martedì 13 aprile 2010

Paga la mensa ai bambini più poveri Ira degli altri genitori: "E' ingiusto"

La Stampa

La polemica ad Adro, nel Bresciano "Mangiare a scuola non è obbligatorio. Impossibile risovere così la questione". E l'anonimo imprenditore risponde
BRESCIA


E' polemica sulla notizia, diffusa oggi, dell’invio al comune di Adro, in provincia di Brescia, di 10mila euro da parte di un imprenditore anonimo a titolo di rimborso delle rette non pagate dalle famiglie in difficoltà della scuola elementare locale: il caso aveva suscitato scalpore nei giorni scorsi a seguito della decisione della giunta leghista, guidata dal sindaco, Oscar Lancini, di non far accedere alla mensa gli alunni delle famiglie morose. Oggi, alcuni genitori degli alunni che hanno sempre pagato le rette della mensa hanno espresso la loro contrarietà nei confronti del gesto: «Poiché la mensa non è un servizio - ha dichiarato una mamma fuori dalla scuola primaria - non è obbligatorio accedervi, mentre è obbligatorio pagare per entrarvi. E non si può certo risolvere così la questione perché a settembre si ripresenterà di nuovo».

L’ignoto benefattore, che si firma "un cittadino di Adro" ed ha fatto pervenire al comune lombardo un forfait che permetterà a tutti gli alunni in ritardo coi pagamenti di usufruirne sino alla fine di quest’anno scolastico, ha invece colto l’occasione per inviare al sindaco del suo paese una lunga lettera. «Sono figlio di un mezzadro - esordisce l’anonimo nella sua missiva, resa pubblica - che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni `miserevolì».

L’anonimo sostiene anche che «i 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché - conclude - il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso». Solidarietà a parte, anche la normativa sembrerebbe non dare ragione alla decisione della giunta di Adro: in base alla legge 176/2007, lo Stato ha infatti stabilito che il tempo dedicato al pranzo è scuola a tutti gli effetti. L’articolo 1 riporta che nelle «le classi funzionanti a tempo pieno con un orario settimanale di quaranta ore» deve essere considerato anche il «tempo dedicato alla mensa».


Calciopoli, Facchetti telefonò a Bergamo: "Metti Collina

Quotidianonet


Clima da stadio all'esterno e all'interno del tribunale dov'è terminata l'udienza del processo a Calciopoli. Nuovo appuntamento il 20 aprile, con il tecnico del Chelsea convocato come teste.
In quella sede saranno ascoltate le 75 nuove intercettazioni presentate dalla difesa di Moggi


ASCOLTA LA TELEFONATA


Napoli, 13 aprile 2010


Sono settantacinque le intercettazioni “dimenticate di cui i difensori dell’ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi, hanno chiesto l’acquisizione ai giudici di Napoli. E coinvolgono nomi vecchi e nuovi del mondo del pallone made in Italy

Ore 9.00 - L'ex direttore della Juventus, principale indagato nel processo, è stato accolto dalle urla di incoraggiamento di una ventina di tifosi juventini, subito allontanati dalle forze dell’ordine in servizio.

Ore 10.30 circa - La difesa di Moggi ha chiesto oltre l'acquisizione delle 75 telefonate anche l’acquisizione di circa 3.000 ‘contatti’ telefonici con indagati da parte di dirigenti di societa’ (si tratta dei contatti ricavati dai tabulati anche relativi ai centralini dei club calcistici).

Ore 11.30 - Il giudice Teresa Casoria sembra intenzionata ad accettare la richiesta, rivolgendosi così al pm Narducci: "Le telefonate mi sembrano rilevanti".

Ore 12.00 - Sulla telefonata del 26 novembre tra Facchetti e Bergamo, nella quale il dirigente nerazzurro invita il designatore ad inserire Collina nella griglia per la gara Inter-Juventus, il colonnello Auricchio ha ammesso di non aver ritenuto all'epoca importante questa intercettazione.

Nello specifico c'è stato un vero botta e risposta tra Paolo Trofino, uno degli avvocati dell’ex dirigente generale della Juventus Luciano Moggi, e il colonnello dei carabinieri Attilio Auricchio, uno dei principali investigatori che ha condotto le indagini su Calciopoli. Le domande del penalista all’ufficiale dell’Arma sono state poste presso l’aula 216 del nuovo tribunale di Napoli, dove questa mattina è ripreso il processo sul cosiddetto ‘sistema Moggi’. 

L’avvocato Trofino ha chiesto al colonnello Auricchio se anche l’ex presidente dell’Inter Giacinto Facchetti si recasse a casa dell’ex designatore arbitrale Paolo Bergamo. “Se mi chiede di Facchetti, mi risulta - ha risposto Auricchio - non mi risulta di Moratti”.

Nel corso dell’udienza il legale di Moggi ha poi citato una telefonata del 26 novembre 2004, una di quelle non trascritte e non ancora oggetto di indagine. Nel corso della conversazione l’ex dirigente dell’Inter parla al telefono con Bergamo e gli chiede: “E allora per domenica?”. A questa domanda Bergamo, secondo quanto ricostruito dall’avvocato Trofino, ha risposto: “Facciamo un gruppo di internazionali così non rischiamo niente”. A questa affermazione la risposta di Facchetti è “va bene, metti dentro Collina”.

