domenica 11 aprile 2010

Polonia, la vignetta di Staino su l'Unità "Chi troppo, chi niente" Piovono le polemiche

Quotidianonet

Il Pdl all'attacco contro il quotidiano l'Unità. Gasparri: "Vergognosa offesa alle vittime". Cicchitto: "Ignobile". Capezzone: "C'è da rimanere allibiti". La replica dell'autore: "Basta leggere con attenzione per capire che il dolore rimane"



Roma, 11 aprile 2010


Il Pdl alza la voce contro il quotidiano l’Unità per la vignetta di Staino pubblicata oggi a pagina 3 in cui compare lo storico personaggio della matita del fumettista toscano - Bobo - che si rivolge alla figlia dicendole: “Novantasei membri del governo polacco spariti in un colpo”. E la piccola replica: “La solita storia, a chi troppo e a chi niente”.

Per il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, si tratta di “una vergognosa offesa alle vittime della tragedia aerea che ha decimato il vertice della Polonia. Pur di augurare la morte a Berlusconi e al governo italiano, il giornale della De Gregorio ha toccato punte di aberrazione indefinibili. Il cinismo e l’odio spinti alle estreme conseguenze, oltretutto a spese dei cittadini. L’Unità si vergogni per quanto pubblicato, soprattutto con la Polonia. Le tragedie vanno rispettate. Non usate per le campagne di odio condotte da gente priva ormai del lume della ragione. Pubblicare infamie simili è infatti segno di follia”.

All’indignazione di Gasparri si associa anche il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che commenta: “La vignetta a pagina tre dell’Unità di oggi è concepita secondo la tradizione della casa, cioè è ignobile. La cosa più incredibile è che spesso l’Unità s’impanca a dare anche lezioni di politicamente corretto”.

Non manca il commento del portavoce del partito, Daniele Capezzone: “Non solo si ride sui 96 morti polacchi, ma ci si duole perché non è ancora successo altrettanto qui da noi. C’è da rimanere allibiti dinanzi a una simile caduta di gusto. Quando l’odio contro Berlusconi raggiunge questi livelli, non ci sono neppure parole adeguate per commentare. C’è solo da augurarsi che Staino stesso e la direttrice de L’Unità De Gregorio vogliano scusarsi, e che anche tanti uomini e donne di sinistra facciano sentire il loro sconcerto”.

LA RIPOSTA DELL'AUTORE

"Le parole di sdegno sulla mia vignetta mi sembrano dichiarazioni di persone abituate a cogliere queste occasioni per ribadire che la sinistra è ‘cinica'. Basterebbe rileggerla con attenzione per capire che il dolore rimane, scappa solo un leggero sorriso che è poi quello della satira". Così Sergio Staino replica alle polemiche.

"Quello che mi meraviglia di più - aggiunge - è Capezzone perché quando era radicale era uno uno dei più sfegatati ammiratori soprattutto sulle vignette con D’Alema e Veltroni protagonisti. Non sono alle prime armi della satira, non volevo offendere, ho chiesto anche a mia moglie se poteva offendere. La battuta si brucia su quel ‘troppo' che è un riconoscimento del’enormità della tragedia".




Powered by ScribeFire.

Pedofilia, militanti atei: «Arrestate il Pontefice»

Il Secolo xix

Ad attendere Papa Benedetto XVI, quando si recherà in visita in Gran Bretagna tra il 16 e 19 settembre, potrebbe esserci un mandato di arresto per «crimini contro l’umanità». Richard Dawkins e Christopher Hitchens, intellettuali e militanti del movimento ateo britannico, hanno infatti chiesto ad alcuni esperti di diritti umani di preparare un’accusa formale e richiedere l’incriminazione del Pontefice sulla base del presunto “insabbiamento” architettato per coprire le responsabilità della Chiesa Cattolica nello scandalo degli abusi sessuali ai danni di minori.

Mossa che, per quanto improbabile, è contemplata dall’ordinamento giuridico britannico. «Stiamo parlando di una persona - ha tuonato Dawkins al Sunday Times - il cui primo impulso, quando i suoi preti vengono pizzicati con le braghe calate, è quello di coprire lo scandalo e condannare la giovane vittima al silenzio».

«Quest’uomo - gli ha fatto eco Hitchens - non è né al di sopra né al di fuori della legge. L’insabbiamento istituzionalizzato di abusi ai danni di minori è un crimine contemplato in ogni ordinamento e non prevede cerimonie private di penitenza o risarcimenti pagati dalla Chiesa ma giustizia e sentenze». La coppia di provocatori crede di poter sfruttare il medesimo principio usato per arrestare il dittatore cileno Augusto Pinochet durante la sua visita del 1998. Inoltre, dicono, Benedetto XVI non sarà in grado di avvalersi dell’immunità diplomatica poiché, nonostante la sua visita sia catalogata come visita di Stato, il Pontefice guida un Paese non riconosciuto dalle Nazioni Unite. Geoffrey Robertson e Mark Stephens, i legali incaricati di preparare il caso, credono dal canto loro di poter chiedere alla Procura di sua Maestà di procedere penalmente contro il Papa, lanciare un’azione civile o deferire il suo caso al tribunale Internazionale.

«Gli estremi per un’azione legale contro il Papa ci sono tutti», ha spiegato Stephens. «Il modo in cui si è comportata la Chiesa Cattolica si configura come un crimine contro l’umanità».

«Sia io che Geoffrey - ha proseguito - siamo giunti alla conclusione che il Vaticano non può essere considerato uno Stato dal punto di vista del diritto internazionale. Non è infatti riconosciuto dall’Onu, non ha frontiere controllate da autorità di polizia e le sue relazioni esterne non sono di natura interamente diplomatica».

Per quanto le dichiarazioni di Richard Dawkins e Christopher Hitchens possano suonare come una `sparata´, in Gran Bretagna esistono precedenti illustri di questo tipo. L’anno passato, infatti, attivisti pro-palestinesi erano riusciti a ottenere l’emissione di un mandato di arresto ai danni dell’israeliana Tzipi Livni sulla base di sospetti crimini commessi durante il conflitto a Gaza del 2008-2009.





Powered by ScribeFire.

Gli afghani: «Confessano i tre italiani» Ma Emergency: parole non credibili

Corriere della Sera



La notizia diramata dal quotidiano britannico Times. Il ministro Frattini: è ancora da verificare 




MILANO

I tre italiani arrestati dalla polizia afghana nella provincia di Helmand avrebbero «confessato» il proprio ruolo nel complotto per assassinare il governatore Gulab Mangal. Lo hanno riferito funzionari afghani al quotidiano britannico Times. «Tutti e 9 gli arrestati hanno confessato», ha detto il portavoce del governatore di Helmand, Daoud Ahmadi: «Erano accusati di avere legami con Al Qaeda e i terroristi. Hanno riconosciuto il proprio crimine.

Hanno detto che c'era un piano per compiere attentati suicidi negli affollati bazar, il compound del governatore Gulab Mangal, che volevano uccidere». Anche l'agenzia Ansa ha detto di avere ricevuto conferme da autorità provinciali afghane su ammissioni da parte degli italiani fermati. Ma per il ministro degli esteri Franco Frattini «l'eventuale confessione dei tre è da verificare, noi aspettiamo il risultato delle indagini. Vi sono dei fatti, sono state trovate armi molto periocolose nell'ospedale gestito da Emergency. Quindi noi tutti vogliamo conoscere la verità, in fretta».

«ARMI NELLE SCATOLE DI FARMACI» - «Nel corso delle perquisizioni abbiamo trovato esplosivi, comprese delle granate, cinture esplosive ed armi nascoste nelle scatole delle medicine», ha aggiunto il portavoce, precisando che gli esplosivi «sono stati introdotti in Helmand camuffati da rifornimenti medicali». Secondo Ahmadi, «i fermati avevano legami con la Shura Quetta talebana, il consiglio ribelle in esilio in Pakistan e sono stati »pagati 500 mila dollari per compiere l'attacco». «L'intelligence ha controllato l'ospedale per oltre un mese», ha aggiunto. Il piano dei fermati era quello di «compiere attacchi suicidi nei bazar e poi attendere la visita del governatore ai feriti per ucciderlo».

«PAROLE NON CREDIBILI» - La notizia non ha ancora trovato conferme ufficiali da parte italiana. Dal canto sui Emergency, che già aveva preso le difese dei suoi operatori e puntato il dito contro il governo afghano che non vede di buon occhio il ruolo super partes dei medici impegnati nel territorio di guerra, ha fatto sapere che le dichiarazioni del portavoce del governatore di Helmand «non hanno alcuna credibilità», esattamente «come le cose dette ieri». «Quello che ci dicono dall'Afghanistan dopo aver visto i nostri medici - aggiunge il portavoce, Maso Notarianni - è che le cose stanno in tutt'altro modo.

E le stesse dichiarazioni del ministro dell'Interno afghano confermano le nostre tesi». «È una bufala - dicono ancora a Emergency -. A noi non risulta niente di tutto ciò che è stato scritto. Siamo fermi alle notizie che questa mattina ci ha fornito l'ambasciatore italiano in Afghanistan». Dall' associazione è stato inoltre fatto notare che, anche a causa del fuso orario, a quest'ora è impossibile avere ulteriori notizie.

