giovedì 8 aprile 2010

Grillo attacca Napolitano sul legittimo impedimento

Libero







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Ilaria Cucchi: «Mio fratello poteva salvarsi»

Corriere della sera

Parla la sorella  Video





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Windows 7 guadagna terreno

La Stampa

A sei mesi dal lancio, in Italia è già installato in 3 Pc Microsoft su 4
FEDERICO GUERRINI
Windows 7 guadagna terrenoMILANO

La “maledizione” di Xp, il sistema operativo più longevo di casa Microsoft, da un decennio ormai installato nei Pc di milioni di utenti che non se la sentono proprio di abbandonarlo, sembra finalmente giunta al termine. Il 13 luglio terminerà il supporto ufficiale alla versione con Service Pack 2. Già al momento del lancio di Windows 7, poco meno di sei mesi fa, si era avuta l’impressione che la casa di Redmond, dimenticato il passo falso di Vista, avesse messo a punto un degno successore, impressione confermata dai 90 milioni di Pc con Windows 7 già venduti in tutto il mondo. Oggi, la stessa Microsoft, ha presentato un rapporto della società di ricerca Gfx, che ha rilevato le vendite al dettaglio dei Pc Microsoft in Italia da febbraio 2007 a febbraio 2010. I dati indicano come “Seven” stia tenendo fede alle aspettative anche nel nostro Paese, rosicchiando quote di mercato ai predecessori e oggi risulti installato sul 75% dei nuovi computer con sistema operativo Microsoft, ovvero in tre Pc su 4.

A Microsoft per lanciare il prodotto, puntano molto sul consumo relativamente contenuto di risorse richiesto dal nuovo sistema operativo, che può favorire l’installazione anche su computer non di ultima generazione e sui portatili, il 60,3% dei quali, non a caso, a febbraio 2020 è già equipaggiato con Seven. “Tutti i computer che montavano Vista – spiega Davide Salmistraro, direttore Windows Client Commercial - molto più ingordo di risorse, non avranno nessun problema ad effettuare l’upgrade”.

E l'azienda si affida anche a una politica promozionale molto aggressiva, con un sconto del 30% sul prezzo di listino dell’aggiornamento per chi passa da Vista e Xp a Windows 7 Home Premium. “In Italia, secondo una stima su dati Istat – racconta Lorenza Poletto, direttore Windows Client Consumer - alla fine dell’anno fiscale 2010, dovrebbero esserci 16,5 milioni di Pc. Crediamo che almeno 7 milioni di questi abbiano le caratteristiche hardware per poter essere equipaggiati con Windows 7”. L’avanzata di Windows 7 va analizzata anche alla luce dell’esplosione dei netbook, i mini-Pc che hanno guadagnato negli ultimi anni sempre più adepti, e occupato il 29 % del mercato. Anche in questo settore, Windows 7 sta guadagnando terreno, cannibalizzando Vista.

Una nota curiosa; le caratteristiche più apprezzate del nuovo sistema sono l’interfaccia touch e le maggiori opzioni di personalizzazione del desktop: ebbene, ci sono proprio gli utenti del Bel Paese fra i più ghiotti di grafica: i l 12 % dei temi è scaricato da utenti italiani e il tema preferito, con 2,6 milioni di download è opera proprio di un italiano.




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Bankitalia contro l'American Express "Stop all'emissione di carte di credito"

La Stampa


Giro di videt di Via Nazionale dopo l'inchiesta della Procura di Trani:

"Irregolarità e carenze rispetto allanormativa anti-riciclaggio e usura"
ROMA



Stop all’emissione di carte di credito da parte dell’American Express Service Europe in Italia. A disporlo è stata la Banca d’Italia a seguito dei controlli effettuati sulla società di carte di credito innestati dall’indagine aperta dalla Procura di Trani, per la quale l’Adusbef si è costituita parte civile.

La Banca d’Italia, in un documento consegnato alla procura, lamenta irregolarità e carenze rispetto alla normativa di contrasto al riciclaggio e alla normativa contro l’usura. Così, nella nota, «impone in via cautelare e d’urgenza a codesta succursale italiana dell’American Express il divieto di intraprendere nuove operazioni con specifico riferimento all’emissione di carte di credito». Il divieto scatta 10 giorni dopo la ricezione del provvedimento che riporta la data del primo aprile e che dall’intestazione risulta consegnato a mano.

Il documento del servizio dell’Area vigilanza bancaria e Finanziaria è firmato dal direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni e chiede alla filiale italiana dell’ American Express Service Europe di predisporre anche «un piano organico di interventi che consentano alla struttura italiana di dotarsi di assetti organizzativi, presidi di controllo e sistemi informativi adeguati all’esercizio di attività regolamentate secondo la legge italiana e comunque coerenti con l’esigenza di rispettare le disposizioni vigenti in Italia in materia di usura, antiriciclaggio e trasparenza».

Sul divieto cautelare di emissione di carte di credito, che scatta 10 giorni dopo il ricevimento della nota Bankitalia e che «potrà essere rimosso solo quando siano state definitivamente sanate le irregolarità e le violazioni rilevate», l’istituto guidato da Mario Draghi chiede alla società di «informare tutti i soggetti rientranti nella propria rete distributiva, le controparti bancarie e finanziarie, nonchè la clientela mediante apposita comunicazione sul proprio sito internet».

Nel provvedimento vengono riportati in modo dettagliato i rilievi spiegando che «gli accertamenti ispettivi condotti dalla Banca d’Italia mirati ai profili usura, anticiriclaggio nonchè per connessione di materia a quelli di trasparenza si sono conclusi con un giudizio in ’prevalenza sfavorevolè». «In particolare - aggiunge Via Nazionale - è emersa un’elevata esposizione ai rischi operativi e di reputazione determinati dal carente rispetto della normativa in tema di usura, contrasto al riciclaggio e trasparenza, in un quadro caratterizzato dall’assenza di figure di coordinamento e di indirizzo dell’operatività e di adeguati controlli interni».

Vengono quindi richiamate integralmente contestazioni relative agli «organi aziendali» («l’esercizio delle funzioni di supervisione strategica e di gestione è pertanto risultato carente») e all’ «organizzazione e controlli interni». Ma «di particolare gravita» risultano i rischiami dei capitoli «Usura» e «Antiriciclaggio» perchè «configurano violazioni di norme di legge di carattere imperativo volte ad assicurare essenziali presidi di correttezza nell’interesse della clientela e di integrità del sistema finanziario da possibili coinvolgimenti di attività illecite».

Dalla verifica della Banca d’Italia risulta in particolare che «per quanto riguarda le carte revolving (che sono alla base dell’inchiesta di Trani, ndr) l’assenza di procedure e controlli adeguati ha determinato frequenti superi del tasso di soglia nei casi di inadempimento contrattuale». Si scrive quindi di «indebita applicazione di interessi di mora sull’intero capitale» e anche casi di «addebito sin dal 2006 - a causa di errori non presidiati della procedura - di interessi di mora in misura doppia o tripla nei casi di differimento della revoca della carta, con effetti anatocistici». L’addebito di interessi di mora e oneri - rileva Bankitalia - è stato recentemente sospeso, prevedendo la restituzione.

Ma, per carenze di «applicativi», l’American Express non sarebbe in grado di risalire ad «elementi analitici sulle modalità di individuazione dei rapporti interessati dai citati rimborsi e storni». Sull’antiriciclaggio, invece, «sono state riscontrate diffuse e rilevanti anomalie che configurano inosservanze». In particolare per quanto riguarda gli obbligi di raccolta delle dichiarazioni sul «titolare effettivo» e per irregolarità sull’identificazione dei clienti operanti con banche insediate in alcuni Paesi, «segnatamente la Repubblica di San Marino e la Città del Vaticano».

Oltre critiche riguardano le «non acquisite copie dei documenti di riconoscimento degli utilizzatori di carte supplementari o aziendali». Tra le segnalazione sono poi emerse anche alcune criticità sulla differente contabilità utilizzata in Usa e in Italia ai fini fiscali. Proprio per questo la Banca d’Italia, oltre alla misura cautelare di sospensione delle nuove carte (che non blocca comunque la sostituzione di vecchie carte) ha chiesto un preciso piano di intervento per correggere le anomalie e rafforzare i presidi di trasparenza.



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Scomparso Morris Jeppson attivò l'atomica di Hiroshima

Quotidianonet



L'uomo, che ha ripetutamente detto di non avere mai avuto rimpianti per il gesto, si è spento a Los Angeles a 87 anni. Vendette all'asta gli spinotti di azionamento della bomba

Washington, 8 aprile 2010



Morris Jeppson, uno dei due uomini che attivarono la bomba atomica di Hiroshima, è morto a 87 anni in un ospedale di Las Vegas. Dei 12 membri dell’equipaggio dell’Enola Gay ne rimane in vita ormai solo uno, il navigatore Theodore Van Kirk.

Jeppson si è spento il 30 marzo, ma la notizia viene riportata solo oggi dai giornali americani mentre a migliaia di chilometri di distanza il presidente Barack Obama firma a Praga con il collega russo Dmitry Medvedev il trattato Start II, per la riduzione delle testate nucleari montate su missili strategici a un numero inferiore a 1.550 per Paese. Noto agli amici come «Dick», Jeppson era un tenente dell’aviazione di 23 anni quando salì a bordo dell’Enola Gay il 6 agosto 1945 per la sua prima e ultima missione di combattimento. Il suo compito era attivare il sistema elettrico della bomba, estraendo tre spinotti verdi e sostituendoli con altrettanti rossi.

