


Redazione online
27 marzo 2010




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Avvenire attacca Feltri: «Affermazioni di gravità intollerabile contro la Chiesa»

Corriere della Sera


Il direttore de «Il Giornale» aveva detto di non godere protezioni in quanto non è «un prete pedofilo»


MILANO - Le affermazioni fatte ieri dal direttore del Il Giornale Vittorio Feltri, al momento di essere sospeso dall'Ordine dei giornalisti per il caso Boffo, sono «di una gravità intollerabile» e «peccato» per gli uomini di governo che gli hanno tenuto bordone: è quanto si legge oggi, sul quotidiano cattolico Avvenire, in un editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio.

Feltri aveva fatto ieri una battuta sul fatto che non godeva protezioni in quanto non era «un prete pedofilo». «Ieri - sottolinea l'articolo - sulla bocca di Feltri sono tornate sconcezze e oscene allusioni, anche contro la Chiesa. E questo è di una gravità intollerabile». «Eppure Feltri dovrebbe averlo capito: il tempo è un giudice morale inesorabile, esalta i galantuomini ed è inflessibile con gli spacciatori di fango e di menzogne», prosegue l'editoriale firmato da Marco Tarquinio.

«Peccato per gli uomini politici e di governo che ieri sono stati così avventati da tenere bordone» a Feltri «finendo per difendere la sua pretesa d'impunità e dimenticando che in questa storia l'unica vittima è stato Boffo».

«NON TROPPO PRESTO» - «L'Ordine dei giornalisti milanesi avrebbe forse potuto evitare di sentenziare su un caso così emblematico alla vigilia di una consultazione elettorale, ma nessuno può dire che questo giudizio sia arrivato troppo presto», prosegue il giornale cattolico, osservando che se per il direttore del Giornale «c'è "solo" una pesante sospensione» inflitta dall'Ordine dei giornalisti «e non una definitiva radiazione dalla professione giornalistica, non è per le cortine fumogene, ma perché in qualche modo a dicembre provò in parte a rimediare al malfatto».

LA VICENDA - L'Ordine dei giornalisti della Lombardia aveva comminato venerdì sei mesi di sospensione a Vittorio Feltri per la vicenda relativa a Dino Boffo e per aver continuato a far scrivere Renato Farina dopo la sua radiazione dall'Ordine. Farina era chiamato «agente Betulla» dai servizi segreti che ne che ne pilotavano gli articoli. Nessuna sanzione invece al direttore del Giornale per i suoi attacchi a Gianfranco Fini perché «nel caso specifico, ha agito nell'ambito del diritto di cronaca e di critica».

Redazione online
27 marzo 2010





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Di Pietro abbraccia un altro boss

Libero







Di Gianluigi Nuzzi

Tutti amici, tutti compari: un abbraccio, una stretta di mano, due risate. I cinque uomini sono appena usciti dal ristorante Casa di caccia di Romentino. Piatti prelibati, è stagione di doppiette. Sono tutti nel parcheggio del locale con le scarpe impolverate dalla ghiaia. Di Pietro in Lacoste blu, calzoni blu scuro e mocassini. È un pomeriggio di fine estate del 2005.

Lui è Antonio Di Pietro, il Tonino nazionale, leader dell’Italia dei Valori unito in un grande abbraccio a soggetti non proprio di specchiata moralità. Il primo, quello a lui più vicino è Vincenzo Rispoli, il boss della ‘ndrangheta di Legnano, alle porte di Milano. Per l’occasione è in camicia blu, giacca e cravatta.

l’accusa di gestire

Rispoli si professa innocente ma è stato arrestato nell’aprile scorso con  una potentissima cosca tra Legnano e Lonate Pozzolo. Una locale calabrese legata alla cosca madre dei Farao-Marincola di Cirò Marina. Rispoli è nipote di Giuseppe Farao, capobastone dell’organizzazione. A fianco di Rispoli Alfonso Murano, muratore, che nel febbraio del 2006 è stato ammazzato brutalmente sottocasa a Ferno in provincia di Varese forse per un regolamento di conti. Il quadretto si chiude con il proprietario della casa di Caccia e un architetto legato all’Italia dei Valori.

La foto mostrerebbe una certa familiarità tra le persone. Rispoli appoggia confidenzialmente le braccia sulle spalle sia di Di Pietro alla destra sia al muratore che verrà poi freddato. A loro volta Muraro è vicino all’architetto di area Idv e Di Pietro invece a fianco al proprietario della casa da. In apparenza, ma è solo una congettura, non sembra proprio la foto mille volte chiesta al volto noto della politica da un avventore simpatizzate. Chi si permetterebbe di abbracciare Di Pietro senza conoscerlo? Forse solo un boss, o presunto tale, della ‘ndrangheta, violando però tutti i codici di riservatezza delle vecchie ‘ndrine.

Allora proviamo a usare un’ipotetica macchina del tempo e tornare a qualche momento prima. Entriamo nel ristorante. Siamo nel novarese, il locale è noto per la cacciagione. E qui nella sala tra quadri di natura morta e controsoffitto da osteria ritroviamo Di Pietro e gli avventori in odore di mafia. Altra foto. La seconda.
Stavolta il leader dell’Idv dei Valori parla con un uomo ripreso di profilo. A fianco di quest’ultimo è seduto il solito Rispoli con qualche altro amico e parente. Un’allegra tavolata nella quale ritroviamo quasi tutti i protagonisti della foto successiva come se avessero, tutti, pranzato. E infatti ecco anche il solito architetto e il proprietario del locale sullo sfondo. Non è quindi chiaro se tutti o quasi tutti siano stati a tavola insieme.

I due scatti non sono una condanna. Raccontano di un pranzo, un incontro sfortunato. Tra l’uomo della legalità abbracciato a chi come Rispoli si sta difendendo dall’accusa di aver costituito una locale di ‘ndrangheta nel profondo nord. Per taglieggiare i commercianti, gestire i traffici. Insomma uno che Fabio Zocchi, suo fedele amico, descrive così in una telefonata intercettata dalla Dda di Milano, gli esperti dell’antimafia: «Enzo è una potenza qua in Lombardia, fa così, si muove, si muovono duemila persone di colpo, proprio di colpo si girano e corrono». Era l’11 ottobre 2006, un anno dopo i piatti di cacciagione e le foto in allegria. Con le microspie della procura di Milano degli ex colleghi di Di Pietro a scandagliare ogni movimento di questa cosca. Ma allora cosa è accaduto in un ristorante? I due si conoscevano? La moglie di Rispoli offre una versione minimalista: «Quel giorno c’era Di Pietro al ristorante - racconta a chile chiede -  e mio marito si è fatto fare delle foto. Tutto qui». Il marito deve essere un espansivo, fatto assai raro per un uomo di ‘ndrangheta, soprattutto per uno che gli inquirenti indicano come un boss.

