lunedì 12 aprile 2010

Pedofilia, il Vaticano: "Denunce ai tribunali Papa pronto a spretare"

di Redazione


Pubblicata la guida sulle procedure canoniche: "Nei casi di abusi su minori da parte dei preti si deve sempre seguire la legge civile denunciando i crimini alle autorità appropriate". Bertone: "Il Papa ci sorprenderà"



Roma - Nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità". Il Vaticano pubblica la guida sulle procedure canoniche della Congregazione per la dottrina della fede per contrastare gli abusi sessuali messi in atto dai preti. Proprio per questo, "nei casi più gravi il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico". 

Le linee giuda della Santa Sede E' la prima volta che viene scritto nero su bianco che il ricorso alle autorità civili è obbligatorio. La guida, in tutto un paio di pagine in inglese, è - spiega la Sala Stampa vaticana - il modo in cui verrà attuato d’ora in poi il motu proprio del 2001 sui delicta graviora. Le linee guida sono il riassunto di procedure operative già definite, con un regolamento interno al Dicastero risalente al 2003, ma mai rese note al pubblico. 

"In casi veramente gravi, quando un tribunale civile ha condannato un prete colpevole di abusi sessuali su minori o quando ci sono prove evidenti, la Congregazione per la Dottrina della Fede - si legge sul documento-guida - può scegliere di portare il caso direttamente al santo Padre con a richiesta che il Papa emetta un decreto ex officio per la riduzione allo stato laicale. Non vi puo essere ricorso canonico contro tale decreto papale". 

Cei: "C'è bisogno di purificazione" "In quest’ora di prova, la Chiesa in Italia - afferma oggi una nota della Cei - non viene meno al dovere della purificazione, pregando in particolare per le vittime di abusi sessuali e per quanti, in ogni parte del mondo, si sono macchiati di tali odiosi crimini". E "implora dal Signore energie nuove, perché ne rafforzi la passione educativa, sorretta dalla dedizione e dal generoso impegno di tanti sacerdoti che, insieme ai religiosi, alle religiose e ai laici, ogni giorno si spendono soprattutto nelle situazioni più difficili". 

In occasione del quinto anniversario dell’elezione di Benedetto XVI al pontificato, "la Presidenza della Cei invita tutte le comunità ecclesiali a stringersi in quel giorno nella preghiera intorno a lui, centro di unità e segno visibile di comunione". "In tale occasione - afferma una nota - si individueranno a livello locale le forme più adatte (quali, per esempio, l’Eucaristia, la liturgia della Parola, veglie di preghiera, l’adorazione eucaristica e la recita del rosario) per rendere grazie a Dio per il magistero illuminato e la cristallina testimonianza del Papa". 

Bertone: "Il Papa ci sorprenderà" Sul tema della pedofilia nel clero, il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, crede che "il Papa prenderà altre iniziative ancora", che "non mancheranno di sorprenderci". "Non posso anticipare, ma si sta pensando ad altre iniziative su questo tema specifico", ha sottolineato, rilevando che "anche altre istituzioni dovrebbero prendere iniziative concrete, di cuore", al fine di difendere la dignità dei bambini e delle madri giovani. Il Papa - ha inoltre ricordato il cardinale Bertone durante la conferenza stampa - ha chiesto perdono per i casi di pedofilia nei quali sono rimasti coinvolti religiosi tramite "la lettera in Irlanda, e diversi discorsi sia negli Stati Uniti sia in Australia".




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Il presidente di un club invitò uno dei designatori a passare a ritirare un regalo"

Quotidianonet


Nicola Penta, il consulente sportivo di Moggi che ha ascoltato già 50mila telefonate, ha rivelato a Studio Stadio che tra le intercettazioni pronte per la difesa di Luciano ne spunta una compromettente in cui il patron di un club, di cui non svela ancora il nome, contatta uno dei designa­tori e gli dice "passa da casa del maggiore azionista della so­cietà che ti deve dare un rega­lo"



Tratto da un articolo di Tuttosport

Roma, 12 aprile 2010


Nicola Penta, consulente sportivo di Luciano Moggi, che ha il re­cord di aver ascoltato quasi 50 mila telefona­te, ha rivelato ieri a Studio Stadio ( Gold Sport) che tra le intercettazioni rinvenu­te in queste ore in cui coi legali Prioreschi e Tro­fino si definiscono i dettagli dell’audizione di martedì ce n’è una in cui un presidente di club contatta uno dei designa­tori e gli dice "passa da casa del maggiore azionista della so­cietà che ti deve dare un rega­lo". Linea bollente.

"Voglio vedere se all’ascolto di queste telefonate - dice Penta con Moggi in studio - si conti­nuerà a dire che sono fatti irri­levanti dal punto di vista spor­tivo e penale».

Il problema dell’indagine sportiva sarà e ri­marrà il vulnus fatto a Calcio­poli non sbobinando tutte le te­lefonate prima d’ora: mai come stavolta, però, il rischio della prescrizione incomberà sui chiamati in causa come una spada di Damocle. Se tutto è prescritto, ma gli elementi di accusa saranno all’altezza del­le attese suscitate in questi giorni, come si farà a tacitare l’opinione pubblica di fronte ad una così evidente disparità di trattamento?

Ecco perché in queste ore si fa sempre più for­te il partito di chi chiede di "ri­vedere" politicamente Calcio­poli e togliere lo scudetto della Discordia. Alla revocazione del processo principale, ai sensi dell’articolo 39 del codice, ci si arriverebbe facilmente se nel lavoro di sbobinamento si pre­sentassero evidenze datate 1 luglio 2005 e posteriori. Tra l’altro il comunicato juventino, l’attesa della Fiorentina e le ur­la di Garrone, ma anche e so­prattutto la presa di posizione di Abete ("voglio chiarezza e che si vada fino in fondo") fan­no da garante al rispetto della memoria dei fatti contro la vo­glia di dimenticare.

 LA FIGC ASPETTA. MIHAJLOVIC: "CALCIOPOLI? SONO TUTTE CAZZATE"

Calciopoli avrà una settimana di fuoco. Martedi’, infatti, c’e’ l’attesa udienza del processo di Napoli nel quale la Figc e’ costituita parte civile, che potrebbe dare il la a una nuova indagine sportiva. Al centro del dibattito le polemiche sulle intercettazioni richieste e fatte trascrivere dai legali di Luciano Moggi che chiamano in ballo tra gli altri l’Inter, che grazie alle condanne subite dalla Juventus nel primo filone di Calciopoli si vide assegnare lo scudetto 2006 a tavolino. Se le intercettazioni entreranno a far parte delle prove acquisite agli atti del processo, si vedra’ se questo riservera’ sorprese rimettendo in discussione tutta la vicenda di Calciopoli.

La Federcalcio prima di prendere iniziative aspetta martedi’.

Anche oggi dagli ambienti federali arriva la conferma che una decisione in merito alla formalizzazione di un’indagine ‘’sara’ presa solo dopo l’udienza del processo penale in programma martedi’ a Napoli’’. La Figc precisa che ‘’la procura federale non ha realizzato a tutt’oggi nessun atto di indagine’’ ma sta raccogliendo ‘’un fascicolo’’ con i ritagli di giornale e e le dichiarazioni di questi giorni ‘’per fissare una data in modo da evitare eventuali prescrizioni’’.

In attesa di decisioni non si placano le polemiche. Per il presidente del Siena Massimo Mezzaroma ‘’se ci sono fatti veri e dimostrabili che sia stato falsato il risultato del campo, e’ obbligatorio riaprire il processo’’.

Per l’allenatore del Bari Giampiero Ventura ‘’sarebbe bello che tutto fosse finito ai tempi del precedente processo perche’ cosi’ non diamo certamente una buona immagine. Ma e’ difficile dire adesso se e’ giusto riaprire il processo o no: ci sono troppe versioni contrapposte sull’argomento’’. ‘’Spero che la vicenda Calciopoli sia ormai un argomento chiuso. Da parte mia ho sempre pensato che tutto fosse trasparente e che non ci fosse nulla dietro’’ dice l’allenatore del Palermo Delio Rossi che in questa vicenda si sente come ‘’un amante ferito’’.

Il giudizio piu’ netto e’ quella del tecnico del Catania Sinisa Mihajlovic che su Calciopoli dice: ‘’Sono tutte cazzate. Sono argomenti che servono solo per alimentare la polemica, mi fa schifo tutto questo’’.

Intanto, la delusione per il mancato scudetto 2006, confuso al malcontento sull’andamento dell’attuale campionato, hanno spinto i tifosi della Juve bianconeri ad avviare un’azione legale nei confronti della dirigenza bianconera per ‘’errata gestione legale sui fatti di Calciopoli’’ e per ‘’incapacita’ gestionale’’, al grido ‘’rivogliamo i nostri scudetti’’. Anche i tifosi milanisti della curva sud di San Siro hanno esposto uno striscione polemico anti-Inter: ‘Intercettazioni: penalizzate soltanto alcune societa’, ai collusi lo scudetto dell’onesta’’.



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Motivazioni sentenza video-disabili Google "Le leggi si rispettano anche su internet"

di Redazione

Il giudice Oscar Magi motiva la sentenza dei tre dirigenti Google: "Non esiste la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato. Esistono invece obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità"

 
Milano - "Non esiste la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità". Lo scrive il giudice milanese Oscar Magi per motivare la condanna di tre dirigenti di Google per violazione della privacy in riferimento all’immissione in rete di un video dove uno studente autistico in una scuola di Torino nel maggio del 2006 veniva vessato da altri ragazzi. Purtroppo quel video fu uno dei più cliccati della rete. I tre dirigenti di Google e un quarto collega furono invece assolti dall’accusa di diffamazione.




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Miliardario compra all'asta l'auto di Hitler

La Stampa


Un miliardario russo ha acquistato per diversi milioni di euro, tra i 4 e i 10, una Mercedes appartenuta ad Adolf Hitler. Lo ha reso noto il quotidiano tedesco Kolner Express.


