giovedì 1 aprile 2010

Gb, la Regina regala monete d'argento

di Redazione

Una tradizione iniziata nel 1210.

La regina Elisabetta, in occasione del giovedì santo, partecipa alla cerimonia del "Maundy money" durante la quale regala ai poveri monete d'argento


 
Londra - Continuando una tradizione risalente a centinaia di anni fa, la regina Elisabetta II parteciperà oggi per il giovedì santo alla cerimonia del "Maundy money" durante la quale distribuirà delle monete d’argento ai sudditi più meritevoli e bisognosi. La sovrana distribuirà questi doni ad anziani e volontari della chiesa e della comunità nella Cattedrale di Derby, 200 chilometri a nord ovest di Londra. Secondo Buckingham Palace, la tradizione risale al 13esimo secolo.

Tradizione iniziata nel 1210 La prima occasione registrata in cui il sovrano abbia distribuito delle monete durante il giovedì santo risale al 1210, quando re Giovanni (1199-1216) diede in dono indumenti, forchette, prodotti alimentari ed altri doni ai poveri di Knaresborough, nello Yorkshire. Anche re Edoardo III (1327-1377) è citato per aver dato doni ai poveri, tra cui delle monete; la pratica continuò regolarmente, con la partecipazione del sovrano fino al 1698. Dal 1953 è diventata pratica normale per i sovrani distribuire di persona il "Maundy money". Elisabetta II dalla sua ascesa al trono, ha quasi sempre onorato la tradizione.




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Eurodisney, terzo suicidio in due mesi

Il Secolo xix


È il terzo suicidio in meno di due mesi nell’universo del divertimento Disney a Parigi. Venerdì scorso, Franck Claret, direttore di un ristorante del celebre parco, 37 anni, quattro figli, si è impiccato a casa sua prima di tornare al lavoro dopo un periodo di malattia. Lo sconforto della crisi grava come una cappa anche sul mondo di Topolino. E si punta il dito contro le condizioni difficili sul lavoro, lo stress, le pressioni che, per i sindacati del parco, i dipendenti di Disneyland Paris devono subire ogni giorno.

Dopo il caso France Telecom, scossa da un’ondata di suicidi, 35, tra il 2008 e il 2009, ora l’attenzione si sposta sul parco di divertimenti che, ad una trentina di chilometri da Parigi, è il più famoso ed il più visitato d’Europa. Alcuni sindacati sostengono che anche quest’ultimo suicidio è da considerarsi legato a problemi di lavoro. Ma la direzione non ci sta, smentisce categoricamente e denuncia anzi in un comunicato «il tentativo di far diventare questo dramma il simbolo di qualcosa che non esiste».

Tre suicidi ed un tentato suicidio si sono verificati a pochi giorni l’uno dall’altro. L’incubo è iniziato a febbraio, quando un impiegato si è tolto la vita per «ragioni personali», aveva fatto sapere l’azienda. Tre settimane dopo, il 21 febbraio, Rabii Hourourou, 30 anni, cuoco in un ristorante del parco, si è gettato sotto ad un treno. Il giovane aveva appena ripreso a lavorare dopo mesi di depressione e aveva sporto denuncia per «molestie morali al lavoro». Il giorno prima un operatore di Eurodisney, 22 anni, aveva tentato di uccidersi dopo aver appreso del suo licenziamento.

L’ultimo dramma infine venerdì. Il giorno del suo suicidio, Franck Claret avrebbe dovuto riprendere il lavoro. Era «un impiegato integrato e apprezzato dai colleghi e dalla gerarchia», ha riferito la direzione. Ma alcuni suoi colleghi hanno raccontato invece che Franck avrebbe voluto lasciare quel posto, che occupava da più di 10 anni, perché obbligato ad «ottenere sempre più risultati con sempre meno mezzi».

Ha scelto di impiccarsi. Da venerdì scorso due riunioni di crisi si sono già tenute alla direzione di Disneyland Paris che, a febbraio, aveva avviato i negoziati sullo stress al lavoro, come era stato voluto dal governo dopo i suicidi a France Telecom. Intanto i sindacati hanno chiesto alla direzione di aprire un’inchiesta interna per analizzare le condizioni di lavoro, in particolare nel settore della ristorazione dove lavoravano due dei dipendenti che si sono tolti la vita.




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Caffè Ufo, cubetti in freezer per portare l'ulivo a Mauritius

Quotidianonet

Roysingh Dhurmoo, originario della repubblica dell'Oceano Indiano, vuole vendere il suo marchio in Italia per produrre olio di oliva nel proprio paese, contribuendo a migliorarne le condizioni sanitarie



Bologna, 31 marzo 2010




Si chiama Roysingh Dhurmoo, ha 31 anni ed è arrivato da Mauritius per cercare fortuna. Da un paio d'anni vive in Italia, a Catania, dove assiste una signora anziana di 84 anni.

Sembrerebbe una normale storia d'immigrazione, invece Roysingh coltiva un sogno molto più ambizioso, anzi due. Il primo è quello di lanciare sul mercato un prodotto da lui progettato, Caffè Ufo, il secondo, quello di migliorare la condizione sanitaria del proprio Paese, introducendo, in modo rivoluzionario, la cultura dell'ulivo e dell'olio nell'isola tropicale.

Nella repubblica di Mauritius, infatti, conosciuta in Italia più che altro come paradiso delle vacanze, secondo Dhurmoo sono in crescita patologie come diabete e malattie cardiovascolari, di cui la maggiore responsabile è un'alimentazione sbagliata. Ne parliamo meglio con Dhurmoo, che ha le idee molto chiare su come unire business ad un'iniziativa da lui definita "umanitaria".

Roysingh, che cos'è Caffè Ufo, che lei vorrebbe lanciare nel mercato italiano?
“Si tratta di caffè, un vostro prodotto tipico, ma a cubetti. Vale a dire caffè già pronto, che nel giro di 30 secondi si può sciogliere, nel latte caldo ad esempio. Sarebbe un grande risparmio di tempo per voi, come avete già sperimentato per altri prodotti alimentari. Ho deciso di chiamarlo Caffé Ufo, perché è un prodotto alieno, diverso e nuovo, nel vostro paese”.

Lei quindi ha già avuto i diritti?
“Sì, Caffé Ufo ha un Marchio d'Impresa che è stata registrata presso la Camera di Commercio di Catania ed è stata riconosciuto proprietà intellettuale con la qualifica della WIPO (World Intellectual Property Organization), un organo speciale delle Nazioni Unite”.

Lei vorrebbe vendere il suo prodotto a 10.000.000 euro. Non le sembra un po' caro?
“Diciamo che ho lanciato questa cifra anche per attirare l'attenzione sul mio prodotto, poi si vedrà”.

Ma come pensa di utilizzare questi soldi?
“Sono per il mio progetto umanitario di avviare una coltivazione di olivo a Mauritius. Vorrei far trapiantare 6 milioni di piccole piante per ricavarne l'olio e salvare, così, un milione e mezzo di persone colpite da diabete, problemi cardiovascolari e colesterolo, fra le principali cause di morte laggiù. Il nemico numero uno è l'olio di soia che viene utilizzato per cucinare. In più, la maggior parte della gente consuma prodotti già preparati e fritti con questo olio insano”.

Lei ha fatto degli studi per progettare questo prodotto?
“Ho avuto un diploma in commercio internazionale in Canada, ad Alberta”.

Allora perché ha pensato di rivolgersi proprio al mercato italiano?
“Perché qui in Italia siete esperti di coltivazione dell'olivo e vorrei che una squadra andasse a Mauritius a insegnare la tecnica”.
 
Ma ha provato anche a rivolgersi anche al Governo del suo paese?
“Sì, ma la risposta è stata negativa, anche se so che il primo ministro Dr. Navin Ramgoolam si è rivolto a Derek yellon, il direttore di un dipartimento di cardiologia dell'UCL (University College London), per risolvere i problemi sanitari della nostra popolazione”.
di Letizia Gamberini




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Uova e colombe, blitz dei Nas nelle pasticcerie

Il Tempo

Controlli a tappeto nelle aziende di produzione e commercializzazione di prodotti tipici pasquali.
Ritirate dal commercio 270 tonnellate dolci adulterati: a Roma sequestrate 1000 colombe.



Un uovo di Pasqua di cioccolato prodotto artigianalmente

Il Nas di Roma ha deferito all'Autorità Giudiziaria la titolare di una pasticceria della Capitale, per aver posto in commercio oltre 1000 confezioni di colombe ed uova di Pasqua di produzione industriale, commercializzate come produzione propria. Lo stesso Nas, presso un'altra pasticceria, ha sottoposto a sequestro 1150 torte pasquali e diverse quintali di impasto, detenuti dal titolare all'interno di frigocongelatori in pessimo stato di conservazione.

