domenica 4 aprile 2010

Chiesa sotto attacco

Il Tempo


l vescovo di Canterbury contro i cattolici irlandesi.Liberation: il Papa si dimetta. L'Osservatore Romano: "Propaganda grossolana ai danni del Pontefice".


La cupola di San Pietro, Roma

Come un'orda di coyote intorno all'agnello disperso nel deserto. La Chiesa cattolica viene attaccata da tutte le parti. Gli scandali degli abusi sui minori sono il grimaldello usato per cercare di cancellare la potestà di Pietro. Alla faccia dell'ecumenismo ieri gli anglicani di Inghilterra hanno sparato a zero contro i cattolici di Irlanda. Tornano a galla antiche diatribe sepolte nei secoli e che sembravano purificate dopo il Concilio Vaticano II. Così non è. L'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, leader spirituale della Chiesa d'Inghilterra, ha accusato la Chiesa cattolica in Irlanda di aver «perso tutta la sua credibilità».

Il tutto a sei mesi dalla visita di Benedetto XVI a Londra. Questo attacco si deve anche all'apertura del Vaticano agli anglicani più conservatori contrari all'ordinazione di preti gay e alla consacrazione di vescovi donna. Critiche che arrivano nell'omelia che oggi, giorno di Pasqua, pronuncerà il vescovo ultra conservatore André-Mutien Leonard, nella cattedrale di Bruxelles.

Il vescovo cita Asterix: «Senza la scena descritta nel Vangelo di oggi (la Resurrezione, ndr) vi assicuro che non saremmo qui, ma a cogliere il vischio nelle nostre foreste celtiche sotto la guida del druido Panoramix». Poi il vescovo denuncia il «silenzio colpevole» della Chiesa sulla pedofilia: «Abbiamo messo la reputazione di certi uomini di Chiesa davanti all'onore di questi bambini violentati, per questo dobbiamo restituire loro la dignità sfruttata, attraverso la forza della verità». Ora tutti puntano il dito contro la Santa Sede e contro il pontificato di Benedetto XVI.

Dimentichi, come ricordava giorni fa Navarro Valls in suo articolo, che, durante la Via Crucis del 2005, il cardinal Ratzinger rivelasse con disappunto «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa e proprio tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui. Quanta superbia. Quanto autosufficienza!». Dimostrazione che il cardinal Ratzinger aveva affrontato, da prefetto della Congregazione della fede, il problema degli abusi senza nasconderlo.

Da lì a pochi giorni sarebbe diventato Papa e, come ha dimostrato, ha affrontato il problema con fermezza e tolleranza zero. Come nessuna altra istituzione ha mai fatto. La strategia degli attacchi, pur non avendo una regia univoca, ha nella cultura laicista e relativista, quella così fortemente osteggiata da Benedetto XVI, il suo fondamento. Ambienti new age, sette e lobby economiche-religiose vogliono distruggere questo Papa, il papato come istituzione e la Chiesa cattolica. Si arriva a chiedere le dimissioni del Papa. Lo fa Liberation, il giornale parigino della gauche, nella prima pagina del numero in edicola stamani, con un editoriale e una copertina che ritrae Bendetto XVI in caricatura.

Ma la comunità cattolica inizia a reagire. Comprende che si rischia di tornare nelle catacombe non solo in quei Paesi dove l'integralismo islamico semina la morte. In Occidente, attraverso lo scandalo dei preti pedofili, si vogliono mettere in ginocchio le Diocesi chiedendo risarcimenti miliardari e costringendo, così come già avvenuto negli States, a vendere chiese, conventi e scuole per pagare i processi. Benedetto XVI e la Chiesa Cattolica sono oggi oggetto di «pregiudizi» e «attacchi» ingiustificati e spesso perfino «strumentalizzati» anche quando affrontano coraggiosamente questioni come gli abusi perpetrati su minori da alcuni loro ministri.

Lo afferma monsignor Bruno Forte. Secondo il grande teologo e poeta, oggi arcivescovo di Chieti-Vasto, «stiamo attraversando un tempo in cui essa è oggetto di non pochi attacchi e pregiudizi: è una constatazione condivisa da molti che sta crescendo la "cristianofobia" e la stessa cultura erede del cristianesimo pare quanto mai tiepida nel prenderne coscienza e nel reagire a questa sfida». Benedetto XVI dopo la lettera agli irlandesi non ha più affrontato il tema. «Gesù quando veniva insultato non rispondeva», ha solo detto durante le celebrazioni della Settimana Santa. A controbattere ci pensa l'Osservatore Romano che sottolinea la grande vicinanza al Pontefice da parte dei vescovi di tutto il mondo.

«Propaganda grossolana contro il Papa e i cattolici», titola il quotidiano vaticano diretto da Gian Maria Vian. Il giornale vaticano riporta con particolare enfasi passaggi dell'omelia dell'arcivescovo di Parigi, card. André Vingt-Trois, per la messa crismale celebrata a Notre Dame. Il porporato denunciava una «offensiva» dei media «che mira a destabilizzare il Papa, e attraverso lui la Chiesa». Ma messaggi di solidarietà - aggiunge l'Osservatore Romano - «arrivano da tutto il mondo» dopo «gli attacchi calunniosi e la campagna diffamatoria costruita attorno al dramma degli abusi sessuali commessi da sacerdoti».

«Molti vescovi - aggiunge il quotidiano - stanno esprimendo al Papa la loro vicinanza anche per l'azione risoluta in favore della verità e per le misure assunte per prevenire il possibile ripetersi di tali crimini. Accanto ai messaggi - prosegue - dalla Chiesa giunge anche la dolorosa ammissione delle colpe del passato, a dimostrazione che nessun tentativo intimidatorio potrà comunque distogliere dal dovere di fare chiarezza».


Maurizio Piccirilli
04/04/2010

 





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Marrazzo, indagato un sesto carabiniere

Il Secolo xix


È possibile che ci sia una rete di “protezioni” di cui avrebbero beneficiato, all’interno della compagnia Trionfale, i carabinieri accusati del presunto ricatto ai danni dell’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo: è l’esistenza di questa rete, che vogliono accertare gli inquirenti romani, dopo l’iscrizione nel registro degli indagati di un altro militare dell’Arma (A.G.) per false dichiarazioni ai pubblici ministeri.

Con l’iscrizione di quest’ultimo militare, sale a sei il numero dei carabinieri indagati per i fatti incominciati con il blitz del 3 luglio scorso nell’appartamento dalla trans Natali: gli altri sono Carlo Tagliente, Luciano Simeone, Antonio Tamburrino (accusati del ricatto), Nicola Testini (accusato anche di coinvolgimento nell’omicidio del pusher Rino Cafasso) e Donato D’Autilia (favoreggiamento nei confronti dei primi quattro), la cui posizione sembra, però, essersi notevolmente ridimensionata.
All’ultimo degli indagati, invece, viene contestato di avere negato, contrariamente al vero, che una trans si fosse rivolta a lui per denunciare che Tagliente e Simeone, durante una perquisizione, le avevano rubato un telefono cellulare, un iPod e un orologio.

Ora gli inquirenti vogliono verificare se altri carabinieri della compagnia abbiano avuto atteggiamenti di copertura nei confronti dei colleghi «infedeli» coinvolti nel caso Marrazzo. Intanto, è stata fissata per il 12 aprile prossimo l’udienza del tribunale del Riesame di Roma sul ricorso presentato da Testini contro l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti per l’omicidio di Cafasso, morto per una overdose di eroina mascherata da cocaina lo scorso settembre.

In questi giorni, Testini è stato trasferito dal carcere di Bari a quello romano di Regina Coeli e sinora ha sempre respinto l’accusa di avere ceduto a Cafasso la dose di droga risultata letale; non è escluso, però, che il procuratore aggiunto, Giancarlo Capaldo, e il sostituto, Rodolfo Sabelli, possano sentirlo prima.

Intanto, da ambienti di piazzale Clodio trapela che non viene considerata particolarmente attendibile la testimonianza della trans Paloma, che ha parlato di incontri con Marrazzo negli uffici della Regione Lazio e di pagamenti con denaro proveniente da fondi per la beneficenza. In particolare, le circostanze indicate dalla testimone, a incominciare dalla descrizione dei luoghi in cui sarebbero avvenuti tali incontri (negati dallo stesso Marrazzo) sarebbero contraddittorie e, di conseguenza, poco convincenti.





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Ebrei, bruciamo tutto» Immagini da un raid

Corriere della Sera


Un raid punitivo contro i titolari di un bar che, nei giorni scorsi, avevano denunciato il degrado della zona





Foto

ROMA - Tra sincronie militari e insulti balordi hanno lanciando minacce antisemite: «Ebrei di m... vi bruciamo il bar». Bomber, anfibi, catene e tirapugni: «Capelloni del ca... vi diamo una lezione». Un raid punitivo contro i titolari di un bar che, nei giorni scorsi, avevano denunciato il degrado della zona, ostaggio della movida notturna, tra lo spaccio conclamato di Trastevere e gli happening alcolici di Campo de’ Fiori.




Venerdì notte, l’agguato. Sventato per un soffio, ripreso da telecamere ( foto sopra) e denunciato ai carabinieri che, ora, indagano anche per violazione della legge sull’odio razziale. «Stavamo chiudendo, eravamo rimasti solo io, mio padre e mio fratello e li abbiamo visti arrivare» racconta Fabrizio Paolessi che, con il fratello, aveva denunciato: «Troppo caos, così rischiano di essere travolti anche i negozi di vicinato». Erano le due passate quando il gruppetto di teste rasate è comparso. Uno di loro si è accostato al bar e ha abbassato la lampo dei jeans.




«Mio padre è uscito per mandarlo via— racconta Paolessi — ma ci siamo ritrovati faccia faccia con un gruppo che urlava e minacciava». Otto in tutto, in tenuta da guerriglia urbana. Paolessi senior viene ferito (trauma al capo, quattro giorni di prognosi) ma, intanto, riesce a tirare giù la serranda. Fuori piovono calci ma, a quel punto, suona l’allarme. La stazione dei carabinieri è a un passo, le auto arrivano in pochi minuti. Ma intanto il gruppetto è già sparito.
 
