sabato 3 aprile 2010

Ecco la mappa dei manager d'oro

Corriere della Sera




Puri Negri al vertice con 14 milioni. Oltre i 4 milioni Tronchetti, Montezemolo, Marchionne, Profumo e Scaroni




MILANO — Carlo Puri Negri (ex vicepresidente esecutivo di Pirelli Re) con 14 milioni di euro, Claudio De Conto (ex direttore generale di Pirelli) con 7,3 milioni e Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli) con 5,6 milioni.

È questo il podio dei manager più pagati di Piazza Affari nel 2009, in base alle informazioni finora disponibili (alcune società quotate devono ancora comunicare i dati) sui compensi lordi. In due casi su tre vince l'«effetto liquidazione»: a Puri Negri sono andati 9,4 milioni come indennità per anticipata cessazione del mandato, in un anno in cui la società ha chiuso con un rosso di 104 milioni per lo «sboom» del mattone; e a De Conto 5 milioni circa come liquidazione corrispondente a circa tre annualità.

Mentre a Tronchetti Provera una quota del compenso, circa 2 milioni, sarà versata in futuro in percentuale variabile, condizionata al raggiungimento di determinati obiettivi, sulla base del piano di incentivazione per i vertici.

Se, invece, si restringe il campo alle sole prime venti società a maggiore capitalizzazione, e ai loro presidenti e amministratori delegati, a svettare è Luca Cordero di Montezemolo, presidente Fiat (e Ferrari) con 5.177.000 euro. Segue Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo torinese, a quota 4.782.000 euro. E, a ruota, Pier Francesco Guarguaglini, numero uno di Finmeccanica, con 4.712.000 euro. Sono questi i dati che emergono dalla lettura dei bilanci 2009 delle società quotate in Borsa. In classifica sono diversi gli «aumenti» concessi ai top manager.

Sono, per esempio, in crescita rispetto all’anno precedente i pacchetti retributivi tanto di Montezemolo quanto di Marchionne. Per il primo, il grosso del compenso (4,5 milioni tra fisso e variabile) è dovuto alla carica in Ferrari. Per il secondo, a 3 milioni di emolumenti e 1,3 milioni di bonus e altri incentivi. E per tutti e due ci sono le somme accantonate nel 2009 dalle società, 824 mila euro per il primo e 961 mila euro per il secondo, in caso di interruzione del rapporto di collaborazione.

Proprio tra pochi giorni, il 21 aprile, Fiat presenterà il piano industriale 2010-2014, molto atteso in un momento in cui il gruppo si trova di fronte alle opportunità dell’integrazione con Chrysler, ma anche all’addio agli incentivi per l’auto del 2009.

Tornando alla classifica, gli aumenti di stipendio proseguono anche in alcune delle posizioni successive: dall’amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo, con 4,3 milioni contro i 3,5 milioni del 2008 (e, in caso di licenziamento o di revoca senza giusta causa, il banchiere ha diritto a ricevere un’indennità pari a 36 mensilità) fino a Paolo Scaroni, alla guida dell’Eni, con quasi 4,3 milioni rispetto ai 3,1 milioni del 2008.

Seguono Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa, con 3,8 milioni (circa 3milioni nel 2008, quando la banca aveva dimezzato i bonus variabili) e Fedele Confalonieri di Mediaset (3,5 milioni). Ai compensi milionari 2009, l’anno della crisi, vanno poi aggiunti eventuali integrazioni per chi ricopre ruoli anche in altri gruppi. Senza contare i pacchetti di stock option.

Giovanni Stringa
03 aprile 2010



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Occhipinti dalla Uno bianca alla processione religiosa E si carica il Cristo in spalla

Il Resto del Carlino


La concessione premio a Padova dopo sedici anni passati in cella. L’ergastolano sempre stretto alla madre. Vigilato a vista. Il silenzio dei familiari delle vittime



PADOVA, 3 APRILE 2010



L’INTESTAZIONE sul suo fascicolo è una pietra tombale: fine pena mai. Sul certificato di detenzione, invece, per gli strani equilibrismi che talvolta riesce a produrre la burocrazia, a quel «mai» corrisponde a una data: 2099. Marino Occhipinti, ex poliziotto condannato all’ergastolo per il primo dei 23 omicidi della scia di sangue che si è lasciata alle spalle la famigerata banda della Uno bianca, nel 2099 avrà 134 anni. Ieri pomeriggio, dopo sedici di carcere, è uscito per poche ore «libero«. Era la prima volta senza ferri ai polsi, senza salire sul furgone delle traduzioni della Polizia Penitenziaria, ma con gli operatori che lo seguono nel carcere di Padova dove si trova col minore dei tre fratelli Savi.

Occhipinti è recluso da quando ha 29 anni. Oggi ne ha 45, dal 2001 lavora, assunto, con Savi, dal network di cooperative sociali Rebus che nel carcere Due Palazzi cerca di dare un senso concreto all’articolo 27 della nostra Costituzione, che vede nella detenzione anche un percorso di riabilitazione. Che sorta di riabilitazione può cercare nel lavoro un ergastolano? La risposta, forse, è nelle parole che lo stesso Occhipinti ha indirizzato agli studenti in un articolo pubblicato da Ristretti orizzonti, la rivista dei detenuti del carcere padovano.

«PAGARE NON SIGNIFICA soltanto scontare, giorno per giorno, una condanna lunga come la vita che hai davanti. Vuol dire anche convivere con un peso sulla coscienza che il trascorrere del tempo non riesce ad alleviare, perché si rinnova ogni giorno e ti insegue di notte. Per quel che mi riguarda, è come se io non fossi mai veramente solo: ho la sensazione di vivere fianco a fianco con la persona che ho contribuito a uccidere durante un tentativo di rapina. Un giovane che aveva la mia età». Nel 1988, in 15 giorni, Marino Occhipinti ha sconvolto per sempre la sua vita, quella della sua famiglia, dei familiari della guardia giurata uccisa a Casalecchio durante l’assalto a un furgone portavalori.

