lunedì 29 marzo 2010

Mistero Claps, nel 2008 i Restivo volevano conoscere "il luogo esatto" delle ricerche

Quotidianonet


“Il Quotidiano della Basilicata” rivela come la famiglia di Danilo Restivo, l'unica persona accusata di omicidio, nel 2008 tempestò di telefonate l’avvocato Marinelli per sapere dove gli investigatori avrebbero cercato il corpo di Elisa. Telefonate intercettate, non utilizzabili perché tra cliente e legale, ma giudicate “importantissime" dagli investigatori


Potenza, 29 marzo 2010



C'era una certa ansia nelle circa quindici telefonate fatte dalla famiglia Restivo in un giorno per conoscere “il luogo esatto” in cui la polizia avrebbe controllato l’eventuale presenza del corpo di Elisa Claps. La famiglia di Danilo Restivo, la persona che probabilmente per ultima vide la ragazza ancora in vita, ad oggi l’unica accusata di omicidio, occultamento di cadavere e violenza sessuale, nel 2008 tempestò di telefonate l’avvocato Mario Marinelli per sapere dove gli investigatori avrebbero cercato il corpo di Elisa.

“Nel mese di dicembre del 2008 - rivela oggi “Il Quotidiano della Basilicata” - la procura di Salerno aveva disposto una perquisizione in alcuni terreni, nell’immediata periferia della città di Potenza, di proprietà della ditta Spix, una società per cui aveva lavorato, anche se per poco tempo, Danilo Restivo.

L’atto che disponeva la perquisizione - continua Il Quotidiano - era stato notificato all’avvocato della famiglia Restivo quella mattina, ma non riportava il luogo in cui si sarebbe svolta.

Le telefonate da quel momento in poi diventano frequenti: “Una quindicina nel corso della giornata”, conferma un investigatore”.

La perquisizione diede esito negativo (il corpo della ragazza è stato ritrovato il 17 marzo scorso nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza) ma fino a quando i Restivo non appurarono il luogo in cui la polizia avrebbe cercato, “avevano manifestato una certa ansia”.

Le telefonate intercettate tra la famiglia Restivo e l’avvocato Marinelli, secondo il quotidiano lucano, sono racchiuse in un’informativa inviata alla Procura di Salerno titolare dell’inchiesta. Sono “inutilizzabili ai fini processuali” perché “le intercettazioni tra avvocato e cliente non possono entrare nei processi” ma per gli investigatori sono state giudicate “importantissime”.

“Ora - è scritto ancora sul Quotidiano della Basilicata - gli investigatori stanno rileggendo quelle telefonate, nella speranza di trovare qualche riferimento alla Chiesa della Ss. Trinità”.




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Arrestato il maresciallo Testini

Corriere della Sera


Accusato di aver ucciso il pusher Cafasso. Il legale: «Arresto annunciato. Non da paese civile»


MILANO - I carabinieri del Ros hanno arrestato il maresciallo Nicola Testini accusato dell'omicidio di Gianguerino Cafasso, il pusher coinvolto nell'inchiesta sul presunto ricatto ai danni dell'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. L'uomo è stato arrestato nella sua abitazione ad Adelfia (Bari).

L'uomo è accusato, oltre che dei reati contestati ai suoi colleghi già finiti in carcere, del reato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dall'utilizzo di una sostanza venefica. Cafasso sarebbe infatti rimasto ucciso da una dose di cocaina «tagliata» con eroina. Il decesso del pusher risale al 12 settembre scorso.

L'uomo è stato trovato senza vita in un hotel sulla Salaria. L'arresto è stato eseguito in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Roma, Renato Laviola, su richiesta del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del sostituto Rodolfo Sabelli.

ACCUSATO DALLA CONVIVENTE TRANS - Testini era già stato arrestato lo scorso ottobre in relazione al ricatto nei confronti dell’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. Il tribunale del riesame lo aveva però rimesso in libertà. Al momento il sottufficiale era in attesa di un nuovo pronunciamento dopo che la Cassazione aveva annullato il provvedimento con il quale era stato scarcerato. Nel caso della morte di Cafasso, il maresciallo è chiamato in causa dalla convivente trans del pusher. La brasiliana avrebbe detto agli inquirenti che fu proprio Testini a fornire a Cafasso la dose di droga rivelatasi letale.

ARRESTO ANNUNCIATO - «L'arresto di Nicola Testini era stato annunciato a mezzo stampa» e, dunque, «non sorprende più di tanto». Lo afferma, con amarezza, l'avvocato Valerio Spigarelli che, assieme alla collega Marina Lo Faro, difende il maresciallo dei carabinieri . «L'unico aspetto positivo della vicenda - prosegue il penalista - è che adesso ci potremo difendere dalle accuse come è successo la volta precedente quando poi il tribunale del riesame ci ha dato ragione». «Quello che è successo a Testini - conclude Spigarelli - non è da paese civile».

Redazione online
29 marzo 2010




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Ecco il fattore Beppe Grillo: toglie 3 punti al centrosinistra

Corriere della sera

E lui smorza gli entusiasmi: «Non conosco i risultati. Stavo dormendo»



MILANO
- «Non sto seguendo i risultati». Si sorprende Grillo al telefono quando gli chiediamo un commento sul voto. «Stavo dormendo» afferma con voce calma e assonnata.
Ma non ha sentito i risultati?
«Quali risultati? Non ci sono risultati, sono preconfezionati». E se gli illustriamo le percentuali regione dopo regione e se parliamo di exploit delle sue liste? Smorza l'entusiamo con un «ancora è presto». E quando gli chiediamo se i buoni risultati del suo movimento hanno danneggiato il centrosinistra, Di Pietro compreso, chiude in fretta la telefonata con un «così non mi piace, non mi piace».

I DATI - Dunque il «Movimento a cinque stelle» di Beppe Grillo, qualora fossero confermate le prime proiezioni, supera in molte regioni il 3 per cento. In Piemonte, raccogliendo i malumori del popolo «No tav», addirittura impedirebbe la vittoria di Mercedes Bresso, premiando invece il candidato leghista Roberto Cota. Infatti i dati del ministero dell'Interno, aggiornati alle 17 e 47, assegnano a Davide Bono, candidato del movimento fondato dal comico genovese, il 3,54 per cento dei voti. La distanza tra Bresso e Cota, al momento è di 2,8 punti percentuali. In Lombardia il candidato grillino Vito Crimi raccoglie il 2,94% mentre al Movimento 5 Stelle va il 2,08%. In Veneto David Borrelli raccoglie il 3,10% dei consensi e il movimento 5 Stelle il 2,60%. In Campania, il candidato 5 Stelle prende il 2,03% e addirittura in Emilia Romagna il candidato presidente di Grillo Giovanni Favia prende il 6.63%, con la lista del Movimento 5 stelle al 5,70%. In alcuni casi, si tratta di percentuali che superano quelle raggiunte nelle stesse regioni dall'Italia dei Valori. E Di Pietro non può che congratularsi: «Un bel risultato». Sul blog del comico genovese, non è ancora comparso un commento di Grillo. Il voto, secondo le agenzie, viene seguito con assiduità dai militanti grillini. Dai militanti però, perché Grillo sembrava davvero essersi appena svegliato dalla pennichella pomeridiana.

Nino Luca
29 marzo 2010





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L'Fbi arresta miliziani cristiani

Corriere della Sera


Preparavano attentati contro i musulmani in America. Erano tutti adepti della Hutaree.

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WASHINGTON – Dopo il terrorismo islamico, il terrorismo cristiano? Nel timore che preparassero attacchi e attentati contro i musulmani in America, l’Fbi, la polizia federale, ha arrestato alcuni leader di una milizia, la Hutaree (il nome significherebbe “Guerrieri di Dio”) che afferma di combattere gli anti Cristo. La Hutaree, che si definisce “milizia cristiana”, è basata nella cittadina di Adrian nel Michigan e ha iscritti in Ohio e in Indiana. Secondo l’Fbi, predicherebbe una crociata contro l’Islam.


ARRESTI IN TRE STATI - La polizia federale ha fatto una retata dei suoi leader in tutti e tre gli stati, la prima del genere. Gli arresti andrebbero da otto a dieci. A quanto riferito da Mike Lackomar, il capo della Milizia volontaria del Michigan, la Hutaree «è una setta religiosa armata», non una associazione paramilitare consentita dalla legge. Essa ritiene che la fine del mondo sia prossima, ha spiegato, e che sia suo compito schierarsi con le forze del Signore contro quelle di Satana.

«Noi collaboriamo alle indagini dell’Fbi» ha aggiunto Lackomar. Il capo miliziano ha precisato di avere ricevuto una richiesta di aiuto da un leader di Hutaree al momento del raid della Fbi, ma di averla respinta: «In passato i suoi membri si esercitarono con noi, ma recentemente abbiamo ridotto i rapporti. Noi siamo semplici patrioti». Sugli arresti e sugli obbiettivi di Hutaree l’Fbi mantiene un rigido riserbo.

Ma secondo Dawud Walid, il direttore del Consiglio sulle relazioni tra l’America e l’Islam nel Michigan, l’operato della setta ha messo in allarme la comunità musulmana. Stando alla tv Abc, che lo ha chiamato «un gruppo di estremisti di destra», l’Fbi avrebbe raccolto le necessarie prove a carico di Hutaree.

ACCUSE ALLA POLIZIA FEDERALE - A un sito internet, un membro della milizia cristiana in fuga lo ha però negato, accusando la polizia federale di dare la caccia «alle nostre mogli e ai nostri bambini». Un chiaro riferimento a due traumatici episodi degli Anni novanta in cui perirono donne e minori. Negli Anni novanta, a Ruby ridge e a Waco nel Texas l’Fbi combatté due battaglie prima contro estremisti di destra poi contro la setta dei davidiani, facendo numerose vittime. Sulla scie delle due tragedie, si moltiplicarono le milizie che rivendicano la libertà degli americani di armarsi in base alla Costituzione, e rimproverano a Washington di aver ordito una congiura a danno della libertà dei cittadini assieme a un misterioso governo mondiale.