Ore 12.30 circa - Confida nell'acquisizione, da parte della IX sezione penale del tribunale di Napoli, delle nuove intercettazioni l'avvocato difensore di Luciano Moggi, Maurilio Trioreschi. "Credo che saranno acquisite - dice il legale – mi sembra questo l'orientamento". Così risponde l'avvocato alle domande dei giornalisti durante una pausa del processo ormai famoso come 'Calciopolì.

Ore 13.30 - Un gruppo di tifosi juventini, provenienti dalla provincia, sta manifestando con striscioni e bandiere davanti alla sede del Tribunale di Napoli dov'è in corso l'udienza del processo Calciopoli.

Ore 14.15 circa - La Procura non si oppone alle acquisizione delle 75 intercettazioni, questo quanto sottolineato dal pubblico ministero Giuseppe Narducci in chiusura dell'udienza: “In modo che possono essere vivaddio trascritte fedelmente e potremo così ragionare su dati veritieri''.

Ore 14.45 circa - L'udienza è stata rinviata al 20 aprile. In quella data sarà ascoltato come teste Carlo Ancelotti, attuale allenatore del Chelsea. Dopo il controesame del colonnello dei carabinieri Attilio Auricchio, il designatore arbitrale Paolo Bergamo, imputato assieme a Moggi, Giraudo, De Santis e altri, ha voluto rendere dichiarazioni spontanee per fare «chiarezza su molti aspetti.  "Sono quello che faceva le nomine - dice Bergamo - e il venerdì si trasformava nel maghetto«.

Una lunga difesa quella del designatore arbitrale per spiegare cosa fossero le cene che si tenevano a casa sua a Livorno prima delle partite di importanti club come Juventus, Milan, Inter, che gli sono state contestate come occasioni per fare il punto sulle strategie poco sportive. Successivamente i pubblici ministeri hanno rilasciato parere favorevole all'acquisizione agli atti del processo delle intercettazioni telefoniche, 75 in tutto, presentate dalla difesa di Luciano Moggi. Infine il presidente del tribunale, Teresa

Casoria ha aggiornato l'udienza al 20 aprile prossimo, quando in aula sarà presente a testimoniare l'allenatore Carlo Ancelotti.  "Abbiamo proposto fatti - commenta a fine udienza il legale di Luciano Moggi, avvocato Paolo Trofino - rispetto ai quali c'è stato risposto con valutazioni". Il riferimento è alle risposte date dal colonnello Auricchio in merito al mutato atteggiamento dell'arbitro De Santis nei confronti della Juventus dall'apertura delle indagini in poi. Comportamento che Auricchio ha definito  "desunto da attività investigative". Al termine dell'udienza Luciano Moggi, uscendo dall'aula, è stato accolto dagli applausi dei tifosi. I cori inneggianti all'ex dg della Juve continuano all'esterno del tribunale di Napoli.


Vicenza: morto operaio caduto in vasca con liquido refrigerante a -20 gradi

Corriere della Sera



Non ancora chiarita la dinamica dell'incidente. La tragedia, in uno stabilimento di Lonigo, non ha avuto testimoni. Vicenza: morto operaio caduto in vasca con liquido refrigerante a -20 gradi


VICENZA


Sebastiano Storti, 40 anni, sposato e padre di tre figli, è morto congelato dopo essere caduto in una vasca con liquido congelante a 20 gradi sotto lo zero. Il tragico incidente è avvenuto lunedì sera a Lonigo, in provincia di Vicenza, nello stabilimento chimico Zach System del gruppo Zambon. Ancora da ricostruire le cause esatte della tragedia, che non ha avuto testimoni. Martedì gli operai dell'azienda hanno scioperato per l'intera giornata per chiedere maggiori interventi sulla sicurezza. L'operaio, riferiscono i quotidiani locali, è stato trovato già privo di vita da alcuni colleghi, che non riuscivano a rintracciarlo in azienda. L'ingresso della vasca refrigerante, posta a tre metri da terra, avviene grazie a una stretta botola cui si accede attraverso una scaletta. Sarà l'indagine avviata dalla procura di Vicenza a far luce sulla dinamica dell'incidente.

DINAMICA - «La società sta prestando ogni fattiva collaborazione alle autorità competenti», sottolinea un comunicato dell'azienda, secondo la quale «non è chiara la dinamica dei fatti in quanto Storti, un esperto addetto alla manutenzione, in quel momento si stava muovendo autonomamente nella zona dello stabilimento interessata e non erano in corso anomalie negli impianti che richiedessero particolari interventi». Il corpo esanime dell'operaio specializzato (da sei anni dipendente dell'azienda) è stato ritrovato da un collega di turno «riverso all'interno di una vasca contenente circa 80 centimetri di liquido refrigerante - precisa la Zach System - La vasca, dove il liquido è mantenuto alla temperatura di -20 gradi, è interamente chiusa e vi si accede attraverso una botola larga 50x35 centimetri munita di portello e posta a circa tre metri d'altezza».