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Io, Travaglio e la mafia

Libero





Di Filippo Facci

Lui è quello delle «cattive frequentazioni» addebitate a Marco Travaglio, quello con cui divise una vacanza in Sicilia prima che l’arrestassero e poi condannassero per favoreggiamento. Non l’hanno condannato per mafia, però l’uomo che avrebbe favorito si chiama Michele Aiello, ex re delle cliniche, e lui sì, è stato condannato come prestanome di Bernardo Provenzano. È il maresciallo della Finanza Giuseppe Ciuro, detto Pippo: lui e il pm Antonio Ingroia, nei primi anni Duemila, dividevano la stanza dell’ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia palermitano.

Fu lui a indagare su Marcello Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest, fu lui che il 26 novembre 2002 compartecipò all’interrogatorio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi dopo aver vergato un’informativa sul Cavaliere, e fu lui, pure, a deporre al processo Dell’Utri e a sostenere che un nipote di Tommaso Buscetta fosse stato socio di Fininvest. Ai tempi girava sotto scorta. E che destino, ora: addivenire a celebrità per via di un paio di vacanzine con Marco Travaglio, anzi «Marco», quel bravo ragazzo torinese che nel marzo 2001 aveva combinato un pasticcio alla trasmissione «Satyricon» di Daniele Luttazzi:

Marcolino aveva rispolverato le accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri quali «mandanti esterni» della strage di Capaci, anche se la Procura di Caltanissetta aveva fatto richiesta d’archiviazione un mese prima della trasmissione. E chi fornì il materiale per «L’odore dei soldi», che pure oggi è spazzatura? Tutta farina di Ciuro. Pippo aveva fatto il suo lavoro, Travaglio stava facendo il suo.

L’incontro
Io faccio il mio, e incontro Pippo Ciuro per puro caso: anche se non è un caso se sono a Palermo a passeggiare con un amico avvocato. È Ciuro a riconoscermi, mi dice addirittura che uno dei suoi figli mi legge sempre. E si chiacchiera. Non so neppure come arriviamo a parlare del generale Mario Mori e del Capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, l’uomo che arrestò Totò Riina.  «Sono due grandi, io lo so perché ho fatto le indagini, quindi lo so». E allora perché li hanno messi in mezzo?

«La verità posso dirtela? È che volevano fottere Ingroia e Caselli, e io sono l’anello più piccolo di tutto questo marchingegno». Non capisco neanche bene di che parla, ma questa non è un’intervista, Ciuro non ne rilascia mai. Questo è un colloquio rubato e registrato in piedi, per strada, alle 16 e 41 del 17 marzo. Ingroia e Caselli però t'hanno mollato.

«Quando succede un casino del genere, e tu vieni messo all’angolo, prendi solo cazzotti. Se sei bravo esci alle lunghe, e io col passare del tempo ne sono sicuro che salterà fuori la verità. Ne sono veramente convinto... quand’era ora di andare a testimoniare, però, minchia, Pippo Ciuro andava bene per tutti... o quando c’era da andare a fare le cose più sporche, nel senso di andare a fare le indagini più complicate... Mi spedivano ovunque, in piena indagine sul covo di Riina, a sentire tutti... con ampia delega... ci sono i verbali...». E perché ti avrebbero fatto fuori? «Hanno voluto eliminarmi per qualcosa che devo aver fatto in buona fede, anzi ottima... non lo so, guarda, non l’ho ancora capito dopo 7 anni, te lo giuro sulla tomba dei miei genitori».

La condanna
Pippo Ciuro fu arrestato il 4 novembre 2003 per concorso esterno in associazione mafiosa più altri reati: con lui un altro maresciallo, Giorgio Riolo. I due furono accusati d’aver sistematicamente informato delle indagini il citato Michele Aiello, anch’egli arrestato, ex primo contribuente siciliano, fondatore e patron della mitica clinica Santa Teresa a Bagheria dove fu curato anche Bernardo Provenzano. Ciuro, che sino a tre mesi prima era in vacanza con Travaglio e Ingroia, sarà definito «figura estremamente compromessa col sistema criminale» prima di essere condannato in Appello a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento e violazione di segreti informatici. Le accuse più gravi sono cadute tutte. L’indagine era stata condotta dai pm Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo.

«Di Matteo... allora ti confido una cosa: nell’estate 2002 e 2003 c’era pure lui lì a farsi le vacanze. Non dormiva lì, ma veniva a mangiare a casa mia insieme a Ingroia e a Travaglio e a tutti gli altri... e faceva le indagini contro di me. Tanto per farti capire che bell’ambiente siamo». Ma anche Ingroia, in vacanza con te, sapeva che eri indagato? «No, Ingroia non è vero che lo sapeva». L’ha scritto Travaglio: «Seppi da Ingroia che lui era al corrente delle indagini su Ciuro fin da prima dell’estate, ma che, d’intesa con il procuratore capo, aveva dovuto continuare a comportarsi con lui come se nulla fosse, per non destare sospetti». «No, Ingroia non lo sapeva. Sai quando gliel’hanno detto? Tra luglio e agosto... vatti a vedere le carte. Andiamoci a pigliare un caffè». Fa un freddo poco palermitano. Si chiacchiera di tutto un po’. Appiccicarti l’amicizia con Aiello può essere servito a qualcuno?

«Michele Aiello, sino a quando è successo quello che è successo, era uno che i signori magistrati ci sono andati a cena, si sono fatti costruire le case, e quando lui aveva bisogno correvano. Ma non solo loro». Gli accenno di quando Ingroia, che Ciuro chiamava «il Professore» o «il dottore», si fece ristrutturare da Aiello un vecchio casolare del padre, a Calatafimi.  Ingroia ne parlò al telefono con Aiello il 28 febbraio 2003, ore 9.36: discorsi su mattonelle, tramezzi e colori. Ingroia e D’Aiello cenarono anche assieme. Imbarazzante. Una vicenda poco approfondita, mi pare.

«E te lo sei chiesto perché? Ma non soltanto per la faccenda della casa di Ingroia, che è una minchiata. Il dottore Di Pisa: la casa gliel’ha costruita Aiello, gliel'ha ristrutturata... e ha pagato... anche a Paolo Giudice, oggi procuratore aggiunto, persona perbenissimo.... La domanda allora è: ma scusate, come vi rivolgete a uno, Aiello, che già dal 1996 compariva nei pizzini di Toto Riina? Ma nessuno niente sapeva?». I magistrati credevano l’Aiello mafioso fosse un altro, un omonimo di Caltanissetta.

«E intanto l’altro, quello coimputato con me, continuava  fare la sua vita normale... ma tu l’hai vista mai la realtà che aveva costruito?» Un centro medico all'avanguardia. Frequentato da tutti, magistrati compresi.  «La gente non aveva davvero bisogno di andare al Nord... vai a vederla adesso, la clinica, l’hanno distrutta... che schifo. La vuoi fare una bella indagine a Palermo? Allora vedi tutti i sequestri giudiziari in mano a chi sono... sempre gli stessi... Altro che Ciuro che faceva le ferie con Travaglio. Che poi, di quei giorni lì, sbagliano tutti l’anno. Giuseppe D’Avanzo ha scritto su Repubblica che nel 2002 io e Travaglio abbiamo fatto le vacanze insieme: ma Travaglio era all’Hotel Torre Artale, a Trabia, e io al residence Golden Hill... lui certo, è venuto ospite invitato da me, a pranzo o a cena, ma al Golden Hill in vacanza ci è venuto l’anno dopo, una decina di giorni in cui ci saremo visti in tutto tre volte, anche perché io la mattina me ne andavo a lavorare regolarmente come Ingroia, che era lì. Certo, eravamo tutti nello stesso residence e poi magari la sera ci vedevamo».

La querela
Più tardi, Pippo Ciuro mi invierà la querela che sporse contro D’Avanzo dopo l’articolo del 14 maggio 2008, quando mise in mezzo Travaglio e scrisse che il maresciallo aveva rivelato segreti utili a favorire la latitanza di Provenzano. E questo, in effetti, risulta falso. Nella querela, poi, si definisce pure falso che «il mafioso Aiello, per il tramite del suo complice Ciuro, avrebbe pagato il soggiorno a Trabia del Travaglio». Ipotesi che, va ripetuto, nessuno su Libero o sul Giornale ha mai scritto o minimamente creduto, e tantomeno ha scagliato contro Travaglio ad Annozero: epperò Marcolino non ha fatto che difendersi da un’accusa che nessuno, appunto, a parte D’Avanzo, gli aveva mai rivolto. Ed è giunto a scrivere, Travaglio, che dei colleghi come Maurizio Belpietro o Nicola Porro «sguazzano nella merda». Allora la faccenda delle ferie pagate è una balla. «È una minchiata di quelle grosse».
E perché l’avvocato di D’Aiello l’ha confermata? «Ma no, ha smentito tutto». Quando?

«Non mi ricordo, ma ha smentito. Ma poi: se c’era il regime di amministrazione controllata, come avrebbe potuto l’hotel emettere due fatture? Una l’ha esibita Travaglio, pagata con carta di credito, mi pare 5600 euro...». Lascia stare. Una sola cosa mi ha sempre incuriosito: perché a Torre Artale Travaglio ha speso quella cifra mentre l’anno dopo, al residence con voi per dieci giorni, solo mille euro per quattro persone? Non è un po’ poco? «Ma no, costa così. Torre Artale costava tanto perché è a cinque stelle». Solo mille euro. Interessante.

«È un’oasi di pace, dovresti venirci». Pippo Ciuro mi parla a lungo del suo caso giudiziario, mi svela retroscena inquietanti e risvolti anche intimi, familiari. Questo è un colloquio rubato e perciò non ne parlerò: quando vorrà, lo farà lui. «Se io esplodo ne ho per tutti, altro che bomba atomica. Qualcuno mi ha anche chiesto: siccome conoscevi i cazzi di tutti, perché non ti sei difeso attaccando? Ma io mi devo difendere solo per quello di cui sono accusato. La mia salvezza è che da questo D’Aiello io non ho mai preso neanche una lira... la prima volta che sento Marco però glielo voglio dire: la vogliamo organizzare una bella trasmissione? Però si dovrebbero scagliare contro certi giudici...».

Sì, buonanotte. Ma il rapporto con Travaglio è rimasto buono? Vi siete più sentiti? «No, non... forse una volta sola».

