martedì 6 aprile 2010

Mafia, busta con proiettili spedita a Ciancimino

di Redazione

Una busta contenente bossoli di Kalashnikov è stata recapitata a Massimo Ciancimino.

Martelli depone in aula, a Palermo, nel processo al generale Mori: "Non credo che il Ros abbia trattato con la mafia". Mancino: "Nessuno mi parlò dei contatti con l'ex sindaco di Palermo"


 

Palermo - Una busta con una lettera di minacce e cinque proiettili di kalashnikov è stata recapitata nei giorni scorsi, ma la notizia si è appresa solo oggi, a Massimo Ciancimino. La busta è arrivata nell’abitazione bolognese del figlio dell’ex sindaco di Palermo, che da mesi fa rivelazioni ai magistrati di Palermo sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra dopo il periodo stragista. Nella lettera, scritta a macchina si fanno anche i nomi di Luciano Violante e Claudio Martelli "recidivi e traditori", oltre che ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo e al conduttore televisivo Michele Santoro e al Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari. Tra i nomi nella lettera anche quello del pentito Gaspare Spatuzza che a dicembre fece dichiarazioni al processo a Marcello Dell’Utri

Presunti rapporti Stato-mafia La storia dei presunti rapporti tra lo Stato e la mafia, nei primi anni Novanta, subito dopo le stragi che uccisero Falcone e Borsellino, continua a tenere banco. A Palermo, dov'è in corso il processo al generale dei carabinieri Mario Mori, imputato di favoreggiamento alla mafia, ha deposto l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. "Non credo che i carabinieri del Ros abbiano trattato con la mafia - dice l'ex guardasigilli rispondendo alle domande dei giornalisti -. Penso solo che si siano avventurati nel terreno scivoloso di una ipotetica collaborazione con la giustizia di Vito Ciancimino per evitare le stragi e arrivare alla cattura dei latitanti".

Ros-Ciancimino, rapporti stretti
"Avemmo la sensazione che tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino ci fossero rapporti stretti", ha detto Martelli al processo. L'ex Guardasigilli ha raccontato che nel giugno 1992, il direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, gli disse che il capitano Giuseppe De Donno, braccio destro di Mori, le aveva riferito di avere contattato il figlio di Ciancimino, per incontrare il padre 'per fermare le stragi'. "Ferraro - ha aggiunto Martelli - mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Borsellino. Praticamente - ha continuato - Ferraro mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa. Io mi adirai perchè trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri. Avevamo appena creato la Dia, che doveva coordinare il lavoro di tutte le forze di polizia e quindi non capivo perché il Ros agisse per conto proprio". 

Il passaporto "Nell’ottobre del ’92, Ferraro mi disse di avere visto de Donno e che questi le aveva chiesto di agevolare alcuni colloqui investigativi tra mafiosi detenuti e il Ros e se c’erano impedimenti a che la procura generale rilasciasse il passaporto a Vito Ciancimino. Anche questo secondo racconto della Ferraro fece adirare l’ex ministro che disapprovava l’indipendenza del Ros e riteneva Ciancimino una delle menti più raffinate di Cosa nostra. Dare credibilità a Ciancimino per cercare di catturare latitanti - ha aggiunto - era un delirio". 

La smentita di Mancino "Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli mi abbia mai parlato dell’iniziativa del colonnello Mori del Ros di voler avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia". Lo afferma il vicepresidente del Csm Nicola Mancino replicando alle dichiarazioni dell’ex ministro della Giustizia al processo al generale dei carabinieri Mario Mori in corso a Palermo.




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Giustizia, boss scarcerato per carte non trasmesse: ordinò di uccidere 17enne

di Redazione

Mancata trasmissione alla difesa dei file audio con le intercettazioni.

Per vizio formale torna in libertà Ettore Bosti, arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Ciro Fontanarosa, punito per essersi rifiutato di affiliarsi al clan

 


 

Napoli - Mancata trasmissione agli avvocati difensori dei file audio con le intercettazioni telefoniche. Per questo vizio formale è tornato in libertà Ettore Bosti, figlio di Patrizio Bosti, uno dei boss della camorra napoletana. Il giovane era stato arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del 17enne Ciro Fontanarosa, punito con la morte per essersi rifiutato di far parte del clan. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha disposto una verifica ispettiva per accertare se la vicenda relativa alla scarcerazione di Bosti sia stata determinata da eventuali negligenze. 

La scarcerazione del boss La scarcerazione è stata disposta ieri dal gip di Asti nel corso di una controversa vicenda giudiziaria ancora lontana dall’essere conclusa. Per la mancata trasmissione degli atti ai difensori (file audio e verbali di interrogatori di alcuni collaboratori di giustizia), già il Tribunale del Riesame di Napoli nelle scorse settimane aveva dichiarato l’inefficacia dell’ordinanza di custodia in carcere sia nei confronti di Bosti sia del presunto esecutore materiale del delitto. 

Per "sanare" la situazione i magistrati della Dda di Napoli avevano emesso un provvedimento di fermo che era stato eseguito prima che Bosti lasciasse il carcere di Asti. Chiamato a pronunciarsi sulla convalida del fermo il gip di Asti ha respinto la richiesta dei pm riportandosi alle motivazioni alla base dell’annullamento disposto dal Riesame. 

Verso una nuova ordinanza I magistrati antimafia di Napoli, una volta approfondite le motivazioni del Riesame e del gip, decideranno se richiedere l’emissione di una nuova ordinanza, disporre un nuovo fermo oppure proseguire l’indagine con l’indagato in stato di libertà. Ciro Fontanarosa fu ucciso il 24 aprile 2009 in via Pietro Lettieri, una traversa di corso Garibaldi, non lontano dalla Stazione centrale. 

L’8 marzo scorso i carabinieri arrestarono Ettore Bosti, 30 anni e Vincenzo Capozzoli, di 34 anni, il primo con l’accusa di aver ordinato l’omicidio di Fontanarosa e il secondo con l’accusa di essere l’esecutore materiale del delitto. Fontanarosa fu ucciso con sette colpi di pistola. Terzo arrestato, con l’accusa di favoreggiamento, Cristian Barbato, di 22 anni, cugino della vittima e testimone dell’agguato. 

La ricostuzione dei fatti Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo De Feo, Ettore Bosti in un primo momento aveva tentato di affiliare il 17enne al proprio clan perchè lo riteneva una persona capace sotto il profilo criminale. Fontanarosa - secondo il pentito - non aveva accettato la proposta perchè voleva continuare a fare il "mariuolo" fuori dal sistema. Il giovane era specializzato infatti nei furti di orologi e diceva che se proprio avesse dovuto scegliere un clan, avrebbe scelto il clan Licciardi, al quale era vicino suo padre. L’omicidio di Fontanarosa rappresentò, secondo gli inquirenti, anche un monito nei confronti dei piccoli delinquenti della zona per evitare che decidessero di agire autonomamente senza sottostare alle direttive del clan. La scarcerazione di Bosti segue quella dei giorni scorsi del presunto killer, Capozzoli, e di Barbato. 

Gli ispettori del Guardasigilli "E' una scarcerazione che avviene per motivi formali, provocata dai tempi tecnici ristretti per accludere numerosi atti a una urgente richiesta di convalida di fermo al gip di Asti, seguita da una scarcerazione, sempre per motivi formali, da parte del Riesame di Napoli", ha spiegato il procuratore capo di Napoli, Giovan Domenico Lepore. L’ispezione ministeriale riguarderà sia gli uffici giudiziari di Napoli che quelli di Asti.




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Liverpool: tentano di far salire un morto sull'aereo fingendolo vivo, arrestate

Corriere della Sera 


Due donne tedesche hanno cercato di imbarcare un loro connazionale di 91 anni da poco deceduto


 
Due donne tedesche hanno cercato di imbarcare un loro connazionale di 91 anni da poco deceduto 

MILANO - Volevano farlo salire sull'aereo, in classe economica, tra gli altri passeggeri. Peccato fosse morto. Per riportare il cadavere di un loro connazionale in Germania senza pagare le relative tasse, due donne hanno finto che il defunto 91enne tedesco che viaggiava con loro, fosse addormentato e hanno cercato di farlo imbarcare dall'aeroporto di Liverpool. 

Senza riuscirvi. È avvenuto sabato scorso, quando due donne, poi arrestate, hanno trasportato il cadavere in taxi da Oldham, cittadina vicino a Manchester, fino all'aeroporto John Lennon di Liverpool da dove sarebbero dovute volare a Berlino.

L'INCHIESTA - In una scena tragicomica che sembrava presa dal film «Weekend con il morto», al momento del check-in le due donne tedesche, di 41 e 66 anni, hanno sistemato il cadavere su una sedia a rotelle e gli hanno fatto indossare occhiali da sole, nella speranza che gli addetti aeroportuali non si accorgessero che il passeggero era deceduto. 

Ma gli impiegati si sono insospettiti e hanno immediatamente allertato le autorità. La polizia ha fermato le donne, e sta ora indagando sulla morte del 91enne. Non sembra si tratti di omicidio ma di morte accidentale e sembra che le donne volessero semplicemente evitare la tassa di rimpatrio di un cadavere che può arrivare anche a 3.000 sterline (circa 3400 euro). Le donne, secondo una dichiarazione ufficiale delle forze dell'ordine, stanno adesso collaborando con la polizia, per permettere di stabilire le cause della morte e i motivi per cui non è stata notificata alle autorità.