13 aprile 2010


Aereo investe lepre, Linate chiude

Corriere della Sera

Parlamentari di Pdl e Lega bloccati all'aeroporto. L'aereo costretto ad atterrare pochi minuti dopo il decollo

MILANO


Attimi di paura su un volo di linea in partenza dall'aeroporto milanese di Linate e diretto a Roma. L'aereo è stato costretto ad atterrare dopo pochi minuti dal decollo, perchè sulla pista, poco prima di alzarsi, intorno alle 14, una lepre è finita in uno dei motori, causandone l'esplosione.
A bordo del volo il vicesindaco Riccardo de Corato, alcuni parlamentari del Pdl: Giorgio Iannone e Viviana Beccalossi e il sindaco di Brescia Adriano Paroli, più una decina di altri parlamentari di Pdl e Lega, di rientro a Roma per i lavori di Montecitorio. La pista è rimasta chiusa dieci minuti, dalle 13,20 alle 13,30. I passeggeri sono stati fatti scendere e ricollocati sui voli successivi diretti a Roma. L'areo sarà sottoposto a controlli per verificare se è stato danneggiato dall'animale. «Abbiamo sentito un forte botto e subito dopo una violenta frenata», ha dichiarato all'agenzia AdnKronos Jannone. L'esponente del Pdl ha raccontato le fasi del singolare contrattempo sulla pista dell'aereoporto milanese, che poi è rimasta chiusa per alcuni minuti: «C'è stata tanta paura - ha detto ancora Jannone - e ora siamo qui, in attesa di un altro volo. Tra poco dovremmo ripartire...».
Redazione online
13 aprile 2010





Powered by ScribeFire.

Emergency: da terroristi a prigionieri

Libero





Per Gino Strada l'arresto dei tre medici di Emergency, a questo punto, è diventato un sequestro. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, chiede di evitare polemiche politiche inutili. "Le dichiarazioni di Strada sul fatto che il caso dei tre medici arrestati si sia trasformato in un sequestro hanno il sapore di una polemica politica, che non aiuta innanzitutto i nostri connazionali" ha dichairato il capo della Farnesina non appena atterrato a Sarajevo dove si trova per una visita di stato in Bosnia. Frattini, però, si è affrettato a lanciare un messaggio tramite Facebook e Twitter per dire "non li abbiamo abbandonati". Il governo italiano, infatti, ha inviato sul luogo un consigliere giuridico dell'ambasciata italiana a Kabul, che è un magistrato italiano, per seguire direttamente le vicende delle investigazioni.

Tutti in piazza. Emergency e il suo fondatore, Gino Strada, stanno pensando a "una grande mobilitazione su scala nazionale per il fine settimana", dopo l’arresto di tre volontari dell’ospedale dell’ong a Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan, sospettati di essere complici del presunto complotto per l'assassinio del governatore di Helmand. Lo ha confermato lo stesso Gino Strada al blog di Beppe Grillo.





La manifestazione si svolgerà in Piazza Navona, a Roma, dalle 14.30
.
Per manifestare vicinanza all’organizzazione, ha ricordato Strada, "la prima cosa è firmare l’appello che c'è sul sito di Emergency, una raccolta firme giusto per esplicitare questa solidarietà, questo non credere da parte dei cittadini ad accuse infamanti, a montature che mettono assieme varie spie, poliziotti, militari e criminali vari".

Ma il mistero attorno all'arresto dei tre medici italiani di Emergency, operanti nell'ospedale di Lashkar Gah, in Afghanistan, si infittisce. In una dichiarazione rilasciata ieri al quotidiano britannico Times, il portavoce del governatore di Helmand, Daoud Ahmadi, sosteneva che tutti e 9 gli arrestati avessero confessato: «Erano accusati di avere legami con Al Qaeda e i terroristi. Hanno riconosciuto il proprio crimine. Hanno detto che c'era un piano per compiere attentati suicidi negli affollati bazar, il compound del governatore Gulab Mangal, che volevano uccidere». Ma oggi il portavoce fa marcia indietro: «Il Times di Londra mi ha citato in modo sbagliato, soprattutto per il riferimento di un legame fra gli italiani e Al Qaeda e oggi ha chiesto scusa. Tutto quello che ho da dire è quello che ho dichiarato il primo giorno e non aggiungo altro perché le indagini sono ancora in corso».

Frattini contro il Times -  "Nella diatriba fra il 'Times' e il governo afghano non c'entro nulla - ha detto Frattini - Quindi sarà il 'Times' a   dover spiegare se c'è stato un misunderstanding o se hanno diffuso una notizia sbagliata. Non sta certo a me dirlo".

Una bufala
- Gino Strada ha liquidato la notizia di ieri come "una bufala. I tre non hanno nulla da confessare. Sono stati lì per anni a lavorare per curare gli afghani. Io ci ho lavorato. Sono persone su cui metto le mani sul fuoco".  Oggi, di fronte alla smentita afghana, i toni si accendono: "Non sappiamo nulla. Non abbiamo avuto nessuna informazione ufficiale. Le uniche notizie che circolano sono i deliri di quell'imbecille del portavoce del governatore di Helmand,
Non c'è nessuna notizia ufficiale".

L'arresto - Al momento dell'arresto, gli operatori di Gino Strada sono stati accusati di aver ordito un piano per uccidere il governatore della provincia meridionale di Helmand e di essere "coinvolti nel favoreggiamento" di attacchi kamikaze. Le manette sono scattate dopo il rinvenimento di cinture esplosive, granate e pistole in un magazzino di un ospedale di Lashkar Gah, la capitale di Helmand, dove si trovava il governatore. Quest'ultimo, Gulab Mangal, sostiene che l'azione sia stata finanziata dai talebani afghani rifugiatisi in Pakistan. I dipendenti di Emergency "stavano progettando a Lashkar Gah e l’obiettivo numero uno ero io stesso".