Si chiacchiera ancora del suo caso, di ristoranti, di cannoli, di cassate, di giornalisti. «Io li rispetto molto, i giornalisti.

Me li ricordo che venivano sempre lì, che uscivano tutte le notizie sottobanco... perché escono tutte di lì, eh? È inutile ci prendiamo per il culo».  Si parla di intercettazioni. Dell’inchiesta di Trani.

«Ma per favore, ma quali talpe... ma da dove volete che uscissero le notizie, scusa? Guarda, se volessero non avrebbero bisogno di intervenire sulle intercettazioni: basta che nel decreto scrivi chi sono i responsabili delle intercettazioni, come si faceva una volta. I nostri capitani o colonnelli ci dicevano: tu e tu siete responsabili delle intercettazioni. Facevano un ordine di servizio. E se usciva una notizia ti facevano un culo così. Caso strano, le intercettazioni non uscivano mai... C’erano tuoi colleghi che mi mandavano i pezzi e mi chiedevano: sono giusti? A una donna, una cretina sgrammaticata, glielo riscrissi tutto... È una categoria, la tua... Quando ho testimoniato al processo Dell’Utri, minchia, ce ne fosse stato uno che ha scritto le cose per come erano andate...».  E i magistrati?

«Hanno bisogno delle prime pagine, sennò non possono vivere... stanno male».Tu davi le notizie a Travaglio? «No, assolutamente... a me nessuno mi ha mai usato. Quando lui voleva qualcosa telefonava a Ingroia. Comunque diglielo, al tuo direttore: state tranquilli, Travaglio non mi frequentava... Io poi, per voi,  non sono un nemico, tu magari mi consideri un nemico, ma anzi... io compravo Libero, Il Giornale...». Ecco perché ti hanno messo dentro. Sono prove a carico.
 
12/04/2010






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Gb, capo della polizia: mi pagano troppo

Corriere della Sera



il responsabile del dipartimento del Wesk Yorkshire: politica controproducente
L'intervento di sir Norman Bettison: guadagni eccessivi per i funzionari pubblici, certi lavori sono una vocazione


LONDRA - Siamo pagati decisamente troppo per un lavoro che è anche vocazione e che avremmo svolto, se non gratis, certamente anche con emolumenti più bassi. E' questa la sostanza della lettera che sir Norman Bettison, il capo della polizia del West Yorkshire, uno dei massimi ufficiali degli agenti di Sua Maestà. Secondo cui il compenso di 213 mila sterline - circa 241 mila euro - con l'aggiunta dei relativi pacchetti pensionistici è troppo elevato. Il poliziotto è intervenuto sul Sunday Times nell'ambito di un dibattito che nel Regno Unito si è aperto sui compensi dei manager pubblici, in particolare quelli legati al sistema sanitario. Secondo Bettison è una strategia sbagliata quella di offrire alti emolumenti per spostare talenti dal settore privato a quello statale.

«POLITICA CONTROPRODUCENTE» - In particolare, secondo il resoconto del quotidiano britannico, Bettison avrebbe detto che le persone ai vertici del settore pubblico che hanno seguito la loro vocazione farebbero il proprio lavoro per una paga nettamente inferiore. Questa cultura di stipendi elevati avrebbe, a suo dire, incoraggiato obiettivi di breve e medio termine piuttosto che una visione di largo respiro e questo proprio perché posti di rilievo sono affidati a persone che «in pochi anni di servizio si ritrovano con remunerazioni che mai si sarebbero sognate».

Redazione online
12 aprile 2010



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Beppe Grillo senza freni "Vietare la tv ai politici"

Quotidianonet


Il leader del Movimento 5 stelle non ha dubbi: "Dovrebbero lavorare per noi, ma trascorrono il loro tempo a parlarsi addosso". E sulle riforme dice: "L'unica è rovesciare la piramide"

Roma, 12 apr.




"La televisione deve essere vietata ai politici". Non ha dubbi Beppe Grullo, riferimento del MoVimento 5 stelle, e nel lanciare la provocazione rilena: i politici, "i nostri dipendenti, dovrebbero lavorare per noi, ma trascorrono il loro tempo in televisione a parlarsi addosso e a improvvisarsi leader con la complicità di giornalisti genuflessi".

"Vadano a svolgere il compito per cui sono pagati in Parlamento, nelle Regioni o nei Comuni - continua -. Ognuno vale uno e il politico vale uno come gli altri, perchè deve rendere conto del suo operato alla comunità. I divi della politica sono per lo più dei cialtroni in cerca di visibilità e di privilegi. Si occupano di tutto tranne che del loro mandato. Questo deve finire".

Sulle riforme Grillo dice poi che l'unica cosa da fare è "rovesciare la piramide: chi è eletto deve svolgere un solo compito, applicare il programma e informare i cittadini", invece "i politici usano il mandato per accrescere il loro potere e la loro visibilità".

Grillo afferma poi: "Tutti i parametri economici dell’Italia sono negativi" e "la risposta alla disoccupazione, alla chiusura delle fabbriche e forse del Paese sono le leggi miserabili e incostituzionali per risolvere i problemi giudiziari di un ultrasettantenne inceronato, approvate - dopo un teatrino - da un ultraottantenne, che quando non dorme firma".

E insiste: "Le riforme sul presidenzialismo alla francese, con la correzione alla moldava e il doppio turno alla portoghese sono come l’orchestrina che suonava sul Titanic. I politici sono diventati i nostri padroni, noi i loro servi, più o meno inconsapevoli. La piramide va rovesciata. Il MoVimento 5 Stelle non ha ideologie, ma idee. Non è di destra o di sinistra. Non vuole leader o politici di professione, ma cittadini eletti da altri cittadini per la gestione della cosa pubblica. Le idee del MoVimento 5 Stelle sono come semi nell’aria a disposizione di tutti. Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure".


Lettera in bacheca, Tiziana Ferrario attacca Minzolini

Corriere della Sera




Dopo l’esclusione dalla conduzione del Tg1



ROMA—«La nostra redazione non era mai scesa così in basso, al Tg1 si sta consumando un disastro», scrive in una lettera aperta ai colleghi, affissa ieri in bacheca, il mezzobusto Tiziana Ferrario che da una settimana non va più in video dopo quasi 30 anni. «L’ambizione di alcuni di voi e la paura di altri vi impedisce di parlare apertamente. Siamo stati messi gli uni contro gli altri, molti sono emarginati, altri hanno tripli incarichi».

Lo sfogo continua così: «Non vedo più scoop da tanto tempo, abbiamo perso credibilità». Un attacco al direttore Augusto Minzolini che le risponde duramente: «La Ferrario stava lì da 29 anni e passa, mentre tante altre professionalità appassivano alla sua ombra. E non era giusto cambiare? Si lavora anche senza conduzione, vediamola, la sua produttività. Un totem come Frajese in video ci rimase 10 anni, Vespa sei. Ho fatto quello che andava fatto molto prima».


Giovanna Cavalli
12 aprile 2010


Pedofilia, la Chiesa ordina: «Si denunci sempre alle autorità civili»

Corriere della Sera



nei casi più gravi il papa potrà ridurre a laico il prete senza un processo canonico
Pedofilia, la Chiesa ordina: «Si denunci sempre alle autorità civili» Lo stabilisce la guida sulle procedure canoniche della Congregazione per la Dottrina della Fede





MILANO - La Chiesa prende provvedimenti contro i preti pedofili. Nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti «si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità »: è quanto recita la guida sulle procedure canoniche della Congregazione per la Dottrina della Fede, messa oggi sul sito della Santa Sede.

PRESCRIZIONI - È la prima volta che viene reso pubblico che il ricorso alle autorità civili è obbligatorio. La guida, in tutto un paio di pagine in inglese, è - spiega la Sala Stampa vaticana - il modo in cui verrà attuato d'ora in poi il «Motu proprio» del Papa del 2001 sui cosidetti «Delicta Graviora». Le linee guida sono il riassunto di procedure operative già definite, con un regolamento interno al dicastero della Congregazione per la Fede risalente al 2003, ma mai rese note al pubblico. È quanto spiega ancora la Sala Stampa vaticana.

REMISSIONE IN STATO LAICALE - Nei casi più gravi di preti pedofili, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico: indica ancora la guida sulle procedure vaticane per quanto riguarda gli abusi sui minori.

Redazione online
12 aprile 2010

Vignetta sull'Unità: vogliono Berlusconi morto

di Salvatore Tramontano

Un'agghiacciante vignetta di Staino è stata pubblicata sull'Unità: gioca sulla tragedia polacca e augura al governo italiano la stessa fine. All'opposizione, priva di identità e programmi concreti, resta solo il malocchio






Qui ormai ci vuole uno psicanalista, ma uno di quelli bravi. L’antiberlusconismo non è più un’identità politica o l’ultima ideologia dell’intellighentia post comunista. Non è una strategia spesso perdente. È un’ossessione. È come la megamamma di Woody Allen. È il sesso per Freud o per la Chiesa. È come chi sogna ogni notte di volare e poi precipitare. È un incubo mai digerito. Per queste cose non ci sono vie d’uscita: o vai dall’esorcista o finisci su un lettino a raccontare la tua infanzia. È una psicopatologia radical chic.

La fase più acuta di questa malattia si caratterizza con il desiderio di morte verso la fonte dell’ossessione. La vignetta di Staino su l’Unità va oltre la satira. È agghiacciante. Gioca con la tragedia polacca e augura la morte a quello che non è più un avversario politico. È il nemico. È l’uomo che deve morire. La scena è questa. Bobo dice alla figlia: «Novantasei membri del governo polacco spariti in un colpo». E Ilaria risponde: «La solita storia: a chi tutto e a chi niente». Perfino ovvio il riferimento al governo Berlusconi. Non è una sbavatura di cattivo gusto. Non è che questa volta Staino ha esagerato lasciando che la matita prendesse il sopravvento, un errore, una gaffe.

