venerdì 2 aprile 2010

Christian Vieri alla Figc: revocate lo scudetto 2005-06 all'Inter

Corriere della Sera


La mossa dell'ex giocatore nerazzurro sulla scorta degli atti dell'indagine sullo spionaggio ai suoi danni


MILANO - L'Inter si trova improvvisamente al centro di inattese «controffensive» sul fronte sportivo-giudiziario. Da una parte le intercettazioni che la difesa di Moggi porterà in aula nel processo di Napoli su Calciopoli. Dall'altra una clamorosa richiesta di Christian Vieri, ex giocatore nerazzurro, alla Figc: revocare lo scudetto 2005-2006 assegnato ai nerazzurri dall'allora commissario della Figc, Rossi, in seguito al ciclone di Calciopoli.

Il titolo, sul campo, era stato vito dalla Juventus, ma per la condanna del processo sportivo, il suo piazzamento in quel campionato era stato cancellato. Lo scudetto era stato poi assegnato all'Inter, prima tra le squadre non coinvolte nello scandalo (al secondo posto in campionato si era piazzato il Milan, ma anche il club rossonero era stato condannato dalla sentenza del tribunale sportivo) .

LA RICHIESTA -Vieri ha chiesto formalmente alla Procura federale della Figc la revoca dello scudetto 2005-2006 della società nerazzurra e l'interdizione dalle cariche societarie per il presidente Massimo Moratti e del vicepresidente Rinaldo Ghelfi sulla scorta degli atti dell'inchiesta penale milanese sui dossier illeciti, nella quale Vieri figura parte lesa per una presunta attività di spionaggio ai suoi danni. Secondo l'ex giocatore dell'Inter, la societá nerazzurra avrebbe violato l'art.18 del codice di giustizia sportiva che prevede la non assegnazione o la revoca del titolo di campione d'Italia in caso di violazione dello Statuto e delle norme federali (Foni: Ansa- AdnKronos)

02 aprile 2010





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Calciopoli, Bergamo a Moratti: «Per il Bologna vi mando Gabriele»

Corriere della Sera

«Accompagnato da due assistenti molto bravi»
Intercettazione del 10 gennaio 2005 in vista di una partita di Coppa Italia
MILANO - Si arricchiscono di particolari le intercettazioni che riguardano il presidente dell'Inter, Massimo Moratti, e l'ex designatore degli arbitri, Paolo Bergamo, nel caso Calciopoli. «Visto che non c'è il sorteggio ma c'è designazione a voi ho mandato Gabriele, l'ho fatto accompagnare bene da due assistenti molto bravi...», dice Bergamo a Moratti il 10 gennaio 2005 alle 12,23. L'argomento è la terna arbitrale per la partita di Coppa Italia Bologna-Inter di tre giorni dopo, che finirà 3-1 per l'Inter e determinerà il passaggio dei nerazzurri ai quarti di finale. Alla fine l'Inter vinse la Coppa in finale contro la Roma.

TRASCRIZIONE - Questo il testo integrale della telefonata tra Bergamo e Moratti, trascritta insieme a molte altre, che la difesa di Luciano Moggi chiederà di acquisire dalla procura di Napoli come presunta prova di illecito.
Bergamo: «Mi sono sentito con Facchetti, presidente per confermare questo clima di cordialità che naturalmente è una cosa che sappiamo io e lei, però il gruppo ha molto apprezzato il lavoro che noi abbiamo fatto nei confronti di Gabriele e Palanca e quindi ho pensato di farli rientrare in Coppa Italia, uno viene a fare l'Inter e uno fa il Milan».
Moratti
: «Va bene...».
Bergamo: »Volevamo dargli un immagine buona...».
Moratti: «Sì Sì...».
Bergamo: «Mi ha detto Facchetti sì sì sono d'accordo...».
Moratti: «Va bene, mercoledì lo andrò a trovare prima della partita...».
Bergamo: «Questo gli farà piacere...».
Moratti: «Vado a salutarlo...».
Bergamo: «Visto che lì non c'è sorteggio ma c'è designazione a voi ho mandato Gabriele, l'ho fatto accompagnare bene da 2 assistenti molto bravi».
Moratti: «No no Gabriele è sempre stato un buon arbitro, molto regolare, non ho mai avuto contestazioni...».
Bergamo: «Un saluto vedrà lo riempirà di gioia».
Moratti: «La ringrazio, mercoledì sono giù se c'è ne bisogno, lo vado a trovare prima della partita...».


02 aprile 2010







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I preti sono contro l'aborto perché vogliono tanti bimbi" Frase choc, assessore lascia

Il Resto del Carlino


Bufera a Carpi dopo un messaggio che l'assessore Miria Ronchetti ha scritto su Facebook.
Lei è scusata e si è dimessa: "Infelice battuta". Ma la sua esternazione scatena il fuoco delle polemiche: da destra e da sinistra.




Modena, 2 aprile 2010.  


Bufera a Carpi, nel Modenese, dopo una frase che l'assessore alle politiche sociali Miria Ronchetti (Pd) ha inserito nella sua bacheca su Facebook: “Mi viene un pensiero cattivo: non è che i preti non vogliono l'aborto perché vogliono tanti bambini a loro disposizione?”

Questo 'post', che poi stamattina la stessa Ronchetti ha cancellato, ha scatenato il fuoco della polemica. Per cui oggi pomeriggio l'assessore Ronchetti ha rimesso il suo mandato e si è dimessa.  “Manifesto il mio rammarico per quanto apparso sulla mia pagina di Facebook – ha detto Miria Ronchetti -. Intendo chiarire che si è trattato di una spiacevole e infelice battuta dovuta al clima di tensione che si respira in questi giorni. Mi scuso con quanti si sono sentiti offesi e, in particolare, con tutte le donne e gli uomini che nella Chiesa ogni giorno si dedicano con sacrificio e passione al benessere della comunità. Rimetto il mio mandato nelle mani del sindaco Campedelli per non mettere in difficoltà l’operato di una Giunta che sta lavorando bene per la città”.

La frase dell'assessore Ronchetti ha subito innescato una fortissima polemica politica. Già in mattinata Roberto Andreoli, capogruppo Pdl di Carpi, aveva chiesto le dimissioni dell'assessore, giudicando il suo scritto su Facebook “vergognoso, inqualificabile, falso e chi più ne ha più ne metta”. Secondo il gruppo consiliare Pdl, “una persona così non può coprire una carica così importante come quella di assessore. Ha gettato fango su tutta la città”.

Allo stesso modo, Enrico Aimi, consigliere regionale Pdl, ha chiesto le dimissioni della Ronchetti: “Come al solito certi laicisti annidati tra le fila del Pd non finiscono mai di stupirci – ha scritto Aimi -. Sono alla spasmodica ricerca della creazione del grande partito radicale di massa. Per questo, e solo per questo, alcuni esponenti della sinistra sostengono politiche di apertura e di tolleranza religiosa verso l‘islam – anche quello più integralista – mentre non si fanno scrupoli nell’offendere il profondo sentimento religioso della stragrande maggioranza degli italiani: quello cattolico”.

"Sono totalmente inaccettabili le parole di Miria Ronchetti - ha commentato Mauro Manfredini, capogruppo a Modena e in Regione della Lega Nord -. Quella tra preti e pedofili e' un'equiparazione assolutamente sbagliata e pesantemente offensiva per tutti i credenti ma non solo, specie quando viene messa per iscritto da un assessorealle Politiche sociali''

Nel pomeriggio, dopo un incontro con l'assessore, il sindaco di Carpi Enrico Campedelli è intervenuto e ha sottolineato che “non esistono attenuanti per qualificare infelici esternazioni che ledono in modo profondo la sensibilità di milioni di persone. Da qui la mia ferma contrarietà nell’accettare battute del genere su temi così delicati, soprattutto se fatte da chi incarna ruoli istituzionali. Pur riconoscendo il lavoro prezioso svolto dall’assessore Ronchetti – ha aggiunto Campedelli – mi riservo di valutare nelle prossime ore le dimissioni dal mandato che l’assessore ha rimesso nelle mie mani”.