LA VISITA DELL'AMBASCIATORE - I tre connazionali, in ogni caso, stanno bene. L'ambasciatore italiano a Kabul Claudio Glaentzer, secondo quanto si apprende da fonti della Farnesina, li ha infatti incontrati domenica mattina e li ha trovati «in buone condizioni». L'infermiere Matteo Dell'Aira (coordinatore medico), il chirurgo d'urgenza Marco Garatti, veterano dell'Afghanistan e il tecnico della logistica Pagani, secondo quanto si è appreso, sono ancora in stato di fermo dopo che una perquisizione nell'ospedale di Emergency ha portato al ritrovamento di armi ed esplosivo I tre italiani al momento si trovano in una struttura dei servizi di sicurezza afghani dove sono stati interrogati.

MANIFESTAZIONE CONTRO EMERGENCY - Intanto centinaia di persone hanno intanto manifestato oggi davanti all'aspedale di Emergency a Lashkar Gah, chiedendone a viva voce la chiusura. Lo hanno riferito fonti giornalistiche locali. Le organizzazioni tribali della provincia hanno organizzato una dimostrazione ostile all'attività dell'associazione. «La gente ha chiesto a gran voce la chiusura dell'ospedale - ha detto un giornalista che ha seguito la protesta - sostenendo che con la sua attività Emergency aiuta i talebani e costituisce un pericolo per la sicurezza della provincia».

Redazione online
11 aprile 2010



Powered by ScribeFire.

Pedofilia, gli ebrei Usa: la Cei condanni le frasi antisemite

di Redazione

Il Comitato Ebraico Americano ha chiesto ai vescovi italiani di condannare immediatamente le dichiarazioni "antisemitiche" rilasciate dal vescovo emerito di Grosseto, monsignor Giacomo Babini, al sito cattolico Pontifex. 


Ecco chi c'è dietro agli attacchi a Ratzinger


Il Comitato Ebraico Americano, in un comunicato ufficiale diffuso a New York, ha chiesto ai vescovi italiani di condannare immediatamente le dichiarazioni "antisemitiche" rilasciate dal vescovo emerito di Grosseto, monsignor Giacomo Babini, al sito cattolico Pontifex. Secondo quanto riferito dalla nota dell'organizzazione ebraica, il presule avrebbe accusato i sionisti di aver organizzato la campagna mediatica contro il Papa sullo scandalo della pedofilia, avrebbe rilanciato l'idea del "deicidio" compiuto dagli ebrei e li avrebbe accusati di aver strangolato con l'usura la Germania, provocando la reazione nazista.

"Chiediamo alla Conferenza episcopale italiana di condannare categoricamente questi calunniosi stereotipi, che tristemente richiamano la peggiore propaganda nazista e cristiana prima della Seconda guerra mondiale", si legge in una nota firmata dal rabbino David Rosen, direttore internazionale per gli affari religiosi del Comitato ebraico americano (AJC). "L'alto livello della fiducia reciproca e della solidarietà che lega le nostre due comunità oggi richiede che ci sia tolleranza zero verso tali dichiarazioni diffamatorie da parte di rappresentanti religiosi", aggiunge il rabbino. La rappresentante dell' Ajc a Roma ha trasmesso la richiesta dell'Organizzazione alla Cei.

Una prima reazione, informa il comunicato degli ebrei americani, è venuta dal mons.Vincenzo Paglia, già presidente della commissione per il dialogo e l'ecumenismo. "Queste osservazioni - ha detto il vescovo di Terni - sono totalmente contrarie alla linea ufficiale e al pensiero dominante della chiesa cattolica". 



Powered by ScribeFire.

Orrore in provincia di Frosinone Sciolse nell'acido un dipendente che gli rubava il carburante

Quotidianonet


Una fine orribile quella toccata a un romeno di 42 anni, il cui omicidio è stato scoperto dopo due anni di indagini. Il poveretto, nella notte fra il 12 e il 13 maggio del 2007 venne accusato di aver rubato qualche litro di gasolio quindi selvaggiamente picchiato, gli è stato mozzato un orecchio, e poi sciolto nell’acido


Frosinone, 10 aprile 2010




È stato ucciso e sciolto nell’acido per aver rubato qualche litro di gasolio dai camion dell’azienda nella quale lavorava in nero. Una fine orribile quella toccata a un romeno di 42 anni, il cui omicidio è stato scoperto dopo due anni di indagini da parte della squadra mobile di Fronsinone e dei carabinieri del reparto operativo provinciale. Il poveretto dipendente di un’azienda che è specializzata nel parcheggio di automezzi, nella notte fra il 12 e il 13 maggio del 2007 venne accusato dal titolare, questa mattina arrestato, di aver rubato qualche litro di gasolio da uno dei camion parcheggiati.

Il romeno dapprima è stato selvaggiamente picchiato, gli è stato mozzato un orecchio e poi è stato sciolto nell’acido. Un fatto cruento che è venuto alla luce solo grazie alle precise indagini portate avanti dal personale della squa

Collegamenti con clan locali, complicità di persone "esperte". Su questo filone irpino sta lavorando ora la squadra mobile di Avellino per far luce sull’omicidio di un 42enne rumeno, Ivan Misu, dipenente di un imprenditore di Pago Vallo Lauro arrestato oggi per ordine del gip del tribunale di Frosinone. Il rumeno sarebbe stato bloccato nel comune a confine tra il nolano e l’avellinese, prima seviziato, poi ucciso e infine sciolto nell’acido.

Un’operazione particolamente complessa che il 50enne titolare di un autoparcheggio a Piedimonte San Germano non avrebbe potuto compiere da solo. Gli inquirenti non escludono, anche per le modalità con cui è stato compiuto il delitto, che l’imprenditore si sia rivolto ai clan che controllano il Vallo di Lauro. Ivan Misu, nel maggio 2007 è stato sequestrato e trasferito a Pago Vallo Lauro, dove poi è stato ucciso.

La ricostruzione degli ultimi spostamenti, secondo la squadra mobile della questura di Frosinone, porta in Irpinia. Il 42enne rumeno sarebbe stato ucciso per aver rubato gasolio dalle auto parcheggiate nella rimessa dove lavorava. Sua sorella si rivolse alla polizia per denunciare la scomparsa. E in tre anni di indagini, gli agenti della mobile sono giunti all’imprenditore 50enne, proprietario di alcuni terreni a Pago Vallo Lauro.

Attulamente sono in corso sopralluoghi nelle campagne del comune irpino per ritrovare tracce utili a chiarire le circostante della morte di Misu ed eventuali collegamenti con la criminalità locale. L’imprenditore, trasferitosi anni fa in provincia di Frosinone, in passato era stato indagato per aver minacciato e sparano alcuni colpi di pistola contro un altro suo dipendente rumeno, anch’egli sospettato di aver rubato gasolio. Si trova ora recluso nel carcere di Avellino dove sarà interrogato nei prossimi giorni.

agi




Powered by ScribeFire.

American Express, la carta canta

Il Tempo

Ecco il documento di Bankitalia: non rispetta le norme su riciclaggio, usura e trasparenza.

Nel mirino la succursale italiana. Addebitati interessi superiori al tasso soglia.


Una carta di credito American Express

Carenze rispetto alla normativa di contrasto al riciclaggio e alla normativa sulla trasparenza e contro l'usura. Non solo. Applicazione ai clienti di interessi superiori al tasso soglia. Sono queste le contestazioni fatte dalla Banca d'Italia all'American Express Service Europe e che hanno portato l'Istituto di via Nazionale a disporre la sospensione dell'emissione di carte di credito della società in Italia. Uno stop che scatterà dal 12 aprile e «potrà essere rimosso - afferma Bankitalia nella disposizione - solo quando siano state definitivamente sanate le irregolarità e le violazioni rilevate».

Ma vediamo nel dettaglio le irregolarità rilevate da Bankitalia. Nel documento del servizio dell'«Area vigilanza bancaria e Finanziaria» che Il Tempo ha preso in visione, si legge che via Nazionale ha «riscontrato la mancata verifica e registrazione della clientela da parte dell'intermediario finanziario, nonchè l'utilizzo di nominativi di comodo».

I controlli dell'Istituto di Draghi, sono stati effettuati su diversi fronti: gli organi aziendali, l'organizzazione e i controlli interni, l'usura, l'antiriciclaggio, la trasparenza e le segnalazioni. Bankitalia rileva che «l'esercizio delle funzioni di supervisione strategica e di gestione è risultato carente». In particolare l'organizzazione interna e le strutture di controllo «si sono rivelate del tutto inadeguate» a prevenire o rilevare «il mancato rispetto della normativa in materia di usura, antiriciclaggio e trasparenza».

La mancanza di controlli adeguati ha avuto una conseguenza, rileva Bankitalia, soprattutto sulle carte revolving (quelle carte di credito che consentono di rimborsare a rate il saldo di fine mese). Spesso è stato superato il tasso soglia nei casi di inadempimento contrattuale. Infatti dal momento che sono stati applicati interessi di mora sull'intero capitale, i clienti hanno avuto interessi superiori al tasso soglia nei casi di inadempimento contrattuale.