Una escalation bruciante, cristallizzata dai reati che gli sono stati contestati: furto, porto illegale di armi e di esplosivi, rapina, tentato omicidio, omicidio.Carlo, questo era il nome della guardia uccisa, aveva la stessa età di Marino: 22 anni. Aveva una figlia di due anni, cresciuta senza il padre, come senza un padre sono cresciute le due figlie di Marino, che ieri non erano presenti alla Via Crucis presso l’Opera Pia dedicata a Sant’Antonio. Occhipinti ha speso in preghiera il suo primo, breve, permesso. C’erano i genitori, la moglie, il fratello. L’ex poliziotto si è alternato con altri quindici detenuti a portare la croce, ma appena poteva stava abbracciato alla madre, vigilato con discrezione dalla Digos e dai Carabinieri. Altri detenuti, una ventina, avevano ottenuto un permesso per partecipare all’ostensione delle reliquie del Santo, qualche settimana fa.

I PARENTI delle vittime della Uno bianca hanno contestato polemicamente la concessione del permesso da parte del magistrato di sorveglianza. Si aspettava questa reazione? «Io ho il più profondo rispetto per chi è stato colpito dal male così nel profondo e la mia — spiega Boscoletto, portavoce del consorzio Rebus — non è una frase di circostanza. Di fronte a una domanda del genere preferisco non dare risposte, perché in situazioni di dolore così grande il silenzio è l’espressione più alta di rispetto. Certe cose, come un eventuale perdono o pentimento, sono talmente un fatto personale che possono avvenire soltanto nel silenzio, mai nel clamore o sotto i riflettori dei media».

DI LORENZO SANI




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Vietati gli spot con l'inno di Mameli" Lo hanno deciso gli stessi pubblicitari

Quotidianonet

La decisione dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria accoglie "il ricorso avanzato dal Comitato di controllo nei confronti di BasicNet e i canali Boing e Mtv"

Roma, 3 aprile 2010


Vietato in pubblicità utilizzare l’inno di Mameli "sia esso in forma originale, come fatto da Superga per lo spot ‘Superga people shoes of Italy’, sia in forma manipolata come nel caso di Calzedonia". È quanto riporta il quotidiano ‘Italia oggi' che riporta in un’articolo la decisione dello Iap, Istituto di autodisciplina pubblicitaria, di "accogliere il ricorso avanzato dal Comitato di controllo nei confronti di BasicNet (società cui appartiene il celebre marchio di scarpe italiane) e i canali Boing e Mtv".

Secondo il Comitato di controllo
, si legge nell’articolo, lo spot incriminato si poneva in espressa violazione "dell’articolo 10 (Convinzioni morali, civili) e dell’articolo 1 (onestà e correttezza della pubblicità) del Codice di autodisciplina pubblicitaria" realizzando "un indebito sfruttamento a fini commerciali di un simbolo dell’unità nazionale, appropriandosi così dei valori ad esso connessi. Inoltre senza la colonna sonora dell’inno lo spot, a detta del comitato perdeva molto della sua attrattiva e originalità. Un uso, quindi, trainante e di sfruttamento".





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Ha detto “no” tardi: non è stupro»

Il Secolo xix

03 aprile 2010
  | Matteo Indice
 


La denuncia, secondo il pubblico ministero, è stata presentata soprattutto perché la donna si è sentita «usata», dopo un incontro «fugace».

Ma poiché fino a un certo punto è stata d’accordo e ha detto (eventualmente) “no” troppo tardi, cade l’accusa di violenza sessuale mossa nei con fronti dell’uomo che aveva deciso di proseguire: «Il fatto che la partner all’inizio fosse consenziente - scrive la Procura, chiedendo di archiviare il procedimento a carico del presunto violentatore - aggrava il dubbio sulla chiarezza e del dissenso, e sulla reticenza».

Essersi fermata quando si era già piuttosto “avanti”, in questo caso, non è stata insomma una ragione sufficiente per considerarsi violentata. E, implicitamente, si “giustifica” il comportamento dell’uomo che ha continuato.

Con queste motivazioni, nei giorni scorsi, il pubblico ministero Gabriella Marino ha chiesto e ottenuto l’archiviazione del procedimento a carico di F. D., muratore di 47 anni residente a Pontedecimo, assistito in tutta la vertenza dall’avvocato Andrea Ciurlo. L’uomo per quasi due anni era stato iscritto sul registro degli indagati per violenza sessuale, dopo che A. B., oggi cinquantottenne, aveva sporto una dettagliata querela ai carabinieri.

Secondo Fernanda Contri, avvocato e magistrato, ex giudice della Corte Costituzionale, interpellata dal Secolo XIX, in questi casi «ci si addentra davvero in un ginepraio: è sufficiente precisare che le versioni dei protagonisti, e l’assenza di altri riscontri raccolti da chi indaga, impediscono di avere provecerte sulla colpevolezza dell’indagato».




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Ormai «Michele chi?» è solo uno showman

di Valeria Braghieri


Lui è l’eroe senza macchia, l’antagonista numero uno, quello che lotta dentro e fuori la Rai, quello che si appiattisce dentro ai fili del telefono per andare in onda sui sistemi della tv giovane, ma alla fine... Digerisce anche lui. E digerisce aragoste anche quando mangia cozze.

Ccà nisciuno è fesso, direbbe Santoro. E lo diciamo anche noi. Perché il suo temutissimo Annozero altro non è che uno show. Con tutto quello che serve per fare uno show. Perché anche a Michele Santoro piace fare ascolti (giovedì ha ottenuto il 21.88% di share con 5.159.000 telespettatori), riempire le piazze, ottenere consenso. E gli piace averli attaccati alla giacca i galloni dell’Auditel, ben in vista per i dirigenti di quella tv pubblica che lo verrebbero fuori in quanto scomodo. «Scomodo», altro trofeo da bavero.

Dopo l’exploit al Paladozza il giovedì prima delle elezioni, ha premuto sull’acceleratore per il suo ritorno in onda da viale Mazzini, l’altro ieri. Perché bisognava cavalcare il clamore, acchiappare fan e detrattori unanimemente interessati a vedere cosa si sarebbe inventato stavolta il Michele dell’Apocalisse. E allora, dentro tutto.

In effetti, l’altra sera è stato chiaro fin dal titolo della puntata che si sarebbe trattato di uno show: «Ha vinto lui?», col punto di domanda. Riferito ovviamente al risultato elettorale del presidente del Consiglio. Mah, faccia lui (Santoro), che è prodigo di punti interrogativi, chi le ha vinte le elezioni. Lui che di solito non ha l’ombra di un dubbio e che di norma abusa semmai di punti esclamativi. È stato facile trovare qualcuno che in studio fosse pronto a spiegare che a farla da padrona, ai seggi, è stato piuttosto l’assenteismo.