Secondo il segretario del Pd di Carpi Davide Dalle Ave, le dimissioni di Miria Ronchetti sono un “gesto non solo opportuno ma necessario”: “ra i doveri istituzionali di un amministratore c’è anche quello, non scritto, della sobrietà nei comportamenti e dell’equilibrio nei giudizi, soprattutto quando riguardano questioni delicate come quella della pedofilia – prosegue il segretario Pd carpigiano -. La ricerca della verità e l’individuazione delle responsabilità, anche in questo ambito, non hanno nulla a che vedere con la colpevolizzazione e l’offesa di un’intera categoria di persone. Per queste ragioni bene ha fatto l’assessore Ronchetti a trarre le necessarie conseguenze del suo agire”.





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Di Pietro al Pd: "Serve un leader per nuovo Cln"

di Redazione

Il leader dell'Italia dei Valori mette in riga il Pd e manda un messaggio chiaro a Bersani: "Faccia pulizia nel partito e poi troviamo un leader per un nuovo comitato di Liberazione Nazionale. Una figura di altro profilo e di pacificazione"



Roma - Di Pietro mette in riga il Pd e manda un messaggio secco a Bersani."I risultati elettorali sono chiari e premiano le scelte dell’Italia dei Valori, la nostra politica, la nostra ferma e dura opposizione. L’Italia dei Valori è l’unico partito del centrosinistra che continua ad aumentare i propri consensi. Abbiamo raggiunto maturità e consapevolezza politica". Antonio Di Pietro torna a rivendicare l’evoluzione del suo partito, che ripropone come "punto di riferimento dinamico per la costruzione di un’alternativa al governo Berlusconi". Ma nel mirino dell'ex pm non c’è solo, e tanto, il presidente del Consiglio.

Comitato di liberazione nazionale "Dobbiamo attrezzarci a trovare una leadership che sia in grado di raccogliere intorno a sè un consenso che vada oltre il 50% dei cittadini elettori, essendo solo questo l’unico modo democratico per riuscire nell’impresa di sfrattare dal governo Silvio Berlusconi", dice infatti dal suo blog Di Pietro, che avverte "bisogna ricostruire, o meglio costruire ex novo, una coalizione riformista di idee, di programmi, di partiti e di elettori" e chiede di "individuare il prossimo candidato leader di questo nuovo comitato di Liberazione Nazionale".

"Bersani metta mano al partito" Il messaggio al Pd è secco: "Bersani deve mettere mano al proprio partito e fare un pò di pulizia sennò non se ne viene a capo di nulla". L’identikit del candidato leader? "Ritengo ci sia bisogno di una figura di pacificazione: una persona di alto profilo che possa rappresentare la parte migliore di questo Paese; un riformista in grado di guidare l’Italia fuori dalle secche in cui è impigliato; una persona capace di cogliere la dinamicità del tempo, in grado di unire e di ricompattare i mille rivoli in cui si è persa la politica". Quindi, "rinnovando la mia stima e il mio impegno per costruire una coalizione vincente, chiedo al Pd - scrive Di Pietro - di liberarsi delle correnti che lo attraversano, dei piccoli satrapi locali che decidono le candidature per interesse personale, solo per mantenere piccole fette di potere e di controllo".




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Generazione Italia: "Stoppare i doppi incarichi"

di Redazione

Dopo la bocciatura di Brunetta e Castelli alle Comunali, la proposta del senatore Valditara: "Dare una risposta concreta al segnale lanciato dagli elettori inserendo fra le riforme anche quella sulle incompatibilità". Ma Alemanno: "Può essere un risparmio"


Roma - "La principale motivazione dell’insuccesso dei due candidati del centrodestra va ricercata in una premessa sbagliata che ha accomunato la campagna elettorale di entrambi: la pretesa, affermata con grande chiarezza da tutti e due, di voler fare il sindaco, e mantenere contemporaneamente le cariche di ministro e parlamentare". Analizzando "il dato clamoroso delle sconfitte di Brunetta a Venezia e Castelli a Lecco" sul sito di Generazione Italia, Giuseppe Valditara, senatore del Pdl, rilancia la necessità di dare un taglio ai doppi incarichi". Ma il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, frena: "Può essere un risparmio". 

La proposta di Valditara "La causa non può certo ravvisarsi nella impopolarità dei due personaggi - spiega Valditara - né sulle liti all’interno delle coalizioni. Lecco e Venezia hanno lanciato due segnali chiari contro la prassi ormai sempre più diffusa dei doppi e tripli incarichi politici". Per questo secondo il senatore del Pel "è giunto il momento di dare una risposta concreta a questo segnale lanciato dagli elettori inserendo fra le future riforme istituzionali anche quella sulle incompatibilità. È contrario ad una prassi di buon governo della cosa pubblica e ad una logica di separazione fra organismi che concorrono con distinte dignità a formare la Repubblica, che si possano cumulare cariche di ministro, parlamentare, presidente di provincia, sindaco di grandi città". 




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De Magistris: «Grillo, incontriamoci»

Corriere della Sera

«Vuole andare da solo? Ne prendo atto. Sarà stato mal consigliato o è tratto in inganno»
ROMA

«Sono amico di Grillo e condivido la maggior parte delle sue battaglie.
Per questo lo invito ad un dibattito sereno e rispettoso, perché credo che la parte migliore del paese debba stare insieme». Luigi De Magistris europarlamentare dell'Idv in collegamento telefonico con il programma di radio2 «Un giorno da pecora» ha invitato Beppe Grillo, leader del movimento 5 Stelle, ad un confronto per chiarire le incomprensioni degli ultimi giorni.

Poi ha specificato: «Non ho litigato con Beppe Grillo. Io ho fatto una proposta. E cioè in questo scenario di deriva autoritaria o il centro sinistra si unisce a difendere la costituzione, nell'ambito delle differenza e delle rispettive autonomie dei partiti e dei movimenti, oppure le cose non si cambieranno. E allora ho detto e ripeto, dato che condividiamo con Grillo, ma anche con altri partiti nuovi della sinistra, tante battaglie, perché non cerchiamo la formula per camminare insieme? Grillo, invece, vuole stare da solo. Ne prendo atto».

Poi però l'europarlamentare ha aggiunto: «Forse Grillo è stato tratto in inganno, o consigliato male. Lui è intelligente e non posso credere che in questo scenario politico pensi di poter cambiare le cose lottando da solo». «Qualcuno ha interpretato questa sua proposta come un modo per intrufolarsi nel movimento di Grillo e mollare Di Pietro», gli fanno notare i conduttori Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. «Con Di Pietro c'è una sintonia politica, solida e importante. Non abbiamo litigato e non voglio fargli le scarpe». (Fonte Ansa)


02 aprile 2010






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Calciopoli, in aula altre intercettazioni E la telefonata di Moratti è già in Rete

Corriere della Sera


La difesa di Moggi porterà le telefonate fatte da altri dirigenti ai designatori. E i blog ne anticipano una




MILANO - Prima l'annuncio di nuovi elementi di prova, poi le interviste dell'avvocato di Luciano Moggi, Maurilio Prioreschi. Infine le parole di Alex Del Piero sui due scudetti tolti alla Juventus dalla sentenza sportiva. In vista delle udienze del processo penale di Napoli su Calciopoli, in programma dalla prossima settimana, la difesa dell'ex dg bianconero ha annunciato di avere in mano «carte» importanti da giocare.

In particolare, un'enorme quantità di intercettazione di dirigenti sportivi a colloquio con i designatori Bergamo e Pairetto. Tutte telefonate che non sono mai state rese note e, secondo la difesa, nemmeno considerate nei loro contenuti. Sempre secondo la difesa, questo da una parte mostra che i contatti tra designatori e dirigenti di società non riguardavano soltanto Juventus (e Milan, Lazio, Fiorentina, gli altri club condannati), dall'altra che l'inchiesta sarebbe stata condotta in una sola direzione.