Rispoli è infatti appena uscito dal carcere di Ancona. Il suo avvocato, Michele D’Agostino, è riuscito a far accogliere le sue argomentazioni dalla Cassazione e Rispoli ora assisterà al processo da uomo libero. Quando venne arrestato nell’aprile del 2009, il procuratore capo di Milano, Manlio Minale e quello di Varese, Maurizio Grigo, avevano speso parole pesanti per raccontare le gesta criminali di questa organizzazione che si estendeva nell’alto milanese e nel Varesotto. Con accuse a vario titolo: rapine, estorsioni, associazione mafiosa e usura. Per quattro anni i magistrati hanno indagato sui traffici della cosca arrivando a indicare in Rispoli l’uomo che da almeno dieci anni rappresentava il capo rispettato di questa cosca.

Insomma, le foto “neutre”, come le liquida con troppa rapidità lo stesso Di Pietro, che ritraggono il leader dell’Idv con personaggi o in odore di mafia o che vengono poi uccisi in regolamenti di conti si moltiplicano. Dopo quelle della cena con Bruno Contrada, poco prima dell’arresto dell’ex numero tre del Sisde per mafia, pubblicate sul Corriere della Sera, Panorama firma lo scoop degli scatti sul Mar Nero: Di Pietro a cena con il presunto boss mafioso bulgaro Ilia Pvlov e altri loschi soggetti.

gianluigi.nuzzi@libero-news.eu

27/03/2010




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Contro le accuse i testi del Vaticano

Il Tempo


L'offensiva alla Santa Sede dal New York Times. Ma i delitti commessi sono disciplinati da due regolamenti.


I fatti contro le accuse. L'edizione dell'Osservatore Romano andata in edicola ieri pomeriggio pubblica, di seguito uno dopo l'altro il Motu Proprio di Giovanni Paolo II «Sacramentorum sanctitatis tutela», in cui si afferma che il trattamento dei delitti più gravi sarebbe stato affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e l'istruzione «De delictis gravioribus» (firmata dall'allora prefetto Ratzinger) di appena un mese dopo, che dava attuazione al motu proprio e specificava quali fossero i reati più gravi che andavano sotto la diretta competenza della Congregazione per la Dottrina per la Fede.

E, tra questi reati, sono comprese «la sollecitazione, nell'atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso», e «il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». È una risposta diretta alle accuse che si stanno abbattendo contro la Chiesa, e in particolare contro Papa Benedetto XVI, di aver occultato i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Quando occultamento c'è stato, è avvenuto spesso a insaputa di Roma. E lo dimostra il caso di Lawrence Murphy, arrivato alla Congregazione della Dottrina della Fede solo nel 1996. Vale a dire, oltre vent'anni dopo gli abusi, avvenuti tra il 1950 e il 1977.

Tra l'altro, niente ha impedito ad alcune vittime di fare denunce all'autorità civile negli anni Settanta. Giravano traduzioni non ufficiali dal latino del Motu Proprio e dell'Istruzione successiva. Ma mancava una traduzione che avesse i crismi dell'ufficialità, e che, dunque, potesse essere letta senza timore di travisamenti. È da notare in particolare l'istruzione di Ratzinger, che stabilisce le procedure da seguire: prima l'ordinario o il gerarca svolgono un'indagine preliminare; una volta accertato il fatto, lo segnalano alla Dottrina della Fede, che, a meno di casi particolari, rimanda il tutto al tribunale diocesano per ulteriori accertamenti. L'unico appello al giudizio del tribunale diocesano si può fare al supremo Tribunale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Un passaggio che verrà modificato riguarda la prescrizione del delitto dopo dieci anni, a partire - nei casi di pedofilia - dal compimento dei 18 anni da parte della vittima: la prescrizione non ci sarà più, mentre resterà in vigore il segreto pontificio, che equivale al segreto istruttorio: serve a garantire un equo processo.

Sono procedure nelle quali molti hanno letto piuttosto una volontà di insabbiare da parte della Santa Sede. È vero il contrario: si era venuti a conoscenza che gli stessi vescovi, in molti casi, venuti a conoscenza dei casi, si limitavano a trasferire i sacerdoti; di molti casi non arrivava nemmeno segnalazione, e spesso le diocesi non erano provviste nemmeno di un esperto di diritto canonico adatto a seguire i casi. Portare ogni cosa all'attenzione della Dottrina della Fede, più che a insabbiare, è servito a esercitare un più stretto controllo, e verificare dove e quando è il caso di intervenire. Raccontano di un Ratzinger puntiglioso nel leggere ogni rapporto che gli giungeva nella scrivania, e deciso a fare di tutto per contrastare il fenomeno, anche con azioni immediate. Uno zelo che molti, in Curia, non hanno visto di buon occhio.

Andrea Gagliarducci
27/03/2010





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I politici si affidano ai cartomanti

IL Tempo


Maghi nell'urna: la curiosità accomuna esponenti di destra e sinistra. Vogliono sapere chi vincerà le elezioni e chi sarà eletto.


Elezioni alle porte e alcuni politici, o meglio più spesso le loro mogli, figlie, segretari personali o addetti stampa, si rivolgono a maghi e cartomanti. Ce la farò ad essere eletto? Il mio partito uscirà vittorioso da queste elezioni regionali? Quanti voti riuscirò ad ottenere? Contattare un mago per farsi predire il futuro nel mondo della politica è l'ultima trovata di chi per non prendersi troppo sul serio o forse perché ci crede veramente, non ha voglia di aspettare i risultati elettorali e si affida, piuttosto, alle stelle. Trovare un esperto tra le centinaia che si professano tali e prendere un appuntamento è facile come bere un bicchiere d'acqua. Anche se per arrivare a quelli «giusti» ci vuole un po' più di tempo e in questo caso è il passa parola tra «colleghi» che funziona meglio di un'agenzia di collocamento.

È il mago Lupin (nome d'arte, naturalmente) a svelarci i segreti di chi si è rivolto a lui per conoscere il suo futuro politico. Top secret, neanche a dirlo, nomi dei partiti e dei candidati. «Non è la prima volta che ricevo o mi interpellano telefonicamente uomini politici o le loro famiglie – racconta – direi, anzi, che non è affatto raro. Cosa chiedono? Se riusciranno ad essere eletti, per prima cosa, oppure se il loro partito ce la farà a vincere le elezioni. Qualcuno si spaccia anche per chi non è, forse per vergogna. Se lo riconosco faccio naturalmente finta di niente».