Così come è stato facile calibrare ospiti che si dessero sulla voce con tesi opposte, talvolta perfino inaspettate. Un’Annunziata che chiede il mea culpa della sinistra, che fa la conta degli errori dei compagni, che spiega che Beppe Grillo quando ci ha provato «ne ha ottenuti pochi di voti» dai suoi arrabbiati, «solo quattrocentomila».

«Solo?!» ha irrotto dai palchetti il suo collega della Stampa, Andrea Scanzi, che sul comico scuoti-coscienze ha pure scritto un libro. E c’erano Marco Travaglio ed Enrico Mentana, e il vice direttore del giornale Nicola Porro, e Norma Rangeri del Manifesto, Gian Antonio Stella del Corriere della sera e il costituzionalista Michele Ainis. Tutti quelli che devono esserci in un salotto tv perché la situazione si surriscaldi.

Oltre al direttore del Tg4, Emilio Fede, in collegamento da Milano. Che è quello che, di regola, non dovrebbe trovare spazio nella tv di Santoro. Ma che invece fa gioco all’Auditel, specie se, come l’altra sera, Fede abbandona il collegamento togliendosi il microfono da solo perché «stanco di sentire insulti». Fede è l’elemento che non ti aspetti e che proprio per questo dev’esserci. Un po’ (con le debite proporzioni) come Morgan al Paladozza. Spurio da sembrare catapultato lì con un lancio di Lamberto Sposini dalla prima rete Rai e dalla sua «Vita in diretta».

E poi dentro Cornacchione che a Bologna aveva funzionato e l’altra sera ha funzionato ancora di più. Finché diverte, lo si ri-usa. E il video di Grillo? Non vogliamo ri-usare pure quello? Dentro il contributo di Beppe che arringa le folle e spara sugli assenteisti «ma come, andate in piazza col popolo viola e poi vi dimenticate di andare a votare?!».

E poi le riprese con quegli altri là, quelli del partito dell’amore che trattano male l’inviato diAnnozero perché l’amore lo professano solo a parole e invece sono cattivi. (Provate a dire che siete del Giornale in mezzo a una manifestazione delle loro...). E ancora, quelle che una volta erano docu-fiction e che ora sembrano solo dei fuori copione.

E di nuovo i dati, questi invece fuori tempo, sulla presenza dei leader politici nei telegiornali pre 28 e 29 aprile. E un servizio di Ruotolo, e un’analisi di Ainis e una battuta di Mentana e un semi bisticcio Annunziata-Travaglio. Mancavano la D’Urso e Meluzzi. Uno show. Incredibile che sia lo show più temuto della tv pubblica e forse della tv in genere. Santoro, il cavaliere dell’equidistanza, quello che come leader politico riconosce un comico (Grillo) e il suo talk show Annozero. Michele che congeda ospiti e pubblico: «Buona Pasqua a tutti. Vincitori e vinti». Vinti a chi?



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Ecco la casa per la Ru486: aperta ai ladri

La Stampa

La farmacia del Sant’Anna incustodita. E sul retro biancheria e rifiuti pericolosi



niccolò zancan
torino
Il campanello trilla a vuoto. La porta è rotta, si apre: dentro non c’è nessuno. Un crocefisso alto sul muro sbrecciato, due flaconi con un’etichetta rossa lasciati sulla panca in ingresso. In fondo c’è il magazzino dei farmaci. Ronza il frigorifero, le stanze sono illuminate di luce fioca. È tutto a disposizione. Tutto. Anche di chi avesse cattive intenzioni.

Fuori poi, nel cortile che affaccia sul lato di corso Unità d’Italia, si scopre un mondo: vecchi macchinari ammassati, lenzuola sporche, casse di frutta, quintali di masserizie, lana di vetro, lattine di birra, farmaci scaduti e materiale infettivo. Etichette fluorescenti: «In caso di perdita di liquido o di danneggiamento avvertire immediatamente le autorità di Sanità Pubblica». 

Video

In realtà volevamo solo vedere dove - fisicamente - sarebbero arrivate le prime confezioni di pillole Ru486. Il ginecologo Silvio Viale ha già firmato l’ordine per le prime 50 confezioni del farmaco che serve per abortire. Quando l’ordine verrà processato, a metà della prossima settimana, la ditta Exelgin di Parigi metterà in moto i suoi corrieri. 

La destinazione finale del pacco è questa. Ingresso da corso Polonia. Giù, nei sotterranei che uniscono l’ospedale ginecologico Sant’Anna a quello infantile Regina Margherita. Fanno parte della stessa azienda sanitaria e condividono, a metà strada, la stessa farmacia. 

Proprio qui, negli scantinati semideserti già alle quattro e mezzo di pomeriggio, il nuovo governatore del Piemonte Roberto Cota ha detto che cercherà di bloccare il farmaco: «La Ru486 non è un’aspirina». Luogo simbolico e reale al tempo stesso: noi volevamo semplicemente capire dove verrà conservata e come verrà distribuita. Ma spesso cercando una cosa se ne trovano altre.

Il pavimento del sotterraneo ha le piastrelle a rettangoli bianchi e marroni. Ogni tanto ci sono delle parti rotte. Tubi e fili corrono lungo i soffitti. A destra si incrocia la mensa, l’ascensore del pronto soccorso numero 7. A sinistra si va verso l’aula magna e la farmacia. A fianco di alcuni sacchi neri dell’immondizia, c’è la porta di ingresso. 

Sono le 17,35. Il campanello del reparto è illuminato. Non risponde nessuno. Passa un’infermiera: «Credo siano già andati via tutti. A quest’ora non c’è neanche il medico». E se ci fosse un’emergenza? «Io non lo so, non è compito nostro». La porta blindata sembra chiusa, in realtà è difettosa. Basta tirare con decisione la maniglia per entrare, senza rumore eccessivo. Nessuno controlla.