INTERCETTAZIONI - Le intercettazioni saranno presentate come prova la prossima settimana: l'annuncio è stato dato nell'udienza di martedì scorso. Ovviamente c'è attesa per sapere quali elementi abbia davvero in mano la difesa e quale contenuto abbiano quelle conversazioni. Ma nel frattempo in Rete qualche stralcio ha già cominciato a circolare. In particolare una conversazione del gennaio 2005, tra l’ex designatore arbitrale Paolo Bergamo e Massimo Moratti. La conversazione si riferisce alla partita Inter-Sampdoria del 9 gennaio 2005, terminata 3-2 con una rimonta dei nerazzurri da 0-2 nei minuti finali.

L’intercettazione finita su alcune pagine web del tifo bianconero, come Juventinovero (ju29ro.com) o blog come calcioblog.it. Bergamo aveva più volte affermato che nel suo ruolo di designatore aveva avuto contatti telefonici con tutti i dirigenti di Serie A e non solo da quelli finiti nel processo di Calciopoli. Nelle intercettazioni recuperate dall'archivio non usato dall'accusa, i difensori di Moggi sostengono di aver rintracciato telefonate con Facchetti, Adriano Galliani e il presidente del Cagliari, Cellino. «Ci sono telefonate al disegnatore arbitrale Bergamo che non erano state trascritte dagli investigatori. Abbiamo dato incarico a un consulente di farlo» aveva dichiarato giovedì al processo l’avvocato Prioreschi.

MOGGI E MORATTI - Intanto giovedì si sono concluse con un accordo sancito al Tribunale di Roma due vertenze tra l'ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi, e il presidente dell'Inter, Massimo Moratti, scaturite dalle polemiche che si erano sviluppate ai tempi di Calciopoli. La prima vertenza, penale, vedeva Moggi imputato di diffamazione da Giacinto Facchetti, all'epoca presidente dell'Inter. Per quanto riguarda la vertenza civile era stata promossa da Moggi contro l'Inter e il gruppo

L'Espresso per un'intervista fatta da Moratti a Repubblica il 7 dicembre 2007. In cambio della remissione di querela dell’Inter, Moggi non darà seguito alla causa civile con richiesta danni per 4 milioni di euro. Per quanto riguarda le nuove intercettazioni, Moratti, in una intervista alla Stampa, sostiene in sintesi che il «tentativo di ribaltare la realtà è incredibile e ridicolo. So comeci siamo comportati sempre noi dell'Inter e ho letto invece come si comportavano gli altri. Possono sbobinare quello che vogliono, non c'è alcun problema».
Redazione online



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Scaturchio all'asta, si parte da un milione

Corriere del Mezzogiorno



In vendita anche i brand Ministeriali e babà Vesuvio Lavorò per i re d'Italia, i grandi del G7 e i papi



NAPOLI— La storia della pasticceria napoletana va all’asta. La data è già fissata — il 7 maggio prossimo — con una base di 1milione di euro e la speranza di raggiungere almeno il valore di mercato attribuito ai marchi Giovanni Scaturchio, Babà Vesuvio e Ministeriali: 4 milioni di euro. Una vicenda amara— nonostante la dolcezza evocata dal nome Scaturchio — che arriva ad un capolinea dopo anni difficili. Che sono culminati con la dichiarazione del fallimento, nel dicembre 2009, su istanza di Equitalia, creditrice per oltre 9 milioni di euro riferiti a contributi non pagati— dal lontano 1991— per i 140 dipendenti.

FALLIMENTO - Una azienda gloriosa Scaturchio — che ha lavorato prima al servizio dei re d’Italia, poi dei grandi del G7, quindi del Vaticano e del Papa— che però dal punto di vista contabile si è mostrata traballante e poco accorta. Ci sono stati anche tentativi di salvezza. Dal 2004 sono subentrati, in affitto, prima la Scab poi la Turistica alberghiera. Società che si erano impegnate a risanare e che hanno contribuito, invece, ad aggravare la situazione di dissesto incassando i proventi e non pagando né contributi né affitto. E neanche i fornitori. Eppure l’azienda funziona. Il curatore fallimentare prima e custode giudiziario poi, Pasquale Prisco, lo racconta con i numeri. «Le mie analisi indicano un residuo attivo annuale pari a 150mila euro — spiega —. Considerando per i 54 dipendenti che lavorano in azienda i contributi regolarmente pagati e tutte le spese saldate».


Video

Scaturchio: la fotogallery


TRE MARCHI - Tre dunque i marchi che vanno all’asta, oltre alla storia e alla capacità di creare prodotti di pasticceria unici. «Da Scaturchio si serve solo il fresco, l’olio si cambia tutti i giorni e c’è una attenzione maniacale alla qualità. Il che comporta spese altissime— spiega Prisco— ma anche ritorni e consensi notevoli. Senza considerare che un enorme patrimonio è costituito anche da una forza lavoro che è riuscita a produrre utili anche in assenza di un piano marketing». Ci sono aziende napoletane di nome che hanno già manifestato il loro interesse per rilevare marchio e prodotti. Si fanno i nomi di Sire, D’Angelo, Bellavia... Ma questa è una storia ancora da scrivere.

Anna Paola Merone
02 aprile 2010






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Mosca, kamikaze "fidanzate di Allah"

di Redazione

La polizia russa identifica le due terroriste della metropolitana.

Sono cecene. Entrambe vedove di militanti islamici.

Una è l'ex compagna di Magomedov, ribelle del Daghestan. L'altra aveva 20 anni 


Mosca - Aveva 17 anni una delle due kamikaze che si sono fatte esplodere lunedì scorso nella metropolitana di Mosca. Gli inquirenti, riferisce una fonte della polizia, sono praticamente certi di avere identificato l’attentatrice suicida entrata in azione alla fermata Lubjanka: si tratta di Dzhannet Abdullayeva, vedova di un militante islamico di peso in Daghestan, Umalat Magomedov, ucciso a fine 2009. L’identificazione "si basa su informazioni ricevute attraverso molteplici canali. Abbiamo quasi la certezza al 100% che sia stata lei a compiere l’attentato" spiega la fonte. L’ipotesi che si trattasse della Abdullayeva era circolata ieri e oggi la stampa russa riporta la notizia, ma a questo punto l’indiscrezione sembra una certezza.

La foto Kommersant pubblica una foto della coppia, dove si vede una giovanissima con il velo e vestita di nero. I due, abbracciati, tengono in mano entrambi un’arma. Sempre secondo la stampa moscovita l’altra kamikaze, quella che si è fatta saltare in aria alla fermata Park Kultury, sarebbe una giovane di 20 originaria della Cecenia, Markha Ustarkhanova, a sua volta vedova di un ribelle ceceno ucciso nel 2009. Si tratta di due "fidanzate di Allah", due giovanissime vedove di militanti islamici che hanno deciso, o forse sono state costrette, di porre fine alla propria vita nel nome della jihad contro Mosca.

Le "vedove nere" Per la Russia è una tragica conferma. Le "vedove nere" erano nella scuola di Beslan durante il mega-sequestro finito in tragedia nel 2004 (almeno 331 morti) ed erano nel teatro Dubrovka, a Mosca, nel 2002: uccisi almeno 33 terroristi e 129 ostaggi. Le donne kamikaze, o "shahidki", o vedove nere, sono un retaggio del terrorismo ceceno lanciato dal leader separatista Shamil Basayev e sopravvissuto alla sua morte. In passato ci sono stati persino casi di kamikaze in gravidanza al momento dell’attentato, a dimostrazione che le fidanzate di Allah non sono altro che pedine nelle mani di folli. Per loro nemmeno una formazione o preparazione al suicidio, racconta la scrittrice Yulia Jusik nel suo libro Le fidanzate di Allah: basta una cinghia imbottita di esplosivo e non devono neppure innescarla per farsi saltare in aria, perché il tutto avviene attraverso un telecomando. Tra le fila delle vedove nere ci sono in genere fanciulle di un’età compresa tra i 15 e i 19 anni. Secondo la Jusik - che ha passato in Cecenia un intero anno per descrivere il fenomeno - molte di queste donne sono vendute dai loro genitori, altre sono rimaste senza marito, padre e fratelli: prive di qualsiasi protezione, sono state rapite. E forzate alla lotta terroristica.