La preparazione della bomba per l’esplosione fu completata entro 30 minuti dal decollo, assieme all’altro «weaponeer», il capitano di marina William Parson. Poi il volo continuò per cinque ore e mezza fino al momento fatale in cui fu sganciata la bomba e Hiroshima fu distrutta, facendo entrare il mondo nell’era nucleare. Jeppson ripetè più volte di non avere rimpianti per la parte da lui avuta nella storia. Ai giornalisti amava raccontare che la moglie aveva un adesivo sulla macchina con la scritta: «Se non ci fosse stato Pearl Harbor, non ci sarebbe stato Hiroshima».

Decorato con la Silver Star, Jeppson si laureò poi in fisica a Berkley e fondò una sua compagnia per la produzione di acceleratori lineari di ioni per la ricerca medica. Poi passò alla produzione di forni a microonde. Nel 2002 mise all’asta i suoi cimeli: uno degli spinotti verdi e uno di quelli di riserva rossi. Il dipartimento di Giustziia tentò di impedire la vendita, affermando che si trattava di oggetti protetti da segreto. Ma un tribunale diede ragione a Jeppson, che vendette gli spinotti per 167.500 dollari ad uno scienziato esperto di missili. Sposato due volte, Jeppson lascia una moglie di 49 anni, tre figli, tre figliastri, 11 nipoti e 10 bisnipoti.





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Yemen, bimba sposa muore tre giorni dopo le nozze

Corriere della Sera


La tredicenne è deceduta per «lesioni gravissime all'apparato genitale»



SANA'A - Una bimba yemenita, data in sposa all'età di tredici anni, è morta ad Hajjah, città a nord di Sana'a, dopo soli tre giorni di matrimonio. Secondo quanto denuncia un'organizzazione yemenita per i diritti umani, citata dal giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', dal referto medico si evince che la giovanissima sposa sia deceduta «per lesioni gravissime all'apparato genitale, che hanno portato ad emorragie fatali». Per i medici, Ilham Mahdi Shui al-Asi, è questo il nome della piccola, non era ancora pronta per il matrimonio e la violenza sessuale subita dal marito l'ha portata alla morte.

«UNA MARTIRE» - In una nota diffusa dall'organizzazione umanitaria 'Forum al-Shaqaiq' si legge che «la piccola è morta venerdì scorso dopo essere stata ricoverata all'ospedale al-Thawra, mentre solo il lunedì precedente, il 29 marzo, aveva partecipato alla sua festa di nozze». La giovane Ilham ha subito quello che nei villaggi dello Yemen viene chiamato 'matrimonio di scambio'. La tredicenne è stata data in sposa a un uomo che a sua volta ha dato in sposa la sorella a un uomo della famiglia di Ilham.

Per questo l'ente umanitario definisce la piccola «martire dei matrimoni combinati con minorenni, ancora in uso nel paese». Questo episodio potrebbe riaprire di nuovo il dibattito sulla necessità di emanare una legge in Yemen che ponga un limite di età per il matrimonio. La proposta di legge presentata nelle scorse settimane si è arenata nel dibattito in parlamento dopo la serie di manifestazioni organizzate dai gruppi islamici che la considerano contraria alla sharia (fonte Adnkronos).

08 aprile 2010




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A scuola di esorcismo con Padre Amorth: "Vi insegno come scacciare Satana"

IL Resto del Carlino

Parla il noto esorcista modenese: "Il mondo è alla deriva più completa e conoscere l’opera del maligno significa avere le armi per combatterlo, e metterlo ko. Quest’anno è stata scelta Bologna per la sua centralità"



Roma, 8 aprile 2010.





A LEZIONE di esorcismo e dintorni, per sapere tutto sul diavolo e sui suoi malefici. In cattedra, da ormai tre anni, da quando cioè sono nati i corsi ‘antidemoni’,che quest’anno approdano anche a Bologna, c’è padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma e presidente internazionale degli esorcisti, ieri sera in tv a Porta a Porta a un dibattito sul tema.

Perché sono nati i corsi?
«Per la loro utilità, per il bene della gente. Il mondo è alla deriva più completa e conoscere l’opera del maligno significa avere le armi per combatterlo, e metterlo ko. Quest’anno è stata scelta Bologna per la sua centralità. Incentrare il corso solo a Roma può creare scomodità».

Sono numerosi i laici?
«Sacerdoti, vescovi e parroci sì, i laici meno. Mi sarei aspettato più partecipazione, ma siamo solo agli inizi. Può darsi che quest’anno ci sia un aumento di presenze. Me lo auguro, vista l’importanza del tema».

E’ sufficiente un corso per diventare esorcista?
«Nient’affatto. L’esorcismo non è una scuola teorica, ma pratica. Si impara a cacciare il demonio stando accanto a un sacerdote esorcista. Nel mio caso fu padre Candido. Rimasi al suo fianco quattro anni, e tutti i giorni mi allenavo alla sua scuola. Cacciava il diavolo con la potenza del Signore e a fine esorcismo che gioia vedere i volti delle persone cambiare di espressione».

I volti parlano?
«Spesso sì, come nel caso delle persone disturbate o possedute. Sarebbe utile scattare una foto prima e dopo. Ecco quindi l’importanza del corso aperto anche ai laici, che possono apprendere le preghiere di liberazione».

C’è bisogno di nuovi esorcisti?
«I posseduti sono in aumento rispetto al passato, e per loro ci sono gli esorcisti, anche se non siamo mai troppi. In più sono in forte aumento le persone disturbate nell’anima e nella psiche. Ossessioni, mancanza di perdono, rancori di vecchia data, pensieri suicidi, stati d’animo negativi, gioco, droga, alcol. Per loro sarebbe sufficiente la preghiera di liberazione, che viene insegnata al corso. Per praticarla non c’è bisogno di autorizzazione».

Cosa pensa del momento drammatico vissuto dalla Chiesa?
«La Chiesa, da secoli, cammina di ‘tribolazione in tribolazione’. La società odierna è calata nel peccato, con pedofili e omosessuali, sette sataniche, immoralità diffusa. Il nostro Paese è alla deriva, 15 milioni di italiani frequentano maghi e cartomanti».

I sacerdoti pedofili, corona di spine per la Chiesa.
«I preti pedofili, e anche omosessuali, ossequiano il demonio, che compie sull’uomo una azione di disturbo. L’uomo è sempre più schiavo del peccato, e sempre meno libero e felice. I preti pedofili, vanno isolati, allontanati e curati, non inviati in altre parrocchie. Da una vita di perdizione si può guarire».

di VIVIANA BRUSCHI




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Usa e Russia siglano disarmo nucleare Obama: "Ora il mondo sarà più sicuro"

di Redazione

Il presidente statunitense Barack a Praga, dove ha firmato con il suo omologo russo il nuovo trattato sul disarmo nucleare: storico ritorno a iniziative di controllo degli armamenti da parte delle due superpotenze nucleari mondiali.  Obama: "Strada aperta per tagli ancora maggiori". Medvedev: "Entrambi i Paesi ne traggono beneficio"






Praga - Un accordo storico che avvicina ulteriormente gli Stati Uniti alla Russia. Il presidente americano, Barack Obama, e il suo omologo russo, Dmitri Medvedev, hanno firmato nella Sala Spagnola del Castello di Praga il nuovo trattato sulla riduzione delle armi strategiche di teatro. L'accordo andrà a sostituire il vecchio Start firmato nel 1991 dall’ultimo leader sovietico Mikhail Gorbaciov e dall’ex presidente americano George Bush. "E' la pietra miliare della sicurezza nucleare", ha subito dichiarato Obama.

Un accordo storico Il trattato sulla limitazione delle armi strategiche offensive, firmato oggi a Praga, da Medvedev e Obama, sarà in vigore fino a quando il rafforzamento delle capacità di difesa missilistica degli Stati Uniti non creerà una potenziale minaccia di forze nucleari strategiche della Russia. Lo si legge in una dichiarazione unilaterale della Russia, adottato contemporaneamente alla firma del trattato Start. Il trattato tra la Russia e gli Stati Uniti "sulle misure per un’ulteriore riduzione e la limitazione delle armi strategiche offensive, firmato a Praga l’8 aprile 2010 sarà effettivo nel caso in cui non si presenti la possibilità di sviluppo qualitativo e quantitativo di sistemi di difesa missilistica degli Stati Uniti". 


Fermata la deriva bilaterale La firma del Nuovo Start è la prova di come insieme "al presidente Medvedev siamo riusciuti a fermare deriva nelle relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Russia". Secondo Obama, la politica del "reset" con Mosca avviata dalla sua amministrazione è riuscita a far superare le tensioni e gli squilibri ereditati dall’amministrazione Bush. Perché, ha sottolineato Obama, "quando Russia e Stati Uniti non sono in grado di lavorare insieme sui grandi temi non è un bene per noi, e non è un bene a livello globale". 

La firma del trattato quindi viene definita così "una pietra miliare per la sicurezza nucleare e la non proliferazione e per le nostre relazioni bilaterali". Obama ha inoltre sottolineato come lo "storico" trattato costituisca un primo passo di un cammino assai più lungo con l’obbiettivo di effettuare ulteriori tagli negli arsenali nucleari: Washington e Mosca hanno raggiunto un accordo per allargare le discussioni ai sistemi di difesa missilistica e alla valutazione dei missili balistici. Il presidente ha poi affermato di volere una ratifica del Trattato da parte del Senato entro la fine dell’anno.

La difesa missilistica Secondo Obama lo scudo di difesa missilistico statunitense non ha lo scopo di mutare "l’equilibrio strategico" con la Russia, quanto di controbattere la potenziale minaccia rappresentata da altri Paesi, ed ha auspicato un "dialogo serio" con Mosca sulla questione. Il presidente americano ha definito infatti la proliferazione delle armi nucleari in altri Paesi come un rischio inaccettabile per la sicurezza globale, in grado di innescare una corsa agli armamenti dal Medio Oriente all’Asia orientale, alludendo in particolare ad Iran e Corea del Nord. Gli Stati Uniti, ha concluso Obama, non tollereranno alcuna iniziativa iraniana che porti ad un riarmo in Medio Oriente o mini la credibilità della comunità internazionale.

