domenica 28 marzo 2010

Al voto 41 milioni di italiani Calo affluenza: 47% alle 22

Corriere della sera


Domenica i votanti sono diminuiti di circa nove punti rispetto al 2005. Seggi riaperti lunedì dalle 7 alle 15



MILANO - Affluenza in calo di circa 9 punti rispetto alle precedenti consultazioni, con il Lazio che vede il divario superare addirittura i 12 punti e una buona parte delle regioni in cui, alla chiusura dei seggi domenica alle 22, la percentuale dei votanti non ha raggiunto il 45% degli aventi diritto. È questo il dato chiave che emerge dalle prime rilevazioni sulle elezioni regionali in corso, che rappresentano un importante test politico a livello nazionale.

Nelle nove regioni - Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Campania e Basilicata - i cui dati elettorali fluiscono al ministero dell'Interno, la percentuali di votanti rilevata alle ore 22 di domenica è stata del 47,1%, in calo di circa 9 punti rispetto al 2005 (precedenti omologhe 56,0%). Nel Lazio si è recato al voto il 43,39% degli elettori contro il 55,82% del 2005, con una diminuzione del 12,5%.

Nel Comune di Roma, secondo dati del Campidoglio, l'affluenza alle 22 è stata del 41,30%, contro il 54,42% del 2005, con una diminuzione di 13,12 punti percentuali. Per quanto riguarda le regioni che gestiscono in proprio la comunicazione di dati elettorali, la Toscana ha chiuso la giornata di domenica con una percentuale del 43,96%, contro il 54,6% di cinque anni fa; le Marche con il 44,88% (-10,03%); la Calabria con il 41,40%; la Puglia con il 43,7%.

I DATI DELLE ORE 19 - Alle 19 si era registrata un'affluenza del 34,90% (dati del ministero dell'Interno, 9 regioni su 13). Anche questo dato era in netto calo rispetto alla tornata precedente, quando si era registrata, alla stessa ora, un'affluenza del 41,96 per cento (meno sette punti). In particolare, in fortissimo calo l’affluenza nel Lazio: alle 19 aveva votato il 31,49% degli aventi diritto, circa dieci punti in meno rispetto al 41,02% delle scorse elezioni. La Puglia alle 19 registrava un'affluenza del 30,26%, la Toscana del 33,4%, le Marche del 32,40% e la Calabria del 28,7%.

In termini assoluti la Regione nella quale si riscontrava la più alta percentuale di votanti è l’Emilia Romagna, mentre la più bassa è la Calabria. L’affluenza è stata maggiore nelle regioni del Nord rispetto a quelle del Sud. Provinciali: nelle quattro province dove si vota per l'elezione del presidente e dei Consigli provinciali (Imperia, Viterbo, L'Aquila e Caserta, per un totale di 339 Comuni interessati) l'affluenza alle 19 è stata del 34,12%, -3,68% rispetto alla precedente tornata. Comunali: alle 19 di domenica aveva votato il 41,09% degli aventi diritto per il rinnovo delle amministrazioni in 460 Comuni. -2,66% rispetto alla precedente elezione.

I DATI DELLE ORE 12 - Il calo era già stato evidente alle 12, quando nelle nove regioni monitorate direttamente dal ministero dell'Interno (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia- Romagna, Umbria, Lazio, Campania e Basilicata) l'affluenza era calata di quasi 3 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni: 10,19% contro 13,05%. Il calo più forte è stato in Emilia-Romagna, con il 4%. La Toscana ha avuto alle 12 un'affluenza del 9%, in calo di 3,2 punti rispetto al 2005.

Le Marche dell'8,11%, contro l'11,4 di cinque anni fa. L’affluenza in Puglia è stata dell’8,63% rispetto all'11,4 del 2005, in Calabria al 6,5 rispetto all' 8,9. L'affluenza alle urne registrata alle ore 12 per le Provinciali e comunicata dal Viminale è stata del 9,05%, una percentuale in calo di circa tre punti rispetto al 12,03% segnato alle precedenti elezioni. Questa l'affluenza alle urne alle ore 12 nei 9 capoluoghi dove si vota per l'elezione del sindaco e dei consigli comunali (tra parentesi il precedente omologo): Mantova 14,9% (17,1); Lecco 13,3% (15,9); Lodi 16,8% (18,2); Venezia 13,2% (14,9); Macerata 10,9% (12,7); Chieti 12,6% (9,8); Andria 13,1% (14,9): Matera 9,6% (13,6); Vibo Valentia 9,1% (11,7).

SI VOTA FINO ALLE 15 DI LUNEDÌ - A disposizione degli elettori ci sono in tutto ventidue ore in due giorni per ridisegnare la mappa del governo locale. Centrodestra e centrosinistra, con l’Udc in alcuni casi terzo giocatore in solitaria, si contendono la guida di tredici Regioni, quattro Province, 462 Comuni (di cui nove capoluoghi): oltre 41 milioni di italiani sono chiamati a votare per rinnovare governatori, presidenti, sindaci, giunte e consigli. I seggi, aperti domenica dalle ore 8 alle 22, riaprono lunedì dalle 7 alle 15. Lo scenario attuale vede il centrodestra alla guida di due Regioni (Lombardia e Veneto) una Provincia (Imperia) e due Comuni (Lecco e Matera); il centrosinistra al comando in undici Regioni, tre Province e sette Comuni. Gli elettori riceveranno una scheda verde per le Regionali: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Una scheda gialla per le Provinciali: Imperia, Viterbo, L’Aquila e Caserta. Una scheda azzurra per le Comunali: Mantova, Lecco, Lodi, Venezia, Macerata, Chieti, Andria, Matera, Vibo Valentia più altri 453 Comuni.

CHE COSA SERVE PER VOTARE - Per votare è necessario presentarsi al seggio muniti di documento d’identità e tessera elettorale (in caso di smarrimento è possibile chiederne il duplicato agli uffici comunali che saranno aperti durante tutta la durata delle operazioni di voto). Per le Regionali lo scrutinio inizierà lunedì, subito dopo la chiusura della votazione e l’accertamento del numero dei votanti. Per Provinciali e Comunali, invece, lo scrutinio partirà alle 8 di martedì con precedenza alle Provinciali, salvo in Molise e in Abruzzo, non interessate alle Regionali: lì lo scrutinio comincerà alla chiusura dei seggi. Dove sindaco e presidente di Provincia non saranno eletti al primo turno si andrà al ballottaggio. Per l’eventuale secondo turno si voterà domenica 11 e lunedì 12 aprile.

SFIDA APERTA IN QUATTRO REGIONI - L'appuntamento più atteso e più consistente, per il suo impatto politico, è quello delle regionali. La mappa politica attuale è a favore del centrosinistra per 11 a 2: solo Veneto e Lombardia sonAncora aumenti per benzina e gasolio (Ansa)o al momento in mano al centrodestra. Occhi puntati, quindi, soprattutto su quest'appuntamento per verificare come si ridisegnerà la compagine delle Regioni. Se il blocco dell'Italia centrale, con Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria, non sembra in discussione e dovrebbe veder confermata, in termini di colore politico, la leadership attuale, ben più incerto appare invece il risultato in territori come il Piemonte, il Lazio, la Liguria, la Puglia.



27 marzo 2010




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Polemica in Belgio, la fortuna segreta del re Alberto divide il Paese

di Redazione

Il libro inchiesta di un economista racconta che il patrimonio dei reali sarebbe di oltre un miliardo, molto maggiore rispetto a quello dichiarato

 

Inchiesta sul patrimonio di Alberto del Belgio. Una vera e propria bomba l'uscita del libro di Thierry Debels, «L'argent perdu des Cobourg». Fonti ufficiose parlano di 12,4 milioni di euro. Il noto economista, di origine fiamminga, afferma invece che la fortuna privata dell'attuale sovrano supera il miliardo di euro.

Nessuna testa coronata aveva mai svelato le cifre del proprio patrimonio. Fino al 2001. Colpa degli uffici di palazzo reale. Errore imperdonabile che la monarchia belga pagò a caro prezzo, secondo quando rivela il settimanale francese Point de vue. Il guanto lanciato da due giornalisti di origine fiamminga.

Scrivono che il tesoro di Alberto, Felix, Humbert, Theodore, Christian, Eugene, Marie de Saxe Cobourg-Gotha e dell'italianissima consorte Paola Ruffo di Calabria, ammonterebbe a circa 250 milioni di euro.

Il Palazzo smentisce, ma spiega: «senza contare i mobili e gli immobili le finanze del re non raggiungono i 12,3 milioni di euro. Rilancia la sfida Thierry Label, professore di economia all'università di Bruxelles, un anno al Senato, come consigliere finanziario, tra le fila del partito liberale fiammingo di Jean -Marie Dedecker, né repubblicano né antimonarchico, come ama definirsi.

Sostiene che gli introiti sono superiori di almeno quattro volte paragonati alle fonti ufficiali. «Ho cominciato a indagare nel 2001. Quanto affermato dal Palazzo, ovvero la cifra di 12,4 milioni di euro come patrimonio del re Alberto, mi suonava falsa, non veritiera», ha raccontato a Point de vue. «Del resto il patrimonio di Hans Adam II del Liechtenstein è valutato intorno ai 4 miliardi, quello del granduca del Lussemburgo raggiunge i 3 miliardi, quello di Elisabetta d'Inghilterra è intorno ai 2 miliardi, mentre Beatrice d'Olanda oscilla tra i 7 e gli 8 cento milioni.