LA PREOCCUPAZIONE DEI CITTADINI - Intanto, l’allarme dei residenti rimbalza da un lato all’altro del Lungotevere. Comitati e associazioni di Trastevere e piazza Campo dei Fiori sono preoccupati per un anticipo di stagione che mescola i grandi numeri all’aggressività di alcuni balordi. Ma la vera novità è che, a questo punto, una parte dei commercianti stessi chiede l’adozione di misure contro le notti scatenate e incontrollabili della zona. Nei giorni scorsi i Paolessi avevano denunciato i rischi delle notti romane: «Anche vigilando, chiedendo i documenti, dicendo “no” ai minorenni che chiedono la birra e scoraggiando bivacchi qui davanti, spesso, non riusciamo ad evitare il peggio.

Condividiamo le proteste dei residenti e vediamo che le forze dell’ordine sono presenti ma i numeri sono enormi e i comportamenti diventano aggressivi..». Quanto al ripristino di un’ordinanza antivetro contro l’asporto di birra e alcolici, anche Aopecs, l’associazione di piazza Navona interviene in favore di una regolamentazione: «La soluzione che si è rivelata migliore è quella che autorizza la somministrazione di alcolici esclusivamente all’interno del locale». Ma i grossisti dell’alcol che tuonarono in passato, che diranno stavolta?


Ilaria Sacchettoni
04 aprile 2010



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All'asta disegni del giovane Hitler

Corriere della Sera




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  • Dalla casa inglese Mullocks Auctions. All'asta disegni del giovane Hitler. Dodici disegni e schizzi fatti dal futuro führer tra il 1908 e 1909. «Non vi è alcuna traccia di genio artistico»


    Uno dei disegni di Hitler
    Uno dei disegni di Hitler
    Nel 1907, all'età di 18 anni, Adolf Hitler chiese di essere ammesso all'Accademia d'arte di Vienna. Alla prova d'ammissione presentò alcuni disegni che non furono ritenuti validi come dimostrazione delle sue qualità artistiche. Come è noto, la bocciatura fu un vero e proprio trauma per il giovane Hitler che sognava di diventare un grande e famoso pittore.

    Nei prossimi giorni, la casa d'aste inglese Mullocks Auctions metterà all'incanto dodici disegni e schizzi fatti da Hitler nel 1908 e nel 1909. Partendo da questi dodici disegni si può capire se la bocciatura aveva un fondamento oppure no. «I disegni, a carboncino e matita, sono molto ordinari. La mano non è sicura e le prospettive non sono perfette», dice Michael Liversidge, professore all'università di Bristol. «Non vi è alcuna traccia di genio artistico. Però, se l'Accademia lo avesse ammesso, Hitler avrebbe potuto diventare un discreto pittore».


    All'asta i disegni di Hitler

    I dodici disegni che verranno messi all'asta hanno diversi soggetti: una donna anziana (probabilmente la madre del futuro dittatore), nudi maschili, un'anfora, un paesaggio campestre, lo scorcio di un villaggio, un senatore romano. Tutti i disegni sono firmati e alcuni di essi riportano anche l'indirizzo dell'abitazione viennese di Hitler.

    Finora erano in possesso di un artista di cui non si conosce il nome. Hitler cercò una seconda volta di entrare all'Accademia, ma anche questo tentativo fu vano: le porte della scuola d'arte, per lui, non si aprirono. Probabilmente, come sostengono molti storici, la bocciatura all'Accademia fu una delle peggiori decisoni prese nel corso della storia: se ammesso ai corsi d'arte, forse Hitler non si sarebbe dedicato alla politica e conseguentemente non sarebbe diventato il capo del nazismo. I funzionari della Mullocks Auctions pensano che i disegni di Hitler verranno venduti tra i 4.500 e i 7 mila euro ciascuno.

    Paolo Torretta
    04 aprile 2010




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    Il Ritz di Londra toglie il bando ai jeans

    Corriere della Sera

    Il celebre hotel ammette l'abbigliamento casual per la prima colazione.
    Giacca e cravatta a pranzo e cena

    cena

    MINI RIVOLUZIONE

    Il Ritz di Londra toglie il bando ai jeans

    Il celebre hotel ammette l'abbigliamento casual per
    la prima colazione. Giacca e cravatta a pranzo e cena

    Una delle sale del Ritz

    LONDRA - Per chi soggiorna abitualmente nelle sue raffinate e costose camere (il prezzo di alcune stanze supera i 6000 euro a notte), si tratta di una piccola e comoda rivoluzione. Dopo oltre cento anni cambiano anche le regole ferree del Ritz di Londra, uno degli hotel più famosi del mondo. Per più di un secolo infatti i due rinomati ristoranti presenti all'interno dell'hotel hanno richiesto ai propri clienti un abbigliamento elegante e nessun ospite si è mai seduto a un tavolo dei due locali o del cocktail-bar senza indossare giacca e cravatta. Ma da due settimane qualcosa è mutato. Come racconta il Mail on Sunday, la direzione del Ritz ha stabilito che per la sola prima colazione i clienti possono indossare un abbigliamento più casual e sono ammessi anche i "famigerati" jeans. Tuttavia quest'ultimi dovranno essere alla moda e «molto molto eleganti». L'obbligo della giacca e della cravatta resta per il pranzo e la cena.

    TESTIMONIANZA - Due giornalisti del Mail on Sunday hanno visitato il Ritz per vedere se effettivamente le nuove regole hanno cambiato le abitudini dei clienti. Durante la telefonata per prenotare una stanza, la portavoce dell'albergo ricorda che per la prima colazione è possibile indossare jeans "alla moda", ma sono vietate le scarpe da tennis: «Si tratta di una decisione presa dalla direzione per far sentire più a proprio agio i nostri clienti» dichiara la portavoce dell'hotel. Secondo i reporter del Mail on Sunday, sembra che la rivoluzione casual sia stata accolta con favore dai clienti. La maggior parte di questi infatti indossa jeans e t-shirt. C'è addirittura chi ha violato le regole calzando scarpe da ginnastica nere. Solo un ospite sessantenne resta ligio alla tradizione e veste in giacca e cravatta.

    OSPITI FAMOSI - Diversi personaggi famosi che abitualmente frequentano il Ritz hanno dichiarato al Mail on Sunday di non aver accolto con entusiasmo le nuove regole dell'hotel. L'attrice americana John Collins boccia la novità: «Metto i jeans solo in campagna. Non mi piacciono in città e non mi piace neppure la scelta del Ritz. Penso che sia giusto mantenere alti gli standard. Certo esistono jeans diversi tra loro. Ce ne sono alcuni molto carini, ma vedi anche gente che indossa pantaloni che sembrano coperti di vernice». Dello stesso avviso l'attore e sceneggiatore britannico Julian Fellowes: «Penso che il Ritz ormai sia l'ultimo luogo-evento di Londra. Il problema è che, una volta accettati i jeans e l'abbigliamento casual, la gente si sentirà autorizzata a presentarsi in pantaloncini e scarpe da tennis». Secondo il sociologo Peter York il Ritz ha fatto un tremendo errore: «Se ci pensate, la principale clientela del Ritz è composta da anziani americani o da cinesi di Hong Kong di un certo livello. A questi probabilmente piacciono le vecchie tradizioni. Sono davvero sorpreso dalla decisione del Ritz. Penso che l’hotel debba ripristinare al più presto la vecchia politica».

    Francesco Tortora
    04 aprile 2010





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    Bruxelles, pestaggio in metrò Polizia diffonde video choc

    Il Secolo xix

    «Violenza inaudita nella metro»: così, in Belgio, gli organi di stampa hanno descritto l’aggressione a uno studente bulgaro che è stato preso a calci e pugni e poi scaraventato incosciente sui binari della metropolitana, in una delle fermate centrali di Bruxelles. L’episodio risale alla notte di Capodanno, ma il video è stato reso pubblico solo in questi giorni e mostrato da tutte le televisioni, nel tentativo di aiutare a identificare gli aggressori, tre cittadini africani.

    Video


    Le immagini delle telecamere a circuito chiuso mostrano i tre che, in una terrazza sopra i binari, si avvicinano alla vittima - uno studente in stage alla Commissione Europea - lo aggrediscono e poi lo scaraventano sui binari della metro, sette metri più sotto. Il giovane è stato salvato da due testimoni, corsi a prenderlo, svenuto, prima che arrivasse il treno. Diverse le fratture riportate dopo il volo, ma a quattro mesi dall’incidente e due operazioni, il ragazzo sta bene.

    Gli aggressori, però, sono ancora in libertà.



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    Furto in villa, il conto lo pagano i vigilantes

    di Redazione

    "Sono stati negligenti". Il Tribunale di Venezia ha deciso il risarcimento a favore di un imprenditore di San Donà di Piave: lo scorso Capodanno era fuori a festeggiare e i ladri hanno colpito. Il contratto prevedeva avviso di allarme e obbligo di intervento da parte delle guardie



    Venezia - Vigilantes 'negligenti' condannati a pagare per il furto in villa il valore del bottino: 70 mila euro di gioielli rubati. Lo ha deciso il Tribunale di Venezia che ha stabilito il risarcimento a favore di un imprenditore di San Donà di Piave, al quale lo scorso Capodanno i ladri erano entrati in casa mentre lui era fuori a festeggiare. Per mettersi al riparo da furti e rapine, l'imprenditore aveva stipulato un contratto con un istituto di vigilanza che prevedeva l'avviso di allarme alla centrale con l'obbligo di intervento da parte delle guardie private dotate delle chiavi del cancello di ingresso. 

    La notte di Capodanno l'allarme era suonato due volte e tutte e due le volte la guardia giurata in servizio era andata a controllare senza rilevare nulla di strano. Il legale dell'imprenditore ha però dimostrato che quella sera il sostituto della guardia che di solito controllava la villa era privo delle chiavi e pertanto, proprio mentre i ladri erano in azione, non era potuto entrare per metterli in fuga. "Il verificarsi del furto non crea un'automatica responsabilità risarcitoria degli istituti di vigilanza - spiega sulle pagine locali del Gazzettino il difensore Andrea Angeletti - ma questa discende solo dalla lora scarsa diligenza nell'attuare i controlli".