Per quanto riguarda il tema dell'antiriciclaggio, nel documento si legge che «sono state riscontrate diffuse irregolarità per l'indentificazione dei clienti che operano con banche insediate in paesi non equivalenti». Carenze sono emerse, dice via Nazionale, anche per l'indentificazione dei titolari di carte supplementari e aziendali, cioè «non sono state acquisite le copie dei documenti di riconoscimento degli utilizzatori di tali carte».

Anche nella trasparenza l'American Express Service Europe, non si rivela all'altezza per l'istituto di Draghi. Dal documento emerge che ci sono «diffuse anomalie per gli adempimenti in materia di pubblicità e di comunicazione ai clienti». E questo dipende «dalla inadeguata verifica della contrattualistica e delle prassi operative». Di qui l'elenco delle carenze: dalla mancanza nell'estratto conto dell'indicazione della data valuta delle spese effettuate e del prospetto a scalare, all'assenza del limite di affidamento e dei tassi di cambio. A fronte di questo scenario Bankitalia ha chiesto all'American Express Service Europe di predisporre un piano di interventi per mettersi in regola.

Laura Della Pasqua
11/04/2010




Powered by ScribeFire.

Dal latte al parapetto

La Stampa

YOANI SANCHEZ
Con la fuga in massa degli investitori stranieri, gli scaffali dei negozi mostrano la consistenza effettiva delle nostre finanze. Mia madre mi chiama presto per avvertirmi che in un mercato lontano si può trovare la carta igienica; dice che devo fare in fretta perché si è già sparsa la voce e presto finirà. Esco guardando a destra e a sinistra come un ventilatore, per vedere di trovare qualche tipo di succo da mettere nella tazza di Teo per colazione. Ma la mancanza di rifornimenti è notevole e sono scomparsi dai negozi i contenitori in tetrapack marca Río Zaza, vecchia impresa mista oggi in primo piano per un episodio di corruzione. Il mercato nero è andato in tilt, perché non è un segreto per nessuno che si alimenta delle risorse sottratte alle fabbriche e dei furti durante il trasporto delle mercanzie verso i punti vendita.

Persino i più pazienti impresari stranieri, come lo spagnolo che amministrava l’azienda Vima, hanno fatto le valige e sono tornati a casa. Il consorzio tra la profumeria Suchel e il capitale iberico portato da Camacho si sta estinguendo e le mie amiche sfoggiano capelli bianchi vista l’assenza di tinture. I tempi in cui il paese prima comprava e dopo pagava sono finiti. Adesso abbiamo così tanti debiti che non è facile attirare investimenti e prendere fiato. Gli effetti della crisi si sentono con forza nella vita quotidiana, perché un pezzo di sapone costa il trenta per cento in più di appena un anno fa.

Le donne di casa si grattano la testa davanti alla padella, mentre gridano che il salario scorre via come l’acqua dopo averlo riscosso a fine mese. Non è facile neppure per chi è aiutato da rimesse estere e per gli ingegnosi commercianti del mercato informale. Pochi ricordano quel discorso pronunciato tre anni fa a Camagüey da Raúl Castro che prospettava la possibilità di ottenere un bicchiere di latte per ogni cubano. Al contrario, le parole che ha detto la scorsa domenica hanno evocato trincee, parapetti e immagini apocalittiche di un’Isola sprofondata nel mare. Rincorrendo gli sfuggenti alimenti, abbiamo avuto poco tempo per riflettere sul discorso pronunciato nel Palazzo delle Convenzioni, ma le sue minacce catastrofiche pesano su di noi come macigni. Interpretate in senso letterale, fanno presagire che ci aspetta una fossa umida circondata da sacchi di rena e un fucile per sparare a un ipotetico nemico, mentre l’ultimo colpo dobbiamo usarlo contro di noi. Nel frattempo, il Generale se ne starà ben saldo al suo posto per verificare - a debita distanza - che porteremo a termine l’ordine di compiere il sacrificio finale.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




Powered by ScribeFire.

Gino Strada va all'attacco: "Rapiti dal governo Karzai

Quotidianonet

Sulla vicenda dei tre volontari italiani in manette in Afghanistan interviene il fondatore: "Guerra contro un ospedale, e il governo è sostenuto anche dal nostro Paese".
L'ambasciatore italiano a Kabul: "Stanno bene"

Video

Roma, 11 aprile 2010 - "Questo episodio rappresenta una guerra preventiva nei confronti di Emergency": così Gino Strada ha commentato gli arresti dei tre operatori italiani di Emergency eseguiti ieri in Afghanistan, nel corso di una conferenza stampa a Milano. "Questa guerra viene fatta per togliere di mezzo testimoni scomodi come noi, prima che venga iniziata un’altra offensiva nel Paese da parte delle forze Nato".

 Gino Strada ha ricordato che in questi anni sono stati curati oltre 60mila pazienti e ha sottolineato, però, come: "A molti feriti sia stato negato il diritto di essere curati e queste azioni sono contrarie al diritto internazionale".

E ancora, Gino Strada equipara l’arresto dei medici a un rapimento: "È incredibile - ha detto -, si tratta di rapimento. Quando qualcuno viene arrestato ci sono comunicazioni ufficiali, viene dato all’arrestato il diritto di vedere un avvocato e vengono mosse accuse specifiche. In questo caso c’è stato un prelevamento di persone, come nella peggiore tradizione terroristica". Strada ha inoltre sottolineato come questa operazione sia stata condotta dal governo di Karzai che, "è sostenuto dalla Coalizione e quindi anche dal nostro governo".

Inoltre Strada insinua il dubbio che le forze italiane in Afghanistan potessero essere a conoscenza degli arresti dei medici di Emergency. Al cronista che gli ha chiesto se visto che l’operazione è stata condotta dall’Isaf, gli italiani ne fossero a conoscenza, Strada ha risposto: "Chiedetelo alla Difesa".

E poi: "Sarebbe utile che anche gli italiani facessero sentire la loro voce", è l'appello del fondatore di Emergency. La situazione che lui stesso definisce ‘grottesca' e che ha portato ad accuse "incredibili nei confronti dei tre nostri connazionali".

CECILIA STRADA - Cecilia Strada, presidente di Emegency, durante la conferenza ha ricordato i momenti dell’arresto. "Alle 11,30 di ieri ora italiana le forze dei servizi segreti afgani sono entrate nell’ospedale e hanno portato via i tre operatori italiani e altri sei dipendenti dell’ospedale di Emegency - ha detto la Presidente - poi nel pomeriggio ad uno dei telefoni degli arrestati ha risposto un soldato britannico che ci ha detto che i tre stavano bene ma non potevano parlare".

A confermare che negli arresti sono coinvolti anche soldati inglesi un video diffuso ieri che mostra gli operatori italiani prelevati da due soldati con la divisa militare britannica.  

LA VISITA DELL'AMBASCIATORE - Intanto l’ambasciatore d’Italia a Kabul Caludio Glaentzer ha incontrato i 3 medici di Emergency arrestati e li ha trovati in buona salute. Secondo le fonti i medici si trovano attualmente presso strutture del ministero degli Interni, gli accertamenti sono ancora in corso.

L’ambasciatore ha ricevuto dalle autorità afghane, sottolineano ancora dalla Farnesina, precise rassicurazioni sul fatto che le indagini verranno condotte nel modo più rapido e rigoroso possibile.
L’ambasciatore è in contatto con la Ong italiana. E lo ministro degli Esteri Franco Frattini segue con grande attenzione gli sviluppi della vicenda anche attraverso contatti diretti con le massime autorità a Kabul.

LA MOGLIE DI UN ARRESTATO -  "Ho parlato con Paola, è preoccupata e allo stesso tempo incredula. L’ho incoraggiata dicendole anche che l’amministrazione comunale e la città sono a loro completa disposizione per contribuire, per quel poco che possiamo fare, a cercare di risolvere questa vicenda". Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto San Giovanni, intervistato da ‘sestonotizie.it’, quotidiano on line della città da cui è partito Matteo Dell’Aira, uno dei tre italiani di Emergency, arrestati in Afghanistan, racconta così il colloquio avuto con Paola Ballardin, compagna di Matteo e mamma della loro figlia di cinque anni. Anche Paola è attivamente impegnata nell’organizzazione Emergency.

"Conosco personalmente e da molto tempo la famiglia Ballardin - aggiunge il sindaco Oldrini a ‘sestonotizie.it’ - e so con quanta passione e impegno hanno vissuto e vivono la ‘causa-Emergency’, alla quale sono legati anche da un vincolo famigliare con la compianta Teresa Sarti Strada".

"Non voglio entrare nel merito dell’accaduto - conclude Oldrini -, ma posso dire di conoscere bene quello che un’organizzazione umanitaria come Emergency ha fatto in Afghanistan e nel resto del mondo. Francamente accostarla ad attività terroristiche mi sembra davvero incredibile".