Sulla destra c’è un sgabuzzino disordinato. Al fondo, ancora sulla destra, tutti i medicinali che servono alla vita dei due ospedali. Il valore economico è ingente. La farmacia delle Molinette, per esempio, in un giorno qualunque della settimana ha più di 5 milioni di euro di medicinali in magazzino. Qui la cifra è più bassa, sotto i due milioni. Perché ci sono solo farmaci, mentre il materiale per le medicazioni è stipato in un magazzino diverso a Moncalieri.

Colpisce la facilità con cui si può entrare. Ma la vera sorpresa è il retro della farmacia. Quasi come fosse la faccia nascosta del Sant’Anna e del Regina Margherita, due ospedali famosi per molte eccellenze e grandissima professionalità.

Si segue il corridoio. C’è il cartello che indica la zona dove vengono archiviate le cartelle cliniche. Si passa a fianco della zona caldaia, enormi tubi lucenti, rumore. Le porte sbattono, nessuna è chiusa: si spalancano sull’esterno.

Sul lato delle cartelle cliniche sono stati eseguiti lavori di ristrutturazione. Hanno abbandonato centinaia di sacchi neri, pezzi di tubi, lattine e materiale di scarto, cavi, anche lana di vetro, forse amianto. Sul lato opposto, che corrisponde al retro della farmacia, i bidoni dell’immondizia traboccano di generi vari. 

Le lenzuola dei pazienti a fianco delle cassette delle arance. Un frigorifero rotto, latte di olio. Molti sacchi azzurri accatastati, disordine e sporcizia. Cosa contengono? «La biancheria dell’ospedale», spiega un inserviente. E i farmaci scaduti? «Sono laggiù».

Laggiù è un piccolo prefabbricato grigio con la porta aperta. È contornato da altra immondizia varia. I fusti neri dovrebbero essere tenuti al sicuro, invece è molto facile avvicinarsi. Contengono materiale altamente infettivo. Etichette gialle. Segnali di pericolo illuminati da un sole caldo.




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Calcio, addio a Maurizio Mosca

La Stampa

Noto giornalista, 69 anni, era malato da tempo. L'ultimo articolo sul blog



ROMA
È morto questa notte all’ospedale S. Matteo di Pavia, Maurizio Mosca, noto giornalista sportivo. Ne dà notizia la famiglia. Da tempo malato, aveva lavorato fino all’ultimo in tv, alla radio e sui giornali. Il suo ultimo articolo è di ieri mattina sul suo blog.




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Lei chatta al Pc, i figli erano negli escrementi

Il Secolo xix

03 aprile 2010

 
Paolo Caboni
Francesca Forleo


Diciotto anni fa, a Genova, assassinò il suo convivente e ne nascose per dieci giorni il cadavere sotto la culla della figlia. L’altro giorno, in Sardegna, è stata arrestata per maltrattamenti e abbandono di minori: i suoi due nuovi figli, di 3 e 4 anni, erano costretti a vivere in una stanza, al buio, in mezzo a sporcizia di ogni genere e ai loro stessi escrementi. 

Anna (il nome è di fantasia per tutelate l’identità dei bambini), oggi, ha 38 anni. I carabinieri di Cagliari l’hanno arrestata nel piccolo appartamento a Capoterra, un piccolo centro a venti chilometri dal capoluogo sardo e in giornata l’hanno rilasciata, con l’obbligo di lasciare il paese. Qui, la donna, era arrivata nel dicembre scorso per far visita a dei parenti. 

Poi vi si era stabilita affittando un modesto alloggio. I militari sono arrivati a lei in seguito alla segnalazione dei servizi assistenziali genovesi che già da tempo tenevano sotto controllo la donna per come accudiva i due figli più piccoli. Pochi giorni di sorveglianza hanno consentito di appurare la verità su quello che succedeva nel piccolo appartamento. I due bambini vivevano segregati al buio nella loro camera da letto. Uscivano soltanto per il pranzo e, quando c’era, per la cena. Alle pareti, tante impronte di manine sporche dei loro stessi escrementi.

«Era una ragazza fragile e disturbata, ma si faceva volere bene», ha ricordato il secondo marito, un ristoratore genovese,che l’aveva conosciuta in carcere ed è stato sposato con lei dal 2001 al 2004. «Ma è finita male perché mi ha tradito: ho perso nostro figlio e il bambino di un altro uomo che avevo cresciuto come fosse il mio».




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Vecchie foto sul web dietro allo scandalo di Padre H

Il Secolo xix


Sono state alcune foto recenti viste casualmente sul web a far scoppiare lo scandalo attorno alla vicenda di Padre Hullermann, il prete tedesco accusato di pedofilia, riemersa dopo trent’anni di silenzio. Lo rivela al New York Times uno dei suoi principali accusatori, Wilfreid Fesselmann, vittima delle sue molestie nel 1979, quando aveva appena 11 anni.

In un articolo richiamato in prima pagina, dal titolo “Come è emerso il caso di molestie, decenni dopo”, il giornale racconta che Fesselmann, dopo aver taciuto per trent’anni gli abusi subiti, ha scoperto nel 2008, navigando per caso su internet, alcune foto recenti che mostravano il suo violentatore ancora oggi a contatto con bambini e minori.

Si trattava appunto di Padre Hullermann, ovviamente più vecchio ma ancora perfettamente riconoscibile. A quel punto, l’uomo ha cercato di contattare il sacerdote, tentando anche di ricattarlo. Da lì è cominciata una intricata vicenda in cui però l’identità di Fesselmann è rimasta segreta sino al mese scorso, quando sui giornali è scoppiato il caso che sta mettendo in imbarazzo la Chiesa tedesca e pertanto il Papa, all’epoca dei fatti Vescovo di Monaco.

Certo Wilfreid non poteva immaginare che il suo caso, associato a tanti altri, avrebbe avuto un’eco tale al livello mondiale. Secondo il giornale newyorchese, il fatto che la Chiesa tedesca abbia impiegato tanto tempo a perseguire i preti pedofili e che le vittime temano di uscire allo scoperto la dice lunga sulla sensibilità della Germania di percepire la reale dimensione del problema pedofilia.

Critiche all’operato del Vaticano e del Papa nella vicenda pedofilia vengono oggi dall’americana Jessica Arbour, avvocato di una delle vittime di Ernesto Garcia Rubio, un prete pedofilo cubano trasferitosi in Florida, chiede al Pontefice di fare i nomi dei sacerdoti coinvolti in inchieste del passato «di cui il Vaticano è a conoscenza, ancora in attivita».