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    Presi io gli occhiali della Claps»


    Il viceparroco ammette di averli riposti accanto al corpo senza avvisare nessuno





    POTENZA — Il vice parroco della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, il brasiliano don Vagno, lo scorso fine gennaio (quindi 40 giorni prima del ritrovamento ufficiale), dopo essere stato informato dalle due donne delle pulizie Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, della presenza di un cadavere nell'abbaino della chiesa, decise di controllare personalmente quella notizia. Si precipitò sopra e vicino a quei resti scorse un paio di occhiali. Li prese, li guardò e poi li ripose vicino al cadavere. Senza interrogarsi più di tanto.

    Di quel ritrovamento don Vagno non fece cenno con nessuno. Quando la polizia l'ha interrogato, si affrettò a sostenere che avrebbe voluto informare monsignor Agostino Superbo, vescovo di Potenza, ma dopo qualche tentativo per rintracciarlo, la cosa gli passò di mente. Se l'assassino di Elisa Claps dopo aver ucciso la ragazza, ha nascosto il corpo nell'abbaino della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove è stato scoperto lo scorso 17 marzo, in molti in questi dodici anni avrebbero potuto scorgere quel cadavere.

    La polizia ipotizza, infatti, anche alla luce dei primi risultati tecnici, che quel luogo è stato a lungo frequentato, anche dopo l'omicidio. Addirittura dopo la scomparsa di Elisa, proprio sul terrazzo che si trova attaccato al luogo dove sono stati trovati i suoi resti, c'è stata una festa. L'avrebbero confermato ai magistrati di Salerno alcuni ragazzi che all'epoca frequentavano il centro Newman.

    Alcuni di loro hanno anche dichiarato che la festa era stata organizzata con l'assenso di don Mimì Sabia, il parroco morto due anni fa dopo essere stato per 48 anni l'unico sacerdote a governare la chiesa della Santissima Trinità. I ragazzi erano soliti appartarsi in quei luoghi e avrebbero utilizzato proprio il buio dell'abbaino per qualche momento d'intimità. La scoperta del corpo di Elisa sarebbe, però, potuta avvenire anche molti anni fa. Proprio nel sottotetto, infatti, tra marzo del 1996 e febbraio del 1997, furono eseguiti dei lavori di ristrutturazione. È inspiegabile come nessuno non si sia accorto di nulla.

    Le indagini per risalire all'autore o agli autori del delitto intanto stanno andando avanti velocemente. Non ci sono al momento certezze su cosa accadde quella mattina del 12 settembre del 1993. La polizia, però, ipotizza che Elisa Claps seguì il suo assassino nell'abbaino della chiesa. Ci sarebbe stato un tentativo di violenza. La ragazza si sarebbe opposta con forza tant'è che l'assassino, forse in preda a un raptus, l'avrebbe soffocata.

    Gli inquirenti intanto smentiscono la circostanza della coltellata alla schiena, subita dalla giovane. Il particolare è scaturito da una presunta ferita individuata dall'anatomopatologo Francesco Introna, sulla schiena di Elisa. Nei prossimi giorni, intanto, i magistrati procederanno a un nuovo incidente probatorio su altri elementi raccolti dentro la chiesa della Trinità.


    Carlo Macri
    04 aprile 2010




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    Superenalotto beffa L'urlo: "Ho vinto" Ma la Rai aveva sbagliato i numeri

    Quotidianonet

    Una 45enne disoccupata reggiana ha deciso di fare causa alla tv pubblica dopo l'errore.
    I legali: da quel giorno è depressa, deve essere risarcita


    Casalgrande (Reggio Emilia), 4 aprile 2010 

    All’improvviso la sua vita era cambiata. Come in un sogno: 34 milioni di euro sul piatto, piovuti con i numeri del Superenalotto. Credeva di aver vinto, Caterina Gentile, 45 anni, disoccupata. Era il 15 novembre del 2008 e stava guardando in tv i risultati dell’estrazione. Un numero dopo l’altro, i suoi numeri. Il tempo di urlare, di saltare in casa per la gioia convinta di aver gettato alle spalle tutte le sfortune. Un raggio di felicità assoluta prima di piombare nella tempesta della depressione. La Rai aveva mandato in onda la schermata con i numeri dell’estrazione precedente. La vittoria era un’illusione. Tante scuse ai telespettatori e avanti con la programmazione.


    Da quel momento, la vita di Caterina Gentile non è stata più la stessa. Stress. Ansia. Depressione ancora più profonda, racconta la donna. A tal punto che l’abbonata beffata ora non si accontenta delle scuse; vuole che la Rai le paghi i danni. E con lei ripaghi l’amica del cuore, Santina Panizzo, di Sassuolo, che aveva condiviso la spesa per la schedina. Caterina Gentile si è rivolta allo studio degli avvocati Domenico Noris Bucchi e Valter Pompeo Azzolini di Reggio Emilia per avere certezze sui suoi diritti.

     

    Il danno ipotizzato dai legali è quello da «paura che produce uno stress causato da una emozione forte, in grado di lasciare il segno sulle condizioni psicologiche di chi ne è vittima». «E’ ben contemplato dal codice e si potrebbe paragonare alla paura che si prova di fronte a un cavallo imbizzarrito che ti sta travolgendo», traduce la norma l’avvocato Azzolini. In pratica sarebbe lo stato di ansia che insorge quando si intravede la soluzione dei propri problemi e poi si scopre che la stessa soluzione è stata negata per cause esterne alla propria volontà. Dall’ansia si genera uno stato di paura ulteriore.

     

    «Per ora non abbiamo una azione legale vera e propria – dicono gli avvocati – stiamo cercando una soluzione extragiudiziale che possa dare il giusto risarcimento a quanto sofferto dalla signora Gentile. Abbiamo chiamato a rispondere sia la Sisal sia la Rai e la trattativa sta procedendo. Ma se entro la prima decade di maggio le offerte di risarcimento non saranno adeguate credo che ci muoveremo, chiedendo al giudice di agire secondo equità».
    Caterina Gentile è reduce da una dolorosa separazione, ha una figlia di 9 anni da crescere e i genitori in Calabria ammalati, L’altra figlia più grande sta iniziando una attività in proprio. E sul groppone si porta un mutuo da 150mila euro da pagare da sola. Voleva aiutare tutti, con la supervincita; voleva cambiare vita. Proprio con la figlia maggiore, che ora ha 23 anni, stava ascoltando i risultati dell’estrazione e, numero dopo numero, aveva creduto di essere diventata milionaria. Invece dopo la lettura lo schermo si era improvvisamente scurito e poco dopo qualcuno in Tv aveva chiesto scusa dell’errore. Caterina non era più multimilionaria. L’estrazione era ben diversa da quanto comunicato.


    «Non dormo più e sto perdendo i capelli – dice Caterina Gentile – sono in cura per la depressione. La Rai mi ha proposto cinquemila euro di risarcimento che non ho accettato; avremmo dovuto dividere in due, io e l’amica che ha giocato la schedina con me. Ho ricevuto colpi molto duri dalla vita. Quando sono rientrata al lavoro dopo un infortunio, nella ceramica dove ero impiegata sono stata inserita nella lista di mobilità. Una serie di sfortune, terminate con l’illusione di aver finalmente risolto i miei problemi. Un’altra chimera».

    di Bruno Dallari





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    Dubai, coppia inglese si bacia in pubblico Fidanzati condannati a un mese di carcere

    Quotidianonet

    I due giovani britannici, non sposati, sono accusati di aver "commesso un atto sessuale in luogo pubblico". Condannati in primo grado, ora è arrivata la conferma in appello


    Dubai, 4 april1 2010

    Un mese di carcere per essersi baciati in pubblico. Questa la pena inflitta a una coppia britannica che si è scambiata il gesto di affetto in Dubai e adesso confermata da una Corte d’appello dell'emirato

    "La Corte d’appello ha confermato il verdetto", pronunciato a gennaio dal tribunale di primo grado, ha dichiarato il legale dei due. Secondo lui, la coppia, non sposata, è accusata di aver "commesso un atto sessuale in luogo pubblico baciandosi sulla bocca”.

    Malgrado Dubai, grande destinazione turistica e città cosmopolita degli Emirati Arabi Uniti, sia relativamente tollerante in materia di costumi, i comportamenti ostentatori sono vietati.

    Identificati dalla stampa britannica come Ayman Najafi, 24 anni residente a Dubai, e Charlotte Lewis, 25enne in visita nell’Emirato, i due britannici sono stati arrestati a novembre dopo che una donna del posto li ha accusati di essersi dati un bacio sulle labbra in un ristorante del quartiere di Jumeirah Beach Residence. Sono sotto processo anche per consumo di alcool, un’accusa per cui si sono dichiarati colpevoli pur affermando che il bacio se lo erano scambiati sulla guancia.

    La coppia era stata condannata in prima istanza, a gennaio, a un mese di carcere a testa e all’espulsione. Ma sono stati entrambi rilasciati su cauzione, con divieto di lasciare gli Emirati arabi uniti visto che i loro passaporti sono stati confiscati, in attesa del giudizio in appello. L’avvocato ha indicato di dover ancora discutere con i suoi clienti un eventuale ricorso in cassazione.