Maso Notarianni, responsabile della comunicazione per l'organizzazione e direttore di "Peacereporter", ha riferito che "uomini dei servizi segreti afghani e soldati dell’Isaf sono entrati nell’ospedale di Emergency e hanno prelevato quattro persone, tra le quali tre medici italiani. Quando li abbiamo chiamati al cellulare, ha risposto un ufficiale inglese che non si è identificato e non ha voluto dare spiegazioni di quanto accaduto. Per quanto ci riguarda, i medici sono stati sequestrati dall’Isaf". Secca la smentita del contingente della Nato, che ha reso noto che nessuno dei suoi uomini è coinvolto.  Anche se nel video di Ap - pubblicato senza audio per motivi di copyright - si vedono chiaramente uomini in divisa Nato. Sull'ipotesi di complotto, Notarianni ha aggiunto: "Inutile dire che il fatto che i nostri medici possano essere sospettati di ordire un complotto contro il governatore è assolutamente ridicolo".




La Farnesina
-  Dopo la notizia dell'arresto, il ministero degli Esteri si è subito attivato per conoscere la dinamica dell'episodio e le motivazioni dei fermi, pur specificando che i medici arrestati lavorano in una struttura umanitaria non riconducibile né direttamente né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana. Il ministro Frattini ha poi commentato le dichiarazioni rilasciate dal fondatore di Emergency: "Il dottor Strada ha fatto un comizio politico, una conferenza stampa in cui accusa la coalizione e l’Isaf di uccidere vittime innocenti. Le forze italiane sono sempre state in prima fila contro il terrorismo e non certo contro le vittime innocenti. Questo tentativo di buttare fango sui nostri valorosi militari di pace, sui militari della coalizione è un tentativopolitico che io respingo con forza"

Immediata la replica: "Qualcuno lo considererà fango, io ritengo che i militari stranieri presenti in Afghanistan costituiscono dal 2001 una forza di occupazione. Questo è gettare fango? Sono lì a fare la guerra. Loro fanno il loro lavoro, che non c'entra niente col nostro. E noi facciamo il nostro che è cercare di portare a casa vite umane, non di sopprimerle". Al botta e risposta partecipa anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa che invita ad abbassare i toni: "Strada dovrebbe evitare di accusare il governo afghano, di gridare al complotto della Nato e di tirare dentro il governo italiano che non è stato informato di questa operazione. Sarebbe più saggio se, in attesa di sapere come sono andate le cose ,perché non ha conoscenza del caso specifico, prendesse intanto le distanze dai suoi collaboratori. Può sempre succedere di avere accanto, inconsapevolmente, degli infiltrati".

Collusione con i talebani - Il generale Fabio Mini, ex comandante della forza multinazionale Nato in Kosovo (Kfor), ha spiegato che Emergency è diventata un’organizzazione "scomoda e sgradita a molti" in Afghanistan e "anche in ambito Isaf aleggia il sospetto che l’associazione dia manforte ai talebani". L'arresto potrebbe rientrare nell'ambito di un controllo più generale su tutte le organizzazioni non governative, "e allora si potrebbe parlare quasi di routine". Ma dietro l'irruzione nell'ospedale potrebbero esserci i servizi segreti afghani, che, "a causa dei vecchi sospetti di collusione di Emergency con i talebani e probabilmente disponendo di informazioni mirate, vogliono dare un giro di vite contro l’azione sgradita di chi cura i feriti senza chiedere la carta d’identità e senza schierarsi".

10/04/2010








Powered by ScribeFire.

Doppia goduria

Libero



L’ultima “ridotta rossa” del Mincio è caduta. Mantova si consegna al centrodestra dopo 64 anni. Il neo sindaco Nicola Sodano, professione architetto, vince il duello elettorale più importante dei ballottaggi 2010: con il 52,2% batte Fiorenza Brioni (47,8%), incassando mille voti in più dell’avversaria (11.821 contro  10.830). Mantova era l’ultima roccaforte rossa della Lombardia. Sopravvissuta e tutt’altro che inespugnabile. «Cara e bella Mantova, bentornata in Lombardia», esclama Roberto Formigoni.  Che la battaglia fosse a rischio sconfitta per il Pd, lo hanno provato gli affannosi comizi elettorali degli ultimi giorni, con i nomi dei leader saltati sul palco della centrale piazza Sant’Andrea: Fassino, D’Alema e per chiudere Bersani che ha completato l’en plein della iella. Forse il terzetto del vertice pidiessino non lo immaginava neanche da lontano, ma questa presenza affrettata e improvvisata  ha contribuito a far incavolare i mantovani storicamente indocili e molto restii a fare certe figure: mai dare l’impressione di essere il tizio che si fa condizionare. L’effetto boomerang è garantito.

E questo lo spiega bene anche il neosindaco arrivato trionfante e commosso al Sodano-Point allestito in piazza dei Mille (alle spalle del Due Cavallini), uno dei pochi ristoranti in città ad avere conservato la tradizione culinaria tipica. Dice Nicola Sodano: «La presenza dei tre leader nazionali è stato il chiaro segno della debolezza del Pd. I mantovani non hanno apprezzato e così anche la sinistra ha votato per me. Io che sono di centrodestra (PdL) mi sento orgoglioso di governare in una terra di centrosinistra. Una realtà che supera l’immaginazione, e la città delle persone perbene merita questa vittoria, perciò mi farò interprete della loro volontà».