Nel ‘95, Timothy McVeigh, un loro giovane simpatizzante, fece esplodere il Palazzo federale di Oklahoma city, uccidendo 167 persone, la strage più grave della storia americana prima di quella delle Torri gemelle di Manhattan nel 2001. Da allora, l’Fbi ha operato periodici arresti tra le milizie, in genere per complotti o detenzione abusiva di esplosivi, soprattutto nel sud, dove operano la Arizona viper militia, la Georgia republic militia, la Oklahoma consititutional militia e altre. Le milizie annoverano in tutto migliaia di iscritti, sono di solito formate da bianchi, e alcune di esse sono razziste.

Ennio Caretto
29 marzo 2010




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A Bocchigliero lo sciopero del voto Neppure il tre per cento alle urne

La Stampa


"Ci asteniamo abbandonati dallo Stato" E alla contestazione aderisce il sindaco "Qua non c'è più niente, tutti in fuga"






BOCCHIGLIERO (COSENZA)


È riuscito lo sciopero del voto proclamato a Bocchigliero, piccolo centro dell’entroterra cosentino, proclamato per protestare contro lo Stato che avrebbe abbandonato le realtà interne del paese.

Già dopo i dati sull’affluenza di ieri, si era capito che la protesta sarebbe riuscita, ma la conferma è giunta oggi a conclusione del voto. A Bocchigliero, infatti, solo 74 persone, 49 uomini 25 donne, sono andati a votare su un totale di aventi diritto di 2.594, per una percentuale di appena il 2.85%.

Secondo gli abitanti di Bocchigliero, lo Stato li ha abbandonati, in particolare rappresentanti istituzionali e politici, perchè sono state fatte in passato promesse di aiuto che sono rimaste puntualmente inevase. L’astensione dal voto, dunque, non è stata una protesta contro il Comune. Anzi. Lo stesso sindaco, Luigi De Vincenti, vi ha aderito. «Qua - ha detto il sindaco - non c’è più niente». Gli abitanti del paese contestano anche il numero degli aventi diritto. Secondo loro e secondo De Vincenti, infatti, gli abitanti del piccolo centro non sono più di 1.500 a causa della forte emigrazione dovuta alla mancanza di prospettive.




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Bergamo, dà fuoco al suocero: preso senegalese

di Redazione

Tragedia famigliare in provincia di Bergamo. Alla base del diverbio la causa di separazione tra l'immigrato e la moglie. Coinvolti nell'incendio anche suocera e cognata. L'uomo è grave: ricoverato in ospedale



Bergamo - Dopo una violenta lite familiare a causa della separazione in corso dalla moglie, ha prima cosparso il suocero con un liquido infiammabile e poi ha cercato di dargli fuoco con un accendino. È accaduto a Borgo di Terzo, nella bergamasca, ieri sera attorno alle 21.55. Protagonista è il cittadino senegalese M. M., classe 1977, regolare, disoccupato, già noto per reati contro la famiglia. I 

La ricostruzione della tragedia E' ricoverato in pericolo di vita, con ustioni di secondo e terzo grado sul 90% del corpo, l’uomo di 59 anni che ieri sera è stato aggredito dal genero senegalese di 33 anni nel cortile della sua abitazione di Borgo di Terzo. L’immigrato, al culmine di una lite coi familiari, ha gettato della benzina addosso al suocero e ha dato fuoco, ferendo in maniera più lieve anche la moglie, il figlio di otto mesi, la suocera e la cognata. Prima dell’arrivo dei carabinieri, il senegalese si è inferto alcune coltellate al torace, forse nel tentativo di togliersi la vita, ed è ora piantonato in ospedale in stato di arresto, con l’accusa di tentato omicidio. Anche lui è in prognosi riservata e rischia la vita, con un polmone perforato da uno dei fendenti. 

Le cause della lite Il fatto è successo nella tarda serata di ieri in una villetta di Borgo di Terzo, in via Pezzotta. La discussione è scoppiata a causa della separazione in corso tra l’arrestato e la moglie, un’impiegata italiana di 37 anni. La lite è degenerata al punto che l’immigrato, dopo aver minacciato i familiari con un coltello, ha cercato di compiere una strage. Oltre al suocero sono rimasti ustionati anche il figlio di otto mesi, già dimesso dall’ospedale e giudicato guaribile in otto giorni, la moglie, che è tuttora ricoverata in osservazione, la cognata e di 27 anni e la suocera di 57 anni, entrambe dimesse con una prognosi di 20 giorni per ustioni alle gambe. 

In casa c’era anche il primo figlio del senegalese, di appena due anni, che è stato medicato al pronto soccorso per una sospetta intossicazione dal fumo causato dalle fiamme, ed è stato dimesso con un paio di giorni di prognosi. I militari hanno sequestrato nell’abitazione anche quattro coltelli. L’arrestato, che ha precedenti penali per reati contro la persona e il patrimonio, è piantonato alle cliniche Gavazzeni di Bergamo. 




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Usa, colpito da un fulmine rimane illeso

La Stampa

Una terribile avventura, fortunamente a lieto fine.
Protagonisti due ragazzi statunitensi che si trovano in una zona di campagna durante un temporale.
Ad un tratto uno di loro viene scaraventato a terra dalla forza di un fulmine che si abbatte sulla sua auto.
Il giovane viene soccorso, ma è solo stordito dal botto.
Le immagini del miracolo fanno subito il giro della Rete.

Video



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Bolzano, arrestato l'aiuto parroco È accusato di abusi su 4 chierichetti

Corriere della Sera



Un 28enne in manette a Varna. Sequestrati nella sua abitazione file, foto e video, di natura pedopornografica. I fatti sarebbero avvenuti tra il 2006 e il 2009
Bolzano, arrestato l'aiuto parroco . È accusato di abusi su 4 chierichetti

Un 28enne in manette a Varna. Sequestrati nella sua abitazione file, foto e video, di natura pedopornografica

MILANO - Un laico 28enne, responsabile dei chierichetti di Varna, un paesino di quattromila abitanti in valle Isarco, è stato arrestato con l'accusa di violenza sessuale su minori e di produzione e detenzione di materiale pedopornografico. L'aiuto parroco operava anche in altre associazioni giovanili del paese che si trova vicino Bressanone.

L'inchiesta del commissariato di Bressanone, coordinata dal pm bolzanino Donatella Marchesini, è stata avviata lo scorso dicembre dopo la denuncia di una madre, alla quale si sono poi aggiunte quelle di altre tre mamme. Un appello è stato fatto dal pubblico ministero alle famiglie per segnalare eventuali casi di abusi sessuali.

MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO - I fatti, contestati all'uomo, sono avvenuti tra il 2006 al 2009 e riguardano per il momento quattro ragazzini, tra 11 e 14 anni. L'arrestato si occupava delle attività giovanili anche all'interno delle sezioni locali del club alpino sudtirolese Alpenverein, dei vigili del fuoco volontari e della Caritas. Sul computer, sequestrato nell'abitazione dell'uomo, sono state rinvenute numerose foto e un filmato con esplicito contenuto pedopornografico. I file erano stati cancellati, quando l'uomo da voci di paese era venuto a conoscenza della denuncia a suo carico, ma sono stati ripristinati da periti informatici della procura di Bolzano.

Le immagini sono state raccolte dall'uomo in varie occasioni, comprese i soggiorni estivi e le gite dei chierichetti. Il parroco di Varna, informato alcune settimane fa dalla procura sull'inchiesta in corso, ha immediatamente sospeso l'uomo da ogni attività. Il magistrato non esclude che il numero delle vittime possa salire, anche perché non tutti i bambini ritratti sulle foto e nel filmato sono stati identificati. Il pm ha perciò rivolto un appello alle famiglie coinvolte di segnalare eventuali abusi al commissariato di Bressanone oppure alla procura di Bolzano.

Redazione online
29 marzo 2010





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Cassazione: "No al sequestro dell'auto di proprietà del padre di un ragazzo sospreso alla guida ubriaco"

Quotidianonet

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 11791 del 26 marzo 2010, ha respinto il ricorso della Procura di Vercelli che contestava il dissequestro di un`automobile appartenente al padre di un ragazzo fermato mentre guidava in stato di ebbrezza alcolica

Roma, 29 marzo 2010

L`automobile di proprietà del padre di un ragazzo sorpreso a guidare ubriaco, anche se il genitore è a conoscenza del fatto che il figlio è già stato fermato per guida in stato di ebbrezza, non può essere sequestrata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 11791 del 26 marzo 2010, ha respinto il ricorso della Procura di Vercelli che contestava il dissequestro di un`automobile appartenente al padre di un ragazzo fermato mentre guidava in stato di ebbrezza alcolica. Secondo la pubblica accusa, si legge sul sito Cassazione.net, la misura cautelare era legittimata dalla negligenza del padre che era a conoscenza di un episodio simile, avvenuto anni prima.

La sesta sezione penale non ha condiviso questa tesi e ha dichiarato inammissibile il ricorso precisando che “il tribunale del riesame, esaminando tutti gli elementi di fatto esistenti agli atti, ha ritenuto che la conoscenza da parte del padre del fatto che il figlio, all’età di vent’anni, avesse commesso un reato di cui all’articolo 527 del codice penale e fosse stato colto in stato di ebbrezza alcolica alla guida di un’autovettura, in assenza di altri elementi, non era idonea a fondare un giudizio di rimproverabilità per omessa sorveglianza sul comportamento dell’indagato: la conoscenza di tali precedenti (risalenti a sei anni prima dell’episodio all’origine dell’attuale procedimento penale) non valeva a escludere la buona fede del padre, in quanto non era ragionevolmente esigibile che il padre si rifiutasse di prestare l’autovettura al figlio, in assenza di più recenti e attuali comportamenti in base a cui prevedere la ulteriore commissione di reati come quello per cui si procede”.