Mi sono semplicemente chiesto perché il nostro re prendesse così poco - ha proseguito - Ho cominciato allora a consultare gli archivi storici. Ho scoperto che la principessa Carlotta, sorella di Leopoldo II, sino alla sua scomparsa, nel 1927, poteva disporre di un patrimonio personale di 50 milioni di franchi belgi, l'equivalente di 150 milioni di euro.

Senza eredi l'ingente somma è stata divisa tra i figli di Leopoldo II e il principe Filippo, conte di Fiandra, tra i quali Alberto I, nonno dell'attuale sovrano. Secondo fonti accreditate - ha aggiunto ancora Thierry Debels- nel 1983, anno della morte di Leopoldo III, i suoi eredi, Baldovino e Alberto, avrebbero percepito tra i 50 e i 200 milioni di euro». Thierry Debels cita altre fonti. La Societè Generale de Belgique, una hoding composta da 1.500 società, creata nel 1820 dei Paesi Bassi.

Dopo l'indipendenza Leopoldo I acquista l'80% delle azioni. Solo nel 1988 la società verrà riscattata. Ma ancor oggi la famiglia reale del Belgio possiede tra il 4 e il 7% delle azioni. Cifre, sempre secondo quanto dichiarato da Thierry Debels, mai smentite.

Impossibile per Alberto del Belgio vivere con 12,4 milioni di euro. Carte alla mano, il noto economista belga conferma che «quei milioni sono solo la punta di un iceberg. Basti pensare - ha spiegato ancora al settimanale francese- che alla fine del 2008 Alberto ha acquistato a Ostenda 2 lussuosi appartamenti da 1, 5 milioni di euro. Nel 2009 farà dono alla sua famiglia di un nuovo yacht del valore di circa 4,6 milioni di euro». Nessuna ripercussione comunque, sino ad oggi, sulla monarchia belga.




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E' in Cina la capitale degli hacker

La Stampa


La maggior parte degli attacchi anti-Usa è partita da Shaoxing
Gli esperti di sicurezza: la cyberguerra costa oltre 6 milioni al giorno
L'allarme: «Dopo l'addio di Google atti di pirateria in aumento» 






TORINO


La capitale degli hacker è Shaoxing, una città di 4 milioni di abitanti dell’Est della Cina. Una ricerca realizzata dalla compagnia americana Symantec, che ha analizzato 12 miliardi di mail, ha scoperto oltre il 30 per cento della posta infetta è stata spedita dalla Cina, e il 20 per cento dalla sola Shaoxing. Il contro spionaggio Usa ha seguito passo a passo la grande sfida tra Google e il governo di Pechino, uno scontro nato proprio da un potente attacco hacker contro i siti di Google e di altre 20 società americane e durato due mesi e mezzo, che ha portato il colosso di Mountain View all’abbandono del Paese.

I pirati cinesi, spiega la ricerca, inviano una mole gigantesca di mail con virus allegati per riuscire a penetrare i sistemi di sicurezza e accedere ai dati sensibili custoditi all’interno dei computer privati e delle aziende Usa. Symantec ha tracciato i profili dei mittenti delle mail e, dopo essere risalito al loro indirizzo Ip (l’equivalente informatico di un indirizzo stradale, o di un numero telefonico) ha raggiunto il bersaglio.

Nel mirino dei pirati, dicono gli esperti, ci sono soprattutto le infrastrutture critiche, cioè i sistemi a rete che consentono la normale vita di Paese, come il trasporto delle persone e delle merci, le telecomunicazioni e la gestione delle emergenze. L’attività di monitoraggio costa circa 6,3 milioni di dollari al giorno e, dopo le ultime tensioni sull’asse Washington-Pechino, il dato è destinato a salire.

Intervistati per un rapporto del Csis (il centro di studi strategici internazionali) commissionato dall’azienda di sicurezza informatica McAfee, il 54% dei 600 dirigenti responsabili della sicurezza di aziende che, a livello mondiale, forniscono e gestiscono infrastrutture critiche di 14 Paesi, ha ammesso di aver già subito attacchi su larga scala o “infiltrazioni occulte” da parte di gang criminali o di terroristi. L’indagine del Csis ha messo in evidenza che, nonostante l’elevazione delle barriere tecnologiche e l’adeguamento delle normative, il 37% delle aziende ha ammesso che la vulnerabilità è aumentata negli ultimi dodici mesi. Ma addirittura due quinti si attende un incremento degli incidenti di sicurezza.

Tra le fragilità dei sistemi ci sono gli standard di autenticazione, basati ancora sul vecchio sistema “username- Password” e, invece, molto poco sulla tecnologia biometrica. E questo facilita gli attacchi che gli hacker compiono sempre di più ai danni dei singoli utenti mediante attacchi di phishing.

«Lo sviluppo, la sicurezza e la stessa qualità della vita nei Paesi industrializzati dipendono dal funzionamento continuo e coordinato di un insieme di installazioni che, per la loro importanza e strategicità, sono definite infrastrutture critiche», dice Salvatore Tucci, ordinario alla facoltà di ingegneria dell’Università di Roma Tor Vergata e presidente dell’Aiic (Associazione italiana esperti infrastrutture critiche), sottolineando che «esse sono diventate sempre più complesse ed interdipendenti.

Se ciò ha migliorato la qualità dei servizi erogati contenendo i costi, ha però indotto impreviste vulnerabilità, in concomitanza con situazioni di crisi, eventi eccezionali o atti terroristici. Fragilità connessa alla loro elevata interdipendenza che rischia di indurre un pericoloso “effetto domino”».



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L'Aquila, le carriole in piazza: interviene la Digos

di Redazione

Il "popolo delle carriole" nella zona rossa della città abruzzese anche nel giorno del voto, nonostante il divieto della prefettura. Manifestanti bloccati dalla Digos. Ma i dimostranti entrano in centro come normali cittadini e usano attrezzi nascosti ieri sera sotto un tendone





L'Aquila - Ci hanno provato anche nel giorno del voto. Il "popolo delle carriole" è sceso di nuovo in piazza questa mattina intorno alle 10 nel centro storico dell’Aquila ma, all’ingresso di via Federico II ha trovato ad attenderlo alcuni agenti della Digos che hanno sequestrato delle carriole (tre secondo la questura dell’Aquila) e identificato i manifestanti.

Gli aquilani sono entrati lo stesso nel centro storico come normali cittadini e in piazza Duomo, al confine con la zona "rossa", hanno scoperto un tendone dove precedentemente avevano nascosto altre carriole e hanno "invaso" l’area off limit ignorando il divieto della prefettura che, contrariamente ad altre volte, oggi giornata di elezioni ne ha proibito l’ingresso.

Quindi hanno formato un corteo e si sono diretti verso piazza Nove Martiri dove hanno iniziato a lavorare. La Digos in questo caso non è intervenuta, ma ha identificato tutti i presenti, che hanno caricato e scaricato macerie per un paio d’ore per poi lasciare, poco dopo le 12, il centro storico.




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Una diga lascia a secco 200mila etiopi

Corriere della Sera


L'impianto, realizzato dall'italiana Salini, blocca le piene del fiume Omo che alimentano agricoltura a pascoli



MILANO - Su oltre 200mila persone che in Etiopia già non se la passano bene incombe un'ombra gigantesca, che parte dall'Italia. Si chiama Gibe III: è una diga alta 240 metri il cui bacino si allungherà per 150 km. Posizionata nella bassa Valle dell'Omo (vedi mappa), e realizzata dall'italiana Salini Costruttori, questa struttura mastodontica, destinata a diventare la più grande dell' Africa, muterà drasticamente la portata del fiume Omo, principale affluente del Lago Turkana del Kenya, eliminando il naturale ciclo delle piene e mettendo a repentaglio coltivazioni e pascoli dell'intera area.

Il Gibe III è il nuovo passo che seguirà il Gibe II, impianto con un tunnel lungo 26 chilometri che genera elettricità, sfruttando la differenza di altitudine tra il bacino della diga Gibe I e la sottostante valle dell'Omo.





Anche questo impianto è stato realizzato dalla Salini, che ha messo a frutto il più grande contributo versato dalle casse italiane per un progetto all'estero: 220 milioni di euro. Almeno in parte spesi male, visto che un pezzo di questo tunnel, inaugurato il 13 gennaio scorso alla presenza del ministro degli Esteri Franco Frattini, dopo 12 giorni è crollato (vedi video) interrompendo subito il flusso di elettricità che, nelle parole del ministro «avrebbe dovuto cambiare la vita all'Etiopia». E invece Meheret Debebe, capo dell'Ethiopian Electric and PowerCorporation (EEPCo), l'ente elettrico etiope, ha invitato la gente a «comprendere il problema e risparmiare energia finchè il guasto non sarò risolto».




I DANNI - Ma quella è storia passata. Ora all'orizzonte c'è quella della diga Gibe III che rilancia rischi enormi sulla testa delle popolazioni indigene della valle dell’Omo legati alla scomparsa del naturale ciclo delle piene. Danni esclusi però dalla Salini già nello scorso gennaio, in una dichiarazione pubblicata su Panorama: «Abbiamo previsto rilasci d’acqua controllati a beneficio dell’agricoltura e progettato l’invaso in modo che si riempia a una velocità compatibile con la quantità delle piogge.