CHI SONO I TRE MEDICI - Ecco le generalità complete dei tre volontari di Emergency:

Marco Garatti, chirurgo, nato a Brescia il 16 aprile 1961. Dal 1999 collabora con Emergency e dal 2009 ad oggi ricopre il ruolo di coordinatore di progetto.
- Matteo Dell’Aira, infermiere, nato a Milano l’1 settembre 1969. Dal 2000 lavora con Emergency e dal febbraio 2010 e’ responsabile medico del centro di Laskhar Gah.
- Matteo Pagani Gauzzugli Bonaiuti, nato a Roma il 12 novembre 1981. Dal novembre 2009 collabora con Emergency in qualita’ di responsabile logistico amministrativo dell’ospedale Laskhar Gah.





Powered by ScribeFire.

Morto il figlio di Donatella Papi, la donna che ha sposato Angelo Izzo

Corriere della Sera


La minicar di Jacopo Fanfani (nipote di Amintore) è uscita di strada.
La madre: «Si faccia l'autopsia»



ROMA


Jacopo Fanfani, di 17 anni - nipote di Amintore e figlio di Donatella Papi, la donna che recentemente ha sposato in carcere Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo - è morto la scorsa notte in un incidente stradale avvenuto nella capitale. Secondo quanto si è appreso, il giovane si trovava, intorno alle tre di notte, a bordo di una minicar sull'Olimpica di Roma, all'altezza del Foro Italico, quando improvvisamente la piccola auto si è ribaltata ed è uscita di strada. Il giovane è morto durante il trasporto in ospedale.




LA MADRE: «SACRIFICIO PER LA PATRIA» - Donatella Papi ha chiesto che sia fatta l'autopsia sul cadavere del figlio Jacopo. «La morte di mio figlio - ha detto la donna - è un sacrificio per la patria. Da anni eravamo sotto ricatti e pressioni. Proprio ieri ho consegnato alla polizia postale una denuncia per gravi minacce e rischi per la mia persona, per mio marito e per i miei familiari. Ho chiesto, in relazione alla morte di mio figlio, che siano eseguite l'autopsia ed indagini rigorose».

Redazione online
11 aprile 2010



Powered by ScribeFire.

Gino Strada: «Rapiti dal governo Karzai Cominciata la guerra contro l'ospedale»

Corriere della Sera
Il fondatore di Emergency: vogliono togliere di mezzo un testimone prima di dare il via all'offensiva militare

MILANO

«I nostri medici sono stati rapiti dalla polizia del governo Karzai, quel governo difeso dalla coalizione internazionale della quale fa parte anche l'Italia». Sono durissime le accuse di Gino Strada, fondatore di Emergency, che ha tenuto una conferenza stampa a Milano sull'arresto dei tre operatori dell'organizzazione umanitaria in Afghanistan. «Si tratta di un'aggressione grottesca e ingiustificata che non trova una spiegazione razionale - ha ribadito -. Le accuse mosse al nostro personale sono approssimative e grottesche».

RAPIMENTO - Strada equipara l'arresto dei tre operatori a un rapimento: «È incredibile, si tratta di rapimento. Quando qualcuno viene arrestato ci sono comunicazioni ufficiali, viene dato all'arrestato il diritto di vedere un avvocato e vengono mosse accuse specifiche. In questo caso c'è stato un prelevamento di persone, come nella peggiore tradizione terroristica».

GUERRA A OSPEDALE - «È iniziata una guerra preventiva per togliere di mezzo un testimone scomodo prima di dare il via a un'offensiva militare in quelle regioni - afferma Strada -. È scattata una guerra a un ospedale: la cosa non mi sorprende perché la logica della guerra è diversa dalla nostra. Nella guerra un ospedale è qualche cosa di strano e di anomalo perché cura e cerca di salvare le vite invece di distruggerle».

TRATTATI - Il fondatore di Emergency ha quindi spiegato che in Afghanistan sono state eseguite in questi anni 60mila visite ambulatoriali e ci sono stati 10mila ricoveri: «Abbiamo curato feriti grazie al rispetto delle convenzioni internazionali. Fino a poco tempo fa i trattati venivano rispettati. Anche quando c'era il regime filo-sovietico, i mujaddin, che oggi sarebbero chiamati ribelli, venivano portati in ospedale, curati e riaccompagnati da dove erano venuti. Oggi tutto questo non è possibile. Dopo i bombardamenti non è stato neppure possibile aprire un corridoio umanitario».

Redazione online
11 aprile 2010



Powered by ScribeFire.

Allarme banconote false In arrivo i bancomat «sicuri»

Corriere della Sera



Direttiva della Bce: le banche dovranno attivarli entro la fine dell’anno. Allarme banconote false In arrivo i bancomat «sicuri». Dopo le denunce per prelievi di denaro contraffatto



ROMA— Le statistiche ufficiali non ne tengono conto. «Non sono casi frequenti» rispondono in Banca d’Italia e in Abi. Certamente è così rispetto al fenomeno più generale delle frodi, ma da qualche mese in giro per l’Italia sono riprese le segnalazioni di banconote false ritirate col Bancomat o col Postamat, assieme ad altro contante.

Un correntista di Sanremo, qualche giorno fa, ha presentato addirittura una denuncia ai carabinieri per aver ricevuto dall’Atm delle Poste un biglietto di 20 euro risultato poi di provenienza illecita. E sono numerose le lamentele che circolano sulla rete o si ascoltano direttamente in casa o in ufficio di persone incappate in un prelievo con sorpresa di banconota falsa da 50 euro o più spesso da 20 euro.

Un po’ come successe nel ’99, prima dell’ingresso dell’euro, con l’allarme per le 50 e 100 mila lire taroccate. E comunque è difficile dimostrare che il falso proviene da un prelievo automatico. Anche perché il malcapitato se ne accorge in genere solo successivamente, magari al momento in cui va a spendere il biglietto e viene bloccato dal negoziante. Qualcuno cerca di rifilarlo ad un altro più disattento, qualcuno si arrende al danno subito.

Non c’è molto da fare del resto per difendersi: chi si ritrova in mano un biglietto contraffatto deve, per legge, consegnarlo in banca o alla Posta o alle filiali della Banca d’Italia, ma senza ottenerne uno autentico in cambio. Presto però perlomeno il rischio Bancomat o Postamat sarà eliminato: entrerà infatti in vigore a fine anno l’obbligo per tutte le banche e tutti gli uffici postali di attrezzarsi contro i falsi. Di dotarsi cioè, se ancora non è stato fatto, delle apparecchiature per riconoscere le banconote non autentiche o anche deteriorate.

Lo dice la direttiva, o meglio il «Quadro di riferimento per l’identificazione dei falsi e la selezione dei biglietti non più idonei alla circolazione da parte delle banche e di tutte le categorie professionali che operano con il contante » approvato dalla Bce, la Banca centrale europea, già nel dicembre del 2004. La scadenza, prevista per tutti i paesi dell’euro entro il 2007, è stata però prolungata entro fine 2009 per la Francia ed entro la fine del 2010 per l’Italia con Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo. Nel frattempo sarà bene stare attenti, anche se Bankitalia ha invitato le banche ad utilizzare per i Bancomat banconote nuove.

Ma quali sono i biglietti più a rischio di contraffazione? Da due anni ormai, a livello generale, la star dei falsari è il biglietto da 20 euro che ha sbalzato dal primo posto quello da 50 euro. Nel 2009 i 20 euro falsi recuperati sono stati 100.802, più del 62% del totale, mentre i biglietti da 50 e da 100 tolti dalla circolazione sono stati pari rispettivamente a 30.579 e 30.097. I tagli da 20, 50 e 100 euro rappresentano quindi da soli il 99% delle preferenze dei falsari in Italia, come nel resto di Eurolandia dove in totale sono stati riconosciute false 860 mila banconote (163.420 in Italia).

Il rapporto statistico del Ministero dell’Economia, relativo ai dati del primo semestre del 2009, entra ancora più nel dettaglio segnalando che Lecce è la provincia nella quale è stato rinvenuto il maggior numero di banconote false, seguita da Roma e Milano. E che fatti tutti i calcoli, considerato il numero della popolazione e il valore complessivo dei soldi taroccati, il fenomeno della falsificazione dell’euro costa ad ogni cittadino 6 centesimi di euro. Ed ancora, si riscontra una banconota o una moneta contraffatta ogni 632 persone.




Stefania Tamburello
11 aprile 2010



Powered by ScribeFire.

Londra, il primo "suicidio politico" su Twitter della campagna elettorale

Corriere della Sera



MacLennan ha scritto di voler mangiare banane coltivate da schiavi e definito gli anziani gente scampata alla bara





LONDRA - Il primo suicidio politico via Twitter delle elezioni britanniche è già avvenuto. Appena quattro giorni dopo l'annuncio ufficiale del voto, fissato per il 6 maggio, la campagna elettorale di Stuart MacLennan, candidato del partito laburista per la circoscrizione di Moray in Scozia, si è conclusa con la sospensione dal partito.