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Manoscritto di Pasolini, la procura di Roma sentirà Dell'Utri

Quotidianonet

Il senatore del Pdl dovrà spiegare ai magistrati se è vero o no che sia in possesso o abbia letto le 78 pagine del romanzo postumo 'Petrolio', pagine in cui si farebbe riferimento a vicende che chiamano in causa l’Eni, a cominciare dalla morte di Enrico Mattei e si spiegherebbe l'omicidio dello scrittore

Roma, 29 marzo 2010


Marcello Dell’Utri sarà sentito dalla procura di Roma, come persona informata sui fatti, nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini, assassinato all’Idroscalo di Ostia la notte tra il primo e il 2 novembre del 1975. Il senatore del Pdl dovrà spiegare ai magistrati se è vero o no che sia in possesso o abbia letto il manoscritto di 78 pagine, riconducibile al capitolo scomparso di ‘Petrolio', romanzo postumo dello scrittore, in cui si farebbe riferimento ad alcune vicende che chiamano in causa l’Eni, a cominciare dalla morte di Enrico Mattei, e si spiegherebbe l’omicidio Pasolini.

Su questa vicenda, nei giorni scorsi, erano intervenuti anche l’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni (autore di una interpellanza urgente al ministro della Cultura, Sandro Bondi) e il ministro della Giustizia Angelino Alfano, favorevoli a una ripresa degli accertamenti giudiziari.

In realtà, da più di un anno un fascicolo su Pasolini è all’attenzione del pm Francesco Minisci, che lo aveva ereditato dalla collega Diana De Martino, passata poi alla Dna. Il procedimento era nato da un’istanza presentata, come privati cittadini, dall’avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini che hanno lavorato sulle carte dell’inchiesta di Pavia sulla morte di Mattei. L’avvocato Maccioni, pochi giorni fa, è ritornato dal magistrato per sollecitare ulteriori indagini, partendo proprio dall’audizione di Dell’Utri.

E questa mattina, anche la famiglia Pasolini, attraverso il suo difensore, l’avvocato Guido Calvi, ha presentato analoga richiesta al procuratore Giovanni Ferrara: per il penalista «appare assolutamente necessario» approfondire l’aspetto legato alle dichiarazioni di Dell’Utri, avviando accertamenti sul «rinvenimento del manoscritto» e «sulla sua scomparsa», aspetto «che può essere decisivo» per capire le ragioni del delitto del 1975.


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Poche ore per fermare la sinistra

di Salvatore Tramontano


Il popolo di centrodestra ha qualche ragione di malumore.  Ma l’alternativa sono amministratori che riempiono le strade di rifiuti, mantengono l’amante con i soldi pubblici o vanno a trans e cocaina.  È questo che vogliamo?


Non è ancora finita. Queste elezioni devono ancora cominciare. Ma è una corsa contro il tempo per invertire la tendenza. Quella che si sta giocando ricorda una partita di football americano, i candidati scommettono tutto in poche yard, vincerà chi riuscirà a spingere l’avversario un passo più indietro con un colpo di reni finale. Ogni regione sembra un quadrato di terreno da non perdere. La sfida più incerta è nel Lazio, dove Polverini e Bonino stanno lì a strapparsi gli ultimi voti. Ma anche Piemonte e forse Liguria sono in bilico.

Quello che manca per fare chiarezza sono i voti degli indecisi, dei disillusi, degli ignavi, di chi è disgustato dalla burocrazia dei listini, dalla politica dei Tar, dal teatro dei burattini di «mangiafuoco» Santoro, dalla rissa senza dignità. È da qui che arriva questa incertezza. È da qui che nasce il calo record di votanti. Il sentimento dice che non si possono biasimare, la ragione no. Le urne si chiudono tra poche ore, c’è il tempo per riflettere, c’è tempo per evitare una sconfitta per abbandono. È giusto manifestare la propria delusione, è sbagliato non partecipare a una scelta. Non andare a votare non significa soltanto protestare contro gli errori del governo e i pasticci della maggioranza, non andare a votare significa anche far vincere questa sinistra.

Una sinistra che nell’ultima legislatura ha governato in undici regioni. E non è stata un esempio di buona amministrazione. È la sinistra emiliana dei bancomat regalati alle amanti, con un vice presidente come Delbono che ha conquistato Bologna e poi ha perso tutto per i suoi viaggi a spese del contribuente e altro che ancora non è chiaro. È la transinistra di Marrazzo. È quella degli amici di Vendola, comprati con quattro escort. È la sinistra che puzza di monnezza non raccolta in Campania o quella in provetta della Bresso. Quella litigiosa delle Marche o dell’Umbria. E il mito delle regioni rosse cade sotto i colpi del Carroccio. Quel che resta del Pd segue senza rotta le urla degli avventurieri giacobini.

Continuare a non andare a votare significa dare credito a questi sepolcri imbiancati, all’oligarchia di chi parla di Costituzione e non accetta la democrazia, alla loro antica doppia morale. E soprattutto è un atto di grazia nei confronti di una classe dirigente di piccoli feudatari.

Berlusconi, d’altra parte, non ha governato come sperava. Si è sentito spesso solo, con un partito che non ha ancora digerito la fusione e un cofondatore spesso assente, qualche volta con la scusa di Montecitorio. Il Cavaliere ha subito un assedio quotidiano, l’opposizione tutti i santi giorni ha pensato a una nuova trappola per farlo cadere: il gossip, i pentiti improvvisati, le mosse della procura, il fango sulla ricostruzione in Abruzzo.

Non è facile governare sotto guerriglia, eppure l’Italia ha ammortizzato la crisi economica e molti a sinistra sognavano una deriva. C’è stato un terremoto e il governo ha fronteggiato emergenza e ricostruzione. La Lombardia e il Veneto, governate dal Pdl, sono un modello di buona amministrazione.
Tre motivi seri e concreti per andare a votare. Di Pietro e i suoi amici, invece, da due anni si sono inventati un regime per mettere in scena la parodia dell’antifascismo. In un Paese normale li fischierebbero anche a teatro.




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Rio Tinto, 10 anni al manager australiano

La Stampa

Condannato per corruzione insieme a tre cinesi del colosso minerario
Il ministro Smith: «Sentenza dura»




SHANGAI

Il Tribunale di Shangai ha condannato i quattro addetti del colosso minerario australiano Rio Tinto, accusati di corruzione, a pene che variano da 7 a 14 anni di prigione. Il capo delegazione di Rio Tinto, Stern Hu resterà in carcere per 10 anni. Ai suoi colleghi Wang Yong, Ge Minqiang e Liu Caikui i giudici cinesi hanno dato rispettivamente 14, 8 e 7 anni di prigione.

I 4 si sono dichiarati colpevoli dell’accusa di corruzione e Hu si è scusato coi giudici e con Rio Tinto per essersi appropriato di 900 mila dollari per aiutare i figli di alcuni amici in difficoltà. I 4 addetti di Rio Tinto sono stati arrestati nel luglio scorso durante i negoziati per stabilire il prezzo dei contratti di materiali ferrosi da vendere alla Cina.

Il premier australiano, Kevin Rudd aveva avvertito le autorità cinesi che il mondo avrebbe osservato il processo come un test sulla giustizia nel paese asiatico e ha espresso le sue preoccupazioni per lo svolgimento del lavoro imprenditoriale nella terza economia mondiale. Il governo australiano ha accolto la sentenza definendola «molto dura», aggiungendo che «molte questioni restano senza risposta».

In seguito alla sentenza, i vertici del gigante minerario hanno annunciato il licenziamento dei quattro dipendenti condannati: «Conformemente alla politica aziendale, metteremo fine ai loro contratti», ha affermato in un comunicato Sam Walsh, direttore generale della divisione interessata del gruppo. Walsh ha inoltre definito «deplorabile» il comportamento dei dipendenti.



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Mio figlio ha cantato l’Italia che vorrei

di Barbara Benedettelli

Intervista a Vittorio Emanuele. "I fischi per Emanuele Filiberto a Sanremo? Solo una strettissima minoranza. Come sempre"

 


 
Il 18 marzo del 1983 Re Umberto II di Savoia muore a Ginevra. Era in esilio dal 13 giugno del ’46. Un esilio controverso per il Re e i suoi eredi, che si concluse nel 2002.

Principe Vittorio Emanuele, il Re non abdicò a favore della Repubblica perché non fu mai proclamata?
«È vero, non fu proclamata perché la Corte di Cassazione non poté esprimersi in merito alle segnalazioni di brogli. Le schede furono rese introvabili e non fu possibile la riconta dei voti. Poi nel corso degli anni sono saltate fuori tutte e di pre-barrate sul simbolo repubblicano ce ne sono migliaia. Nei verbali dei Seggi ci sono le prove: le cancellature sulle caselle che riportano il numero di voti per la monarchia. È tutto documentato nel libro di Malnati La Grande Frode».

Nell’88 lei riconobbe la Repubblica.
«Mi hanno insegnato che prima di ogni cosa bisogna rispettare lo Stato. Ora è basato sulla forma repubblicana. Però penso che una Monarchia moderna sarebbe una soluzione migliore. Basti osservare la Spagna, il Regno Unito, la Svezia e tante altre».

Suo padre è diventato Luogotenente del Regno nel ’44. Re il 9 maggio del ’46. Cosa fece per l’Italia?
«Voleva dare all’Italia un progetto per lo sviluppo democratico: grazie a lui la donna votò per la prima volta; avviò il progetto di Decentramento consentendo a Province e Comuni di incamerare parte delle risorse della tassazione - in pratica il federalismo fiscale; avviò la riforma federale con lo Statuto Speciale della Sicilia e il ripristino del tedesco per l’Alto Adige; lanciò l’Opera sostegno famiglie, ancora oggi Ente dello Stato».