Del resto la discrezione in questo mestiere è fondamentale, come dice Giuseppe, che si definisce un esperto delle stelle. «Sono stato contattato meno di un mese fa dalla moglie di un candidato a queste Regionali – racconta – il nome non glielo posso fare per ovvie ragioni. All'inizio mi ha chiesto se avevo esperienze con la politica, io non capivo, poi dopo cinque minuti che parlavamo mi ha detto la verità. Il marito si vergognava a venire, ma la moglie no e quindi ha fatto chiedere tramite la signora se poteva in qualche modo sperare di essere eletto». Il verdetto? «Nelle carte ho letto di no e gliel'ho comunicato perché io dico sempre la verità». Duro compito sarà stato quello della moglie di dare la ferale notizia al ritorno a casa.

È andata bene, invece, almeno per le stelle, a un altro candidato che di recente ha contattato il mago Alex e poi si è recato personalmente da lui. L'incontro è stato breve, ma il politico è andato subito al dunque: «Riuscirò ad ottenere più di 10 mila voti a queste elezioni?». «Ho visto nelle carte che sarebbe successo – spiega il mago – e lui è stato contento». Lo stesso mago ci racconta che non è nuovo a queste visite, «politici sia di destra, che di sinistra, ma anche di centro». Quando sono segretari personali o anche addetti stampa a contattarlo non nasconde una certa ilarità. «Mi è capitato raramente, in verità, ma succede e per tutti si vede che se fosse dipeso da loro non sarebbero venuti. Il più delle volte si qualificano, ma non svelano la persona che stanno rappresentando. E fanno domande dirette sul successo o meno del loro politico al prossimo appuntamento elettorale». Età dei politici che si affidano all'ignoto per sperare in un risultato di successo? «La più diversa – rispondono gli "esperti" delle stelle – e non si tratta sempre e soltanto di uomini».

È capitato, infatti, che dal mago siano andate anche candidate alle elezioni o personaggi più o meno noti della politica al femminile. «Le donne hanno meno voglia di prendersi sul serio rispetto ai colleghi uomini e sono consapevoli che le nostre sono previsioni che possono anche non avverarsi», confida con sincerità Alex. Certo è che l'ignoto ha il suo fascino e anche chi è abituato a vedersela ogni giorno con statistiche, numeri e risultati, sembra cedere alla voglia di farsi prevedere il futuro. Chissà se, alla fine, riuscirà anche a portare a casa il risultato sperato.

Damiana Verucci
27/03/2010




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Da Santoro lezione di sesso maschilista

IL Tempo

Nell'intervento di Luttazzi a Raiperunanotte il racconto del rapporto anale come uno strupro.
E monologo del comico è il video più cliccato su You Tube.


Giovedì sera guardando su Sky Tg24 «Raiperunanotte» il comico Daniele Luttazzi che sproloquiava sul rapporto tra gli italiani e il premier Berlusconi paragonandolo al momento clou di un rapporto sessuale anale (che lui identificava nella terza, ultima e trionfante fase) in molte abbiamo provato imbarazzo, fastidio e una desolante tristezza . Diciamo come stanno le cose: non è stato solo un intervento volgare, pieno di parolacce, pornografico, oltre la decenza. È stato soprattutto un monologo offensivo nei confronti delle donne. Un vaniloquio delirante intriso del maschilismo più becero e non solo per il linguaggio da osteria (a suon di «troie» «buchi di c.» «inculate», soubrette con le mestruazioni e trallallà). In realtà lo choc è arrivato subito quando Luttazzi ha esordito dicendo: quando fate sesso anale con la vostra ragazza....funziona così. Poi è passato alla descrizione della scena con lei gattoni in «trepida» attesa del di-lui «silos di carne».


È stato il racconto «filmico» di uno strupro a tutti gli effetti, condito da frasi ad effetto, come quando a «metà dell'opera» la poveretta «si gira incredula come uno scarafaggio schiacciato da Madre Teresa». La cosa più allucinante è che il colto e molto di sinistra pubblico di Santoro rideva, applaudiva, si beava. Rideva pure Santoro, ammiccava Travaglio ecc. Negli anni Settanta le femministe riempivano le piazze per molto meno. Ieri mattina abbiamo inutilmente sperato di trovare qualche nota di veemente indignazione. Ieri sera, invece, la conferma di quello che temevamo: il monologo di Luttazzi è il più cliccato su YouTube.


Natalia Poggi

27/03/2010





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Pressing della Santa Sede su Brady: "Si dimetta, bisogna ripartire da zero"

La Stampa

Per il Times il primate della Chiesa irlandese sarà sostituito da Treanor
Se il cardinale Sean Brady, primate della Chiesa cattolica irlandese, dovesse rifiutare di dimettersi dopo lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, il Vaticano farebbe pressioni perché lasciasse l’incarico: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Times.

Sebbene non esista alcuna procedura canonica per rimuoverlo dall’incarico, se il porporato dovesse rifiutare di lasciare volontariamente sarà la Santa Sede a fare di tutto per rendere l’esito inevitabile: «L’Irlanda ha bisogno di ripartire da zero: volendo rimanere a tutti i costi al suo posto Brady sta anteponendo i suoi interessi a quelli della Chiesa», hanno spiegato fonti vaticane secondo il Times.

Brady ha chiesto pubblicamente scusa per il suo ruolo nel tribunale ecclesiastico che costrinse al silenzio una vittima degli abusi sessuali, ma secondo la Santa Sede ciò non sarebbe sufficiente. Il candidato più probabile alla sua successione sarebbe l’attuale vescovo di Down e Connor, Noel Treanor.

Intanto il New York Times rilancia sullo scandalo della pedofilia ed è di nuovo imbarazzo in Vaticano: Papa Benedetto XVI era stato tenuto al corrente, quando era arcivescovo di Monaco nel 1980, del ritorno di padre Peter Hullerman al lavoro in parrocchia nonostante le accuse di molestie sessuali. Immediata la reazione del portavoce della Santa Sede, Padre Federico Lombardi: il futuro Pontefice «non sapeva della decisione di reinserire il sacerdote H nell’attività pastorale parrocchiale. Ogni altra versione è mera speculazione».

Le nuove accuse, secondo il New York Times, suggeriscono invece che Ratzinger fosse stato messo a parte, più di quanto ammesso finora, del caso del prete di Essen. Secondo il giornale al futuro Papa fu inviato in copia un memorandum che lo informava che Padre H. era stato rimandato a fare attività pastorale nella diocesi di Monaco nonostante che solo pochi giorni prima avesse cominciato a curarsi da uno psichiatra. Il New York Times ha ammesso che non è chiaro se il futuro Papa abbia effettivamente visto il memorandum. Padre Lorenz Wolf, vicario giudiziario dell’arcidiocesi, ha detto che «è improbabile che il documento sia arrivato sulla scrivania dell’arcivescovo», anche se ha aggiunto di non poter escludere che Ratzinger lo abbia letto.