Quella vignetta esprime esattamente ciò che voleva dire: speriamo che il governo italiano faccia la fine di quello polacco. La prova è che la «politicamente corretta» Concita De Gregorio, che di solito si mette le mani davanti agli occhi ad ogni minima volgarità, sente il dovere di spiegare nel suo «filo rosso» domenicale la scelta di pubblicare la vignetta. E lo fa come chi durante un funerale sussurra: dài, prendiamola a ridere. Scrive: «Un sorriso anche nella tragedia: si può. Anzi, si deve: trovare ovunque un sorriso, un respiro». Non c’è dubbio: qui serve lo psicanalista.

Questa sinistra incarognita e incattivita sta aspettando che la morte li liberi dallo loro ossessione. E sopravvive nell’attesa del grande evento, sgranando il rosario, contando i giorni, come una sorta di apocalisse «libera tutti». Molti di loro hanno fissato l'appuntamento per il 2013, come se quella data di fine legislatura sia una sorta di profezia Maya, quel 2012 evocato al cinema. 

La fine del berlusconismo come la fine del mondo. C’è qualcosa di messianico, da setta catacombale, in questo sentimento. All’inizio faceva sorridere, ora comincia a sembrare un po’ troppo paranoica. Esagerata. La satira come malocchio, come fattura, come maleficio non fa ridere. Non graffia. È l’ultima risorsa dei disperati. Ricorda quei poveretti che vanno dalla fattucchiera, dall’imbonitrice tv, per far crepare il vicino di casa. Se questa è la ricetta politica dell’opposizione è davvero meschina.

L’impressione è che la sinistra non sappia andare oltre una sola singola idea: eliminare il Cavaliere di Arcore. Questo chiodo fisso sta cancellando tutta la storia della sinistra. La sta abbrutendo. Non ci sono più idee, ideali, scenari, voli, soluzioni a problemi pratici. Non ci sono più leader. Non c’è più carisma. C’è solo l’odio verso Berlusconi. È come se un’identità e una tradizione politica si fosse accartocciata intorno alla sua maledetta ossessione. Da quanto tempo non si sente nel Pd e dintorni un ragionamento, una battaglia, un orizzonte che non tiri in ballo lui, Berlusconi? Impossibile. Quindici anni a rodersi il fegato. Sempre peggio e questo ultimo anno è la conferma. Tutti gli sforzi culturali, politici e mediatici si riducono a questo. 

Ci hanno provato con lo strumento sano e legittimo del voto. È andata male. Sconfitti alle Politiche con Veltroni, stracciati alle Europee, battuti alle Regionali. È deludente, magari frustrante, ma in democrazia capita. Hanno sperato nella scossa, nelle veline, nelle escort, nel terremoto, nelle feste di Casoria, nel divorzio, in Spatuzza, nel sangue di piazza Duomo, nei panini fuori orario e i pasticci delle liste. Niente. Tutti gli assalti, tutte le trappole sono andati a vuoto. Eccola l’ossessione. Berlusconi sembra invincibile. Non resta che fare affidamento sul fato, sulla maledizione degli aerei, sulla rivincita che arriva dal cielo. Questo è quello che racconta la vignetta di Staino. Il vecchio Bobo meritava un finale migliore.




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Sindone, l'età torna un mistero

di Andrea Tornielli

Ventidue anni fa un test al carbonio sul sacro telo sentenziò: "Risale al 1200".  Ma ora un gruppo di esperti in statistica spiega: "È un esame senza valore, troppi fattori ambientali lo hanno contaminato"


«Il nostro studio, basato su calcoli statistici e matematici, dimostra senza alcun dubbio che la datazione del carbonio 14 effettuata nel 1988 sulla Sindone non era attendibile e l’esperimento si sarebbe dovuto ripetere». Lo dichiara al Giornale il professor Giulio Fanti, professore di Misure meccaniche e termiche all’università di Padova, autore di numerosi libri e ricerche dedicate al lenzuolo funebre esposto in questi giorni a Torino. Fanti, insieme ad altri tre colleghi - Marco Riani dell’università di Parma, Fabio Crosilla dell’università di Udine e Anthony C. Atkinson della London School of Economics - ha appena firmato un articolo su Sis Magazine, la rivista oline della Società

italiana di statistica (www.sis-statistica.it/magazine) nel quale si dimostra l’inaffidabilità dei risultati prodotti dai tre laboratori di Zurigo, Oxford e Tucson, che nel 1988 giunsero a datare con la tecnica del radiocarbonio dei campioni di Sindone prelevati da un angolo del telo di lino, stabilendo che esso risaliva a un’età compresa tra il 1260 e il 1390. Un risultato che contrasta con molte altre prove, indizi, evidenze, dalle quali invece si evince che il lenzuolo ha avvolto il cadavere di un uomo crocifisso dai romani nel primo secolo, in un modo perfettamente coincidente con la descrizione della Passione di Gesù contenuta nei Vangeli.

Sis Magazine, la rivista specialistica più autorevole e rappresentativa di statistica, esamina dunque i dati sulla datazione al radiocarbonio pubblicati sulla rivista Nature. Grazie ai «metodi di analisi statistica robusta», la ricerca dei quattro professori getta nuova luce sui risultati del 1988. Prima di quel test, molti studiosi avevano manifestato contrarietà alla sua esecuzione anche perché, in accordo con Willard Frank Libby, il fondatore del metodo al Carbonio 14, Nobel per la chimica nel 1960, «non si può datare un oggetto di cui non sono noti i fattori ambientali che vi possono avere influito nel passato». L’immagine sindonica, fanno notare gli studiosi, «non è ancora oggi spiegata: non è quindi spiegato quale fattore possa avere contribuito a formarla» e sulla base dei calcoli statistici non si può ritenere «conclusivo» l’esame che ha portato alla datazione medievale. 

I quattro ricercatori ritengono che le datazioni prodotte dai tre laboratori «non possono essere considerate come provenienti da un’unica ignota grandezza ed è quindi probabile la presenza di una contaminazione ambientale nel pezzetto di stoffa analizzato che ha agito in modo non uniforme, ma in modo lineare, aggiungendo un effetto sistematico non trascurabile». Se questo effetto «sistematico», dovuto con molta probabilità a una contaminazione, fosse trasferito su tutta la superfice Sindone, se cioè si considerasse il campione utilizzato per la datazione come realmente significativo e corrispondente alle caratteristiche dell’intero lenzuolo, si arriverebbe a ipotizzare «una variazione di due decine di millenni nel futuro, partendo da una data del bordo risalente al primo millennio d. C.». 

L’esame dei quattro professori prosegue l’analisi già svolta da due docenti di Statistica della Sapienza di Roma, Livia De Giovanni e Pierluigi Conti, che avevano evidenziato la presenza di un errore di calcolo che portava a considerare non attendibile il risultato ottenuto. «Qualche fattore esterno, di contaminazione dev’essere intervenuto - spiega il professor Giulio Fanti - i dati che pubblichiamo lo dimostrano. Non sappiamo se questa contaminazione sul frammento scelto per la datazione sia stata causata dall’incendio a cui la Sindone è stata sottoposta, o al rammendo eseguito in età posteriore. Ma comunque si conferma la presenza di qualche elemento esterno che ha causato questa notevole variabilità del campione». 

Dunque nuovi dubbi, espressi da esponenti del mondo scientifico e pubblicati su una rivista scientifica, vengono sollevati sul risultato del 1988. Qualche anno fa, sempre il professor Fanti, aveva presentato un altro studio dedicato alle principali ipotesi sul telo sindonico, contemplando quella dell’autenticità e quella del falso medievale. «Dal risultato della ricerca statistica si deduce che la prima alternativa, quella dell’autenticità, è probabile al 99,99 per cento, mentre la seconda, quella della falsità, ha una probabilità su 18,6 miliardi».




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L' Eliminati i neombra del complottomici di Mosca

Il Tempo


Spuntano teorie di una cospirazione dietro la tragedia polacca. Il Tupolev era stato revisionato mesi fa dai russi.


«Tranquilli, è come nuovo», avevano assicurato i tecnici della Tupolev dopo la revisione completa del Tu-154 negli hangar russi di Samara. E nel riconsegnare, tre mesi fa, l'aereo di Stato ai polacchi avevano accluso anche una garanzia di cinque anni.

Dovevano fidarsi, quelli di Varsavia. I problemi strutturali del jet fabbricato nel 1990 erano da considerarsi risolti: mai più il presidente avrebbe volato con il cuore in gola, come quella volta in Mongolia quando il timone si era misteriosamente bloccato, per fortuna a terra, o quell'altra a Seul quando per poco una turbolenza non aveva tirato giù, come uno schiaffo del cielo, Kaczynski e i suoi collaboratori. Lech considerava quel Tupolev una sorta di amuleto: prima di lui, ci avevano viaggiato Jaruzelski, Walesa e Kwasnievski, e a dirla tutta non c'erano i soldi per comprare una nuova flotta di rappresentanza.

Così, avrà probabilmente contato sul suo stellone, quando nella nebbia mattutina che avvolgeva la ridicola pista di atterraggio militare di Smolensk, non avrà obiettato alla valutazione dei suoi piloti: si doveva scendere a tutti i costi, perché ne andava anche dell'immagine della Polonia. Già era stato seccante vedere, tre giorni prima, il premier suo avversario politico, Donald Tusk, ricevuto con tutti gli onori da Putin, mentre lui ora arrivava con la delegazione al completo, ma senza incontrare le autorità russe.

Dall'oblò tentava di osservare vanamente il paesaggio: sessant'anni dopo Katyn, lo spirito dell'odio era l'unica cosa sopravvissuta, lì nella foresta dove Stalin aveva compiuto la mattanza degli ufficiali polacchi. I suoi espertissimi aviatori avranno deciso di provarci per quattro volte, incuranti delle grida della torre di controllo, che suggeriva un cambio di rotta verso Minsk o Mosca. Di suo, il presidente Lech avrà pensato che non ci si poteva sobbarcare - e con una delegazione così numerosa - un lungo trasferimento in auto fino al luogo della commemorazione, e avrà dato il suo assenso.

Del resto, quando era bambino, aveva recitato con il fratello Jaroslaw nel film "I gemelli che rubarono la luna": poteva mica far paura un po' di foschia? Poi è andata come ci raccontano: un'ala del Tupolev si è incastrata contro le cime degli alberi, e la fine è una fusoliera di alluminio disintegrata dal legno. Sì, dev'essere andata così. Nessun complotto, anche se i polacchi non sono mai sicuri di nulla, quando ci sono di mezzo i russi.