A suo nonno Vittorio Emanuele III dobbiamo solo una delle pagine più tristi della nostra storia?
«Regnò per quarantasei anni, con lui, nel 1911, l’Italia era la settima potenza mondiale. Corresse i conti pubblici; realizzò la rete ferroviaria; fondò la Previdenza Sociale; l’Istituto Case Popolari; le Assicurazioni Nazionali. Dopo la Vittoria del ’18, con cui si compì l’Unità d’Italia con Trento e Trieste, cedette quasi tutte le proprietà di Casa Savoia al Fondo per i Mutilati ed Orfani di Guerra. Nel 1909 fondò la Fao, lo sapeva?».

Non si ribellò al fascismo.
«Fece arrestare Mussolini. Il Re regnava, non governava, esattamente come il Presidente della repubblica Italiana, ed era ligio allo Statuto Albertino. Mussolini voleva marciare su Roma e il Re, affidandogli l’incarico, lo rimise nei binari. Il Parlamento votò la fiducia con ben 306 voti a favore su 429, e in quella Camera il movimento fascista aveva solo 35 deputati».

E le leggi razziali?
«Una follia da condannare. Il Re ne era nauseato ma il Parlamento le voleva promulgare. Lui le rimandò tre volte alle camere con fondamentali modifiche, sperava si levasse una manifestazione democratica contro, non accadde e furono emanate. Uno scempio dei diritti civili!».

Che cosa le ha raccontato Maria Josè, scomparsa nel 2001, del mese in cui fu Regina?
«Vede, mia madre fu Regina per tutta la vita. Il suo status cambiò in Italia, ma non nel mondo. Credeva profondamente nel ruolo assegnatole dalla storia. Non cessò mai di occuparsi degli italiani, della cultura italiana nel mondo, dei rapporti con le potenze straniere».

Perché suo padre pose vincoli di consultazione decennali su una parte dell’archivio storico conservato a Cascais?
«Di certo si tratta di carteggi d’interesse storico non solo nazionale ma europeo. Li conservava in un luogo nascosto, io non ho mai avuto modo di consultarli. Nessuno li ha mai letti mentre il Re era in vita».

E dopo?
«Sono scomparsi. Quando siamo andati a Villa Italia con gli esecutori testamentari di mio padre non c’era più un solo foglio. C’erano i faldoni tutti svuotati e gettati a terra».

Nel ’78 a Cavallò durante un litigio un giovane fu ferito. Morì. Lo racconta nel suo libro «Lampi di Vita». Lei aveva un fucile, la incolparono. Nel ’91 al processo fu assolto. Un brutto periodo.
«Ero sconvolto da quanto accaduto. Il povero Hammer era così giovane, era ferito gravemente. Sapevo che non potevo essere stato io e ho combattuto per ottenere la completa assoluzione. Arrivò con formula piena. È stato un fatto estremamente doloroso per tutta la mia famiglia. Al processo emerse che il proiettile che lo colpì non era di fucile ma di pistola, ma nessuno indagò in questo senso. Un mistero».

Nel 2006 la procura di Potenza l’accusò di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici funzionari. Si dichiarò innocente, ma l’arrestarono.
«È incredibile! Le archiviazioni si sono susseguite per ogni stralcio d’indagine dimostrando come l’impianto accusatorio fosse privo di fondamento. Lo scorso febbraio il processo è passato a Roma dove il Tribunale ha archiviato anche il secondo stralcio dell’inchiesta, sono fiducioso che si arrivi a una conclusione definitiva a breve».

Come si è sentito quando sono venuti a prenderla?
«Angosciato! Hanno voluto colpire e distruggere senza ragione me, Casa Savoia, la mia famiglia. Non capivo cosa stava accadendo, non mi avevano neppure notificato l’arresto, non mi dicevano nulla. Mi sentivo vittima di un sequestro».

Suo cugino, il Duca Amedeo d’Aosta, lo stesso anno si è proclamato Capo di Casa Savoia.
«Ha detto che le leggi di famiglia e la lettera patenti mi mettevano fuori a causa del matrimonio con Marina. Bugie! Ha anche creato una falsa consulta, quella vera, con atto costitutivo del ’65, riconosce me come Capo della Dinastia. Ogni legge sulla successione è stata abrogata nel 1848 dallo Statuto Albertino, solo il primogenito del Re può essere considerato Erede. Mio padre riconobbe Marina formalmente assegnandole il trattamento di Altezza Reale e divenendo padrino di Emanuele Filiberto, a cui assegnò il titolo dinastico di Principe di Venezia».

A febbraio il tribunale di Arezzo lo ha condannato per uso illecito del cognome «di Savoia».
«Giustizia è fatta! Doveva pensarci prima».

Cosa fa oggi il Capo della Casa Reale in un’Italia che non riconosce la Monarchia come istituzione?
«Tengo i rapporti con le Case Reali straniere, faccio opere di beneficenza con l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, svolgo attività legate alle associazioni Risorgimentali e Monarchiche, alle fondazioni. Quest’anno abbiamo promosso una mostra itinerante “Casa Savoia e l’Unità d’Italia” e a proposito di Unità d’Italia stiamo lavorando per organizzare le celebrazioni in occasione del 150° Anniversario».

I suoi genitori sono sepolti a Hautecombe, in Alta Savoia, torneranno in Italia?
«Lo hanno fatto in Russia con lo Zar Nicola II, spero accada anche in Italia. Sarebbe giusto che il Pantheon potesse accogliere anche i Re e le Regine d’Italia sepolti in terra straniera. Abbiamo chiesto un gesto di rappacificazione con il passato, ma non abbiamo ancora esiti positivi».



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Il Far West della coca, la guerra delle gang a un passo dagli Usa

La Stampa


Accoltellati, decapitati, fatti a pezzi: lo strapotere dei narcos sta trasformando Ciudad Juárez in un problema per Washington





MIMMO CANDITO
CIUDAD JUAREZ


Ieri, in Italia era ormai notte fatta, ma il sole sulla testa e il fuso orario dicevano, invece, che qui mezzogiorno era appena passato, mentre sull’auto ascoltavo da Radio Juàrez che i morti ammazzati della mattinata erano già quattro. Quattro, e ancora c’era tutto il giorno da far passare. La città sembrava addormentata sotto il sole rovente che inchiodava la domenica, con le strade senza gente e solo qualche rara camionetta che filava via veloce, nella solitudine silenziosa del nulla.

Ciudad Juàrez sembra una pellicola di Sergio Leone, con le case tutte basse, a un piano solamente, e l’aria che - appena l’attacca il vento che viene dal deserto - la seppellisce dentro una foschia di sabbia gialla che chiude il cielo e ammanta crudele gli occhi.

Attraversarla è un viaggio senza fine, perché qui non esistono grattacieli né edifici che svettino sulla monotonia piatta dei muri bianchi di calce, e farvi stare quasi 2 milioni di persone vuol dire costruirci un’infinita infinità di casette che riempiono ogni orizzonte. Clint Eastwood ci passerebbe dentro che a vederlo sarebbe del tutto naturale, con il suo poncho a righe scure e il revolver che spunta sotto, nel cinturone.

Ma Leone ed Eastwood erano una pellicola, mentre qui la gente l’ammazzano davvero. «Ecco, laggiù ne hanno ammazzati otto». Ah, dico io, otto. «Sì, e a due gli hanno tagliato la testa». E dopo nemmeno un chilometro, «E sotto quel muro, a tre gli hanno sparato in piena faccia». Ah, in piena faccia. «Sì, e li hanno combinati che quasi non si sapeva chi erano». Miguel Peréa, «Mike»per gli amici, è un vecchio giornalista messicano, che vive la sua pensione su uno scassato e sfondato Mercury del ‘93 che è tenuto su dai fili di ferro e dalla pietosa volontà della Vergine di Guadalupe.

Lui ha i capelli grigi lunghi e la faccia di mille rughe che davvero sembra Geronimo; ha perso - chissà quando - due denti sopra e uno sotto, e quando parla, la S gli sibila come il vento. Ma Mike, di Ciudad Juàrez sa tutto; e come si fa in guerra, un reporter che viene quaggiù ha un bisogno vitale di qualcuno che sappia tutto. Che poi significa uno che non solamente ti dice qui ne hanno fatto fuori otto e laggiù tre, ma soprattutto uno che sa in quali posti puoi farti vedere senza che le probabilità di beccarti una pallottola di Beretta 9mm vadano fuori da ogni ragionevole controllo.

E quando siamo tornati all’obitorio a saperne di più si è visto che questa non è per nulla una pellicola. Perché, nei film, il reporter arriva, fa qualche domanda tanto per attaccare, sgancia 50 o 100 dollari, e l’infermiere gli apre la cellula del frigorifero e gli piazza il cadavere davanti agli occhi.

Nella realtà, l’infermiere del Laboratorio de Ciencias Sociales ha continuato a far di no con la testa, e la sola cosa che i 50 dollari gli hanno tirato fuori era lo scempio agghiacciante di molti di quei cadaveri impilati nelle celle frigo, avvolti dal puzzo della formalina.

Faceva il racconto senza inflessioni, come una lista della spesa: teste tagliate, braccia e gambe mozzate, pezzi di corpo che hanno perduto ogni identità umana, sadismo consumato - prima e dopo l’assassinio - con una ferocia che, per chi ne ascoltava la descrizione, va al di là di ogni immaginabile patologia psichiatrica.

«Devono spargere il terrore, farlo stendere sulla città come questa merda di sabbia che ti entra dappertutto». Lo dice piano, Mike, senza orrore né indignazione, ma, a conoscerlo, è uno duro. Il terrore inserito nel quotidiano a piccole quote omeopatiche che, alla fine, ti fanno accettare tutto e però ti fanno vivere come nei racconti angosciosi di Stephen King, che continui a fare le tue cose come sempre e però sai che, nel buio del tempo che viene, c’è in agguato il mostro della violenza.