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Io, vergine di ferro voglio offrirmi ad Ahmadinejad»

Corriere del Veneto

Scrittrice, illibata: adoro quel Presidente


Silvia Valerio nel suo salotto


PADOVA — Dice di esserne attratta «perché non si adegua al regime della via di mezzo, perché non si riempie la bocca di parole come diritti dignità sussidi pace quiete libertà, perché è l’ultimo eretico del nostro tempo, perché nega l’olocausto e pensa di usare l’atomica, perché mette a tacere l’opposizione, perché minaccia l’America, perché non concede alle donne di sentire il vento tra i capelli e si permette sempre di ribattere con quel sorriso di sprezzatura alle smorfie contrite e indignate di uomini d’ogni colore e forza». E, ad abudantiam, perché lo trova sensuale. Lui è naturalmente Mahmud Ahmadinejad, l'ultracoservatore presidente iraniano. Lei, invece, non è Eva Braun.


La copertina del libro della Valerio
E’ Silvia Valerio, avvenente diciannovenne padovana che ambirebbe a conquistare l’altra metà del cielo nero. Provocazione? Sete di successo? Strategia spinta di marketing, considerato che ha tradotto la sua aspirazione in un libro che è già un caso editoriale oltre che un’unghiata al lettore? «Ma no, se avessi voluto provocare avrei scelto Bin Laden, e invece ame piace lui. Vorrei offirgli il mio fiore ancora puro. Mi piace il suo anticonformismo, anche la sua voce, la mimica trattenuta, l’intonazione ferma e calma, da impassibile appassionato».

E giù lodi sperticate, miscelando ammiccamenti civettuoli a una prosa ricca e dissacrante: «No! Un fascista! protesterà adesso la stragrande maggioranza. Un fascista che vuole estendere a tutto il globo il credo islamico. Che ha usato brogli e alleanze per arrivare al potere.

L’opinione pubblica, d’altro canto, non fa altro che dare dei fascisti a tutti quelli che non la pensano come lei. Fra un po’, se già non l’hanno fatto, daranno del fascista ad Alessandro Magno, pure lui
Un altro scatto della giovane scrittrice

voleva estendere il modello macedone a tutto l’orbe, ha conquistato in lungo e in largo, ha ammazzato tutti gli oppositori e ha imposto la proskynesis come atto a lui dovuto in quanto figlio di Dio.

Più fascista di così. A Tiberio, Caligola, Nerone, l’omicidio di Ottavia non ha paragone con il delitto Matteotti. E vogliamo parlare di Vespasiano, "il principe è svincolato dalla leggi", di quel naziskin di Tito, di Domiziano "dominus et deus". E, proseguendo, di Traiano e di Marco Aurelio e l’eccidio di Lione».
Anticristiana, maliziosa, antiborghese, saccente e spiazzante, senz’altro coraggiosa, Silvia Valerio è un po’ figlia di sua sorella, la quale si chiama Anna K Valerio, ha 29 anni, è direttore della collana erotica di Ar e passa alle cronache come la musa di Freda oltre che massima interprete italiana di Nietzsche.

Da lei ha imparato molto. Silvia Valerio garantisce anche sull’usura: «Sono una vergine di ferro». E ironizza immaginandosi come una «meravigliosa macchina da tortura» e cercando la fiaba: «Voglio un tappeto magico ma non quello stupido dei film di Disney. L’impresa andrebbe studiata con cura. Desidero un’entrata in scena degna di Cleopatra. L’importante è arrivare a destinazione, capovolgendo l’Itaca di Kavafis che ormai è stata adottata, a distanza e non, da tutte le agenzie turistiche». Una pazza? Boh, lo vuole.

E per giustificare la scelta, ricorda le puntuali delusioni dei maschi italiani, dal suo maestro cinquantenne di tango, incontrato dopo aver messo piede in una milonga e liquidato di lì a breve «perché inconsistente », al suo professore di filosofia, «prigioniero di se stesso e incapace di sostenere certi sguardi, anche se talvolta mi faceva respirare l’aria di Tebe». Domande: Ahmadinejad non vuole scrittrici nel suo paese, come farai?

«Non farò la scrittrice, in un mondo dove non c’è molto di cui lamentarsi si può anche rinunciare a scrivere». Il velo? «Lo metterò di sicuro, non mi risulta che sia pesante né provochi cefalee, non capisco tutta questa indignazione delle donne. Ci sono problemi ben peggiori del velo». E le gambe? «Saranno solo per lui, come il resto. Signor presidente, gliela offro...». S’offre, con l’apostrofo.

Andrea Pasqualetto
27 marzo 2010

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Fermezza e perdono, così la Chiesa respinge la ferocia giacobina

Corriere della Sera

papa attaccato dall’esterno per «non aver agito» e dall’interno per «aver agito troppo»
Il Pontefice accusa i traditori ma apre alla speranza



Né l’uomo Joseph Ratzinger né il papa Benedetto XVI hanno di certo bisogno della nostra difesa. La stima e il rispetto di cui quest’uomo gode anche tra i laici testimoniano che in lui vive al meglio quella sintesi cattolica che rifiuta ogni aut aut ed è retta dalla «legge dell’et et», la coincidentia oppositorum, l’unione degli opposti. Chi lo conosce bene sa fino a che punto nel Ratzinger professore, poi cardinal prefetto, infine Pontefice, convivano severità e misericordia, rigore e comprensione, rispetto della norma e attenzione alla singola situazione umana. C’è, in lui, l’umanità dei vecchi uomini di Chiesa che, dal pulpito, denunciavano a voce alta il peccato; ma poi, nel confessionale, a tu per tu col peccatore concreto, interpretavano con larghezza l’invito del Cristo a capire e perdonare.

Di una durezza inaudita la sua lettera alla Chiesa d’Irlanda: il dolore e lo sdegno per i tradimenti del Vangelo non sono attenuati da alcuna ipocrisia teologicamente corretta. In quella pagine drammatiche, Benedetto XVI non tenta neppure di diminuire la colpa, ricordando quanto siano sospetti tanti pulpiti da cui giungono le prediche. Neanche una sua parola sulla ipocrisia dei vecchi apostoli sessantottardi della «rivoluzione sessuale», che hanno vestito nuovi abiti da moralisti scandalizzati e arcigni. Silenzio papale sulla difesa dei piccoli da parte di chi predica come un diritto intoccabile l’eliminazione a piacimento degli ancora più piccoli. Neanche un accenno, nella lettera, agli appetiti economici che hanno portato grandi studi legali anglosassoni a pubblicare annunci sui media: «Vuoi diventare milionario? Metti tuo figlio in seminario per un anno e poi passa da noi». La common law, in effetti, permette agli avvocati di dividere a metà con il cliente gli enormi risarcimenti stabiliti dai tribunali.