Questa è un’occasione per trasformare l’Etiopia in un esportatore di energia, se l’Italia non farà la sua parte la faranno i cinesi, che si sono già aggiudicati la costruzione della diga Gilgel Gibe IV». Prendere o lasciare quindi. Ma i rischi a cui vanno incontro le popolazioni indigene sono invece confermati in un dossier realizzato da International River, che studia e tutela i diritti delle popolazioni che vivono sugli argini dei fiumi:

«Gli agricoltori locali piantano le colture lungo le rive del fiume dopo ogni piena annuale. Queste ridanno anche vita ai pascoli per il bestiame e segnano l’inizio della migrazione dei pesci. Se non si fermeranno i lavori e non si interverrà con adeguate misure di mitigazione, la diga provocherà carestie croniche, problemi di salute, dipendenza dagli aiuti umanitari, e un generale disfacimento dell’economia della regione e della stabilità del suo tessuto sociale, in un ambiente ecologicamente già di per sè molto fragile».

APPALTO E COSTRUZIONE - I lavori di costruzione sono iniziati nel 2006: la Salini ha aperto il cantiere in accordo con il governo etiope che ha approvato l'appalto a trattativa diretta, senza alcuna gara e quindi senza comparazione delle offerte. «Nella fretta di procedere - si legge ancora nel dossier di International River - il governo ha omesso di valutare tutti i rischi economici, tecnici e d’impatto ambientale e sociale, violando leggi interne e standard internazionali.

Inoltre non ha preso in considerazione gli effetti legati ai cambiamenti climatici, che sul lungo termine potrebbero incidere drammaticamente sulla capacità produttiva della diga. Oggi sono stati effettuati studi postumi alla costruzione per confermare una decisione presa anni fa». L'unica valutazione di impatto ambientale è stata fatta a posteriori, a cantiere già aperto. «Al di là di questa anomalia, che non è di poco conto - commenta Marco Bassi, antropologo italiano dell'università di Oxford appena rientrato dalla Valle dell'Omo, dove studia le culture indigene - non si tratta di uno studio degno di questo nome.

L'ho verificato di persona quando mi sono trovato nelle aree indicate dalle mappe della relazione: non sono segnati i villaggi, non si traccia in modo preciso la distinzione tra zone agricole e selvatiche mentre quelle a pascolo non sono nemmeno indicate. Come si può pensare che ci siano certezze che una diga di quelle dimensioni funzioni in modo da salvaguardare le economie di sussistenza della popolazione? La verità è che le tribù dei Kara e dei Kwegu che vivono lungo il corso del fiume sono condannate all'estinzione e anche tutte le altre che abitano sul delta vedranno compromesse le loro fonti di sostentamento».

AFFITTO DELLE TERRE - Oltre ad accarezzare l'idea di vendere energia elettrica al Kenya, nella Valle dell'Omo il governo etiope progetta di affittare vaste aree di terra indigena a compagnie e governi stranieri per coltivazioni agricole su larga scala, biocarburanti inclusi. Si tratta di circa 120mila ettari, un business colossale. E da qui arriva la spinta alla costruzione di Gibe III: per l'irrigazione verrà attinta acqua dalla diga. La maggior parte dei popoli colpiti non sa nulla del progetto e il governo sta lavorando contro le organizzazioni tribali a loro insaputa.

L'anno scorso, nella parte meridionale del paese le autorità hanno sciolto almeno 41 associazioni locali rendendo impossibile il dialogo e lo scambio di informazioni sulla diga tra le varie comunità. «Per le tribù della valle dell'Omo - ha detto Stephen Corry, direttore generale di Survival International, associazioni che tutela le popolazioni indigene - la diga Gibe III sarà un cataclisma di ciclopiche proporzioni. Perderanno le loro terre e tutti i loro mezzi di sussistenza. Nessun ente degno di rispetto dovrebbe finanziare questo atroce progetto».

LA CAMPAGNA DI SURVIVAL E LA REPLICA DELLA SALINI - Per prevenire le conseguenze catastrofiche del progetto, Survival ha lanciato una campagna internazionale in cui chiede al Governo etiope di sospendere i lavori di costruzione e raccomanda ai possibili finanziatori - tra cui la Banca Africana di Sviluppo (AfDB), la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Mondiale e anche il Governo italiano attraverso la Cooperazione allo Sviluppo - di non sostenere il progetto.

A questa iniziativa si sono associate la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Counter Balance coalition, Friends of Lake Turkana e International Rivers. La Salini replica in modo netto: «Siamo di fronte all’ennesima azione irresponsabile e priva di fondamento tecnico e scientifico contro il progetto Gibe. Tutte le affermazioni critiche contenute nell’appello di Survival, infatti, per quanto possano apparire suggestive ai non addetti ai lavori, o sono false o sono frutto di elementari errori aritmetici e tecnici se non addirittura di macroscopici errori di fatto». Un fatto, che non rassicura, resta certo: le popolazione che vivono nella Valle dell'Omo, fino a quando hanno visto comparire le ruspe, sono rimaste all'oscuro della diga che incombe sulla loro testa.

Stefano Rodi
23 marzo 2010(ultima modifica: 28 marzo 2010)



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Capo dei giornalisti diversi da Santoro "Le intercettazioni sono un cancro"

di Stefano Lorenzetto

Paolo Corsini fondatore di Lettera 22. Rivolta contro lo strapotere della sinistra in Rai, Fnsi, Usigrai e redazioni. "Raccolta di firme da presentare a Napolitano"

 
Se persino Fidel Cesar Mbanga Bauna, il congolese del Tgr Lazio che va in onda sulla democratica, laica e antifascista Raitre, ha sentito il bisogno di iscriversi a Lettera 22, associazione «per un’informazione libera e non omologata», significa che nelle redazioni la misura è davvero colma. Soprattutto dalle parti di Saxa Rubra. Vabbè che Mbanga Bauna si definisce «l’unico giornalista italiano nero fuori e nero dentro», che sarebbe poi il suo modo per esprimere sempiterna gratitudine all’ex governatore Francesco Storace, a sua volta l’unico politico a sponsorizzare nel 1995 l’assunzione del primo mezzobusto di colore in un telegiornale Rai, alla faccia dei campioni progressisti di terzomondismo che non mossero un dito.

Ma non s’era mai vista prima d’ora fra i giornalisti della radiotelevisione di Stato, da sempre allineati e coperti un po’ per carrierismo e un po’ per quieto vivere, una rivolta così articolata, massiccia, rumorosa contro i Santoro, i Travaglio, i Floris, le Gabanelli e le altre star del pensiero unico, e contro la Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), il sindacato - unico pure questo - che li coccola, e contro l’Usigrai (Unione sindacale giornalisti Rai), la rappresentanza interna - unica pure questa - che li protegge.

Hanno già aderito a Lettera 22 decani della professione come Gino Nebiolo, l’ex partigiano divenuto cronista ai tempi della Liberazione che fu corrispondente della Rai da Pechino, Il Cairo e Parigi, e Italo Cucci, l’allievo di Gianni Brera ed Enzo Biagi che diresse per tre volte il Guerin Sportivo e oggi è opinionista del Tg2; volti noti dei telegiornali, come Susanna Petruni, vicedirettore del Tg1, Luciano Ghelfi, Ida Peritore, Angelo Maria Polimeno, e voci familiari dei giornali radio, come Stefano Mensurati, Gianni Scipione Rossi, Fabio Scaramucci; conduttori di programmi, come Igor Righetti in onda dal 2003 su Radiouno con Il comunicattivo; firme come Gennaro Sangiuliano, passato dalla vicedirezione di Libero a quella del Tg1. Ma anche l’ex presidente della Camera, Irene Pivetti, e il segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino.

Gli iscritti a Lettera 22 sono già 700 e aumentano a passo di carica, per usare una metafora che non dovrebbe dispiacere al suo presidente Paolo Corsini, figlio di un generale di divisione dell’esercito ed egli stesso capitano dei granatieri nella riserva. Vicedirettore di Radiouno, esperto di economia, già conduttore di trasmissioni molto seguite (Questione di soldi, Baobab, Questione di Borsa), Corsini è abituato alle impervietà. E non tanto perché nel 2004 realizzò K2 cinquant’anni dopo, seguendo da inviato speciale la spedizione italiana sulla vetta himalayana nell’anniversario della conquista, ma più che altro per la sua indefettibile abitudine di partecipare da ufficiale alle periodiche esercitazioni militari, dall’operazione Vespri siciliani a Piazza Armerina alle manovre Nato con i bulgari a Plovdiv, l’antica Filippopoli.

Corsini, sposato, due figli, è arrivato al giornalismo per caso. Dopo la laurea in storia medievale, era pronto per la carriera universitaria. Invece si ritrovò a lavorare per otto anni da precario nella redazione economica del giornale radio Rai, dov’è stato assunto nel 2004. A differenza di Michele Santoro e compagni, non è macchiato dal peccato originale: nel 1968 si limitò a nascere, «a Rimini, sangue romagnolo». Però fece in tempo a vedere il 1977 a Bologna, non a caso la città prescelta da Annozero e dalla Fnsi per la sceneggiata di giovedì scorso. «Scontri, molotov, fumogeni, caserme prese d’assalto». Bastò a immunizzarlo per il resto dei suoi giorni.