«Spero che un giorno - dichiara all’Ansa - il Papa e tutti quelli che hanno fatto danni ai bambini, nascondendo i crimini dei preti pedofili, siano chiamati alle loro responsabilità. Spero anche che Benedetto XVI sia costretto a rivelare i nomi dei sacerdoti molestatori di cui ha avuto notizia in passato e i luoghi dove si trovano oggi. Moltissimi di loro, ripeto moltissimi, sono ancora in giro e tuttora rappresentano un grave minaccia per tantissimi bimbi e adolescenti».

La legale smonta quindi la tesi della difesa Vaticana secondo cui i Vescovi non si possono considerare diretti dipendenti, `impiegati´ del Santo Padre: «Credo che la Gerarchia cattolica sia rigida, antica e definita da secoli secondo regole molto precise. Il Papa sceglie i Vescovi che devono fare quello che dice lui, e lo stesso fanno i Vescovi con i loro sacerdoti.

Anche loro devono fare quello che ha deciso il Papa. Non c’è nessun luogo in cui i Vescovi possono dissentire dagli ordini impartiti da Roma e questo credo sia il fulcro di ogni rapporto di dipendenza». Arbour si rende conto che il Papa non può essere chiamato a difendersi come imputato da una Corte americana. Tuttavia, come già fatto da altri avvocati, chiede che ai giudici statunitensi di convocare Benedetto XVI nei processi e ascoltarlo «come testimone dei fatti».







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Fede: "Visto? Ho mandato Santoro a quel paese"

di Paola Setti

Il direttore del Tg4 racconta perché ha lasciato polemicamente Annozero: "Mandano in onda i comizi di Grillo affidando a lui la responsabilità degli insulti, ma nè un alibi che non regge"



E al minuto 125 di Annozero, Emilio Fede si alza e se ne va.
«Mi chiederanno i danni». 

Addirittura.
«Ho armeggiato un po’ col microfono, non riuscivo a capire come togliermelo, così l’ho rotto». 

Quando se n’è andato tutti in studio hanno fatto finta di niente.
«C’era poco da far finta di niente, ero già intervenuto due o tre volte... Già il titolo della trasmissione, “Ha vinto lui?”. Avrebbero dovuto mettere un punto esclamativo, non interrogativo». 

È stato un’ora a scuotere la testa.
«Ma sì, anche quel servizio sul lavoro nero, con i due maghrebini che si arrampicano in cima alla gru. Ammesso che non sapessero che c’erano le telecamere, è indecente utilizzare un episodio per dimostrare che siamo un Paese razzista!». 

Ma è sull’intervento di Beppe Grillo che si è indignato all’urlo di “è la vergogna delle vergogne”.
«Non ne potevo più: cazzo, culo, hanno detto di tutto». 

Era un comizio di Grillo.
«Quello di ritrasmettere Grillo e affidare a lui la responsabilità degli insulti è il solito alibi di Santoro, il lupo perde il pelo ma non il vizio». 

Lei già lì ha dato in escandescenze.
«Ho detto che saprei io dove buttarlo Grillo col suo canotto: nel Lambro». 

Per la precisione: «Nel Lambro inquinato».
«Poi è arrivato uno trasandato, col capello lungo». 

Andrea Scanzi della «Stampa», autore del libro «Ve lo do io Beppe Grillo». Diceva che insistere sulle parolacce del comico è un’ipocrisia, perché i politici ne dicono di peggiori.
«È Grillo l’unico simbolo degli insulti». 

Scanzi ha citato anche Berlusconi che...
«Guardi che non si tratta di difendere Berlusconi, avrei difeso anche Prodi: ci vuole rispetto per le istituzioni». 

Così impara ad andare nella tana del lupo, direttore.
«Mal me ne incolse». 

E sì che lo aveva detto. 15 aprile 2009, Tg4: «Se Santoro mi invitasse direi grazie no, ho di meglio da fare».
«Eh, ma poi lui mi ha fatto una telefonata cortese di solidarietà dopo che l’illustre conduttore di Matrix...». 

Alessio Vinci.
«Io lo chiamo si-si, iu-iu, tu-tu». 

«See you soon», dice alla fine di ogni puntata.
«Ha detto che io sono il passato. La verità è che io un passato ce l’ho, e pure un presente e un futuro. Lui invece non ha passato né presente né futuro». 

Dicevamo di Santoro.
«Mi ha chiamato dicendo che io sono un maestro di giornalismo e...». 

E lei ha creduto al lupo travestito da nonna.
«Ma no, gliel’ho detto quando mi ha invitato in trasmissione: “Vengo ma se mi interrompete vi mando a fare in c... in diretta”». 

Ohibò, la parolaccia!
«Comunque, diciamo che involontariamente mi sono fatto portavoce di chi, e sono sempre di più, guarda Annozero con orrore. E ho dimostrato che si può anche mandarlo... a quel paese». 

Non sarà che se n’è andato per fare il personaggio?
«Io non ho bisogno di medaglie: dirigo il Tg4, ho fatto servizi importanti per Tv7, ho portato l’informazione a Mediaset, ho annunciato per primo la Guerra del Golfo...».

Va bene, va bene, pietà.
«Ventisette anni in Rai e venti a Mediaset fanno 47 anni di professionalità televisiva, che mi consentono di dire la mia e di essere credibile». 

Meno di un mese fa lei diceva che Santoro lo avrebbe voluto in squadra, e pure Marco Travaglio.
«Ci vorrebbe un Travaglio da questa parte, sì. E Santoro è un grande professionista, che però si è messo al servizio della faziosità» 

Hanno cercato di imbavagliarlo e lui, così dice, con «Rai per una notte» ha fatto 6,3 milioni di ascolti fra web, piazze e televisioni.
«Lui dice che ha fatto Banzai, io dico che ha fatto Bonsai». 

Il ritorno mediatico lo ha avuto.
«Infatti: ha solo trovato il modo per far parlare di sé. Ma l’autoelogio non paga mai». 

Come che sia dopo un mese di stop ad «Annozero» non è cambiato nulla.
«Non si possono fare processi in tv a chi è già sotto processo davanti alla giustizia, è un’intromissione. E l’informazione deve essere rispettosa delle istituzioni».  