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Via la sirenetta, ne spunta lo scheletro

La Stampa

La Sirenetta, l'icona di Copenhagen ha lasciato lo scoglio da cui contempla il mare dal 1913, ed è volata in Cina, alla volta dell'Expo di Shanghai.
Al suo posto ne è spuntata una versione scheletrica... ma è un pesce d'aprile organizzato dal Museo Nazionale di Storia.

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Pd, tutti contro tutti "Qui troppi fighetti" Grillo a De Magistris "Basta tv, a lavorare"

Quotidianonet

Altra giornata di tensioni nel Pd. Il neo governatore della Toscana, Enrico Rossi, lancia frecciate a Roma. Franceschini a Bersani: "Nessun assedio, ma è il momento di scegliere una linea chiara". E il comico genovese attacca il leader dell'Idv


Roma, 2 aprile 2010


Dopo l'affondo di Veltroni e dopo la lite Renzi-Zingaretti, nel Pd è un'altra giornata all'insegna delle tensioni. Dario Franceschini, rivale di Bersani alle primarie, in un'intervista al 'Corriere della Sera' assicura che da parte sua non c’è nessun assedio al segretario ma chiede una linea più chiara per il partito. "Unità è una scelta politica, non uno slogan - dice -. Perciò nessun assedio a Bersani, anche perché le sfide che abbiamo davanti in questa seconda parte della legislatura non consentono proprio lotte interne, ma è il momento di scegliere una linea chiara che deve partire dall’analisi di come siamo messi adesso, sapendo che questo lavoro durerà i prossimi tre anni”.

Il capogruppo Democratico analizza il dato delle regionali dal quale emerge che il centrosinistra oggi governa otto regioni rispetto alle 16 del 2006 e per giunta in un "perimetro circoscritto, cioè le vecchie regioni rosse. Tutto ciò fa ancora più rabbia se si pensa che siamo di fronte a un’assoluta assenza del governo. Per risalire la china serve lo sforzo di tutti. Dobbiamo scegliere con chiarezza la strada. Ma per farlo occorre sciogliere alcuni nodi".

Franceschini elenca una serie di temi su cui il Pd deve chiarire la sua linea: "la vigilanza democratica" in vista di una riforma presidenziale "senza garanzie", "la difesa del bipolarismo", e infine "l’impostazione riformista del partito che è nato per cambiare il paese". Per fare questo a suo avviso occorre "fare battaglie di cambiamento e non coltivare solo il nostro orto. Prendiamo il mondo del lavoro. Bisogna avere il coraggio di difendere i lavoratori e i piccoli imprenditori allo stesso modo, abbiamo dato l’impressione di non occuparci della parte più dinamica del paese" e poi, prosegue Franceschini "dobbiamo recuperare un meccanismo di solidarietà tra le generazioni. Mi riferisco al sistema previdenziali: è giusto chiedere ai genitori di lavorare qualche anno in più per dare ammortizzatori sociali ai figli".

Intanto dalle regioni arrivano bordate a Roma. Troppi "fighetti" nel Pd secondo il neopresidente della regione Toscana, Enrico Rossi, da dieci anni assessore alla salute nella giunta Martini. "Ci servono invece politici - dice - che si mettano a lavorare ventre a terra, che vadano dentro le fabbriche, che si facciano vedere nei mercati, che parlino con la gente e accettino anche di essere contestati. Basta con i dibattiti da salotto".

Rossi contesta l’analisi che spesso viene fatta della sua regione come un luogo in cui il centrosinistra vince facilmente perché l’elettorato è "statico". "Mica sono beoti i toscani - spiega - è gente esigente, che sa scegliere" perciò Rossi si dice "contrariato" e invita il partito a "venire a studiare il nostro modello di governo invece di oscurarci, siamo un esempio positivo. Altro che popolo bue. Se ci rivotano è perchè qui ci siamo dati da fare".

ROSSI GETTA BENZINA SUL FUOCO - Il presidente della regione Toscana critica il partito romano che ad ogni elezione innesca sempre il meccanismo "intollerabile" della "resa dei conti". E la cosa stupefacente è che finora non hanno ascoltato nè coinvolto nessuno degli eletti. Dalla Toscana mandiamo un avviso ai naviganti: non vi comprendiamo, chiaro?". Rossi ritiene che "il fighettismo è una tendenza che rischia di pervadere" il Pd, "il fighettino concepisce la politica come posizionamento personale, ha l’ossessione della presenza nei talk show televisivi, mira al carrierismo rapido che non ha niente a che fare con un impegno verificato sul territorio".

MERLO ALL'ATTACCO - "Il patetico e grottesco confronto tra Renzi e Zingaretti, due straordinari professionisti della politica nonché esponenti di primo piano del potere locale da svariati anni, dimostra come sia ridicolo il tema dell’età per il recupero di credibilità e di consenso del Pd”. La pensa così Giorgio Merlo, deputato del Pd e vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, commentando le polemiche del dopo regionali, divampate tra i democratici. E continua: "Pur riconoscendo il significato politico del rinnovamento e del ricambio, se c’è un tema che non appassiona nessuno e che non ha alcuna attinenza concreta con il rilancio del Pd, e’ quello di assistere ad uno scontro tra chi e’ piu’ nuovo all’interno del partito e quindi più titolato a guidarlo". Affonda il deputato: "Un confronto tra ‘giovani’ che ormai fanno parte a pieno titolo e da molti anni, della cosiddetta ‘nomenclatura’".





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Il gatto canterino che scaccia la tristezza

Il Giorno


Suscita risate ai quattri angoli del globo il video di un micio che esprime a piena voce lo stupore per le grattatine a sorpresa





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Pedofilia, basta fango» Vescovi liguri all’attacco

IL Secolo xix


I riti immutabili della quaresima e la cronaca del presente che irrompe drammaticamente nelle cattedrali. «Nessuna ombra, per quanto grave, dolorosa, deprecabile - scandisce il cardinale Angelo Bagnasco - può annullare il bene compiuto da tantissimi sacerdoti». Ed è un “serrate le fila”: dalle diocesi di Albenga-Imperia e di Savona-Noli, quelle che più si sentono sotto assedio (mediatico) fino alla curia del presidente della Cei. Ovunque, i vescovi liguri chiedono ai fedeli e ai laici di non anticipare i tempi della giustizia e non gettare fango sulla Chiesa per le responsabilità (crimini, peccati) «ancora da accertare» di alcuni singoli religiosi, negando la possibilità di una regia ai vertici del Vaticano..



È una difesa a più voci, una alzata di scudi in parte spontanea: come avviene in tante parrocchie. In parte concertata, nei tempi e nei ruoli, per quello che riguarda le gerarchie.
Così ecco ieri la discesa in campo del vescovo di Savona-Noli Vittorio Lupi, chiamato a gestire lo spinoso caso di don Luciano Massaferro, accusato di violenza sessuale su una ragazzina. E del vescovo di Albenga-Imperia Mario Oliveri, che rivendica la presunzione di innocenza «fino a che la giustizia non avrà fatto il suo corso» per chi indossa un talare come per ogni imputato in un processo.
Infine, in uno studiato crescendo, è il presidente dei vescovi italiani a prendere la parola, ieri mattina a San Lorenzo. Parla ai suoi sacerdoti e lancia messaggi destinati ad arrivare molto più lontano: parlando di un’ ombra «grave, dolorosa, deprecabile» imputabile a pochi, che non può annullare il bene compiuto da molti.



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Pedofilia, ispettori di Alfano a Milano: "Verificare la condotta del pm Forno"

di Redazione

Il Guardasigilli invia gli ispettori a Milano dopo le dichiarazioni che Pietro Forno, capo del pool specializzato in molestie e stupri, ha rilasciato al Giornale sui sacerdoti coinvolti in reati sessuali. L'ufficio ispettivo verificherà il carattere potenzialmente diffamatorio delle dichiarazioni



Roma - Il ministro della giustizia Angelino Alfano invia gli ispettori a Milano. Dopo le dichiarazioni rese ieri al Giornale dal procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno (leggi l'intervista), che ha accusato le gerarchie ecclesiastiche di coprire i sacerdoti responsabili di gravi fatti di pedofilia, il Guardasigilli ha dato mandato al suo ufficio ispettivo di verificare il carattere potenzialmente diffamatorio delle dichiarazioni del pm. 