Agenti degli studi legali utilizzano a tappeto liste di vegliardi per convincerli a denunce miliardarie. Meglio se gli accusati sono morti: tanto, vescovi e superiori di congregazioni pagano comunque, per evitare scandali maggiori. Il «cattolico pederasta » è da anni, negli Stati Uniti, il protagonista di un business enorme, tanto da avere portato alla bancarotta diocesi e ordini opulenti.

Eppure, Benedetto XVI non cerca alcuna attenuante, pur legittima e fondata: il suo dito accusatore non si rivolge verso l’esterno della Chiesa ma solo verso quei suoi figli che l’hanno tradita. Per essi, ha parole terribili, in cui vibra lo sdegno dei profeti biblici. Ma, dopo la condanna, ecco la speranza, ecco il richiamo alla misericordia di un Dio che sa trarre il bene anche dal male, esortando i colpevoli a pagare il prezzo dovuto ma a non disperare del perdono del Cristo. Nessun peccato è tanto grande da esaurire la misericordia divina, pentimento e penitenza possono aprire a chi lo voglia la via della riconciliazione. In questo figlio della vecchia Baviera cattolica, c’è quanto ha contrassegnato, appunto, il cattolicesimo autentico: il rifiuto della disumana ferocia «giacobina», il rigetto della condanna senza appello, della giustizia che non fa posto anche alla comprensione, dello ius, il diritto, senza la pietas per la condizione umana. I tentativi attuali di trascinarlo sul banco degli imputati nulla sanno, tra molti altri errori e manipolazioni, di questa sapienza che è quella stessa che marca l’esperienza bimillenaria della Chiesa. Una sapienza «dal volto umano» che però —lo dicevamo—segue l’aurea legge dell’et et e, dunque, sa far posto al contempo alla sferza, come ben sa proprio la Chiesa che è in Irlanda. E a coloro che vorrebbero accusare il già cardinal prefetto della Congregazione per la Fede di avere rimosso e taciuto, va ricordato, tra l’altro, quel «mistero doloroso » che è il caso di Marcial Maciel Degollado.

La Congregazione dei «Legionari di Cristo », fondata da questo messicano, era cara a Giovanni Palo II: mentre le vecchie famiglie religiose si estinguono o vivacchiano, ecco una schiera di giovani entusiasti e difensori dell’ortodossia. Le voci che giungevano a Roma sulle molestie di don Marcial ai seminaristi erano vagliate con prudenza da papa Wojtyla, che ricordava come anche in Polonia simili accuse fossero usate dai comunisti per infangare la Chiesa. Ebbene, tra le prime misure di Ratzinger giunto al papato ci fu la sospensione a divinis di quel fondatore, imponendogli di chiudersi in clausura, dedicando il tempo che gli restava alla preghiera e alla penitenza. Non solo: Benedetto XVI si affrettò ad abolire il quarto voto dei Legionari, quello detto «di discrezione», che imponeva il silenzio sui superiori e ostacolava così le indagini della Santa Sede. Tanto che, tra i Legionari, c’è chi sospetta papa Ratzinger di essere mal consigliato o, addirittura, di far parte di un complotto contro la già potente Congregazione. Dunque, l’uomo accusato dall’esterno di «non avere agito», all’interno della Chiesa è accusato di «avere agito troppo». E non solo verso i Legionari, ma in tanti altri casi, non appena il sospetto di abusi sessuali si faceva certezza. Un paradosso tanto ignorato quanto significativo.

Vittorio Messori
27 marzo 2010





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Vero, a volte si è taciuto Ratzinger ha rotto il silenzio»

Corriere della Sera


Il cardinale tedesco Walter Kasper: chi guidava le grandi diocesi poteva non sapere



CITTÀ DEL VATICANO

Eminenza, c’è stato, nella Chiesa, il riflesso condizionato di chi tace per difendere l’istituzione?
«Bisogna essere onesti e dire che c’era, almeno in alcuni casi, come del resto ha ricordato lo stesso Papa nella lettera agli irlandesi, un testo molto coraggioso». Il cardinale Walter Kasper, 77 anni, grande teologo tedesco chiamato da Giovanni Paolo II e poi confermato da Benedetto XVI alla guida del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e il dialogo con gli ebrei, non si capacita delle accuse al pontefice e premette: «Lui è il primo che già da cardinale ha sentito la necessità di regole nuove, più severe, che prima non esistevano. Che ora alcuni giornali strumentalizzino dei casi terribili per attaccarlo frontalmente è una cosa che oltrepassa ogni limite di giustizia e di lealtà».

In questi giorni c’è chi ha alluso a responsabilità di papa Wojtyla...
«Guardi, dato il mio ruolo non mi è mai capitato di parlare di questi temi con Giovanni Paolo II. Ma a chi lo conosce e a chi considera la sua figura e il suo pontificato è evidente che il suo giudizio fosse chiarissimo e netto. Non si può dubitare del suo pensiero».

Però c’è stato uno sviluppo, nella Chiesa, no?
«Questo sì, è ovvio. La prima preoccupazione è per le vittime, bisogna cambiare rotta ed essere più vigilanti: abbiamo bisogno di una cultura di attenzione e di coraggio, di fare pulizia. La strada intrapresa è ormai irreversibile ed è bene che sia così. Ma non si può immaginare che la consapevolezza che abbiamo oggi potesse esserci trenta o quarant’anni fa, all’epoca di molti dei casi di cui si parla ora».

E perché?
«Perché c’è stata una maturazione della consapevolezza, e non soltanto nella Chiesa. Qui non si tratta di relativizzare le responsabilità ecclesiastiche — questi scandali sono dolorosi e tristissimi—né di accusare nessuno. Ma la Chiesa fa parte della società e questo problema non riguarda solo lei, ma l’intera società. Nel mondo occidentale, ancora negli anni 70 e 80, si parlava di sessualità dei ragazzi con leggerezza, anche tra gli esperti non c’era una chiara coscienza degli abusi».

Si dice che Ratzinger doveva sapere cosa accadeva nella sua diocesi. Lei è stato vescovo di Rottenburg- Stoccarda, che ne dice?
«Soprattutto nelle grandi diocesi, io ho l’impressione che spesso i vescovi non fossero tenuti informati, purtroppo. È un’altra delle cose da cambiare, come la selezione nei seminari ».

Eminenza, lei fu assistente di Hans Küng. Che effetto le fa ciò che ripete in questi giorni? Ha chiesto un «mea culpa» del Papa, detto che Benedetto XVI ha nascosto informazioni...
«Cosa vuole che dica, non è accettabile. È tutto esagerato. Fa affermazioni delle quali non offre nessuna prova, perché non possono esserci: mai il Papa ha vietato di denunciare questi preti, mai ha dato ordine di nascondere. Si possono avere opinioni diverse, è normale, ma non si parla così, erano anche colleghi: mi sembra una mancanza di rispetto e di lealtà ».