Sdraiata insomma?
«No: obiettiva e onesta. Se Annozero fa il processo a me e la mia difesa è affidata solo a un avvocato che non riesce quasi a prendere la parola, non c’è parità». 

L’ipotesi di «compensare» con un Santoro di destra?
«Non pareggerei uno che insulta e aggredisce da sinistra con uno che insulta e aggredisce da destra. Se no si eccitano gli animi e arrivano i matti come quello in piazza Duomo ha aggredito il premier. Dai grillini al grilletto il passo è breve».

Da direttore, che ne pensa del «metodo Minzo»?
Sarebbe a dire?». 

I conduttori del Tg1 rimossi dal video...
«È normale che un direttore voglia cambiare i conduttori, mica le nomine si fanno ab aeterno!». 

Lei lo ha fatto?
«Io li ho cambiati pure se non mi piaceva il loro look, figurarsi». 

La sua è una dittatura, lo sanno tutti.
«Li invito a cambiarsi, se non lo fanno li rimuovo. A Francesca Senette ho tolto l’incarico a Sipario per quel modo di vestire sbirullo». 

Al Tg1 però parlano di «epurazione» di chi dissente da Augusto Minzolini, il direttore.
«Ah ah ah! Ma quale epurazione, io l’ho diretto il Tg1, quello è un uragano tropicale, dia retta a me». 

Dopo la fuga da Annozero, Santoro l’ha chiamata?
«Mi ha chiamato il suo coordinatore, per scusarsi e chiedermi se mi ero arrabbiato». 

E lei?
«Si arrabbiano i cani, io esprimo pareri».



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Il Pirellone compie 50 anni ora è un monumento protetto

Corriere della Sera

Il grattacielo simbolo della Milano della ricostruzione


MILANO — Non sono in programma cerimonie né visite guidate, il passaggio sarà sobrio, automatico ma significativo, è una storia che si celebra da sé. Il Pirellone compie cinquant'anni, domani, ed entra nel catalogo dei monumenti vincolati, i beni dichiarati culturali per legge, e di diritto protetti. «Il grattacielo Pirelli non è l’Empire State Building. Al paragone, se gli si mettesse al fianco, sembrerebbe non dico un nanerottolo ma un fratellino molto minore»: e tuttavia, aggiungeva Dino Buzzati, mitizzando la vertigine di Gio Ponti, il conto in metri serve fino a un certo punto, se deve misurare «un grande personaggio».

La storia del Grattacielo Pirelli


Lo è da mezzo secolo, ormai: manifesto d’un capitalismo in salute, testimone di una città, di un’idea di sviluppo e infine di un'era politica. «Il Pirelli interpreta lo spirito della Milano della ricostruzione» riflette lo storico Carlo Bertelli: «È lo spirito che questa città deve riuscire a recuperare». L’attitudine, la proiezione, a rimettersi in piedi.

Si disse, nei giorni dell'impresa, che il Palazzo Pirelli avrebbe vinto anche la nebbia, e in quella spacconata c’era tutto l'orgoglio di Milano. Erano gli anni del boom e della città locomotiva. La stazione Centrale consegnava le speranze degli immigrati meridionali e il Pirellone li osservava dall'alto, chiesa laica e statua della libertà. «Rappresentava la rinascita e l’apertura al futuro. Il significato simbolico esalta il capolavoro architettonico» osserva il soprintendente ai Beni monumentali, Alberto Artioli. Il cantiere, in piazza Duca d’Aosta, aprì nel 1956: Alberto e Piero Pirelli decisero di edificare il centro direzionale sulle ceneri della Brusada, prima fabbrica di famiglia.

Le cronache dell'epoca scandiscono tempi da record, rispetto al ralenti della Milano Expo: «Il grattacielo conquista un piano ogni 15 giorni». L'edificio venne inaugurato il 4 aprile '60. Di lì a poco, la «fiaba verticale» disegnata da Ponti (e realizzata con i suoi collaboratori) era già letteratura, riecheggiava ne «La vita agra» di Bianciardi: i 127,4 metri della torre più alta d'Italia erano un orgoglio borghese, simbolo da far saltare con la dinamite anarchica.

La sagoma affusolata, rastremata, leggera. Semplice e trasparente. Ponti, nel descrivere il suo capolavoro, era lapidario: «È una forma essenziale che non ha precedenti e corrisponde a perfetti spazi operativi». Il design razionale, chiosa Bertelli, «integrava e univa la funzionalità all'eleganza». Nato per il lavoro, votato agli affari, il grattacielo venne venduto presto alla politica, nel 1978, ché mantenerlo costava troppo. La Regione pagò 43 miliardi di lire, stabilì la sede, insediò il suo think tank, formò una nuova classe dirigente: «La Lombardia se n'è sempre presa cura in maniera attenta e affettuosa» dice il governatore Roberto Formigoni.

Se Gio Ponti è il «maestro », Formigoni si definisce il «custode». Un custode che il 18 aprile 2002, quando lo svizzero Gino Fasulo lanciò il suo aereo da turismo sul colosso di cemento, era lontano, in India, in missione istituzionale: «Ero appena atterrato a Bombay. Ricordo decine di sms sul telefonino e gli schermi della sala d'attesa dell’aeroporto: rimandavano le immagini del palazzo ferito, in fiamme, sembrava un altro 11 settembre». Fu un incidente, sul suicidio non c'è certezza: era di giovedì, e oltre a Fasulo morirono due avvocatesse. Il lunedì dopo, i dipendenti erano in ufficio, più forti della tragedia.

Il grattacielo è stato restaurato. «Cinquant’anni sono un periodo congruo per una riflessione critica, non emotiva» puntualizza Artioli. L'edificio di cristallo è il capolavoro che è, «coscienza sociale» della stagione che fu: quella Milano febbrile e scalpitante costruì il Pirellone, la Torre Velasca e il Galfa. Questa, per dirla con Formigoni, prova a lanciare segnali d’un ritrovato Rinascimento lombardo e punta i cantieri su Expo. Dopo averlo inaugurato, la Regione entrerà quest’anno anche nel Pirellone bis, la nuova cima Italia (161,3 metri) progettata da Pei-Cobb-Freed & partners con Caputo partnership. «Il complesso di edifici—ha sottolineato l’americano Henry Cobb—è un omaggio a Ponti». Le torri «dialogano» tra loro, spiega Paolo Caputo: «Nel Pirelli chiuso, singolare e convesso, si specchia l’Altra sede aperta, duale e concava». Palazzi opposti, diversi. Eppure fratelli.