Sul suo account, seguito tra gli altri dalla moglie del premier Sarah Brown e da diversi ministri, il politico 24enne ha scritto sarcasticamente di voler mangiare «banane coltivate da schiavi» (prendeva di mira il commercio equo e solidale dicendo che quelle organiche fanno schifo), ha definito gli anziani gente che cerca di «scampare alla bara», ha descritto due signore incontrate sul treno come «un vecchio scarpone» e «una vacca egoista che si è presa tutto lo spazio per le gambe».

Non mancavano gli insulti ai politici di altri partiti e del proprio: «cretino» il leader Tory David Cameron, «bastardo» il leader liberaldemocratico Nick Clegg, «una f... cretina» la deputata laburista Diane Abbott. Se l’è presa persino con l’industria di whisky scozzese che dà lavoro a migliaia di persone - suoi potenziali elettori. «Il Johnnie Walker Red Label è talmente schifoso che non possono venderlo in Scozia».

OCCASIONI PER LE GAFFE - La storia è esplosa su Twitter venerdì e dopo poche ore MacLennan è stato sospeso dal partito e dalle elezioni (e non è più su Twitter). In vista del voto moltissimi candidati si sono registrati sul sito di micro-blogging: il che significa che si moltiplicano le occasioni per fare gaffe.

Dei laburisti, già da mesi, la più visibile è Sarah Brown (criticata per i tweet soporiferi)­ - l’account informale del marito (usato comunque per comunicazioni formali e non commenti personali) è stato sostituito da un account ufficiale. Tra i liberaldemocratici, c’è il leader Nick Clegg (seppure a scrivere sia, in effetti, il suo consulente per il web).

Quanto ai conservatori, il leader Tory David Cameron ha snobbato il social network («Troppi tweet, fanno un twat» - cioè un idiota - ha detto in passato), però c’è il suo capo della comunicazione e poi diversi candidati. Dei tre principali partiti, è di quello conservatore che si parla di più sul social network, secondo il sito Tweetlection.co.uk che monitora giornalmente i messaggi per contenuti: in media oltre 7mila tweet al giorno sui conservatori contro i 5mila sui laburisti e i 1.700 circa sui liberaldemocratici.

I laburisti comunque sono in testa per le gaffe. Un'altra l'ha fatta un paio di giorni fa l’ex vicepremier John Prescott, ri-twittando un link a una pubblicità dei Tory contro il Labour e invitando a cliccarci sopra per «svuotare le casse dei Tory» (perché ogni click costa ai Tory 50 pences). Accusato di frode dal blogger, Prescott ha cancellato il link.

LA REAZIONE DI BROWN - I politici dell’opposizione hanno accusato il Labour, dicendo che gli insulti del candidato sono specchio «della campagna disperata e sporca» dell’intero partito. Ha detto Cameron: «Questi tweet sono stati mandati ad altre persone nel governo, perché non hanno fatto qualcosa in proposito?».

Un episodio assai imbarazzante per Gordon Brown, che ha definito "inaccettabili" i commenti del candidato scozzese. Chi lo difende osserva che alcuni dei commenti e insulti pubblicati su Twitter risalgono a un anno fa, quando era uno studente; altri però sono freschi del mese scorso. Si è conquistato anche qualche fan: perché "parla come fa la gente su internet" e "assicura molte LOL" (cioè laughing out loud, risate fragorose).

Ma altri osservano che forse l’approccio da comico non sia la strategia migliore per vincere un seggio già quasi impossibile (il Labour era al terzo posto). Lui si è scusato: «Sono stato molto stupido e ho giustamente pagato un prezzo alto.

Mi dispiace». L’Evening Standard gli riconosce però una cosa: le capacità profetiche. In uno dei suoi ultimi tweet, martedì, MacLennan aveva scritto «Ian Dale (un blogger politico, ndr) dice che le gaffe più grosse verranno probabilmente fatte dai candidati su Twitter - quante probabilità ci sono che capiti a me?».

Viviana Mazza
10 aprile 2010(ultima modifica: 11 aprile 2010)



Powered by ScribeFire.

Sbugiardato lo scoop che aveva reso famoso Travaglio

di Antonio Selvatici

Marco Travaglio tace. Non ha ancora risposto alle critiche che il mensile Libero Reporter ha pubblicato con grande evidenza. Le accuse sono penetranti e fastidiose: l’ospite fisso della trasmissione televisiva Annozero su dell'Utri avrebbe raccontato e scritto fatti non corrispondenti alla verità

 
Marco Travaglio tace. Non ha ancora risposto alle critiche che il mensile Libero Reporter ha pubblicato con grande evidenza. Le accuse sono penetranti e fastidiose: l’ospite fisso della trasmissione televisiva Annozero avrebbe raccontato e scritto fatti non corrispondenti alla verità. I soggetti della ricostruzione non corretta, anzi, «falsa» come scrive il mensile, sono il senatore Marcello Dell’Utri, e indirettamente Silvio Berlusconi. Il tema della dissertazione è noto e rientra nel teorema travagliano: Dell’Utri e il suo datore di lavoro sono in qualche modo entrambi legati alla mafia siciliana. Senza dimenticare il tramite: il defunto stalliere Vittorio Mangano.

L’ESORDIO

Travaglio divenne famoso la sera del 14 marzo 2001 quando su Rai2, vale a dire alla vigilia delle elezioni politiche, fu ospitato da Satyricon, programma condotto dal comico Daniele Luttazzi. L’autore del libro L’odore dei soldi, scritto insieme a Elio Veltri, narrò ai telespettatori anche i rapporti tra Dell’Utri e Mangano, quest’ultimo per un breve periodo aveva lavorato come giardiniere e uomo tutto fare nella villa di Arcore. Il giornalista, futura spalla di Michele Santoro, nel libro che stava presentando riportava il testo di un’intervista dove il senatore, rivolgendosi a Mangano, avrebbe parlato di «cavalli da mandare in un albergo». Ma chi manda un cavallo in un albergo? Anomalia spiegata dalla probabile consuetudine in uso tra malavitosi che quando usano il termine «cavalli» in realtà intendono partite di droga. La conclusione appare evidente: quelli di Arcore sembravano essere dediti anche al commercio di stupefacenti. Com’è prevedibile la puntata suscitò un putiferio.

LA FONTE

Travaglio per formulare il suo teorema usa una famosa intervista. Quella che il giudice Paolo Borsellino rilasciò pochi mesi prima di essere assassinato (era il pomeriggio del 21 maggio 1992) a due giornalisti francesi, Fabrizio Calvi (pseudonimo di Jean-Claude Zagdoun) e il regista Jean-Pierre Moscardo. Il magistrato rispose con pacatezza alle domande incalzanti dei giornalisti. L’inchiesta dei due francesi non è mai stata mandata in onda: evidentemente non era così sensazionale. Della famosa intervista vi sono due versioni: la prima corrisponde al «girato», vale a dire la registrazione completa senza tagli.

La seconda versione, molto più breve della prima, è quella «montata», cioè tagliata non si sa ancora se da un tecnico o dagli stessi autori. La tragica scomparsa dell’intervistato ha lasciato campo libero a interpretazioni e a tagli. Il 21 settembre 2000, il canale d’informazione satellitare Rainews 24 manda in onda la parte montata dell’intervista al compianto Borsellino. L’iniziativa fa alzare un sopracciglio anche all’ex giornalista del Manifesto, Guido Ruotolo, che sul quotidiano la Stampa evidenzia alcune anomalie nella versione montata del filmato. È dunque la trascrizione del filmato messo in onda da Rainews 24 che Veltri e Travaglio riportano nel loro libro L’odore dei soldi. Si scatena un altro putiferio.

LA MENZOGNA

Ciò che alla fine emerge è che quanto raccontato da una fonte attendibile e rispettabile come il giudice Borsellino non può che far pensare che i soggetti siano i protagonisti di loschi traffici: la prova è la telefonata tra il senatore Dell’Utri e «lo stalliere» Mangano che in codice parlano di «cavalli da mandare in un albergo» trattandosi in realtà di droga. Così non è. La ricostruzione non è vera. Ed è lo stesso Veltri a prendere le distanze dall’ipotesi. È tutto scritto in una mail che il coautore dell’Odore dei soldi ha inviato a Gabriele Paradisi, il curatore dell’articolo pubblicato su Libero Reporter: Mangano «a proposito dei cavalli, come sostiene Paolo Borsellino, parlava con un esponente degli Inzerillo e non con Dell’Utri».

Dunque la famosa telefonata dei «cavalli da mandare in un albergo» su cui sono stati costruiti tanti teoremi, con Dell’Utri non ha niente a che fare. Veltri evidenzia anche che Borsellino «alle domande dei due giornalisti francesi che con insistenza cercano di fargli pronunciare i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, si sottrae, dicendo che non conosce i fatti». Certamente fare apparire il fondatore di Forza Italia al posto di un membro della famiglia Inzerillo è stato un gioco di prestigio che ha permesso la diffusione di manipolazioni.




Powered by ScribeFire.