La questione iraniana

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU potrebbe ancora considerare la questione iraniana, "poiché Teheran non risponde a una serie di proposte presentate per un compromesso costruttivo". Secondo Medvedev, non si può "chiudere gli occhi davanti alla questione. Quindi non escludo che il Consiglio di Sicurezza (Onu) sarà costretto a riesaminarla". Parlando di possibili sanzioni contro l’Iran, Medvedev ha spiegato che "le sanzioni non sempre portano al risultato desiderato". Secondo il presidente russo "le sanzioni dovrebbero essere intelligenti, precise, e non dovrebbero portare a una catastrofe umanitaria. Inoltre, agiremo e metodi politico-diplomatici".





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Tangenti, la Guardia di Finanza arresta giudice tributario e un consulente

Corriere della Sera


Avrebbero chiesto una tangente di 40mila euro ad una società in cambio di una sentenza favorevole 



MILANO - La Gdf di Milano ha arrestato con l'accusa di concussione, giovedì mattina nel milanese, un giudice tributario e un consulente tecnico della sezione distaccata di Latina della commissione tributaria regionale Lazio. Secondo le indagini i due avrebbero proposto a una società che aveva fatto ricorso contro un accertamento fiscale di emettere una sentenza favorevole in cambio di una tangente da versare parte in contanti e parte su conti esteri. Le Fiamme gialle stanno effettuando anche una serie di perquisizioni presso le abitazioni e gli uffici degli indagati per reperire documentazione utile alle indagini che peraltro riguardano anche ulteriori episodi di corruzione e appalti truccati.

LA RICHIESTA - L'inchiesta è coordinata dai pm Maurizio Romanelli e Stefano Civardi, mentre le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state firmate dal gip Guido Salvini. I due arrestati sono il giudice tributario della Sezione distaccata di Latina Saverio Masi e il consulente tecnico della stessa commissione, Eugenio Mariani.

Al centro delle indagini c'è la presunta richiesta da parte della coppia Masi-Mariani di una tangente di 40 mila euro alla Gebetz di Frosinone, per ottenere una sentenza favorevole in relazione a un accertamento che risale al 2004, riguardante la detraibilità di interessi passivi su un finanziamento infragruppo di oltre 23 milioni di euro. La società non ha pagato la mazzetta, e lo scorso autunno ha sporto denuncia alla magistratura milanese, in quanto la richiesta del versamento sarebbe avvenuta nello studio di Milano del legale della società. Nei giorni scorsi la sentenza da parte della commissione tributaria di Latina ha avuto esito negativo per la Gebetz.

LA REGISTRAZIONE - Così giovedì sono scattati gli arresti anche perché esiste la registrazione della conversazione in cui Eugenio Mariani, consulente tecnico della commissione tributaria di Latina, lo scorso 24 novembre, propone all'avvocato della Ge Betz il pagamento della tangente. Come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Guido Salvini, «la prima tranche di 20 mila euro avrebbe dovuto essere consegnata direttamente» a Mariani tre giorni dopo il colloquio avvenuto a Milano nello studio del legale, «mentre la seconda parte, a buon esito avvenuto del procedimento (d'appello, ndr) sarebbe stata pagata a seguito di una fattura con incarico retrodatato per una finta consulenza presentata alla Ge Betz da una società inglese» indicata dallo stesso consulente tecnico.

Per il giudice, «dal tenore della conversazione» registrata, una sorta di «trappola» tesa dalla società ai due, si comprende che «l'iniziativa concessiva non costituiva un'autonoma e spericolata iniziativa del consulente (...) - ricostruisce il gip - ma si poggiava su un accordo con il relatore della causa, il giudice dr. Saverio Masi, il quale, se la proposta fosse stata accettata, avrebbe garantito il buon esito della causa stessa di cui era il relatore». Dopo l'incontro in cui ci fu la richiesta della tangente, Mariani cercò di contattare di nuovo il legale per accordarsi sulla consegna, ma inutilmente perché venne presentata la denuncia con allegata la registrazione della conversazione, in cui in un passaggio Mariani dice al legale: «Io venerdì le faccio arrivare la proposta... lei mi da l'accettazione ... e la metà dell'importo....

E poi facciamo il resto...». Ma prima di procedere agli arresti, i magistrati milanesi, hanno aspettato l'esito della sentenza di appello, che il 22 gennaio scorso, non essendo stato accettato di pagare la mazzetta, aveva dato torto alla Ge Betz. Per Salvini «un contributo decisivo alle indagini» è stato dato dalle intercettazioni mirate. E inoltre data la «particolare gravità del fatto» ha ritenuto di disporre il carcere anche per Masi nonostante abbia 75 anni. «Un giudizio prognostico negativo - scrive sempre il giudice - si trae anche dalla personalità dei due indagati, desunta non solo dalla natura del fatto delittuoso per cui si procede, ma dalla comune gestione quali 'soci in affarì di varie attività imprenditoriali, che ha portato anche alle successive iscrizioni per turbativa d'asta per l'appalto da pilotare presso il comune di Craco (Matera), per un'ipotesi di corruzione presso l'Agenzia delle Entrate di Napoli».

Redazione online
08 aprile 2010





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Redditi delle famiglie: mai così male dal '90 Nel 2009 calo del 2,8%

di Redazione

La crisi si fa sentire sulle famiglie italiane. Record negativo dall'inizio delle serie storiche secondo l'Istat: il reddito disponibile in valori correnti è diminuito del 2,8% rispetto al 2008





Roma - Nel 2009 il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti è diminuito del 2,8% rispetto al 2008. Lo comunica l’Istat, precisando che si tratta della riduzione più significativa a partire dagli anni ’90, da quando sono a disposizione le serie storiche. Il dato comunicato oggi dall’Istat è relativo al quarto trimestre 2009 e si riferisce al periodo gennaio-dicembre 2009. 

Calo nel terzo trimestre Nel quarto trimestre 2009 il reddito disponibile delle famiglie (il settore comprende le famiglie consumatrici, quelle produttrici e le istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie) è diminuito dello 0,2% in valori correnti rispetto al trimestre precedente, mentre la spesa per consumi finali si è ridotta dello 0,1%. Su base tendenziale il reddito è calato del 2,8% mentre la spesa dell’1,9%. 

In linea con il calo del reddito, il potere d’acquisto delle famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto all’anno precedente. Cala anche la propensione al risparmio delle famiglie, che nel quarto trimestre è stata pari al 14% (come nel trimestre precedente), lo 0,7% in meno rispetto al 2008. È proseguita poi la flessione del tasso di investimento delle famiglie, che nel quarto trimestre si è attestato all’8,8% (-0,2% rispetto al trimestre precedente), risentendo di una riduzione degli investimenti (-2,2%) molto superiore a quella del reddito disponibile (-0,2%). Rispetto al 2008 il tasso di investimento si è ridotto dello 0,7%.




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La tomba di Totò rischia di sprofondare Frana la collina del cimitero di Napoli

Corriere del Mezzogiorno


La figlia: «Intervenite, salviamo tutti i nostri morti. Per me la livella è reale, non è una poesia»


La tomba di Totò
La tomba di Totò

NAPOLI




Rischia di crollare la tomba di Totò. Una frana sta travolgendo la zona del cimitero di Napoli e le cappelle dell’area dove è sepolto il principe De Curtis.


«Lancio un appello: intervenite subito, bloccate la frana, evitate che i nostri morti subiscano questo tormento». La figlia di Totò sostiene di non essere al corrente delle condizioni del cimitero e aggiunge di non parlare solo per suo padre: «Per me la livella è reale, non è una poesia. Non esistono morti più importanti di altri. Bisogna avere rispetto di tutti».

Poesia e realtà. Proprio nei versi ricordati da Liliana de Curtis, il principe della risata aveva immaginato una paradossale scena nel cimitero di Napoli: il povero don Gennaro rimproverato aspramente da un marchese che non sopportava la vicinanza di un defunto di basso rango. «Si fosse vivo - recita La livella - ve farrei cuntento, pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse e proprio mo, obbj'...'nd'a stu mumento mme ne trasesse dinto a n'ata fossa». Quella di Totò al cimitero di Santa Maria del Pianto non è una «casciulella» (piccola cassa) ma una cappella nobiliare, eppure le sue «qquatt'osse» omaggiate tutto l'anno dai fedeli del culto comico, non trovano pace.

La Collina del Paradiso, infatti sta franando, trascinando giù anche le cappelle del cimitero e la chiesa seicentesca di Santa Maria del Pianto. Le strade si spaccano a metà, come documenta un reportage, le lastre di marmo si staccano dalle tombe e dai loculi spuntano resti umani. Vent’anni fa fu predisposto un sostegno per salvare la collina, un muro di cemento; dal novembre scorso, però, il supporto non ha retto.

Redazione online
08 aprile 2010




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Brasile, allarme per i braccialetti del sesso

Corriere della Sera


Le due minorenni MORTE pare che LI portassero ai polsi. Se i maschi li rompono, ottengono "compenso" sessuale. A Manaus uccise due ragazzine. Banditi gli accessori






SAN PAOLO - È allarme in Brasile per i «braccialetti del sesso». L'accessorio, gioco erotico dei teen-ager, è stato proibito nelle scuole di Manaus e in tre centri minori del Paese, dopo che due ragazzine sono state uccise e una terza stuprata. Il braccialetto del sesso sembra sia stato inventato in Inghilterra, ma è in Brasile che si sta diffondendo maggiormente: chi, tra i maschi, riesce a rompere il braccialetto indossato dalle ragazzine avrà diritto a un «compenso» a seconda del colore dello stesso: se il braccialetto è viola un bacio sulla bocca, se è nero il ragazzo potrà addirittura fare sesso.