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    Calciopoli, Bergamo rassicurava l'Inter sull'arbitro: "Vinciamo insieme"

    La Stampa

    Gennaio 2005, prima della Samp Facchetti chiama l'ex designatore



    EMANUELE RIGHI
    BOLOGNA

    Il 27 ottobre 2008 il pm di Calciopoli, Giuseppe Narducci, dichiarava all'Ansa che «i cellulari erano intercettati 24 ore su 24, e le evidenze dei fatti dicono che non è vero che ogni dirigente telefonava a Bergamo, Pairetto, Mazzei o Lanese». Nell'ultima udienza del 30 marzo scorso, il tenente colonnello Auricchio, responsabile dell'indagini su cui si basa il processo, ribadiva che non gli risultavano telefonate da parte dei presidenti ai designatori. Al centro delle intercettazioni più scottanti, a favore della difesa, ci sarebbero diverse telefonate tra i massimi dirigenti di club e i designatori. Domenica 9 gennaio 2005 l'Inter gioca a San Siro contro la Sampdoria. L'Inter vincerà 3 a 2 con un finale rocambolesco. Alle 12 53'33'' di quel giorno, prima della gara, Giacinto Facchetti, scomparso nel 2006 ed allora presidente dell'Inter, telefona al designatore arbitrale Bergamo.
    Facchetti: «Pronto Paolo sono Facchetti». Bergamo: «Buongiorno Giacinto». Facchetti: «Sto andando allo stadio l'ho detto con i miei di avere con Bertini un certo tatto, una certa disponibilità. L'ho detto con i giocatori, con Mancini e gli altri». Bergamo: «Vedrai che sarà una bella partita». Facchetti: «Va bene». Bergamo: «Viene predisposto (Bertini ndr) a fare una bella partita». Facchetti: «Si si, va bene». Bergamo: «È una sfida che vedrai la vinciamo insieme». Facchetti: «Volevo solo dirti che l'ho fatto» (riferendosi al fatto che ha parlato alla squadra per non tenere un atteggiamento sbagliato nei confronti di Bertini ndr). Bergamo: «Vedrai che le cose andranno per il verso giusto poi la squadra sta ricominciando ad avere fiducia, a fare i risultati, fa morale…».

    L'accusa a Moggi è quella di telefonare ai designatori ed esercitare in questo modo un condizionamento sugli arbitri. Secondo la difesa ci sono diverse telefonate, dal contenuto lampante, da cui emerge che altri dirigenti si comportavano allo stesso modo. Bergamo, oltre alle intercettazioni con Facchetti, è protagonista di diversi colloqui. Con Galliani, aprile 2005, commenta una telefonata successiva a Juve-Inter, in cui Moggi riteneva impossibile che il guardalinee Griselli non avesse visto la “cravatta” di Ibrahimovic a Cordoba, facendo quindi scattare la prova tv e la squalifica supplementare. Per effetto di quest’ultima, lo svedese avrebbe saltato Milan-Juve.
    Bergamo: «Volevo farla partecipe di una guerra di cui il solo responsabile sono io, Paolo Bergamo, perché Griselli è di Livorno, se avesse visto salvava capra e cavoli, ma siccome non è andata così, è uno sfogo tra me e lei». Galliani: «Questi signori han perso la testa mi creda, perché ci sono comportamenti nei confronti dell'universo, in Lega in Federazione». Bergamo: «Io glielo voglio dire perché si sappia, tra me e lei naturalmente». Galliani: «Non si preoccupi tale rimane». Bergamo: «Io posso sbagliare magari una griglia penso che un arbitro sia in forma e magari non è in forma, oppure l'arbitro è in forma e sbaglia, però a priori voler sbagliare è tutta un'altra cosa, mi taglierei le mani mi creda. Ecco questo filo che ho con lei vorrei tenerlo fino a giugno Dottore». Galliani: «No no no ma poi si vedrà, adesso vediamo la fine del campionato con i giusti equilibri...». Bergamo: «Mi faccia sentire un po' il suo calore, il suo calore in questo momento perché...». Galliani: «Assolutamente». Bergamo: «Sono solo, non solo, meno che solo». Galliani: «Ma no no ci sono io».

    Ancora una telefonata tra Meani (dirigente Milan) e Bergamo su Fiorentina-Milan e, soprattutto, Milan-Juve dell'8 maggio.
    Meani: «Te chi mi mandi a Firenze?». Bergamo: «Come griglia? Te dici come griglia di arbitri? L'abbiamo fatta a tre ma mi fai dire una cosa che con Gigi (Pairetto) non abbiamo ancora concordato. Ho in mente di metterne tre perché non voglio preclusioni e gli arbitri sono Messina, Farina e Rodomonti per me, poi sentiamo Gigi perché poi immaginerai quelli che sono i tre che voglio mettere la domenica successiva (la griglia per Milan-Juventus, ndr). Meani: «Ho capito, tu vuoi mettere Paparesta». Bergamo: «Sì». Meani: «Collina». Bergamo: «Sì». Meani: «Trefoloni». Bergamo: «Sissignore, e mi ci gioco la testa». Meani: «Però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto». Bergamo: «Stai tranquillo, stai tranquillo». Meani: «Perché se no gli tagliamo la testa noi». Bergamo: «Stai tranquillo». Meani: «Se no chiamalo e parlagli». Collina, Paparesta, Trefoloni furono i tre arbitri, inseriti nella griglia A del sorteggio.




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    E morto il marito della santa pediatra

    Corriere della Sera


    Pietro Molla fu il compagno di vita di Gianna Beretta, la donna che rinunciò alle cure per far nascere sua figlia 



    Santa Gianna Beretta Molla
    Santa Gianna Beretta Molla
    MILANO - Si è spento sabato all'1.30 di notte l'ingegner Pietro Molla, 98 anni, il marito di santa Gianna Beretta Molla, la pediatra di Magenta che nel 1962 rinunciò alle cure per permettere la nascita della sua quarta figlia, Gianna Emanuela. Per questi ed altri meriti, Giovanni Paolo II nel 2004 la proclamò santa. Oggi in suo onore è nato a Mesero, il piccolo centro del Milanese dove lei aveva l'ambulatorio, il santuario della famiglia che porta il suo nome. Alla cerimonia in San Pietro nel 2004 erano presenti il marito Pietro e i tre figli, Pierluigi, Laura e Gianna Emanuela. L'altra sorella, Mariolina, era morta in tenera età. La canonizzazione di sua moglie fu uno degli ultimi eventi a cui Pietro Molla partecipò. Da anni viveva nella casa di Mesero con sua figlia Gianna.

    «UN GRANDE AMORE» - Pietro e Gianna s'incontrarono nel 1954 e non si separarono più. Pietro all'epoca lavorava come dirigente alla "Saffa", la fabbrica di fiammiferi di Magenta. Nel 1955 il matrimonio. Durante il fidanzamento i due si scrivevano lunghe lettere che già lasciavano intravedere l'immensa fede di Gianna e il suo spessore spirituale. Queste lettere oggi sono pubblicate sul sito che porta il suo nome. Uomo riservato, a chi gli chiedeva di Gianna l'ingegner Molla diceva che lei era una donna come tutte le altre, con cui condivideva l'amore per la musica classica, le escursioni in montagna, i viaggi all'estero. «Non mi sono mai accorto di vivere con una santa» aveva spesso ricordato durante le interviste che raramente concedeva. L'ultima al Corriere della Sera nel 2002


    Giovanna Maria Fagnani
    03 aprile 2010



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    Fai un discorsetto a quell’arbitro o gli tagliamo la testa»

    Corriere della Sera


    La registrazione delle 170 mila chiamate finora non utilizzate. Bergamo a Galliani: mi faccia sentire il suo calore



    NAPOLI — Parlano tutti. Moratti e Bergamo, Bergamo e Galliani, Foti e Bergamo, Cellino e Bergamo. Dirigenti di società grandi e piccole contattano il designatore arbitrale e i carabinieri intercettano e registrano. C’è anche chi (Meani, Milan) non chiama il designatore ma un arbitro (Collina), e pure in questo caso i carabinieri ascoltano e registrano. È l'indagine che sfocerà nel processo Calciopoli contro Luciano Moggi. Non tutte le telefonate intercettate vengono ritenute interessanti sotto il profilo penale. Quelle che pubblichiamo qui di seguito non sono oggetto di contestazioni da parte della procura di Napoli. Rappresentano, però, la controffensiva del collegio di avvocati che assistono l'ex direttore generale della Juventus. I loro consulenti stanno ascoltando le registrazioni di oltre 170 mila telefonate, alla ricerca di quelle che possano essere utili alla difesa, pronta a sferrare l'attacco già dalla prossima udienza, il 13 aprile. Ecco con quali armi.

    LO CHIAMAVAN BRONTOLO
    Fine febbraio 2005, Leandro Meani, ex arbitro e poi dirigente del Milan delegato ai rapporti con il mondo arbitrale, chiama il suo ex collega, rimasto amico, Pierluigi Collina, all'epoca ancora in attività. Non fanno nomi, ma secondo l'interpretazione filo-moggiana parlano dei più alti dirigenti milanisti.

    Meani: «Ti prometto che quando diventerai designatore non ti chiamo più...» Collina: «Dai ah ah ah» Meani: «Mi ricorderò sempre che quando avevamo posto il veto a Pisacreta l'unico che mi ha chiamato per dirmi che sbagliavamo è stato lui, Brontolo...»

    Collina: «Va buono dai, ho provato a chiamarlo ma da una parte è staccato, il cellulare è staccato, all'altra probabilmente la segretaria non c'è...»

    Meani: «Il massimo sai cos'è? Che lui va a San Siro assieme all'altro, il peggiore con cui trattare è lui, no perché a lui non va bene niente, fuori qui, su, giù, chi sono questi, chi è quest'altro...sono tutti i casini che fa, poi è cattivo come l'aglio... gli allenatori fan casino e lui li manda via...è micidiale capito?»

    Collina: «No ti dicevo ho chiamato il capo...» Meani: «Sì, il grande capo» Collina: «Ma il cellulare era staccato, segreteria, invece quello dell'ufficio diretto ti passava il centralino, io tramite il centralino preferivo evitare per cui...»

    BERGAMO CHIEDE CONFORTO
    Aprile 2005, uno dei due designatori arbitrali dell'epoca, Paolo Bergamo, telefona a Galliani alla vigilia di Milan-Juve.

    Galliani
    : «Questi signori han perso la testa mi creda, perché ci sono comportamenti nei confronti dell'universo, in Lega in Federazione...»

    Bergamo: «Glielo voglio dire perché si sappia, tra me e lei naturalmente...»