 L’espugnazione c’è stata ed è avvenuta nonostante l’astensionismo, comunque in linea con quello nazionale: Mantova ha registrato la seconda caduta dell’affluenza alle urne in 15 giorni. Nel primo turno avevano espresso la propria preferenza il 70,24% degli aventi diritto, ovvero il 7% in meno rispetto ai votanti delle ultime consultazioni; il 59,93% ha invece imbucato la propria scheda nel turno di ballottaggio.

Antonio Pacchioni leghista storico e consigliere comunale a Marmirolo (paese del famoso lanciatore di cavalletto in testa a Berlusconi) ammette che questa clamorosa sconfitta del Pd non era così scontata, dato che «anche nella passata legislatura, sebbene i mantovani avessero espresso malcontento nei confronti del precedente sindaco, alla fine erano tornati a votarlo. Sarebbe falso negare che anche stavolta il timore serpeggiava. Però un ruolo fondamentale lo hanno giocato le pubbliche dimissioni (alla vigilia del voto) di Benedetta Graziano dell’Idv». L’assessore all’Informatica della ex giunta Brioni e segretario del partito di Di Pietro è sospettata di avere falsificato le firme, e in diretta sul palco, alla presenza di Tonino si è dimessa.

Dopo qualche giorno ha ritirato tutto ma ormai il patatrac era fatto». Al consigliere Pacchioni (il Carroccio ha contribuito alla vittoria con un 10%) fanno eco i leghisti d’origine padana che in questi giorni hanno allestito i gazebo in città, banchetti gemellati col PdL. In coro rievocano un detto virgiliano puro:  «Mantuan larg ad buca e stric de man/ mantovani larghi di bocca e stretti di mano. Ai banchetti sono venuti in tanti, anzi tantissimi. Tutti a lamentarsi dell’attuale amministrazione e a promettere il voto al centrodestra. Però si sa, i proverbi sono la saggezza e guai a trascurarli. Ma stavolta ha vinto la parola data, largamente». E questo nonostante l’informazione locale, incarnata dalla secolare Gazzetta di Mantova (gruppo L’Espresso), da sempre sostenga la campagna del centrosinistra. Tanto che il quotidiano è stato ribattezzato  dai mantovani stessi (a prescindere dal colore di appartenenza) “la Pravda”.

A sentire chi ha votato, le cause del ribaltone sono infinite: la magnifica città di Virgilio costretta al tepore di Bella Addormentata da governi che pensando a gestire unicamente il loro potere, l’hanno obbligata all’isolamento. Le vie di comunicazione sono un disastro, manca una linea ferroviaria che consenta di raggiunge le città vicine in tempi accettabili. La città è  isolata dalle province vicine, mentre il centro storico inaccessibile ha ucciso la stragrande maggioranza dei negozi e di tante boutique. I commercianti sono sul lastrico, anche a causa di tre enormi ipermercati cresciuti come funghi a ridosso della città.

Tutto in un asse perfetto fra classe dirigente locale e Coop rosse. La fu politica di centrosinistra è, secondo gli elettori di Sodano, colpevole di avere mortificato lo slancio turistico di Mantova e delle sue meraviglie architettoniche e paesaggistiche. Il turismo in terra gonzaghesca si traduce (e riduce) infatti nei sette giorni settembrini dedicati al Festivaletteratura: parata politico-intellettualistica di scrittori, pensatori e opinion maker rigorosamente rossi. I mantovani si sono stancati e cominciano a a essere irritati anche dall’invasione straniera. Non va giù a nessuno che l’ortolano di viale Gramsci o il salumaio di corso Pradella siano stati soppiantati dal fruttivendolo “Asia & Afrika” e dalla gastronomia turca, persiana, araba. Se vuoi fare cambiare idea sulla politica a un mantovano, mettigli nel piatto Kebab al posto dei tortelli di zucca.

di Cristiana Lodi Ha collaborato Marco Mari
13/04/2010




Powered by ScribeFire.

Genova ricorda Quattrocchi Bornacin contro i volontari di Emergency

IL Secolo xix


«L’importante è che la città non dimentichi Fabrizio»: ha detto così, la sorella di Fabrizio Quattrocchi, il bodyguard ucciso in Iraq il 14 aprile del 2004, nel giorno della sua commemorazione, patrocinata dal Comune di Genova. Nel corso della manifestazione, organizzata dall’associazione sportivo-culturale Fabrizio Quattrocchi, è stato proiettato un filmato di fotografie di famiglia e delle immagini del rapimento.

«Vogliamo ricordare lui e le vittime del terrorismo e raccontarlo com’era, senza le etichette che la stampa gli ha appiccicato», ha affermato Graziella Quattrocchi, presidente dell’associazione; sulle polemiche ha detto che non le interessano, che il suo obiettivo «è fare conoscere la storia contemporanea e incontrare i ragazzi delle scuole».

Alla cerimonia, nel corso della quale è stato letto anche un messaggio del presidente della Camera, Gianfranco Fini, ed è intervenuto il giornalista Toni Capuozzo, oltre a parenti e amici, c’erano il senatore Giorgio Bornacin (Pdl), una ventina di studenti dei licei classici Mazzini e King e una rappresentanza del gruppo Genova Centro degli Alpini, in quanto Quattrocchi fece il militare proprio in questo corpo militare.