Oltre 270 tonnellate di dolci  sono state sequestrate in tutta Italia dai Carabinieri dei Nas. Nell'imminenza delle festività in corso, i Carabinieri dei 37 Nas dislocati sul territorio nazionale hanno effettuato controlli a tappeto nei confronti di aziende di produzione e commercializzazione di prodotti tipici pasquali. Il servizio ha comportato 1662 ispezioni nei confronti di altrettante strutture di preparazione e vendita ed hapermesso la rilevazione di 869 irregolarità nei confronti di 575 aziende, dislocate su tutto il territorio nazionale.

I militari hanno adottato provvedimenti che vanno dal sequestro della merce alla chiusura immediata dell'attività, fino alla contestazione di pesanti sanzioni amministrative e penali: 648 sono i soggetti segnalati alle competenti autorità giudiziarie, amministrative e sanitarie. Numerose le irregolarità riscontrate: utilizzo di materie prime scadute (anche da 2 anni) e adulterate; manomissione delle etichette di colombe ed uova pasquali di origine industriale vendute come artigianali; carenze igienico sanitarie e irregolarità nelle procedure di rintracciabilità; cattiva conservazione dei prodotti alimentari.

Le violazioni rilevate hanno portato i militari operanti a sottrarre alla distribuzione commerciale oltre 270 tonnellate di prodotti dolciari tipici delle festività di Pasqua e di alimenti vari, per un valore totale di oltre 2 milioni di euro; sequestrate anche migliaia di etichette fraudolentemente utilizzate per la contraffazione di colombe ed uova di cioccolato. Sono 57 le strutture (pasticcerie, industrie dolciarie, attività di produzione e vendita, depositi) alle quali i Carabinieri operanti hanno posto i sigilli perchè prive di autorizzazioni o perchè carenti sotto l'aspetto igienico sanitario, per un valore che supera i 30 milioni di euro.




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Si rompe il fronte Grillo-De Magistris "Deve lavorare a Bruxelles, non in tv"

La Stampa

I seguaci del blog difendono l'ex pm: "O è uno scherzo o Beppe è impazzito"



TORINO

Successo elettorale con litigio. Dopo l’attacco a Bersani a finire nel mirino di Grillo, questa volta, è l’ex amico De Magistris, accusato di parlare a nome del movimento 5stelle «senza averne l’autorità». «Luigi de Magistris - scrive Grillo - è stato eletto con i voti dell’Italia dei Valori e del blog. L’obiettivo era di avere un eurodeputato a Bruxelles e non in televisione. Fare luce sui capitali mafiosi in Europa e sui finanziamenti europei in Italia.

Attraverso la Rete, ogni giorno. Un lavoro che fatto a tempo pieno non consentirebbe neppure di vedere la famiglia. È stato eletto come indipendente e poi ha preso la tessera IDV. Parla a nome del Movimento 5 Stelle senza averne l’autorità . Il popolo viola (chi è?) con le manifestazioni sovvenzionate dai partiti è per lui un punto di rifermento». «De Magistris - prosegue Grillo - il 26 marzo scorso ha pure preso la tessera, finalmente. Si è iscritto a Napoli. Ma quando si parla di Grillo e dei grillini, risponde ben diversamente dal leader dell’Idv.

Dice, infatti: “Noi dobbiamo essere il ponte di collegamento con il movimento di Grillo e non solo. Dobbiamo essere il perno di congiunzione con tutti i movimenti. Il popolo viola. Il popolo che era alla meravigliosa manifestazione del 5 dicembre scorso. Chi non è andato a votare. Dobbiamo dialogare con tutti loro. E io ho intenzione di fare passi politici e concreti, tutti in questo senso”. I passi, se li faccia da solo».

L’ex pm cade dalle nuvole: «Non ho mai avuto intenzione di parlare a nome del Movimento 5 Stelle, ho semplicemente indicato una strada di dialogo fra tutte quelle forze sociali e politiche che hanno a cuore il futuro della democrazia italiana e che devono lavorare in modo compatto perchè il berlusconismo si renderà sempre più aggressivo progressivamente al suo indebolirsi», fa sapere. ersonalmente- aggiunge- lavoro per l’unità e non per dividere.

Con il Movimento 5 Stelle e con lo stesso Beppe Grillo condivido battaglie indispensabili ma ne rispetto l’autonomia. In Europa, come presidente della Commissione controllo sul bilancio e come deputato europeo dell’Idv, sto lavorando al massimo in rispetto del mandato ricevuto da 500mila cittadini e cittadine italiani. Il mio ruolo politico è anche in Italia anche se questo non piace a chi non desidera un cambiamento effettivo».

Sul blog i grillini si dividono. Qualcuno spera in un pesce d’aprile. Altrimenti, come scrive Marco: «Qui qualcuno ha perso la bussola». Il grosso del fiume dei commenti al post di Grillo è scettico, e difende l’eurodeputato di Idv: «Spero che non sia vero, non possiamo fare la guerra anche a de Magistris! il M5S e l’Idv parlano dialetti diversi ma la stessa lingua», scrive Paolo. Poi Aldo, «De Magistris l’abbiamo votato noi, grillini, perciò non va mandato a quel Paese, ma convinto che il movimento a 5 stelle è la sua casa».

Oppure Gianni: «Beppe, il post è violento, e secondo me non rappresenta il fatto accaduto. Sinceramente spero sia solo una svista». Giorgio, con tono pacato: «Non condivido questo attacco a De Magistris a cui rinnovo la mia stima. Non credo che attaccare in questo modo una persona come lui sia utile al movimento 5 stelle». Stefano: «Beppe, l’hai fatta fuori dal vaso!». O Marco, il più amaro: «Prima ti guardavo con molta ammirazione Beppe, ma ora realmente non riesco più a capire cosa predichi. Mi sembra che su queste analisi politiche spesso farnetichi e non riesco a capire veramente cosa dici e da che parte stai». Oppure, come dice Marco: «Vince lo scherzo. O Grillo è ammattito».




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Valanga di pesci d'aprile: da Londra le beffe migliori E Google diventa Topeka

di Redazione

Impazzano gli scherzi per il primo di aprile. Il Sun millanta di aver inventato il giornale da leccare e l'Indipendent parla di buchi neri in metro. Google cambia nome e qualcuno tira in ballo anche il Giornale






Milano - Se tutti i giorni fossero come questo, ci sarebbe da impazzire. Specialmente nelle redazioni dei giornali. Il primo aprile un pesce non lo si nega a nessuno e, come tutti gli anni, la lista è lunga, pittoresca e varia. Partiamo, per comodità, proprio da noi. Da quando è stata diffusa la notizia del messaggio lanciato da Berlusconi agli "inquilini" di Facebook, in rete ha iniziato a dilagare una notizia: è un pesce d'aprile, figurarsi se il premier parla su un social network. E, invece, era tutto vero.

Shakespeare francese I più prodighi di burle sono tradizionalmente i media britannici, e nemmeno quest'anno si sono smentiti. Primo fra tutti l'annuncio shock della Bbc: Shakespeare era francese

Meccanici volanti secondo il Daily Mail, l’Automobile Association (AA) britannica, la società che offre soccorso alle vetture in panne, sarebbe pronta a lanciare un team di "meccanici volanti", ovvero di addetti dotati di uno speciale zaino-razzo alla James Bond in grado di raggiungere i membri dell’AA in difficoltà anche nel mezzo dei peggiori ingorghi. Secondo il gionale, i "meccanici volanti" sarebbero stati messi alla prova a partire da oggi per tutto il weekend di Pasqua lungo l’autostrada che collega Londra all’aeroporto di Heathrow e l’autorità per l’aviazione civile avrebbe in seguito deciso se dare il via libera al servizio su scala nazionale.

Leccare i giornali
Amaro in bocca, letteralmente, per chi è cascato invece allo scherzo del tabloid The Sun, che oggi si è conquistato un posto nella storià pubblicando il primo giornale ’aromaticò, realizzato con uno speciale inchiostro agli "idrocolloidi", particelle che si scontrano sulle papille gustative dando origine, sostiene il tabloid, al sapore. Sopra ad un quadrato bianco il giornale invita a "leccare qui", avvertendo i lettori che il sapore "potrebbe contenere tracce di noci".

I furetti operosi Il Daily Telegraph "riporta" invece la notizia secondo cui "furetti addestrati in maniera speciale" verrebbero utilizzati per installare i cavi a fibra ottica per le connessioni internet veloci nelle aree rurali. Il provider Virgin Media, afferma il giornale, li starebbe già utilizzando da due anni.

Buco nero in metropolitana L’Independent riferisce invece che la metropolitana di Londra sta studiando la possibilit… di installare lungo una delle sue linee, che compie un tragitto circolare, un acceleratore di particelle simile a quello costruito al Cern. Un unico ostacolo al progetto: secondo gli esperti, riporta il giornale vi sarebbe il rischio di formazione di "un mini buco nero in corrispondenza di Westminster".