L'intervento di Alfano Gli ispettori di Alfano verificheranno se Forno con tale condotta abbia violato i doveri di correttezza equilibrio e riserbo che devono essere particolarmente osservati nella trattazione di procedimenti delicati come quelli per reati di pedofilia, reati che vanno perseguiti con estrema decisione ma evitando pericolose generalizzazioni. Ne dà notizia un comunicato del ministero della giustizia. Nell’intervista, al Giornale, Forno ha spiegato che, "nei tanti ani in cui ho tratato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, asrrivata una sola denuncia nè da parte dei vescovi nè da parte dei singoli preti". Le indagini sono sempre partitre da denunce dei famigliari delle vittime che "si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente". "Secondo me - ha aggiunto Forno - non li puniscono (i preti pedofili n.d.r.) perchè li hanno scelti loro, educati loro, allevati loro, e quindi si creano legami di difesa, di protezione. E c’è soprattutto la paura dello scandalo".




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Subcomandante Marcos? No, Leuccio da Galatina

Quotidianonet


Dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno si scopre che la foto con il vero volto dell’inafferrabile leader dei guerriglieri zapatisti in realtaà ritrae un volontario galatinese 38enne, in Messico per conto di una Organizzazione non governativa. Ora chiarito l'errore, o lo scherzo, bisogna sperare che anche la magistratura messicana ci rida sopra




Lecce, 2 aprile 2010




Dalle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno si scopre che quello che poteva essere uno scoop in realtà si è rivelato di un madornale scambio di persona, nella migliore delle ipotesi, o di uno scherzo di aprile dalla preparazione anticipata, e forse dalle conseguenze mal calcolate.

Il famoso scatto con il vero viso dell'inafferrabile subcomandante Marcos si scopre infatti che altro non è che Leuccio Rizzo, galatinese 38enne, in Messico per conto di una Organizzazione non governativa.

Quella è una vecchia foto mentre, in Chapas, con barba incolta e berretto bianco in testa, aiutava a dipingere un edificio in costruzione.

E qua si fermano le risate, sì perché, anche se dall’Ambasciata italiana a Città del Messico assicurano che il volontario salentino non sarebbe "in una situazione di pericolo", ed escluso che sia lui il subcomandante Marcos, resta da chiarire la sua posizione con la magistratura messicana, che potrebbe sempre indagarlo.




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PD = Partito Disperato

Libero




di Fausto Carioti

Per capire cosa accade a sinistra di questi tempi tocca recuperare la summa filosofica del “furbetto” Stefano Ricucci, che non sarà il più fine degli analisti ma ha l’indubbio pregio della sintesi: «È facile fare i froci col culo degli altri». Perché due cose sono chiare nell’opposizione dal momento in cui si sono saputi i risultati delle regionali. La prima è che Pier Luigi Bersani è già bollito.


Non solo nessuno pensa di farne il candidato premier del centrosinistra nel 2013 (cosa non troppo normale per il leader del principale partito d’opposizione), ma è anche chiaro a tutti, dalla figlia di Walter Veltroni in su, che come segretario del Pd ha già fallito. La seconda certezza - che ci riporta alla metafora evocativa di Ricucci - è che nessuno osa fare un passo avanti e dire: tocca a me, mi candido io. Al contrario: tutti criticano Bersani, in pubblico e in privato, ma al momento di arrivare al dunque si bloccano lì, sfoderando la frase di rito: «La leadership di Bersani non si discute». Complimenti al coraggio.

Il Caimano fa paura
La verità è che il voto nelle tredici regioni ha tolto gli ultimi dubbi che ancora giravano, trasformandoli in una certezza: a meno di eventi imprevisti ed imprevedibili,  le elezioni del 2013 finirà per vincerle il solito Silvio Berlusconi. Quelle che si sono appena svolte erano a tutti gli effetti elezioni di metà mandato, e si è visto come sono andate: c’è la crisi economica, la disoccupazione è in aumento, i magistrati lo inseguono più di prima, i giornalisti lo spiano sin dentro la camera da letto, lo hanno accusato di essere un seduttore di minorenni e un puttaniere, sono scesi in piazza in migliaia per dargli del mafioso e dello stragista, un italiano su tre non va a votare e quello, facendo due sole settimane di campagna elettorale con uno slogan che manco le Orsoline


(«L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio»), ha strappato quattro regioni ai suoi avversari, assieme a Umberto Bossi controlla il Nord e la conferenza Stato-Regioni ed è più forte che mai. Se poco poco nei prossimi tre anni l’economia si risolleva (e prima o poi dovrà accadere) e lui riesce a dare una sforbiciatina alle tasse, potrà fare la campagna elettorale per le prossime politiche dalla sua villa di Antigua, per tornare in Italia con l’elicottero che atterra direttamente sul Quirinale. Ma anche se il Cavaliere non dovesse essere così fortunato, la consistenza di quel semolino chiamato opposizione è tale che Berlusconi rischia di stravincere comunque.


A sinistra lo hanno capito. Dopo il voto di domenica e lunedì, i denti aguzzi e scintillanti del Caimano incutono ancora più terrore. Così è cominciata la gara a chi si tira indietro per primo, lasciando avanti il povero Bersani, che se si gira scopre di essere rimasto solo. Prendete il sindaco di Torino: Sergio Chiamparino, lo “sceriffo rosso”, la grande speranza del Pd del Nord e dell’Italia tutta.


Prima del voto aveva detto che Bersani si muove «a zig zag, senza dare l’impressione di tenere la barra dritta», che «non siamo ancora usciti dal passato e il nuovo va ancora costruito», insomma che il Pd gli faceva schifo, che dopo le regionali si sarebbe dovuta costruire una forza nuova e che lui stesso non escludeva di candidarsi per la leadership. «Finalmente uno con gli attributi», hanno pensato i depressi elettori di sinistra. Poi si va al voto, il Pd perde tutte le regioni che può perdere e arretra persino nelle sue roccaforti storiche. E l’unica cosa che Chiamparino riesce a dire è che Bersani «ha fatto il massimo» e non deve essere messo in discussione.


Poi ci sarebbe Enrico Letta, che di questo passo rischia di fare la fine di quei calciatori tipo Alvaro Recoba, che hanno perso tutti i treni buoni e chiuso la carriera con un grande avvenire dietro le spalle. Se il nipote di zio Gianni si salverà da questa sorte sarà solo perché in Italia un politico è giovane sino a sessant’anni e può arrivare a palazzo Chigi o al Quirinale pure avendone ottanta. Ma anche lui, di affrontare adesso il suo destino, non ha nessuna voglia.


Altri sopravvissuti alla strage berlusconiana non se ne vedono. Berlusconi ha assassinato ogni leader della sinistra, inclusi quelli futuribili, tipo il suo clone in scala uno a mille, Renato Soru. Gli altri nomi che girano, come quello di Nicola Zingaretti, al momento hanno un orizzonte di credibilità limitato al raccordo anulare. Fuori dal Pd, l’unico che prende voti è Nichi Vendola, ma la sua collocazione è tale che non può certo candidarsi alla guida dell’opposizione. Cosa che invece potrebbe - e vorrebbe - fare il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. Il quale, però, è appena uscito con le ossa rotte dalle regionali, e con il suo 4% circa può spostare gli equilibri in qualche regione, ma non certo a livello nazionale.

I grand commis
La situazione è tale che, per sfidare Berlusconi tra tre anni, iniziano a girare i nomi più improbabili: Luca Cordero di Montezemolo è stato affiancato dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e dall’economista Mario Monti. Nomi che sono indici della disperazione. Intanto perché segnano la resa totale dei partiti di centrosinistra, che in questo modo ammettono di non essere in grado di presentare un candidato credibile e sono costretti a rivolgersi a personaggi estranei allo loro storia (Romano Prodi, almeno, aveva già avuto incarichi di governo con la Dc ed era il simbolo del dossettismo in salsa bolognese). E poi perché questi grand commis, tirati in ballo ogni volta che la sinistra non sa che pesci prendere, al momento buono sono bravissimi a ringraziare e dire che loro, alla politica, non ci pensano proprio. Che poi, tradotto, vuol dire che non hanno nessuna intenzione di andarsi a schiantare contro il muro di Arcore.