ABUSI - Le due minorenni che sono state violentate e uccise a Manaus pare che portassero ai polsi il braccialetto erotico. Una ragazzina di 13 anni è poi stata stuprata a Londrina, nello stato del Paranà, per le conseguenze del gioco del bracciale. A tutti gli studenti con età inferiore ai 18 anni è stato proibito di portare il braccialetto in classe, anche a Londrina, Maringà e Navegantes.

Ma è allo studio una proibizione ben più ampia visto che la «pulseira do sexo», come è chiamato il braccialetto in Brasile, si sta trasformando in mania nazionale. A Navegantes, nello stato di Santa Catarina, sono stati registrati nell'ultima ventina di giorni 14 casi di aggressione e di tentativo di violenza sessuale contro ragazzine che sfoggiavano il «provocante» braccialetto. La notizia è stata rilanciata sui media internazionali da il quotidiano spagnolo El Mundo con un lungo articolo sul suo sito web.


(Fonte Ansa)

08 aprile 2010





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Cucchi, i medici legali: «Poteva essere salvato»

Corriere della Sera

Non è morto per disidratazione, ma perchè, pur in condizioni cliniche difficili, non è stato curato

ROMA


Fa ancora discutere la morte di Stefano Cucchi il geometra di 31 anni morto dopo 6 giorni dall'arresto, il 22 ottobre scorso all'Ospedale Sandro Pertini. «La vita di Cucchi si sarebbe potuta salvare. Se fosse stata posta in essere un'idonea terapia si sarebbe potuto scongiurarne la morte». Dice Paolo Arbarello, direttore dell'istituto di Medicina legale dell'università La Sapienza. Il professore è a capo del pool di esperti che ha concluso le indagini e consegnato il fascicolo di 145 pagine ai due magistrati, il pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy, titolari dell'inchiesta sulla morte di Cucchi. Le parole di Albarello chiariscono: «Stefano Cucchi non è morto per disidratazione. La sera prima del decesso aveva assunto tre bicchieri d'acqua ed erano stati fatti dei prelievi di urina da cui è emersa una corretta funzionalità renale».

«SBAGLIATO IL REPARTO E LE TERAPIE» - «Stefano Cucchi pur in condizioni cliniche estremamente difficili, non è stato curato» ha detto il professor Paolo Arbarello. «Il quadro clinico del giovane - ha sottolineato - all’ingresso all’ospedale Pertini (nel reparto dedicato ai detenuti ndr) era fortemente compromesso e non permetteva la degenza nel reparto detentivo. Cucchi avrebbe dovuto essere stato ricoverato in un reparto per acuti». «Abbiamo rilevato una carenza assistenziale. Abbiamo un dubbio sul perchè un paziente in quelle condizioni sia stato avviato a quel reparto. Andavano impostate diversamente le terapie. Ci sono state omissioni e negligenze».




«NON SONO STATE LE LESIONI» - Così come non hanno causato la morte le lesioni vertebrali, una antica e l'altra recente, tipiche di una caduta da seduto, che ha coinvolto il coccige. «Queste lesioni comunque erano indifferenti in relazione al decesso. Non sta a noi stabilire da cosa siano state provocate, ma comunque non sono state la causa della morte» ha detto Arbarello. «L'assistenza - ha proseguito il medico legale - non è stata adeguata. Invece le indicazioni del "Fatebenefratelli" e di Regina Coeli erano corrette».


LA FRATTURA E LE BOTTE - «Quanto ai meccanismi - ha sottolineato il direttore dell’istituto di medicina legale - per cui questo tipo di caduta si è determinata non spetta noi dirlo. Non ci sono prove - ha spiegato - che si tratti della conseguenza di un pestaggio. Non ci sono segni di pugni o di una aggressione diretta. Questo però non esclude necessariamente il pestaggio, perchè avrebbe potuto essere stato spinto violentemente contro un muro o sul pavimento, tanto da provocare la frattura». «Noi non possiamo entrare - ha detto Arbarello - nel merito delle modalità che hanno provocato le lesioni».


I DISTURBI DI STEFANO CUCCHI - Cucchi soffriva, secondo la ricostruzione del gruppo di esperti, di cinque gravi problemi: riportava una «fortissima cachessia, vale a dire era magrissimo e in uno stato vicino al malnutrizione; una disfunzione epato-cancreatica; una grave ipoglicemia; uno squilibrio elettrolitico; e una "rilevante bradicardia", vale a dire un battito del cuore molto lento, intorno alle 40 pulsazioni al minuto». «Si tratta di una condizione generale - ha sottolineato Arbarello - nella quale occorre provvedere con terapie idonee per scongiurare la morte». Le indicazioni dei medici del Regina Coeli e del Fatebenefratelli, secondo quanto risulta dalle carte, ha proseguito il direttore di medicina legale, sono state corrette. L’errore è stato compiuto al Pertini.


«LA VALUTAZIONE SPETTA AL MAGISTRATO» - «Le perizie legali - ha sottolineato però Arbarello - non sono prove e non costituiscono verità assoluta. La perizia medico-legale non è una sentenza. Noi abbiamo svolto la nostra analisi sulla base dei rilievi e della documentazione che avevamo a disposizione. Spetterà al magistrato fare una valutazione complessiva, avvalendosi anche di altri strumenti come gli interrogatori, che aggiungono sicuramente elementi al puzzle. Quello che possiamo dire noi è che le lesioni riportate da Cucchi non erano mortali, che non è morto per disidratazione e che con le terapie adeguate poteva essere salvato. Se poi i medici hanno fatto bene o no, sulla base delle informazioni che avevano e dei protocolli a fare quello che hanno fatto è una valutazione che spetta al magistrato».


Redazione online
08 aprile 2010





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Evasione beffa del «re della droga»

Corriere della Sera


Ottiene gli arresti domiciliari e fugge da una clinica romana



ROMA — Era detenuto in regime di carcere duro, ma era riuscito a ottenere gli arresti domiciliari per motivi di salute. E tre settimane fa è fuggito dalla clinica di Roma dove era stato trasferito per effettuare alcuni accertamenti sanitari. È di nuovo latitante Roberto Pannunzi, 64 anni, definito il «re del narcotraffico» per la sua capacità di gestire l'acquisto di eroina e cocaina per conto della 'ndrangheta. Un mediatore di alto livello, utilizzato anche da Cosa Nostra quando si doveva trattare con il cartello dei colombiani di Medellin l'acquisizione di grosse partite di stupefacenti.


Una vecchia foto di Roberto Pannunzi, 64 anni
Vecchia foto di Roberto Pannunzi, 64 anni
Sei anni dopo essere stato catturato a Madrid dai poliziotti dello Sco, il servizio centrale operativo, è ufficialmente «irreperibile» e adesso bisognerà stabilire per quale motivo si sia deciso di attenuare le misure di detenzione nonostante fosse già stato condannato per reati gravissimi come l'associazione mafiosa e il traffico internazionale di droga. E dunque si dovrà verificare la regolarità delle procedure seguite. La decisione di applicare nei suoi confronti il 41 bis viene presa il 22 febbraio 2006. Nel curriculum criminale di Pannunzi ci sono i legami con la famiglia del boss calabrese Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu, e con le famiglie di Bagheria.

Sono i carabinieri del Ros a ricostruire per conto dei magistrati di Perugia i viaggi che ha organizzato dal Sudamerica per trasferire la cocaina in Europa a bordo di piccoli aerei da turismo. È stato condannato in due differenti processi a venti e a sedici anni, i giudici ritengono quindi necessario limitare al massimo i suoi possibili contatti con l'esterno. Del resto anche il figlio Alessandro — che con lui era stato catturato in Spagna nell'aprile del 2004 — ha dimostrato di essere perfettamente inserito negli ambienti della malavita organizzata. Il 6 luglio scorso il boss ottiene però gli arresti domiciliari e va in una clinica a Nemi, alle porte della capitale. «Cardiopatia ischemica postinfartuale» è la diagnosi che convince i giudici del tribunale di sorveglianza di Bologna — con il parere favorevole dei collegi che lo avevano ritenuto colpevole — a concedergli di lasciare la prigione.

Una decisione poi confermata dal tribunale di sorveglianza di Roma. Verdetti che vengono adesso definiti «anomali» dagli esperti di ordinamento penitenziario. Generalmente a chi si trova in regime di carcere duro si applica infatti l'articolo 11, che prevede il ricovero nei reparti specializzati del carcere e consente il trasferimento in strutture esterne soltanto «ove siano necessari cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti». Nel dicembre scorso Pannunzi entra in un'altra casa di cura della capitale, Villa Sandra.

La detenzione domiciliare non consente il piantonamento e così vengono disposti controlli saltuari delle forze dell'ordine. Il 15 marzo, durante la perlustrazione, si scopre che è scappato. La notizia viene tenuta riservata, si cerca di capire se possa aver trovato rifugio nelle vicinanze. In realtà a quasi un mese di distanza le sue tracce sembrano perse. E l'ipotesi più probabile è che sia fuggito all'estero, lì dove ha sempre goduto di appoggi e protezioni.