Regina low cost Stesso pesce d’aprile invece per il Daily Mirror ed il Daily Express, che oggi hanno pubblicato una foto che ritrae la regina mentre sale a bordo di un volo della linea low cost easyJet. "Ieri la regina ha preso un volo a basso costo della easyjet, facendo spendere ai contribuenti solo 22,99 sterline", scrive il Daily Express, mentre il Mirror fa notare che sarebbe stato più appropriato per la sovrana scegliere la linea aerea Monarch. E alla fin e rimane un dubbio, che tutte queste non siano, a loro volta, dei pesci d'aprile, notizie mai apparse sui quotidiani.





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Algeria, la battaglia del trans Randa: ogni giorno una minaccia di morte

Corriere della Sera


Infermiera, nessuno le dà un lavoro. «Mi hanno detto di prostituirmi». Pioniera dei diritti di omosessuali e transessuali in terra islamica, la 38enne è stata costretta a fuggire in Libano



Randa Lamri
Randa Lamri

MILANO

Randa Lamri riceveva quasi giornalmente telefonate e lettere di minaccia nella sua casa ad Algeri. «Ti uccideremo», diceva uno dei messaggi. Transessuale, pioniera del movimento per i diritti dei gay e dei transessuali in Algeria, la 38enne Randa è fuggita in Libano lo scorso aprile. Non sa con certezza chi l'abbia presa di mira: pensa che possa trattarsi degli islamisti ma teme anche un coinvolgimento a livello statale.

MINACCIA PER LA MORALE - «Le minacce si basavano su due diverse argomentazioni - dice al Corriere -. La prima: che c'è un grosso file di immagini e documenti contro di me, per cui potrei finire in prigione. La seconda: che sono una minaccia per la morale musulmana in Algeria e che mi avrebbero tagliato la gola». La casa editrice Dar Al-Saqi ha appena pubblicato la sua biografia, «Memorie del Trans Randa», scritta insieme al giornalista libanese Hazem Saghyieh. Ciò che le dispiace è che difficilmente raggiungerà le librerie della sua Algeria, dove essere gay o trans è illegale e si rischiano fino a tre anni di carcere. Il suo scopo è di far capire che i transessuali sono esseri umani come gli altri, non oggetti sessuali — un pregiudizio, spiega, che li perseguita anche nell'assai più liberale e cosmopolita Beirut.

ALLO SCOPERTO - «A 5 anni ho capito che ero una femmina», racconta Randa. Lo disse alla madre, che però insisteva nel ripeterle il contrario. I compagni di classe la prendevano in giro per il suo aspetto femminile. Cambiò scuola cinque o sei volte. I genitori le tagliavano i capelli corti per assicurarsi che sembrasse un maschio. La situazione per lei è peggiorata a partire dal 2006, quando Randa ha fondato uno dei primi gruppi di supporto per gay e trans in Algeria. L'iniziativa, dice, ha avuto risultati positivi:

«La creazione di una comunità i cui membri si aiutano a vicenda e l'apparizione dell'ambasciatore d’Algeria davanti all’Alto commissariato dei diritti dell'uomo di Ginevra per la questione dei diritti LGBTQI" (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali). «Ora la società è consapevole che le persone LGBTQI esistono anche in Algeria e che non si tratta di un fenomeno importato dall’Europa», aggiunge. Ma consapevolezza non significa automaticamente tolleranza. Randa era stata invitata al Cairo da una tv egiziana, ma arrivata in aeroporto ad Algeri le dissero che il suo biglietto era stato cancellato. Quando chiamò la tv, le risposero che anche il programma era stato annullato.

IL LAVORO IMPOSSIBILE - Randa è un’infermiera diplomata. Ma in Libano non è riuscita a trovare lavoro: le è stato detto che la ragione è il suo orientamento sessuale. I transessuali lavorano nei night-club, spiega, non negli ospedali. Qualcuno le ha suggerito di prostituirsi. «Bisogna cambiare le leggi – dice da Beirut -, perché noi trans non abbiamo nessuna protezione in questi Paesi. I pregiudizi sono favoriti sia dai governi dei Paesi arabi che dalla società fortemente patriarcale. In Europa, ad esempio, la situazione è totalmente diversa, socialmente e legalmente. La "trans-fobia" c’è lo stesso e i trans subiscono lo stesso violenze da parte di certa gente, ma almeno la legge è dalla loro parte». Randa sta pensando di lasciare la regione, per rifugiarsi in Europa. «Qui non c'è nulla che ci protegga. Non possiamo nemmeno lamentarci quando subiamo un'aggressione perché veniamo maltrattati anche dalle forze dell'ordine».

Viviana Mazza
01 aprile 2010




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Grillo chiude la porta a De Magistris «Passi politici? Se li faccia da solo»

Corriere della Sera


L'eurodeputato ha proposto di riunire diverse forze tra cui il Movimento 5 Stelle per creare un'alternativa al Pd



MILANO - Porta chiusa per De Magistris in casa Grillo. Dal leader del Movimento 5 Stelle arriva un deciso no alla proposta dell'eurodeputato dell'Idv di riunire le forze dell'antiberlusconismo in antitesi al Pd, da Sinistre ecologia e libertà al Popolo viola, dai grillini all'Idv. «Luigi De Magistris è stato eletto con i voti dell'Italia dei Valori e del blog - scrive Grillo sul suo sito -. L'obiettivo era di avere un eurodeputato a Bruxelles e non in televisione».

Il "delfino" di Antonio Di Pietro dovrebbe, a suo parere, occuparsi del suo incarico e non di altro. «Fare luce sui capitali mafiosi in Europa e sui finanziamenti europei in Italia. Attraverso la Rete, ogni giorno. Un lavoro che fatto a tempo pieno non consentirebbe neppure di vedere la famiglia. È stato eletto come indipendente e poi ha preso la tessera Idv. Parla a nome del Movimento 5 Stelle senza averne l'autorità. Dice di aver intenzione di fare passi politici e concreti: i passi, se li faccia da solo».

ALTERNATIVA AL PD - De Magistris aveva detto che «l'Idv deve essere ponte di collegamento con Grillo». Un'ipotesi che Antonio Di Pietro ha accolto con freddezza. «Non ne so nulla, sono appena arrivato in campagna e sto curando i carciofi. Fino a martedì voglio occuparmi solo della mia campagna» ha spiegato giovedì il leader dell'Idv. Dunque se ne riparlerà semmai dopo Pasqua. La proposta dell'ex pm è quella di organizzare una conferenza a Firenze a metà maggio per raccogliere l'alternativa al centrosinistra, da Nichi Vendola a Beppe Grillo, dall’Italia dei Valori al Popolo viola.

«Dobbiamo unire le forze del cambiamento - dice in un'intervista al Fatto quotidiano - e semplificare l’offerta del centrosinistra perché lo vogliono i nostri elettori. Da un lato ci sarà il Pd e dall’altro questo nuovo raggruppamento di movimenti e partiti. L'Idv non deve sciogliersi, sarebbe la guida di questo processo di semplificazione». L’approdo, spiega De Magistris, sono le prossime elezioni politiche: «Dobbiamo presentarci con una federazione di partiti e movimenti che, alleata col Pd, sia in grado di guidare il centrosinistra verso la vittoria».

«NON SONO PORTAVOCE» - Ma dopo la secca precisazione di Grillo, arriva anche il chiarimento dell'europarlamentare: «Non ho mai avuto intenzione di parlare a nome del Movimento 5 Stelle - sottolinea -, ho semplicemente indicato una strada di dialogo fra tutte quelle forze sociali e politiche che hanno a cuore il futuro della democrazia italiana e che devono lavorare in modo compatto perché il berlusconismo si renderà sempre più aggressivo progressivamente al suo indebolirsi.

Con il Movimento 5 Stelle e con lo stesso Grillo condivido battaglie indispensabili ma ne rispetto l'autonomia». Favorevole all'idea di un'alternativa al Pd la Federazione della Sinistra: «È una proposta di grande interesse. C'è bisogno di vera sinistra e tutto ciò che va nella direzione dell'unità ci trova disponibili - dice Orazio Licandro, della segreteria del Pdci -. L'alternativa a questa destra rozza ed eversiva va costruita sul terreno della concretezza e dell'idealità. D'ora in poi a sinistra non si può più sbagliare».

Redazione online
01 aprile 2010



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Preti e pedofilia, dagli Usa nuove accuse contro Bertone

Il Secolo xix


Un incontro avvenuto nel maggio del 1998 a Roma tra l’allora arcivescovo di Milwaukee (Usa), Rembert Weakland. e l’allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Tarciso Bertone (oggi segretario di Stato Vaticano), dedicato alla vicenda del prete pedofilo Lawrence Murphy (che avrebbe abusato di centinaia di bambini sordi) vide lo stesso Bertone proporre misure giudicate «di lieve entità» da Weakland per affrontare il problema.