A Varsavia erano già convinti che a provocare l'incidente aereo del 1943 in cui aveva perso la vita il premier Sikorski (quello che aveva chiesto la verità su Katyn) fossero stati proprio i sovietici. Figurarsi adesso, con l'inchiesta sul disastro di Smolensk in mano a Putin e con un primo esame delle scatole nere che non evidenzia alcun «guasto tecnico». Il Tupolev era stato controllato da cima a fondo dai costruttori, che diamine.

Ma i dietrologi insistono: un altimetro è facile da manomettere, confondendo le idee di chi è costretto a navigare a vista. E se non si vede a un palmo dal naso, per individuare la pista serve un rilevamento radar a terra. Che a Smolensk non c'era. Quanto all'area caucasica dove è avvenuto lo schianto, lì da sempre imperversa la guerra elettronica. Basta un'interferenza provocata ad arte, una falsa comunicazione di dati tra chi è a bordo e una presunta "torre", e il gioco è fatto. Nessuno poi, tra quelli che accolgono la tesi della cospirazione, valuta pienamente attendibili le testimonianze oculari dei soldati dell'aeroporto.

Semmai, ci sono quelle di un gruppo di bambini che stavano andando a scuola: intervistati da una tv hanno detto che quell'aereo volava molto, troppo basso. Poi c'è il particolare delle "due esplosioni": quando sono avvenute? Prima o dopo il contatto con gli alberi? E nel secondo caso, nel serbatoio del Tupolev c'era carburante a sufficienza per provocarle? A giudicare dalle immagini, i rottami sono davvero frammenti, a parte i reattori e parti delle ali. Roba che ricorda gli aerei "spariti", disintegrati dopo i possibili impatti al Pentagono e nel bosco di Shanksville, in quell'11 settembre che cambiò la Storia dell'umanità.

Ma chi poteva aver interesse a ordire un attentato contro Kaczynski per mettere in ginocchio una Polonia sull'orlo della bancarotta? Qualcuno ricorda l'appoggio del presidente al suo omologo georgiano Saakashvili nella guerra contro i russi, altri segnalano l'accordo per la costruzione di un gasdotto in grado di affrancare la Lituania dalle forniture di Mosca. E nessuno ignora il protocollo siglato poche settimane fa tra Varsavia e Washington per il posizionamento in Polonia dei missili balistici Patriot. Putin e Medvedev non ne erano affatto contenti.

Stefano Mannucci
12/04/2010




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Travaglio molla Di Pietro e ritorna da Fini

di Luigi Mascheroni

Nel suo editoriale sul "Fatto" il giornalista "arruola" il presidente della Camera: "Ci serve vivo nei prossimi anni". La giravolta è completa: in nome dell'antiberlusconismo il giustizialista di "Annozero" si ricorda di essere di destra


Bentornato a casa, Marco. L’avevamo sempre pensato che Marco Travaglio fosse un vero intellettuale di destra, e se a volte abbiamo avuto un dubbio, semmai era sul primo dei due termini, «intellettuale».

Comunque, noi del Giornale, dove Travaglio guadagnò i suoi primi stipendi, pagati - ironia della sorte e nemesi del moralismo - dall’editore Silvio Berlusconi, lo sapevamo che prima o poi quel giovane reazionario, clericofascista e furioso anticomunista (partito da una posizione a metà strada fra l’Msi e il tradizionalismo cattolico ed approdato ad una in bilico fra il giustizialismo giacobino e il terrorismo mediatico) avrebbe percorso a ritroso la strada incautamente abbandonata per tornare nella sua vecchia casa.

iù in fondo, a Destra. Per un curioso e accidentato sviluppo di quel concetto che la filosofia chiama «eterogenesi dei fini», ossia il raggiungimento di esiti opposti a quelli che ci si era prefissi, il figliol prodigo è tornato a Fini. Chissà se lui lo rivede volentieri, poi. Ieri Marco Travaglio nel suo consueto editoriale sul Fatto Quotidiano ha dichiarato il suo futuro voto politico e ha investito ufficialmente il nuovo leader. Che non è più Di Pietro, e nemmeno De Magistris. Ma, appunto, Gianfranco Fini. La predica domenicale s’intitola metaforicamente «Il bacio della morte» ed è un argomentato suggerimento rivolto al presidente della Camera, avvistato due giorni fa a pranzo con Giuliano Ferrara.

Travaglio, in sostanza, dice al compagno Fini: stai lontano da lui, e per due ragioni. Primo, perché farsi consigliare da un «impiegato» del tuo peggior nemico - cioè Berlusconi - non è un’idea brillante. Secondo, perché Ferrara è il «maggior collezionista di fiaschi della storia moderna», uno che distrugge tutto ciò che tocca, uno la cui scia «è lastricata di cadaveri politici»: «Ogni volta che Ferrara esplode, il che accade a intervalli regolari sempre più ravvicinati, lui rimane illeso, ma tutt’intorno ogni forma di vita nel raggio di decine di chilometri si estingue per sempre».

E qui Travaglio infila nel suo sermone una decina di parabole, per ri-raccontare di quando Ferrara sposò la causa del comunismo, e si sa com’è finita; di quando si rifugiò nel Partito socialista a fianco di Craxi, e si sa come finì; di quando fu nominato ministro per i rapporti con il Parlamento del primo Governo Berlusconi, che finì nel giro di sette mesi; di quando nel Mugello si candidò contro Di Pietro, e finì trombato; di quando fondò la lista «No Aborto» e finì a uova in faccia, eccetera eccetera; e di come, ora, Ferrara rischia di finire da Fini. «Presidente sia gentile - è la preghiera di Travaglio - lasci perdere: ci serve vivo, nei prossimi anni». Più che un endorsement, un abbraccio.

E così il Fatto Quotidiano sdogana anche l’ultimo post-fascista, mentre il presidente della Camera dopo Repubblica e l’Unità conquista il foglio di Padellaro&Co., l’ultima roccaforte del giornalismo extraparlamentare. Ecco come la stampa d’opposizione diventò di regime. Che brutta fine. Del resto il lungo viaggio attraverso il fascismo di Marco Travaglio aveva conosciuto una tappa significativa già alcune settimane fa quando, in clima preelettorale, ospite a Tetris, disegnò un sorprendente scenario di fantapolitica in un irresistibile scambio di battute con il conduttore Luca Telese. «Immaginiamo che il Caimano non ci sia più. Il voto è tra Fini e D’Alema, chi voti?», chiede Telese. 

Travaglio, all’istante: «Fini». Telese: «Ah! Così senza pensarci neanche un attimo?». Travaglio: «Per forza. Dall’altra parte mi hai messo D’Alema». Il legittimo sospetto ora è che, anche senza D’Alema dall’altra parte, Travaglio abbia chiaro in mente cosa scegliere. E se sceglie Fini è perché chiunque in questo momento si dimostra un possibile antagonista del Cavaliere - come appare ogni giorno di più il Presidente della Camera - va politicamente bene.

Ma soprattutto perché, in fondo, Marco Travaglio non ha mai dimenticato dove gli batte il cuore. A destra. Bentornato a casa, Marco. Anche se non è detto che ti rivediamo volentieri, noi. Strane figure si vedono profilarsi all’orizzonte nell’Italia post-berlusconiana. Un giornalista di sinistra smarcatosi convenientemente a destra che si stringe sotto braccio a un politico di destra svoltato strumentalmente a sinistra. Il primo, ieri, dalle pagine del Fatto ha scoccato al secondo un bacio. Della morte. L’impressione, vedendo che fine fa chi trama alle spalle del Caimano, è che il primo finirà male. E il secondo invece pure.




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Fisco, la linea dura della Procura con Dolce e Gabbana

Corriere della Sera


Contestata la truffa. Per l'azienda nessun illecito




MILANO - Trasferire la sede di una società in un Paese straniero dove si pagano meno tasse, magari in un paradiso fiscale off-shore, può essere considerato, oltre a un modo per evadere il fisco, anche uno degli «artifizi o raggiri» che concretizzano il reato di truffa ai danni dello Stato se si viene a scoprire che quella società in realtà ha sempre continuato ad avere la sua base operativa e a lavorare in Italia? Ne è convinta la Procura di Milano che, dopo averlo già fatto in altre inchieste fiscali, ora contesta questo reato anche alla celebre maison Dolce Gabbana che nel 2004 trasferì la sede operativa in Lussemburgo. I pm milanesi avevano contestato la truffa ai danni dello Stato legata alle evasioni fiscali in altre occasioni che hanno già superato il vaglio dei processi.




Lo hanno fatto con Emanuele Gamna, l’ex legale di Margherita agnelli condannato a 14mesi di reclusione il 30 marzo scorso per truffa ai danni dello Stato ed evasione fiscale. Il processo - rito abbreviato - riguardava una parcella da 15 milioni ricevuta in Italia e in gran parte non dichiarata al fisco. Stessa cosa è accaduta con l’ex ad di Unipol Giovanni Consorte che, coinvolto nelle inchieste sulle scalate bancarie, nel 2008 ha patteggiato con il suo braccio destro Ivano Sacchetti 10 mesi e 12 milioni di euro all’Agenzia delle entrate nel filone sui 50 milioni avuti dalla finanziaria Hopa di Emilio Gnutti per consulenze e rientrati in Italia con lo scudo fiscale.

Medesima accusa è ipotizzata dall’aggiunto Alfredo Robledo nell’inchiesta sui Brontos, complicatissimi prodotti fiscali attraverso paradisi fiscali, che coinvolge alcuni colossi internazionali del credito. Impostazione analoga anche dalla Procura di Pescara in un’indagine nella quale i pm Nicola Trifuoggi, Giuseppe Bellelli e Giampiero Di Florio sono stati protagonisti del maxirecupero di 2,8 miliardi di euro consegnati da una ventina di banche (anche in questo caso ci sono istituti internazionali). È una vicenda di crediti legati a convenzioni bilaterali stipulate con alcuni Paesi stranieri per evitare la doppia imposizione fiscale.