L’impressione è che in molti, nell’opposizione, inizino davvero a sperare che Berlusconi vada al Quirinale, e che intendano muoversi solo dopo quel momento. Almeno, tolta di mezzo una simile ira di dio, si potrà tornare ad avere qualche speranza di vittoria. Prima di fare certi calcoli, però, dovrebbero capire bene quale tipo di riforme istituzionali e di presidenzialismo intende introdurre Berlusconi. Uno così, se diventa presidente della Repubblica, non lo fa certo per il messaggio di fine anno.



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Elicottero, palazzo del '500 e fuoriserie Caccia al maxi-evasore da 164 milioni

Corriere della Sera



Sarebbe un imprenditore che opera nella produzione di energia.  È di Cremona, residenza fiscale a Montecarlo




CREMONA - Mettere assieme in un colpo solo i peccati fiscali dei furbetti del quartierino e quelli di Valentino Rossi: l’impresa è riuscita a un imprenditore di Cremona al quale la Guardia di finanza contesta di aver nascosto al fisco ben 164 milioni di euro. Residenza formale a Montecarlo e sede legale della società in Lussemburgo hanno consentito al campione dell’evasione di non pagare dal 2001 a oggi un centesimo di tasse; in compenso il mago degli affari aveva - e ha tuttora - un elicottero parcheggiato in una piazzola dell’aeroporto cremonese di Migliaro e secondo indiscrezioni possiede un palazzo cinquecentesco nel centro storico della città.

Le Fiamme Gialle e il procuratore capo di Cremona Francesco Di Martino respingono ogni tentativo di conoscere l’identità dell’imprenditore ma in città è già partita la caccia all’evasore totale agevolata dal fatto che sono già emersi dettagli che circoscrivono molto la ricerca: anche in un capoluogo del benessere come Cremona, non sono molti infatti i businessman dotati di elicottero e di residenza nel Principato di Monaco; in più il misterioso personaggio opera in un settore economico molto specifico, la produzione di energia elettrica attraverso gli scarti del legno.

Energia pulita, che non lascia traccia nell’ambiente ma che dovrebbe lasciarne nella dichiarazione dei redditi di chi la produce anche perché questa attività economica gode di sostanziose agevolazioni statali.

Quattro società riconducibili a mister X sono state sottoposte a verifica fiscale della polizia tributaria comandata dal maggiore Pierangelo Samaja; l’accertamento sarebbe stato agevolato anche da un fatto particolare: l’imprenditore cremonese negli anni scorsi sarebbe stato messo sotto inchiesta da una procura del Sud Italia per la costruzione di una centrale termica.

Per questa ragione egli non ha potuto cancellare i conti in sospeso con l’erario ricorrendo allo scudo fiscale. Gli inquirenti, insomma, si sono trovati davanti una «foresta vergine» di carte tutta da esplorare.

Una delle società oggetto dei controlli aveva negli anni scorsi condotto in porto un contratto da 38 milioni di euro nel campo delle energie alternative. Benché la sede amministrativa della società fosse a Cremona, benché tutte le decisioni operative fossero state prese nella città di Stradivari, la firma degli atti e le riunioni di vertice avevano avuto luogo in Lussemburgo, sede fiscale della società.

Per questa ragione l’operazione da 38 milioni di euro non era mai stata denunciata al fisco. «Ma quella era solo una società "esterovestita", di fatto operante in Italia» dichiara la Finanza cremonese. Altro capitolo è quello della residenza personale del manager: formalmente era a Montecarlo, ragion per cui l’indagato non ha mai presentato una denuncia dei redditi dal 2001 a oggi ma di fatto l’uomo avrebbe trascorso gran parte del suo tempo in Italia e a Cremona.

Gli inquirenti lo hanno accertato seguendo piccole ma continue tracce: l’abbonamento a Sky, il pagamento dei caselli autostradali con la carta di credito, i passaggi della Lamborghini con l’imprenditore al volante nel centro della città.

Risultato: contestazione del mancato versamento per sette anni dell’Irpef che messi assieme ai 38 milioni dell’operazione targata Lussemburgo portano il conto della maxi evasione a 164 milioni. E il diretto interessato? Da quando ha intuito che la Finanza si è messa sulle sue tracce ha «fiutato l’aria» ed è sparito da Cremona; probabilmente se ne sta nel Principato e potrà sempre consolarsi facendo qualche gita con il suo yacht da 18 metri solitamente ormeggiato ad Antibes.

Poiché i reati contestati al manager sono stati commessi precedentemente al 2007, la giustizia italiana non ha potuto «aggredire » i beni dell’evasore che restano dunque tutti nella disponibilità dell’uomo. Può anche darsi che «mister 164 milioni » si ritrovi al di là del confine in buona compagnia: proprio ieri il Ministero dell’Economia ha infatti ricordato che soltanto l’1% degli italiani dichiara più di 100mila euro di reddito.

Claudio Del Frate
02 aprile 2010



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Minzolini richiama la Busi: "Scorretta e ingiusta"

di Paolo Bracalini

La giornalista lo attacca su Repubblica e il direttore scrive a Masi e Garimberti: "Ha violato una regola dell’azienda. Scorretta e ingiusta".

La protesta dei colleghi peones: "Sono star e fanno i martiri"

 


Sorpresa: stavolta è Minzolini a scrivere una lettera al presidente della Rai e al direttore generale di viale Mazzini. Il motivo va cercato a pagina 15 della Repubblica di ieri. Un’intervista durissima di Maria Luisa Busi, la bionda conduttrice del Tg1, che dalle pagine del quotidiano progressista accusa il direttore di aver messo in atto «una rappresaglia» interna e di aver creato «un clima insostenibile in redazione», soprattutto dopo gli ultimi spostamenti decisi da Minzolini. 

Un attacco frontale della giornalista, che però infrange una precisa regola aziendale, per cui ogni esternazione che riguardi la Rai deve essere autorizzata dal direttore di testata e dal direttore generale. La Busi non l’ha fatto e Minzolini ha risposto come da protocollo, inviando una lettera di ammonimento ai vertici della Rai. Nella missiva Minzolini si rivolge direttamente alla giornalista, contestandole il comportamento scorretto (anche se, ha poi spiegato il direttore in riunione, non avrebbe negato alla Busi l’autorizzazione) rispetto ai colleghi, che invece hanno regolarmente chiesto il permesso all’azienda anche per interventi minimi sui media, e soprattutto non politicamente impegnati e in collisione diretta con la propria testata come quello della Busi:

«Il tuo comportamento costituisce una somma ingiustizia verso i colleghi che hanno sempre chiesto l'autorizzazione» all’azienda, e «questa è una offesa», scrive il «Minzo» nella lettera. A questa comunicazione del direttore dovrebbe fare seguito una lettera di richiamo dell’azienda alla giornalista. Ma si vedrà, perché col clima da guerra di liberazione che si sta creando al Tg1, un richiamo formale avrebbe un’inevitabile lettura «martirizzante» per la bionda giornalista aspirante santorina.
Minzolini contesta altri elementi dell’attacco della Busi al Tg1. In particolare quello sugli ascolti del primo tg Rai, che secondo la conduttrice sarebbero in forte calo. Minzolini sfodera invece una serie di numeri, da cui risulta che il Tg1 si attesta sullo 0,4% in più rispetto all’anno scorso (gestione Riotta), con medie del 28-29% nell’edizione serale e una crescita rilevante sul target 30-40 anni. Quindi dati tutt’altro che negativi, anzi. 

Altro capitolo dell’ammonimento: l’Abruzzo. La Busi aveva già attaccato Minzolini dissociandosi, lei inviata all’Aquila, dall’informazione del suo Tg sulla ricostruzione della città abruzzese, a suo parere troppo filogovernativa. Ebbene, il direttore le ha ricordato l’esito delle elezioni all’Aquila, dove la presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, attivista della protesta anti Cav, è stata sonoramente bocciata da uno sconosciuto candidato del Pdl.