È quanto si legge in un documento in italiano incluso in un corposo dossier di 87 pagine pubblicato dal New York Times, classificato come «riservato» e recante l’intestazione “Riassunto dell’incontro dei Superiori Cdf con gli Ecc.mi presuli interessati al caso del Rev. Lawrence C. Murphy, sacerdote accusato di sollecitazione in Confezzione (Prot.N. 111/96)”. Per leggere il nuovo articolo del New York Times, clicca qui
per consultare tutto il dossier del New York Times, clicca qui

Stando a quanto si legge nel documento, durante l’incontro, cui avevano partecipato anche alcuni collaboratori, l’arcivescovo Weakland espose a Bertone la gravità degli abusi sessuali commessi da Murphy, l’indignazione esistente nella comunità dei non udenti, l’impossibilità di avviare un processo civile (a causa del troppo tempo trascorso) e la mancanza di senso di rimorso da parte di Murphy: «C’è il pericolo di un grande scandalo, se il caso venisse pubblicizzato dalla stampa», aveva ammonito l’arcivescovo.

Bertone aveva sottolineato a sua volta il lungo periodo di tempo trascorso dai fatti (35 anni) e la mancanza di elementi per istruire un processo canonico per «la difficoltà di provare tale delitto» e per le difficoltà «che hanno i sordomuti a fornire prove e testimonianze senza aggravare i fatti, tenuto conti dei limiti inerenti alla loro menomazione e alla distanza dei fatti nel tempo».

Bertone, però, aveva giudicato «inaccettabile» che Murphy potesse «recarsi a celebrare l’Eucaristia nella comunità dei non udenti a Milwaukee» e che bisognava impedire che ciò accadesse, «anche facendo ricorso ad alcuni rimedi penali».

Bertone aveva aggiunto, stando al resoconto, che occorreva «fare riflettere seriamente Murphy sulla gravità del male da lui operato e sul fatto che dovrà dare prove di ravvedimento». La linea da seguire, per Bertone, era la «restrizione territoriale della celebrazione eucaristica» e «l’ammonimento per indurlo a mostrarsi pentito». Bertone non aveva escluso la possibilità di misure più rigorose, «non esclusa la dimissione dallo stato clericale». Alla conclusione del colloquio, avvenuto nella sede della Congregazione per la Dottrina della fede, l’arcivescovo Weakland aveva sottolineato che sarebbe stato difficile «fare comprendere alla comunità dei sordomuti la lieve entità di questi provvedimenti».




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Di Pietro quasi padano

Libero





Intervistato dalla Padania, Antonio di Pietro si lascia andare: occorre scegliere entro l'anno il candidato premier alle politiche del 2013 e serve un «nuovo Pd». Il fondatore dell’Idv parla del futuro del centrosinistra, escludendo una sua candidatura, ma bocciando anche l'ipotesi di affidare la premiership a Bersani o altri esponenti attuali del centrosinistra.

Di Pietro inizia analizzando il voto: “Ho riconosciuto da subito la vittoria della coalizione di centrodestra e la sconfitta delle sinistre. È un elemento di chiarezza dal quale si può partire senza falsi alibi. Ho sentito analisti che si attaccano ai numeri per dire che magari non hanno perso. Ma vince chi governa e il resto sono chiacchiere”.

L'errore di fondo, e noi dell'Idv l'avevamo detto da prima anche se non ci consola, è non aver avuto il coraggio nel dare leadership alle candidature lasciando alle lotte intestine locali e ai cacicchi locali chi doveva candidarsi”, sottolinea il leader dell'Idv. “Noi - prosegue - oggi riconfermiamo il bipolarismo e l'appoggio alla coalizione riformista però non intendiamo stare più a guardare per accontentarci di candidature di risulta. Da oggi noi dell'Idv lavoreremo per assumere un ruolo fondamentale per questa coalizione riformista in vista delle elezioni 2013 alle quali non dobbiamo arrivare impreparati”.

“Il candidato premier - afferma - dovrà essere individuato entro l'anno. Dal primo maggio parte la nostra campagna di ascolto con i banchetti nelle piazze. Noi abbiamo gi stampato 150 mila copie della bozza del nuovo programma e aperto 4 linee nuove su Facebook. La carovana cammina”.
Alla domanda se intenda o meno candidarsi come nuova guida, risponde: “Non corro per la leadership. Io sono un soldato, non un generale. Sono disponibile per ciò che è di mia competenza. Ma credo che serva un soggetto al di fuori delle logiche attuali”.

Non sarà contento Bersani, ma “nessuno dei leader di centrosinistra, nemmeno Bersani” è adatto a questo ruolo. “Sul piano personale c'è stima e amicizia. Su quello politico dico che non può assumere il ruolo di capopartito di una volta”.

“A livello locale - conclude il leader dell'Idv - il Pd è un califfato a sé. Bassolino docet. Tu oggi devi parlare con il Pd e dici: ma a chi mi devo rivolgere?”. Nonostante tutto il futuro dell’Idv è “con il Pd anche se è tutto da costruire. Deve nascere un nuovo Pd. Non può essere diversamente”. Duro con L’Udc, che “Hanno lo stesso potere di sottobosco a destra e a sinistra. Fanno mercato e cercano di stare con chi vince”.
01/04/2010




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Falso commerciante anti-pizzo a Gela Ordinava gli attentati a suo carico

Corriere della Sera


Arrestato un 42enne: avrebbe reclutato manovalanza criminale per appiccare roghi alla sua impresa



MILANO - Un commerciante anti-racket di Gela (Caltanissetta) è stato arrestato dai carabinieri con l'accusa di aver ordinato gli attentati da lui stesso subiti, per apparire come vittima del "pizzo" e intascare così i soldi dell'assicurazione e i contributi concessi dallo Stato a chi denuncia il racket. L'uomo, Nicola Fabrizio Interlici, 42 anni, titolare dei negozi di abbigliamento «Pelle d'Oca» in corso Vittorio Emanuele, attraverso un intermediario, Giuseppe Di Noto, 25 anni, avrebbe reclutato manovalanza criminale non ancora identificata per appiccare incendi alla sua impresa e alla sua auto. Interlici è indagato anche per calunnia perché nel presentare denuncia ai carabinieri dopo gli attentati, aveva rivolto accuse a una persona, Calogero Greco, estranea ai fatti. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip di Gela, Lirio Conti, su richiesta del procuratore Lucia Lotti.




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Nichi Vendola, il mistico populista

La Stampa

Un comunista non comunista che si impone portando al Sud lo "stile Lega"
ANTONELLA RAMPINO

ROMA
Torni a Roma, Nichi? Vedi Walter? Vi preparate a scompaginare il Pd? Ci sono molti modi di fare una domanda, la stessa che gli fanno tutti, dall’inviatone del quotidiano nazionale alla star della tv. In Puglia, la terra che ha sostituito il Papa con Padre Pio, l’industria dell'acciaio di Stato con le nanotecnologie, e il latifondo con le start up del biologico, Nichi Vendola è esploso come un fenomeno politico nazionale. E se forse è un pasticcio, è di sicuro un pasticcio di popolo, il popolo di Nichi che potrebbe dilagare a sinistra (e a destra) come al Nord la Lega dilaga a destra (e a sinistra). Torni a Roma, Nichi? Fate fuori il Pd? Lui allontana la risposta con un gesto, poi infila le mani nelle tasche dei pantaloni, e dondolandosi in avanti con un atteggiamento assorto e levantino, come ascoltando il vento, si volge invece al signor Michele Frascaro, free-lance e microeditore in proprio, che intanto gli sta dicendo «capisci Nichi? I sindacati, giù, fanno solo i notai della crisi...».

Tre minuti, e le parole restano a mezz’aria. Via in macchina, verso il Salento. Gli era sfuggito, dopo un anno e mezzo di trattativa per far rimanere in Puglia le produzioni di Magneti Marelli e Bosch, che in difficoltà c’era pure il calzaturificio Adelchi di Tricase, coi 770 cassintegrati, e molti per protesta se ne stavano sui tetti. Prima, l’avevano fermato in tre. La signora Marisa: come fai adesso a farti dare da Berlusconi i fondi europei? «La modalità è barbara, ma ce li daranno. E non perché io minaccerò di mettere in difficoltà i comuni del centrodestra». E pazienza per la domanda sulla sua presunta, e prevista, potenziale premiership. «Ognuno mette in campo quello che ha, a me non interessa avere un micropatrimonio politico, a me interessa il futuro dell’Italia. Costruire un’alternativa è possibile solo se anche gli altri discutono con me senza tabù». Del resto, la domanda gli risuonerà migliaia di volte, di qui al 2013.