    Galliani: «Non si preoccupi tale rimane...»

    Bergamo: «Io posso sbagliare magari una griglia, penso che un arbitro sia in forma e magari non è in forma, oppure l'arbitro è in forma e sbaglia, però a priori voler sbagliare è tutta un'altra cosa, mi taglierei le mani mi creda... Ecco questo filo che ho con lei vorrei tenerlo fino a giugno dottore...»

    Galliani: «No no no ma poi si vedrà...adesso vediamo la fine del campionato...con i giusti equilibri...»

    Bergamo: «Mi faccia sentire un po’ il suo calore in questo momento perché...» Galliani: «Assolutamente...» Bergamo: «Sono solo, non solo, meno che solo...»

    Galliani: « Ma no no ci sono io...»

    CELLINO VS COLLINA
    Il 22 febbraio 2005 il presidente del Cagliari Massimo Cellino parla al telefono con Paolo Bergamo.

    Cellino: «Sono contrario a dare un anno di proroga a Collina... è una persona che non mi fa impazzire, e anche come arbitro ha culo, ma non mi fa impazzire, è uno molto fortunato ma non mi fa impazzire (...) Vuole la proroga? E vada in Inghilterra, vada in Giappone...Ma vai dove c... vuoi...Paparesta è arbitro di livello, Collina gli pulisce le scarpe...»

    Bergamo: «Vedo che capisce»

    GRIGLIE SEMPRE GRIGLIE
    Ancora aprile 2005, si sta per giocare Fiorentina-Milan e si avvicina Milan-Juventus, sfida scudetto. I designatori debbono preparare le griglie per la scelta degli arbitri, e Bergamo ne parla con Meani. 
     
    Meani: «Te chi mi mandi a Firenze?» Bergamo: «Come griglia? Te dici come griglia di arbitri? L'abbiamo fatta a 3 ma mi fai dire una cosa che con Gigi (Pierluigi Pairetto, l'altro designatore, ndr) non abbiamo ancora concordato... Ho in mente di metterne tre perché non voglio preclusioni e gli arbitri sono Messina, Farina e Rodomonti per me, poi sentiamo Gigi perché poi immaginerai quelli che sono i tre che voglio mettere la domenica successiva»

    Meani: «Ho capito, tu vuoi mettere Paparesta» Bergamo: «Sì» Meani: «Collina» Bergamo: «Sì» Meani: «Trefoloni» Bergamo: «Sissignore, e mi ci gioco la testa»

    Meani: «Però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto...»

    Bergamo: «Stai tranquillo, stai tranquillo...»

    Meani: «Perché se no gli tagliamo la testa noi» Bergamo: «Stai tranquillo» Meani: «Se no chiamalo e parlagli»

    L'ARTBITRO CONCORDATO
    Nel novembre 2004, alla vigilia di Parma-Reggina, Bergamo mette il presidente dei calabresi Lillo Foti al corrente delle decisioni che lui e Pairetto prenderanno nella scelta dell'arbitro.

    Bergamo: «Domani c'è il sorteggio a Roma, lo fa Gigi. Abbiamo pensato a Parma-Reggina da seconda fascia perché in prima fascia non ci va, e in seconda fascia c'è un po' di esperti, anche un giovane che sta facendo bene, vediamo un po' che cosa vi tocca...»

    Foti: «Ti raccomando che è troppo importante...»

    Bergamo: Ti dico: c'è un esperto, De Santis, c'è Morganti, che è un altro esperto, Saccani ha fatto una quarantina di gare in serie A e poi il giovane è Tagliavento che vogliamo lanciarlo... a meno che domani mattina si cambi qualche idea, ti do quello che avevamo concordato...»


    Fulvio Bufi
    04 aprile 2010



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    Padre Cantalamessa: chiedo scusa Il Papa non conosceva la mia predica

    Corriere della Sera


    «Avevo intenzioni amichevoli, non volevo urtare la sensibilità di nessuno»



    CITTÀ DEL VATICANO


    Padre, che cosa direbbe agli ebrei che si sono indignati e hanno parlato di paragone «improprio», o anche «ripugnante e osceno», tra l'antisemitismo e gli attacchi alla Chiesa sui pedofili?
    «Se, contro ogni mia intenzione, ho urtato la sensibilità degli ebrei e delle vittime della pedofilia, ne sono sinceramente rammaricato e ne chiedo scusa, riaffermando la mia solidarietà con gli uni e con gli altri». Padre Raniero Cantalamessa, il giorno dopo, è fuori Roma. Al telefono la voce è serena come sempre, ma è rimasto colpito da tutto ciò che è accaduto nelle ultime ore.

    Frate cappuccino, trent’anni fa è divenuto predicatore della Casa pontificia dopo gli studi di teologia a Friburgo e lettere classiche alla Cattolica. Uomo di fede e cultura, è un profondo conoscitore del cristianesimo delle origini, dei rapporti e dei problemi bimillenari col mondo ebraico. «Io credo che si debba dire della Shoah ciò che Macbeth grida a se stesso dopo aver ucciso il suo re: "Le acque di tutti i fiumi della terra non basteranno a lavare questo sangue"».

    Non temeva che quel riferimento all'antisemitismo, di Venerdì Santo, potesse creare problemi?
    «Una cosa devo precisare: il Papa non solo non ha ispirato, ma, come tutti gli altri, ha ascoltato per la prima volta le mie parole durante la liturgia in San Pietro. Mai qualcuno del Vaticano ha preteso di leggere in anticipo il testo delle mie prediche, cosa che ritengo un grande atto di fiducia in me e nei media».

    «Contro ogni mia intenzione», diceva. Qual era la sua intenzione?
    «Quest’anno la Pasqua ebraica cade nella stessa settimana di quella cristiana. Questo ha fatto nascere in me, prima ancora di ricevere la lettera dell’amico ebreo, il desiderio di far giungere ad essi un saluto da parte dei cristiani, proprio dal contesto del Venerdì Santo che è stato sempre purtroppo un’occasione di contrasto e, per loro, di comprensibile sofferenza...».

    E la lettera?
    «Ho inserito la lettera dell’amico ebreo solo perché mi sembrava una testimonianza di solidarietà nei confronti del Papa così duramente attaccato in questi tempi. La mia era dunque un’intenzione amichevole, tutt’altro che ostile».

    Tra l’altro: può dire il nome del suo amico ebreo?
    «L’amico ebreo, un italiano molto legato alla sua religione, nella sua lettera mi autorizzava a dire anche il suo nome. Sono io che ho ritenuto opportuno non coinvolgerlo direttamente, e tanto più lo ritengo ora».

    Resta il fatto che lei ha toccato un punto delicatissimo...
    «Mi dispiace sinceramente di aver urtato la sensibilità degli amici ebrei. Se avessi lontanamente immaginato di innescare questa polemica con essi, mai avrei resa nota la lettera di quell’amico ebreo. Credo che almeno gli ebrei italiani conoscano i miei sentimenti di amicizia più volte espressi nei loro confronti, dallo stesso pulpito di San Pietro. Un’intera predica del Venerdì Santo, nel ’98, la dedicai a mettere in luce le radici storiche dell’antisemitismo cristiano. Qualcuno, penso, la ricorderà perché ebbe larga eco anche in alcune riviste ebraiche».


    Ciò che ha creato sconcerto è l’associazione: crede si possano paragonare le persecuzioni contro gli ebrei e gli attacchi alla Chiesa e al Papa per i crimini dei preti pedofili?
    «No, non penso affatto che si possano paragonare antisemitismo e attacchi alla Chiesa di questi giorni e credo che neppure l’amico ebreo intendesse farlo. Egli non si riferisce all’antisemitismo della Shoah: intendeva — e mi pare che lo dica chiaramente—"l’uso dello stereotipo e il facile passaggio dalla colpa individuale a quella collettiva", cioè l’antisemitismo come fatto di cultura, più che come effettiva persecuzione. Ma questo— che cioè si sia in presenza di un diffuso "anticristianesimo" nella nostra società occidentale— non mi sembra che egli sia il solo e il primo a pensarlo».

    C’è chi si è stupito perché nell’omelia, con tutto quello che sta accadendo, lei si è soffermato sulla violenza contro le donne.
    «In una fase acuta dello scandalo della pedofilia, qualcuno forse ricorderà, perché la cosa ebbe una certa risonanza nei media, che dedicai al tema un discorso alla Casa Pontificia nel quale bollavo questa piaga con parole durissime e chiedevo alla Chiesa di dedicare un giorno di penitenza e di preghiera per solidarietà verso le vittime. Nello stesso discorso del Venerdì Santo, del resto, parlavo anche della violenza sui bambini di cui "si sono sciaguratamente macchiati non pochi membri del clero". Ma pochi, evidentemente, hanno sentito il bisogno di leggere il testo».


    Gian Guido Vecchi
    04 aprile 2010






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    Inaugurata a Dakar la statua della discordia

    Il Secolo xix


    Inaugurato a Dakar fra le proteste il mega-monumento al «Rinascimento africano» voluto dal presidente senegalese Abdulaye Wade, per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del paese. Alto 52 metri (più della Statua della Libertà) e costato 15 milioni di euro, è stato contestato dai religiosi islamici come blasfemo e osceno, e dall’opposizione socialista come uno spreco di denaro. Lo scrive la Bbc sul suo sito. Il monumento di bronzo è posto su una collina che domina Dakar ed è stato realizzato da artisti e artigiani nordcoreani su un’idea di Wade, 83 anni. In puro stile realismo socialista, rappresenta un uomo, una donna e il loro bambino, seminudi e dai fisici scultorei, che guardano verso il mare. Il monumento vuole rappresentare l’Africa che rinasce dall’intolleranza e dal razzismo, per i 50 anni dell’indipendenza del Senegal.
    All’inaugurazione hanno partecipato questo pomeriggio 19 capi di stato africani. Ma in mattinata, migliaia di persone, mobilitate dal Partito socialista all’opposizione, avevano marciato per Dakar protestando contro il governo e il «suo» monumento. «La statua è un mostro economico e uno scandalo finanziario, nel contesto dell’attuale crisi economica» aveva detto il vice-capo dei socialisti, Ndeye Fatou Toure. Ad attizzare le polemiche è stata anche la notizia che il presidente Wade (che intende ripresentarsi alle presidenziali del 2011) vuole intascarsi il 35% dei profitti generati dal monumento, visto che l’idea è stata sua. Questo in un paese dove la metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà.
    Il monumento ha suscitato anche le proteste dei religiosi musulmani (l’islam è la religione prevalente in Senegal), che hanno definito idolatria la rappresentazione di figure umane e oscene le gambe nude della donna. Un imam, Massamba Diop, ha emesso una fatwa per invitare gli altri imam a leggere il Corano nelle moschee «per chiedere a Dio di preservarci dalla punizione che questo monumento alla vergogna rischia di attirare sul Senegal». Anche la minoranza cristiana ha protestato quando il presidente ha paragonato la statua a Gesù Cristo, tanto che Wade ha dovuto chiedere scusa. A difendere il monumento è stato un senatore della maggioranza, Ahmed Bachir Kounta: «Tutte le opere architettoniche attirano controversie - ha detto -. Pensate alla Torre Eiffel a Parigi».