A letto 100 mila italiani con influenza

Corriere della Sera


Colpo di coda stagionale: mal di pancia, diarrea e vomito, ma sarà l'ultima ondata


 
MILANO - Pasqua amara per migliaia di italiani. A rovinare le feste di circa 80-100 mila connazionali, in questi giorni, sono stati i virus influenzali e gastrointestinali. Qualche linea di febbre, raffreddore e soprattutto mal di pancia, colpo di coda dei malanni tipici della brutta stagione. «Ma sarà l'ultima ondata» secondo il virologo dell'università di Milano, Fabrizio Pregliasco. 
 
«Gli sbalzi termici - spiega Pregliasco - stanno facilitando la diffusione di alcuni virus. Su tutti: rinovirus, coronavirus e il virus B dell'influenza stagionale, che si sta manifestando solo ora». Fortunatamente si tratta di aggressioni virali poco incisive. «La sintomatologia è lieve», sottolinea l'esperto. «I disturbi maggiori sono: naso che cola, qualche linea di febbre, vomito e diarrea. 
 
Ma, ripeto - dice - si tratta di sintomi leggeri. Per rimettersi in forma - conclude Pregliasco - basta intervenire con i farmaci sintomatici, senza eccedere nel dosaggio. E riguardarsi per un paio di giorni». (Fonte agenzia Adnkronos Salute)

06 aprile 2010

Malattie infettive: l'esperto risponde




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Sodano: «Attacchi come a Pio XII» Il cardinal Bertone: «E' un Papa forte»

Corriere della Sera

L'ex Segretario di Stato: «Su Benedetto XVI un'offensiva come quella già subita da altri pontefici»


SANTIAGO DEL CILE - Gli attacchi di cui è fatto oggetto il Papa sulla pedofilia sono simili a quelli che la Chiesa ha ricevuto in altri momenti, «prima ci sono state le battaglie del modernismo contro Pio X, poi l'offensiva contro Pio XII per il suo comportamento durante l'ultimo conflitto mondiale e infine quella contro Paolo VI per l'Humanae vitae». È quanto ha affermato in un'intervista all'Osservatore romano, l'ex Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano che, nel giorno di Pasqua, ha pronunciato un inedito atto di solidarietà pubblica al Papa in Piazza San Pietro.
«È ormai un contrasto culturale - afferma il decano del Collegio cardinalizio- il Papa incarna verità morali che non sono accettate e così le mancanze e gli errori di sacerdoti sono usate come armi contro la Chiesa». «Dietro gli ingiusti attacchi al Papa - sottolinea ancora nell'intervista - ci sono visioni della famiglia e della vita contrarie al Vangelo. Ora contro la Chiesa viene brandita l'accusa della pedofilia. Prima ci sono state le battaglie del modernismo contro Pio X, poi l'offensiva contro Pio XII per il suo comportamento durante l'ultimo conflitto mondiale e infine quella contro Paolo vi per l'Humanae vitae».


BERTONE: «IL PAPA E' FORTE» - Durante la settimana santa Benedetto XVI ha avuto «il sostegno di una piazza San Pietro colma e con molti giovani. È un Papa forte, il Papa del terzo millennio»: lo ha sottolineato al suo arrivo a Santiago il segretario di Stato Vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, rispondendo ai cronisti che durante la sua visita ufficiale in Cile, gli hanno chiesto sul silenzio del Pontefice circa i casi di abusi durante la Pasqua. Ai cronisti che gli hanno chiesto sui documenti del settimanale tedesco Die Zeit, che lo accuserebbero di aver bloccato nel 1998 il caso del prete americano Lawrence Murphy. Il cardinal Bertone ha risposto «non è vero, non è vero. Abbiamo documentato il contrario e non parliamo di questo argomento ora, perché altrimenti rimaniamo qui tutto il giorno per verificare con precisione l'azione di me stesso e di sua eminenza, il cardinale Ratzinger, quale prefetto della Congregazione della dottrina della fede. Basta, basta su questo argomento».


06 aprile 2010






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Lombardia, 400 sindaci restituiscono la fascia

Libero


Si daranno appuntamento il prossimo 8 aprile davanti alla prefettura milanese 400 sindaci lombardi, per consegnare al Prefetto la loro fascia tricolore. La manifestazione ha come obiettivo quello di ''protestare contro i continui e ingiustificati tagli ai Comuni, che si rifletteranno inevitabilmente nei servizi ai cittadini''.

''Ho deciso di aderire a questa iniziativa che ha un forte valore simbolico - commenta Daniela Gasparini, sindaco di Cinisello Balsamo - perché la situazione in cui ci troviamo a lavorare è davvero insostenibile, dobbiamo sempre fare i conti con trasferimenti esigui e poche regole certe. Come è possibile gestire il bilancio e programmare senza sapere di quali risorse poter disporre?''.

''Oltre alla fascia che noi sindaci della Lombardia restituiremo simbolicamente, continua la Gasparini - al Prefetto presenterò il conto delle spese che il comune di Cinisello Balsamo paga per far fronte a quei servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato: dalla mensa per il personale scolastico, agli affitti di caserme e tribunali, alle spese di cancelleria.

Per quanto ci riguarda nel 2009 abbiamo sostenuto una spesa di circa 350 mila euro. In questi anni i Comuni hanno partecipato più di altri al risanamento della finanza pubblica, in particolare i Comuni della Lombardia hanno raggiunto obiettivi di miglioramento del deficit anche superiori a quelli dati loro e hanno una minore spesa per il personale rispetto ai Ministeri'', conclude.
 
02/04/2010




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Nè auto nè moto: il Land Glider Nissan

Corriere della Sera

Il nuovo progetto della casa giapponese per le strade urbane: 4 ruote, 2 posti, alimentato da batterie al litio


MILANO - Un nuovo progetto di city car potrebbe rivoluzionare (il condizionale è d'obbligo visto che ancora non si conosce la data di inizio produzione) la circolazione nelle città congestionate dal traffico.

LAND GLIDER - In realtà assomiglia a un ibrido tra un' automobile tradizionale e uno scooter. La disposizione dei due sedili disponibili ricorda quella di un tandem, la copertura richiama la cabina di pilotaggio di un aliante e al posto del volante/manubrio c'è un joypad simile a quello di un jet. Il motore è alimentato da batterie al litio che presuppongono la creazione di punti di rifornimento basati sull'induzione elettromagnetica, quindi si tratterebbe di un propulsore a emissioni zero. Inoltre il veicolo, che può raggiungere una velocità massima di 97 km/h, è dotato di quattro ruote motrici e di un sistema di sensori in grado di gestire e impostare la migliore inclinazione per affrontare una curva.

Emanuela Di Pasqua
06 aprile 2010



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Shadow Network: il grande occhio cinese che scruta i segreti dell' India

Corriere della Sera

Svelato un piano di spionaggio cinese ai danni del Ministero della Difesa indiano
Gli hacker cinesi hanno avuto accesso, fra l'altro, a documenti di ambasciate, informazioni su sistemi missilistici e un anno di e-mail private del Dalai Lama
MILANO - Spiare chi stava spiando: questa è stata l'operazione portata a termine da un gruppo di ricercatori della Munk School of Global Affairs dell'Università di Toronto, in collaborazione con alcuni colleghi statunitensi. Per otto mesi gli esperti hanno assistito al furto di informazioni ai danni dei più alti livelli del Ministero della Difesa indiano, cercando di risalire agli autori e studiandone le mosse. Alla fine l'attacco è risultato provenire dalla Cina, in particolare dalla provincia di Sichuan, con il forte sospetto di un avallo da parte del governo di Pechino.

IL RAPPORTO - Le conclusioni dell'operazione, denominata «Shadow Network», sono state pubblicate nel rapporto «Ombre nella nuvola: un'investigazione nel cyber-spionaggio 2.0» (Shadows in the Cloud: An investigation Into Cyberespionage 2.0.) che ha fornito un dettagliato resoconto su come siano stati violati i segreti contenuti nei computer di uffici governativi in varie nazioni. I cacciatori canadesi di spie hanno avuto modo non solo di comprendere che cosa veniva rubato ma anche di prenderne visione direttamente. Il bottino era formato da valutazioni riservate sulla sicurezza relative a diversi stati dell'India, documenti confidenziali inerenti alle relazioni diplomatiche del Governo di Bombay con la Russia e con stati dell'Africa Occidentale e del Medio Oriente. Inoltre gli hacker cinesi hanno avuto accesso a rapporti, stilati da analisti indipendenti, su sistemi missilistici indiani, e rubato documenti relativi agli spostamenti delle forze Nato sul territorio dell'Afghanistan, dimostrando così che, nonostante l'India fosse il loro obiettivo primario, altre nazioni potrebbero aver subito danni da quest'operazione di spionaggio. Il rapporto canadese ha dimostrato che l'operazione di spionaggio prevedeva un ampio utilizzo di servizi Internet come Twitter, Google Groups, Blogspot, blog.com, Baidu Blogs e Yahoo! Mail per automatizzare il controllo sui computer una volta infettati.

IL DALAI LAMA – Per quanto possa apparire strano è proprio il leader spirituale del Tibet il personaggio centrale di questa intricata vicenda. Nel marzo scorso, era stata scoperta la cosiddetta operazione Ghostnet, che aveva come scopo quello di sottrarre documenti al Dalai Lama oltre che a governi e società in 103 stati sparsi nel mondo. Osservando il modo utilizzato dai pirati informatici nel corso di questa prima operazione, i ricercatori canadesi hanno avuto gioco più facile nel condurre Shadow Network, nel corso della quale gli hacker hanno derubato il Dalai Lama di un intero anno di posta elettronica, confermando così l'ossessione cinese nei confronti del leader tibetano. I ricercatori canadesi sostengono che questo secondo attacco sia stato molto più sofisticato del precedente e che sia partito da Chengdu, capitale della provincia di Sichuan. Si ritiene che uno degli hacker coinvolti, conosciuto con il nome di «lost33», sia affiliato alla locale Università di Scienza Elettronica e Tecnologia.