Gerry Scotti: "La Rai ce l’ha con me, sono il pericolo pubblico"

La Stampa

«Quanti colpi bassi nei miei confronti»



LUCA DONDONI

Gerry Scotti, per lei non c’è pace neanche di lunedì. Parte su Canale 5 con Italia’s got talent e la Rai controprogramma spostando dal mercoledì L’isola dei famosi della Ventura.
«Sono talmente abituato a questi colpi bassi che quando mi hanno comunicato lo spostamento dell’Isola ho continuato tranquillamente a giocare a pallone con mio figlio. Mi auguro soltanto che in Rai non giochino sporco come hanno fatto con Ballando con le stelle che era in competizione con Io canto: pur di vincere la serata, toglievano degli interi blocchi pubblicitari. Noi siamo una tivù commerciale e non potremmo mai fare una cosa simile».

La Rai è aggressiva nei suoi confronti perché lei è uno degli ostacoli più difficili da superare. «Sì, ma c’è modo e modo».

È preoccupato per la concorrenza della Ventura? «Simona ha una sua cifra come conduttrice, la stimo e l’apprezzo».

Come si trova con i suoi colleghi giudici Maria De Filippi e Rudi Zerbi? «Con Maria volevamo fare esattamente quello che vedrete in tivù, ma già stiamo progettando dei miglioramenti. Rudi è una brava persona che inizio a conoscere adesso. Mi sembra appassionato, con idee che spesso si scontrano con le mie o con quelle di Maria. Ma questo fa parte dei ruoli».

Quindi niente cambiamenti importanti in corsa?
«Se volessi fare un cambiamento cercherei di tirar fuori di più la parte reality di questo talent-show. Sarebbe bello far vedere le vite private dei partecipanti, capire perché si mettono in gioco. Qui non siamo alla Corrida e assisterete a delle esibizioni incredibili».

Nella puntata pilota di Italia’s got talent lei si è emozionato fino al pianto. Idem durante una serata di Io canto per l’esibizione di un bambino. L’età l’ha ammorbidita?
«Farò una confessione: Io canto mi ha cambiato la vita professionale. Non finirò mai di ringraziare chi mi ha convinto a condurre quella trasmissione perché, se fino a qualche tempo prima la gente mi fermava per strada e attaccava con il tormentone “Gerry, l’accendiamo?” o cose di questo genere, adesso mi fermano e dicono: Gerry, l’altra sera lei mi ha fatto piangere per l’emozione».

Nei corridoi di Cologno dicono che Piersilvio Berlusconi sia stato il primo fan di Io canto e che con la fidanzata Silvia Toffanin non si sia perso una puntata
. «Vero. Come è vero che prima di Pasqua sono uscito a pranzo con lui. Mi ha testimoniato una stima enorme sia per il lavoro che faccio in azienda sia per i risultati di Io canto».

Avete parlato anche di novità per il futuro? «Lo facciamo sempre. Questa volta però sembra prendere piede un’idea alla quale tengo tanto».

Non ci lasci sulle spine... «Vorrei reinventarmi, fare una pausa da quiz e giochi. Mi piacerebbe presentare un talk show preserale che mi permetta di tirare fuori la mia verve, il Gerry che la gente ama di più. Il maestro sul predellino o seduto su uno sgabello a far domande è solo uno dei miei volti. Ho dimostrato di sapere fare molto altro e lo farò».

Quindi niente fiction per ora? «Continuano a propormele, ma ora non è il momento».

C’è già una data, un periodo dell’anno per il talk show? «Ho già detto troppo».

Al Gran Premio della tv è stato confermato l’incarico a Carlo Conti per il prossimo Sanremo. Sappiamo che era in lizza anche lei. C’è rimasto male? «Carlo è un amico e gli ho promesso che se mi inviterà sarò in prima fila all’Ariston ad applaudirlo, ma sarà dura. La Rai ha delle strane paure nei miei confronti, al punto da non avermi invitato a Sanremo per la consegna del Gran Premio della tv, nonostante fossi nella terzina dei personaggi dell’anno assieme a Bonolis e Conti. L’ho considerato uno sgarbo. Ho l’impressione che di cattiverie in Rai me ne abbiano fatte tante, questa è solo l’ultima. Capisco che per loro io sia un pericolo pubblico, ma dire che non mi hanno invitato perché non conoscevano l’indirizzo di casa per inviarmi il biglietto fa solo ridere, se non tristezza. Ecco, lo scriva: con me si sono comportati tristemente».




Powered by ScribeFire.

Il Sacro Lino è diventato grigio"

La Stampa

Stupore e sorpresa per la «freddezza» del colore. Nel pomeriggio è stata modificata l'illuminazione





I commenti sono arrivati a fine mattinata, man mano che i primi visitatori hanno avuto la possibilità di entrare in Cattedrale e di fermarsi ad osservare la Sindone illuminata dai nuovi proiettori super-tecnologici con intensità di luce variabile ed adattabile a tutte le esigenze. Questi commenti dicevano: la Sindone ha perso il suo caratteristico colore tendente al giallo, è grigia. Qualcuno l’ha persino definita «Sindone in bianco e nero» per quella sorta di «freddezza» che la avvolgeva, molto in contrasto con la tradizionale colorazione che la gente è stata abituata a vedere nelle fotografie più aggiornate, sui manifesti, ma anche durante l’ostensione del 2000.

In effetti l’impressione che alcuni hanno avuto corrispondeva alla realtà. Una realtà che però è stata prontamente corretta nel primo pomeriggio per far sì che durante la solenne messa inaugurale presieduta dal cardinale Poletto e concelebrata dai vescovi del Piemonte la Sindone ritornasse nella sua «giusta luce».

Il professor Nello Balossino, vice-presidente del Centro internazionale di Sindonologia e docente di Elaborazione d’immagini alla Facoltà di Scienze, in serata l’ha confermato. «Sono stati chiamati i tecnici - ha spiegato - che hanno modificato le modalità di illuminazione. Questo “inconveniente” è stato determinato dal fatto che prima dell’avvio del pellegrinaggio erano accese anche le luci dell’arcata vicina. Queste rendevano più calda l’illuminazione della teca. Quando poi sono arrivati i pellegrini la Sindone ha dovuto essere immersa nella semioscurità, le luci sono state spente e sono rimasti i nuovi proiettori tarati sulle precedenti condizioni».

Questa ostensione, dunque, ha registrato il primo giorno una curiosità: un «prima» e un «dopo» che in qualche (lieve) misura si potranno percepire nelle immagini girate e nelle fotografie scattate. In realtà, l’illuminazione della teca nei dieci anni trascorsi dall’ostensione del 2000 ha fatto passi da gigante. Tanto che grazie alle tecnologie modernissime con cui è stata realizzata, il Telo non viene danneggiato neppure con lunghe esposizioni. Come ha spiegato nei giorni scorsi l’ingegner Paolo Soardo, autore dell’illuminazione nel 1998 e nel 2000, «i proiettori non emettono radiazioni ultraviolette».



Powered by ScribeFire.

Volevo spretarmi: anche a me chiese di pazientare"

La Stampa

«Proprio Ratzinger intervenne per sbloccare la prassi»
GIACOMO GALEAZZI

Non è per un caso isolato se al sacerdote pedofilo Stephen Kiesle non è stata concessa nel 1985 dall’ex Sant’Uffizio la dispensa dal sacerdozio. La legge non scritta introdotta in Vaticano ai tempi del pontificato di Karol Wojtyla (convinto che Paolo VI avesse concesso troppe dispense ai sacerdoti) era che bisognasse dire di no a tutti quelli che chiedevano di abbandonare l’abito talare. Nella prassi di Curia non faceva differenza che il motivo della richiesta fossero gli abusi sessuali o il desiderio di sposarsi. La risposta era sempre rinviata a scadenza indeterminata. E ciò è allarmante perché rinviare la decisione di dispensare un pedofilo dal sacerdozio significava e significa esporre la Chiesa e la società al pericolo della reiterazione di un gravissimo reato.

A testimoniare come funzionavano all’epoca le cose in Vaticano è la storia del teologo Gianni Gennari, firma storica del quotidiano della Cei, «Avvenire», che da sacerdote della diocesi di Roma per un anno e mezzo attese invano una risposta. Finché (per essere dispensato dal sacerdozio e sposarsi) non gli fu consigliato dal cardinale vicario Poletti di rivolgersi alla Dottrina della fede. Alla porta chiusa in faccia e al diniego della burocrazia dell’ex Sant’Uffizio, all’epoca saldamente in mano a uomini dell’Opus Dei, Gennari non si rassegnò e si rivolse (stavolta direttamente) al prefetto Ratzinger.

«Torno a Lei per manifestarle il mio sconcerto- scrive Gennari al cardinale Ratzinger il 3 febbraio 1984-.Sono un prete e un figlio di Dio. Ho scritto a Lei e vengo a sapere in modo misterioso che il suo ufficio ha risposto al cardinale Poletti, dicendo che in tutta la mia richiesta manca “l’umile disponibilità” che le nuove norme considerano condizione indispensabile per prendere in considerazione la domanda». E aggiunge: «Io ho scritto a Lei, non ad un ufficio burocratico ed impersonale. Attendevo e attendo un cenno di risposta da Vostra Eminenza, positiva o negativa è secondario. Qui non si tratta di carte bollate o timbri ufficiali, ma di due figli di Dio che attendono una risposta chiara».