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    Sudafrica, ucciso Terreblanche leader estremista pro-apartheid

    di Redazione

    E' stato per anni uno dei più feroci oppositori dell'uguaglianza tra bianchi e neri. Ucciso a bastonate e a colpi di machete nella sua fattoria: 2 arresti

     
    E' stato per anni uno dei più feroci oppositori dell'uguaglianza tra bianchi e neri e uno strenuo combattente contro l'abolizione dell'apartheid: Eugene Terreblanche, leader dei bianchi sudafricani di estrema destra, é stato ucciso sabato a bastonate e a colpi di machete nella sua fattoria. Terreblanche, 69 anni, cercò di impedire in ogni modo la fine dell'apartheid anche con sanguinosi attentati dinamitardi messi in atto dalla sua organizzazione nei primi anni Novanta, ma da tempo viveva ritirato.

    Il sito online di News 24, citando un esponente del suo partito Awb (movimento di resistenza Afrikaner), ha scritto che "Terreblanche è stato massacrato nella sua azienda agricola", situata nel nord-ovest del paese. Secondo la polizia, citata dall'agenzia Sapa, l'assalto sarebbe avvenuto apparentemente in seguito a una lite con due dipendenti di Terreblanche, tra cui un minorenne, per degli stipendi non pagati. I due sono stati arrestati sotto l'accusa di omicidio.

    Terreblanche - per i nemici semplicemente E.T - ha sempre ispirato la sua azione politica, dai tratti filo-nazisti, ai principi della supremazia bianca. Negli ultimi tempi viveva in relativa oscurità nonostante il revival di due anni fa del suo partito e i recenti sforzi di formare un fronte unito tra i gruppi bianchi di estrema destra.

    Il suo assassinio arriva in un tempo di preoccupazione per la crescente polarizzazione razziale in Sudafrica - dove peraltro questa estate si svolgeranno i Campionati mondiali di calcio -, acutizzata dalle aspre polemiche sul testo di una canzone cantata dal capo del movimento giovanile del partito di governo Anc, le cui parole dicevano "Ammazza il boero". E proprio Terreblanche si era sempre definito un boero. Lui era la voce dell'opposizione più oltranzista contro la fine del governo della minoranza bianca.

    Aveva fondato il suo movimento Afrikaner Werstandsbeweging, insieme ad altri sei suoi accoliti, nel 1972, con lo scopo di proteggere i diritti dei discendenti dei boeri. Abile oratore, vedeva la fine dell'apartheid come una resa del paese al comunismo e per questo tentò la carta della violenza minacciando negli anni '90 di far scoppiare una guerra civile su larga scala se il presidente De Klerk avesse consegnato il potere a Nelson Mandela e all'African National Congress, ma le azioni dell'Awb finirono sempre represse.

    Nel 1997 Terreblanche fu condannato a sei anni di prigione per aver aggredito un lavoratore nero presso una stazione di servizio e per il tentativo di omicidio di un bracciante agricolo. Durante la prigionia divenne un Cristiano Rinato, sostenendo di aver mitigato molte delle sue convinzioni ultrarazziste. Dal rilascio, nel 2004, aveva poi mantenuto sempre un basso profilo sul piano pubblico.




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    Ipapponi in toga

    Libero



    Di Fosca Bincher

    L’unico a tirare la cinghia è il suo presidente, Giorgio Napolitano, che per la prima volta nella storia ha ridotto quest’anno la spesa per il Quirinale. L’esempio del Capo dello Stato e del Csm non ha contagiato però Nicola Mancino e i giudici che lo affiancano nell’organo di autogoverno della magistratura. Non hanno alcuna intenzione di mettersi a dieta, anzi. Dopo avere sfondato già nel 2008 e nel 2009 le previsioni di spesa costringendo il Tesoro a mettere una pezza da due milioni di euro, ora mettono le mani avanti chiedendo a Giulio Tremonti di mettere da parte per il 2011 ben 35,3 milioni di euro contro i 28,6 previsti nel bilancio pubblico per il 2009. Il Csm ha risposto infatti a fine marzo alla lettera inviata il 23 febbraio scorso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui si chiedevano lumi sulla previsione di spesa da iscrivere per il prossimo bilancio triennale 2011-2013 e su eventuali modifiche necessarie alla previsione di spese per il 2010. La risposta è stata un po’ criptica per quel che riguarda l’anno in corso. Nonostante il gesto di distensione che Tremonti aveva fatto alla vigilia di Natale assegnando una tantum 2 milioni extra in più di dotazione al Csm (anche perché nel 2010 ci sarebbero state le elezioni di rinnovo con i loro costi non ripetibili e la liquidazione di tutti quelli in uscita), l’organo guidato da Mancino ha deliberato “di richiedere l’eventuale integrazione per il corrente esercizio finanziario”. Soldi in più di sicuro in aggiunta a quei due milioni di euro, ma non si sa ancora quanti perché la ragioneria dei magistrati non ha effettuato i conteggi al centesimo (o non osa rivelarne l’esorbitante contenuto).

    Rivendicazioni pesanti
    Per il prossimo triennio la richiesta è invece fatta a puntino, ed è una rivendicazione pesante, di quelle in grado di provocare un attacco di bile al ministro dell’Economia. Nella lettera inviata al titolare dei conti e della cassa pubblica Mancino ha richiesto 35.373.600 euro per il 2011, 36.081.072 euro per il 2012 e 36.802.693 euro per il 2013. Rispetto al 2009 si tratta per l’anno prossimo di un aumento del 23,5%, assai difficile da spiegare con l’andamento dell’inflazione. La cifra poi lieviterebbe di un altro milione e mezzo nel biennio successivo e sarebbe davvero difficile spiegare perché tutte le amministrazioni dello Stato debbono contrarre la spesa pubblica e i giudici no. Anche se raramente una richiesta che arriva dalle toghe viene cestinata da chi la riceve. Un po’ come ha raccontato l’ex democristiano (poi passato al Pdl), Giuseppe Gargani in un suo libro ricordando l’approvazione parlamentare delle due leggi del 1966 e del 1973 che stabilivano gli scatti automatici di carriera e di portafoglio dei magistrati: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti”. E la legge passò». Il costo del Csm riguarda un numero assai più ristretto di magistrati: quelli eletti in consiglio e quelli segretari contabili, ma anche lì la politica non si è mai permessa brutti scherzi. Anche il rigidissimo ministero del Tesoro, poi divenuto ministero dell’Economia, ha chiuso spesso almeno un occhio sui bilanci del Csm che quasi mai hanno rispettato le previsioni iniziali, sfondando ogni capitolo di spesa, compreso quello tenuto in assai considerazione degli stipendi dei magistrati lì eletti.

    Tetto di spesa
    È accaduto anche con l’ultimo documento contabile ufficiale (al Csm non sono proprio dei fulmini con i rendiconti): quello relativo al 2008 e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 14 ottobre 2009. Nicola Mancino & c avevano in budget 5,9 milioni di euro alla voce “spese per compensi e altri assegni ai componenti del Csm”, e cioè le sole indennità e rimborsi spese per i membri togati e non togati del consiglio superiore.
    Quel tetto di spesa è stato sfondato di 318.776 euro, e a consuntivo se ne sono pagati 6 milioni e 272 mila euro. Cifra assai simile a quella che spende l’organo di autogoverno della magistratura per la formazione delle toghe. Una voce fra le meno sondate e che porta a pagare le spese di convegni come quello che si è appena tenuto a Roma sui processi in tv (con gettoni di presenza essenziali pagati a Giovanni Floris o Aldo Grasso) o come quello che si terrà fra qualche settimana con protagonisti non troppo diversi (di scena ancora Floris) su come tenere riservate le indagini durante l’istruttoria: sono sicuramente i giornalisti gli esperti della materia.

    03/04/2010





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    Addio a Roberts, papà dei pc

    La Stampa

    E' morto a 68 anni l'ingegnere che ha ispirato Bill Gates
    G. BOT.
    Se n'è andato il giorno della presentazione dell'iPad, l'ultimo anello della catena di cui fu il creatore, nei primi anni settanta, quando, a poco più di trent'anni progettò, sviluppò e mise in commercio il Mits Altair 8000, precursore dei moderni personal computer.

    Henry Edwards Roberts, considerato il “papà” del pc, è morto a sessantotto anni stroncato da una polmonite in un ospedale della Georgia. Ingegnere, utopista e, in seguito, personaggio pubblico, è stato l'ispiratore della grande scalata del fondatore della Microsoft Bill Gates, che decise di iniziare la sua attività insieme all'amico di infanzia Paul Allen dopo aver letto su una rivista un articolo che raccontava l'invenzione di Roberts. «Ed diede una chance a due giovani ragazzi interessati ai computer molto prima che questi diventassero oggetti comuni e noi gli saremo sempre grati», ha detto Gates dopo aver saputo della morte di Roberts. Fu proprio Roberts, ricorda il guru di Microsoft, ad acquistare il primo software sviluppato nel garage di casa Gates, nel 1975., dopo una telefonata entusiasta da parte dei due ragazzi. «Il giorno in cui il nostro programma ha iniziato a girare sull'Altair è stato l'inizio di un sacco di cose», ha detto Gates. «Ci ricorderemo per sempre le giornate passate a lavorare con Ed a Albuquerque nell'ufficio del Mits sulla Route 66, dove sono successe cose talmente eccitanti che non saremmo mai riusciti a immaginare».