Ma perché crede si attacchi il Papa?
«Per attaccare la Chiesa e quindi i fedeli. La Chiesa cattolica non è una realtà astratta, e a differenza di altre ha un volto definito: il pontefice. L’unico modo di reagire è andare avanti nella trasparenza. E poi lo sappiamo dal Vangelo: la Chiesa avrà sempre dei nemici»


Gian Guido Vecchi
27 marzo 2010



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Santoro ruba share alla sua Rai e fa il martire "Vogliono cacciarmi, passino sul mio corpo"

di Laura Rio

Lo show dell’anchorman Raiperunanotte fa l’11,5% di ascolto tra tv locali e satellitari.  Ma la differita di Rainews24 raggiunge solo l’1,6%. Sul web 300mila. 


Grillo pugnala l'amico: "Due ore buttate via". Ecco l'ultima sparata di Santoro



Un esempio semplice: tutti insieme gli spettatori che hanno seguito l’evento l’altro ieri sera al Paladozza di Bologna via Tv, formano il pubblico di uno show importante come le Iene su Italia Uno. Gli organizzatori di «Raiperunanotte» parlano di uno share che si aggira sul tredici per cento: significa all’incirca due milioni e 700mila persone.

Non poco, soprattutto se si pensa che gli spettatori per ascoltare il loro mentore Santoro dovevano andarselo a cercare scanalando sul telecomando in cerca delle reti locali che ritrasmettevano lo show; più facilitati erano gli abbonati a Sky che si potevano sintonizzare su SkyTg24 e Current. Comunque, al di là della portata politica dell’evento, un dato è certo: si è trattato del primo esperimento di comunicazione moderna multipiattaforma, che ha coinvolto emittenti analogiche, digitali, satellitari, internet e radio. E che conta potenzialmente un decimo della platea televisiva italiana.

Andiamo ad analizzare i dati nel dettaglio, tenendo presente che solo alcuni sono ufficiali; gli altri sono stati calcolati a spanne, perché molte reti locali non sono rilevate dall’Auditel e non è possibile disaggregare i numeri. Secondo la stima più accreditata, la somma degli spettatori dei canali satellitari e delle Tv locali collegati (tra le 21 e le 24,20) all’evento dà un risultato di share del’11,5 per cento, che significa circa due milioni e mezzo di persone. Se a questi si aggiungono gli utenti di RaiNews24 che ha trasmesso lo show in differita e che ammontano a 186 mila (share dell’1,6 per cento) si arriva alle cifre fornite da Santoro.

I dati certificati dall’Auditel, la società di rilevazione degli ascolti televisivi, sono relativi ai canali trasmessi da Sky. Current, la tv di Al Gore, canale ufficiale della Santoro Night, ha totalizzato uno share del 2,47 per cento con una media di 540mila spettatori. SkyTg24 è arrivata al 2. Risultati enormi in relazione a quanto ottenuto in giornate normali, quando i due canali - in quella fascia oraria - non superano lo 0,1 per cento e 25mila spettatori.

Per quanto riguarda le emittenti locali collegate (una quarantina) il calcolo, fatto per sottrazione, si aggira attorno al 7 per cento (la voce Auditel «altre Tv» è volata al 31,8 per cento). La somma tra Sky e locale fa, appunto, l’11,5. Interessante il boom di alcuni canali privati: Telelombardia è arrivata allo 0,4; Antenna tre allo 0,85.

Al dato televisivo, va aggiunto quello dei fan collegati in streaming via web: secondo gli organizzatori si aggirano sui 300mila (125mila sul sito ufficiale «Raiperunanotte), ma potrebbero essere molti di più. E gli ascoltatori della radio, cifra impossibile da calcolare. Per fare un confronto importante: la media realizzata da Annozero in questa stagione televisiva - fino alla data di sospensione per via della par condicio - è del 20 per cento di share con cinque milioni di spettatori. Insomma, la nottata al Paladozza non ha raggiunto la portata di una serata su Raidue, però non è andata neppure così lontana. Soprattutto se si pensa che giovedì, sul secondo canale, le conferenza stampa dei candidati alle Regionali andate in onda al posto di Annozero hanno avuto solo 844mila spettatori e uno share del tre per cento.

«In effetti - commenta Roberto Quartullo, uno dei responsabili del settore marketing Rai - si è trattato di un evento eccezionale. Non si era mai visto nella storia della televisione italiana un fenomeno che riuscisse a coagulare così tanti spettatori attraverso mezzi di comunicazione così diversi tra di loro e lontani dai sistemi tradizionali. Certo si è trattato di uno spettacolo unico visto i giornalisti e i comici di forte appeal che sono intervenuti, però sulle altri reti c’erano anche altri eventi di grande richiamo come la partita Napoli-Juventus».

Lo show dell’anchorman Raiperunanotte fa l’11,5% di ascolto tra tv locali e satellitari. Ma la differita di Rainews24 raggiunge solo l’1,6%. Sul web 300mila. Grillo pugnala l'amico: "Due ore buttate via". Ecco l'ultima sparata di Santoro





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Seychelles, Tonino lavorò più da 007 che da pm

di Gian Marco Chiocci

Nel 1984 l’ex magistrato Di Pietro andava a caccia di Francesco Pazienza: ecco il dossier

Ma il faccendiere legato ai servizi lo spiava.  E scoprì che le informazioni finivano al Sismi. 


nostro inviato a Bergamo



Arcipelago delle Seychelles, Oceano Indiano, 20 novembre dell’anno del Signore 1984. Mancano cinque anni alla caduta del muro e nella lontanissima isola del presidente marxista Albert René, sincero amico del Cremlino, si materializza un turista italiano dall’accento molisano. Ha i capelli pettinati all’indietro, si accompagna a una signora. Indossa vistose camice a fiori, ha una stanza prenotata al San Souci Hotel, gira con una jeep presa a noleggio.

Ma anziché frequentare belle spiagge per rinfrescarsi e fare diving, il turista si muove con circospezione: scatta fotografie di nascosto, resta accucciato nella sua MiniMoke, si intrattiene con brutti ceffi locali controllati dalla polizia. Nei posti più impensati, alle persone meno indicate, chiede se sanno qualcosa di un certo Francesco Donati, nome di copertura di Francesco Pazienza, il celebre faccendiere superlatitante inseguito da svariati mandati di cattura (dalla creazione del Supersismi al crac Ambrosiano) a cui gli apparati di intelligence di mezzo mondo danno la caccia.