LE REAZIONI – A marzo, intervistato sul problema del cyber-spionaggio, il Ministro delle Comunicazioni indiano Sachin Pilot aveva affermato di essere al corrente degli attacchi, ma di essere anche certo che nessuno di questi fosse andato a segno. Lunedì scorso un portavoce del Ministero della Difesa dell'India ha promesso che andrà a fondo al rapporto, pur non avendo ancora dichiarazioni ufficiali da rilasciare, mentre un funzionario della propaganda di Chengdu ha definito ridicole le accuse rivolte al governo cinese, poiché Pechino «considera la pirateria il cancro della società».

Emanuela Di Pasqua
06 aprile 2010




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Mi lamentai dei Ros con Mancino»

Corriere della Sera


La deposizione al processo di Palermo contro l'ex comandante Mori
Martelli: «Se da ministro avessi saputo di trattative in corso con la mafia avrei fatto l'inferno»


PALERMO - «Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato». Lo ha detto l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli deponendo al processo al generale dell'Arma, Mario Mori, già alla guida del Ros, imputato di favoreggiamento nei confronti della mafia. «Sono convinto - ha aggiunto durante il controesame dei legali dell'imputato - che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato, contattare Ciancimino senza informare l'autorità giudiziaria, fosse inaccettabile». «Mi lamentai del comportamento del Ros col ministro dell'interno dell'epoca - ha detto ancora l'ex Guardasigilli -. Ora, alla luce delle date e ricordando meglio, credo si trattasse di Mancino» 
«SE L'AVESSI SAPUTO...» - «Se avessi avuto sentore che c'era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia - ha poi commentato artelli -, avrei fatto l'inferno. Invece l'iniziativa del Ros finalizzata a contattare Vito Ciancimino mi parve solo un atto di insubordinazione, quindi trattai la questione riferendone alle persone competenti come l'ex capo della Dia e l'allora ministro dell'Interno». Rispondendo al pm Nino Di Matteo che gli chiedeva perchè avesse riferito quanto a sua conoscenza sui contatti tra il Ros e l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino solo dopo 17 anni Martelli ha aggiunto: «All'epoca non c'erano indagini sulla trattativa, non se ne parlava neppure e mi sembrò opportuno risolvere quelli che mi sembravano atti di insubordinazione del Ros nelle sedi competenti».

L'ARRESTO DI RIINA - L'ex ministro ha spiegato anche che l'arresto di Totò Riina era stato in qualche modo preannunciato dai militari: «Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, nell'estate del '92, vedendomi preoccupato, mi disse che dovevo stare tranquillo perchè mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro».

All'epoca del dialogo con Delfino, che era comandante della Regione dei carabinieri in Piemonte, Riina era latitante e sarebbe stato arrestato dopo pochi mesi. «Lì per lì - ha aggiunto Martelli - mi parve solo un auspicio». L'arresto, invece, arrivò davvero e proprio ad opera dei carabinieri del Ros nell'ormai celebre operazione guidata dal «capitano Ultimo» il 15 gennaio 1993.


Redazione online
06 aprile 2010




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Nella rete del «criminal network» I clan piegano il web ai loro interessi

Corriere del Mezzogiorno

Su Facebook «A’ scission ro rion», «Vele di Scampia», gruppi intorno a cui ruotano le famiglie della malavita
gli iscritti si chiamano Licciardi, Stolder, Tolomelli, Longobardi, Chierchia, Gallo, Iacomino

NAPOLI - Tutto ruota intorno ai gruppi A’ scission ro rion (la scissione del rione), Masseria Cardone, A’ scission’ play e Vele di Scampia. Il primo, che fa il tifo per il clan Amato-Pagano, detto anche degli «Scissionisti», conta da solo 4.500 utenti iscritti. Siamo su Facebook: qui, come nella vita «reale», si stringono alleanze, si litiga, si fanno progetti. Gli esaltati un po’ sfigati, quelli che dicono «Viva Cutolo» e giocano a «Mafia Wars», non c’entrano niente. Qui non si gioca. Gli iscritti si chiamano Licciardi, Stolder, Tolomelli, Schlemmer, Chierchia, Gallo, Longobardi, Iacomino. E i «post» pubblicati dai partecipanti alle discussioni non parlano di oroscopo del giorno, bioritmo e test sulle affinità di coppia. Piuttosto, scorre la foto di una moto scarenata con su scritto «e mo jamm’ a fa’ stu muort’», l’immagine delle Vele di Scampia che parla di una fratellanza fra «Kiarolanz e Stolder, scissione para siempre», quella di una Beretta 92Fs per «quelli che almeno una volta hanno avuto il piacere di sparare con questo concentrato di tecnica tutto italiano!», o ancora una triste veduta della «Masseria Cardone», rione di Secondigliano che attualmente, secondo chi la pubblica, sarebbe senza un capo.

IL RIONE SENZA BOSS - Ma non passa molto tempo dalla pubblicazione del post, che tale Licciardi commenta: «ma nun o pnzat a stà capocchia....o scè liev stù cos oi stu povur dij» (tradotto: non date retta a questo deficiente. Scemo, togli questa frase, muoviti, povero Cristo). Il gruppo A’ scission ro rion riscuote un successo incredibile. C’è chi approfitta della bacheca per spiegare che «la famiglia Mazzarella è la numero 1», chi non nasconde le proprie simpatie per il «sistema di Ponticelli» e chi ribadisce: «la scissione regna su tutti un saluto a carmine savastano per un presto ritorno a casa». Il saluto ai carcerati è forse la pratica più diffusa per chi frequenta questi anfratti del web, vere e proprie mappe digitali utili a ricostruire legami e frequentazioni. Chi, neanche due settimane fa, ha creato il gruppo — sembrerebbe un ragazzino 12enne — forse non aveva idea di cosa questo spazio sarebbe arrivato a rappresentare, che quegli slogan, «Meglio morto che pentito», «Meglio detenuto che servo dello Stato», «I pentiti so’ guappi ’e cartone e si mettono paura della galera», avrebbero raccolto tanti consensi da registrare un incremento inarrestabile nel numero di iscritti.

I CONCORRENTI - Niente a che vedere con i gruppi «concorrenti», relegati a svolgere un ruolo di satelliti anche se nati molto tempo prima. Come quello dedicato alle Vele di Scampia, dove l’apice della mediocrità si raggiunge quando l’amministratore invita (trascrizione letterale): «Tossici dipendenti in cerca di soldi, à Secondigliano stà bella robb». Con il gruppo dedicato agli «Scissionisti», quello sulle Vele condivide molti link. Uno mostra il carcere di Poggioreale, e recita (tradotto da un napoletano incomprensibile) «Quando passiamo qui fuori, ognugno di noi ha un amico o un fratello carcerato, e vorremmo aprire queste sbarre per farli venire con noi in questa notte di libertà». Ampio spazio è dedicato ai neomelodici, specialmente a quelli che cantano della detenzione, delle logiche di camorra, dei tradimenti e della fedeltà agli «uomini d’onore».

GLI ASSETTI CRIMINALI - Consultando le pagine di molti iscritti, è possibile ricostruire gli assetti criminali di molte aree popolari. Come il Rione Provolera di Torre Annunziata, roccaforte dei clan controllato dalle famiglie Chierchia-Fransuà, i cui abitanti si danno ad appassionate conversazioni lodando i carcerati, il Kalashnikov, le pistole semiautomatiche e i boss di Cosa nostra, ai quali è dedicato un post dal titolo «Tutti sono maschi ma pochi sono uomini». Fra gli users, non mancano i nomi di detenuti illustri. Sono quelli che su internet si chiamano «fake»: nascondono altre identità, e il più delle volte fanno capo a pagine non consultabili dagli estranei. Lo spazio intitolato a Cosimo Di Lauro, per esempio, è privato, e non accetta amicizie al di fuori dei 77 contatti, italiani e stranieri, già associati al profilo.

Stefano Piedimonte
06 aprile 2010




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Neonato

Quotidianonet


A fare il macabro ritrovamento è stato uno spazzino: il piccolo, di carnagione chiara e con ancora il cordone imbelicale attaccato, era avvolto in una coperta e in una busta di plastica e presentava segni di violenza


BERGAMO, 6 aprile 2010

L'ha trovato uno spazzino stamattina, mentre puiva il parcheggio di una discoteca: il corpo senza vita di un neonato, dalla carnagione chiara e con ancora il cordone ombelicale attaccato. Era avvolto in una coperta e poi messo in una busta di plastica.

Succede ad Arcene, nella Bergamasca:  i carabinieri stanno indagando per tentare di  risalire alla madre del piccolo che dovrebbe aver partorito da pochissimo. Il corpicino - che rpesenta evidenti segni di violenza - potrebbe essere stato abbandonato nella notte o nelle prime ore del giorno.