L'ascesa criminale di Pannunzi comincia trent'anni fa quando si allea con Gaetano Badalamenti. La polizia ritiene che sia stato lui a suggellare il patto tra la cosca Alberti e i narcotrafficanti marsigliesi convincendo il chimico Renè Bousquet a trasferirsi a Palermo e impiantare la prima raffineria di eroina. Un favore ai boss prima di trasferirsi in Colombia e lì avviare la gestione del mercato in collegamento con l'Italia. Il suo primo arresto, nel 1994, avviene proprio a Medellin. In quell'occasione cerca di corrompere i poliziotti offrendo loro un milione di dollari per convincerli a lasciarlo andar via. Lo trasferiscono in Italia, ma poi viene scarcerato per decorrenza termini. Riesce a sottrarsi a un nuovo ordine di cattura fino al 2004, quando torna dietro le sbarre. Ora è di nuovo in fuga.

Fiorenza Sarzanini
08 aprile 2010



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Cabina telefonica: è l'ultima chiamata

di Nino Materi

Sono 130mila e Telecom le smantellerà al ritmo di trentamila ogni anno.

Entro il 2015 saranno un ricordo.

Gli unici apparecchi anti-intercettazioni



 
E adesso chi lo dice a Clark Kent? Lui che, per trasformarsi in Superman, aveva sempre bisogno della cabina telefonica sotto casa. Dove si cambierà ora che l’arcaico box telefonico è stato condannato a morte? Ripiegherà su uno degli orribili «Wc chimici», moderni eredi degli antichi vespasiani in stile-lupanare? Siamo certi che Superman troverà la soluzione più pratica.

Ma anche chi non è un super eroe dovrà darsi una mossa: infatti alla Telecom (proprietaria delle cabine) è arrivato l’ok alla rottamazione delle cabine, ormai più rare dei panda; a decretarne la definitiva estinzione è stata l’Agcom, l'Authority per le comunicazioni. È la fine di un’epoca. Un’era - a dire il vero - già al crepuscolo da anni, considerato che l’ultima persona avvistata a chiamare da una cabina risaliva, più o meno, ai tempi della spedizione dei Mille... Oggi anche l’ultimo degli sfigati ha un telefonino e le decrepite cabine Telecom puzzano di vecchio come un Commodore 64 al cospetto dell’I-pad.
Via quindi alla, più che logica, eliminazione delle cabine superstiti? Macché.

L’Agcom - quantomai indecisa a tutto - ha escogitato infatti una procedura che sembra un monumento all’arzigogolo italico: «Sulle cabine destinate alla rimozione apparirà un cartello con la scritta: “Questo telefono sarà smontato tra 60 giorni”, ma i cittadini potranno chiedere, scrivendo all’Agcom, che la loro cabina venga salvata». Nello specifico il cartello indicherà un numero telefonico gratuito ed anche un'e-mail (cabinatelefonica@agcom.it). Un cittadino, un'associazione di quartiere, anche il Comune potranno usare questo numero o questa e-mail per chiedere che la cabina telefonica venga risparmiata e lasciata in attività. Nei successivi 2 mesi, il Garante valuterà se quel telefono ha ancora diritto di vivere perché utile o addirittura indispensabile. Ha un senso tutto ciò? Assolutamente no. Però fa tanto telefonically correct...
I telefoni pubblici rimasti in funzione in Italia, spiega Il Sole 24 Ore, sono 130 mila: saranno smantellati al ritmo di 30mila all'anno.

Quindi, entro 4-5 anni, resteranno un lontano ricordo per alcune generazioni di italiani. Soltanto 10 anni fa, quando la telefonia mobile era già lanciata ma non aveva ancora il mercato globale» di oggi, le cabine telefoniche in Italia erano ancora 300mila. Ma il loro destino già allora appariva segnato. Certo, le cabine italiane non avevano mai avuto il fascino di quelle londinesi, le tipiche phone box rosse, diventate un'icona britannica almeno quanto il Big Ben. Però, come le sorelle inglesi, sono ormai diventate inutili e il piano di dismissione, in Italia come in Gran Bretagna (dove sono diminuite nel numero ma non sono scomparse) è stato inevitabile. L'anno scorso, secondo gli stessi dati del Sole 24 Ore, nell'80 per cento delle postazioni pubbliche italiane (oggi più «leggere» e moderne delle cabine di un tempo) sono state effettuate in media 3 chiamate al giorno. Importante: i telefoni a moneta o scheda prepagata rimarranno nei luoghi di pubblica utilità come scuole, ospedali e caserme. Ai nostalgici del «gettone» non rimarrà che tornare tra i banchi, farsi ricoverare o tornare a fare la naia.




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Caro Gianfranco, io finiano ti dico che mi hai deluso»

di Redazione

Caro Fini, ti scrivo. Oggi finita la campagna elettorale posso farlo.

Scriverti prima avrebbe potuto nuocere, magari un nulla, ma nuocere, alla nostra coalizione dove tutti, tranne colui al quale sto scrivendo, abbiamo contribuito a trasportare il nostro personale mattoncino per la costruzione di un risultato. A 46 anni sono tanto giovane e vecchio da ricordarti in piazza nella mia Genova in veste di segretario del Fronte della Gioventù, o di segretario nazionale del Msi-Destra Nazionale, quindi, quando perdesti la segreteria in favore dellOn. Rauti, diventasti la opposizione interna di un partito di opposizione collocato al di fuori dell'arco costituzione.Un niente, o quasi.

Ma noi eravamo lì con te e per te.

Allora ti ricordiamo brillante, tagliente, preciso, un vero capo carismatico, giovane e sicuro di sé.
Mancava solo che l'Italia ti potesse conoscere, spesso il tuo nome di battesimo sui giornali di allora veniva scambiato per Massimo, quello di un altro Fini, il giornalista. Poi tangentopoli, la corsa a sindaco di Roma, mai una sconfitta fu così bella: tutta l' Italia, che per decenni ci aveva negato un microfono, per 15 giorni ti aveva scoperto ogni sera in un dibattito televisivo, le nostre idee e la tua grande eloquenza fecero il resto. Il resto è nato a tutti, Berlusconi, Il Msi-Dn che evolve in Alleanza nazionale, le vittorie e le sconfitte degli ultimi 15 anni.

Ma dentro di te è restata una sola idea fissa, la leadership, il comando del centro destra italiano, idea fissa che è diventata smodata ambizione. E ora ti senti pronto a tutto per arrivare in alto. Poi due anni fa cambi moglie, diventi di nuovo padre, ma, seppur sempre apprezzato da molti, non riesci a toglierti di torno il Grande Incomodo di Arcore sopra di te. Ecco dunque la santa alleanza col giornale-partito di repubblica, io ti riconosco leader morale della destra e tu mi corrodi dal dentro il Berlusca. Unico modo per concretizzare ciò è smarcare le tue idee dal Cavaliere.

Nei fatti lo fai.

Così si spiegano bene le tue… chiamiamole così, uscite dei mesi scorsi, cambi tutto e rovesci il tavolo: il tuo giudizio sul fascismo, le parole pesanti come macigni durante la visita in Israele, gli immigrati, la tua posizione sulla eutanasia, la centralità del Parlamento come stella polare, uno strisciante anticlericalismo, il perenne dire bianco se Berlusconi dice nero, fino a 10 giorni fa quando riesci a buttare giù perfino un totem intoccabile della destra italiana, il presidenzialismo. Molti di noi strabuzzano gli occhi quando vedono certi articoli e certi virgolettati: «Non può averlo detto Lui, non può essere vero!».

Hai dimenticato troppo velocemente chi sei, da dove vieni, chi ti ha permesso di percorrere quei sentieri, chi ti ha indicato la strada impervia, allora, della destra e ciò che non hai mantenuto, quando 20 anni fa ci parlavi per davvero del futuro, quello che, parole tue, sarebbe stato il «fascismo degli anni 2000».


Hai preso la nostra storia, la nostra fiamma, i nostri morti, le nostre idee, le nostre speranze, i nostri voti e le nostre migliaia di ore che abbiamo dedicato al Partito e le hai strappate come un giornale; hai ferito la nostra anima, hai buttato via decenni per una ambizione solo tua, non pensando minimamente alle decine di migliaia di persone del nostro mondo a te sconosciute, che non contavano nulla, ma ti apprezzavano, ti rispettavano e ti votavano. Te ne abbiamo perdonato mille, poi la maggior parte di noi, all'ennesimo e non richiesto distinguo sui nostri valori fondanti, ha pensato bene che l'unica soluzione fosse di mandarti a scopare il mare.

Ed io?


Io ho rischiato la mia vita per te e ora, permettimi, mi sento tradito.
Poi penso ai nostri morti e constato che ci sono famiglie che stanno peggio. Dentro. Penso a chi ti ha scelto, a chi ti ha formato, a colui che ci ha insegnato tutto e fortemente voluto in Italia una destra democratica veramente moderna: penso a Giorgio Almirante a quanto bene abbia seminato per tutta la sua vita con un unico grande errore, che forse tutti allora avremmo fatto, nel giudicare la tua persona, il tuo essere Uomo. 


Vero e degno di noi.

Chi l'avrebbe mai detto che il sottoscritto, finiano da sempre, potesse scrivere queste righe, versando senza vergogna delle lacrime sulla mia tastiera? 
Ma il tempo è vita e pure galantuomo.
Fortunatamente nel frattempo lentamente ed inesorabilmente Berlusconi riusciva a scavalcarti a destra, Bossi rinsaviva e la finiva di sparlare contro il sud. 

Ora la vera destra sono loro e tu, la tua Generazione Italia e il tuo manipolo di parlamentari pronto al ricatto (vedremo se anche al tradimento definitivo…) finito il tuo mandato di Onorevole Presidente della Camera dei Deputati, non sarai più di un misero1% e ti collocherai nello scenario politico italiano come un Pannella qualunque, sedicente di destra, con tante belle idee apprezzate dai giornali avversari, ma che, nei fatti, non conterà nulla.