KIM E I SUOI AGENTI


Gli 007 del posto, con il terribile nordcoreano Kim a capo di una squadretta di asiatici sbrigativi subentrati a indolenti segugi tanzaniani, impiegano pochi minuti a inquadrare quel gitante fai da te. Lo pedinano, gli installano microspie in macchina, intercettano il telefono della stanza, non lo mollano un secondo. Lui, l’italiano con la camicia floreale, non si accorge di avere il fiato sul collo. Mai. Nemmeno quando si ritrova a parlare di Pazienza con monsignor Paul Felix, il vescovo di lì. Più gli stanno addosso e più gli agenti segreti delle Seychelles si convincono che quell’uomo è una spia della Cia.

O forse del Sismi, piuttosto che del Sisde, in quanto ogni sera - stando al libro scritto da Pazienza - relaziona telefonicamente in Italia sempre allo stesso numero e al medesimo interlocutore. Visti i tempi, e le modalità con le quali le agenzie affiliate al Kgb sono abituate a risolvere certe incombenze, quel ficcanaso molisano non immagina di avere le ore contate. Prima di simulare un incidente buttando giù da un dirupo di Mahé lui, la donna al seguito e l’auto in affitto, Kim chiede all’amico «Francesco Donati» di fare un ultimo controllo su quell’oscuro signore.

E così nel mentre il villeggiante italiano si fa il periplo dell’isola con la macchinetta a nolo, l’italiano latitante corre al San Souci, spulcia fra le carte alla reception e al termine di una rapida incursione nella stanza d’albergo dei cattivi ragazzi di Kim, conclude che quell’escursionista impiccione è un giudice italiano: «Antonio Di Pietro, di professione magistrato della procura di Bergamo» sta scritto nei documenti. Un magistrato che fa la spia? No, non è possibile.

LA TRAPPOLA DI LUGANO


Pazienza non ci vuole credere. Per questo chiede agli sbrigativi agenti di soprassedere col «sinistro» mortale. Vuole prima capire cosa diavolo ci fa un pubblico ministero orobico nell’Oceano Indiano, chi ce l’ha mandato, per chi lavora, posto che mai si è vista una toga svolgere investigazioni di tal fatta che spettano, semmai, ad agenti segreti. Pazienza ragiona sul fatto che due iniziative del Sismi e del Sisde per catturarlo alle Seychelles hanno già fatto cilecca.

Il faccendiere fa appena a tempo a convincere il colonnello nordcoreano e i suoi scagnozzi ad accantonare lo speronamento, che quel tal Antonio Di Pietro abbocca all’amo appena lanciato dal connazionale latitante. Che s’inventa il diabolico Pazienza? Attraverso le sue mille conoscenze nel mondo dell’intelligence fa arrivare al turista in toga la notizia (falsa) che lui, Pazienza, si sarebbe trovato all’aeroporto di Lugano il 13 dicembre successivo, in transito, per proseguire la fuga nell’Europa dell’Est. La soffiata serve a Pazienza per capire se le notizie acquisite alle Seychelles da quel magistrato di Bergamo finiscono ai servizi segreti italiani.

LO ZAMPINO DELLA STASI


Contemporaneamente, stavolta per il tramite delle buone entrature di cui gode nella Stasi tedesca, Pazienza fa recapitare all’intelligence elvetica la notizia che il 13 dicembre all’aeroporto di Lugano alcuni funzionari italiani avrebbero proceduto all’arresto di un loro connazionale in circostanze singolari: se fossero stati poliziotti, racconterà Pazienza, allora vi sarebbe stata la prova che Tonino agiva – seppur con modalità anomale – per canali istituzionali.

Se invece ad aspettarlo si fossero presentate barbe finte del Sismi o del Sisde, beh, allora il discorso sarebbe stato diverso e più complesso. Com’è finita? Con un’operazione di controspionaggio certificata da un comunicato ufficiale del ministero dell’Interno svizzero nel quale si dà atto che due appartenenti a un servizio segreto italiano (un colonnello e un maresciallo del Sismi, ndr) sono finiti in manette al varco transiti. Passato un mese in cella, i due 007 tricolori vengono espulsi e la faccenda è messa a tacere.

Per sempre. Nel frattempo, alle Seychelles, solo grazie a Pazienza il buon Di Pietro torna a casa sano e salvo. Ma questo dettaglio, Tonino, lo scoprirà solo anni dopo. Il periodo del viaggio incriminato è quello del novembre-dicembre 1984. Pazienza è uccel di bosco e se nessuno lo rintraccia è anche grazie all’uomo d’affari Giovanni Mario Ricci, amico del presidente René (di cui Pazienza diventerà amico) che depisterà il Sisde in un’altra operazione finalizzata a catturare la primula italiana.

IL FANTASMA DI MARCINKUS


Il faccendiere latitante è temuto dalla Santa Sede per quel che sa su Marcinkus e su certi conti vaticani. I politici nostrani hanno paura di quel che il faccendiere può conoscere a proposito del Conto Protezione (ancora non noto), dei documenti contenuti nella borsa di Calvi, del crac Ambrosiano, e di tant’altro ancora. A cominciare dal cosiddetto «Supersismi» parallelo alla P2 su cui indaga il pm romano, Domenico Sica, che sarebbe in strettissimi rapporti con l’ammiraglio Fulvio Martini, storico capo di quell’intelligence militare a cui arrivavano le informazioni «vacanziere» di Antonio Di Pietro.

Stando a quel che ha riferito successivamente Pazienza, «le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi e non c’erano dubbi... e le passava a un altro magistrato che poi le riversava a Martini». L’ammiraglio ha negato di sapere dei rapporti Sica-Di Pietro ma ha confermato d’aver saputo che Pazienza si nascondeva proprio in quell’isola attraverso intercettazioni telefoniche. Questa è la storia. Passiamo alla cronaca.

Il signor Di Pietro il 18 gennaio scorso è intervenuto in modo ironico e beffardo sull’oscura vicenda del suo viaggio nell’Oceano Indiano. Ma come talvolta gli capita si è dato, per dirla nel suo slang, la zappa sui piedi. Vediamo come. Intanto dice che si trovava «nel ’94 (l’84, ndr) alle Seychelles sì, ma per le vacanze natalizie» quando in realtà non era proprio periodo di feste comandate essendo partito a metà novembre.

IL GIALLO DEL FOTOGRAFO


Dopodiché l’ex pm di Mani pulite fa riferimento a un amico fotografo italiano «dal quale io e mia moglie ci fermammo a cena e qui conoscemmo altre persone che segnalarono, fra una chiacchiera e l’altra, che nell’isola c’era un noto latitante italiano, appunto Francesco Pazienza». Come potete leggere a fianco, nel suo rapporto riservato Di Pietro dice invece di esser stato contattato da una persona di fiducia del vescovo locale, il quale vescovo «venuto a conoscenza che nell’isola si trovava un magistrato italiano chiedeva un colloquio per scambiare alcune informazioni di cui era a conoscenza».