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Fatwa dall'Iran: vietato il satellite Ma è permesso l'uso di Internet

Quotidianonet

Lo ha deciso l'ayatollah iraniano della città santa di Qom, Makarem Shirazi.
In Iran l’uso di Internet è autorizzato mentre quello del satellite è illegale e viene sistematicamente sanzionato

Teheran, 6 aprile 2010

"Sì all’uso di Internet, ma no all’uso del satellite": è quanto si legge nella fatwa emessa dal grande ayatollah iraniano della città santa di Qom, Makarem Shirazi. Lo riferisce il sito filogovernativo ‘Mehrnews’, spiegando che secondo il grande ayatollah Shirazi,l’uso di Internet, prese le dovute precauzioni, non incontra vincoli religiosi nella dottrina islamica, mentre l’uso del satellite, considerati i programmi alterati e anti-religiosi che vengono trasmessi dalle emittenti straniere e da quelle iraniane di opposizione, è valutato nocivo per la comunità islamica e pertanto non autorizzata dalla Sharia islamica.

 Di conseguenza - secondo la fatwa - anche il commercio degli strumenti informatici necessari all’uso di Internet è legale, mentre la vendita delle parabole satellitari è vietata. L’uso di Internet e dei canali satellitari, negli ultimi anni, è aumentato esponenzialmente tra la popolazione iraniana, in particolar modo tra la nuova generazione.

Emittenti televisive satellitari quali VOA, BBC FARSI e PARSTV svolgono un ruolo importante nella divulgazione delle notizie in Iran e, negli ultimi mesi, sono diventati molto popolari all’interno della società iraniana. I giovani, invece, accedono sempre di più allo spazio web, leggendo i siti d’informazione e utilizzando social networks quali facebook, yahoo messenger, youtube e twitter.

 In Iran l’uso di Internet è infatti autorizzato, entro certi limiti, dalle autorità governative, mentre quello del satellite è illegale e viene sistematicamente sanzionato dagli agenti di polizia. Tuttavia sono centinaia di migliaia le famiglie che hanno installato, in modo clandestino, le parabole satellitari presso le proprie abitazioni.





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Torniamo a Pasolini Quello vero»

Avvenire


Si torna a parlare di Pasolini. Non si smetterà mai. Troppo alto il poeta e scrittore e regista, troppo contraddittorio, troppo violento. Ci sono troppe verità dentro di lui, e troppi errori, profezie, processi, confessioni, minacce. Adesso si torna a parlare di lui perché ci sarebbe un’altra versione della sua morte, a ucciderlo sarebbero stati in due.

E soprattutto perché ci sarebbe un capitolo segreto del romanzo Petrolio, qualcuno pare lo abbia letto, dentro ci sarebbero rivelazioni inconfessabili sulla relazione tra criminalità e politica. In attesa che il testo giunga fra le nostre mani, ragioniamo. Petrolio è un caos: è più di un abbozzo, ma molto meno di un libro. È un magma. Dentro c’è un mondo, ma è informe.

Tutti noi, leggendolo (operazione che comunque abbiamo fatto una sola volta: quando è uscito; questo non è un libro che si rilegge), avremmo voluto fermare l’autore e farlo ripetere quel che stava dicendo, impedirgli di illuderci e deluderci. Tutti noi. Ma io (forse) ho una ragione in più, e per questa ragione ne scrivo qui. C’è un punto in cui Pasolini allude alla morte di Mattei e alle trame di Cefis, e dice di aver per le mani un documento segreto portatogli da uno "scrittore veneto", "alto", "con un elegante cappotto blu", "dal cognome che finisce in -on".

Molti lettori di Petrolio mi hanno scritto domandandomi: «È lei?». Me lo sono chiesto anch’io: «Sono io?». "Scrittore veneto" è una definizione che mi comprende. Per Pasolini "veneto" significa "separato dal friulano". Ci siamo visti, lui e io, una dozzina di volte: a Milano, dal comune editore Garzanti, alla Casa della Cultura di via Borgogna; a Grado; a casa sua all’Eur, vicino alla chiesa degli Apostoli Pietro e Paolo: abitava in una villetta borghese, tutta a pianterreno, con un ampio giardino, nel quale una sera ho visto transitare a mezz’aria una fila di lucciole. Lo ricordo perché lui è famoso per l’"articolo delle lucciole", alla fine del quale, maledicendo il progresso che ha distrutto la civiltà naturale e contadina e ha fatto morire le lucciole, esclama che lui darebbe «tutta la Montedison per una lucciola». Ci chiamavamo per nome, "Pier Paolo", "Ferdinando", ma sempre col "lei". "Alto": per lui ero alto, perché lui era piccolo.

"Con un elegante cappotto blu": effettivamente in quegli anni (gli ultimi della sua vita) avevo un cappotto lungo, di colore blu scuro. Niente di notabile. Lui l’aveva notato? E perché? "Dal cognome in -on": questo restringe parecchio la rosa. Sgorlon non può essere, perché gravitava in un’altra area, l’impegno lo disgustava. Ma, se sono io, Pier Paolo mi caricava di un ruolo storico che non avevo: scrivevo, sì (come tutti gli scrittori italiani, allora), sul giornale dell’Eni, voluto da Mattei, ma ero (e sono) uno scrittore, senza alcun legame con servizi segreti, associazioni terroristiche, criminalità organizzata: ritenevo (e ritengo) che uno scrittore scrive, e si ferma lì.

Se scavalcherà la morte e si salverà dall’oblio, lo dovrà ai suoi libri, non alla politica o ai protettori o al potere conquistato o alle relazioni nazionali o internazionali. Pasolini lo dovrà a mille pagine delle sedicimila circa (otto Meridiani da duemila pagine l’uno) che ha scritto, e a due-tre film. A noi, che scrivevamo sul giornale dell’Eni, non era giunta nessuna voce sulla morte del padrone dell’Eni. Nessun fascicolo. E io (se è di me che parla) non ho dato nessun documento segreto a Pasolini. Sono grato alla magistratura, che certamente avrà letto Petrolio, ma non mi ha mai chiesto spiegazioni.

Alla magistratura sono doppiamente grato perché c’è un altro incrocio, stavolta molto più concreto, fra i miei piccoli libri e la grande Storia. Ho un libro sul terrorismo nero per scrivere il quale mi sono procurato documenti (segreti, questi sì) in una libreria di estrema destra. Questa libreria era aperta solo un giorno alla settimana, e solo dalle ore 22 alle 24. Lì ho trovato libri e opuscoli preziosi (per il mio lavoro) sulla razza, sulla eticità della strage, sul diritto di uccidere. Undici pagine di questo materiale le ho calate, rigenerandole, nel libro che scrivevo.

La polizia ha trovato queste undici pagine, ricopiate a mano su un quaderno, tutte in maiuscolo, nel covo della cellula sospettata, poi accusata, infine condannata per la strage alla stazione di Bologna. Nell’accusa e nella condanna si sostiene che lì sta il movente. Dunque avrei consegnato il movente alla polizia. Senza saperlo. La magistratura ci ha lavorato sopra per anni senza mai chiedermi nulla. Le sono grato.

Quando esco dalla stazione di Bologna e vedo la lapide con lo sterminato elenco delle vittime, dico loro, dentro di me: «Per voi ho fatto quel che ho potuto». Quando vado al cimitero di Pasolini, a Casarsa, non lontano da casa mia (sta in una tomba doppia, insieme con la madre: idea di Moravia e Siciliano), mi vengono in mente le sue poesie in dialetto friulano, Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Ragazzi di vita, Una vita violenta, Il Vangelo secondo Matteo…: a Petrolio non penso mai, come se non esistesse.
Ferdinando Camon




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Pedofilia, il Nyt non molla: prete molestatore ancora al lavoro

Il Secolo xix


Da oltre quattro anni, l’alta gerarchia vaticana sarebbe al corrente di un’inchiesta a carico di un prete, Joseph Palanivel Jeyapaul, accusato di aver abusato di una ragazzina di 14 anni nello Stato americano del Minnesota e nonostante questo ancora in attività pastorale in India: la rivelazione, ancora una volta, arriva dall’edizione on-line del New York Times, che cita quanto è emerso dal lavoro degli inquirenti.

Le accuse formali della Procura americana risalgono al 2007: da allora, le autorità giudiziarie hanno cercato di ottenere l’estradizione di Jeyapaul, ma il sacerdote, che all’epoca si trovava già in India, ha negato ogni responsabilità, sottolineando di non avere «nessuna intenzione» di rientrare negli Usa per essere processato.

Il suo attuale superiore, il vescovo Almaraj, della diocesi di Ootacamund, nell’India meridionale, ha fatto sapere che il prete lavora in un ufficio che organizza l’attività dei docenti di alcune scuole cattoliche, senza entrare in contatto con minori.

Nel maggio del 2006, l’arcivescovo Angelo Amato, all’epoca segretario del cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva scritto a Victor Balke, vescovo del Minnesota, per rassicuralo sul fatto che il presule indiano era stato «istruito a dovere» e che avrebbe sorvegliato Jeyapaul in modo che, scrive il prestigioso quotidiano americano, «non sarebbe stato un rischio per i minori e non avrebbe creato scandalo»; Balke rispose subito a Levada, esprimendo comunque tutto il suo allarme: «È difficile per me quantificare il danno che quest’uomo ha fatto alla dignità del sacerdozio».