E nelle indagini c’è il risvolto, per nulla secondario, della legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società che prevede sanzioni pesanti per le aziende inadempienti. Il sostituto Laura Pedio, dopo l’iscrizione di Domenico Dolce e Stefano Gabbana nel registro degli indagati anche per truffa ai danni dello Stato, sta dando gli ultimi ritocchi al capo di imputazione. In Procura, infatti, si sta ancora ragionando su alcuni aspetti tecnico-giuridici prima di fissare gli interrogatori.

Ci potrebbe essere il rischio, infatti, di un conflitto tra l’articolo 640 bis del codice penale (la truffa ai danni dello Stato) e l’articolo 4 (dichiarazione dei redditi infedele) del decreto 74/2000 sui reati fiscali. Rischio legato al fatto che il primo reato potrebbe escludere il secondo, con riflessi sulle pesantissime sanzioni fiscali che non sarebbero più applicabili. I magistrati puntano, quindi, su una diversa contestazione: la società che ha una falsa sede all’estero e non presenta la dichiarazione dei redditi in Italia viola l’articolo 5 del decreto (omessa dichiarazione). Così le sanzioni tornano.

La Guardia di finanza di Milano ha concluso da mesi le indagini su D&G mentre l’Agenzia delle entrate sta ultimando i conteggi sulle imposte evase. La contestazione è di 259 milioni di imponibile sottratto al fisco per le annualità 2004, 2005 e 2006 grazie alla «esterovestizione» al centro dell’inchiesta. C’è poi la questione della cessione dei marchi che valorizzano abiti, intimo, pelletteria, orologi, scarpe e profumi noti in tutti il mondo e che nel 2004 dalla D&G srl di Milano sono passati per 360 milioni alla Gado con base in Lussemburgo e controllata dalla Dolce e Gabbana Luxembourg.

Secondo quanto anticipato ieri dal quotidiano Il Fatto, si tratterebbe di un’operazione che per l’Agenzia delle entrate sarebbe stata da valutare 700 milioni. Nella relazione al bilancio chiuso il 31 marzo 2008 gli amministratori di Gado scrissero che, nella «linea di composizione della vertenza» scelta «per tutelare al meglio l’immagine del gruppo», le società lussemburghesi sono state riportate in Italia a fine 2007, «pur ritenendo ampiamente resistibili le stesse contestazioni, data l’effettiva residenza lussemburghese della società».

Giuseppe Guastella
12 aprile 2010





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I genitori : «Nostra figlia morta in ospedale per una tessera scaduta»

Corriere della Sera



Il padre nigeriano: «Non sarebbe successo se fosse stata italiana» I genitori : «Nostra figlia morta in ospedale per una tessera scaduta». I ritardi nel pronto soccorso di Cernusco sul Naviglio sono stati fatali a una bambina di 13 mesi

MILANO





Una tessera sanitaria scaduta è costata la vita a una bambina di 13 mesi. E' questa l'accusa del padre, un nigeriano, che a causa della recente disoccupazione non aveva potuto rinnovare il documento e questo avrebbe determinato fatali ritardi nelle cure al Pronto Soccorso dell'ospedale «Uboldo di Cernusco sul Naviglio», in provincia di Milano, che avrebbe rifiutato le cure fino all'intervento dei carabinieri.

LA DENUNCIA - È questa l'agghiacciante storia che, secondo quanto riferisce il quotidiano «la Repubblica», è iniziata lo scorso 3 marzo: la bimba è morta verso le 5 del mattino del giorno dopo. Il padre, Tommy Odiase, dice «se fosse stata italiana questo non sarebbe successo». Domenica si è svolta una manifestazione di protesta a Carugate, nell'hinterland del capoluogo lombardo, dove vive la famiglia - e i genitori hanno presentato denuncia per omicidio colposo a carico dei medici e dell' ospedale.

12 aprile 2010



Una licenza in Italia? In 257 giorni

Corriere della Sera



L'Italia dei ritardi costa 1,8 miliardi di danni l'anno: siamo al posto numero 143 sulla classifica di 181 nazioni. La Confartigianato e i permessi per gli edifici industriali
Una licenza in Italia? In 257 giorni

ROMA




Sportelli unici, pratiche in ventiquattr'ore... Sogno e promessa di tanti governi. Perché l’Italia è il Paese in cui per poter costruire un magazzino o un piccolo capannone industriale sono necessari in media 257 giorni a causa di procedure fra le più lunghe e complicate del mondo occidentale che collocano l’Italia al 143° posto su 181 Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, le autorizzazioni per tirare su un magazzino si ottengono mediamente in 40 giorni. I ritardi costano in termini di mancato fatturato 1 miliardo 811 milioni di euro l’anno.

«Quando torneremo al governo dovremo fare una guerra contro la burocrazia» aveva annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi pochi giorni prima delle vittoriose elezioni politiche del 2008. Dichiarazione bellica ribadita dal premier a ridosso delle regionali di due settimane fa. Con queste parole: «La sburocratizzazione è uno degli impegni presi da tutti i candidati del centrodestra alle regionali. Uno degli obiettivi è consentire a un cittadino che voglia fare imprenditoria di mettere su la sua impresa in 24 ore».

Promesse non diverse da quelle del precedente governo di centrosinistra. Basta ricordare cosa disse Romano Prodi nella conferenza stampa del 28 dicembre 2006, quando indicò fra gli obiettivi del suo esecutivo quello di consentire la possibilità di «aprire un’impresa in un giorno semplificando le procedure burocratiche». Un’impresa in un giorno, «con un solo adempimento da fare in un solo ufficio», aveva rilanciato due anni fa il candidato premier del Pd Walter Veltroni. Sportelli unici, pratiche in ventiquattr’ore...

Peccato che quella «guerra di liberazione delle imprese», che il Cavaliere aveva auspicato fin dalla sua «discesa in campo», nel ’94, l’Italia non l’abbia mai dichiarata davvero. Siamo infatti nel Paese dove le imprese per il pagamento di una fattura della pubblica amministrazione arrivano ad aspettare anche 600 giorni e dove per poter costruire un magazzino o un piccolo capannone industriale sono necessari in media 257 giorni a causa di procedure fra le più lunghe e complicate del mondo occidentale. Quest’ultima stima è della Confartigianato, che ha elaborato dati di Doing business 2010, la classifica della libertà economica che viene stilata ogni anno dalle strutture della Banca mondiale.

I 257 giorni necessari per ottenere tutti i permessi burocratici collocano l’Italia al poco invidiabile 143° posto su 181 Paesi, dietro tutti i nostri principali concorrenti. Alcuni paragoni sono decisamente avvilenti. Per esempio con gli Stati Uniti, dove le autorizzazioni per tirare su un magazzino si ottengono mediamente in quaranta giorni, anziché in otto mesi e mezzo come da noi. E tutto questo nonostante il numero dei passaggi burocratici sia superiore: 19 negli Usa contro 14 in Italia.

Ma anche con il Regno Unito, dove bastano 95 giorni, oppure la Germania, trentesima nella classifica di Doing business 2010 con 100 giorni, o la Francia: 137 giorni. Ad avere tutti i via libera per costruire un magazzino si fa prima anche in Spagna, dove pure la burocrazia non è rapidissima (233 giorni). La differenza rispetto alla media dell’Ocse è di ben 100 giorni: 257 in Italia, 157 per i Paesi considerati più sviluppati. Ritardo, quello italiano, niente affatto gratis: ancora secondo la Confartigianato il costo che le imprese sopportano in termini di mancato fatturato raggiunge 1 miliardo 811 milioni di euro l’anno.

Per ciascuna nuova costruzione, ha calcolato l’organizzazione degli artigiani, la perdita è di 184.325 euro. In termini di occupazione, è come se ogni anno non venissero impiegate 10.420 persone. Chi ci rimette di più è il Nord, dove i ritardi dei tempi di costruzione imputabili alla burocrazia incidono per 880 milioni, contro i 284,6 del Centro e i 646,4 milioni del Sud. La Lombardia è la regione maggiormente danneggiata, con una perdita di 275 milioni l’anno, seguita dal Veneto, con 157 milioni, dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte con 150, dalla Campania con 149 e dalla Sicilia con 140. C’è poi la Puglia, con 116 milioni, la Toscana (94) e il Lazio (93). Perfino il piccolissimo Molise, con i suoi 320 mila abitanti, perderebbe quasi 19 milioni di euro l’anno. Ma questo soltanto per la costruzione di un piccolo capannone o di un magazzino. Perché il costo complessivo della burocrazia per le nostre imprese è molto maggiore. La stessa Confartigianato lo ha quantificato in 15 miliardi di euro l’anno. Ovvero, poco meno di un punto di Pil.

Secondo un recente studio dell’organizzazione un sistema burocratico in linea con la media europea consentirebbe di aumentare la produttività del 6%. E scusate se è poco: negli ultimi 10 anni, secondo Eurostat, la produttività in Italia è cresciuta di appena l’1%. Dice sempre la Confartigianato che per aprire un’officina meccanica sono necessarie 76 pratiche burocratiche, mentre per un’impresa edile ne servono 73, per un ristorante 71, per una lavanderia 68, per un negozio di alimentari 58. Per non parlare dei costi. Sempre un rapporto di Doing business quantificava qualche anno fa in 5.012 euro la somma occorrente per avviare in Italia una qualunque attività economica, oltre a una trafila di 62 giorni di pratiche burocratiche. Negli Usa, invece, bastano 167 euro e tutto si esaurisce in quattro giorni. Come nel Regno Unito, dove però tutto costa un tantino di più: 381 euro, tredici volte meno che in Italia. Dove ancora stiamo aspettando il miracolo dell’impresa in un giorno.


Sergio Rizzo
12 aprile 2010

Emergency finì in cattiva luce dopo il sequestro Mastrogiacomo

di Redazione


Marco Garatti, il medico di Emergency arrestato dagli afghani «ha le mani sporche dell'omicidio di Ajmal Naqshbandi» l'interprete dell'inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, preso in ostaggio dai talebani nel 2007. La clamorosa accusa è stata lanciata dal governatore di Helmand, Gulab Mangal, ai microfoni di radio Azhadi, vicina agli americani.