Obiettivo di breve periodo del giornalista-granatiere è «farla finita col cancro delle intercettazioni telefoniche spesso non autorizzate, che non contengono nulla di penalmente rilevante, sbattute sui giornali solo per azzoppare gli avversari politici», ed esibisce la sgargiante spilletta appena coniata da Lettera 22, col cellulare sbarrato da una ics rossa e uno slogan di sapore bellico, «Silenzio... ti ascoltano!», sulla falsariga del famoso manifesto «Il nemico vi ascolta. Tacete!» di Gino Boccasile, raffigurante il soldato inglese, elmetto sulle ventitré e mano a conchiglia dietro l’orecchio. L’obiettivo di lungo periodo è «farla finita col sindacato unico».

«Vasto programma», avrebbe commentato De Gaulle.

«Se Lettera 22 arriva a 2.000 soci, possiamo farcela. Sia Raffaele Bonanni che Luigi Angeletti, segretari di Cisl e Uil, si sono mostrati interessati».

Alla Fnsi proprio non vuole iscriversi.
«Guardi che io sono nel consiglio della Fnsi da sei anni».

E che ci sta a fare?
«Come diceva Che Guevara, le istituzioni marce vanno combattute dall’interno. Mi sono soltanto dimesso da vicesegretario vicario dell’Associazione stampa romana in disaccordo con la manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa».

La libertà di stampa non è in pericolo?
«Siamo seri. Già il fatto che i dimostranti radunati in piazza del Popolo siano finiti su tutti i tiggì e i giornali dimostra che non lo è. In Italia abbiamo Internet senza filtri, 150 reti televisive, 200 radio; possiamo vedere la Cnn, la Bbc, Al Jazeera e un altro migliaio di canali satellitari; in edicola troviamo 170 quotidiani e 190 periodici; negli ultimi anni sono nati, vado a memoria, Libero, Gli Altri, Europa, Terra, Il Fatto. Se questa è una dittatura... Lettera 22 si sta piuttosto mobilitando per difendere l’articolo 15 della Costituzione, che precede l’articolo 21 sulla libertà di stampa».

Me lo ricordi, va’.
«“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. Ci sarà un motivo se i padri costituenti l’hanno inserito sei articoli prima. Non a caso uscivamo dal Ventennio, con l’Ovra (Opera vigilanza repressione antifascismo, ndr) che apriva le lettere. Oggi la comunicazione per eccellenza è il telefono. Raccoglieremo le firme e le porteremo ai presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera, perché questo bene primario ha più bisogno di tutela della stessa informazione».

La Fnsi e l’Usigrai hanno chiesto le dimissioni del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, reo d’aver risposto al telefono a Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
«Noi invece attendiamo le dimissioni dei segretari della Fnsi e dell’Usigrai, Franco Siddi e Carlo Verna, che avrebbero dovuto insorgere perché il direttore della principale testata nazionale aveva il telefono sotto controllo pur senza essere indagato».

Rispetto alla Fnsi, l’Usigrai che cos’è?
«Un’emanazione diretta. Non puoi iscriverti all’Usigrai se non aderisci alla Fnsi. È lo zoccolo duro: 1.600 tessere pesano».

E nell’azienda di Stato quanto conta?
«Tanto. Ha un forte potere d’interdizione. Quando si fanno assunzioni, trasferimenti e promozioni, l’Usigrai ottiene la sua quota».

Molti leader della Fnsi, vedi Giuseppe Giulietti, poi parlamentare dei Ds e dell’Italia dei valori, vengono dalla Rai. C’è una serra dove li coltivate?
«Il sindacato è il loro mestiere, mica come noi che lo facciamo sacrificando famiglia e tempo libero. Natale non lavora dal 1996, da quando fu eletto segretario dell’Usigrai; Siddi dal 1998, da quando fu eletto presidente della Fnsi. Giulietti, poi, ha la responsabilità della nascita di Lettera 22».

Non la seguo.
«Novembre 2007, congresso nazionale a Castellaneta. La Fnsi invita a parlare il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, il suo predecessore Maurizio Gasparri e Giulietti. Chiesi a Natale: scusa, ma perché Giulietti? “Perché è il portavoce di un’importante associazione di giornalisti”. Ah sì? Allora ti sistemo io, mi sono detto. E ad aprile 2008 ho fondato Lettera 22».

In memoria della Olivetti di Indro Montanelli?
«Anche. Ma soprattutto per prendere in giro Articolo 21, l’associazione di Giulietti. Nella smorfia napoletana il 22 è ’O pazzo».

Che cosa rimprovera al sindacato unico?
«Non è che ce l’abbia con i sindacati, badi bene. Sono stato rappresentante d’istituto a scuola e dei Cobar durante il servizio militare e persino da capo scout eleggevano sempre me come delegato. In virtù di un accordo stipulato nel 1948, Cgil, Cisl, Uil e Cisnal hanno delegato alla Fnsi la rappresentanza esclusiva degli interessi della nostra categoria. Era nato come sindacato unitario, invece da 15 anni a questa parte è diventato un organismo della sinistra movimentista, uno strumento di lotta politica e metapolitica. Ha tradito i principi del patto federativo, che recita: “Il sindacato dei giornalisti italiani è autonomo rispetto a tutte le forze politiche, sindacali ed economiche”. Ciò è avvenuto sia per l’insipienza dei colleghi moderati sia per la capacità sistematica della sinistra nell’occupare gramscianamente le posizioni».

È anche un bel business?
«Altroché. Ventimila iscritti. La ritenuta per i professionisti è dello 0,50% sullo stipendio mensile. Ci aggiunga i trasferimenti che la Fnsi riceve da Inpgi e Casagit, l’istituto di previdenza dei giornalisti e la cassa autonoma di assistenza integrativa sanitaria, pari a 2,2 milioni di euro l’anno».

Lettera 22 ha criticato la par condicio. Sarà contento che Santoro è riuscito ad aggirarla in mondovisione.
«Santoro è stato reintegrato in Rai con una sentenza della magistratura che ha stabilito quante trasmissioni deve fare e in quale fascia oraria, primo caso al mondo di un giudice che detta il palinsesto. È l’unico dipendente della Rai che può impiparsene del codice etico. Gli altri 1.800 giornalisti devono compilare per la par condicio un rapportino quotidiano, pesando col bilancino del farmacista i secondi dedicati anche incidentalmente a un politico nei notiziari. Il precedente direttore generale Claudio Cappon ha deciso per contratto che Santoro non risponda né al direttore di rete né a quello di testata. In teoria dovrebbe rispondere al nuovo dg, Mauro Masi. In pratica non risponde a nessuno».

Di Masi ha detto a Repubblica: «Un dipendente di Berlusconi che sa solo prendere ordini». L’avesse detto un giornalista del Corriere della Sera del direttore Ferruccio de Bortoli sarebbe stato licenziato in tronco.
«Santoro è un sistema di potere con al centro Marco Travaglio e quindi le Procure che gli passano le cartucelle delle indagini. Ma a che serve chiudere Annozero e lasciare aperto Report? Domenica scorsa Milena Gabanelli è riuscita a confezionare una puntata contro 16 parlamentari doppiolavoristi che fanno anche gli amministratori locali, guarda caso tutti del Pdl. Unico virtuoso: il sindaco di Terni, ovviamente del Pd. Peccato si sia dimenticata di Gianni Alemanno, che ha rinunciato alla carica di deputato per fare il sindaco di Roma».

Quindi come risolviamo questa faccenda della par condicio?
«Va abolita. I Santoro e i Floris bisogna lasciarli in video. Più parlano, meglio è. Magari annoiano. Ma imbavagliarli non serve».

Berlusconi lamenta che processano le persone in diretta tv senza dar loro la possibilità di difendersi.
«Berlusconi dovrebbe mettere alla prova qualche giovane conduttore sulle sue tre reti. Apra nuovi talk show. Io sono per le alternative migliori e interessanti. Metà di questo Paese non si riconosce nella sinistra. Volete sì o no dargli qualcosa di potabile? A parte Bruno Vespa, eccellente professionista, ma troppo impegnato a fare Vespa per diventare l’anti Santoro, chi c’è? Oltretutto, diciamocelo con franchezza, di fatto il conduttore di Porta a porta da anni sta bloccando il ricambio perché blinda il palinsesto di Raiuno».

Fosse lei il direttore di Raiuno, che farebbe?
«Arruolerei Giuliano Ferrara per un talk show, Maurizio Belpietro per le inchieste e Vittorio Sgarbi per un programma mordace. E prenderei esempio da Paolo Ruffini».

L’ex direttore di Raitre? Non mi dica.
«Ebbe il coraggio di prendersi lo sconosciuto Giovanni Floris, che stava con me alla redazione economica del Gr, e di mandarlo negli Stati Uniti a imparare come si fa».

Quando Piero Marrazzo s’è dimesso da governatore del Lazio, Lettera 22 ha sostenuto che la responsabilità è «di chi, da mesi, sovrappone il privato degli uomini di governo alla loro azione pubblica». Un uomo pubblico che invoca il diritto al privato non è una contraddizione di termini?
«No. Di certo i suoi spazi privati si restringono rispetto a un comune cittadino. Ma questi figli del ’68 ragionano come i loro padri: “Il privato è pubblico”. Invece secondo me il privato è privato. Punto».