Secondo i documenti del procuratore, la ragazzina accusò il prete di avere minacciato di uccidere la sua famiglia se non fosse andata con lui in canonica, dove venne costretta a fare sesso orale.
Il vescovo Almaraj ha detto di non avere mai discusso con il Vaticano la possibilità che questo sacerdote ritornasse negli Usa per affrontare il processo: «Nessun passo è stato intrapreso in tal senso, nessuno me ne ha parlato e nessuno me l’ha chiesto», ha detto al Nyt il vescovo Almaraj. Nel 2005, quando s’incominciò a parlare del suo caso, il sacerdote tornò a casa in India per andare a trovare la madre malata: «Lei stessa - ha dichiarato Jeyapaul - mi disse di rimanere in India. Lo stesso fece il vescovo del Minnesota. esortandomi a non tornare».

Ma è lo stesso vescovo Balke a scrivere nuove lettere preoccupate sia a Levada sia a padre Pietro Sambi, nunzio apostolico a Washington: «Spero che per il bene della Chiesa siate capaci di trovare una soluzione rapida a questo caso». Una settimana dopo, stando a quanto pubblicato dal Nyt, la risposta di Sambi al vescovo Balke : «Ti assicuro che la documentazione è già stata inoltrata alla Santa Sede». A quel punto non si sa cosa sia accaduto. Fatto sta che Jeyapaul si trova ancora in India.




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Ferito in Afghanistan Ora parte per il Libano "Io, di nuovo in prima linea"

Il Resto del Carlino


Il maresciallo bolognese Francesco Cirmi, 33 anni, rimasto gravemente ferito in Afghanistan.
Rimesso in sesto dai medici del Rizzoli e da una volontà di ferro, è riuscito a partire per il Libano: "Ho scelto di vivere ai confini della morte"




Tibnin (Libano meridionale), 6 aprile 2010


VIAGGIO ai confini della morte e ritorno. Francesco Cirmi, 33 anni, bolognese, maresciallo ordinario della brigata aeromobile Friuli, è tornato al suo ambiente naturale, gente in divisa, carte geografiche minuziose, i brogliacci della sala operativa della missione Unifil in Libano.

La sua cellula, la S 3, minuto per minuto controlla gli spostamenti delle pattuglie. Il 26 settembre 2006 era su un blindato Puma a Chahar Asyab, a sud di Kabul, quando è esplosa una carica potentissima infilata in un tunnel che passava sotto la strada che il mezzo stava percorrendo, la ‘Indigo’ nel codice dei toponimi militari. «Una scena alla Capaci», sintetizza ora Cirmi con un distacco che è frutto dei molti mesi che sono trascorsi.

IL SUO equipaggio subì due perdite. Il caporalmaggiore capo Giorgio Langella, il mitragliere, e il caporal maggiore Vincenzo Cardella, il fuciliere che stava al fianco di Cirmi nella seconda ralla ( la botola nel tetto del blindato; ndr). «L’esplosione sollevò in aria la parte posteriore del Puma — ricostruisce —, sbalzandomi fuori. Noi del secondo reggimento alpini della brigata Taurinense dovevamo raggiungere un check point della polizia di Kabul.

La Indigo era tutta asfaltata. In teoria questa è una garanzia di tranquillità. Se la strada è in terra battuta è più facile seppellire le mine. Però io ero un po’ teso per un incidente avvenuto pochi minuti prima. In un mercato avevamo tamponato una vettura. In Afghanistan anche l’intoppo più banale può annunciare una tragedia. I kamikaze cercano di farsi urtare per poi tirare l’anello di un ordigno e farsi esplodere assieme alle loro vittime».

IL REFERTO delle ferite di Cirmi riempiva un’intera facciata. Frattura esposta di tutte e due le caviglie, frattura del femore sinistro, frattura esposta della mandibola, una scapola e diverse costole rotte, schiacciamento del braccio destro. Quattordici giorni di coma farmacologico. «Mi hanno risvegliato l’11 ottobre. Potevo muovere solo il braccio sinistro. Sentivo il catetere. Ho pensato: oddio, vuoi vedere che ci ho rimesso una parte del corpo? Ho cominciato a toccarmi tutto per vedere se ero ancora intero.

A metà ottobre sono uscito dalla terapia intensiva. Il professor Sandro Giannini del Rizzoli mi ha operato alle caviglie il 3 dicembre. Ovviamente avevo anche serie difficoltà a masticare. Ho vissuto di omogeneizzati e di zuppette per due mesi. Qualche volta, furtivamente, mi concedevo una crocchetta di patate. Dai miei 71 chili abituali mi sono ridotto a 51. Per spostarmi dal letto o per andare in bagno i miei genitori mi dovevano prendere in braccio. A me, un maresciallo della Taurinense che aveva ai suoi ordini un plotone di trenta alpini! La Usl aveva distaccato un infermiere che era addetto alle mie abluzioni».

I GESSI sono stati rimossi in gennaio 2007. Fino ad aprile Cirmi ha camminato con le stampelle e i tutori. Il maresciallo racconta la prima passeggiata nella quale ha contato solo sulle sue gambe: «Ho fatto un giro dell’isolato partendo dalla mia casa in via Caduti di via Fani, zona Fiera. Ho avuto la sensazione piacevole di libertà che si prova quando ci si tolgono gli scarponi da sci. Di tanto in tanto dicevo a casa che andavo a fare un giretto e invece inforcavo la mountain bike, una vecchia Bianchi modello Predator, e filavo via fino in centro. L’alternativa era un bus della linea 27, un mezzo sempre molto affollato. Eppoi io avevo difficoltà a scendere rapidamente».

L’IDEA fissa era sempre una, riprendere il filo spezzato, tornare al reggimento a Cuneo, «ricominciare il lavoro dove si era interrotto». Alla fine di maggio Francesco azzarda la prima camminata a passo veloce. Poi si rituffa nell’abitudine della corsa, dalla via Sabotino fino ai giardinetti vicini alla Certosa e viceversa. L’obiettivo è superare la prova di efficienza necessaria per essere utilizzati nei teatri operativi, dieci chilometri di marcia con uno zaino di dieci chili. «Io sono riuscito a non superare i limiti fissati per chi ha dieci anni di meno», si compiace ora.

A fine novembre 2008 rimette piede nella caserma di Cuneo. Il comandante, il colonnello Antonio De Gregorio, gli dà il benvenuto scatenando l’applauso delle penne nere. Il 3 giugno 2009, su sua richiesta, è assegnato alla brigata Friuli. A Bologna abitano i suoi genitori. In caserma lo accolgono il maggiore Sergio Mastropasqua e il tenente colonnello Walter Barbaranelli. Francesco Cirmi ha bene impressa nella memoria la loro prima domanda: «La brigata partirà per il Libano, lei ha qualche problema?».

Per il maresciallo quell’interrogativo valeva più di una decorazione: «Fantastico! Mi sono sentito di nuovo normale. Ero come prima, senza essermi indurito per ciò che ho passato. Non ce ne sarebbe stato motivo. In fondo non ho fatto nulla di particolare».

di LORENZO BIANCHI




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Sciacalli sull'Aquila

Libero




Mario Giordano


Il dolore e gli sciacalli. Un anno dopo siamo ancora fermi lì, fra chi soffre e chi ci sguazza, fra quelli che nella tragedia hanno perso tutto e quelli che dalla tragedia sperano di guadagnare qualcosa, fra chi fatica a ricostruire e chi non perde occasione per continuare a distruggere. Dopo il terremoto, in effetti, sono arrivati i tifosi del terremoto, la curva sud della scossa sismica, gli ultras delle macerie, quelli per cui ogni intoppo è una festa e ogni festa è un intoppo. Quelli che sono felici per i disagi e sono a disagio se, dopo il disastro, vedono qualcuno felice. Le iene col sismografo, insomma, gli avvoltoi dell’angoscia, gli eterni e squallidi cantori del tanto peggio tanto meglio.





Eppure, se fossimo un Paese serio, almeno attorno alle vittime dell’Aquila riusciremmo a trovare un po’ di unità nazionale, un filo sottile del dolore condiviso, magari un po’ di orgoglio per quel che è stato fatto e di collaborazione per quanto c’è ancora (tanto) da fare. Se fossimo un Paese serio non ci sarebbe spazio per gli sciacalli, i travagli, i Paolo Ferrero, i (mis)Fatti e gli Annozero, pronti di nuovo a svuotare chili di  fango su chi cerca faticosamente di risalire. Se fossimo un Paese serio non ci sarebbe spazio per l’odio della polemica durante la rievocazione del lutto.

Un successo unico

Si può essere anti-berlusconiani fino al midollo, infatti, ma non si può fare a meno di riconoscere che in Abruzzo lo Stato ha risposto nel migliore dei modi: a 48 ore dalla scossa c’erano già 10mila soccorritori in azione, dieci mesi dopo non c’era più nemmeno una tenda. L’idea di costruire a tempo di record palazzine anti-sismiche, al posto dei container, è stato un azzardo felice: 15mila persone hanno avuto in tempi rapidissimi una sistemazione più che dignitosa. E non è poco se consideriamo che dal Belice all’Umbria, passando per l’Irpinia, ci sono italiani che da decenni stanno aspettando la ricostruzione post-terremoto dentro i container. Ed è addirittura tanto se consideriamo che a Messina c’è gente che vive ancora nelle baracche del terremoto anno d’oro 1908...

In Abruzzo invece niente baracche, niente container e niente sprechi. Casette per tutti, o quasi tutti. Il mondo ci guarda, ci invidia, non a caso ci vuole copiare. Anche le scuole hanno riaperto regolarmente, le aule sono state ricostruite a tempi record, l’Università ha riconfermato 20mila iscritti su 28mila.