    Il computer di Roberts non aveva lo schermo incorporato ed era controllato da interruttori e non da una tastiera. Gates e Allen lo trasformarono in un successo platenario. Poi sarebbe arrivata Apple. «Il suo è stato il primo passo verso tutto quello che abbiamo oggi», ha detto Steve Wozniak, co-fondatore dell'azienda della Mela. Dopo il successo Roberts aveva venduto la Mits,, dedicandosi alla medicina, ma senza rinunciare a seguire le evoluzioni dell'informatica. «Aspettava di vedere l'iPad», ricorda il figlio sull'Independent. Non ce l'ha fatta.




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    Caso Claps, Elisa fu ferita e soffocata

    Il Secolo xix

    Gli investigatori hanno un quadro chiaro: il 12 settembre 1993, giorno della sua scomparsa, Elisa Claps salì nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza insieme al suo assassino.
    Ci fu un tentativo di violenza sessuale, la ragazza reagì, l’omicida prima la ferì a una spalla con un’arma da taglio e poi la soffocò fino alla morte.

    A quasi tre settimane dal ritrovamento `ufficiale´ del cadavere, quello del 17 marzo, cominciano a essere fugati alcuni dei dubbi che fanno da cornice a questo giallo di provincia. Gli inquirenti della Procura di Salerno e gli uomini della Squadra mobile di Potenza ritengono che Elisa, all’epoca 16enne, andò all’ultimo piano della canonica in compagnia del suo aggressore.

    Nella parte centrale del sottotetto ci fu l’aggressione, probabilmente a sfondo sessuale, e il ferimento a una spalla, forse con un taglierino. L’ipotesi si basa su un rilievo osseo nella parte posteriore del costato. Per ora, l’anatomopatologo Francesco Introna, che lo scorso 23 marzo, a Bari, ha eseguito l’autopsia, «non si esprime». Lo farà nella relazione da consegnare alla Procura di Salerno, che attende risposte definitive anche sul soffocamento, che, tuttavia, appare sicuro.


    Andrà chiarito anche se il cadavere di Elisa è stato trascinato o sollevato fino all’angolo destro del sottotetto dove è stato ritrovato il 17 marzo da alcuni operai, chiamati a risolvere un’infiltrazione d’acqua. Ma, in quella calda mattina di settembre di 17 anni fa, chi è salito sul sottotetto con Elisa? Chi è il suo assassino? I sospetti sono tutti per Danilo Restivo (all’epoca ventunenne, che ha ammesso di aver parlato con Elisa quella mattina dietro l’altare e poi di averla accompagnata con lo sguardo fino all’uscita della chiesa).

    La soluzione potrebbe arrivare dai risultati dall’autopsia. Certo è che l’unico indagato (per violenza sessuale, omicidio e occultamento di cadavere) è proprio Restivo, che ha comunicato la sua disponibilità al prelievo del dna. Sul potentino, oggi 38enne, cittadino inglese, residente a Bournemouth, nel Dorset, pende un altro terribile sospetto, quello che sia lui l’assassino di Heather Barnett, sarta di 48 anni, seviziata nella sua abitazione (che si trova di fronte a quella di Restivo) il 12 novembre 2002.

    La magistratura inglese, sollecitata da Scotland Yard, ha inviato una nota scritta ai magistrati di Salerno per valutare particolari utili anche per far luce sulla morte della donna inglese.
    Gli inquirenti italiani hanno inoltre delineato quello che è successo tra fine gennaio e inizio febbraio scorsi: don Vagno, giovane viceparroco brasiliano della chiesa del centro storico potentino ritrovò il cadavere ma non avvisò nessuno, neanche il vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo.

    Il sacerdote di 31 anni fu informato da una donna delle pulizie del ritrovamento di uno scheletro. In un interrogatorio fatto dopo il 17 marzo, don Vagno ha ammesso di non aver collegato subito i resti umani alla scomparsa di Elisa Claps e di aver anche controllato gli occhiali, poi riposti davanti al cadavere. Questa versione smentisce quindi chi aveva visto in un «segno» lasciato dall’assassino l’aver chiuso con delicatezza gli occhiali, resi famosi dalle numerose foto mostrate dalla famiglia di Elisa in questi 17 anni.

    E, intanto, domani non sarà celebrata la Messa di Pasqua nella chiesa della Trinità, posta sotto sequestro giovedì sera. Martedì la Polizia scientifica dovrebbe fare nuovi esami, ma gli accertamenti sul materiale trovato nel sottotetto (anche un materassino e una brandina, che però erano distanti dal cadavere) potranno essere effettuati solo in nuovo incidente probatorio, alla presenza dei consulenti delle parti, quindi di Restivo, l’indagato, e della famiglia Claps, la parte offesa.






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    Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

    di Melania Rizzoli

    Il drammatico racconto di una donna: "I medici dicevano che non avrei avuto fastidi, invece è terribile. E devi fare tutto da sola". Intanto Cota e Zaia frenano: "Rispetteremo la legge"



    Anna ha 34 anni, è un avvocato toscano, e nella sua regione, nel 2005, con la pillola Ru486,allora in fase sperimentale, ha abortito un figlio indesiderato concepito con il marito che stava lasciando.
    «Ma quale banalizzazione dell’aborto» mi racconta mentre siamo sedute in un bar di Orbetello, «è stato terribile e non lo rifarei mai più». «Voi medici siete crudeli e cinici, siete abituati al dolore, quello degli altri, e trascurate l’impatto psicologico delle vostre cure e degli effetti delle vostre terapie su noi poveri pazienti». Ho chiesto ad Anna di raccontare la sua esperienza personale, naturalmente garantendole l’anonimato, e lei ha accettato.

    Ed è un fiume in piena... «I dottori mi avevano informato su questa nuova tecnica abortiva, solo ed esclusivamente farmacologica, mi avevano assicurato che tutto sarebbe stato più dolce, che avrei evitato l’intervento chirurgico, l’anestesia, il raschiamento e tutte quelle pratiche dolorose, compreso il ricovero, ma per me è stato peggio, molto peggio...». «Intanto non è proprio una passeggiata, non è come mandare giù un’aspirina e via, anzi... dopo che hai ingoiato la prima pillola, sai che quel giorno stesso tuo figlio morirà, e resterà attaccato lì, morto, dentro il tuo utero... semplicemente il suo cuoricino, che il giorno prima hai ascoltato durante l’ecografia, smetterà di battere. 

    Per sempre. È l'effetto della prima pasticca, che tu devi mettere in bocca da sola, perché da sola sei lasciata a sopprimere quella vita che tu stessa vuoi eliminare. Lo capisci subito la sera stessa che quel figlio è morto, perché senti improvvisamente sparire tutti quei segni di gravidanza che noi donne ben conosciamo, primo fra tutti il seno, di colpo non lo senti più turgido, te lo tocchi, lo palpi e non è più teso, quasi si affloscia, e sparisce anche quella piccola tensione del basso ventre tipica dei primi mesi di gravidanza». «E poi viene il peggio... perché devi aspettare! Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema... cerchi cioè di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito!».

    «Per me sono stati tre giorni terribili, già ero a terra per la separazione da mio marito, e come ultima punizione ora mi accingevo a separarmi dall’unica cosa che mi avrebbe legato a lui per sempre, e che in quel momento era l’ultima cosa che volevo». «In quei tre giorni, poi, hai tutto il tempo per pensare e riflettere su quello che ti è accaduto e che ti accadrà, hai il tempo per pregare e per piangere... io mi sentivo una specie di assassina in libertà... ma perché avevo accettato questo maledetto metodo, mi chiedevo, non era meglio far fare tutto al medico? Io sarei stata in anestesia, in sala operatoria, non avrei sentito né provato nulla, lui avrebbe operato e fatto tutto, io mi sarei risvegliata pulita e liberata dal mio problema, il tutto sarebbe durato meno di un’ora e non avrei avuto quelle sensazioni orribili dell’attesa».

    «Il terzo giorno mi sono ripresentata, senza aver dormito e con delle occhiaie così, in ospedale per la seconda pasticca. Anche quella ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù... sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio, quello del tuo figlio mai nato, e senti che una parte di te sta per sparire per sempre, che non tornerà mai più ed è una sensazione solo tua, di solitudine, che non condividi nemmeno con l’anonima infermiera che ti consegna la pillola nella garza sterile. A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile. Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare ed a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico!».

    «Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che con la seconda pillola, una prostaglandina, sarebbe avvenuto una sorta di mini-travaglio, con qualche contrazione uterina, ripetute e ravvicinate, lievemente dolorose, ma essenziali per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue... sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse».
    «Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima, per la mia partecipazione attiva ad un evento che mai avrei voluto vivere ed osservare da così vicino».

    «Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è medicalmente voluto eliminare... non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte». «Ho avuto un peso nel petto per lungo tempo... non è stata una liberazione per me, ma ho avuto un senso di colpa per diversi mesi, e ancora oggi, quando ci ripenso, e spesso ci ripenso, mi torna la nausea per quell’esperienza terribile, irreparabile e definitiva».

    «Ogni volta che oggi leggo o sento parlare di aborto, rivivo quei miei pochi ma orribili giorni con il ricordo di una scelta dalla quale non si può più tornare indietro... e molte volte la vita poi ti porta a situazioni in cui avresti voluto che le cose fossero andate diversamente». Anna è seduta di fronte a me e sorride amaramente. Ha una parrucca bionda in testa, a coprire una calvizie da chemioterapia. Anna sta combattendo contro un tumore maligno del sangue che si è presentato all’inizio dell’anno. Anna sta lottando per la vita.
    La sua stavolta.