Garatti era in Afghanistan durante i drammatici giorni della prigionia di Mastrogiacomo, preso in ostaggio dai talebani nella provincia di Helmand. Chi lo conosce e ha vissuto da vicino quel drammatico periodo, però, esclude che dietro il camice di medico si nasconda un complice dei tagliagole che hanno decapitato il povero Adjmal.

Il sequestro Mastrogiacomo, con i suoi lati oscuri e l'epilogo finale, ha segnato l'inizio del dente avvelenato degli americani e in seguito degli inglesi nei confronti di Emergency. Nei primi giorni del sequestro le Sas, i corpi speciali britannici, erano pronti a intervenire con un blitz per tentare di liberare gli ostaggi. I velivoli senza piloti avevano individuato i sequestratori del feroce mullah Dadullah in movimento. Da Roma, il governo Prodi disse no preferendo una costosa trattativa.

Nella mediazione venne coinvolta Emergency, grazie al responsabile afghano del suo ospedale a Lashkar Gah, Ramatullah Hanefi. Una figura ambigua che conosceva bene Dadullah. I talebani puntavano a uno scambio di prigionieri e per far capire che non scherzavano tagliarono la testa a Sayed Agha, l'autista di Mastrogiacomo. La vittima lasciava la famiglia con tre bambini a Lashkar Gah, dove il suo clan fu il primo a protestare in piazza contro Emergency. L'accusa era la partigianeria del mediatore Hanefi e il triste fatto che la pelle di un afghano vale meno di quella di un occidentale.

Dadullah riuscì a strappare al governo di Kabul cinque comandanti di rango, che languivano in galera. Fra questi c'era anche suo fratello.

Il capo dell'Nds, Amrullah Saleh, si era sempre opposto allo scambio. Amico della Cia, Saleh si è fatto le ossa con il leggendario comandante tagiko Ahmad Shah Massoud, ucciso da Al Qaida due giorni prima dell'11 settembre. Alla fine Mastrogiacomo fu liberato grazie allo scambio, ma l'interprete rimase nelle grinfie dei sequestratori. La rabbia degli afghani di Lashkar Gah esplose. L'ospedale di Emergency venne preso a sassate. Strada, Mastrogiacomo, appena liberato, e altri dell'ong italiana furono tirati fuori dai guai da un elicottero inglese, che li portò al sicuro per poi raggiungere in volo Kabul.

Saleh arrestò Hanefi, ma le pressioni della sinistra estrema in Italia convinsero il governo Prodi a piegare Kabul ottenendo il rilascio del discusso mediatore, che oggi vive in Germania. Nel frattempo Adjmal veniva decapitato. Forse sapeva e aveva visto troppo. Il capo dei servizi afghani giurò vendetta. Con l'aiuto dei corpi speciali americani e britannici prima eliminò Dadullah, il capobastone del sequestro Mastrogiacomo. Poi gli altri comandanti talebani messi in libertà in cambio dell'ostaggio italiano. Gli inglesi cominciarono a indispettirsi per la continua ed univoca propaganda di Emergency contro la Nato e i feriti talebani curati a Lashkar Gah. Il resto è storia di questi giorni.
www.faustobiloslavo.eu



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Terrorista turco torna libero grazie a un giudice

di Redazione

Roma

Condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo ed eversione dello Stato democratico, potrebbe ottenere l’asilo politico grazie a un giudice. Anche se la Commissione territoriale competente per l’attribuzione del diritto di asilo ha già detto no.

È il sottosegretario Alfredo Mantovano a ricostruire questa ennesima paradossale vicenda della nostra giustizia. Il cittadino turco Avni Er condannato in Italia per associazione eversiva, articolo 270 bis, scontata la pena deve tornare in Turchia perché espulso. Allora fa richiesta di asilo politico ma la Commissione territoriale di Bari per il riconoscimento dello status di rifugiato il 29 marzo scorso gli risponde picche: nessuna possibilità di considerarlo un perseguitato vista la condanna per eversione. Ma esiste ancora un’altra possibilità: fare ricorso al giudice ordinario, chiedendo di nuovo lo status di profugo.

E il 9 aprile scorso, Luigi Di Lalla, giudice monocratico di Bari, sospende il procedimento di espulsione e fissa per il 6 maggio l’udienza che stabilirà se Avni Er ha diritto o no all’asilo politico. Non solo. Di Lalla decide pure che Avni Er venga trasferito dal Centro di identificazione ed espulsione (Cie) verso un centro Cora, dove vengono assistiti gli immigrati in attesa di una risposta alle loro richieste di asilo e dove non esiste alcun tipo di controllo.

E quello di Avni Er, assicura Mantovano, è un caso emblematico ma non isolato. Sono molti anche i clandestini che di fronte all’intimazione di espulsione giocano la carta della richiesta di asilo per allungare i tempi e trovare il modo di aggirarla. Certamente quello del cittadino turco è un caso particolarmente clamoroso perché ci si trova di fronte ad una persona condannata dal Tribunale di Perugia nel 2006, dalla Corte di Assise nel 2008 e definitivamente dalla Cassazione nel 2009 per eversione. L’uomo venne arrestato nel 2004 nell’ambito di un’operazione congiunta internazionale durante la quale vennero arrestate 82 persone in Turchia e altre 59 fra Germania, Olanda, Belgio ed Italia.

Anche Avni Er fu accusato come gli altri di far parte del Dhkp, movimento rivoluzionario inserito dopo l’11 settembre nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il cittadino turco viene condannato e a fine pena viene prevista la sua espulsione. Appena uscito dal carcere viene quindi trasferito in un Cie in attesa dell’espulsione, ma per lui si mobilitano in molti. Dall’Arci a Save the children ad Amnesty International. In Turchia, dicono, sarebbe immediatamente incarcerato e rischierebbe trattamenti disumani. Mentre si trova nel Cie di Bari lo va a trovare pure Nichi Vendola.

La sua richiesta di asilo però viene respinta dalla Commissione territoriale preposta a questo tipo di decisioni. Le Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato sono dieci in tutto e sono sempre composte da un funzionario del ministero dell’Interno, un prefetto o un viceprefetto; un rappresentante del territorio e anche da un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati, l’organismo dell’Onu.
Eppure nonostante la condanna per eversione e il no della Commissione ad hoc il giudice ha sospeso l’espulsione. Un caso che si ripete molto spesso dicono dal Viminale e che è tanto più grave visto che poi alla fine queste domande di asilo vengono respinte nella maggioranza dei casi.

Nel 2008 le richieste di asilo furono 29.975. Molte di meno quelle del 2009 vista la riduzione del numero degli sbarchi: 14.712 in tutto. In media sul totale di richieste ne viene accolto soltanto il 40 per cento. Soltanto ad una piccolissima parte, meno del 10 per cento, viene riconosciuto il pieno diritto di asilo mentre al restante 30 per cento viene attribuita una più generica protezione umanitaria. Non si tratta in sostanza di perseguitati politici ma di persone che arrivano da Paesi in stato di crisi o dove ci sono guerre in atto e dunque il rischio umanitario è tale da giustificare e rendere necessario lo stato di protezione.



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Dalla clinica neanche una pacca sulla spalla"

Il Tempo

L'amarezza del marito della giovane mamma morta dopo il parto di due gemelli.
Oggi prima domenica senza Tiziana.


Mario Rosati, il marito di Tiziana Tumminaro, morta dopo aver dato alla luce due gemelli

«Sono passati dal "tutto bene" al "Tiziana non c'è più", nella menzogna e tenendoci all'oscuro di tutto. L'errore umano si può comprendere ma in questo modo non si può scusare». Attacca Mario Rosati, il muratore di 34 anni non ancora compiuti, il padre che crescerà da solo i quattro bambini avuti dalla moglie Tiziana, la ragazza sposata per amore davanti all'altare a 19 anni, «la mia vecchietta» la chiamava perché avrebbe compiuto 35 anni, uno più di lui, il 22 agosto.

Mario parla, e quel che dice fa venire i brividi. «Non ci hanno fatto nemmeno le condoglianze» ha detto ieri mattina prima di andare ad allattare i gemellini, Marco e Tiziana (porta il nome della mamma) e sono ancora nel nido di Villa Pia in attesa di prendere peso. «Nessuno della clinica Villa Pia, né la direzione sanitaria né il ginecologo di fiducia, si sono fatti avanti, nemmeno per metterci una mano sulla spalla - racconta Mario - ci hanno circondati solo di indifferenza.

Non ci hanno chiesto se per caso avessimo bisogno di qualcosa, se ci serviva un aiuto per le bambine che non hanno più la mamma, o se poteva esserci utile l'aiuto di uno psicologo, impreparati come siamo ad affrontare una morte che ci è caduta addossa senza che ce l'aspettassimo». Si, l'errore umano si può anche arrivare a comprenderlo, ha ragione Mario. «Ma così no - dice - senza una spiegazione, senza un briciolo di attenzione e di rispetto per la nostra sofferenza. Dopo la tragedia ci hanno ignorati» accusa.

«E prima del tragico epilogo ci hanno ingannati, continuamente fino all'ultimo, con frasi rassicuranti, per nasconderci la verità. Ci hanno detto "è andato tutto bene" anche quando le cose erano diventate difficili. Natoli ha comunicato a mia moglie che avrebbe dovuto toglierle l'utero. Lo hanno hanno detto anche a noi. Certo sarebbe stato meglio chiudere solo le tube, perché avevamo già quattro figli, ma ci siamo fidati. "Sta bene" hanno continuato a dirci anche dopo l'intervento.

E mia cognata Francesca è andata pure a prendersi un caffè al bar con il dottor Natoli, hanno fumato insieme una sigaretta. E una sigaretta con lui me la sono fumata anch'io, quando informato del trasferimento dalla zia di Tiziana, che lo aveva appreso per caso vedendo l'ambulanza uscire con mia moglie, mi sono precipitato verso le due a Villa Pia. Anche lì mi ha mentito. "Sta bene", ha detto, "te la porti a casa lunedì coi bambini", "lo abbiamo fatto per farle fare una trasfusione". E invece... Mario chiede verità e che finisca la lunga serie di menzogne».