Cascasse nella trappola, sarebbe già finito. E non sarebbe Vendola. Non sarebbe lo stampo di un fenomeno nuovo, il populismo mistico di un comunista non-comunista, un pasticcio già ai vecchi tempi della Fgci pugliese governata da D’Alema, che fu un’educazione sentimentale per tutti tranne che per lui. E infatti Nichi ha appena ri-vinto una regione che, conti alla mano, non è di sinistra, ma di destra: 417.949 voti contro 376.033. E’ l’unico exploit paragonabile a quello della Lega. Come è stato possibile? Sempre con le mani in tasca, sempre dondolando, sempre con la pashmina di cattiva qualità controvento, Vendola fa politica inciampando a ripetizione nel suo popolo. Populismo mistico, perché in lui non c’è Pasolini come molti credono, semplificandone l’omosessualità in stilema culturale. L’omosessualità politica sua ha come esempio Delanoë, Ken il Rosso, i sindaci «altri» che hanno abbellito le bellezze di Parigi o Londra.

Il misticismo invece è lo stesso di Carmelo Bene, è il Sud del Sud, il Sud dei santi, delle processioni, delle cantate di popolo a voce aperta, delle preghiere salentine al vento. Un misticismo che coniuga fede e antropologia, pragmatismo e cuore in mano, come in un ex voto. Come fosse Paolo di Tarso, di Berlusconi dice spudoratamente «è il dolore della politica», di Fitto non nasconde che è «un fannullone, un presuntoso», e lancia il paradossale comitato «Nessuno tocchi Raffaele, il mio miglior alleato». Ce l’ha chiara, Vendola, la forza nel rapporto col popolo che ha Lega. E’ quella che dovrebbe avere la sinistra. «A un giovane precario di call center la Lega dice che la causa del suo disagio è l’immigrato, e gli offre il risarcimento simbolico di fiaccolate e raduni contro l’altro, contro l’extra-qualcosa. La sinistra dovrebbe invece offrirgli un’alternativa di vita, e un’alternativa politica».

E’ quel che han fatto e fanno le «Fabbriche di Nichi», la macchina del marketing che è anche una rete in Rete, 125 sedi, fondi regionali per le start-up, gardening guerrilla da praticare nel tempo libero, compensazione di realtà individuali malvissute traendo aiuole fiorite dal degrado urbano. Funziona. Si tratta di «non sostituire al ceto politico berlusconiano altri ceti ancora, ma fare progetti sull’ambiente, l’acqua, le energie pulite, la precarietà». La Puglia, che 5 anni fa stava diventando la discarica dei Balcani, adesso fa compostaggio, produzione di energia dai rifiuti. Sventola l’eolico. Ma, differenza per differenza, populismo di destra o mistico e di sinistra, è sempre di shifting involvement che si tratta. Di quel «coinvolgimento oscillante» che nel rapporto con l’impegno politico individuò Albert Hirschmann, e che cambia come uno spazio che si apre o che si chiude, perché i bisogni fanno divergere dall’impegno, anche quello semplice-semplice del vo



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Grillo si piglia i soldi

Il Tempo


Ha combattuto il finanziamento pubblico, ora gli spettano due milioni. E Beppe si guarda bene dal gridare che li restituirà allo Stato.

Beppe Grillo durante un comizio in piazza Maggiore a Bologna 

 E ora? Che fa? Che fa Beppe Grillo? Se li piglia o no questi maledetti soldi pubblici? E già il comico genovese accederà al finanziamento pubblico ai partiti. Ad essere preciso al bottino dei rimborsi elettorali visto che oggi in Italia, per effetto di uno dei soliti referendum votati e disattesi, i partiti ricevono soldi dallo Stato in virtù dei voti che ottengono. Stando a un conto elaborato da Libero, il movimento di Grillo che si chiama Cinque Stelle dovrebbe ottenere circa 1,7 milioni per la prossima legislatura (circa 340mila euro all'anno). E ora che fa? Riscuote l'assegno o lo restituisce? La domanda è più che lecita visto Grillo non è la prima volta che si contraddice.

Fece una campagna spietata contro gli spot pubblicitari e poi ne fece uno per una nota marca di yogurt. Più recentemente si è battuto contro quelle che chiamava leggi ad personam, ma poi ha aderito al condono fiscale fatto dal passato governo Berlusconi. Sui rimborsi elettorali va detto che è sempre stato piuttosto ambiguo. Beppe, per esempio, ha condotto campagne molto aggressive contro il finanziamento pubblico all'editoria. Battaglia che fu l'asse centrale del V-day seconda versione. Ma proprio sui fondi ai partiti o ai movimenti il leader del movimento anti-casta è sempre stato piuttosto vago. A tratti ambiguo. Non altrettanto i suoi.

Anche i grillini dell'Emilia Romagna, dove hanno ottenuto una clamorosa affermazione, hanno cominciato ad arrampicarsi sugli specchi. «Quello che percepirò - ha detto l'ex candidato governatore Favia - andrà in un rendiconto preciso: i consiglieri regionali avranno uno stipendio dignitoso, ma non quello d'oro previsto dalla Regione. Io sono un co.co.pro del popolo italiano: firmerò una lettera di dimissioni in bianco e ogni sei mesi renderò conto al network che rappresento».

Prima del voto avevano usato parole più nette come quelle pronunciate il 24 marzo, una settimana fa. «I rimborsi elettorali? Sono una truffa verso i cittadini - spiegò il candidato presidente in Lombardia Vito Claudio Crimi -, un calderone spartito come una torta dai partiti». Da qui l'idea di rinunciare a riscuoterli o di distribuirli fra i cittadini perché «devono tornare alla collettività», ha aggiunto alla prima conferenza stampa nazionale con tutti i candidati presidenti: oltre a Crimi il candidato del Veneto David Borrelli, della Campania Roberto Fico e del Piemonte Davide Bono e appunto dell'Emilia Romagna Giovanni Favia. E adesso che fanno?



Fabrizio dell'Orefice
01/04/2010




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Troppe scommesse sul pari: sette partite di A e B finiscono sotto inchiesta

Quotidianonet

L'Ufficio Indagini della Federcalcio sta esaminando Chievo-Catania, Gallipoli-Grosseto, Frosinone-Modena e altre quattro gare per le quali i bookmaker hanno registrato un numero anomalo di puntate sul segno X

Roma, 31 marzo 2010




Puntate "eccessive, ravvicinate e anomale" sul segno X, quando non addirittura sul punteggio esatto, per troppe partite di serie A e B. Proprio nella settimana in cui ricorre il trentennale del primo scandalo scommesse gli ispettori dell'ufficio indagini della Federcalcio guidati da Stefano Palazzi sono costretti agli straordinari per rispondere alle tante segnalazioni di "pareggite" giunte dai bookmaker italiani e stranieri. Lo rivela il settimanale Panorama, in edicola domani.

I due fascicoli già aperti, relativi a partite dell'ultimo mese, riguardano Gallipoli- Grosseto di serie B (giocata il 7 febbraio e terminata 2 a 2) e soprattutto Chievo-Catania del 21 marzo, che calamitò oltre 2,5 milioni di euro sul risultato di parità, buona parte dei quali sul finale di 1 a 1 poi registrato. Prima del weekend, poi, sarebbe finita sotto la lente della Figc anche Frosinone-Modena, chiusa con uno 0 a 0.

Ancora: allertati da nuovi flussi di puntate sul segno X (in alcuni casi si è arrivati al 96 per cento), gli ispettori nell'ultimo finesettimana hanno esaminato altri sette incontri fra prima serie e cadetti e in questi giorni stanno ultimando le loro relazioni: non è esclusa, risulta a "Panorama", l'apertura di almeno una nuova istruttoria in serie A. Che il finale di stagione si presti a match dall'esito più prevedibile, con aumento delle giocate e buone possibilità di guadagno, lo ha confermato l'incontro del cronista di "Panorama" con uno scommettitore abituale.

La mattina di sabato 27, ore prima che le squadre scendessero in campo, ha azzeccato il risultato di sei incontri: due vittorie casalinghe e quattro pareggi. Una coincidenza? Possibile. Ma sconcertante se arriva da chi giura di giocare "almeno 500 euro a settimana, guadagnandoci sempre", e di "sapere quali sono le partite da tenere d'occhio" (l'incontro con lo scommettitore, filmato da una telecamera nascosta, è su Panorama.it).





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Politici, la fuga da Roma: si guadagna di più in Regione

di Felice Manti

Una decina di parlamentari pronti a lasciare Roma dopo essere stati eletti nelle assemblee locali.

L'onorevole leghista sceglie la Liguria




Casa, dolce casa. C’è tempo fino al 9 maggio per decidere (30 giorni dalla proclamazione), ma sono in tanti - almeno una decina - gli onorevoli eletti alle regionali che sarebbero pronti a lasciare Montecitorio e Palazzo Madama per sedersi nelle comode (e forse più redditizie) poltrone dei consigli regionali.

C’è chi ha qualche legislatura alle spalle e preferisce svernare nel famoso «territorio» forte di un vitalizio assicurato al quale cumulare il reddito da consigliere. C’è chi milita in un partito alle prese con i mugugni da «primo dei non eletti», da assecondare in cambio della promessa di un incarico di responsabilità nelle neonate giunte; ci sono le scelte familiari che si intrecciano con quelle politiche e finanziarie. A pesare di più, come quasi sempre, sarà però la variabile economica.