Non crede che la nostra sia ormai una professione residuale?
«Il giornalismo serio era anche elitario, la sua forza risiedeva tutta nella firma e nella credibilità personale. Il sindacato ha proletarizzato la categoria all’insegna del “lavorare meno, lavorare tutti”. Oggi l’Ordine iscrive i praticanti d’ufficio e sforna 1.400 giornalisti professionisti l’anno, che non troveranno mai un editore disposto ad assumerli. Risultato: il loro posto viene preso da pletore di collaboratori malpagati, esperti solo nel copia e incolla. Sì, siamo sul viale del tramonto».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Rubava foto di giovani donne defunte dalle lapidi del cimitero Verano

Corriere della Sera


Denunciato un 40enne romano: collezionava le immagini delle ragazze che smontava con il cacciavite dalle cornici

ROMA - I Carabinieri della Stazione di Roma San Lorenzo hanno denunciato un cittadino romano di 40 anni, incensurato, per un insolito tipo di furto: l'uomo rubava dalle lapidi del cimitero monumentale del Verano le fotografie raffiguranti donne in giovane età.




LA SCOPERTA
- A fare la macabra scoperta è stato il personale dei servizi cimiteriali dell'Ama Roma Spa (Azienda Municipale Ambiente) che ha avvisato i Carabinieri. I militari, con la collaborazione dell'AMA, dopo alcuni servizi disposti ad hoc, in abiti civili, all'interno del Cimitero Monumentale della Capitale, hanno individuato il 40enne aggirarsi con fare sospetto tra le tombe e dopo averlo seguito lo hanno sorpreso mentre con un cacciavite stava tentando di rubare l'ennesima fotografia dalla lapide appartenente a una giovane ragazza scomparsa recentemente. I Carabinieri della Stazione di Roma San Lorenzo, nel corso della perquisizione presso l'abitazione dello strano ladro hanno trovato le altre fotografie rubate che sono state restituite ai parenti delle defunte.

28 marzo 2010




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La presidente svizzera vuole la lista nera dei preti pedofili

Corriere della Sera



Che gli autori degli abusi siano laici o religiosi non fa alcuna differenza. Tutti sono sottoposti al Codice penale»


GINEVRA - La presidente della Confederazione svizzera, Doris Leuthard, vuole che sia istituita una lista nera dei preti pedofili per evitare che possano entrare in contatto con i bambini. Lo ha affermato in una dichiarazione pubblicata sul sito internet del giornale svizzero Le Matin Dimanche.

CODICE PENALE, SENZA ECCEZIONI - «I casi di pedofilia devono essere trattati in modo risoluto. E la Chiesa deve assumersi la sua parte di responsabilità - ha aggiunto la presidente -. Che gli autori (degli abusi) siano laici o religiosi non fa alcuna differenza. Tutti sono sottoposti al Codice penale svizzero, senza eccezione». «È importante che i pedofili, che siano preti, insegnanti o che abbiano in un modo o nell'altro a che fare con i bambini, non possano più avere contatti con questi ultimi. La possibilità di tenere un registro centralizzato, come ne esiste già uno per gli insegnanti, deve essere discussa anche per i preti pedofili», ha concluso Leuthard. (Fonte Agenzia Ansa)

28 marzo 2010




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Papa: da Dio forza per non farsi intimidire

Corriere della Sera


«Non lasciarsi impaurire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti» 



MILANO
 

Da Dio viene il «coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti»: è quanto ha detto papa Benedetto XVI durante la Messa delle Palme celebrata in Piazza San Pietro, in ricordo della salita di Gesù a Gerusalemme. Cristo - ha detto ancora il pontefice - conduce «verso la bontà che non si lascia disarmare neppure dall'ingratitudine».

Gesù , ha proseguito Ratzinger «ci tira e ci sostiene». «Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli», ha aggiunto. «Fa parte di essa - ha proseguito - questo atto di umiltà, l'entrare nel noi della Chiesa; l'aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione - il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria». «Di questo essere nell'insieme della cordata fa parte anche - ha ammonito - il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un'idea sbagliata di emancipazione». «Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell'ascesa, anche se siamo stanchi», ha concluso.

CRISTIANI IN TERRASANTA - Durante l'omelia poi, papa Benedetto XVI è tornato ad invocare la pace per la Terrasanta ed ha incoraggiato i cristiani a rimanere nel paese delle loro origini. Ratzinger ha ricordato anche il proprio viaggio dello scorso anno in Giordania, Israele e nei Territori palestinesi. «Quando andiamo in Terra Santa come pellegrini, vi andiamo però anche come messaggeri della pace, con la preghiera per la pace; con l'invito a tutti di fare in quel luogo, che porta nel nome la parola »pace«, tutto il possibile affinchè esso diventi veramente un luogo di pace», ha detto. «Così questo pellegrinaggio è al tempo stesso un incoraggiamento per i cristiani a rimanere nel Paese delle loro origini e ad impegnarsi intensamente in esso per la pace», ha concluso. (Fonte Ansa)

28 marzo 2010





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Il silenzio dei paladini della libertà

di Luigi Mascheroni

Lo scorso ottobre per due querele a Repubblica la Fnsi riempì le piazze in difesa del diritto di informare. Oggi che al direttore del Giornale viene impedito di lavorare per sei mesi il sindacato dei giornalisti tace. 


Caso Boffo, Avvenire: "Ancora parole gravi". Feltri: "Solo dati di fatto"




 

I princìpi morali e il grado di democrazia di un popolo sono direttamente proporzionali al numero dei suoi giornali e alla qualità dei suoi giornalisti. Più giornali e migliori giornalisti ci sono, maggiore è il numero di notizie, idee e opinioni che circolano. E più alto è il livello civile e politico del Paese. Ecco perché ogni volta che a un giornalista è impedito di fare il proprio mestiere, a perderci non è quel giornalista ma il Paese. Che non ha bisogno di eroi, grazie a Dio, ma solo di buoni professionisti. E meglio ancora se scomodi.

L’Ordine dei giornalisti venerdì ha sospeso lo scomodo direttore di questo giornale per le vicende legate al caso Boffo. Proibendogli per sei mesi di lavorare. Cioè di portare notizie, idee, opinioni. Più che una punizione, un’intimidazione a non fare l’unica cosa per cui i giornalisti esistono e per cui sono pagati: scrivere. E intanto, tutt’intorno, si ode solo silenzio. Il silenzio dei paladini della libertà di informazione. Ehi, paladini della libertà: dove siete? C’è un giornalista che è stato messo a tacere, e voi che fate? Non dite niente? Non scendete in piazza? La democrazia e la libertà di espressione sono di nuovo in pericolo. Dove siete finiti, voi sempre pronti a manifestare a difesa della stampa minacciata dal Potere?

Lo scorso ottobre siete accorsi in trecentomila per protestare contro chi «voleva zittire Repubblica e l’Unità». Allora sbrigatevi, preparate bandiere e striscioni, c’è una nuova emergenza. Il bavaglio lo vogliono mettere a un altro giornale. Ci sarete ancora tutti, vero? Ci sarai, vero, Roberto Saviano, ci sarete emeriti presidenti della Corte costituzionale, ci sarete Sabrina Ferilli e Neri Marcorè? Ma certo che ci saranno. Come ci sarà Reporter sans Frontieres, quelli che ripetono che l’Italia è a rischio regime, come ci sarà la Cgil, la Fim-Cisl, le Acli, Libera, Legambiente e l’Arci che verrà con le bandiere listate a lutto «Per la morte della libertà d’informazione», come ha fatto l’ultima volta, quando si minacciava Repubblica. E poi ci saranno le Associazioni partigiane, la Società Pannunzio per la libera informazione, e la satira militante come Vauro, Sabina Guzzanti, Paola Cortellesi e le redazioni di Report, Ballarò, Annozero, L’infedele e persino quelli di Caterpillar che organizzeranno un grande concerto per concludere in bellezza una giornata dedicata alla libertà. La loro.

E la nostra, chi la difende? Perché le vestali della democrazia non s’indignano questa volta? Perché non urlano il loro sdegno? Dicono che il Giornale ha commesso un errore: nel caso Boffo ha attribuito valore ufficiale a un’informativa che ufficiale non era (anche se - attenzione - la notizia era e resta vera). E quindi gli errori è giusto che si paghino, dicono. Invece Repubblica... Invece Repubblica commette gli stessi errori, o peggio. Ma tutto tace. La settimana scorsa il Presidente della Repubblica Napolitano ha dovuto smentire per ben due volte con una nota ufficiale il quotidiano di Ezio Mauro che prima gli attribuiva la volontà di non firmare il decreto sull’articolo 18, e poi sosteneva che avesse interrotto una cena durante il suo viaggio di Stato in Siria per via dei commenti di Berlusconi sull’inchiesta di Trani.

E questi sono errori, non opinioni. Del resto risale a qualche giorno fa il mea culpa di Repubblica per un’inchiesta - con «notizie errate e non riscontrate» come ha dovuto ammettere il quotidiano - in cui si dava per vero che l’oligarca Roman Abramovich avesse perso a poker uno yacht, compromettendo anche il rapporto con la sua compagna. «Siamo spiacenti per qualsiasi disagio o imbarazzo causato da tale articolo», si sono scusati i colleghi di Repubblica. I quali, invece, sono stati zitti, tre settimane fa, quando Luca Ricolfi sulla Stampa ha sonoramente smentito Eugenio Scalfari il quale, in un editoriale, l’aveva accusato di essersi venduto al potere berlusconiano perché critico con il sistema delle intercettazioni. Ricolfi ha fatto notare che il fondatore di Repubblica gli ha attribuito - mettendole fra virgolette! - frasi che lui non ha mai scritto, chiedendosi: «Scalfari inventa di sana pianta. Sono senza parole. È questa la professione giornalistica?».