Certo, resta il problema del centro storico dell’Aquila da ricostruire, ci sono le macerie da portare via, i monumenti da restaurare. E poi ci sono le imprese in affanno, l’economia da rilanciare, il lavoro che continua a scarseggiare. Ma le inevitabili difficoltà non possono cancellare un dato di fatto: quello che è stato fatto in quest’anno è stato un miracolo di efficienza, che nessun gufo può negare.






In barba all’aritmetica


Se fossimo un Paese serio, dunque, ci si troverebbe attorno a un tavolo per chiedersi: che cosa abbiamo realizzato? Che cosa resta da realizzare? Qui, invece, trionfano gli sciacalli dell’orrore, i corvi del dolore. Quelli che in tv già l’anno scorso, con i cadaveri ancora caldi e le bare aperte, erano subito pronti a scatenare le polemiche contro la Protezione civile. Quelli che oggi, dalle colonne del Fatto, parlano di “33mila famiglie che aspettano una casa” (33mila famiglie? Cioè 90mila persone circa? Ma se quelle colpite dal terremoto sono state in tutto 70mila…).

Quelli che portano le carriole, caricandole di interessi politici, come ha rivelato  l’arcivescovo Giuseppe Molinari («Qualcuno è molto interessato a queste manifestazioni per poter entrare in cabina di regia...»). Quelli che sono disposti a fare a pezzi la logica e l’aritmetica, il senso di appartenenza e la dignità, l’amore per il proprio Paese e per la verità, tutto sacrificato sull’altare della polemica, della piccola speculazione politica, meschino cabotaggio di una sinistra che dopo aver perso i voti e le elezioni riesce a perdere anche la faccia, facendosi trascinare fino in fondo dal proprio antiberlusconismo ottuso. Del resto, come stupirsi? Una volta facevano il tifo per Mao e Stalin, adesso per il terremoto. Sempre di sciagure per l’umanità si tratta. Chissà perché continuano ad esserne così attratti...

06/04/2010




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Camorra, carte non trasmesse: boss scarcerato

di Redazione

Mancata trasmissione alla difesa dei file audio con le intercettazioni telefoniche.

Per questo vizio formale è tornato in libertà Ettore Bosti, arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del 17enne Ciro Fontanarosa, punito per essersi rifiutato di affiliarsi al clan

 
Napoli - Mancata trasmissione agli avvocati difensori dei file audio con le intercettazioni telefoniche. Per questo vizio formale è tornato in libertà Ettore Bosti, figlio di Patrizio Bosti, uno dei boss della camorra napoletana. Il giovane era stato arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del 17enne Ciro Fontanarosa, punito con la morte per essersi rifiutato di far parte del clan. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha disposto una verifica ispettiva per accertare se la vicenda relativa alla scarcerazione di Bosti sia stata determinata da eventuali negligenze.

La scarcerazione del boss La scarcerazione è stata disposta ieri dal gip di Asti nel corso di una controversa vicenda giudiziaria ancora lontana dall’essere conclusa. Per la mancata trasmissione degli atti ai difensori (file audio e verbali di interrogatori di alcuni collaboratori di giustizia), già il Tribunale del Riesame di Napoli nelle scorse settimane aveva dichiarato l’inefficacia dell’ordinanza di custodia in carcere sia nei confronti di Bosti sia del presunto esecutore materiale del delitto. Per "sanare" la situazione i magistrati della Dda di Napoli avevano emesso un provvedimento di fermo che era stato eseguito prima che Bosti lasciasse il carcere di Asti. Chiamato a pronunciarsi sulla convalida del fermo il gip di Asti ha respinto la richiesta dei pm riportandosi alle motivazioni alla base dell’annullamento disposto dal Riesame.

Verso una nuova ordinanza I magistrati antimafia di Napoli, una volta approfondite le motivazioni del Riesame e del gip, decideranno se richiedere l’emissione di una nuova ordinanza, disporre un nuovo fermo oppure proseguire l’indagine con l’indagato in stato di libertà. Ciro Fontanarosa fu ucciso il 24 aprile 2009 in via Pietro Lettieri, una traversa di corso Garibaldi, non lontano dalla Stazione centrale. L’8 marzo scorso i carabinieri arrestarono Ettore Bosti, 30 anni e Vincenzo Capozzoli, di 34 anni, il primo con l’accusa di aver ordinato l’omicidio di Fontanarosa e il secondo con l’accusa di essere l’esecutore materiale del delitto. Fontanarosa fu ucciso con sette colpi di pistola. Terzo arrestato, con l’accusa di favoreggiamento, Cristian Barbato, di 22 anni, cugino della vittima e testimone dell’agguato.

La ricostuzione dei fatti Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo De Feo, Ettore Bosti in un primo momento aveva tentato di affiliare il 17enne al proprio clan perchè lo riteneva una persona capace sotto il profilo criminale. Fontanarosa - secondo il pentito - non aveva accettato la proposta perchè voleva continuare a fare il "mariuolo" fuori dal sistema. Il giovane era specializzato infatti nei furti di orologi e diceva che se proprio avesse dovuto scegliere un clan, avrebbe scelto il clan Licciardi, al quale era vicino suo padre. L’omicidio di Fontanarosa rappresentò, secondo gli inquirenti, anche un monito nei confronti dei piccoli delinquenti della zona per evitare che decidessero di agire autonomamente senza sottostare alle direttive del clan. La scarcerazione di Bosti segue quella dei giorni scorsi del presunto killer, Capozzoli, e di Barbato.





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Ricercata la figlia di Saddam L’Interpol: «È una terrorista»

Corriere della Sera


Dall’esilio in Giordania avrebbe ordito una serie di attentati in Iraq 

RAGHAD è LA VEDOVA DI KAMEL, GIUSTIZIATO CON IL FRATELLO PER AVER TRADITO IL SUOCERO

Ricercata la figlia di Saddam L’Interpol: «È una terrorista». Dall’esilio in Giordania avrebbe ordito una serie di attentati in Iraq



Raghad, la figlia di Saddam Hussein

WASHINGTON

Raghad è abituata a vivere sul filo. A sentirsi braccata. Ha dovuto sopportare molto: due volte in esilio, l’assassinio del marito Hussein Kamel per mano dei fratelli, l’impiccagione del padre, il tiranno di Bagdad. E proprio dal famoso genitore ha ereditato un carattere tenace. Al punto che l’hanno spesso chiamata la «piccola Saddam».


La figlia maggiore dell’ultimo raìs iracheno è di nuovo uscita dall’ombra. O meglio, le hanno «sparato» addosso i riflettori per confermare che vi sarebbe un mandato di cattura nei suoi confronti. La polizia ritiene che sia legata ad una campagna di attentati in Iraq. E per questo Bagdad ha chiesto l’aiuto dell’Interpol che si è rivolta a sua volta ai giordani. Perché è ad Amman che Raghad ha «l’ultimo indirizzo conosciuto ».

Dal 2003 vive nella villa-palazzo nel quartiere di Abdun. La donna, 41 anni, è ospite del sovrano Abdallah e gode della sua protezione a patto che non crei problemi. Un’ospitalità ricambiata con la discrezione. Raghad, comunque, non si nasconde. La gente che conta sa in quali negozi acquista il suo guardaroba firmato, quale sia il salone di bellezza preferito e, fino a diversi mesi fa, anche la sua palestra. Dunque, tanto è facile trovarla quanto impossibile che gli agenti giordani vadano a cercarla. Avrebbero potuto farlo dal 2006 quando, per la prima volta, Bagdad ne ha chiesto la cattura, insieme alla restituzione di un tesoro «segreto». Oltre un miliardo di dollari, più gioielli, gemme e altri preziosi.

A nascondere quel bottino era stato il marito Hussein Kamel, scappato nel 1995 in Giordania. Al suo fianco Raghad e il fratello Saddam con la moglie Rana, l’altra figlia del despota. Una fuga organizzata. Kamel, infatti, ad Amman collabora con la Cia svelando gran parte dei segreti militari del regime. Una saga conclusasi in modo crudele. Un anno dopo i fratelli Kamel — delusi e depressi — tornano con le mogli a Bagdad. Accettano un’offerta di perdono fatta dal figlio di Saddam, Uday. Ma è una trappola. I Kamel sono ammazzati come cani, Raghad e Rana devono accettare la vendetta familiare. Un dolore personale che soccombe però davanti al legame con il padre, più forte di ogni cosa.

Con il crollo del regime, nel 2003, Raghad si rifugia di nuovo ad Amman insieme a due figli mentre gli altri tre seguono Rana e la nonna Sajida nel Qatar. Da lontano assistono alla tempesta che spazza via parte della loro famiglia. Uday e il fratello Qusay vengono uccisi dalle truppe Usa, con i corpi esposti alla gogna mediatica. Segue la cattura del padre Saddam, quindi l’esecuzione- show del dittatore. Raghad —raccontano—non dimentica di essere una Al Majid, non ha paura di rammentare come il padre fosse «devoto e coraggioso», esorta gli iracheni a commemorare «il martire».

Forse collabora con la colonia di nostalgici baathisti che sognano di tornare un giorno in Iraq. Con le buone o le cattive. Alcuni di loro complottano da basi che hanno creato in Yemen, Emirati e Siria. Raccolgono denaro che poi inviano a formazioni islamico-nazionaliste molto attive con la guerriglia. A far da cemento l’ultimo grande ricercato della nomenclatura, l’ex vicepresidente Izzat Ibrahim Al Douri.