Proviamo a fare qualche conticino in tasca agli eletti in Parlamento. L’indennità per i deputati è 5.486,58 euro (per i senatori sale a 5.613,59) al netto delle ritenute previdenziali (784,14), assistenziali (526,66), della quota contributiva per l’assegno vitalizio (1.006,51) e della ritenuta fiscale (3.899,75 per i deputati, oltre 4mila per il senatori). A questa va aggiunta la diaria (4.003 euro), i rimborsi viaggio (treno e nave gratis, 3.100 euro l’anno per i viaggi aerei all’estero, 4mila euro per il viaggio casa-aeroporto dei deputati, 16mila euro per i senatori) e i rimborsi per le spese telefoniche (da 3.098 euro a 4.150 euro l’anno), più altri 4.190 euro erogati tramite il gruppo parlamentare di appartenenza a titolo di «rimborso forfettario per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori». Euro più, euro meno, gli onorevoli se ne portano a casa in media 15mila netti al mese. Ma in Piemonte, ad esempio, si guadagna di più: 16.630 netti.

A seguire i consiglieri regionali di Puglia (13.830), Abruzzo (13.359), Lombardia (12.555), Sardegna (11.417), Emilia-Romagna (11.053) e Calabria (11.316), fino alle «povere» regioni autonome Friuli Venezia Giulia (7.766 euro), Trentino Alto Adige (6.614 euro) e Val d’Aosta (6.607 euro). In Liguria, alla fine della scorsa legislatura, c’è stato un taglio consistente, fino a 1.200 euro. Chi abita a Genova dovrà accontentarsi di 7.470 euro netti al mese, che salgono a 8.137 euro per chi vive a La Spezia e Imperia (colpa del rimborso sui km). In apparenza meno dei 15mila euro «romani», ma un potere d’acquisto forse superiore perché sgravato da affitto e spese di rappresentanza. Senza contare la variabile tempo e la possibilità di gestire meglio il famoso «rapporto tra eletto ed elettori» e soprattutto il proprio lavoro, specie se si è un professionista.

Chi va e chi resta? Il presidente veneto Luca Zaia lascerà il dicastero dell’Agricoltura. Per i governatori eletti in Piemonte e Campania, Roberto Cota e Stefano Caldoro, la scelta sarà obbligata dall’incompatibilità sancita dall’articolo 122 della Costituzione. Al loro posto arriveranno a Roma Maurizio Grassano e Vincenzo D’Anna. Già certi dell’addio a Roma i leghisti Andrea Gibelli, in procinto di diventare il numero due di Roberto Formigoni in Lombardia, ed Elena Maccanti, inserita nel listino di Cota assieme al deputato Roberto Rosso. Al loro posto Marco Maggioni e Davide Cavallotto.

Anche Edoardo Rixi, deputato da un mese dopo la morte del sottosegretario leghista Maurizio Balocchi ed eletto al consiglio regionale della Liguria è pronto a lasciare il seggio da deputato al segretario provinciale di La Spezia Giancarlo Di Vizia. Niente Toscana per l’europarlamentare leghista Claudio Morganti, che resta a Bruxelles. In Regione Toscana toccherà a Gian Luca Lazzeri.
La candidata presidente Pdl Monica Faenzi è indecisa: se lascia, per il meccanismo di surroga previsto dalla legge elettorale, il suo posto andrebbe al quarto consigliere della Lega Nord, l’aretino Dario Locci.

Nelle sue stesse condizioni la Pdl Anna Maria Bernini, candidata del centrodestra in Emilia Romagna, mentre Sandro Biasotti (Liguria) sembra intenzionato a restare a Roma. Tutte da scoprire le opzioni dei deputati Udc Antonio De Poli (Veneto) Savino Pezzotta (Lombardia), Gianluca Galletti (Emilia-Romagna) e Francesco Bosi (Toscana). A Potenza si sono già pronunciate la senatrice Maria Antezza (Pd) e il capogruppo Idv in Senato, Felice Belisario: la Basilicata non vale Palazzo Madama.

Resta da scoprire che cosa farà la Bonino, sconfitta eccellente: consigliere regionale o vicepresidente del Senato? «Sono una che si occuperà del Lazio: le nostre capacità di invenzione sono molte». Da Palazzo Madama al Consiglio regionale il passo è breve. Al portafoglio l’ardua sentenza.

felice.manti@ilgiornale.it




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Fisco, scoperta gigantesca fuga di capitali Tra i denunciati anche un sacerdote

Corriere della Sera


Funzionari di banca trasferivano all'estero somme evase di imprenditori della sanità, antiquari, agenti di viaggio

 
ROMA - Funzionari di banca trasferivano in Svizzera e Lussemburgo grosse somme evase da una clinica privata della capitale, da imprenditori edili, antiquari, agenzie di viaggio e da un sacerdote. È quanto hanno scoperto le Fiamme Gialle del comando provinciale di Roma che hanno denunciato 14 persone per riciclaggio ed evasione fiscale internazionale.

Nel corso dell'operazione sono stati scoperti anche 3 milioni di euro riciclati. Come riferisce la Guardia di Finanza, dirigenti e dipendenti di un gruppo bancario italiano si muovevano personalmente per raccogliere i contanti in tutta Italia (soprattutto a Roma, Milano, Firenze e Modena) e portarli in una filiale a Lugano dove venivano depositati su conti «cifrati».


GLI EVASORI - Variegato il ventaglio delle persone che gli affidavano i guadagni non denunciati al fisco italiano: imprenditori (della sanità privata e del settore edile), antiquari, agenzie di viaggio ed anche un sacerdote. Per lui, secondo quanto accertato dai finanzieri, vi era il progetto di creare nelle isole Cayman una società off-shore sui cui conti far transitare gli importi dei libretti al portatore del prelato.

Si trattava di cifre consistenti e quindi il compenso richiesto sarebbe stato molto più alto del normale. Ma le commissioni per portare a termine le rischiose operazioni di «ripulitura» erano comunque elevate, anche nei casi «standard»: di solito si avvicinavano all'1% delle somme trasferite ma erano destinate a crescere fino a sopra il 2% nei periodi (Pasqua e Natale) in cui la richiesta del particolare «servizio» finanziario raggiungeva i picchi più alti.

I TRUCCHI BANCARI - Il trucco, secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza, era quello di far «girare» meno contante possibile per evitare di essere fermati al confine dalle Fiamme Gialle e di vedersi sequestrare il «bottino». I responsabili si erano perciò inventati un sistema di «compensazione» on the road: il denaro infatti solo di rado varcava materialmente la frontiera.

Chi voleva trasferire le somme le consegnava personalmente al funzionario di banca che, a sua volta, le metteva a disposizione di altri clienti, al contrario, bisognosi di «liquidi» da spendere in Italia. Qualche giorno dopo, le operazioni venivano registrate presso la banca estera, a credito e a debito a seconda dei casi e per i contanti movimentati.

In cambio, i correntisti dovevano pagare una percentuale sulle somme e compilare una ricevuta, utilizzata come «pezza di appoggio» dell'operazione. Ma non era l'unico modo per riciclare. Gli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma ne hanno infatti scoperti molti altri.

Tra i più gettonati, fa sapere la Guardia di Finanza, il ricorso a societá fantasma nei «paradisi fiscali», costituite tramite fiduciarie in Svizzera e in Lussemburgo, che venivano utilizzate sia per l'emissione di fatture false (relative a finte consulenze) allo scopo di trasferire all'estero denaro solo formalmente giustificato dalle fatture, sia per realizzare, a favore dei clienti più ricchi, tra cui anche i titolari di una nota clinica privata di Roma, un sistema complesso di «cartolarizzazione» dei crediti.

FONDI NERI - In base al meccanismo scoperto dai finanzieri, in pratica, l'imprenditore italiano che voleva portare «fondi neri» all'estero cedeva ad una società di cartolarizzazione (che era naturalmente d'accordo) un ingente portafoglio di crediti nei confronti di clienti sicuramente solvibili (per esempio enti pubblici).

I crediti venivano molto svalutati e l'azienda italiana venditrice registrava in contabilitá la perdita che seguiva alla cessione, riducendo i ricavi e quindi l'utile dell'esercizio su cui pagare le tasse. L'azienda di cartolarizzazione a sua volta, spiegano i finanzieri, cedeva il credito a una fiduciaria svizzera o lussemburghese ad un prezzo leggermente più alto e ne otteneva un guadagno minimo.

A questo punto la fiduciaria cartolarizzava il credito emettendo obbligazioni che venivano tutte acquistate da una società «fasulla», di solito intestata a professionisti esteri, ma riconducibile di fatto alla prima azienda italiana venditrice del portafoglio. Prima della scadenza delle obbligazioni, la società fasulla apriva un conto corrente presso la filiale svizzera del gruppo bancario. Era su questo conto che la fiduciaria, dopo aver ricomprato i titoli emessi e trattenuta una piccola percentuale per il servizio reso, versava la parte restante sul conto aperto a favore dell'impresa fasulla.