Armando Stella
03 aprile 2010






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Francia, il caso Mélenchon «Giornalisti, teste bacate»

Corriere della Sera 


L’eurodeputato di sinistra aggredisce uno stagista. Stampa e potere - L’intervista finisce sul web. Lui si scusa, poi attacca. Francia, il caso Mélenchon. «Giornalisti, teste bacate». L’eurodeputato di sinistra aggredisce uno stagista


PARIGI - Che la politica, anche in Francia, abbia qualche problema con la stampa, è noto. Basta ripercorrere la sequela di screzi, irritazione, scambi di battute che ha visto protagonisti, in varie occasioni, i l presidente Sarkozy, alcuni ministri e deputati di ogni colore. Ma ciò che è avvenuto nei giorni scorsi, fra i due turni delle elezioni regionali, è un ulteriore segnale di nervosismo e regressione, con la complicità di blog e siti che ormai non perdonano nulla e che, soprattutto, non danno appigli a correzioni e smentite. Anche se, questa volta, il politico bersagliato si è difeso contrattaccando, nella presunzione di stimolare una riflessione collettiva su contenuti e metodi della stampa.


Protagonisti Jean-Luc Mélenchon, ex senatore francese, da gennaio deputato europeo, socialista dissidente, promotore di una formazione più a sinistra e vicina al partito comunista, e uno studente della scuola di giornalismo di Science-Po, la prestigiosa università parigina di scienze politiche. Lo studente, Felix Briaud, per fare pratica, intervista l’uomo politico. Il dialogo che ne segue, fra toni accesi e volgarità, potrebbe essere stato registrato al bar, fra due avventori qualunque, ma è la ricostruzione dell’«intervista» e finisce online: due minuti che obbligano Mélenchon a scusarsi e che, soprattutto, dimostrano ciò che il senatore (e probabilmente non solo lui) pensa della stampa, dei giornalisti e persino degli apprendisti.

In sintesi, Mélenchon esordisce stigmatizzando il «voyeurismo» di una certa stampa, che volontariamente o meno sarebbe a suo dire una concausa della disaffezione della gente dalla politica. Prende ad esempio il titolo di apertura di un quotidiano popolare (Le Parisien) dedicato al dibattito sulla riapertura delle case di tolleranza. «Tutti piangono lacrime amare sull’astensionismo (oltre il 50 per cento alle regionali, ndr), ma questo atteggiamento non può che portare alla catastrofe». Insomma — è l’invito — parliamo di cose più serie! Replica dello studente-giornalista: la prostituzione può essere un argomento interessante, è un dibattito sull’ipocrisia della nostra società. Mélenchon replica: «Se vuole parlare di queste cose trovi qualcun altro. Dignitas et Gravitas», dice. Poi, senza scomodare il latino aggiunge: «Con me parli di politica, questi argomenti di m... li usi con gente che vuol discutere di m...».


La traduzione non è letterale, ma rende il pensiero. Lo studente cerca di replicare, ma il senatore ha ormai perso le staffe: «Chiudi il becco, adesso voglio parlare io del tuo mestiere malato...». Lo studente: «Non capisco questa aggressività». Mélenchon: «È lei che è aggressivo, non se ne rende nemmeno conto, con la sua testa bacata ». Fine dell’atto unico colorito e grottesco, come a teatro. Jean-Luc Mélenchon, persona affabile e colta in privato, non ha certo il dono della comunicabilità pubblica. L’espressione del viso, arcigna, quasi sempre torva, non lo aiuta. Il dialogo in rete è un colpo micidiale. Sulle prime cerca di giustificarsi, facendo addirittura l’elogio del giornalismo («lo avrei fatto tutta la vita se avessi avuto la fortuna di trovare un posto») poi si scusa, argomentando con la stanchezza per la lunga campagna elettorale, ma infine contrattacca, dicendosi vittima di una trappola mediatica: «È chiaro, ho commesso un delitto di lesa maestà, ho attaccato la casta che si è scatenata contro di me».

Il bersaglio a questo punto non è più il povero apprendista giornalista, ma la corporazione, che nella visione «pedagogica» di Mélenchon non fa bene il proprio mestiere, non tratta di argomenti seri e contribuisce all’astensionismo. «Infatti — è l’invito del senatore sul suo blog—questo è il clima mediatico. L’episodio che mi chiama in causa è appunto un caso da scuola di giornalismo. Invito a diffonderlo, a discuterne. E più sarà diffuso, più sarà discusso ».

Video e repliche hanno ricevuto più di 140mila contatti. Non pochi blogger gli hanno dato ragione: «Mélenchon ha usato parole crude, ma giuste, su una deriva che esiste e che produce molteplici effetti politici e sociali disastrosi». E un altro: «Mi dispiace per il povero studente, bersaglio di eccessivo livore, ma al fondo sono d’accordo ». Non aggiungono se sono suoi elettori.

Massimo Nava
03 aprile 2010





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La cassazione sdogana i parcheggiatori abusivi

Libero

La Cassazione sdogana i parcheggiatori abusivi per gli automobilisti. Il fenomeno dei parcheggiatori abusivi è principalmente diffuso nell’Italia meridionale, in particolare nel Lazio, in Sicilia - il protagonista della sentenza della Cassazione è infatti catanese - e in Campania, ma sarebbe in rapida diffusione, e interessa anche Puglia e Abruzzo.

Con una sentenza che farà discutere la Corte di Cassazione ha infatti annullato gli arresti domiciliari nei confronti di un parcheggiatore abusivo di Catania, denunciato da una coppia che si era vista pretendere un euro per poter uscire dal parcheggio in cui aveva lasciato l'auto. I giudici della Corte hanno stabilito che la misura cautelare dei domiciliari per l'uomo su cui pendeva l'accusa di minacce e tentata estorsione e per cui lo stesso aveva presentato ricorso fosse eccessiva.