Dato per morto chissà quante volte, malato, è il leader del «Fronte per la jihad e la liberazione», un cartello che riunisce gruppi ribelli. Ogni tanto si fa vivo con un audio per esortare alla lotta. L’ultimo appello lo ha lanciato alla fine di marzo per sollecitare la Lega araba ad opporsi ai «progetti americani e iraniani in Iraq». Difficile dire dove si trovi: lo segnalano a Damasco o in territorio yemenita. Per i suoi seguaci, invece, si trova all’interno dei confini iracheni.

La tosta Raghad è davvero complice degli attacchi che sconvolgono le città? A Bagdad giurano di sì, accostando i «reduci» alla solita Al Qaeda. Ma c’è il sospetto che usino lo spauracchio baathista per dare maggiore peso alle loro accuse. Un teorema che spiega l’ondata di violenza con un patto d’azione che unisce gli islamisti a chi non si è arreso alla sconfitta di un regime crudele. Uno scenario dove Raghad, la «piccola Saddam», sembra la colpevole perfetta.

Guido Olimpio
06 aprile 2010



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Disabile eletta in Consiglio regionale. E il «Palazzo» deve adeguarsi

Corriere della Sera


Ambienti non del tutto accessibili nella sede istituzionale della regione Campania.
Al via i lavori per accogliere la neo consigliera in carrozzina


Anna PetroneMILANO«Con la mia inseparabile carrozzella entrerò a Palazzo e saranno costretti ad allargare ascensori e corridoi». Era solo una provocazione politica in campagna elettorale quella di Anna Petrone? Non si direbbe proprio; qualche ostacolo, infatti, c’è davvero alla palazzina F13 del centro direzionale di Napoli, sede istituzionale del Consiglio regionale della Campania. E, per consentire alla neo consigliera in carrozzina di esercitare le sue funzioni, il «palazzo» dovrà adeguarsi, abbattendo le barriere architettoniche ancora esistenti.

STANZE DEL POTERE INACCESSIBILI- «Nelle stanze del potere non sono abituati a occuparsi di noi disabili, né a confrontarsi coi nostri problemi – dice Petrone, consigliera nazionale dell’Unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare e presidente dalla Uildm di Salerno -. Di solito i politici ascoltano i nostri bisogni, ma non danno risposte adeguate». Da sempre in prima fila contro le barriere architettoniche che limitano la vita di chi, come lei, è su una sedia a due ruote, la neo eletta porta ora le sue battaglie in Consiglio. «Un dirigente della regione mi ha assicurato che stanno già provvedendo ad adeguare i servizi igienici e a rimuovere le sedie da cinema nell’aula consiliare», afferma.

LAVORI IN TUTTA FRETTA Sono dunque cominciati in tutta fretta i lavori. «Il nuovo Consiglio dovrebbe insediarsi ai primi di maggio: per quella data dovrebbero aver finito», dice fiduciosa. Nessun ostacolo, invece, all’ingresso dell’edificio che ospita il Consiglio. «Nella palazzina lavora già un disabile – dicono alla regione Campania -. Arriva ogni mattina in macchina davanti all’entrata principale, priva di gradini; prende l’ascensore e raggiunge il suo ufficio». L’ ufficio di Anna, invece, sarà nella palazzina F10, insieme a quello del suo gruppo politico, il partito democratico. «Mi hanno assicurato che lì non dovrei avere problemi a muovermi sulla mia sedia, anche il bagno dovrebbe essere accessibile».

Maria Giovanna Faiella
06 aprile 2010



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Calciopoli atto secondo Vietato fare confusione

Corriere della Sera


Juve condannata come responsabile di un'organizzazione attraverso la quale si cercava di influenzare le partite è stato John Elkann, cioè la Juve, a prendere subito le distanze dai suoi dirigenti



Le nuove intercettazioni mostrano che era vero quello che Bergamo e Pairetto, i due designatori arbitrali, hanno sempre sostenuto, che cioè parlavano con tutte le società, non solo con la Juventus. Questo è un fatto ora provato con dovizia di particolari. Ma non è questa la ragione per cui la Juve è stata condannata. La Juve fu ritenuta responsabile di una organizzazione attraverso la quale si cercava di influenzare le partite. Fu Saverio Borrelli, capo dell’Ufficio inchieste, a parlare di «illecito strutturale», cioè nessuna partita in particolare, ma una serie di disonestà sportive sparse e avvolgenti, tutte con il compito di orientare i risultati.

È questa l’accusa che deve essere smontata. Che a parlare con i designatori fossero molti presidenti mostra che nessuno aveva l’eleganza di tacere e che si andava al galoppo verso un’aria di disonestà diffusa, ma siamo lontani dalla qualità e la vastità delle operazioni che hanno valso la condanna. Ci sono poi da ricordare alcuni punti fermi.

Primo, è stato John Elkann, cioè la Juve, a prendere subito le distanze dai suoi dirigenti. Secondo, la sentenza cardine dei processi, quella della serie B con penalizzazione, fu praticamente richiesta dall’avvocato della Juve; ci fu cioè una specie di patteggiamento pubblico. Terzo, la Juve ha accettato per intero la giustizia sportiva rifiutando di rivolgersi al Tar.

La Juve è stata cioè parte molto attiva nel formulare e accettare la propria condanna. La sentenza finale non è stato un capriccio ed è passata attraverso sei diversi organizzazioni sportive giudicanti, un’enormità. Essere condannati non significa aver commesso per forza la colpa. Nel calcio basta anzi un legittimo convincimento e il sospetto diventa una prova. Vediamo dunque se verranno fuori fatti nuovi. Questi di adesso vanno bene per spargere un disonore collettivo, ma non toccano l’argomento di fondo, cioè l’esistenza di un illecito strutturale.

È brutto semmai che si prestino a riportare di attualità vecchi colloqui già discussi e chiariti tra personaggi diventati riferimenti importanti del nuovo calcio. Penso soprattutto a Collina. Non si può difendersi tutta la vita dalla stessa intercettazione, peraltro spiegata decine di volte. Detto questo, assegnare a un’altra squadra lo scudetto tolto alla Juve, è stato un azzardo. Allora faceva parte del prezzo complessivo. La Juve rischiava la serie C, si scelse qualcosa di esemplarema che si esaurisse in un anno. Si colpì più il passato del futuro.

Ma il problema del passato è che resta. Quella degli scudetti è diventata così la vera condanna. Bisognava capire che la retrocessione significava la perdita di molti giocatori, di molte strutture, cioè un obbligo di rifondazione, non una semplice congiuntura. La Juve è ancora adesso in mezzo alle conseguenze di quel trauma. Uno scudetto non assegnato poteva bastare. Ma queste sono opinioni, cioè cose che nel calcio non esistono. Nel calcio esistono solo le verità assolute di ciascun tifoso e hanno tutte il colore della propria squadra. Non esisterà mai una verità condivisa. A questo dobbiamo rassegnarci, qualunque siano o saranno le prove del processo di Napoli.

Mario Sconcerti
06 aprile 2010



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Soldi per i monumenti Li dà solo il Kazakistan

Il Tempo

Tante promesse al G8 ma le 44 opere d'arte "adottate" sono ferme. Spagna ed Australia si erano dette pronte ad intervenire ma poi sono sparite nel nulla.

L'AQUILA - Una città nuda in vetrina. E nuda è rimasta, in attesa della solidarietà del mondo. Nove mesi fa, L'Aquila ha accolto i grandi della terra senza neanche panni sporchi per vestirsi, armata di una fiducia incrollabile. Quarantaquattro monumenti inseriti nella «lista di nozze»: dal simbolo universale della Basilica di Collemaggio, al piccolo scrigno della chiesa delle «Anime Sante», agli ori e stucchi di San Bernardino. 44 monumenti da adottare, sotto gli occhi delle delegazioni del G8: esposti nelle mostre, raccolti in pubblicazioni di livello, presentati al tempo del fulgore e in quello del dolore. Dalla caserma della Guardia di Finanza partirono auto di lusso e pullmini: tour delle macerie per i signori capi di Stato e gentili consorti, spostati in tutta fretta dalla Maddalena all'Aquila proprio con lo scopo di far aprire i cordoni della borsa. Era luglio, sole accecante e silenzio. Arriviamo a oggi e poi torniamo indietro: arriviamo a dire che solo il piccolo Kazakistan ha mantenuto, con la lestezza che consentono i tempi della burocrazia e cioè nello scorso mese di novembre, la sua promessa. Ha versato un milione e settecentomila euro per il complesso di San Biagio di Amiternum.

Anche i francesi, dopo qualche tentennamento, stanno per chiudere l'accordo per un sostegno al restauro della chiesa delle Anime Sante, nel cuore del centro storico aquilano. La cupola dell'edificio è uno dei simboli del terremoto, spaccata in due dalla scossa di un anno fa è firmata dall'architetto romano, di famiglia provenzale, Giuseppe Valadier. Tre milioni e duecentomila euro, la somma promessa, poco meno della metà della cifra necessaria per il restauro. Su Onna si va consolidando l'impegno della Germania, che curerà la sistemazione della chiesa di San Pietro Apostolo e, non potendo provvedere all'intero centro storico del paese, ha realizzato un centro di aggregazione inaugurato la scorsa notte. I tedeschi saldano così il conto aperto con la storia di quella frazione aquilana teatro di una strage nazista. Non ha seguito lo stesso criterio Josè Luis Rodriguez Zapatero, che dopo aver manifestato l'interesse del suo paese per il Forte spagnolo non ha dato più notizie di sé. Il Castello, come viene chiamato in Abruzzo, venne fatto alzare proprio dagli spagnoli «ad reprimendam audaciam aquilanorum», per far abbassare la testa a quel popolo orgoglioso, avvezzo a sfidare il potere. Anche l'Australia ha oscillato tra un monumento e l'altro per poi sparire nel nulla.