È questa la professione giornalistica, ci chiediamo, quando Giuseppe D’Avanzo ripete per ben due volte, nonostante una pubblica smentita, false e infamanti informazioni su Luisa Todini, alla guida di una società che opera nel settore delle grandi infrastrutture. Ed è questa la professione giornalistica, ci chiediamo, quando vediamo Repubblica anticipare, sfruttando una fuga di notizie, la sentenza di sospensione comminata a Feltri aggiungendoci, in sovrapprezzo, anche una sanzione inesistente: quella per gli articoli «a luci rosse» su Gianfranco Fini. Domande inutili. È il «metodo Scalfari». Ossia: la libertà di far finta di niente, o di inventarsi le cose. Per fortuna ci sono i paladini della libertà d’informazione.




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Gay o no, noi difendiamo il parroco»

Il Secolo xix


Le vie del paese sono pressoché deserte. Solo il bar di via XX Settembre rimane crocevia di umori, malesseri, giudizi. Da che è diventata di dominio pubblico la supposta omosessualità di Don Gabriel Tirla, in paese non si parla d’altro. 

Molti sfogliano il giornale quasi vergognandosi che debbano salire agli onori della cronaca certi argomenti, scuotono la testa e si stringono idealmente attorno al parroco. Non ci stanno ‘i veri fedeli di Poggi’, così come si sono autodefiniti in una lettera aperta, ad essere accostati alle voci di coloro che additano Don Gabriel quale uomo rigido, incurante delle tradizioni, intrattabile. 

«Siamo delusi e dispiaciuti – dicono – non ci spieghiamo come possa essere scaturita tanta cattiveria nei confronti di Don Gabriel. Ci dissociamo da quanto letto nei giorni scorsi sui giornali e ci teniamo a sottolineare che sono voci fuori dal coro perché il paese è compatto nell’appoggiare Don Gabriel e non mette in campo certe bassezze». 

Il giovane parroco, classe 1977, è giunto a Poggi dalla Romania un paio d’anni fa. Nonostante un ottimo curriculum e la giovane età (sinonimo spesso di energia e voglia di fare) Don Gabriel è stato accolto in maniera piuttosto ostile da alcune persone. Per la sua nazionalità, si dice, per il suo modo di fare molto diretto e apparentemente arrogante. 

Ma soprattutto perché Don Gabriel ha messo subito in chiaro una serie regole che i parrocchiani avrebbero dovuto osservare. Patti chiari e amicizia lunga insomma, un atteggiamento che non è stato ben assorbito da una porzione della comunità che si è vista spodestata e privata di quella libertà di azione conquistata con il precedente parroco. 

«Chi si è scagliato contro Don Gabriel lo ha fatto per ragioni personali piuttosto inconsistenti. Con il precedente “Don” tutto era concesso: sale per cene e feste, eventi più o meno ‘sacri’, mentre ora esiste una sorta di regolamento. Non crediamo ci sia nulla di male in tutto questo». 

Soprattutto se l’interlocutore, talvolta, è un esterno alla comunità religiosa, un non praticante.
«L’oratorio è sotto la responsabilità della chiesa ed è giusto che noi parrocchiani sottostiamo alle regole. Inoltre – aggiungono i “veri fedeli di Poggi” – Don Gabriel non si è mai opposto alle nostre richieste, semplicemente aveva delle condizioni dalle quali non si prescindeva. Ad alcune persone questo fatto scocciava, ed ecco la vendetta che hanno messo in atto». 

Ha dovuto affrontare non poche difficoltà Don Gabriel. Osteggiato da “pregiudizi immotivati”, da che sono state messe in giro certe voci ha visto dimezzarsi i cresimandi. Avrebbe dovuto impartire la cresima a dieci ragazzi, ma ben cinque sono stati ‘trasferiti’ a Piani. 

Nonostante tutto oggi lui appare sereno, amareggiato certo, ma sereno. Ha ricevuto moltissimi sms di sostegno dai suoi parrocchiani, ma altrettanti da coloro che non frequentano la chiesa. «Quello che è accaduto non è giusto – dice ancora la Poggi che sostiene Don Gabriel – noi tutti siamo addolorati e quest’oggi andremo in chiesa, credenti e non credenti, per appoggiare il nostro parroco, dimostrargli la nostra vicinanza e solidarietà. Don Gabriel è un uomo buono e onesto. Il suo privato deve restare tale e non deve influire sul suo ruolo di guida spirituale». 

Omosessuale o no, Don Gabriel resta per loro un esempio da difendere. «E’ un giusto – sussurra poi uno dei presenti – e questa, si sa, è spesso una qualità scomoda. Don Gabriel non ha mai lasciato spazio agli interessi privati di quel manipolo di persone che volevano fare i loro comodi. Se anche fosse gay, beh per noi non cambierebbe nulla, sarebbe comunque un uomo da rispettare e non mettere alla mercé dei maligni». 

Questa mattina, a fronte della lettera firmata da decine di abitanti, i “veri fedeli di Poggi” si raccoglieranno attorno al loro parroco nella sua casa, la chiesa, sperando di trasmettergli un po’ della fiducia e dell’affetto che tanto gli è mancato ultimamente



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Giocano ad attraversare la A7: fermati in tredici

Il Secolo xix


Pericoloso gioco in autostrada da parte di alcuni adolescenti liguri che hanno `sfidato’ il passaggio delle auto attraversando la strada a piedi. Tredici giovani sono stati identificati dopo che, inconsapevoli dei gravissimi rischi a cui andavano incontro, avevano più volte attraversato la carreggiata dell’autostrada A7 Genova-Bolzaneto, all’altezza del chilometro 127+800 in direzione sud.

Sul posto, grazie all’intervento della polizia stradale, si è evitato il peggio; i ragazzi, fra i 13 e i 16 anni, avevano abbattuto la rete di recinzione, posta nel lato sinistro della carreggiata, ed avevano iniziato una sorta di roulette russa attraversando l’autostrada in prossimità del passaggio delle auto.
Gli uomini della polizia stradale, in collaborazione con i carabinieri e la polizia municipale, sono riusciti a bloccare immediatamente il traffico e a identificare tutti i ragazzi. Hanno poi contattato i genitori ai quali hanno dato in custodia i minori, tutti di nazionalità italiana e residenti a Genova. Il pericoloso gioco è avvenuto nel tardo pomeriggio di oggi e, fortunatamente, non s è registrato nessun investimento.




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Libia, i passaporti avranno l'immagine di Gheddafi assieme a Berlusconi

Quotidianonet

 Tripoli, 27 marzo 2010



I nuovi passaporti per tutti i cittadini libici avranno con ogni probabilita’ l’immagine in filigrana del leader libico e del premier Silvio Berlusconi immortalati mentre si stringono la mano al momento della firma dell’Accordo di Amicizia e Cooperazione fra Italia e Libia

Mancano ancora alcune formalità
ma pare sicuro che i nuovi passaporti per tutti i cittadini libici avranno con ogni probabilita’ una nuova veste: l’immagine in filigrana del leader libico Muammar Gheddafi e del premier Silvio Berlusconi immortalati mentre si stringono la mano al momento della firma dell’Accordo di Amicizia e Cooperazione fra Italia e Libia nell’agosto del 2008 a Bengasi.



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Nel mausoleo di Franco 30 mila corpi Ha sepolto con lui i suoi oppositori

La Stampa

La tomba costruita dai dissidenti. Le salme dei repubblicani trafugate dalle fosse comuni. Le associazioni "Quella tomba diventi il simbolo delle vittime del franchismo"




MADRID

Dopo avere soffocato nel sangue la democrazia nella Guerra Civile del 1936-39, cosparso il Paese di fosse comuni con i cadaveri di decine di migliaia di oppositori, imposto alla Spagna 40 anni di dittatura, il caudillo Francisco Franco non ha voluto affrontare la morte da solo: nel suo faraonico mausoleo del “Valle de los Caidos” (Valle dei Caduti) oltre al suo cadavere ci sono quelli di altre 33.831 persone, secondo un censimento ufficiale realizzato dal governo del premier socialista Josè Luis Zapatero.

È, sottolinea oggi El Pais nel riferire i risultati del censimento, «la più grande fossa comune» di Spagna, e forse del mondo. Di 21.423 cadaveri si sanno i nomi, gli altri non sono identificati. Migliaia di corpi, sepolti nei muri della Basilica-Cripta attorno ai catafalchi del dittatore e di Josè Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange, erano di oppositori repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici uccisi dai franchisti o morti nei lavori forzati.

Lo stesso mausoleo venne costruito fra il 1940 e il 1958 da migliaia di “schiavi politici” costretti a scavare 200mila metri cubici di roccia per creare sotto terra lo spazio voluto dal Caudillo per la “cripta”. Il disegno iniziale del dittatore nel 1940 era di «perpetuare la memoria dei caduti della nostra gloriosa crociata» (il colpo di stato del 1936) e «la trascendenza di questa epopea», seppellendovi i corpi dei suoi miliziani caduti nel rovesciare la democrazia. Ma i cadaveri non bastavano, e cosi il regime decise di “fare numero” con i ben più numerosi corpi degli oppositori.

Vennero seppelliti nel mausoleo, spesso trafugandoli dalle fosse comuni nelle quali erano stati gettati, i corpi dei combattenti repubblicani, degli oppositori fucilati dai franchisti, le salme dei prigionieri politici schiavi, costretti a scavare la Cripta e a costruire la gigantesca croce di 150 metri che la sovrasta.