«Qui non vedono l'ora che ce ne andiamo - dice la mamma di Tiziana, Stefania che ha solo 17 anni in più della figlia, e sembra la sorella. È seduta sul marcipaiede del cortile di Villa Pia. Con lei c'è la grande famiglia solidale, piena di fratelli, zii, e cugini, che era presente anche mercoledì «perché per noi ogni parto è una festa».

«Ma la nostra è una presenza scomoda - ne è convinta Stefania - perché ogni giorno che restiamo qui gli ricordiamo quello che hanno fatto e forse lo ricordiamo anche alle pazienti che vengono qui a partorire». Oggi è domenica. La prima senza Tiziana. E non sembra più domenica. Senza le grandi tavolate con Tiziana a casa dei nonni.

«Ormai chi ha più fame» dice Marco il nonno paterno. Anche Mario è provato, chi non lo sarebbe. L'altro ieri ha avuto anche la roccia è crollata. «Mi sono sentito male» ha ammesso pronto a ripartire per la sua famiglia, per Tiziana che non c'è più. E i programmi da realizzare insieme dovrà portarli alla meta da solo. La comunicione di Desiree e il battesimo il 24 e 25 aprile si faranno.

Grazia Maria Coletti
11/04/2010




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Vince la causa per il parcheggio

Il Secolo xix



L’uomo aveva subito fatto vedere il tagliando all’ausiliario del traffico che, inflessibile, gli aveva notificato ugualmente la multa.

E’ andato in causa e il giudice di pace gli ha dato ragioneL’ausiliario del traffico l’aveva multato mentre lui, spalle alla sua Panda, in piena via Veneto, stava facendo il tagliando per pagare il parcheggio. E quando aveva cercato di richiamarlo per protestare non aveva ottenuto risposta. Non solo, anche la polizia urbana aveva risposto di no alla sua richiesta di giustizia.

Ora il giudice di pace gli ha dato ragione: la multa è stata annullata. E il Comune, che pretendeva non solo il pagamento, ma anche l’addebito del costo delle spese legali, ha dovuto arrendersi. Franco Del Rio ha vinto una piccola grande battaglia. Lui, che di professione si occupa di investigazioni private, ha dovuto mettersi nelle mani della legge, per far stracciare quella multa che proprio non aveva digerito. A conti fatti, il giudice ha disposto la compensazione delle spese e quindi il ricorso gli è costato ma, almeno, ha ottenuto una soddisfazione morale. «Il problema è che il Comune fa sempre opposizione perché tanto non ci rimette niente – accusa Del Rio – Il cittadino, invece, anche quando subisce un’ingiustizia, deve comunque fare ricorso, aspettare dei mesi e, alla fine, saldare almeno il conto del proprio legale.


Il risultato è che la gente spesso desiste, e finisce per arrendersi, anche nei casi in cui è evidente che lo scopo della multa sia solo quello di fare cassa, e non di perseguire chi non rispetta la normativa». La vicenda è surreale ma non insolita. Cosa è accaduto in questo caso? Come Del Rio ha raccontato al giudice di pace Stefano Galeotti affidandosi all’avvocato Giusteschi Conti del foro spezzino, quel 5 maggio dello scorso anno si era ritrovato sul parabrezza l’avviso di sanzione proprio mentre tornava all’auto, col suo bigliettino di pagamento fatto da un euro. La motivazione della multa? Aveva violato il codice della strada all’articolo 7 sostando il proprio veicolo in zona a pagamento senza esporre il prescritto titolo abilitante. «Macché infrazione – si era ribellato – proprio mentre stavo effettuando il pagamento della sosta, così come prescritto, l’ausiliario in contemporanea mi stava elevando la contravvenzione.


E infatti mi sono ritrovato l’avviso al mio ritorno. Non sono un ragazzino e non ho potuto inseguire l’ausiliario, una donna, che si stava già allontanando. Ho chiamato, non si è girata». L’uomo non si è rassegnato ed è passato al contrattacco. Ha provato a rivolgersi per iscritto al comando vigili. La risposta è stata negativa: la violazione contestata non consiste nel mancato pagamento – gli è stato risposto – ma nella mancata esposizione dello scontrino. E poi, ha aggiunto la polizia, «nulla dimostra che lo scontrino prodotto sia effettivamente ricollegabile al veicolo oggetto di sanzione». Insomma, se anche aveva pagato, Del Rio non aveva fatto in tempo a esporre la ricevuta, dunque era colpevole. E poi, forse, quel tagliando non era suo … Del Rio non ci ha più visto. Ha fatto ricorso al giudice. Ha depositato la sua istanza il 21 settembre e il 12 gennaio è arrivato lo scontro.


L’avvocato Furia, per il Comune della Spezia, ha chiesto «la reiezione del ricorso, in quanto infondato, stante la legittimità dell’operato dell’agente verbalizzante». Ma il giudice ha dato ragione al cittadino. «l ricorso deve essere accolto – ha scritto – la produzione documentale del biglietto di avvenuto pagamento riporta la data e l’ora in cui detto pagamento è avvenuto. Tale data è il 5 maggio alle 8,57: così come l’accertamento da parte dell’ausiliario del traffico è del 5 maggio alle 8,57. E’ dunque credibile che il ricorrente, dopo aver posteggiato, abbia impiegato qualche minuto per trovare il più vicino parcometro e compiere le operazioni necessarie al pagamento e tornare al proprio veicolo». Poiché non è possibile volare dal parcheggio al parchimetro, è chiaro che il cittadino non doveva essere multato.


Il giudice rileva anche che «casi analoghi si sono già presentati, a dimostrazione di una serie di disguidi che si creano frequentemente fra automobilisti e ausiliari del traffico il cui risultato è solo quello di far perdere agli occhi del cittadino credibilità alla pubblica amministrazione, troppo spesso ingiustamente accusata di far cassa con tale tipologia di contravvenzioni. Per evitare tutto ciò sarebbe opportuno che la civica amministrazione prevedesse, come già avviene in altri Comuni limitrofi, che l’ausiliario prima di stampare il preavviso di verbale, apponesse quello che viene altrove chiamato avviso di cortesia: una identica stampata in cui si informa il cittadino del rilievo dell’assenza di ticket, e che trascorsi 10 minuti o meno, senza che lo stesso venga pagato, verrà elevata la contravvenzione».



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Così Amanda ha plagiato gli Usa"

La Stampa

La denuncia di una giornalista statunitense: la famiglia fa disinformazione



GLAUCO MAGGI
NEW YORK

Il compatto muro innocentista che si è formato negli Usa a difesa di Amanda Knox, 20 anni, durante il processo di Perugia per l’assassinio dell’amica inglese Meredith Kercher, 22 anni, ha subito un primo scossone da parte americana. Nel libro «Angel Face» (Faccia d’Angelo, la vera storia della studentessa killer Amanda Knox) la giornalista di Newsweek, Barbie Latza Nadeau, accusa la famiglia della ragazza, condannata a 26 anni per omicidio volontario, di aver creato «una macchina mediatica innocentista» che ha cercato di cancellare i pesanti indizi che si sono accumulati durante l’inchiesta.

«Hanno semplicemente scelto d’ignorare i fatti che stavano venendo alla luce in Italia», scrive la Nadeau che fa la corrispondente da Roma dal 1996 per Newsweek e altre testate Usa, dal sito Daily Beast ai maggiori network televisivi (Cbs, Nbc, Fox e Cnn). Le accuse della giornalista si basano sulla sua esperienza diretta di testimone, in Italia, dell’operato dei media americani. Secondo la Nadeau, l’accesso alle fonti vicine ad Amanda dipendeva dalle simpatie espresse dagli inviati: la famiglia, in sostanza, cooperava solo con gli innocentisti, fino al punto di pagare le spese di viaggio in cambio d’interviste esclusive.

Un esempio del clima creato dai Knox è la vicenda dell’avvocato Joe Tacopina. Arrivato a Perugia come «esperto legale» per conto del canale televisivo Abc, in un primo tempo svolse un ruolo ufficioso di difensore degli interessi dei Knox. Quando però confidò alla Nadeau, studiati gli atti, che non poteva dichiararsi al 100% sicuro dell’innocenza di Amanda, fu escluso dal giro della famiglia, che da quel momento si chiuse a riccio e operò attivamente affinché la propria versione fosse la sola ad approdare negli Usa.

Dal momento dell’arresto, scrive la Nadeau, «Amanda e Raffaele furono una pacchia per le vendite dei giornali italiani e dei tabloid inglesi. La stampa locale riportava indiscrezioni degli avvocati e dei magistrati per arricchire la storia criminale e ben presto etichettò Amanda come Faccia d’Angelo, alimentando un fascino morboso. I giornali britannici, ardenti nella difesa dell’onore della vittima inglese, scavarono nei dettagli che inavvertitamente Amanda aveva messo su Internet, a cominciare dal suo nome su MySpace, Foxy Knoxy. Le telefonate agli insegnanti e agli amici a Seattle fornivano la descrizione di una ragazzina studiosa, intelligente e atletica. Ma i siti del social network raccontavano un’altra storia».

La Nadeau svela il video su YouTube di Amanda ubriaca a un party, ma affonda il colpo più serio alla «brava ragazza» quando aggiunge: «Altre apparizioni suggeriscono una personalità più enigmatica e più oscura. Baby Brother, un filmato che Amanda aveva messo su MySpace, non è in assoluto sconvolgente ma contiene un riferimento piuttosto allegro allo stupro».

Gli inquirenti presero le storie emerse sul suo passato «come prova che lei ne avesse per lo meno fantasticato, che ciò fosse nella sua mente. Aggiungi droga e alcol, era il loro ragionamento, e non ci voleva molto perché questi pensieri nascosti portassero all’azione. Si stava formando l’immagine di una bisbetica in preda a oscuri impulsi e la famiglia lottò per controllare la tempesta». Per chi non accettava per oro colato le ricostruzioni dei Knox c’era l’ostracismo: «Le troupe tv impararono a essere prudenti nel farsi vedere con gente come me, la famiglia le avrebbe tagliate dal giro».




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