Quindi, la procedura imposta dalla «direttiva Wojtyla» al Sant’Uffizio era di respingere ogni istanza. Stavolta, però, ad appellarsi alla Santa Sede è un sacerdote particolarmente caparbio che non si arrende e prosegue la sua battaglia finché, con grande sorpresa della Curia, ottiene personalmente da Ratzinger un intervento su Giovanni Paolo II che trasforma il no di routine in un sorprendente sì. In totale controtendenza rispetto alla consuetudine ormai divenuta norma con Wojtyla, Ratzinger risponde alla «lettera che ho letto attentamente».

E precisa: «Come ho già avuto modo di spegarLe nella conversazione telefonica, l’attesa di una decisione circa la Sua domanda di dispensa dagli impegni sacerdotali, è dovuta al modo di procedere di questo Dicastero, il quale esamina, talvolta anche in ulteriori istanze, le petizioni». Il fatto che per sbloccare la prassi del Sant’Uffizio sia stato necessario un intervento eccezionale del cardinale Ratzinger conferma che da quando Wojtyla era diventato Papa si erano bloccate tutte le richieste di dispensa dal sacerdozio. Nella lettera, infatti, Joseph Ratzinger assume con Gennari un impegno che poi mantiene. «Il Dicastero rispetta l’ordine secondo cui le richieste vengono qui trasmesse e ciò al fine di evitare ingiusti favoritismi-.Comunque penso di non sbagliare dicendoLe che una decisione circa la Sua petizione potrà essere presa entro le prossime festività pasquali».

Ratzinger confida nella «disponibilità» di Gennari «a questa ulteriore paziente attesa» e intercede presso Giovanni Paolo II. E così a tre giorni dalla Pasqua arriva la dispensa dall’esercizio del ministero sacerdotale.«Quando intervenne personalmente Ratzinger tutto divenne chiaro e umano, mentre la burocrazia degli uffici era dominata da una mentalità diversa che metteva tutto a “bagnomaria”, sotto segreto, senza trasparenza neppure di rapporti personali- spiega ora Gennari-.La lettera in latino sul caso del prete pedofilo Kiesle è di un ufficio burocratico (dominato dalla paura della sessualità e di ogni diversità non occultata e repressa) ed è solo firmata da Ratzinger. Invece la lettera a me, in italiano e personale, è segno dell’intervento onesto e chiarificatore di Ratzinger cui sono da sempre grato».




Powered by ScribeFire.

La Cgil fa naufragare il Pd sull’Isola dei famosi

di Gian Maria De Francesco

Secondo i democratici tra i veri problemi del Paese ci sarebbe quello degli stipendi di attrezzisti, cameramen e tecnici del programma tv che guadagnano 120 euro al giorno. Il sindacato fa un sit in di protesta e il partito di Bersani abbocca. Alla Rai c’è perfino chi parla di "sfruttamento" e "diritti dei lavoratori"


Roma

 

«Compagni dai campi e dalle officine, prendete la falce e portate il martello, scendete giù in piazza e picchiate con quello, scendete giù in piazza e affossate il sistema». Quant’erano più semplici gli anni ’70 per i comunisti: bastava scendere in piazza, cantare Contessa di Paolo Pietrangeli, rintuzzare le intemerate dei ragazzacci del Manifesto e di Lotta Continua e vedere come il segretario Berlinguer dava la linea alla Cgil di Lama.

Insomma, si battagliava per cose concrete: salari più alti e migliori condizioni di lavoro per la classe operaia. Oggi che c’è il Pd del segretario Pier Luigi Bersani le cose sono molto cambiate. Si va in piazza ma le canzoni sono quelle di Vasco e di Jovanotti, al posto dei gruppettari ci sono dipietristi e grillini e, soprattutto, la classe operaia non c’è più. Almeno a sentire le rivendicazioni del Partito.

Sì, perché l’ultima battaglia dei democratici ha un sapore tutto mediatico. Gli oppressi del capitalismo non sono i «tradizionali» metalmeccanici, ma i lavoratori della tv: attrezzisti, cameramen e tecnici dell’Isola dei Famosi. Che vivono nell’arcipelago nicaraguense di Las Perlas, ma con qualche difficoltà giacché il rancio scarseggia, le notti in tenda sono infestate dalle zanzare e le condizioni igieniche del luogo sono lungi dall’essere ottimali.

Ed ecco che il Partito democratico ritrova la sua vecchia anima laburista, dispersa chissà dove tra i sogni kennediani di Veltroni e la realpolitik di D’Alema. «Rispettare i diritti dei lavoratori è un dovere di tutti. Anche del servizio pubblico radiotelevisivo», ha tuonato il vicepresidente della Vigilanza Rai, Giorgio Merlo, che ha chiesto alla tv pubblica di verificare se Magnolia, la società produttrice del reality, «rispetta fino in fondo i diritti dei lavoratori» e questo «a maggior ragione per un programma che fa ascolti».

Ancor più melodrammatico Vincenzo Vita, componente della Vigilanza ed esponente della sinistra del partito. «Porremo alla prossima riunione della commissione il tema dello sfruttamento dei cameramen. Le questioni poste dai lavoratori gettano una luce sinistra sulla sfavillante moda del reality».
Caspita! «Sfruttamento» è un termine che non compariva nel lessico del partito da almeno vent’anni, cioè da prima della «Svolta» quando ancora D’Alema e Veltroni credevano nella lotta di classe mentre Bersani governava la rossa Emilia. Le tirate moralistiche sul degrado dei costumi televisivi, invece, hanno continuato a far parte del bagaglio ideologico.

Eppure c’è qualcosa che non quadra a meno di non pensare la sortita come una risposta al surreality travaglio-santoriano dell’Isola dei cassintegrati. In primo luogo, il dominio di estensione della lotta. Ripercorrendo le dichiarazioni catastrofiste degli ultimi tempi, il Pd non è sembrato mai rivolgersi ai lavoratori dello spettacolo. Anzi proprio Bersani è andato a stringere la mano ai «cari e valorosi compagni operai» della Fiat di Mirafiori dicendo che «c’è gente che va a lavorare alle 5 di mattina per migliorare un salario da 1.250 euro a rischio continuo di cassa integrazione e che ha un interrogativo sul futuro del proprio lavoro». Ed era stato il mariniano Beppe Fioroni a rivendicare che «se non si parte dai redditi bassi, si rischia una crisi sociale dai risvolti imprevedibili».

E la responsabile scuola Francesca Puglisi ha proposto un fondo per gli indigenti che non riescono a pagare i servizi mensa. Ecco, il Pd di Bersani, anche dai palchi di Confindustria, ha cercato di parlare a famiglie in difficoltà e ad aziende con problemi di tenuta. Sempre proponendo ricette che aumentassero della spesa pubblica (come il vecchio Pci).

Ma non s’è mai rivolto a cameramen ed elettricisti che, sebbene in difficoltà ambientali, possono contare su salari più che dignitosi (120 euro lordi al giorno). L’iniziativa, poi, non è autentica. La vertenza dell’Isola nata da un piccolo sindacato, la Clb, è stata documentata dall’Espresso, settimanale di Repubblica, ed è sfociata in un sit-in di protesta della Cgil. Altro che lotta di classe! È la solita storia: il Pd non dà la «linea», ma se la fa dare da Repubblica e dalla Cgil.




Powered by ScribeFire.

Ecco che cosa c’è dietro gli attacchi a Ratzinger

di Andrea Tornielli

Contro il Papa convergono interessi su tre livelli: uno interno alla Chiesa che non condivide il pontificato di Benedetto XVI, uno mediatico-economico che vede avvocati pronti a tutto per guadagnare, uno delle lobby che vogliono limitare il potere vaticano.


L’impressione è che in questi giorni ci si trovi di fronte a un regolamento di conti

 

Anche dietro alla pubblicazione della lettera a firma di Joseph Ratzinger che nel 1985 chiedeva al vescovo di Oakland di temporeggiare in merito alla riduzione allo stato laicale di padre Stephen Kiesle, prete colpevole di abusi su minori, c’è l’avvocato Jeff Anderson, il legale intenzionato a portare Benedetto XVI alla sbarra. Lo stesso avvocato che aveva rilanciato il caso di padre Murphy, il molestatore dei bambini sordomuti di Milwuakee, cercando di dimostrare una responsabilità del governo centrale della Chiesa. 

In quest’ultimo caso, il sacerdote non era stato ridotto allo stato laicale perché moribondo. Mentre nel caso di padre Kiesle, la dimissione era arrivata dalla Santa Sede nel 1987, dopo qualche anno dall’iniziale richiesta, in quanto si è atteso che il sacerdote compisse 40 anni.

Nella bufera mediatica delle ultime ore, hanno rischiato di perdersi alcuni punti fermi, che vale la pena ricordare. Kiesle tra l’aprile del 1977 e il maggio 1978 aveva molestato almeno sei bambini e ragazzi di età compresa tra gli undici e i tredici anni. Era stato denunciato, arrestato dalla polizia, processato e condannato a tre anni con la condizionale. Non gli era stato più permesso di avvicinare i giovani. 