Il signor M.B. - si legge nella motivazione della sentenza – "offriva un servizio ben accetto e ritenuto a livello diffuso della cittadinanza, indispensabile in quel luogo, proprio per poter usufruire tranquillamente del posteggio dell'autovettura". A provarlo direttamente sarebbe il fatto che al parcheggiatore venivano lasciate le chiavi delle automobili in sosta per eseguire le manovre di parcheggio: una pratica ormai "d'uso consolidato in talune città d'Italia".
In Italia, la figura del posteggiatore abusivo è così popolare, da entrare nel cinema: nel film “C'eravamo tanto amati” di Ettore Scola, Gianni (Vittorio Gassman), uno dei tre protagonisti, viene scambiato dall’amico interpretato da Nino Manfredi, suo compagno ed ex partigiano, per un parcheggiatore abusivo a Roma in piazza del Popolo.

I parcheggiatori abusivi sono diventati personaggi del folklore napoletano: il comico Lino d’Angiò, nella trasmissione televisiva Telegaribaldi, ha creato il personaggio di Geppino da Ercolano ispirato ad un parcheggiatore abusivo. Ma indimenticato è soprattutto il posteggiatore abusivo interpretato da Totò nel film “Totò, Peppino e la dolce vita”, film del 1961 diretto da Sergio Corbucci ed interpretato da Totò e Peppino De Filippo. Totò viene mandato da un ricco zio a Roma per cercare di corrompere dei politici, affinché spostino il tracciato di un’autostrada sulle proprie terre al fine di aumentarne il valore, ma giunto appena arrivato Totò si abbandona ai piaceri della capitale, pur non avendo un lavoro fisso, mantenendosi appunto facendo il posteggiatore abusivo. 02/04/2010




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Attacchi al Papa come l'antisemitismo»

Corriere della Sera


Ma il paragone non piace ai gruppi ebraici: «Vergogna». Poi la Santa Sede smentisce
Il predicatore della Casa Pontificia: «I fratelli ebrei sanno cosa significa essere vittime di violenza collettiva»



 
CITTÀ DEL VATICANO

Padre Raniero Cantalamessa, il predicatore della Casa Pontificia, ha citato durante una cerimonia a San Pietro alla presenza di papa Ratzinger una lettera di un suo amico ebreo che esprime solidarietà al pontefice e afferma che gli attacchi collettivi alla Chiesa per gli scandali di pedofilia gli ricordano «gli aspetti più vergognosi dell'antisemitismo». «Per una rara coincidenza, quest'anno la nostra Pasqua cade nelle stessa settimana della Pasqua ebraica che ne è l'antenata e la matrice dentro cui si è formata», ha ricordato padre Cantalamessa nell'omelia durante il rito della «Passione del Signore». «Questo - ha aggiunto il frate - ci spinge a rivolgere un pensiero ai fratelli ebrei. Essi sanno per esperienza cosa significa essere vittime della violenza collettiva e anche per questo sono pronti a riconoscerne i sintomi ricorrenti». 
 
«ATTACCO CONCENTRICO» - «Ho ricevuto in questi giorni - ha proseguito - la lettera di un amico ebreo e, con il suo permesso, ne condivido qui una parte. Dice: "Sto seguendo con disgusto l'attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli da parte del mondo intero. L'uso dello stereotipo, il passaggio dalla responsabilità e colpa personale a quella collettiva mi ricordano gli aspetti più vergognosi dell'antisemitismo. Desidero pertanto esprimere a lei personalmente, al Papa e a tutta la Chiesa la mia solidarietà di ebreo del dialogo e di tutti coloro che nel mondo ebraico (e sono molti) condividono questi sentimenti di fratellanza"».

LE REAZIONI DEI GRUPPI EBRAICI - La citazione, che ha presto fatto il giro del mondo, non è però piaciuta a diversi gruppi ebraici che considerano inaccettabile il paragone con le vittime dell'Olocausto. «E’ ripugnante, osceno e soprattutto offensivo nei confronti di tutte le vittime degli abusi così come nei confronti di tutte le vittime del’olocausto - ha commentato con l'Associated press il segretario generale del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Stephan Kramer -. Sinora non ho visto San Pietro bruciare né ci sono stati scoppi di violenza contro preti cattolici. Sono senza parole. Il Vaticano sta tentando di trasformare i persecutori in vittime». Il rabbino statunitense Gary Greenebaum, responsabile delle relazioni interreligiose per l’American Jewish Committee, hainvece bollato le affermazioni di Cantalamessa come «un uso sfortunato del linguaggio. La violenza collettiva contro gli ebrei - ha detto - ha avuto come effetto la morte di sei milioni di persone, mentre la violenza collettiva di cui si parla qui non ha condotto a uccisioni o distruzioni».
LA SMENTITA DELLA SANTA SEDE - «Smentisco nel modo più assoluto che ci sia un paragone di iniziativa vaticana tra l’antisemitismo e la situazione attuale relativa alla pedofilia» ha però detto in serata il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. «La citazione del predicatore pontificio - ha spiegato Lombardi all'Apcom - voleva anzi essere la testimonianza dell’amicizia con cui un ebreo, ricordando la situazione di sofferenza del suo popolo, intendeva portare un messaggio di solidarietà alla Chiesa».
VIOLENZA SULLE DONNE - Cantalamessa aveva parlato anche di altre forme di violenza, sottolineando che una di quelle particolarmente «odiose», è quella contro le donne, che avviene spesso all'interno della mura domestiche, ed è innescata soprattutto dall«insicurezza» e dalla «vigliaccheria» dei maschi. Il religioso, un frate cappuccino, ha esortato gli uomini a un mea culpa collettivo. Giovanni Paolo II - ha spiegato - ha inaugurato la pratica delle richieste di massa di perdono. «Una di esse, tra le più giuste e necessarie, è il perdono che una metà dell'umanità deve chiedere all'altra metà, gli uomini alle donne». «Essa - ha proseguito il frate - non deve rimanere generica e astratta. Deve portare, specie per chi si professa cristiano, a concreti gesti di conversione, a parole di scusa e di riconciliazione all'interno delle famiglie e della società». «Cari colleghi uomini - ha detto padre Cantalamessa - creandoci maschi, Dio non ha inteso darci il diritto di arrabbiarci e pestare i pugni sul tavolo per ogni minima cosa. La parola rivolta ad Eva dopo la colpa: 'Egli (l'uomo) ti dominerà ', era un'amara previsione, non una autorizzazione».

Redazione online
02 aprile 2010



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