Per uno dei paradossi della Spagna tornata alla democrazia dopo la morte del dittatore nel 1975, i resti di Franco sono sempre nel mausoleo, tuttora parte del patrimonio nazionale. Poche per ora le voci che ne chiedono il trasferimento. Un altro scheletro nell’armadio del passato recente che la Spagna non ha voluto per ora riaprire. In nome della legge sulla “memoria storica” approvata cinque anni fa dal parlamento di Madrid i discendenti di diversi “rossi” (per il regime) seppelliti nel Valle de los Caidos accanto al loro aguzzino chiedono che i loro resti vengano identificati e restituiti alle famiglie. Il censimento ora ultimato è il primo passo in questa direzione.

L’impresa appare però gigantesca, per il numero altissimo di corpi seppelliti nella Cripta. A meno che venga accolta la proposta dell’Associazione per la Memoria Storica: che ad essere spostati e “restituiti alle famiglii” siano i corpi di Franco e Primo da Rivera e che il Valle diventi un monumento alle vittime della dittatura. La proposta però per ora non sembra godere di molti sostegni



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DHL, ovvero come appoggiare la censura

La Stampa


YOANI SANCHEZ


Un paio di anni fa mi recai negli uffici DHL nel quartiere di Miramar per inviare alcuni video fatti in casa ad amici che vivono in Spagna. L’impiegata mi guardò come se le avessi chiesto di trasferire in un’altra galassia una molecola di ossigeno. Senza neppure toccare la cassetta del Mini DVD, mi disse che la filiale avanera accettava di trasportare soltanto modelli VHS.

Pensai che si trattasse di una questione di grandezza, ma la spiegazione dell’impiegata fu ancora più sorprendente: “Le nostre macchine per visualizzare il contenuto leggono solo le cassette grandi”. Di fronte alla mia insistenza, la donna sospettò che al posto del volto sorridente di mio figlio, volessi spedire all’estero “propaganda nemica”. Tornai frustrata a casa - dove non mi arriva mai la posta normale - e dopo un po’ di tempo ho avuto ancora bisogno dei servizi di questa impresa tedesca.

Vista l’impossibilità di recarmi in Cile per presentare il mio libro Cuba Libre, la casa editrice (http://www.editorialmarea.com.ar/) mi ha spedito, pochi giorni fa, dieci esemplari in una busta con sopra scritto “espresso”. Né le numerose chiamate telefoniche all’ufficio situato al primo angolo di calle 26, né la mia presenza sul posto, sono riuscite a farmi entrare in possesso di una cosa che mi appartiene. “Il suo pacchetto è stato confiscato”, mi hanno detto questa mattina, anche se in realtà avrebbero dovuto essere più onesti e confessarmi: “Il suo pacchetto è stato rubato”. Si tratta degli stessi testi che, senza usare violenza verbale, pubblico su Web da tre anni, ma i censori della dogana hanno inoltrato il plico come se contenesse un manuale per fabbricare bombe Molotov.

Adesso che i giornali di tutto il mondo raccontano la fine della diatriba tra Google e la censura cinese, le imprese straniere con sedi a Cuba continuano a rispettare i filtri ideologici imposti dal governo. Con aria di efficienza, tradizione di immediatezza e motti stile “Keep an eye on your package”, DHL ha accettato di valutare politicamente i suoi clienti. Non farlo le costerebbe l’espulsione dal paese con conseguente perdita economica, per questo passa sopra alla inviolabilità della corrispondenza e gli impiegati guardano da un’altra parte quando qualcuno chiede che venga restituito ciò che gli appartiene. I colori rosso e giallo che rappresentano l’azienda non mi erano mai sembrati così stridenti. Guardandoli oggi sento che al posto della celerità e dell’efficienza ci stanno avvertendo: “Attento! La tua corrispondenza non è sicura neppure tra le nostre mani”.


Immagine presa da: http://media.photobucket.com/
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Usa, prima causa: paghi la Santa Sede

La Stampa

L'avvocato di una vittima in Oregon: «E' Roma a dover rispondere, i preti sono suoi impiegati»
MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK


In Oregon e Kentucky due giudici federali hanno ammesso altrettante cause legali di vittime della pedofilia contro il Vaticano, aprendo per la prima volta la porta allo scenario di una Santa Sede obbligata negli Stati Uniti a difendersi in tribunale dal rischio di condanne a risarcimenti economici difficili da calcolare.

In Oregon l’azione legale è stata intentata dalla vittima di presunti abusi sessuali commessi da un prete proveniente dall’Irlanda, passato per Chicago e quindi arrivato a Portland accompagnato da costanti denunce di molestie. La tesi dei suoi avvocati è che «tutti i preti del mondo sono impiegati del Vaticano» e dunque a rispondere delle loro azioni in ultima istanza deve essere il Papa. Un tribunale federale ha considerato valida tale base legale, ammettendo la causa contro il Vaticano. La Santa Sede ha risposto dando mandato ai propri legali di fare appello alla Corte Suprema, chiedendo che il verdetto federale sia cancellato per evitare di arrivare a dibattere in aula.

In attesa che la Corte Suprema si pronunci, un caso analogo si registra in Kentucky, dove a fare causa sono tre vittime che accusano altrettanti preti di averle molestate in un periodo che va dagli Anni 20 agli Anni 70. In Kentucky l’avvocato delle parti lese, William McMurry, ha convinto il giudice federale ad accettare la causa contro il Vaticano, affermando di «voler accertare quanto la Santa Sede seppe e che cosa seppe» riguardo ai presunti abusi contestati. «Si tratti di lettere di vescovi o di conversazioni con vescovi, vogliamo sapere che cosa il Vaticano seppe e quali istruzioni diede» ha spiegato McMurry al «Washington Post», sottolineando come l’intento sia quello di ottenere «documenti ufficiali vaticani» inerenti alla causa intentata.

Ciò significa che, se la Corte Suprema dovesse respingere gli appelli dei legali della Santa Sede, le autorità vaticane potrebbero trovarsi presto a dover presentare nei tribunali dell’Oregon e del Kentucky testimoni e documenti, pena l’incriminazione. Si tratta di un’accelerazione significativa delle cause per pedofilia già intentate da centinaia di vittime negli Usa, perché finora l’obiettivo erano stati singoli preti, Chiese o diocesi locali. Adesso invece è la Santa Sede - e dunque il Papa - a poter essere chiamata a rispondere degli abusi sessuali commessi sul territorio degli Stati Uniti.

«Se il problema è diventato di simili dimensioni per la Chiesa cattolica è perché il Vaticano opera in maniera arrogante, chiusa. Finora è riuscito a rimanere impenetrabile alla legge, ma noi abbiamo fatto un passo per riuscire ad aprire questa porta» dice Jeff Anderson, avvocato di numerose vittime, impegnato nella battaglia legale in Oregon. E all’origine dei documenti pubblicati dal «New York Times», che chiamano in causa Joseph Ratzinger per il mancato licenziamento, alla fine degli Anni 90, di un prete del Wisconsin colpevole di pedofilia.

L’intento di legali come Anderson e McMurry è quello di appurare se gli abusi rimasero segreti e i responsabili non vennero puniti a causa di protocolli vaticani che, dal 1922, regolano la gestione di simili situazioni. A respingere le accuse in arrivo dagli Usa è il portavoce della Santa Sede, Federico Lombardi, secondo il quale «non si può non riconoscere lo sforzo straordinario di prevenzione compiuto» e si deve «prendere atto che il numero delle accuse di abuso è sceso nell’ultimo anno di oltre il 30% e la maggior parte riguarda fatti di oltre trent’anni fa».




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Le amicizie imbarazzanti del moralista Di Pietro

di Redazione

C’è qualcosa di incredibile nella sequenza di scatti, messi in fila, dove di volta in volta Di Pietro siede e banchetta con qualcuno. Ovvero: col boss bulgaro Ilya Pavlov (commensale di Tonino nel 2002, foto pubblicata da Panorama) o con Bruno Contrada (condannato per collusione con la mafia) o anche con Vincenzo Rispoli, sotto processo con l’accusa di essere un boss della ’ndrangheta (foto pubblicata ieri da Libero). E ora si scopre che un amico americano, Randy Stelk, fotografato con Tonino nel 2000, fu poi arrestato per una megatruffa in Florida. Delle due l’una: o Di Pietro ha una incredibile malasorte nella scelta delle compagnie oppure è un po’ avventato nelle frequentazioni.



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Il misterioso silenzio del procuratore che coprì Tonino "007" alle Seychelles

di Gian Marco Chiocci

Il magistrato Cannizzo, all'epoca superiore dell'ex pm, ha sempre negato si sapere di quel viaggio. Ma ora spunta la nota informativa del 1985 che prova il contrario. Il leader Idv sostiene di aver informato subito le autorità. Ma lo fece un mese e mezzo dopo

 

nostro inviato a Bergamo


Su Antonio Di Pietro magistrato-007 impegnato a dar la caccia in vacanza al faccendiere Francesco Pazienza nascosto alle Seychelles, abbiamo visto come al termine dei suoi accertamenti nell’isola dell’Oceano Indiano il 15 gennaio 1985 compilò un «rapporto informativo riservato» sul latitante che mezzo mondo temeva e cercava.