A margine della cerimonia, Bornacin ha parlato dei tre operatori di Emergency arrestati in Afghanistan (in fondo alla pagina, il link per leggere le ultime notizie sulla vicenda): «Qualche collusione con i terroristi devono averla avuta». Criticando l’assenza delle istituzioni locali alla commemorazione di Quattrocchi, Bornacin ha aggiunto: «Scommetto che sabato il sindaco Vincenzi andrà in piazza a firmare per la liberazione dei tre volontari di Emergency»; poi ha nuovamente chiesto che a Quattrocchi venga intitolata una strada del capoluogo ligure.

Su questo punto, il vicesindaco di Genova, Paolo Pissarello, ha spiegato che solo a dieci anni dalla morte di Quattrocchi il Comune potrà eventualmente valutare se intitolare una strada alla sua memoria: «La vicenda, come tutti ricordiamo, ha colpito gli italiani, ha avuto fasi difficili e c’è stato un lungo accertamento della magistratura per capire perché fosse lì - ha detto Pissarello - L’accertamento si è concluso poco tempo fa, affermando la figura del lavoratore e non del mercenario. Ora la figura può essere liberata, quindi in futuro si può riconsiderare l’intitolazione di una strada, all’interno delle regole».

Pissarello ha sottolineato che devono passare dieci anni dalla morte di una persona e che, «per esempio, Guido Rossa non ha una strada. Le cose devono essere sedimentate e c’è una competenza dell’ufficio Toponomastica e dell’assessorato dell’Anagrafe».

Polemiche sull’assenza delle istituzioni

Proprio l’assenza delle istituzioni, evidenziata da Bornacin, ha creato polemiche durante la cerimonia. Polemiche cui Pissarello ha replicato dicendo che non è pervenuto nessun invito ufficiale al Cerimoniale del Comune: «L’ufficio del Cerimoniale non ha ricevuto nessun invito ufficiale alla partecipazione, mentre il patrocinio è stato chiesto dalla famiglia e il Comune lo ha concesso. Patrocinio e partecipazione sono due cose separate».

Pissarello ha aggiunto che il patrocinio è stato concesso perché si tratta di «un evento di rilevanza pubblica, in linea con lo sviluppo della vicenda».

Quanto al pagamento di 465 euro per l’affitto della sala da parte dell’associazione sportivo-culturale Quattrocchi, il vicesindaco ha spiegato che «la sala viene data, ma ha un costo, a meno che non sia il Comune a organizzare o coordinare un evento. Insomma la regola è una».

La sorella di Quattrocchi, presidente dell’associazione, non ha voluto commentare la questione: «Non vorrei parlarne, non è importante».

Il consigliere comunale della Destra, Giorgio Bernabò Brea, ha detto che «in teoria si paga sempre un affitto per le sale del Comune, in questo caso, però, lo trovo di cattivo gusto. Sarebbe interessante sapere se pagano sempre tutti quelli che organizzano un cocktail un giorno sì e uno no».





Powered by ScribeFire.

Il Papa vedrà le vittime degli abusi"

La Stampa

Vaticano: l'incontro lontano dai media
CITTA' DEL VATICANO


Il Papa è disposto ad incontrare le vittime degli abusi sessuali da parte di religiosi, ma «in un clima di raccoglimento e riflessione, non sotto una pressione di carattere mediatico». Lo ha detto il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, illustrando il programma del viaggio del Papa a Malta, sabato e domenica prossimi. Il Vaticano sta gradualmente adottando misure concrete per affrontare la questione della pedofilia.

Lo precisa il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, in merito alle novità preannunciate in questi giorni. «Procediamo con un cammino graduale, che tiene conto delle esperienze che si vengono facendo e delle competenze diverse che vengono chiamate in causa», ha spiegato Lombardi rispondendo alle domande dei giornalisti in un briefing dedicato al prossimo viaggio del Papa a Malta.

«Le piste su cui ci si può attendere iniziative concrete sono le visite apostoliche, l’ascolto o l’incontro con le vittime e l’approfondimento delle misure di prevenzione e risposta», ha spiegato il gesuita.

Quanto alla guida sulle procedure canoniche relative alle accuse di pedofilia, pubblicata ieri sul sito della Santa Sede, Lombardi ha precisato: «Non abbiamo pensato di fare una rivoluzione epocale della situazione. I giornalisti hanno chiesto chiarimenti e li abbiamo dati. È utile per capire meglio una situazione che può essere confusa per l’accumularsi di domande e interventi». Al cronista che domandava se il Vaticano si sente «sotto assedio» per le critiche dei mass media, Lombardi si è limitato a rispondere: «Io non mi sento sotto assedio e non ho espresso questo atteggiamento».

Intanto oggi sono comparse scritte oscene a sfondo sessuale «così offensive da non poter essere riportate» sui muri della casa natale di papa Benedetto XVI, nella cittadina bavarese di Marktl am Inn (Sud). Lo scrive oggi il giornale locale Augsburger Allgemeine. Il riferimento, ha spiegato un portavoce della polizia dell’Alta Baviera, è allo scandalo pedofilia che sta scuotendo la Chiesa cattolica.




Powered by ScribeFire.

Niente mensa ai bimbi morosi Un benefattore salda il debito

Quotidianonet

Lieto fine nel Comune di Adro (Brescia) dove la giunta leghista aveva precluso il servizio a 42 alunni figli di famiglie non in regola con il pagamento delle rette. Un anonimo ha deciso di pagare i 10mila euro di arretrati

Brescia, 13 aprile 2010



Inaspettato epilogo della vicenda della mensa scolastica nel Comune di Adro (Brescia) dove la giunta leghista, subito dopo il rientro dalle ferie pasquali, aveva precluso il servizio a 42 bambini figli di famiglie (in larga maggioranza immigrate) non in regola con il pagamento delle rette. Un cittadino del luogo che ha preferito rimanere anonimo ha messo mano al portafogli e saldato il debito - quasi 10mila euro - scrivendo una dura lettera al Comune.