SOCIETA' FASULLE - E infine l'ultimo passaggio, quello decisivo: la società fasulla era posta in liquidazione e i fondi venivano trasferiti in contanti su un nuovo conto corrente rigorosamente «cifrato», di solito intestato ad un'altra falsa società, ma a disposizione dell'azienda italiana che in questo modo poteva godersi il suo «nero».

Molti erano poi, sottolinea la Guardia di Finanza, i «servizi extra» offerti dai funzionari di banca: tra questi il cambio, in totale anonimato, di valuta estera e la messa a disposizione, presso le filiali italiane del gruppo, di cassette di sicurezza, dove i clienti potevano «parcheggiare» le mazzette di contanti, senza il rischio di segnalazioni, prima che fossero raccolti e trasferiti in Svizzera.

E proprio in una di queste cassette le Fiamme Gialle in una occasione hanno trovato, pronti per essere spediti «oltreconfine», 155 mila euro che sono stati sequestrati dai finanzieri. Proseguono le indagini dei finanzieri per quantificare esattamente l'ammontare dell'evasione fiscale internazionale scoperta.

(AdnKronos)

01 aprile 2010




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Tangenti, Pennisi patteggia la pena

Corriere della Sera

Accordo con il gip per due anni e dieci mesi. Ha restituito i 10 mila euro della mazzetta e pagato un risarcimento


MILANO - L’ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex consigliere comunale milanese Milko Pennisi ha patteggiato la pena di due anni e dieci mesi di reclusione in relazione all’episodio di concussione in flagranza di reato che l’aveva visto protagonista l’11 febbraio scorso quando fu arrestato mentre incassava 5mila euro, la rata di una tangente di 10mila dall’imprenditore Mario Basso. Lo ha deciso il gip milanese Gaetano Brusa che ha ritenuto congrua la pena concordata tra pm e difesa. Pennisi restituisce i 10mila euro della tangente e spontaneamente ha devoluto al Comune di Milano la cifra simbolica di 5mila euro.

La difesa ha chiesto la revoca dell’ordine di custodia cautelare in carcere e in subordine la concessione degli arresti domiciliari. Il gip Brusa sull’istanza deciderà nei prossimi giorni. "Tutto si è concluso", dice Antonio Bana l’avvocato difensore. Pennisi tuttavia resta indagato in uno stralcio di inchiesta per verificare se incassò mazzette anche su altre pratiche edilizie.

Redazione online
01 aprile 2010




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Procuratore di Milano: "E' allarme pedofilia Complicità dei vescovi"

di Luca Fazzo

Pietro Forno, capo del pool antimolestie: "La lista di sacerdoti inquisiti è lunga.

La Chiesa non ha mai ostacolato le indagini. Ma i vertici non hanno mai denunciato un caso".


L'Abc: "Anche Paolo VI sapeva"


Roma

Una gerarchia cattolica che tace, copre, insabbia. Che per paura degli scandali non punisce i pret i colpevoli di abusi sessuali. Che li lascia a contatto con i fedeli e con i bambini. Che chiude gli occhi davanti a un fenomeno talmente radicato e devastante da domandarsi se non vi siano uomini che scelgono la strada del sacerdozio proprio per poter avvicinare le loro vittime. 

È un quadro sconcertante quello dipinto in questa intervista al Giornale dal magistrato che da più tempo in Italia si occupa di abusi sessuali: Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri. 

Quanti sacerdoti ha inquisito per reati sessuali?
«La lista, purtroppo, non è corta». 

E qual è stato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche?
«Devo dare atto che, una volta iniziate le indagini, non mi sono mai stati messi ostacoli. Però le notizie positive finiscono qui». 

In che senso?
«Nel senso che nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». 

Ma i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i preti che sbagliano.
«È vero che non esiste un obbligo formale di denunciada parte dell’autorità ecclesiastica, perché un vescovo non èun pubblico ufficiale. Quindi il vescovo che tace non commette il reato che commetterebbe un preside che tacesse. È anche veroche qualunque cittadino - soprattutto quandoè investito di un’autorità odi un’autorevolezza particolari - quando viene a sapere di un reato per cui si può procedere d’ufficio ha la possibilità di denunciare, e direi il dovere morale. 

Questo non avviene mai. Mai. È un punto dolente. Noi come magistrati abbiamo l’obbligo di informare l’ordinario diocesano, ovvero il vescovo, quando arrestiamoo chiediamo il rinvio a giudizio di un prete, e lo abbiamo sempre rispettato. Ma il contrario non mi è mai accaduto. Non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto». 

Perché? Nonsanno quello che accade nelle loro parrocchie? O lo sanno e preferiscono tacere?
«Io sono convinto che loro sappiano molto più di quello che sappiamo noi. Ma c’è un problema a monte, ed è cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. E qui mi permetto di dire una cosa di cui in questi giorni non si è parlato, nelle tante discussioni sul temadegli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Mail prete che abusa di un bambino è più paragonabile aungenitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. 

Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Seguardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache di questi giorni si parla di atti avvenuti in confessionale. 

E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo “lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

Quali sono le ripercussioni sulle vittime?
«Sono esperienze che marchiano in profondità le vittime per tutta la vita, proprio per le figure da cui provengono. Io ho in mano un documento della Chiesa canadese che negli anni Novanta è stata la prima a fare una indagine interna e ha scoperto che il 5 per cento del clero canadese ha queste tendenze. Il 5 per cento! In quel documento si ricostruiscono le conseguenze devastanti che questi avvenimenti hanno sulle vittime, si ricostruiscono persino i loro percorsi religiosi, e si vede che spesso abbandonano la Chiesa e si formano una immagine di Dio molto simile a quella dei loro abusanti». 

Perché sono così numerosi questi casi?
«Io ormai ho un dubbio, e parlo solo di dubbio perché non posso avere riscontri diretti: che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti per abusare, perché è oggettivo che nella scelta del sacerdozio c’è un’enorme facilitazione nell’avvicinarele vittime. Eppure compiono tutto il percorso formativo fino a venire messi a contatto con i ragazzi. 

Questo pone un grosso interrogativo: ma nessuno se n’è accorto prima? Dov’è il discernimento spirituale che dovrebbero esercitare coloro che li scelgono? Non hanno osservato il loro comportamento, le loro tendenze, le modalità con le quali si rapportano ai giovani? E un’ultima domanda: cosa accade all’interno dei seminari?». 

Se le cose stanno come le descrive lei, siamo di fronte aunfenomeno di indulgenza, se non di omertà, da parte delle gerarchie. Teme che in fondo questi siano considerati peccati veniali?
«Nessun teologo può avere l’ardire di sostenere che si tratti di un peccato veniale, tanto che questi sono tra i pochi casi per cui il diritto canonico prevede la riduzione allo stato laicale. Eppure nessuno di questi sacerdoti ha mai subito questa punizione. Neanche quello che diceva alle sue vittime “lo vuole Gesù”». 

La riduzione allo stato laicale può essere una soluzione estrema. Magari prendono misure più blande.
«Io convengo chela riduzione allo stato laicale sia indubbiamente una sanzione grave, ma di fronte alla gravità di queste cose non credo che si debba essere indulgenti. Invece non solo non vengono cacciati ma accade a volte che non vengano nemmeno messi in condizioni di non nuocere più. Quando hanno queste notizie si limitano a spostarli da una parrocchia all’altra, e così gli permettono di fare altre vittime inconsapevoli, perché quando la piazza è bruciata gli consentono di andare dove non li conoscono».

Come se lo spiega?
«Lo chieda a loro. Non alla Chiesa, ma alla gerarchia ecclesiale. Della Chiesa fanno parte anche i fedeli, e molti di loro - tra cui il sottoscritto - la pensano diversamente. Il problema è la gerarchia. Secondo me non li puniscono perché li hanno scelti loro, educati loro, allevati loro, e quindi si creano dei legami di difesa, di protezione. E c’è soprattutto la paura dello scandalo. Cheè una paura pocoevangelica, perché il Vangelo dice invece che è necessario che gli scandali avvengano. È una paura poco cristiana, insomma» 

Adesso le sembra che qualcosa stia cambiando? Che stiano correndo ai ripari?
«Nel 2000 scrissi suunarivista giuridica che esisteva un problema di pedofilia nella Chiesa, e un sacerdote che va per la maggiore mi replicò negando semplicemente l’esistenza del problema. Adesso quello stesso sacerdote riconosce che questo dramma è reale. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. E visto che nelle recenti direttive del Papa è previsto che le diocesi possanorivolgersi a laici per essere aiutate e consigliate nella prevenzione di questi fatti, io sono a disposizione. Qualche idea da suggerirgli ce l’avrei».