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    L’amara Pasqua del furbo Casini

    di Redazione


    Pasqua amara per il povero Casini dopo il risultato elettorale dell’Udc: un risicato cinque virgola. Pierferdy, che aveva pomposamente riesumato la craxiana politica dei due forni con l’ambizione di essere l’ago della bilancia tra Pdl e Pd, si è scoperto politicamente irrilevante.

    Dove si è presentato da solo ha perso il confronto con tutte le forze intermedie, dai dipietristi ai grillini. Per tacere della Lega che l’ha surclassato. Quando si è alleato, secondo criteri arlecchineschi, a volte con la destra, altre con la sinistra, ha mostrato la sua inutilità. Salvo rari casi, chi doveva perdere ha perso nonostante l’appoggio di Casini. Chi doveva vincere, ha vinto a prescindere da lui.

    Ma la cosa peggiore è che l’Udc ha perso la propria identità. Reperto della vecchia Dc o embrione della nuova, secondo i punti di vista, era comunque il partito dei cattolici. Non è più niente. A furia di allearsi col diavolo e l’acquasanta, Perferdy si è messo in urto con la Chiesa. L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, lo ha più volte bacchettato. Preti e monache gli hanno voltato le spalle.

    Se l’è cercata. Ha fatto il furbo con l’occhio fisso alle poltrone. Si è così trovato dalla stessa parte dei rifondaroli, di De Magistris, il sodale di Di Pietro che vuole portare in tribunale il Papa per inchiodarlo sui preti pedofili, di Mercedes Bresso, la pasionaria torinese. Ed è proprio in Piemonte che Casini ha perso più che altrove la faccia.

    La Bresso, presidente regionale uscente, è una bestia nera dell’episcopato. Laica, dura, femminista e grande sostenitrice della pillola abortiva (Ru486), Mercedes era il classico tipetto da cui un leader cattolico doveva stare alla larga. Non solo per rispetto delle proprie convinzioni ma per rinsaldare il rapporto con le gerarchie ecclesiastiche. Casini non ha fatto né l’uno né l’altro. Passi per le convinzioni che, nel suo caso, sono elastiche. Imperdonabile, invece, la sottovalutazione della reazione cattolica.

    Vediamo la storia da vicino perché rappresenta forse il punto di non ritorno della parabola casiniana. Pierferdy aveva in Piemonte tre alternative: allearsi col centrodestra, col Pd o andare per conto proprio. Con la destra non ha voluto perché il candidato era Roberto Cota il quale, gradito alla Chiesa, era però sgradito a Casini che detesta i leghisti per principio. Da solo non gli conveniva perché non se lo sarebbe filato nessuno. Ha scelto la Bresso pensando che avrebbe vinto e che lui, mettendosi a rimorchio, avrebbe raccattato qualche poltrona. Un calcolo, come si vede, in cui non hanno minimamente inciso le sue sbandierate convinzioni religiose. Sui principi ha prevalso l’interesse spiccio.

    Anche più grave la circostanza che a consigliargli l’alleanza perdente con Mercedes sia stato Michele Vietti, plenipotenziario torinese dell’Udc. Michele è della stessa pasta di Pierferdy. Ossia - sulla carta - un supercattolico tradizionalista, nei fatti un furbacchione. A denunciare la doppiezza di Vietti è stato suo cugino, Massimo Introvigne, uomo pio ed esponente dell’Udc che, indignato per la faccenda, ha abbandonato il partito e mandato all’inferno il parente.

    Pare stando a Introvigne - che Vietti, attivo nel settore della Sanità regionale, avesse un consolidato rapporto con la Bresso. Di qui la scelta - in nome degli affari - di appoggiare la madamina laica e filo abortista, piuttosto che affrontare l’incognita di Cota, nonostante l’affinità cattolica. È andata male e ha perso. Ha vinto il leghista. Resta, scolpito nel marmo, l’atteggiamento poco commendevole di Vietti che - aggiunto all’opportunismo di Casini - ha irrimediabilmente deturpato l’immagine dell’Udc come partito dei valori cristiani. Se infatti - lì dentro - sono tutti come loro due, meglio perderli che trovarli.

    La riprova è che la Chiesa preferisce oggi la Lega a Pierferdy. Il distacco si sta consumando in queste ore. Appena i due neo governatori di Piemonte e Veneto - Cota e Zaia - si sono detti contrari alla Ru486, i vescovi si sono schierati con loro entusiasti. Il presidente della Pontificia accademia della vita, Rino Fisichella ha espresso «plauso», il vescovo di San Marino, Luigi Negri, si è detto «grato», soddisfatto il presidente della Cei, cardinale Bagnasco. È tutto un lodare la Lega e ignorare l’Udc.

    Casini è stato soppiantato nelle simpatie ecclesiastiche da quelli che più detesta. L’ironia è che ha sempre combattuto i leghisti in nome dei valori cristiani. Aveva preso sul serio gli slogan pagani sul dio Po, le chiacchiere sui Celti, le cerimonie druidiche e le diverse baggianate mitologiche del bossismo delle origini. Così come le esagerazioni sugli extracomunitari, le fiaccolate, le ronde. Si è crogiolato in un’immagine stantia del leghismo senza accorgersi che, sempre più pragmatici quanto più avevano consenso, i «padani» hanno progressivamente abbandonato il folklore per governare sul serio. Pensava di potere vivere di rendita con l’antileghismo e nel frattempo curare sfacciatamente gli affari suoi. Dirsi vicino ai preti a parole e allearsi di fatto con chi li disprezza.

    Mai Casini ha corso rischi per difendere quelle che la Chiesa considera le sue priorità: il no ai matrimoni gay, all’eutanasia, alle fecondazioni di ogni tipo, all’aborto e il sì alla scuola e all'educazione cattolica. Mai ha condotto vere battaglie contro il laicismo, limitandosi a educati dissensi che non gli hanno impedito di trescare con D’Alema, Bersani, Fini, con gli atei di ogni provenienza e i cattolici adulti. Ma la Chiesa bada al sodo e vuole i Fanfani che per contrastare il divorzio hanno speso ogni energia, perduto la guida della Dc, accettato di cadere in disgrazia.

    Così ha messo l’occhio sulla Lega e lo ha distolto da Casini, un uomo né carne né pesce, che chiede solo di sopravvivere un giorno puntellandosi alla destra, l’altro intruppandosi a sinistra. I nodi sono venuti al pettine e la rendita di posizione cattolica dell’Udc stilla le ultime gocce. Con le elezioni 2013, se tanto mi dà tanto, la vena sarà secca del tutto. Per noi è Pasqua di Resurrezione. Per lei, povero Casini, il contrario. Verrebbe da dire ben le sta. Le porgo invece gli auguri.



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    Pedofilia in Irlanda, è scontro anglicani-cattolici L'Osservatore: "E' una campagna diffamatoria"

    di Redazione

    Nuove accuse di pedifilia: "Ratzinger tardò a sconsacrare un prete in Arizona".


    Polemica in Irlanda. L'arciverscovo Williams: "La Chiesa cattolica ha perso credibilità". La replica: "Accuse senza fondamento". A Roma scontro Vaticano-comunità ebraica dopo le dichiarazioni di padre Cantalamessa

     



    Dublino -  La Chiesa Cattolica Romana in Irlanda "ha perso tutta la sua credibilità" a seguito dello scandalo pedofilia. E' la denuncia dell’Arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, che rompendo il protocollo ecumenico ha espresso dure critiche contro i vertici ecclesiastici e la loro gestione dei numerosi casi di abusi sessuali. Immediata la reazione dell’arcivescovo cattolico di Dublino, Diarmuid Martin, che si dice "stupefatto" delle sue affermazioni. E l'Osservatore romano avverte: "E' in atto una propaganda grossolana contro il Papa e i cattolici". 

    La denuncia di Williams La denuncia di Rowan Williams addensa nuove nubi sulle relazioni tra la Chiesa Anglicana e il Vaticano, in attesa dell’arrivo di Benedetto XVI in Gran Bretagna nel prossimo mese di settembre. Più di 10mila persone, riferisce oggi il Times, hanno sottoscritto delle petizioni di protesta contro il papa, pubblicate sul sito di Downing Street. L’arcivescovo di Canterbury ha definito "un dramma colossale" lo scandalo pedofilia nella Chiesa Cattolica, con particolare riferimento a quella irlandese. "Ho parlato recentemente con amici irlandesi che mi hanno detto che è particolarmente difficile in molte parti del paese scendere in strada con addosso le vesti clericali", ha detto Williams. 

    La replica dei cattolici "Duramente tutti i periodi difficili che ho passato nei miei lunghi anni da arcivescovo di Dublino - gli ha replicato l’arcivescovo Diarmuid Martin - mi sono raramente sentito così demoralizzato a che personalmente quanto questa mattina quando ho sentito dei commenti dell’arcivescovo di Canterbury. Sono accuse e commenti senza fondamento... sono stupefatto". "Chi lavora al rinnovamento della chiesa cattolica d’Irlanda - ha proseguito Martin - non aveva certo bisogno di simili commenti nel pieno del fine settimana pasquale. Non ne aveva bisogno e non li merita". 

    L'Osservatore: "Propaganda grossolana" "Una propaganda grossolana contro il Papa e i cattolici". Titola così oggi l’Osservatore romano che registra la grande quantità di messaggi di solidarietà ricevuti da Benedetto XVI "per gli attacchi calunniosi e la campagna diffamatoria costruita attorno al dramma degli abusi sessuali commessi da sacerdoti". "Molti vescovi - scrive il giornale della Santa Sede - stanno esprimendo al Papa la loro vicinanza anche per l’azione risoluta a favore della verità e per le misure assunte per prevenire il possibile ripetersi di tali crimini. Accanto ai messaggi, dalla Chiesa giunge anche la dolorosa ammissione delle colpe del passato, a dimostrazione che nessun tentativo intimidatorio potrà comunque distogliere dal dovere di fare chiarezza".




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