Ciudad Juàrez è una città in guerra, anche senza le cannonate, perché l’hanno scelta per la guerra i lord del narcotraffico; e quella è gente che non gliene fa nulla di ammazzare a casaccio, tirando nel mucchio, peggio per chi ci si trova dentro. E’ la città più violenta del mondo, e comunque i 18mila morti nel Messico dal 2003 sono un conto che solo l’Iraq o l’Afghanistan possono raccontare.

Negli anni ‘80, la cocaina che andava negli Usa (e gli americani sono il mercato più affollato per la droga, ne consumano il 55% di tutto il mondo) viaggiava quasi soltanto dal Caribe verso la Florida; nei ‘90, la quota del Caribe era calata al 50%, mentre il resto veniva per via Centroamerica-Messico; oggi, Ciudad Juàrez è la strada pressoché esclusiva della droga che viaggia a Nord (c’è anche Tijuana, ma Juàrez offre infrastrutture di trasporto assai più allettanti).

I «cartelli» colombiani - in alleanza con la ‘ndrangheta calabrese - badano ormai soltanto al traffico europeo; in una paradossale divisione del mercato internazionale l’America se la sono conquistata i «cartelli» messicani, e se la sono conquistata con quei 18 mila morti senza storia.

Ora che Ciudad Juàrez è il nuovo centro dell’universo, i miliardi di dollari che qui s’infilano nei forzieri delle banche messicane e americane fanno troppa gola al mondo della mala. E si è scatenata la guerra dei «cartelli» per conquistarsi il controllo totale del territorio, ammazzamenti, stupri, sequestri, terra bruciata dovunque.

A Povenir, piccola cittadina ormai quasi svuotata dal terrore, lungo la strada che va parallela al muro di rete metallica che gli Usa hanno tirato su alla frontiera per frenare il passaggio dei clandestini, in quella piccola piazza di terra, vuote le scuole, chiusi i negozietti polverosi, nessuno nelle strade mute, i «narcos» hanno appeso un pezzo di cartone con le lettere scritte da una penna biro: due mesi di tempo, e poi chi non se n’è andato finirà sottoterra..

Porvenir era territorio del «cartello» di Juàrez (qui lo chiamano la Linea), e però ora c’è la mafia concorrente, quella di Sinaloca, che non s’accontenta più di controllare l’area di Tijuana e vuole prendersi tutto. «Chapo» Guzmàn, il suo boss, sta arruolando truppe a man bassa. E sono soprattutto ragazzi, giovanissimi, senza quattrini né mestieri. Li chiamano «sicari», valgono 1000 pesos - meno di 80 dollari - per ogni morto che fanno.

Quando sono arrivato a Porvenir, l’altro pomeriggio, avevano appena ammazzato due disgraziati con la faccia nella terra. Una vecchia donna , gli occhi sbarrati, raccontava: «Vergine mia. Li ho proprio visti. Hanno aperto lo sportello, sono scesi dall’auto, e gli hanno sparato alla testa, a quelli lì. Poi hanno ripreso l’auto e se ne sono tornati da dove venivano. Mi son passati davanti, e ridevano. Vergine mia, erano due ragazzi che ancora la barba non gli è spuntata». Siamo andati via da Porvenir, con Mike e la sua Mercury asmatica, che i morti erano ancora per terra


Inferno Ciudad Juárez, dieci morti al giorno e neanche una guerra



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La figlia segreta di Garibaldi? Una professoressa modello

di Luciano Gulli


Spunta un’altra discendente, finora nascosta, dell’Eroe dei due mondi. Si tratta di Adelaide Carpeneto, maestra a Saronno

 

Non so, vado per esclusione. A giudicare dalle pezze giustificative portate a favore, la storia sembra vera. Però Bettino Craxi, per esempio, non sapeva nulla, di una figlia segreta di Garibaldi; e se lo ignorava lui, che sapeva perfino quanti rostri mancavano all’ultimo pettinino da tasca posseduto dall’eroe dei due mondi; di che colore aveva le calze quando fu ferito, fu ferito in Aspromonte, e se furono fave o lenticchie o fagioli borlotti quelli che il vincitore di Calatafimi stivò nel suo bragozzo a Genova, prima di far vela per l’ultima volta su Caprera, mi sa tanto che questa storia della figlia segreta di Giuseppe Garibaldi è una storia farlocca:

una specie di serpente di mare preelettorale, specie finora mai comparsa sui banchi delle redazioni sul finire di marzo, mentre abbondano, storie siffatte, quando gli ombrelloni sono aperti da un pezzo e non si sa cosa imbastire per far compagnia ai lettori stravaccati su una sdraio along the shore di Rimini (la spiaggia, certo, ma detto così fa più international, e anche ai russi, che in riviera ormai fanno il bello e il cattivo tempo, piace di più perché fa tanto Miami).

Un bel preambolo, non c’è che dire, per raccontare di una maestra saronnese che secondo lo storico Giuseppe Radice sarebbe stata la «figlia segreta» di Giuseppe Garibaldi. Nessuno scandalo, beninteso. Non c’è personaggio di un certo nome, in questa e nelle epoche passate, che non abbia sparpagliato qui e là qualche figlio segreto. Ne ebbero Francesco Giuseppe e Fidel Castro; Benito Mussolini e Francois Mitterrand, Vittorio Sgarbi e Diego Armando Maradona, citando così, alla rinfusa.

Da chi, piuttosto, lo storico Giuseppe Radice avrebbe imparato la notizia che l’altro ieri propalò? Ma dall’ultima discendente della famiglia Carpeneto, ha spiegato Radice all’allocchito cronista del settimanale d’informazione regionale di Rai 3. 

E siccome l’allocchito cronista ancor meno mostrava di saperne, Radice prese a spiegare con calma. Adelaide Carpeneto, la «figlia della colpa», come si diceva una volta, nacque nel 1853 e morì il 7 marzo 1931. Del padre si è detto. La madre, «donna leggera» si sarebbe detto una volta, era una giovinotta di Pavia, tale Anna Koppmann, le cui origini, a giudicare dal cognome parlano chiaro.

Alla nascita, per soffocare lo scandalo e proteggersi dalle violente intemerate di Anita, la legittima consorte, che non avrebbe esitato, visto il temperamento, a regolare la questione a revolverate, Adelaide fu riconosciuta da Francesco Carpeneto, uno dei fedelissimi del generale Garibaldi, suo sodale in numerose avventure da questa e da quell’altra parte del mare. «A svelarmi le origini della loro famiglia imponendomi il segreto - racconta lo storico Radice - era stata nel 1985 la nipote di Adelaide, Anna Renoldi.

L’impegno, al quale ho tenuto fede, era di rendere tutto di dominio pubblico nel momento in cui fosse scomparsa la sua ultima discendente. Il che è accaduto quattro anni fa, con la morte di Giuseppina, sorella di Anna Renoldi; adesso mi sono sentito pronto per rivelare questa notizia. Ora mi sento più leggero, ho finalmente assolto al mio compito». Quattro anni dopo. Chissà che macigno, povero Radice.

Trasferitasi da Pavia a Saronno (dove è sepolta) Adelaide Carpeneto fu una delle più note maestre elementari della scuola «Regina Margherita». Così brava da meritarsi, all’inizio del secolo scorso, una medaglia d’oro al merito.

Gli amici di Adelaide (vuoi per il suo temperamento, vuoi perché si sa, in provincia, il tempo che dura un segreto) l’avevano soprannominata la «Garibaldina» anche se mai Adelaide aveva pubblicamente svelato ciò che sapeva. E anche se mai aveva mostrato il contenuto di un prezioso scrignetto che portava al collo: un ciondolo con un prezioso cristallo di Boemia al cui interno c’era una ciocca di capelli di suo padre, legati da un nastrino, prova di quella verità che la madre le aveva confidato e che sapevano solo gli stretti familiari. 

Insomma, a sentirla così, anche in mancanza dell’asseveratore principe, Bettino Craxi, la storia ha in effetti del verosimile. Anzi di più, secondo lo storico Radice che ora è pronto a mettere a disposizione il materiale in suo possesso, compreso un bel mazzetto di fotografie, nelle mani di chi fosse interessato ad approfondire la vicenda. 

Agli storici e agli appassionati della vita e delle vicende dell’Eroe dei Due mondi ancora una chicca. Giura infatti Radice che nella tomba di Adelaide vi siano delle lettere autografe di Garibaldi, le quali attesterebbero dunque i rapporti tra «babbo e figlia». Di più. Nell’archivio di Radice c’è anche una immagine ingiallita che mostra la maestra di Saronno in compagnia di una sorellastra, ovvero una delle figlie «ufficiali» di Garibaldi, con una dedica. Peccato per Craxi, comunque. Vera o verosimile che sia la storia, l’ex leader del Psi, fanatico collezionista di pezzi garibaldini, avrebbe fatto carte false per mettere le mani sul tesoro di Saronno.




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La sinistra si sveglia misogina

Il Tempo


Un inno alla misoginia di Massimo Fini su il "Fatto Quotidiano" di venerdì 27 marzo fa indignare le lettrici. E Luttazzi...



Le donne della sinistra sono sull'orlo di una crisi d'identità. I nervi, per ora, restano saldi. Succede che nel giornale che in questo momento più incarna i loro ideali, e che si proclama democratico e libertario, il «Fatto Quotidiano» di Travaglio & company, venerdì 27 marzo appare un commento a firma di Massimo Fini che definirlo misogino è poco. Scrive Fini: «Le donne sono una razza nemica, mascherate da “sesso debole” sono quello forte». Bontà sua! Inoltre «sono sfuggenti, lingue biforcute, serpentine».

Al confronto il maschio è «un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole». Sintetizziamo il resto: comandano sul sesso («hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa» come Sartre docet), sono baccanti, orgiastiche ecc. e per secoli l'uomo ha cercato di irreggimentarle. Ma ora che sono «liberate» sono diventate insopportabili. Per qualche carrieruccia da segretaria, infatti, han perso ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno ecc.