"Io non ci sto (è il titolo della missiva) sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i primi anni di vita in una cascina come quella del film 'L'albero degli zoccoli'. Ho studiato molto e ho ancora intatto il patrimonio di dignità, inoltre ho guadagnato soldi per vivare bene. Per questo ho deciso di saldare il debito dei genitori di Adro".

La lettera è stata distribuita poi fuori da scuola dove era in corso una manifestazione di protesta con tanto di striscioni da parte di molti genitori italiani. In uno scritto firmato da 200 persone recapitato durante il weekend al sindaco, al provveditore e al dirigente scolastico si legge: "Noi genitori adempienti non siamo obbligati a sostenere i figli di genitori inadempienti. Non siamo un ente assistenziale facciamo fatica anche noi a fare quadrare i conti ma è un dovere pagare un servizio".

"Voglio urlare che non ci sto - scrive l’anonimo benefattore, che ha precisato di non essere comunista e di avere votato Formigoni alle elezioni - ma per non urlare e basta ho deciso di compiere questo gesto che vorrà dire poco ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani". E ancora: "Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cuninato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma a casa è assitita da una signora ucraina. I miei compaesani in poco tempo si sono dimenticati da dove vengono - continua - mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intollranza di un passo all’anno".

Nella lettera l'anonimo si chiede: "ma dove sono i miei sacerdoti? sono forse disponibili a barattare la difesa del crocefisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande in casa poi possiamo fare quel che vogliamo?".

Le stilettate raggiungono tutti: "Ma dov’è il segretario del partito che ho votato e vuole chiamarsi ‘partito dell’amore'?; "Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo che ci diano le loro dichiarazioni dei redditi degli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei essere io a pagare anche per loro.

Non vorrei che il loro reddito o tenore di vita venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro al mese (regolari). Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi della mensa? I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione del servizio tra 20-30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone nella casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? Non ditemi che verranno i nostri figli perchè il senso di solidarietà glielo stiamo insegnado noi adesso. È anche per questo che non ci sto". 

Fonte Agi




Powered by ScribeFire.

Evasione fiscale: nella 'lista svizzera' ci sono anche i nomi di 10mila italiani

Quotidianonet

Tanti sarebbero i correntisti nella lista sottratta da un ex dipendente alla Hsbc e ora in possesso del procuratore di Nizza: la Procura di Torino ha chiesto e ottenuto di poter consultare con una rogatoria

Roma, 13 aprile 2010


Sarebbero 10mila, a quanto apprende l’Adnkronos, i correntisti italiani, sospettati di evasione fiscale, presenti nella lista di nomi sottratta dall’ex dipendente Hervè Falciani alla divisione svizzera di Hsbc, e ora in possesso del procuratore di Nizza Eric de Montgolfier.

Una lista che la Procura di Torino ha chiesto e ottenuto di poter consultare con una rogatoria che sarà soddisfatta, a quanto si apprende entro 20 giorni, dal Procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier.

BANKITALIA: ENTRATE IN CALO - Entrate tributarie in calo nel primo bimestre dell’anno: nei mesi di gennaio e febbraio sono state pari a 53,479 miliardi di euro, in calo rispetto ai 54,892 del primo bimestre del 2009. E’ quanto emerge dal Supplemento al Bollettino statistico di Bankitalia su “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A febbraio le entrate sono state pari a 24,670 miliardi in calo del 2,1% rispetto ai 25,217 mld di febbraio 2009. A gennaio di quest’anno erano state pari a 28,809 miliardi.




Powered by ScribeFire.

Servono 23 milioni per il Colosseo

Il Tempo

Presentato il programma di restauro dell'Anfiteatro Flavio. Racimolato un decimo della somma. In attesa dei fondi si pensa al decoro dell'area esterna.



Un'immagine del Colosseo 


Difficile trovare nel Terzo millennio un nuovo magnate che per amor di patria e di cultura finanzi di tasca propria il restauro del monumento più importante della Capitale e tra i più conosciuti al mondo. Eppure il Colosseo aspetta da anni un nuovo Decio Mario Venanzio, il prefetto urbano che nel 508 effettuò i restauri dell'Anfiteatro Flavio a proprie spese.

Nell'attesa di una cordata di sponsor per il maxi restauro da 23 milioni di euro, la Soprintendenza capitolina ha avviato una serie di interventi che oltre alla riqualificazione di alcune aree punta all'apertura al pubblico di nuovi settori. A fare il punto sul presente, e sul futuro, del restauro del Colosseo, il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro e il vicesindaco Mauro Cutrufo.

I progetti avviati, come il restauro dell'Attico, del Terzo ordine e dell'Ipogeo hanno comportato un impegno di spesa di 1,8 milioni di euro, mentre altri quattro progetti, per 940 mila euro, andranno presto a gara. «Il totale restauro del Colosseo - ha spiegato il sottosegretario - potrà poi essere definitivamente portato a termine con la sistemazione dell'area esterna che per il momento è un "suk all'amatriciana" dove si mescolano zone in cantiere a zone restaurate, bancarelle e furgoncini parcheggiati proprio davanti all'Arco di Costantino».