Perché per far crescere le idee serve il consenso e il consenso della tua base, delle tue fondamenta, tu lo hai volutamente e sciaguratamente buttato via.
Quindi Fini ti saluto, ma ti ricordo e sottolineo in modo che sia estremamente chiaro, che non siamo noi a lasciare te, ma tu noi. E che non ammazzeremo il vitello grasso, come nella Parabola del Figliol Prodigo, se e quando un giorno alla fine del tuo periplo per te stesso alla ricerca di un potere che non troverai, vorresti ritornare da noi. 

Lascia pure la tua casa Fini, la lasci, ma gli Uomini e le Donne di destra, quelli che mai in vita loro hanno cambiato idea o bandiera, restano: restano le idee di sacralità della vita, di etica morale e cristiana, di Famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale, di Italia Patria, di merito, di rispetto, dove il multiculturalismo e in valtagabbanesimo non avranno mai spazio. E di ciò siamo orgogliosi.


Ciao Fini, ti ho scritto.
Ora sto meglio.


Ad maiora.



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Il biscotto più antico del mondo: 189 anni

La Stampa

Nancy Titman conserva il biscotto più antico del mondo.
Lei, 92 anni, lui 189. Appartenuto a Napoleone Bonaparte, è stato conservato con cura dalla famiglia della simpatica signora inglese.

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Asia denuncia Morgan: "E' un drogato pericoloso Toglietegli la paternità"

di Stefano Zurlo

L’attrice, che dal cantante ha avuto una figlia, lo trascina in tribunale: "Rappresenta una minaccia per la crescita e lo sviluppo della bambina"

 
Morgan è un padre indegno. E per questo la giustizia deve farlo uscire dalla vita della figlia, una bambina di neanche nove anni. Tecnicamente, si chiama decadenza dalla potestà genitoriale. È un atto d’accusa durissimo quello depositato al tribunale per i minorenni di Roma, ancor più scioccante perché a presentarlo è la madre della piccola, Asia Argento. L’attrice e il musicista avevano avuto una relazione, da cui nel 2001 era nata una bambina, poi i rapporti fra i due si sono progressivamente raffreddati, fino a diventare conflittuali. Ora, di quell’unione restano solo la figlia e il rancore misto a preoccupazione della madre. Asia Argento oggi è felicemente sposata col regista Michele Civetta ed è mamma di un altro bambino, ma si è convinta che Morgan, un personaggio pubblico e molto popolare, possa esercitare sulla primogenita un’influenza negativa.

E così elenca puntigliosamente ai giudici le sue presunte colpe. Morgan - ricorda la figlia del grande regista horror Dario - ha concesso recentemente un’intervista, «a dir poco sconvolgente», al mensile Max «in cui può ravvisarsi una vera e propria apologia del crack». In quella esternazione, che è costata a Morgan la partecipazione al festival di Sanremo, il cantante aveva detto: «La cocaina la uso quotidianamente ... prima di raggiungere il livello degli altri posso spararmi tutte le droghe che voglio. Posso bruciarmi il cervello a cuor leggero». Tutte frasi sottolineate in nero nel ricorso firmato dagli avvocati Raffaella Carugno Cuccia e Carlo Srubek Tomassy.
Ma questo è solo l’aspetto più spettacolare. Per Asia Argento Morgan è assolutamente inadeguato, anzi «inidoneo», su tutta la linea.

In sostanza, Morgan non vede mai, o quasi mai, la figlia, che da tre anni vive stabilmente con la madre. Non risponderebbe nemmeno alle telefonate e alle e-mail inviate dall’ex compagna per concordare «scuola, vacanze, sport». Nulla.
O poco più. Nel corso dell’anno scolastico 2007-2008, sempre secondo la madre, Morgan ha trascorso con la figlia solo due weekend in ottobre. Morgan, un padre assente, ha centellinato le visite alla piccola anche la scorsa estate. Dovevano trascorrere insieme le vacanze, in realtà lei «è stata praticamente sempre e solo con la nonna paterna». E a Natale, per completare un quadro sconfortante, padre e figlia «si sono incontrati per alcuni giorni e sempre per esclusiva iniziativa della mamma che ha accompagnata la bambina a Milano (anche in questa occasione provvedendo all’acquisto dei biglietti aerei)».

L’attrice non salva davvero nulla e affonda l’ex partner: Morgan stesso ha svelato di vivere con un giovane musicista che dorme nella stanza della bambina e anche questo aspetto dell’affettività di Morgan viene utilizzato dalla madre, implacabile, nel ricorso. Non solo, in casa le foto della bambina sono esposte fianco a fianco con il V canto della Divina Commedia, quello «dedicato ai viziosi e lussuriosi», stampato su pergamena. Altro che padre. Morgan, con i suoi comportamenti, «non può che rappresentare una elevatissima possibilità e pericolo di creare danni all’equilibrato sviluppo psicofisico della figlia». Insomma, è una mina vagante per la figlia, una minaccia alla sua educazione. E allora la madre, dopo aver rivendicato la «rinuncia a tutti gli impegni lavorativi all’estero» per stare vicino alla bambina, si decide al passo estremo: chiede «la decadenza» di Morgan dalla potestà genitoriale. Un provvedimento raro che colpisce il padre o la madre per colpe gravissime. Per esempio, quando violentano i figli.

Qualche settimana fa, con un precedente ricorso, la Argento aveva già ottenuto l’affidamento esclusivo della figlia e l’adeguamento dell’assegno versato dal padre per il suo mantenimento. Ma anche queste misure, evidentemente, non sono più ritenute sufficienti. E ora la mamma si assume la responsabilità di una guerra totale e si batte per far sparire il papà dalla vita della figlia. Anche se poi aggiunge: «Non si vuole certo sottrarre ala piccola il padre. Dovrà continuare a frequentarlo ma con delle garanzie». Asia Argento chiude la porta, ma lascia uno spiraglio aperto. In subordine, chiede che Morgan possa vedere la bambina «in incontri protetti, sotto la vigilanza della nonna materna ovvero di persona di fiducia della madre». Oggi la prima udienza. Morgan andrà in aula a difendere la propria onorabilità e i propri diritti di padre? La battaglia è appena cominciata.



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In Italia la benzina più cara d’Europa

Corriere della Sera


Al netto delle tasse soltanto in Danimarca pieno più costoso. Continuano i rialzi. Imposte incluse, il primato spetta all'Olanda, con un prezzo di 1,53 centesimi al litro.



ROMA



Si sono mosse in tre, ieri
, le compagnie petrolifere, per aumentare ancora i prezzi di benzina e gasolio nel nostro Paese. Intanto negli Usa l’amministrazione riferiva di un inatteso incremento delle riserve di petrolio, con questo interrompendo la tendenza al rialzo del prezzo al barile, sceso a 86 dollari. La Shell ha aumentato di 0,5 centesimi il prezzo di benzina e gasolio, la Tamoil ha ritoccato di 1,1 centesimi la prima e di un centesimo il secondo. La Total ha aggiunto 1,3 centesimi su entrambi. L’Agip è rimasta ferma a tre settimane fa, a 1,409 euro al litro sulla benzina e 1,236 euro sul gasolio, in netta controtendenza, come ha rilevato ieri il sito specializzato Staffetta Quotidiana.

Chi ci perde e chi ci guadagna tra queste compagnie? Di sicuro chi paga è l’utente: secondo gli ultimi dati forniti dal portale dell’energia dell’Ue, rilevati un mese fa, l’Italia, tra i 27 Paesi, è seconda solo alla Danimarca per il prezzo di un litro di benzina al netto delle tasse: 0,56 euro (l’8 marzo scorso), contro gli 0,57 danesi. La Germania si ferma a 0,49, la Francia a 0,51, la Gran Bretagna a 0,45 e la Spagna a 0,54. Dunque il problema non sono solo i balzelli, tra cui l’Iva, su cui il governo potrebbe intervenire con la sterilizzazione, affermazione del sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, cui peraltro manca ancora il conforto di una dichiarazione del titolare dell’Economia.

L’immobilismo del leader del mercato, l’Agip, e dunque del colosso pubblico Eni, viene letto da qualcuno come una mossa politica dettata dall’azionista, tesa a frenare la corsa al rialzo. Altri, più tecnicamente, ritengono che possa essere una strategia per conquistare ulteriori quote di mercato. Altri ancora, più semplicemente, fanno notare che Agip, in un caso o nell’altro, si dimostra in grado di reggere una tale politica commerciale, trattandosi prima di tutto di un produttore oltre che un distributore, ma anche di un soggetto che può avvantaggiarsi di una rete di self service che fa risparmiare.

Non è dunque impossibile ragionare su come si può contenere il prezzo del carburante. Ad esempio, si può rilevare l’esistenza di accise regionali, oltre quelle statali, che, in Campania, Liguria e Marche, rendono il pieno alla pompa ancora più esoso.

Antonella Baccaro
08 aprile 2010




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Il critico critica? Il giudice lo rovina: "3 milioni"

di Redazione

Giornalista e Messaggero condannati per "grave insulto al prestigio" dell'Accademia di Santa Cecilia. Compensi a ognuno degli 80 musicisti. Tutta colpa di un'intervista al direttore d'orchestra Swalisch uscita nel '96. Il critico punito per aver scritto: "Riflettere sulla frase del maestro"

 





Il critico critica? Va condannato senza se e senza ma a sborsare tre milioni di euro, in solido con il giornale che ha ospitato la sua critica. Il recordman del risarcimento danni a cui quest’oggi l’Associazione Stampa Romana dedicherà un happening molto atteso è un noto critico musicale, Alfredo Gasponi, condannato in primo e secondo grado per aver riportato sul quotidiano Il Messaggero, il 9 marzo del 1996, le parole del direttore d’orchestra tedesco Wolfgang Sawallisch che esprimeva il proprio disappunto per il fatto che l'Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, durante le prove, non si era dimostrata all'altezza della sua tradizione. 