E come se non bastasse son zeppe di privilegi a cominciare dal diritto di famiglia per cui nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa (!!). Loro, le maliarde «non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (e poi «se le fai un'innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale»). Insomma, conclude Fini «Basta.

Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe». Incredibile coincidenza: il pezzo di Fini è uscito il giorno dopo la perfomance a Raiperunanotte di Daniele Luttazzi che sotto lo sguardo divertito di Santoro e dello stesso Travaglio, ha paragonato gli italiani a una donna gattoni nell'atto di subire (ma era consenziente, diranno i piccoli lettori) un rapporto anale dal fidanzato. Le proteste al «Fatto Quotidiano» non si sono fatte attendere. Sulla graticola Massimo Fini: «Il messaggio sessista è potentissimo ed oltremodo offensivo per l'intelligenza delle vostre lettrici» scrive una di loro.

E chiede «la rimozione dell'articolo e delle scuse formali da parte del diretto interessato». Ma sopratutto chiama a raccolta gli altri lettori (maschi) dal torpore riverenziale in cui si crogiolano: pensate che sta parlando anche delle vostre madri, sorelle, figlie, mogli e amiche. Cribbio! La signora minaccia di far girare l'articolo (e lo ha fatto!) per farne partecipi anche altri senza distinzioni di genere, orientamento sessuale, religione. Al censurato Daniele Luttazzi ci pensa una lettera di Stefania Cantatore dell'Udi di Napoli seriamente preoccupata perché in certi passaggi Luttazzi «ammicca» a un pubblico maschile con analogie all'odiato Berlusconi: «La parte più amara viene dalla considerazione che con un linguaggio trasgressivo si ripropone la logica borghese della sottomissione sessuale femminile.

Per questo l'iconoclasta Luttazzi, per la sua metafora non ha scelto una sodomia fra gay: il calcolo è sempre lo stesso pesa di più l'accusa di omofobia, o quella di maschilismo?» Approva e sottolinea Titti: «Stefania ha centrato il problema quando dice che verso una battuta sessista siamo completamente anestetizzati. Questo la dice lunga su quanto la supposta sinistra sia completamente sorda a una sensibilità femminista che vada oltre un emancipazionismo egalitario o "pariopportunistico". I corpi delle donne sono ancora corpi disponibili, evidentemente». Insomma cosa sta succedendo? Si sono riaperte le antiche fratture? Questa volta, però, sembrerebbe più una guerra in famiglia. E se il commento di Fini fosse solo una provocazione? Il dubbio resta: l'articolo di risposta di ieri «Uomini, il buio oltre la siepe» di Silvia Truzzi ci mette una pezza ma non ripara nè risolve l'enigma.

Natalia Poggi
29/03/2010




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Aborto, lettera con minacce di morte al cardinale Bagnasco

Quotidianonet

La busta sarebbe stata recapitata alla sede dell'Arcivescovado di piazza Matteotti. "Bagnasco sei un uomo morto' e 'la scorta non ti servirà, ti uccideremo', sono alcune delle frasi nella missiva.

Probabile che a scatenare la rabbia dell'autore della missiva siano state le dichiarazioni del presidente della Cei sul tema dell’aborto


Genova,29 marzo 2010


Nei giorni scorsi, una lettera contenente minacce e offese per l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, sarebbe stata recapitata alla sede della curia arcivescovile del capoluogo ligure.

I carabinieri, che in questi giorni hanno la responsabilità della sicurezza del cardinale, hanno precisano che la scorta a Bagnasco non è stata rafforzata e che la lettera non conterrebbe minacce di morte, tali da insospettire gli investigatori. 

Secondo quanto ricostruito, la missiva sarebbe stata recapitata in arcivescovado in una busta anonima, presumibilmente giovedì o venerdì, ma sarebbe stata aperta solamente sabato mattina, intorno alle 12; la busta sarebbe stata inoltre imbucata alcuni giorni fa da una cassetta postale di Genova Brignole. 

Secondo le indiscrezioni, sembra che a innescare lo sconosciuto autore della missiva siano state le dichiarazioni del presidente della Cei sul tema dell’aborto, fatte a pochi giorni dal voto.




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La provocazione del Nyt: "Una suora come Papa"

La Stampa

La giornalista americana: «Sì, ci serve una suora»

«La Chiesa Cattolica non potrà mai recuperare finchè il suo Santo Pastore sarà visto come una pecora nera, nel sempre più buio scandalo sugli abusi sessuali», comincia così il commento di Maureen Dowd sulle pagine del New York Times. La giornalista ricostruisce la vicenda che in questi giorni vede al centro dello scandalo Papa Benedetto XVI, ai tempi in cui era cardinale a Monaco e ne deduce che «Il Papa vi è dentro troppo a fondo. Ha provato di essere tutt'altro che infallibile».

Perchè allora non aprire le porte alle donne? Tanto più che «la cultura completamente paternalistica ed autocratica del Papa ha portato ad un gretto ed esclusivo sistema che ha fallito nel sorvegliare se stesso, e che è diventato un corrosivo rifugio per segreti e vergogne.» «Se la Chiesa potesse aprire le sue vetrate colorate e far entrare un po' d'aria - continua la Dowd - ovvero incoraggiare le donne a diventare sacerdoti, le suore ad essere più emancipate e i preti a sposarsi, se potesse bandire i preti criminali e chiudere con la sordida cultura degli uomini che proteggono chi fa violenza sui bambini, potrebbe sopravvivere. E sarebbe un incoraggiante segno di umiltà e pentimento.»

Conclude, graffiante, la giornalista: «Le suore hanno storicamente rimediato ai guai dei preti. E questo è un guaio di portata storica. Benedetto dovrebbe tornarsene a casa in Bavaria. E i cardinali dovrebbe mandare la fumata bianca dal camino, proclamando: "Habemus Mama"».




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In Sudafrica uccidere un bianco non è reato

di Gian Micalessin

Più di tremila assassinati in quindici anni nei modi più atroci, quasi tutti senza un colpevole. La strage dei boeri viaggia al ritmo di due delitti alla settimana con la compiacenza del governo. Che ha un obiettivo preciso: l’esproprio delle loro terre


Se andate in Sudafrica per i mondiali di calcio fate un salto a Petersburg, nelle province settentrionali. Da quelle parti troverete una collinetta disseminata di croci bianche. Contatele. Sono più di tremila. Una per ciascun agricoltore bianco ucciso dal 1994, da quando la «rivoluzione colorata» incominciò a cambiare il volto del Paese. Una rivoluzione che, 16 anni dopo, sembra pronta ad approfittare della «distrazione» del mondiale per metter le mani sulle fattorie dei boeri.

Se dunque l’apartheid era ignobile, il silenzio che circonda il clima di violenza e soprusi sofferto dagli agricoltori boeri non sembra migliore. Chiedetelo al 69enne Nigel Ralf. Lo scorso fine settimana Nigel, come ogni giorno da 50 anni, sta mungendo le vacche della sua fattoria di Doornkop nel mezzo del KwaZulu-Natal. Quando quei quattro ragazzotti neri gli si piantano davanti e gli chiedono del latte, Nigel manco alza la testa. «Non vendo al dettaglio» risponde. 

Un attimo dopo è a terra con un proiettile nel collo e uno nel braccio. Poi i quattro gli sono addosso, lo fanno rialzare, lo colpiscono con il calcio della pistola, lo spingono fuori dalle stalle. Stordito e confuso Nigel si ricorda di sua moglie. Mezz’ora prima l’ha lasciata dentro la fattoria con i tre nipotini. «Lynette, Lynette chiudi la porta, barricati dentro». Lei lo sente, ma non intuisce. S’affaccia, cerca di capire meglio. La risposta sono tre proiettili al petto. La poveretta s’accascia, cade sul letto, agonizza tra le braccia insanguinate di Nigel mentre i bambini urlano terrorizzati e i tre tagliagole fuggono portandosi dietro una vecchia pistola, un telefono e un paio di binocoli. Bazzecole, banalità quotidiane.

Sui giornali non fanno neanche notizia, ma sulla collinetta di Petersburg solo l’altr’anno sono state piantate altre 120 croci bianche. I plaasmoorde - gli assassini di fattoria come li chiamano i boeri - colpiscono ormai al ritmo di un paio di casi a settimana, ma per le autorità, per i capi dell’Anc e per i seguaci del presidente Jacob Zuma la campagna di violenza contro gli ultimi 40mila agricoltori bianchi non è certo un problema. Per capirlo basta seguire le ultime apparizioni pubbliche di Julius Malema, il 29enne leader dell’ala giovanile dell’African National Congress. 

Per questo «giovane leone» pupillo del presidente il modo migliore per riscaldare le folle accalcate intorno alle sue mercedes blindate è intonare «Dubula Ibhunu», la vecchia canzone dell’Anc il cui titolo significa emblematicamente «Spara al Boero». Un inno rispolverato ed eseguito con spavalda e incurante allegria negli stessi giorni in cui Lynette agonizzava tra le braccia del marito, mentre un altro farmer 46enne veniva freddato dalla salva di proiettili sparati contro la sua fattoria di Potchefstroom e una serie di fendenti massacrava un allevatore 61enne sorpreso nel sonno dagli assalitori penetrati in una tenuta di Limpopo.

Ovviamente chiunque osi collegare il fiume di sangue versato nelle fattorie e la canzonetta cantata a squarciagola da Julius e dalle sue allegre combriccole viene immediatamente tacciato di calunnia e diffamazione. «Quella canzone come molte altre intonate nei giorni della lotta fa parte della nostra storia e della nostra eredità e non può certo esser vietata» precisa con orgoglio un comunicato dell’African National Congress sottolineando lo struggente carattere «sentimentale» delle storiche note.