Sul direttore prosegue comunque il fuoco del centrosinistra, con l’appoggio dei sindacati. Ieri i Cdr di Tg2, Tg3 e RaiNews24 hanno definito «inaccettabile la rimozione di tre conduttori del Tg1», mentre la Fnsi vede inquietanti «ombre». In difesa di Minzolini il Pdl con Daniele Capezzone, Osvaldo Napoli e che denunciano due pesi e due misure sull’informazione Rai.




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Fede s’infuria coi Grillini e abbandona Annozero

di Gabriele Villa

Polemica da Santoro. Il direttore del Tg4 lascia in diretta lo studio della trasmissione Rai.

"Sono stanco di sentire insulti. Io saprei dove buttare il comico e il suo canotto: nel Lambro"



Anatomia di una faida interna, nella sinistra in crisi. Sul tavolo della sala operatoria dei chirurghi dell'affabulazione, Santoro e Travaglio, è finito ieri sera per una volta il Pd. Anche perché più di tanto, diciamo la verità, questa volta il centrodestra e il premier, tenuto conto dei risultati ottenuti nelle Regionali, non si potevano attaccare. In ogni caso ad Annozero non si fanno mancare nulla, come oramai sappiamo. 

E così, anche quando non fanno o cercano di non fare, opera di bassa macelleria giornalistica, non buttano via nulla. Quindi alla luce dei risultati e delle polemiche del giorno dopo il voto e dei giorni seguenti, la puntata di ieri, autenticamente soporifera, dedicata ufficialmente all’analisi del voto con tanto di grafici o retropensieri dei vari ospiti, si è trasformata in un’esaltazione dell’effetto Grillo.
 
Scelta la vittima sacrificale: un Pd messo all’angolo, per la legge dei numeri analizzati e maneggiati con le pinzette, non tanto e non solo dal centrodestra ma dai Grillini, Santoro ha tirato in ballo l’effetto Grillo ogni volta che ha potuto. Tanto che quel Grillo un po' troppo sparlante, talmente portato in palmo di mano dall’immarcescibile coppia dei tribuni di Annozero, e offerto in pillole di comizi ai telespettatori alla fine un risultato almeno lo ha avuto. 

Ha indispettito il direttore del Tg4, Emilio Fede che, in collegamento da Milano, ha resistito pazientemente, stando al gioco di Michele l’intenditore, ma verso la conclusione della trasmissione, si è strappato il microfono e furente ha lasciato la sua postazione: «È una vergogna, è la vergogna delle vergogne. Mi sono stancato si sentire insulti». 

Precisiamo, per dovere di cronaca che gli insulti, in quella di ieri, che è stata, come si diceva, una puntata tutto sommato pacata e, a tratti, tenetevi forte, addirittura favorevole alla maggioranza di governo, sono stati appunto solo quelli affiorati dalle varie registrazioni dei comizi pre-elettorali di Grillo. Insomma le varie performance di vaffa e limitrofi in cui il comico, con quel suo solito turpiloquio mascherato da satira se l’è presa con tutti. 

In ogni caso resta il fatto incontrovertibile che Emilio Fede non ha mai gradito, dando più volte segni di intolleranza. Tanto che quando durante l’ennesimo siparietto-dibattito in studio sul «sorprendente» risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle del comico genovese, la parola è andata al giornalista della Stampa Andrea Scanzi autore del libro Ve lo do io Beppe Grillo, il direttore del Tg4 si è tolto il microfono ed è andato via congedandosi con un: «Io saprei bene dove buttare Grillo con il suo canotto, nel fiume Lambro». E motivando il suo gesto ha aggiunto: «Avevo deciso di restare per rispetto dell'informazione». 

Santoro ha fatto finta di non accorgersene, Travaglio anche. E, stancamente Annozero è arrivato per la fortuna dei telespettatori rimasti ancora svegli finalmente alla conclusione. Con l’interrogativo di partenza: «Ha vinto lui?» (intendendosi per lui, naturalmente Silvio Berlusconi) rimasto ancora lì a campeggiare al centro dell’arena. Giusto perché, visto quanto è emerso chiaramente, nessuno, nemmeno i due obbiettivissimi tribuni-padroni di casa, ha avuto il coraggio o ha trovato il tempo prima che il sipario calasse, di andare a togliere l’interrogativo e di metterci il punto esclamativo.




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Pedofilia, padre di una bimba denuncia "Un prete la molestò: l’hanno coperto"

di Luca Fazzo

Dopo le rivelazioni del magistrato milanese Forno sui casi nascosti in Italia, il racconto choc di un genitore: "La mia bambina aveva 7 anni quando il prete le mise le mani addosso. Dopo la denuncia i salesiani mi hanno fatto terra bruciata intorno"


«Vuole sapere quale fu la reazione dei salesiani quando denunciai il prete che aveva messo le mani addosso a mia figlia? Fu una reazione molto semplice. Mi dissero: lei non doveva andare dai giudici, doveva venire da noi, adesso si arrangi. E da quel giorno mi hanno fatto terra bruciata intorno». Il signor G. è il padre di una bambina di dieci anni. Ne aveva sette quando raccontò alla nonna cosa era successo in oratorio, dopo che don Marco l’aveva presa in braccio. Oggi don Marco è sotto processo a Milano per violenza sessuale: l’altro ieri un’altra udienza, la prossima il 21 aprile, la sentenza in maggio. Ma più della passione morbosa di un vecchio prete per una ragazzina, la storia che racconta il signor G. parla di qualcosa di ancora più sconcertante, che è la reazione delle gerarchie ecclesiastiche alla sua denuncia. È un racconto che fa capire a cosa si riferiva Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, quando nell’intervista al Giornale di ieri accusava i vescovi di coprire quanto accade nelle loro diocesi «per paura dello scandalo». «Da loro - affermava il magistrato - non mi è mai arrivata una sola denuncia, eppure sanno molte cose più di noi».

Apriti cielo. Eppure, a parlare con il signor G. si direbbe che Forno sia stato fin troppo cauto. Perché in questo caso i superiori del prete sotto accusa non si sono limitati a insabbiare. Hanno reagito ribaltando le parti, trasformando la vittima in colpevole, isolando lei e la sua famiglia, fino a costringerli a lasciare la cittadina alle porte di Milano dove tutto è accaduto.

«Prima di allora, io con i salesiani avevo sempre avuto un buon rapporto. Con me erano stati generosi, mi avevano aiutato quando ero in difficoltà. Ero un “mammo”, un padre single con due figli, e faticavo ad arrivare a fine mese. Dopo la mia denuncia è cambiato tutto. Ci hanno chiuso le porte dell’oratorio. Hanno impedito ai miei figli di fare la comunione e la cresima. Hanno rifiutato la loro iscrizione ai campi estivi. Hanno detto in giro che mia figlia si era inventata tutto perché io volevo estorcere del denaro alla chiesa. Ma quale padre al mondo costringe la figlia a inventarsi un racconto così?». E riferisce il racconto della figlia. Un racconto orribile, ripetuto più volte dalla piccola agli psicologi che non hanno trovato in lei contraddizioni né indizi di menzogna.

«Eppure io ho aspettato tre mesi prima di sporgere denuncia. Ero andato dal parroco, e lui mi disse: “Caspita, cosa mi dici, eravamo già in preallarme perché altre mamme si erano lamentate di don Marco, adesso chiamiamo subito l’ispettore e vediamo il da farsi, tu intanto sta zitto e non perdere la calma”. Sembrava sinceramente deciso a fare qualcosa. Poi arrivò l’ispettore dei salesiani. Non volle mai incontrarmi, e lì cominciai a capire che la musica era cambiata».