Nel momento in cui il suo vescovo scrive a Roma per sostenere la richiesta dello stesso sacerdote di essere dimesso dallo stato clericale, la Santa Sede stava attuando nuove direttive stabilite da Giovanni Paolo II in merito alle dispense. Negli ultimi anni del pontificato di Paolo VI, infatti, queste venivano concesse con molta facilità. Papa Montini chiamava quei dossier con le richieste dei preti decisi a lasciare l’abito, «la mia corona di spine».

Con l’avvento di Wojtyla, si era deciso di dare un giro di vite, concedendole meno facilmente e soprattutto attendendo di norma il compimento del quarantesimo anno d’età. Va ricordato che nel caso di padre Kiesle, la competenza dell’eventuale processo canonico per gli abusi sui ragazzi era della diocesi, non della Congregazione per la dottrina della fede, che avocherà a sé questi casi solo dal 2001. L’ex Sant’Uffizio si doveva pronunciare soltanto sulla riduzione allo stato laicale del prete, il quale, nel frattempo, veniva comunque tenuto sotto controllo: non si registrano né si segnalano denunce a suo carico tra il 1981 e il 1987, cioè negli anni in cui il suo caso viene esaminato dal Vaticano.

L’avvocato Anderson fa bene il suo lavoro e le parcelle milionarie che ha incassato in questi anni lo stanno a dimostrare. È vero che non è facile districarsi nella selva delle procedure canoniche e delle competenze di questo o di quel dicastero, ma fanno il loro lavoro molto meno bene coloro che rilanciano documenti senza contestualizzarli, finendo per fare il gioco di chi vuole far apparire a tutti i costi colpevole Papa Ratzinger, per trascinarlo in tribunale. 


Che questo sia lo scopo dichiarato, e che vi sia un accanimento in questo senso, è sotto gli occhi di tutti. Accanto all’avvocato Anderson, durante la conferenza stampa a New York dello scorso 25 marzo, dedicata al caso di padre Murphy, era seduto il domenicano Thomas Doyle, da anni impegnato in favore delle vittime di abusi ma oggi anche impegnato a dimostrare una responsabilità vaticana.

Così come bisogna ricordare che all’inizio del caso pedofilia in Germania ci sono state le denunce del preside del Canisius College, padre Klaus Mertel, impegnato per una rivalutazione teologica dell’omosessualità, il quale ha invitato per iscritto tutti gli alunni a riferire se avessero mai sentito parlare di abusi in passato. Al di là dei casi specifici, c’è davvero l’impressione che in queste settimane si sia di fronte a una sorta di regolamento di conti con il pontificato ratzingeriano. 


Un pontificato al quale non si perdonano il motu proprio che ha riabilitato la messa antica, la revoca della scomunica ai lefebvriani e il decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, firmato lo scorso dicembre. Ma anche, forse più nascostamente, c’è chi non sopporta parole di un certo tipo sulla globalizzazione, sullo sfruttamento delle risorse naturali, sulla dignità del lavoro. Sembra che ogni atto del Papa «irriti» certi ambienti e «uno si deve chiedere il perché», ha osservato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, intervistato dalla Cnn, mentre nei giorni scorsi l’ex Segretario di Stato Angelo Sodano aveva messo direttamente in rapporto gli attacchi a Ratzinger con il messaggio della Chiesa su vita e famiglia.

L’impressione è che Oltretevere non sia ancora percepito in tutta la sua devastante portata quanto sta accadendo e che rischia di minare la credibilità morale della Chiesa nell’opinione pubblica. Giorno dopo giorno, vescovi e cardinali vengono accusati di aver sottovalutato o coperto. 


Il sospetto lambisce la curia di Wojtyla e con il caso del fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel arriva all’entourage papale più stretto. Lo stillicidio di documenti, lettere, denunce non accenna a diminuire. Mai come in questo momento agli inquilini dei sacri palazzi servirebbe un’exit strategy per uscire dall’angolo. In molti sperano che, ancora una volta, intervenga Benedetto XVI.




Powered by ScribeFire.

Il giallo dei medici italiani arrestati in Afghanistan

di Fausto Biloslavo


 

Lavorano per Emergency: sono accusati di partecipazione a un complotto per assassinare il governatore della provincia di Helmand La Nato: "Non siamo stati noi". L’azione è stata condotta dalle forze di sicurezza afghane, ma vi avrebbero partecipato anche militari britannici. 

 

 

Interviene Frattini ma ribadisce: "Rigore contro il terrorismo".

Strada: "Nessuno dei nostri coinvolto in attentati"

 


Tre italiani dell'ospedale di Emergency a Lashkar Ghah, nel sud dell'Afghanistan, sono stati arrestati. L'accusa è pesantissima: favoreggiamento nel complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand. Uno dei tre è il medico dell'organizzazione non governativa Marco Garatti. Un altro è l'infermiere capo dell'ospedale di Lashkar Ghah, Matteo Dell'Aira. Il terzo arrestato Matteo Pagani, non è un sanitario, bensì il responsabile della logistica.

L'incredibile vicenda, tinta di giallo, inizia con un'irruzione delle forze di sicurezza afghane nell'ospedale di Emergency nel capoluogo di Helmand. All'esterno le truppe britanniche della missione Isaf hanno «cordonato» l'area, come si dice in gergo militare, per garantire la sicurezza. 


«Questa operazione - ha assicurato all'agenzia Ansa il generale canadese Eric Trembley, portavoce della missione Nato - è stata realizzata dalle forze di sicurezza afghane. Consiglio di rivolgersi a loro o all'ambasciata d'Italia per conoscerne i particolari». L'Isaf avrebbe garantito solo l'appoggio esterno, ma la situazione non è chiarissima.

In realtà gli inglesi sarebbero stati coinvolti anche nel fermo dei tre italiani di Emergency. Quando Maso Notarianni, direttore di Peacereporter, costola d'informazione dell'Ong milanese, ha chiamato al cellulare uno dei volontari ha risposto un militare di sua maestà britannica. «Così si è qualificato, in perfetto inglese - spiega il portavoce di Emergency a il Giornale -. Mi ha anche assicurato che i tre italiani stavano bene, ma non ha voluto farmi parlare con loro».


La polizia afghana e agenti dell'Nds, il servizio segreto di Kabul, sostengono di avere trovato in uno sgabuzzino o deposito dell'ospedale armi, munizioni e due cinture esplosive. Daud Ahmadi, portavoce del governatore di Helmand, Gulab Mangal, ha sostenuto in una conferenza stampa che l'arsenale serviva a far fuori il suo capo. Il piano era complesso, come spiega Ahmadi raggiunto telefonicamente da Il Giornale: «Un terrorista in arrivo dal Pakistan avrebbe dovuto colpire il governatore possibilmente in un luogo pubblico di Lashkar Ghah.

Se il primo attacco fosse fallito, Mangal sarebbe sicuramente andato a visitare i feriti nell'ospedale di Emergency. A quel punto scattava il secondo attacco con le cinture esplosive nascoste all'interno». Lo stesso governatore, molto vicino agli inglesi, ha ammesso: «Avrebbero agito in città e l'obiettivo ero io». Oltre agli italiani sono stati arrestati sei afghani. Uno di questi è il traduttore del personale sanitario di Emergency. Se il piano fosse andato in porto i talebani avrebbero pagato 500mila dollari, secondo le autorità afghane. 


I servizi di Kabul tenevano d'occhio da un mese uno degli arrestati. Lo hanno preso prima dell'irruzione e sarebbe stato lui a confessare dov'era nascosto il piccolo arsenale ed il coinvolgimento degli altri fermati. Ahmadi ha confermato al Giornale che «gli italiani sono accusati di favoreggiamento. Marco (Garatti, il medico di Emergency) è collaborativo e sta rispondendo alle domande».

Veterano dell'Afghanistan ha vissuto il rapimento di Gabriele Torsello, che è stato preso in ostaggio dopo aver lasciato l'ospedale di Emergency a Lashkar Ghah. Garatti era in prima linea anche durante il sequestro dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, che aveva portato all'arresto e poi al rilascio di Ramatullah Hanefi, responsabile logistico dell'ospedale di Emergency. Chi conosce il medico dell'Ong fondata da Gino Strada difficilmente può credere che sia coinvolto in un complotto dei talebani. 


L'altro fermato, l'infermiere Dell'Aira, faceva inviperire la Nato con i suoi racconti da Lashkar Ghah pubblicati sul sito di Peace reporter: vi denunciava le vittime civili della grande offensiva americana e afghana a Marja, nella stessa provincia di Helmand. Ma da questo al terrorismo ce ne vuole.

«Nessuno dei nostri ha nascosto armi o è coinvolto in attentati. È completamente assurdo accusarli di complotto - sbotta Notarianni -. Negli ospedali di Emergency è vietato portare armi. Le lasciano fuori anche i soldati della Nato. Questo è un sequestro, non un fermo. Spero che tutto si risolva velocemente con un immediato rilascio». Oggi a Lashkar Ghah è atteso l'ambasciatore italiano a Kabul, Claudio Gaentzer, che cercherà di sbrogliare l'intricata matassa.
(ha collaborato Bahram Rahman)