Peccato che quel rigurgito d’antichi sentimenti nei confronti degli agricoltori bianchi coincida, a livello politico, con il progetto di nazionalizzazione delle fattorie avanzato, negli ultimi tempi, dal dipartimento di sviluppo rurale. La proposta del dipartimento che intende dichiarare assetto d’interesse nazionale tutte le tenute coltivabili di ampie dimensioni potrebbe portare all’esproprio di tutte le terre possedute tradizionalmente dai boeri. E così mentre i tifosi si godranno i mondiali di calcio l’odiato color bianco scomparirà definitivamente dalle campagne del Paese «colorato».



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Reati d’opinione: il pericolo che corre l’Italia

di Marcello Veneziani

Santoro & C. gridano al diritto di informazione violato per la sospensione dei talk show in campagna elettorale.  Ma il rischio per il Paese viene dalle sanzioni di legge al libero pensiero, nel silenzio di giornalisti e magistrati


La libertà d’opinione in Italia sta prendendo una brutta piega. Nell’arco di pochi giorni sono avvenuti quattro episodi malandrini che hanno investito gli organi della magistratura e dell’informazione. Primo episodio. La Cassazione condanna un sindacalista della Cisl per aver detto in un’intervista questo non è un lavoro per donne. Opinione deprecabile, e a mio parere anche stupida, ma pur sempre un’opinione. Secondo episodio: un’altra condanna giunge dalla magistratura ad un tale che ha apostrofato come gay un omosessuale, però il tono con cui lo ha detto sarebbe configurabile non come una battuta infelice ma come un reato.

E qui vengo ai due episodi che riguardano invece l’ordine dei giornalisti e che toccano proprio Il Giornale. Vittorio Feltri condannato a sei mesi di sospensione per il caso Boffo, di cui si possono criticare tutte le opinioni espresse dal Giornale e dal suo direttore, ma di cui non si può negare il fatto, la notizia, ovvero che Dino Boffo fu effettivamente condannato per molestie. 

E condanna, mi pare, si annuncia sul Giornale per aver titolato in prima pagina che «I negri hanno ragione» riferito agli scontri di Rosarno. E dire che per secoli, fino a pochi anni fa, tutti li chiamavano così; negri non è un’offesa, mentre mi sembra ipocrita e sottilmente offensivo chiamarli «di colore»; molti di loro rivendicano con orgoglio la negritudine, che è pure un dignitoso filone letterario; e dar ragione ai negri non comporta affatto denigrarli. E invece..
.
Mi preoccupa questa situazione, che poi fa il paio con i reati d’opinione sul piano della ricerca storica, con le diverse valutazioni riguardanti il Novecento, l’entità delle vittime e le responsabilità storiche dei massacri che diventano reati. Solo di alcuni, beninteso, mica dei gulag o di altri stermini, di altri regimi totalitari o di altre dittature. Mi preoccupa che si allarghi il reato di opinione e ciò avviene non per responsabilità del governo, ma di chi dovrebbe al contrario opporre argini al potere e garantire i diritti, a cominciare appunto dal diritto d’opinione: vale a dire magistrati e giornalisti, nei loro più autorevoli organismi.

Posso assicurarvi che non condivido affatto l’opinione maschilista del sindacalista della Cisl, o quella omofoba sui gay; stimo professionalmente Boffo e lo scrissi anche in quei giorni di bufera e non ho neanche un minimo conato di razzismo; anzi, mi sono sempre considerato, per ragioni di carnagione, un negro adottivo, seppure in versione sbiadita. Dunque, non abbraccio quelle opinioni e condivido chi le confuta e vi polemizza anche in modo vivace. 

Ma non posso accettare che vengano perseguiti in un Paese libero, civile e democratico i reati d’opinione, che venga interdetto uno dei giornalisti più seguiti del nostro Paese o che venga sanzionato uno dei giornali più importanti del medesimo. E mi impressiona vedere che tutto questo avviene mentre tra gli stessi, magistrati e giornalisti, ordini professionali e organismi giudiziari, si denuncia una presunta minaccia alla libertà da parte del Parlamento e del governo.

Trovo grottesco che nella santorata dei giorni scorsi, ovvero nella processione in devozione di Sant’Oro, si sia parlato dell’avvento della dittatura in Italia per un’infelice sospensione dei programmi di informazione politica, e si trascuri il fatto assai più preoccupante che si sta allargando nel nostro Paese la sfera dei reati d’opinione. Il politically correct è già una brutta impostura sul piano delle ideologie, dei linguaggi e delle opinioni, perché emargina e mortifica chi non la pensa come il Potere Ideologico Dominante. 

Ma ora che il politically correct viene imposto a norma di legge e nel nome del politically correct si arriva perfino a punire chi non vi si riconosce nel suo dominio, comincio davvero a preoccuparmi. Che cosa accadrebbe se la filiera si completasse, ovvero se, oltre agli organi della magistratura e della stampa, anche il governo e il Parlamento fossero nelle mani della stessa vulgata?





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Elisa Claps uccisa due volte

La Stampa

Dopo la sua scomparsa, indagini approssimative e diciassette anni di silenzi
PIERANGELO SAPEGNO

POTENZA

Come nell’incubo di Twin Peaks, «Chi ha ucciso Laura Palmer?», Potenza gira intorno alla sua normalità dissacrata e al suo mistero da un tempo quasi indefinito, che lascia invecchiare le persone, quando non le perde per sempre. Questa è la storia incredibile di Elisa Claps, una ragazza di 16 anni sparita il 12 settembre del 1993 e ricomparsa 17 anni dopo come uno scheletro, nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità, con il suo volto da adolescente, un po’ paffuto, ormai mummificato, il braccio destro steso lungo il corpo e i brandelli luridi della sua maglietta bianca che la mamma le aveva fatto coi ferri, coperta dal fango e dalla polvere e dagli escrementi dei piccioni.

L’hanno ritrovata sul lato che guarda via Pretoria, dove passeggia chi ha soldi e successo a Potenza, e le due donne delle pulizie, Margherita Santarsiero e Annalisa, madre e figlia, e poi il viceparroco brasiliano don Vagno Silva hanno raccontato che quel corpo l’avevano già visto lì tre mesi prima, ma nessuno aveva mai fatto niente. In molti non hanno fatto niente in questa storia, rendendola per questo ancora più incredibile, dalla Chiesa che chiede scusa per la sua noncuranza, a tutti quelli che dovevano cercare Elisa e non l’hanno saputo fare.

C’è una folla muta che gioca un ruolo decisivo in questa vicenda. Se Elisa Claps è come Laura Palmer di Twin Peaks, Potenza diventa come una tragedia greca, dove il coro è più importante dei protagonisti. Forse non per niente Cosimo Damiano Fonseca, l’ex rettore dell’Università, ha descritto questa città «come un ambiente untuoso, nel quale contano i favori, gli amici degli amici e la ricerca delle protezioni». Potenza «è sobria, rigida, burocratica», non ci sono clochard, e il benessere è abbastanza diffuso. E’ solo per questo che questa storia viene da 17 anni di silenzio?

Comincia l’11 settembre 1993 con due protagonisti, Elisa Claps e Danilo Restivo. Elisa è una ragazza serena, va al liceo classico, frequenta la Chiesa con i suoi amici e ha da poco lasciato il fidanzato. Danilo ha 20 anni, ed è un tipo un po’ strano: 6 anni prima era stato denunciato per aver legato e seviziato nel cortile della Biblioteca nazionale (diretta da suo padre) due ragazzini, ferendoli con un coltello. A Potenza lo chiamano «il parrucchiere», perché ha il vizio di tagliare ciocche di capelli alle ragazze incontrate sull’autobus. E’ timido e introverso, e sembra avere molta paura delle donne. Però, quella sera chiama Elisa e le chiede di incontrarla il giorno dopo, la domenica, all’ora della messa. Lei prova quasi pietà per quel ragazzo, e gli dice di sì. Il giorno dopo esce con la sua amica Eliana per andare in chiesa, ma le confida di dover vedere Danilo e le dà un appuntamento per le 12 e 15. Eliana attende Elisa fino alle 12 e 50. Poi va a casa Claps e si mettono tutti insieme a cercarla. Telefonano a Danilo. Lui conferma di essersi visto con Elisa in chiesa, ma dice pure che dopo averle parlato lei è uscita dalla chiesa da sola, mentre lui è rimasto a pregare un po’. Quando lo incontrano, i fratelli dicono che gronda di sudore e che è ferito a una mano. «Mi sono ferito vicino al cantiere delle scale mobili ritornando a casa», risponde lui.

Da questo momento Elisa è sparita. Ma nessuno interroga Danilo. Suo padre è una persona importante a Potenza, direttore della Biblioteca Nazionale, studioso appassionato del superuomo di Nietzsche. In quei giorni spuntano un mucchio di testimoni che raccontano d’aver visto Elisa viva, dal vicino di casa dei Claps, Giuseppe Carlone, a Massimiliano Carlucci, un tipo che spiega nei dettagli come e con chi l’ha vista fuori dalla chiesa. Anche un’amica di Elisa, Adelaide Masella, sostiene d’averla incontrata dopo le 12 e 50 di domenica. Si sbagliano tutti, ma perché? E’ un caso? E quando qualche giorno dopo la polizia aspetta il pullman con Danilo sopra per poterlo finalmente interrogare, lui è sceso prima: è venuto a prenderlo il padre con un avvocato. Come faceva a saperlo? In ogni caso, manca il cadavere (che nessuno cerca) per accusare Danilo. Per adesso, di lui si lamentano solo dei poveri testimoni, come l’operaio Nicola, che lavorava in una ditta di disinfestazione ambientale e che va dalla polizia per spiegare che quel tipo è proprio un po’ strano: la notte si sveglia in preda al panico e urla «aiuto! aiuto!» tutto inzuppato di sudore. E una volta che erano sul raccordo anulare, appena vista una pattuglia della polizia da lontano, s’è messo a sbraitare spostando lui, che era alla guida, per poter sterzare.