In prima pagina l’articolo di Gasponi veniva «richiamato» in evidenza sotto un titolo che si faceva sicuramente leggere («A Santa Cecilia non sanno suonare») e che i giudici di Roma, più dell’articolo stesso, hanno reputato altamente lesivo dell’immagine e del decoro di tutti e 80 i professori dell’orchestra. Per questo motivo hanno deciso che il Messaggero dovesse sborsare 2 milioni e mezzo di euro, e Gasponi da solo quasi 500mila, a tutti i professori dell’orchestra di Santa Cecilia, anche se non citati - uno per uno - nell’articolo incriminato «per il grave insulto» - si legge nella sentenza d’appello - al prestigio dei musicisti di un’istituzione al massimo livello. 

Detta così sembra che il critico del Messaggero abbia davvero esagerato con le critiche. Ma se andiamo a rileggere gli atti processuali confluiti ora nel ricorso in Cassazione, proprio a partire dal pezzo incriminato scopriamo dell’altro. Nell’intervista al Messaggero il noto maestro della Filarmonica di Berlino (già direttore della Vienna Symphony, della Philadelphia Orchestra e di altre famosissime orchestre) nel motivare le sue critiche per una prestazione non felice rimarcava la presenza di troppi orchestrali «aggiunti», ovvero giovani musicisti provenienti dal Conservatorio che l’Accademia di Santa Cecilia era stata costretta ad «arruolare» a integrazione dei musicisti «stabili» per poter raggiungere il numero necessario di orchestrali. 

Sul punto, alla domanda dell’intervistatore del Messaggero («ci sono problemi?») Sawallisch rispondeva così: «Io spero che durante i prossimi concorsi per i posti fissi in orchestra si possano trovare nuovi elementi veramente all’altezza». Più avanti il maestro aggiungeva: «Guardando al futuro io credo che sia meglio lanciare un grido d’allarme e cercare di scoprire le cause di questa situazione. Amo molto quest’orchestra e per il suo bene penso sia giusto dire la verità». A commento di queste frasi, Gasponi chiosava: «Quelle del maestro sono parole su cui bisogna riflettere». 

Letto l’articolo, e soprattutto il «richiamo» in prima, gli ottanta professori d'orchestra dell’Accademia depositavano un atto di citazione contro il Messaggero, il suo allora direttore Giulio Anselmi e, appunto, il critico Gasponi. In soldoni lamentavano «l’umiliazione e il discredito» a seguito del «deplorevole costume giornalistico di stampare titoli sensazionali e scandalistici» nel più assoluto disprezzo verso la gloriosa istituzione musicale, corredando il tutto con «l’incredibile titolo» in prima pagina.

Come se non bastasse si faceva presente che il presidente-sovrintendente di Santa Cecilia aveva immediatamente diramato un comunicato dove si diceva che Sawallisch smentiva di aver mai detto che l’Orchestra di Santa Cecilia «non sapeva suonare». Il critico si diceva invece in possesso di una lettera autografa del maestro nella quale Sawallisch confermava invece che l’articolo era stato redatto correttamente e ribadiva: Gasponi «non ha travisato le mie parole e il mio pensiero e ha scritto la verità». Tant’è. In entrambi i gradi di giudizio il tribunale bastonava critico e quotidiano romano in special modo perché «deve rilevarsi la falsità del contenuto specifico del titolo e del sottotitolo».

Sul punto battagliavano i difensori degli imputati facendo presente che non si poteva ritenere «falso» l’articolo se non si permetteva l’ingresso nel processo della lettera di Sawallisch dove si ribadiva le perfetta fedeltà del contenuto dell’intervista pubblicata. Tre milioni di euro per un titolo di un pezzo sostanzialmente corretto sembrano, visti i precedenti in tema di querele, eccessivi. Per non dire dei cinquecentomila euro richiesti a Gasponi per un titolo su cui nemmeno ha messo mano. Tutto ciò senza polemiche e senza alcun intento denigratorio per la gloriosa istituzione dell’Accademia di Santa Cecilia in Roma (meglio specificarlo, non si sa mai).

[FIRMA-PIEDE]Massimo Malpica



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Le 5 stelle di Grillo? Ferie extra-lusso in Kenya

di Paola Setti

Il comico fustigatore si gode il relax a Malindi. Ma fu lui ad accusare la Casta: "I politici italiani stanno in spiaggia a champagne e aragoste". La sua presenza segnalata da un portale web ironico sulla "meritata settimana di vacanza"

 
La lista, quella che in nome dei suoi strali s’è presentata alle ultime Regionali meritandosi il «vaffa» del Pd perché «ci ha rovinati», l’ha lasciata a casa. Le cinque stelle invece se l’è portate appresso: destinazione Kenya, luxury resort Blu Key sulla spiaggia di Seversand, Malindi, «un’oasi di tranquillità» descrive il sito web, «venti grandi stanze e otto splendide ville private immerse in un lussureggiante giardino tropicale e affacciate sull’Oceano Indiano».

La notizia la dà il portale italiano in Kenya, non senza ironia sulla «meritata settimana di vacanza» del «fustigatore dei costumi degli italiani». Il quale adesso finalmente «potrà ricredersi: Malindi sa ospitare chiunque, senza preclusioni di “casta”».

Sì, perché proprio contro le vacanze della casta a Malindi Grillo si scagliò un paio d’anni fa, scrivendo sul suo blog: «I figli e gli eredi della prima Repubblica si scaldano, come lucertole al sole, nelle spiagge di Malindi. Bobo Craxi e Giovanna Melandri pasteggiano a champagne e aragoste. Forse li salverà la nostra aeronautica militare». Ce l’aveva col fatto che nel frattempo le etnie keniote si stavano «massacrando sotto gli occhi del mondo». 

Loro, i kenioti, evidentemente non gradirono il surplus di solidarietà, se oggi scrivono che la presenza del Savonarola della seconda Repubblica e del Terzo millennio dimostra che «Malindi si è ripulita da quell’immagine spesso distorta che negli anni passati la mostrava agli occhi di certa critica intellettuale e “contro” come un porto franco di vipparoli di serie B e personaggi poco raccomandabili o dalla dubbia moralità». Welcome in Africa, allora. Ornella Vanoni, Flavio Briatore e lui, Beppe Grillo. 

Il problema di attirarsi le «gnere», e cioè le pernacchie per dirla nel dialetto genovese del fu comico oggi politico per interposto candidato, è che Grillo ha fatto della sua immagine di moralizzatore dostoevskjiano la sua forza. 

«Predichi bene e razzoli male», lo accusarono un anno fa i blogger. Erano i tempi in cui Grillo prese casa in Svizzera. Quando uscì la notizia, lui precisò imbarazzato: «Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con beppegrillo.ch o beppegrillo.eu». I grillini lo coprirono di insulti all’urlo di: «Se mi oscurano, la compri anche a me la casa in Svizzera?». 

Tanto più che lui aveva subito messo le mani avanti: «Speravo che la notizia non si diffondesse. Non vorrei che venisse interpretata come una mossa codarda o che qualcuno cominciasse a dire che ho comprato la villa in Svizzera. Non è una fuga dalle tasse. L’eventuale trasferimento riguarderebbe solo il blog, non me». Excusatio non petita, accusatio manifesta, tuonarono i blogger. 

Non gliela fecero passare. Fecero notare che un dominio, che sia eu, com, ch o info, «lo puoi acquistare direttamente dall’Italia, senza bisogno di espatriare». E ci fu chi, potenza dell’allievo che supera il maestro, si prese pure la briga di andare a verificare che il dominio www.beppegrillo.it «non è intestato a Giuseppe Grillo, ma a un certo Emanuele Bottaro», ergo: «Se il discorso del comico avesse una valenza logica, a espatriare doveva essere il dottor Bottaro», come scrisse il blogger Gabriele Mastellarini a Marco Travaglio.

Senza contare che c’era stata, è vero, una proposta bavaglio, l’aveva presentata il Pd che avrebbe voluto imporre ai siti che fanno informazione la registrazione al Roc, il Registro operatori della comunicazione. «È la fine della Rete, traslocherò in uno Stato democratico», aveva tuonato lui. Peccato che proprio nei giorni dell’espatrio, invece, quella riforma fosse stata affossata dal Pdl, il partito del «regime» contro cui Grillo spara un giorno sì e l’altro pure, che invece di aiutarlo a fare i bagagli escluse ogni obbligo per i blog. 

Niente da fare, «è una legge fottiblogger» decretò senza neppure averla letta. Welcome in Svizzera. Mina, Rita Pavone, Lele Mora e lui, Beppe Grillo. E mica sotto il gasometro di Oberhausen nella Ruhr era andato, no. Già che c’era, Beppe scelse quello che lui stesso definì «un angolino tranquillo e sicuro, un posto carino», con vista sul lago di Lugano. 

Dalle bufale all’Emmental. Al «Pilau» keniota, magari degustato sulla spiaggia «di sabbia bianca finissima riservata agli ospiti dell’hotel» con moglie e figli. «Ieri una giornata a base di mare al Paparemo Beach di Watamu, dove, accompagnato dall’amica Tania Missoni, ha goduto della splendida baia di Watamu. Nei prossimi giorni, invece, magari ci scappa anche un safari» si legge su malindikenya.net.

«Cooomodooo eeeh? Fustigare la casta e poi andarci in vacanza» direbbe Piero Ricca il «molestatore» dei potenti. Ma lui con Grillo non vuole più avere a che fare. Tempo fa lo accusò di averlo fatto lavorare da precario e poi licenziato. Grillo smentì, rinfacciandogli di cercare solo visibilità. Da che pulpito.