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Di Pietro-De Magistris, «strappo» sul fattore Grillo

Corriere della Sera

L'ex pm cauto. Il «delfino»: farò passi politici verso di loro
ROMA

Anche Giovanni Floris l'altra sera a Ballarò è rimasto stupito: era proprio Antonio Di Pietro quello che davanti ad Angiolino Alfano parlava. E non gridava. Conciliava. E non si opponeva. Parlavano di riforme il leader dell'Italia dei valori e il ministro della Giustizia del governo Berlusconi nel programma di Rai Tre. Un po' come il diavolo che si lava le mani nell'acqua santa. Che succede? «Succede che è arrivata l'ora di costruire l'alternativa. Mica dobbiamo aspettare che Silvio Berlusconi se lo prende Gesù Cristo: dobbiamo sconfiggerlo politicamente». Gioca da leader Antonio Di Pietro. E alza la voce, insieme con l'asticella. In una conferenza stampa a Montecitorio ieri pomeriggio non ha esitato, Di Pietro: «Chiedo a Bersani di decidere fin da subito il prossimo candidato per le elezioni del 2013: né io né lui, però».



E poco importa che il segretario del Pd ha subito nicchiato e risposto picche. «C'è tempo per scegliere il candidato», ha mandato a dire a Di Pietro. Ma lui, comunque, non si è fermato. E la sera a Otto e mezzo, dalle telecamere di La7, si è messo a plaudere anche il Capo dello Stato per il suo diniego sulla legge sul lavoro. «Di sola opposizione si muore: non si può fare come l'asino di Buridano. Bisogna costruire un'alternativa di governo», ha ripetuto, sottolineando quel sogno che va rincorrendo dalla scorsa estate, quando alle elezioni Europee l'Idv ha sforato l'8% e Di Pietro ha cominciato a corteggiare il Pd. Sottovalutando le questioni interne? Sono stati in tanti, dopo le elezioni, a leggere nel disagio di Luigi De Magistris una fronda pronta a mettere in atto una scissione dentro il partito di Di Pietro. Davvero l'ex-magistrato oggi eurodeputato dell'Idv De Magistris ha intenzione di mettersi a capo del movimento di Grillo e dei grillini? Lui, l'interessato, smentisce categoricamente: «Sono dentro l'Italia dei valori».

De Magistris il 26 marzo scorso ha pure preso la tessera, finalmente. Si è iscritto a Napoli. Ma quando si parla di Grillo e dei grillini, risponde ben diversamente dal leader dell'Idv. Dice, infatti: «Noi dobbiamo essere il ponte di collegamento con il movimento di Grillo e non solo. Dobbiamo essere il perno di congiunzione con tutti i movimenti. Il popolo viola. Il popolo che era alla meravigliosa manifestazione del 5 dicembre scorso. Chi non è andato a votare. Dobbiamo dialogare con tutti loro. E io ho intenzione di fare passi politici e concreti, tutti in questo senso».

Alessandra Arachi
01 aprile 2010



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Sarzana, preso l’uomo che sa i segreti sul video di Marrazzo

Il Secolo xix


«C’è un video, c’è il presidente del Lazio Marrazzo con un trans»: sapeva tutto, Antonio Dalcielo. Sapeva del ricatto all’ex governatore del Lazio, sapeva del tentativo di vendere quel filmato. E ha avuto tra le mani i tre minuti di riprese che hanno innescato l’inchiesta e lo scandalo. Antonio Dalcielo è un trafficante di droga, fermato a Sarzana con un complice, lo spezzino Mauro Raineri. E con il fermo si è scoperto com’è nata l’inchiesta sul ricatto a Marrazzo. Dalla direzione antimafia di Firenze, che stava indagando su tutt’altro: un fiume di cocaina per il mercato italiano.


Droga che arriva dal Sudamerica passando per la Spagna. Ma il telefono di Antonio Dalcielo è sotto controllo. La sua macchina è imbottita di cimici. Ogni sua parola è registrata. E così man mano, giorno dopo giorno, i confini dell’estorsione a Marrazzo diventano più chiari. Prima Dalcielo racconta che tre carabinieri di Roma «hanno tra le mani un filmato a luci rosse che riguarda un presidente».

I carabinieri del Ros fanno un salto sulla sedia. In quelle settimane (siamo a cavallo tra il maggio e giugno dell’anno passato) il premier Silvio Berlusconi è sotto tiro, dopo la pubblicazione delle feste nella sua residenza, Villa Certosa. E quel «presidente» potrebbe proprio essere il premier. Così, d’urgenza, i magistrati di Firenze chiedono e ottengono nuove intercettazioni. E scoprono che Delcielo è collegato all’ambiente dei carabinieri ricattatori.





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Anche Paolo VI conosceva alcuni casi di preti pedofili»

Corriere della Sera


I legali delle vittime citano una lettera del 1963 inviata dal reverendo Fitzgerald al pontefice


 WASHINGTON - Anche Papa Paolo VI fu messo al corrente di casi di abusi sessuali ad opera di sacerdoti americani. Lo sostengono i legali delle vittime in California, citando una lettera, che risale al 1963, inviata dal Reverendo Gerard M.C. Fitzgerald, capo dell'ordine dei Servi di Paraclito. La missiva - ottenuta dalla Associated Press - fu inviata da Fitzgerald dopo una sua visita in Vaticano, durante la quale Papa Montini chiese la sua opinione sui problemi della Chiesa oltreoceano. Nella lettera Fitzgerald avrebbe raccomandato al Papa la rimozione di alcuni preti pedofili dai loro incarichi.

LA DOCUMENTAZIONE - Il reverendo Fitzgerald, morto nel 1969, aveva fondato nel 1947 l'ordine dei Servi del Paraclito specializzato nella assistenza ai sacerdoti che non erano più in grado di svolgere la loro missione a causa di gravi problemi personali (dall'alcolismo al non rispetto del voto al celibato). Il primo centro per l'assistenza ai sacerdoti era stato creato a Jenez Springs, nel New Mexico. Forte della sua esperienza, secondo la Abc Fitzgerald aveva scritto fin dalla fine degli anni '50 lettere a vescovi e alla Curia Romana sottolineando la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti che non praticavano la castità. 
Le lettere inviate da Fitzgerald erano poi diventate parte della documentazione di un caso legale avvenuto nel New Mexico nel 2007. Secondo una lettera ottenuta da uno studio legale californiano che difende le vittime di abusi sessuali, il reverendo Fitzgerald aveva raccomandato a Paolo VI, che aveva chiesto un suo parere dopo una visita fatta da Fitzgerald in Vaticano nel 1963, di rimuovere i preti pedofili dal ministero attivo. Fitzgerald aveva pianificato di creare in una isola dei Caraibi un centro di assistenza dove tenere isolati i preti che mostravano impulsi di predatori sessuali.

RICHIESTA - Nel frattempo un avvocato americano che difende le vittime di abusi sessuali da parte di preti pedofili ha presentato a un tribunale del Kentucky la richiesta di far testimoniare l'attuale papa Benedetto XVI sulla vicenda. L'avvocato William McMurry sostiene che il Vaticano era a conoscenza degli abusi sessuali dei preti ma che ha «incoraggiato il silenzio per proteggere la reputazione della Chiesa Cattolica». Secondo il legale, Benedetto XVI era a conoscenza dello scandalo in quanto responsabile per molti anni, come cardinale Joseph Ratzinger, della Congregazione per la Dottrina della Fede, il dipartimento vaticano che riceve questo tipo di denunce. 
L'avvocato McMurry, nella sua richiesta al tribunale del Kentucky, ha citato una serie di documenti resi pubblici dal quotidiano New York Times che «dimostrerebbero senza possibilità di equivoci il collegamento tra l'allora cardinale Ratzinger e le vicende delle violenze sessuali subite dai minorenni». «Questi documenti mostrano in modo diretto il coinvolgimento di Ratzinger nella decisione della Santa Sede di mantenere un velo di segretezza sulle nefandezze compiute dal clero negli Stati Uniti». 
(fonte: Ansa)

01 aprile 2010




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Mago libanese condannato per stregoneria in Arabia Saudita Sarà decapitato tra 48 ore

Quotidianonet


Ali Sibat è stato condannato a morte lo scorso novembre per stregoneria.
L'uomo era stato arrestato alla Medina a maggio del 2008 dalla polizia religiosa dove si trovava in pellegrinaggio

Beirut, 31 mazo 2010


Un libanese veggente tv sarà decapitato entro 48 ore in Arabia Saudita dove è stato condannato a morte lo scorso novembre per stregoneria. Ne ha dato notizia il legale dell’uomo, Ali Hussain Sibat, May el-Khansa. Ali Sibat era stato arrestato alla Medina a maggio del 2008 dalla polizia religiosa dove si trovava in pellegrinaggio.

Nel regno wahabita dove vige l’interpretazione più intransigente della sharia, la severa legge coranica, non esiste una definizione certa per il reato di stregoneria e tutto dipende dalla discrezionalità del giudice. Nel novembre del 2007, Mustafa Ibrahim, un farmacista egiziano fu decapitato per lo stesso ‘crimine'.




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