Mentre tutta la famiglia Claps lo accusa, lui se ne va in Inghilterra e si sposa con una donna molto più anziana di lui. Vicino a casa sua, a Bournemouth, nel Dorset, la sarta Heather Barnett, di 42 anni, viene trovata uccisa con i semi mutilati e due ciocche di capelli in mano. E’ il 2002. La polizia sospetta fortemente di lui, ma mancano le prove, dice. Dopo altri 8 anni, il tempo passa e ritorna da dov’era cominciato tutto, nel sottotetto della Chiesa di Potenza, dove viene ritrovato il cadavere di Elisa Claps, che nessuno aveva mai cercato, e dove si poteva accedere soltanto attraverso due porte chiuse a chiave.

Anche adesso che recuperano quel corpo, vanno via tre mesi prima che qualcuno avvisi la polizia. il viceparroco, don Vagno, dice che aveva pensato a dei riti satanici, non certo alla povera Claps, e che poi non aveva trovato il suo vescovo, Agostino Superbo. «Dopo mi sono ammalato e l’ho dimenticato», dice. Monsignore, invece, in una nota chiede «perdono al Signore per quanto non abbiamo fatto per la famiglia Claps».

Ma davvero è tutta e solo noncuranza? O la Twin Peaks italiana, la tranquilla e sobria Potenza, senza clochard per strada, ma così chiusa e untuosa come l’ha descritta il suo ex rettore dell’Università, ha voluto proteggere qualcuno o qualcosa che il tempo ormai ha lasciato perdere?




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Mosca, due donne kamikaze si fanno esplodere nel metrò Almeno 34 le vittime

Quotidianonet

La prima terrorista si è fatta saltare nella stazione di Lubyanka, che si trova proprio sotto il quartier generale dei Servizi di Sicurezza Federale, ex KGB. La seconda, pochi minuti dopo, nella centralissima stazione di Park Kultury. Lo ha reso noto il capo della Procura di Mosca. La Farnesina sta verificando se nostri connazionali possano esser rimasti coinvolti



Mosca, 29 marzo 2010





Due esplosioni, a pochissima distanza l’una dall’altra, hanno devastato altrettante stazioni del metro di Mosca causando almeno 34 le vittime.

Sono stati terroristi-kamikaze con indosso cinture imbottite d’esplosivo a innescare i due attentati. Lo ha reso noto il capo della Procura di Mosca.

Probabilmente due donne kamikaze, secondo i primi accertamenti. Lo riferisce l’agenzia Interfax citando una fonte di polizia. ‘’Parti del corpo ritrovato sul luogo ci consentono di dire che erano donne’’, riferisce la fonte.

La prima esplosione, dove sono morte 22 persone e 12 rimaste ferite, è avvenuta poco prima delle 6 ora italiana nella stazione di Lubyanka, che si trova proprio sotto il quartier generale dei Servizi di Sicurezza Federale, la struttura nata dalle ceneri dei servizi segreti d’epoca sovietica, il KGB. L’esplosione ha fatto saltare la seconda vettura del convoglio e ci sono state vittime tanto nella vettura che sulla pensilina.

Teatro della seconda esplosione, con 12 vittime e 7 feriti, un’altra stazione centralissima della capitale russa, Park Kultury. Le esplosioni sono avvenute a pochissimi minuti l’una dall’altra: la prima alle 07:56 ora locale, l’altra alle 08:38.

Il procuratore capo di Mosca, Yury Syomin, ha spiegato che l’attentato alla stazione di Lubyanka è avvenuto quando il treno era entrato nella stazione, proveniente da sud-ovest, dopo che i passeggeri erano entrati e usciti dal convoglio: "L’esplosivo utilizzato è calcolabile nell’equivalente di tre chilogrammi di tritolo".

C’era una terza bomba a Mosca che non è esplosa. Il terzo attentato avrebbe dovuto colpire la stazione Prospekt Mira, ma la bomba sarebbe rimasta inesplosa. Lo riferiscono i media russi

La Russia ha aperto formalmente un’inchiesta per "terrorismo" dopo gli attentati gemelli. Lo ha reso noto il portavoce della commissione inquirente.

Negli ultimi dieci anni la capitale russa è stata spesso nel mirino terrorismo islamico indipendentista, ispirato dal conflitto ceceno o dall’instabilità delle repubbliche del Caucaso contro il potere di Mosca, ma negli ultimi anni la situazione si era calmata. Quelli odierni sono i primi attentati al metro di Mosca dal 2004, quando un estremista islamico proveniente dal Caucaso aveva causato più di 40 morti.

La Farnesina, tramite la rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, ha attivato tutti i canali con le autorità russe per poter escludere che connazionali possano esser rimasti coinvolti nei due attentati al metro della capitale. Lo riferiscono fonti al ministero degli Esteri.





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Brady sospende sacerdote sospettato di pedofilia

Il Secolo xix


Un parroco nord-irlandese della diocesi di Armagh è stato costretto a mettersi temporaneamente a riposo in attesa del completamento di un indagine sul suo conto per presunti abusi nei confronti di minori.
L’annuncio è stato dato dal cardinale Sean Brady, primate della chiesa cattolica d’Irlanda e arcivescovo di Armagh, anche lui al centro delle polemiche in relazione ad una serie di casi di pedofilia.

«La prassi dell’arcidiocesi è che la sicurezza e l’incolumità dei minori devono venire prima di ogni altra cosa», ha detto lo stesso Brady rivolgendosi ai fedeli a Armagh, nell’Irlanda del nord. Il prelato ha detto che il sacerdote oggetto dei sospetti ha il diritto ad essere considerato innocente fino a quando gli accertamenti non saranno stati ultimati.

Brady ha poi nuovamente esortato i fedeli a denunciare qualsiasi abuso di cui possano essere stati vittima per mano di esponenti del clero. Il cardinale Brady è sospettato di avere insabbiato un caso di pedofilia di cui si era reso protagonista un sacerdote negli anni Settanta.

All’epoca il prelato era un collaboratore dell’allora primate d’Irlanda e per il suo asserito ruolo c’è chi ha chiesto le sue dimissioni. Secondo alcuni giornali britannici, anzi, anche il Vaticano si sarebbe convinto della necessità di una sua uscita di scena e starebbe esercitando pesanti pressioni in questo senso. Un portavoce dell’alto prelato, tuttavia, ha negato che da Roma siano giunte richieste di dimissioni affermando che a certa stampa non vale nemmeno la pena di rispondere.




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Paraplegica costretta a scendere dall'aereo perché senza accompagnatore

Corriere della Sera



PARIGI – Dopo aver passato un sereno weekend dai parenti parigini e aver festeggiato il compleanno di suo cugino, era pronta a tornare a casa. Ma una direttiva europea e soprattutto un capitano d’aereo troppo zelante hanno trasformato il suo viaggio di ritorno in un incubo. Ha suscitato l'indignazione della stampa francese e di diversi personaggi politici transalpini l'imbarazzante vicenda di cui è stata vittima domenica scorsa Marie-Patricia Hoarau, trentottenne paraplegica che abita nel comune di Frejus. La ragazza che da 19 anni vive su una sedia a rotelle in seguito a una caduta dalla bicicletta, era già salita sull'aereo della compagnia EasyJet che da Parigi doveva riportarla a Nizza quando un membro dell'equipaggio si è avvicinato e ha pregato la disabile di scendere dal velivolo. Il motivo? La donna non aveva un accompagnatore ufficiale come stabilisce una direttiva europea del 2006 che prevede che i disabili debbano essere sempre accompagnati da un’altra persona in grado di fornire l’assistenza necessaria.

PROTESTE E RITORNO IN AEROPORTO - La trentottenne ha protestato con vigore e ha affermato che anche durante il volo d'andata aveva viaggiato da sola e non vi erano stati problemi. Lo steward ha ricordato alla donna che la direttiva comunitaria è chiara e vieta ai disabili di viaggiare senza accompagnatore. Dopo una lunga discussione un passeggero, che lavora per la British Airways, si è fatto avanti e ha dichiarato di voler assumere il ruolo di accompagnatore della donna. Ma a questo punto è intervenuto il capitano dell'aereo che ha rifiutato l'offerta perché i bagagli del passeggero non erano stati registrati assieme a quelli di Marie-Patrice. Nonostante la maggior parte delle persone presenti sul velivolo abbiano solidarizzato con la trentottenne e abbiano protestato con i membri dell'equipaggio, Marie-Patrice è dovuta scendere ed è stata accompagnata da una hostess di nuovo in aeroporto. Più tardi EasyJet ha offerto alla donna un biglietto gratuito per il volo successivo diretto a Nizza e un passeggero ha assistito la donna durante la tratta aerea.

PROFONDA INGIUSTIZIA - La trentottenne, che è arrivata con ben 3 ore di ritardo all'aeroporto di Nizza, si è dichiarata offesa e umiliata dalla decisione prese dai membri di EasyJet e intende denunciare la compagnia alla Halde, l'autorità francese che lotta contro le discriminazione: «Ho subito una profonda ingiustizia - ha dichiarato la donna alla stampa francese -. Il momento più brutto è stato quando il capitano ha annunciato a microfono che dovevo scendere. Ho già scritto a diverse associazioni per avere dei consigli su cosa fare». Il ministro dei trasporti transalpini Domenique Bussereau ha espresso solidarietà alla trentottenne e ha dichiarato: «La passeggera era in grado di viaggiare senza accompagnatore visto che lo aveva già fatto nel viaggio d'andata. Ha subito una vera e propria discriminazione. Adesso attendo le spiegazioni di EasyJet». La compagnia con un comunicato ufficiale ha annunciato di essere profondamente dispiaciuta per quello che è accaduto e di aver aperto un'inchiesta interna: «Stiamo indagando per scoprire cosa non ha funzionato» ha dichiarato sconsolato François Bacchetta, direttore generale di EasyJet in Francia.

Francesco Tortora
28 marzo 2010







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