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Fuoco amico sul Papa

Il Tempo

La linea dura di Ratzinger non piace alla Curia. Continua la campagna del New York Times ma l'impressione è che nel mirino non ci sia il Santo Padre, ma la sua idea di pontificato.


L'ultimo attacco del New York Times è un editoriale di Maureen Dowd, penna della sinistra liberal americana, già vincitrice di un Pulitzer. Che, in un commento intitolato «Il momento di Giuda per la Chiesa», lascia la parola, provocatoriamente, a suo fratello Kevin Dowd. E l'articolo è tutto un celebrare il Concilio, che però non ha cambiato la norma del celibato, la più «sorpassata e obsoleta», che ha portato a «persone confuse sessualmente, che possono danneggiare la vita dei nostri figli».

Si tratta di un attacco che tocca solo di striscio la vicenda della pedofilia della Chiesa, e passa ad accusare una linea di pontificato. Partire dagli attacchi sulla morale per arrivare a criticare un intero Papato: se c'è una strategia nei casi di pedofilia, è questa. Un'escalation con la quale si è cercato in tutti i modi di tirare dentro lo stesso Papa: prima con i casi del coro della diocesi di Ratisbona, per anni diretti da suo fratello Georg, poi con il caso Hullerman a Monaco, infine chiamandolo direttamente in causa per il suo lavoro a capo della Congregazione per la Dottrina per la Fede.

I fatti hanno dimostrato che Benedetto XVI non solo non era coinvolto, ma che è stato quello che più di tutti ha cercato di arginare il fenomeno. Rimanendo, per questo, sempre arginato all'interno della Curia.

Voci non confermate parlano di una gola profonda vicina (o addirittura interna) all'ex Sant'Uffizio, che avrebbe passato al New York Times le carte del procedimento su Lawrence Murphy, come vendetta per una mancata nomina a vescovo. L'editoriale della Dowd ora sembra alzare il tiro, per attaccare un'idea di pontificato, più che il Papa. Viene pubblicato il giorno in cui si viene a sapere del primo caso norvegese di pedofilia: Georg Mueller, vescovo di Trondheim, si è dimesso a maggio del 2009 dopo che erano state formalizzate verso di lui delle accuse di abusi per quanto riguarda il periodo in cui era ancora sacerdote.

La vittima avrebbe ricevuto tra le 400mila e le 500mila corone come risarcimento. Una notizia che giunge sul sito della tv norvegese, e che prontamente trova il riscontro «ufficiale» di padre Federico Lombardi, presidente della Sala Stampa Vaticana: «Nel maggio 2009 il vescovo presentò le dimissioni, che vennero tempestivamente accettate dal Santo Padre, e in giugno lasciò la Diocesi.

Si sottopose a un periodo di terapia e non svolge più attività pastorale. Dal punto di vista delle leggi civili il caso era prescritto. La vittima, oggi maggiorenne, ha finora sempre chiesto di rimanere anonima». La replica fa il paio con le dichiarazioni dal Sudafrica di Buti Thlagale, vescovo di Johannesburg. Questi ha denunciato che nemmeno la Chiesa cattolica africana è «esente dagli scandali».

Dichiarazioni che dicono di una strategia: rispondere subito, prevenire e agire, sul solco della linea della tolleranza zero tracciata dallo stesso Ratzinger da quando era prefetto all'ex Sant'Uffizio, e sempre in qualche modo osteggiata. Ad esempio nel caso di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, che già aveva subito una visita apostolica negli Anni Cinquanta, e che era stato accusato più volte di abusi sessuali, nonché di tossicodipendenza. Maciel fu sospeso a divinis solo nel 2006, e solo recentissimamente i Legionari sono stati portati a chiedere perdono alle vittime degli abusi del loro fondatore.

La Chiesa oggi fa quadrato. Ma basta una ricerca di archivio per rendersi conto che, sin dall'inizio del pontificato, Benedetto XVI è stato lui stesso vittima di una serie di resistenze «passive»: discorsi che tardavano ad essere pubblicati e tradotti male, macchina comunicativa insufficiente, addirittura voci riguardo l'andamento del Conclave, tutte sfavorevoli all'attuale Papa. A chi dà fastidio Ratzinger? Panorama ha parlato di una «lobby omosessuale» che si regge sul «ricatto reciproco». Una lobby - si dice timidamente in ambienti vaticani - che non sarebbe stata per niente soddisfatta di uno dei primissimi provvedimenti di Ratzinger Papa.

L'Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica del 4 novembre 2005, che conteneva questa norma: «La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». Lungi dal voler essere omofoba, l'istruzione era intesa anche come un primo argine al problema pedofilia. Che, come ha riconosciuto lo stesso Benedetto XVI, nasce nei seminari.

Andrea Gagliarducci
08/04/2010




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Due milioni di cristiani in viaggio per la Sindone

Il Tempo


La fede più forte delle polemiche contro la Chiesa.
L'Ostensione della reliquia avverrà a Torino dal 10 aprile al 23 maggio.
Benedetto XVI incontrerà i giovani.



In questo momento, poco importa l'annoso dibattito se la Sindone sia vera o falsa, se la Chiesa abbia ufficialmente o meno preso posizione su quel telo che da secoli è venerato come la riproduzione fedele del corpo di Cristo deposto. E importano ancora meno i complotti contro (o pro) la Chiesa, le manovre di potere della Curia vaticana, la credibilità o meno del clero.

Perché 2 milioni di fedeli pronti a muoversi per andare a vedere la sindone a Torino raccontano la storia di una fede differente, una fede che travalica le questioni di potere e va al cuore del problema: cercare di entrare in relazione con Dio, contemplare il mistero, e tornare arricchiti dalla contemplazione, per viverlo nella vita di ogni giorno. Non è solo il «fenomeno» Sindone a testimoniarlo: l'arrivo delle spoglie di Bernadette Soubirous a Roma, in occasione della Giornata Mondiale del Malato a febbraio, ha mosso una folla numerosa. Che, nonostante il freddo e la pioggia di quella giornata, ha partecipato numerosa alla fiaccolata da Castel Sant'Angelo a Piazza San Pietro.
L'Ostensione della Sindone – che avverrà dal 10 aprile al 23 maggio – non è, dunque, il primo appuntamento religioso di una certa rilevanza che si svolge in Italia quest'anno.

Ma questo non scoraggia l'afflusso dei fedeli. Cosa rappresenti la Sindone per un cristiano è ben rappresentato dalle parole di ben tre Papi. Paolo VI: «Io guardo quel Volto e tutte le volte che lo guardo il cuore mi dice: è Lui. È il Signore»; Giovanni Paolo II: «È una reliquia insolita e misteriosa... singolarissimo testimone della Pasqua, della Passione, della Morte e della Risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente»; Benedetto XVI: «Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine.

La Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l'autentica, estrema bellezza: la bellezza dell'amore che arriva sino alla fine e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza».

Di fronte a tanta devozione popolare, il cardinale Poletto, arcivescovo di Torino, ci ha tenuto a spiegare che «la nostra fede non si fonda sulla Sindone, bensì sui Vangeli. Ma ciò che colpisce e commuove i cuori davanti alla Sindone è il constatare che in quel misterioso lino c'è un'immagine di un uomo crocifisso, che corrisponde con una precisione di particolari impressionante al Gesù sofferente e crocifisso descritto dai Vangeli». Ma ha voluto anche precisare che «l'Ostensione della Sindone non è un fatto di turismo religioso, ma è un'iniziativa spirituale, pastorale».

Un'iniziativa nella quale si inseriscono pellegrini «speciali». Come i Cavalieri della Sindone, che attraverseranno a cavallo le Alpi ripercorrendo il percorso da Chambery a Torino. Lo stesso che fecero i Cavalieri di Emanule Filiberto di Savoia, che trasportarono il telo fino a Torino per abbreviare il viaggio di San Carlo Borromeo, desideroso di venerare la reliquia. Eppure la storia della Sindone è controversa, fatta di opinioni discordanti sulle date e sui luoghi, di prove tecniche e scientifiche per dimostrarne o confutarne l'autenticità.

Nel corso degli anni sono stati tanti gli studiosi che hanno avanzato numerose teorie e altrettanti sono stati quelli che hanno cercato di demolirle. Come spesso accade in situazioni del genere il mondo scientifico si divide e allo stesso modo quello dei fedeli. In effetti, la Chiesa Cattolica non si è espressa sull'autenticità della Sindone lasciando alla scienza la facoltà di verificarla. Tuttavia ha autorizzato ai fedeli il culto come reliquia o icona, ossia raffigurazione artistica, della Passione di Gesù.
Fu Papa Giulio II nel 1506 ad autorizzarne il culto.

Nonostante le diatribe degli studiosi, o proprio grazie a quelle, la voglia di venerare – o anche solo vedere da vicino – il telo è sempre altissima. Anche Benedetto XVI andrà a Torino per l'Ostensione della Sindone: la visita ci sarà il 2 maggio, e prevede una Santa Messa, una meditazione, ma anche una visita serale ai malati del Cottolengo e un incontro con i giovani. Sempre a maggio il Papa andrà a Fatima, nel santuario mariano tanto caro a Wojtyla e al centro di un pellegrinaggio vivo e incessante. Il Papa è consapevole dell'importanza della devozione, che va al di sopra del «chiacchiericcio». Non c'è crisi per la ricerca di Dio. Forse la crisi è soprattutto in chi questa ricerca la racconta. E, nel farlo, mette da parte proprio Dio.

Andrea Gagliarducci
08/04/2010




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