Dopodiché, sempre Tonino, spiega che di ritorno da casa del fotografo «appuntai la notizia e quando tornai in Italia feci quello che avrebbe dovuto fare qualsiasi cittadino italiano, specie se pubblico ufficiale (ed io ero addirittura un magistrato): informare immediatamente le competenti autorità». E quale autorità competente informò Tonino? Il giudice Sica, «che stava indagando su Pazienza e a cui inviai la mia relazione».

I RAPPORTI CONL GIUDICE SICA


E lo informò tempestivamente? Proprio tempestivamente non sembra: perché se la partenza per le Seychelles è del 20 novembre 1984, e lo stratagemma di Lugano è del 13 dicembre, il suo rapporto su Pazienza è del 15 gennaio dell’anno successivo. Quanto ancora alla notizia «appuntata» c’è da dire che nella relazione Tonino racconta davvero tutta un’altra storia: oltre al vescovo (che senza conoscerlo ma fidandosi del suo essere magistrato italiano, lo avrebbe messo a conoscenza di segreti su Pazienza) parla di fotografie da lui personalmente scattate all’insaputa dei testimoni che gli parlavano di Pazienza. Parla di cose riservate e tante altre cose condensate in un «rapporto informativo riservato» che, da che mondo è mondo, è farina del sacco di uno sbirro non di un magistrato della Repubblica.



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Dipendenza dal pc, la terapia del bosco

Corriere della Sera



In Val d’Aosta il primo esperimento italiano: i medici vivranno insieme ai pazienti




Dal nostro inviato  FRANCESCO CEVASCO


BRUSSON (Aosta) — Questo è un paese per matti. Finalmente qualcuno che mette in pratica (a capirlo sono stati in tanti da Basaglia in giù) che la prima terapia per i matti è l’ambiente. Toglili dalle corsie con quei letti recintati da sbarre che sembrano prigioni, toglili da quei pigiami che sembrano carcerati, rimetti loro i loro vestiti e quello che avevano in tasca, ridagli il diritto di parola anche quando sparano (apparenti) scemenze; e magari funziona.

Qui ci provano, stanno per provarci. Oggi sarà presentato nel paese di Brusson, in Val d’Aosta, il primo «Centro per la salute della mente» che comincia a lavorare sui pazienti, soprattutto i giovani, partendo dall’ambiente. Siamo a milleduecento metri, in mezzo ai boschi ricchi di luci e di colori. C’è una grande struttura fatta di legno e di vetro, morbida e trasparente, dove una volta venivano i bambini dei dipendenti Olivetti a passare le vacanze.

Qualcuno voleva farci un albergo- residence-spa cinque stelle. A qualche matto è venuto in mente che forse era più utile farne un posto, morbido e luminoso, per ospitare e (tentare di) curare quei ragazzi con il cervello avvelenato dalla voglia di farsi del male.

I nostri figli che hanno provato o hanno voglia di provare il suicidio, quelli che diventano violenti con gli altri senza un (apparente) perché, quelli che si consumano rifiutando il cibo o viceversa, quelli che la vita è lo schermo di un computer e dentro quello schermo c’è una «vita» virtuale che nasconde e sostituisce quella reale, quelli che il gioco d’azzardo ha sopraffatto il gioco della vita.


I matti sono due. Uno è Gianni Caprara, un imprenditore cinquantottenne che dopo aver fatto i soldi con le aziende «tradizionali » s’è messo a fare «il privato sociale» e ad occuparsi di giovani e anziani. Per ristrutturare la ex colonia Olivetti ha cacciato sei virgola cinque milioni di euro. «Ma non faccio beneficenza—dice —. Lavoreremo in convenzione con la Regione Val d’Aosta e altre strutture pubbliche. Pagheranno quello che stabilisce la legge.

E ci basteranno quei soldi per continuare a garantire l’eccellenza anche in campo psichiatrico». L’altro matto è uno dei più importanti psichiatri italiani, Vittorino Andreoli. È lui il direttore scientifico del centro. «Per me è un’esperienza che vale il sogno di un vecchio psichiatra che ha diretto un manicomio. Uscire dalla "scienza infelice", come si diceva una volta». Andreoli ammette che la psichiatria non è (ancora) una vera scienza.

Che non ci sono strumenti tecnologici per affrontare la malattia mentale. «L’ultimo strumento tecnologico che ricordo era la cassetta, con cui giravo anch’io, dentro la quale c’era una specie di compasso con cui si misuravano le dimensioni della scatola cranica e si valutavano altri criteri lombrosiani. Se mi fossi automisurato, con queste ossa frontali che ho, con queste sopracciglia esagerate, con questi capelli ingovernabili, mi sarei dovuto autoricoverare in uno di quei manicomi che sembravano fatti apposta per aggravare le condizioni del malato ».

Nella casa di Brusson, invece, funzionerà così: il paziente arriva, attraversando il bosco colorato, in un salone grande e luminoso che non ha confini con lo spazio esterno. Verrà intervistato. Si deciderà se ha bisogno di essere curato lì e in quale microcomunità inserirlo. Avrà una camera ampia e luminosa condivisa con un altro paziente. Avrà una scrivania e, se gli sarà utile e non di danno, avrà un computer.

Avrà l’autonomia di un bagno dove non sentirà violata la sua privacy. Avrà un letto «professionale», ma le spallette che sanno di gabbia e di prigione, sono state sostituite da un pannello color pastello che lo fa sembrare quello di casa. Avrà un posto confortevole dove mangiare e avrà il cibo cucinato lì. I medici non vivranno in misteriose stanze oscure, ma dietro un vetro.

Vivranno lì e non se ne andranno la sera a casa. Certo non ci sono le maniglie alle finestre dei piani alti. Ma nessuno ti chiuderà mai a chiave dietro una piccola griglia. Dove c’erano le sbarre ora c’è un grande vetro luminoso. Ad Andreoli piace ripetere: «Questo è un manicomio ribaltato».

Il Centro di Brusson sarà molto «laico»: nessuna disciplina terapeutica verrà imposta, ma si sceglierà quella considerata più opportuna: ci saranno psicoanalisti freudiani e junghiani, relazionali e cognitivo-comportamentisti.

Ma da queste parti s’aggira un terzo matto, il sindaco di Brusson, Giulio Grosjacques, 48 anni, eletto in una lista civica da quasi tutti gli 850 abitanti. Sarebbe stato certamente più facile per lui e per la sua popolarità convincere i concittadini- elettori ad accettare che nell’ex colonia Olivetti nascesse un bell’albergo anziché una bella casa per matti. Ma Grosjacques è figlio di un ex operaio Olivetti. «Sarà forse per questo — dice — che da quando, una decina d’anni fa, l’ex colonia è stata chiusa, ho sempre pensato che fosse giusto conservarle una vocazione sociale. E poi chi l’ha detto che il turismo sanitario non sia più utile al Paese del turismo tout-court?».

27 marzo 2010






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