Quel rapporto era talmente «riservato» che a parte i giudici del processo sul crac Ambrosiano nessuno aveva mai avuto la possibilità di dargli un’occhiata anche solo per capire come mai un pubblico ministero di Bergamo s’era ritrovato a svolgere, da solo, dall’altra parte del mondo, investigazioni porta a porta su un soggetto pericolosissimo con modalità che per molti ricalcano un modus operandi da ispettore di polizia o da agente segreto.

A venticinque anni dalla stesura di quel rapporto per mano di Di Pietro, ieri il Giornale ha recuperato il documento rendendolo noto a tutti. E i dubbi, anziché dissolversi, si sono moltiplicati. Prendete ad esempio l’allora diretto superiore di Tonino, il procuratore capo di Bergamo, Giuseppe Cannizzo. Ha sempre negato d’aver saputo delle investigazioni molto particolari di Tonino alle Seychelles.

L’ha confermato più volte al collega Filippo Facci, che nel suo libro sull’ex toga molisana («Di Pietro, la storia vera») ha riportato un virgolettato dell’alto magistrato orobico, mai smentito: «A me non è mai arrivato nulla. Se fosse arrivato un rapporto del genere l’avrei saputo, ero il capo della Procura. Per quanto ne so, Di Pietro era in vacanza». Che fosse in vacanza, è agli atti. Che vi fosse andato per le «ferie di Natale», come sostiene Tonino, è un’anomalia visto che il viaggio lo fece a novembre anziché a dicembre. Un dettaglio insignificante.

Ma quel che insignificante non è lo troviamo invece fra gli incartamenti allegati al «rapporto informativo», dove a firma del procuratore Giuseppe Cannizzo spicca una sua nota inviata alla Procura di Milano e a quella di Roma con la quale il superiore di Tonino – quello che ha sempre negato di sapere delle indagini alle Seychelles - il 18 gennaio 1985 girava il documento del pm-007 redatto dal suo sostituto tre giorni prima.

«Per opportuna conoscenza – scriveva Cannizzo – si trasmette l’allegato rapporto informativo riservato redatto dal sostituto procuratore della Repubblica dott. Antonio Di Pietro». Perché Cannizzo abbia ripetutamente sostenuto di essere all’oscuro delle indagini del suo ex pupillo, non si capisce. Così come riesce poco chiaro interpretare i silenzi di Tonino sulle certezze espresse dal suo capo dell’epoca. E ancora.

Di Pietro ha recentemente dichiarato che al suo ritorno in Italia dalle Seychelles informò «immediatamente» le «competenti autorità». E «fu per questo che scrissi una relazione che inviai al dottor Domenico Sica che era il magistrato che stava indagando proprio su Francesco Pazienza e che aveva disposto la cattura e le ricerche». Scrisse una relazione che inviò a Sica, così dice Tonino. Agli atti, però, esiste solo la lettera di trasmissione inviata dall’allora procuratore Cannizzo all’allora collega procuratore capo di Roma. Esiste un’altra relazione? Precedente a quella del 18 gennaio 1985, posto che Di Pietro parla di aver informato «immediatamente» le autorità competenti di ritorno dal viaggio alle Seychelles?

E se Di Pietro è partito per le sue vacanze nell’Oceano Indiano il 20 novembre e rientrò in Italia al massimo tre settimane dopo, di fronte a notizie così importanti su un latitante del calibro di Pazienza perché aspettò il 15 gennaio dell’anno successivo per girarle al suo capo che poi le smistò a Roma e Milano? E questo vuol dire «informare immediatamente» le competenti autorità?

Con oltre un mese di ritardo? Non è che tante volte Antonio Di Pietro ufficiosamente informò «immediatamente» le «competenti autorità» e solo successivamente ufficializzò quelle informazioni facendone partecipe il suo capo? L’interrogativo viene spontaneo se si ha la pazienza di leggere il capitolo del libro di Francesco Pazienza, mai smentito da Di Pietro, sui misteri delle Seychelles.

Pagina 441 de Il Disubbidiente, edito da Longanesi. Pazienza racconta di quanto gli riferirono gli agenti segreti locali, con i quali era in contatto, per capire chi diavolo fosse quel turista italiano che nell’isola si muoveva con circospezione, faceva foto di nascosto, chiedeva notizie sul faccendiere: «Lo state registrando?» domandò Pazienza agli 007 delle Seychelles. «Sì – rispose Kim, il capo dell’intelligence - ogni sera chiama l’Italia. Ma non abbiamo ancora ben capito che cosa dice. Parla solo italiano. Abbiamo però l’impressione che informi qualcuno sulle ricerche che sta facendo sull’isola».

Un suo rapporto su Di Pietro alle Seychelles, con un sunto di quelle intercettazioni, Pazienza se lo era conservato. Lo custodiva gelosamente in una cartellina blu indaco come il mare dell’arcipelago indiano, cartellina scomparsa in circostanze rocambolesche che ruotano intorno, ancora un volta, ad Antonio Di Pietro. Che Pazienza incontrò anni dopo, ripetutamente: una prima volta nel gennaio del ’93, in piena era di Mani pulite, in una pausa del processo Armanini fecero una sorta di «rimpatriata» – così la definì Pazienza nel suo libro – su quanto accaduto anni prima alle Seychelles. «Di Pietro ammise di aver passato al suo collega romano (Sica, ndr) tutte le informazioni che aveva raccolto su di me alle Seychelles».

Il secondo incontro, compulsando sempre i ricordi di Pazienza sciorinati ne Il Disubbidiente, avvenne il 19 luglio 1994, cinque mesi prima dell’addio di Tonino alla toga. «Mi chiese che se ero disponibile a dargli una mano in un’attività che non aveva niente a che fare con Mani pulite». Un terzo faccia a faccia si consumò nell’ufficio di Di Pietro il 14 ottobre successivo: «La mattina, mentre mi trovavo in auto diretto a Milano da Di Pietro, ricevetti sul cellulare una comunicazione dal mio ufficio di la Spezia: alcuni ufficiali dei carabinieri si erano da poco presentati con un ordine di perquisizione alla ricerca di documenti riguardanti i miei rapporti con la contessa Francesca Augusta e Maurizio Raggio.

Rimasi completamente indifferente di fronte a quella notizia perché non avevo avuto mai nulla a che spartire col denaro dell’onorevole Craxi». Arrivato a Milano, il faccendiere chiese all’allora eroe di Mani pulite se fosse stato lui a ordinare la perquisizione nel mio ufficio. «Non realizzo», fu la risposta di Di Pietro. L’indomani, di ritorno in ufficio a La Spezia, Pazienza diede un’occhiata per controllare che durante la perquisizione i militari non avessero mischiato le carte. «Mi accorsi che era tutto al suo posto, tranne il dossier sulle Seychelles: era sparito, pur non avendo niente a che fare con i miei rapporti con la contessa Augusta».

Pazienza andò a leggere il decreto di sequestro e apprese che non era stato stilato come si doveva. Il riferimento alla cartellina blu indaco, ad esempio, non c’era. Si parlava genericamente di sequestro di una «scatola con documenti. In quella scatola c’erano i segreti delle investigazioni private di Antonio Di Pietro. La cartellina blu da allora non si è più trovata. Chissà se da qualche parte, prima o poi, come per il rapporto riservato di Tonino alle Seychelles, uscirà fuori. Sarebbe interessante sapere a chi telefonava in Italia, ogni sera, dalla stanza dell’hotel Sans Souci di Mahé, il turista fai da te, magistrato a Bergamo.


gianmarco.chiocci@ilgiornale.it




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Caso Boffo Avvenire: «Ancora parole gravi». Feltri: «Solo dati di fatto»

di Redazione


Neanche la sospensione di sei mesi inflitta dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia al direttore del «Giornale» Vittorio Feltri ha smussato l’animosità di «Avvenire», il cui direttore Marco Tarquinio ha dedicato ieri al caso il suo editoriale. Questa volta nel mirino del successore di Dino Boffo alla guida del quotidiano cattolico è finita la battuta con cui Feltri ha accolto venerdì la sanzione: in essa il direttore del «Giornale» si rammaricava di «non essere un prete pedofilo (...) ma di essere semplicemente un giornalista che non può godere, quindi, della protezione del vescovi».

Feltri ha espresso, scrive Tarquinio, «parole di una gravità intollerabile» e «peccato per gli uomini politici che sono stati così avventati da tenere bordone al direttore del “Giornale”». Uomini politici come il ministro dell’Istruzione Gelmini, per la quale «la sospensione è arrivata con un tempismo molto sospetto, a poche ore dal voto», come Mario Baccini, leader dei cristiano-popolari del Pdl, che giudica «grave mettere il bavaglio a Feltri» o il sottosegretario Carlo Giovanardi, per il quale «questa sospensione è davvero senza senso».

«“Avvenire” - ha risposto ieri Feltri - è libero di scrivere quel che crede, ci mancherebbe altro, io ho solo espresso le mie opinioni dopo la sospensione. Ho solo detto - ha sottolineato - che non godo delle protezioni avute da un prete pedofilo o dai giornalisti di sinistra, che si coprono l’un l’altro. È un dato di fatto, e lo scrivono tutti i giornali, che sono accadute vicende che hanno coinvolto sacerdoti riguardo la pedofilia. Qualcuno, non so chi, un vescovo, un cardinale, li avrà pur dovuti coprire. Ecco, io ho solo voluto intendere che non godo di queste protezioni».



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