A conti fatti mancano all'appello delle promesse almeno 80 milioni di euro. Che la città, di suo, non ha mai chiesto: si è semplicemente affidata alla speranza che di fronte al bello e al terribile anche il potere più puro potesse trasformarsi in solidarietà. Perché c'è ancora chi, la solidarietà, la pratica davvero: come la Regione Veneto, che ha stanzito i fondi per la messa in sicurezza e il restauro della chiesa di San Marco, o come la Provincia Autonoma di Trento che ha adottato l'Oratorio di San Filippo Neri, uno dei pochi esempi di interno barocco nella città dell'Aquila, prima abbandonato a se stesso e poi trasformato in un teatro-gioiello. Già, la cultura, anche quella per L'Aquila è un patrimonio: il Giappone non si è fatto carico di monumenti ma, dopo qualche fraintendimento sull'effettiva consistenza dell'opera, ha preferito regalare all'Aquila, che è città della musica, un auditorium. La Camera dei Deputati, invece, ha raccolto fondi per il Palazzetto dei Nobili, un'elegante struttura situata proprio dietro il Municipio. Proprio il palazzo del Comune (Palazzo Margherita) sarà restaurato grazie ai cinque milioni raccolti da Federcasse e dalle Banche di Credito cooperativo.

La Carispaq, Cassa di risparmio della Provincia dell'Aquila, si è fatta carico del puntellamento di Palazzo Branconio, uno degli edifici storici più belli della città, di in cui in passato la stessa banca aveva curato la sistemazione, e dell'antica Porta Napoli. Quattordici alla fine, i monumenti della lista nozze che hanno trovato famiglia, più quattro fortunati outsider. Il resto? Il Monte dei Paschi di Siena aveva manifestato interesse per la Basilica di San Bernardino, ma alla manifestazione non hanno fatto seguito fatti. Tre miliardi e mezzo di euro, spicciolo più spicciolo meno, è la cifra essenziale per ricostruire i monumenti principali della città, ma una prima stma delle necessità per l'intero patrimonio storico fatta dal Comune suona una musica che supera i dieci miliardi di euro. E tempi che non è possibile, a questo punto, valutare. Per Luciano Marchetti, vice commissario ai Beni culturali i soldi «Non servono tutti subito, ma ci vuole la garanzia che vengano messi a disposizione per poter pagare le imprese in un arco temporale ragionevole. C'è il gioco del lotto che può costituire una valida fonte di finanziamento, per esempio, oppure i fondi di Arcus (la spa del Mibac partecipata dal ministero per le Infrastrutture).

Potremmo spalmare questa cifra in dieci anni: non posso credere che lo Stato italiano non sia in grado di stanziare 350 milioni l'anno per i beni culturali a L'Aquila». Proposte, progetti, che stridono con un presente in cui i fondi disponibili, venti milioni di protezione civile e due milioni e settecentomila euro depositato sul conto del Ministero dei Beni Culturali che ha attivato una propria raccolta di contributi: tutto è di fatto già speso, e non è neppure lontanamente sufficiente, solo per la messa in sicurezza degli edifici più importanti e più danneggiati. Perché sono priprio i monumenti di maggior valore a non aver trovato casa: tra i tanti c'è anche la Basilica di Collemaggio, c'è la bella chiesa di San Pietro e c'è il complesso monumentale di San Domenico. È una città ancora nuda, dopo nove mesi, quella che vuole sperare. Quella che cerca con orgoglio di non sentirsi sola. Persa tra tubi e sostegni, sembra più malata di quei giorni terribili in cui tutti la davano per morta. Imbottita di amore per le arti, ha sperato che anche per lei, come al cinema, arrivassero gli americani. E c'era il presidente Obama, in quei giorni d'estate e di potenti, ad attraversare le rovine. C'era, in piazza Duomo, in una pausa del G8, con le maniche della camicia arrotolate, ed i gesti morbidi e misurati. Comprensione e gentilezza negli occhi. È andato via con una stretta di mano: «Dio benedica L'Aquila». E la città, in quel momento, ha capito che il suo Dio avrebbe dovuto pregarselo da sola.


Patrizia Pennella

06/04/2010





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Il diavolo si nasconde nei catto-nichilisti

Il Tempo


In America si prende di mira anche padre Amorth. Il sacerdote esorcista colpevole di difendere il Pontefice. Scontro in occidente: la nostra civiltà insidiata dall'Islam fondamentalista e dal relativismo laicista.


Il diavolo si nasconde nei dettagli. Il diavolo, che scandalo. Uno scandalo che assedia la testa gravata dal cipiglioso pensiero dei marescialli del laicismo targato New York Times. Anzi, siccome si tratta di gente che ha superato da lunga pezza l'arcaica costumanza maschilista, il gendarme che picchia stavolta è una donna. E picchia contro il più grande esorcista della Chiesa, padre Gabriele Amorth. Nientemeno che Maureen Dowd, firma di punta del NYT e già vincitrice del Premio Pulitzer nel 1999.
Un'attaccante di lusso con una caratteristica niente male: una laurea in letteratura inglese all'Università Cattolica di Wasghington, D.C., nell'anno di grazia 1973. Primo dettaglio: un'intellettuale del cattolicesimo postconciliare progressista bastona la Chiesa. Secondo dettaglio: l'anno 1973.

Esattamente l'anno in cui uscì il celebre film L'esorcista, diretto da William Fredkin e tratto dall'omonimo romanzo di William Peter Blatty, che scrisse il romanzo nel 1971 e lo sceneggiò due anni dopo. Terzo dettaglio: Blatty è nato a New York. Solo che contrariamente a quanto già certamente sosteneva la Dowd nel 1973, lo scrittore newyorkese nel libro e nel film picchia duro contro il cattolicesimo postconciliare, reo di aver azzerato ogni rapporto con la Tradizione e in particolare - ma guarda un po' - con la presenza del diavolo nella storia e nella vita delle persone. Si tratta di mera casualità? Ma il caso è il dio degli imbecilli. Ben altro bolle in pentola: lo scontro all'interno della civiltà occidentale.

 L'Islam fondamentalista attacca da dentro e da fuori e al resto ci pensa il nichilismo delle menti poliziesche del New York Times. Ma qual è la colpa di padre Amorth? Una, gravissima, secondo la giornalista «catto-nichilista»: aver detto che le calunnie sistematiche contro Papa Benedetto siano frutto del diavolo. Caspita, che bestemmia! Già, perché qui non si può giocare con il potere, quello vero. Amorth bestemmia, come bestemmiava, secondo i farisei e i potenti del Sinedrio, anche Gesù. L'articolo della catto-nichilista americana non lascia spazio per il laicissimo dubbio, è tutta una filiera di certezze comunicate con un sarcasmo sprezzante.

Per la Chiesa non ci vuole un «esorcista», ma un «sexorcista». Non uno straccio di argomento, la tesi non ha bisogno di essere discussa e/o argomentata, va da sé, si situa nel contesto del mondo benedetto dalla Verità senza Dio: il «loro» mondo. Qui non si può bestemmiare, non si accettano contro-argomenti, non esiste né perdono, né Dio, esistono soltanto le Parole del Potere. Punto.
Se i fatti non esistono o non sono prove, non importa, dileggeremo il Papa e poi l'esorcista, e, se necessario, domani diremo che tutti i cattolici sono pedofili o potenzialmente tali.

Non importa che, negli stessi USA, il cattolicesimo abbia esponenti come Novak, Weigel, Mons. Albacete, manager di provata e sperimentata intelligenza pratica: vogliamo il sangue. Costi quello che costi. E, appunto, cosa costa tutto questo manganellare contro l'unico sistema di pensiero alternativo al mondo del Potere Nichilista? Tutto quel che ha fatto della laicità il regno della possibilità e delle scelte alternative. Cioè, della libertà.

Se n'è accorta la Chiesa, tanto che il Card. Sodano ha pronunciato parole che non sentivamo forse dai tempi di Pio XII: «Buona Pasqua, Padre Santo. La Chiesa è con te, dolce Cristo in terra». Tradotto in volgare: questa è la nostra linea Maginot, provate a penetrarla e vedrete di cosa siamo capaci. Il messaggio è chiaro. Lotta dura senza paura. Ma la lotta non viene condotta con mezzi mondani. Ecco l'altra bestemmia della Chiesa.

Si va sempre più in alto e si lancia la sfida a tutti, anche al sano mondo laico: che i sacerdoti siano come «angeli», ha detto Papa Ratzinger proprio al Regina Coeli del Lunedì dell'Angelo. Altro che nicchia e difesa, qui si va sempre più in alto, a cercare la Verità, là dove l'uomo può trovarla. E, si badi, questo è il linguaggio pubblico della Chiesa che sta cambiando la lingua della politica. Cioè, quell'astratto e svuotato codice che ancora si fonda sul motto di Hobbes, padre del Leviatano totalitario moderno: «Auctoritas, non Veritas, facit legem». «Il Potere, non la Verità, crea la legge». Il credo degli squadristi nichilisti del NYT. E delle pulzelle della Grande Mela, catto-nichiliste, come Maureen Dowd. Niente da fare, la cultura laica muore a quelle latitudini mediatiche. Rimane soltanto l'odio teologico contro la Chiesa del «dolce Cristo in terra».

Raffaele Jannuzzi
06/04/2010




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