Dopo tre mesi senza che accadesse nulla, il signor G. si decise a sporgere denuncia. E da quel momento, racconta, cominciò intorno a lui l’operazione terra bruciata. «Mi aizzarono contro gli altri parrocchiani. Ordinarono a tutti di chiudermi le porte in faccia. Mi trovai di fronte ad un’organizzazione, quella dei salesiani, che ha nell’obbedienza assoluta una delle sue regole. Ma nel frattempo le indagini andavano avanti. La Procura mise sotto controllo un po’ di telefoni. Oggi quelle intercettazioni sono agli atti del processo, e raccontano bene come e perché si cercò di insabbiare tutto. Il parroco di Arese, quello che doveva vigilare su don Marco, viene ascoltato mentre fa sesso al telefono. L’ispettore capo viene intercettato mentre ordina a tutti le versioni da fornire agli inquirenti, per addomesticare le indagini. Una mafia. E tutto per nascondere la verità, perché non si scoprisse che c’erano due preti pedofili che dietro lo schermo di una onlus e dietro il nobile scopo delle adozioni a distanza violentavano i bambini. Che c’era un prete che si faceva mandare i bambini di due anni dicendo “portami quel negretto”».

Don Marco, va detto, ha negato tutto. E ancora l’altro ieri, in aula, in tribunale, tra le lacrime ha giurato di «non avere mai fatto niente di male». «Peccato - dice il signor G. - che abbia mentito durante tutte le indagini. Quando io sporsi la denuncia lui per sostenere che mi ero inventato tutto disse che mia figlia non l’aveva mai vista, che non era mai stata nel suo ufficio, e soprattutto che non c’era mai stata da sola. Solo adesso, in aula, ha ammesso che mia figlia è stata lì, da lui, senza nessun altro, e che l’ha presa in braccio. Ma per i salesiani io continuo ad essere quello che si è inventato tutto. D’altronde mi avevano avvisato: “Se sporge denuncia, stia sicuro che gliela faremo pagare cara”».



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La «Resistenza» è già fallita: lite De Magistris-Grillo

di Redazione

Roma

Mentre in casa democrat si dibatte se il Pd sia «in piedi» (dice Bersani); «fermo» (dice Veltroni); «a schiena dritta» ma con «salute precaria» (dice Fassina, che non è Fassino ma è sempre del Pd) o pronto al «suicidio» se si mette a linciare l’ennesimo segretario (dice Letta, che del segretario è il vice e dunque sulla linea di tiro), alla sua sinistra ci si accapiglia.

L’ex pm Luigi De Magistris, europarlamentare di Idv e ansioso di scavalcare Tonino Di Pietro ritagliandosi un ruolo da leader pure lui, si è alzato ieri mattina con un’idea brillante, comunicata via Il Fatto quotidiano: creare una nuova confederazione della sinistra e degli antiberlusconiani duri e puri, da Nichi Vendola a Beppe Grillo all’Idv al popolo viola. «Dobbiamo unire le forze del cambiamento - incalza - e semplificare l’offerta del centrosinistra perché lo vogliono i nostri elettori». Il suo vaste programme, rassicura De Magistris, non prevede lo scioglimento immediato del partito di Di Pietro: «L’Idv deve essere la guida di questo processo di semplificazione». E lui - ma questo l’accorto ex pm non lo dice esplicitamente - dovrebbe essere la guida del partito guida e il maieuta della futuribile Federazione.

Vendola nemmeno si cura di rispondergli, mentre il «vaffa» di Grillo parte quasi subito: «De Magistris dice che vuol fare passi per unire i movimenti? I passi se li faccia da solo». Il comico genovese, incontenibile dopo la sbornia elettorale, le suona all’ex pm: gli rinfaccia di essere stato eletto «come indipendente» e «con i voti dei blog», e poi di aver preso la tessera di Idv; di stare più «in televisione» che «a Bruxelles» a fare il suo lavoro; di parlare «a nome del Movimento 5 Stelle senza averne l’autorità»; di avere come «punto di riferimento» un popolo viola che esiste grazie alle «manifestazioni sovvenzionate dai partiti». Un po’ di grillini però si ribellano al leader, e sul blog contestano la randellata a De Magistris: «Beppe, l’ha fatta fuori dal vaso», scrive Stefano.

Al malcapitato De Magistris tocca difendersi: «Mai ho avuto intenzione di parlare a nome del Movimento Cinque Stelle», giura, «ho solo indicato una strada di dialogo». Quanto al suo (scarso, secondo Grillo) lavoro da europarlamentare, l’ex pm assicura: «Sto lavorando al massimo in rispetto del mandato ricevuto da 500mila cittadini». L’unica soddisfazione a De Magistris la dà il desaparecido Pdci, che per bocca di Orazio Licandro trova «interessante» la proposta. Intanto però anche l’«amico» Tonino gli rifila una soave perfidia: interpellato telefonicamente dal giornalista di Apcom, Di Pietro finge di cadere dalle nuvole: la proposta De Magistris? Mai sentita nominare: «Non ne so nulla, sono in campagna e sto curando i carciofi».

Che sono più interessanti, lascia intendere. Del resto Di Pietro ha mire assai più ambiziose del suo collega di partito: altro che gruppetti extraparlamentari di sinistra, lui si occupa di dare la linea al Pd, che (spiega alla Padania, ribadendo il neonato feeling con la Lega) è solo un insieme di «cacicchi e califfati», e deve essere «ricostruito tutto». E, minaccia il leader Idv, «noi non intendiamo stare più a guardare, lavoreremo per assumere un ruolo fondamentale in questa coalizione».



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Caso Claps, sigilli alla chiesa di Potenza

Corriere della Sera




Chiusa la SS. Trinità per permettere alla scientifica di estendere le analisi all'edificio dove Elisa incontrò Restivo



POTENZA - Sigilli alla chiesa della Santissima Trinità di Potenza: la squadra mobile ha messo sotto sequestro l'edificio dove il 17 marzo è stato trovato un cadavere mummificato, probabilmente quello di Elisa Claps. Lo ha stabilito la Procura che coordina l'inchiesta sulla morte della studentessa, avvenuta quasi certamente lo stesso giorno della scomparsa, il 12 settembre 1993.

SCIENTIFICA AL LAVORO - Il sequestro ha lo scopo di estendere i controlli della polizia scientifica, che dal 17 marzo hanno setacciato il sottotetto e tutto l'edificio della canonica. Da venerdì gli specialisti della polizia faranno accertamenti anche in chiesa, dove cioè Elisa Claps incontrò Danilo Restivo, l'unico indagato per violenza sessuale, omicidio e occultamento di cadavere. Negli anni passati vi erano stati altri controlli nella stessa chiesa. Ora all'esterno, davanti al portone, vi sono fiori, peluche e messaggi per Elisa, e alcuni "sepolcri" (i cestini di grano appena spuntato che vengono portati in chiesa come offerta il giovedì santo).

Redazione online
01 aprile 2010




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Tenta rapina alle poste, ma sbaglia ufficio e alla fine chiama i carabinieri

La Stampa

«Ho fatto una stupidaggine venitemi a prendere»


 torino


Ha fatto irruzione in un ufficio sparando anche due colpi in aria con una scacciacani senza rendersi conto di aver sbagliato posto. È accaduto a Chivasso (Torino) dove un italiano di 34 anni era intenzionato a rapinare le Poste ma ha sbagliato posto ed è entrato nel magazzino di smistamento posta. Affranto e deluso ha quindi chiamato i carabinieri e si è fatto arrestare.

Erano circa le 13 di ieri quando lo sbadato rapinatore è entrato come una furia nell’ufficio addetto allo smistamento della corrispondenza dell’Ufficio postale di Chivasso e, con una scacciacani in mano ha intimato agli impiegati di non muoversi e di consegnare tutti i soldi. Per rendere il tutto ancora più credibile ha anche sparato due colpi in aria. Gli impiegati, basiti, hanno prima guardato il soffitto per vedere se ci fosse il segno dei proiettili e quando hanno capito che non si trattava di una pistola hanno spiegato al rapinatore che aveva sbagliato ufficio. L’uomo si è scusato e si è allontanato e, una volta a casa, ha chiamato i carabinieri. «Ho fatto una stupidaggine venitemi a prendere» ha detto ai militari che lo hanno quindi raggiunto e arrestato per tentata rapina.




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