 Il maxi restauro dell'Anfiteatro Flavio prevede la pulitura della facciata Nord (5 milioni), del prospetto Sud (3,5 milioni) e con gli ambulacri dei primo e del secondo ordine (7 milioni), per concludere il restauro degli Ipogei (4,5 milioni), la messa in sicurezza degli impianti (1 milione) e la sostituzione della recinzione esterna (1,5 milioni). Questi interventi, tuttavia, non sono stati finanziati.

Le risorse potranno essere recuperate attraverso stanziamenti del ministero dei Beni culturali ma è necessario, se non indispensabile, l'intervento di privati di cui l'amministrazione capitolina ha più volte parlato. «Occorre dare a questo monumento la dignità che merita», sottolinea Giro. Nell'attesa di sponsor privati, si pensa intanto al decoro che, a conti fatto, costa quasi niente. «Mercoledì - annuncia Cutrufo - si riunirà per la prima volta un tavolo recnico per analizzare la situazione trovare soluzioni adeguate, soprattutto dopo i recenti episodi di risse avvenute di fronte al Colosseo».

Susanna Novelli
13/04/2010




Powered by ScribeFire.

Di Pietro referendario per finta

IL Tempo


Ogni volta che una legge non gli piace propone la consultazione, ma poi non la fa. Dal 1998 annuncia l'intenzione di far abrogare il finanziamento pubblico ai partiti. L'ultima battaglia sul legittimo impedimento.


Negli ultimi due mesi ne ha lanciati tre. Ogni volta che il governo Berlusconi dà vita ad una legge che non gli piace, Antonio Di Pietro pronuncia la parola magica: referendum. È una specie di malattia. Non riesce proprio a trattenersi. Lo scorso 27 febbraio, ad esempio, ha fatto sapere che l'Italia dei valori sta raccogliendo le firme per il referendum contro il nucleare e contro la privatizzazione dell'acqua. E meno di una settimana fa ha presentato i quesiti. Iniziativa che ha fatto andare su tutte le furie il Forum italiano dei movimenti per l'acqua.

E adesso sul sito www.acquabenecomune.org campeggia la scritta: «Il referendum per l'acqua pubblica deve essere una battaglia comune. Per l'Italia dei Valori, invece, No!» Sbagliano ad arrabbiarsi. In fondo Tonino è fatto così. Mentre lo attaccano per la sua iniziativa unilaterale, ha già lanciato un altro referendum. Nel mirino c'è il legittimo impedimento. E poco importa che la legge firmata da Giorgio Napolitano, essendo una norma transitoria, durerà al massimo 18 mesi (cioè sicuramente meno dell'iter necessario per arrivare alla consultazione referendaria).

L'ex pm va avanti per la sua strada. È la sua specialità. L'importante è parlarne, riempirsi la bocca di frasi roboanti sulla necessità che la gente fermi il tiranno Berlusconi. Il referendum è uno specchietto per le allodole. Tanto che nessuno di quelli promossi dal leader Idv ha mai visto la luce. Il suo cavallo di battaglia è il finanziamento ai partiti. La prima volta che ne parlò era il 1998. «Brandiremo - annunciava orgoglioso il 3 dicembre - ancora una volta l'arma del referendum per abrogare una legge che era già nata con il "trucco" e che ora viene usata con la truffa».

Per capire quanto quella battaglia abbia avuto successo basta un balzo temporale. È il 7 gennaio 2009, quasi 11 anni dopo, e Di Pietro ha appena depositato in Cassazione, dice lui, circa un milione di firme contro il lodo Alfano (la sentenza della Corte Costituzionale ha dato una mano rendendo inutile il referendum e evitando la verifica effettiva del numero di firme consegnate). Ma la prossima battaglia è già pronta: «Pensiamo ad un pacchetto di referendum sui quali si potrebbe andare alle urne nella primavera del 2010 e l'abolizione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti è uno degli obiettivi».

La primavera 2010 è arrivata, dei referendum neanche l'ombra. Eppure il pacchetto era nutrito: dalla legge sulle intercettazioni alla riforma Gelmini, passando per federalismo fiscale, testamento biologico e sicurezza. Non pervenuti. Probabilmente hanno fatto la stessa fine di un altro «grappolo di referendum» che Di Pietro annunciò il 22 giugno 2008. L'obiettivo era abrogare le «norme più inique avviate dal governo Berlusconi».

Quali? Finanziamento pubblico ai giornali di partito, finanziamento dei partiti, intercettazioni, sospensione dei processi e norma salva-Rete 4. Alzi la mano chi è stato chiamato ad esprimersi su uno di questi temi. Ma andando a ritroso negli anni la lista si allunga: ancora il finanziamento pubblico ai partiti (2004), immunità parlamentare (2004), legge Cirami sul legittimo sospetto (2002), falso in bilancio (2002), tutte le «leggi truffa in materia di giustizia» (2002), rogatorie internazionali (2001).

Tanti annunci e pochi fatti. Le uniche due consultazioni su cui l'ex pm si è veramente impegnato, fino a consegnare le firme, sono quelle contro il lodo Alfano e il lodo Schifani suo predecessore, entrambi spazzati via dalla Consulta. Nel 2009, sposò anche la causa del referendum sulla legge elettorale. Promosse il «sì» ma poi, all'ultimo minuto, annunciò che avrebbe votato «no».

Il referendum non raggiunse il quorum. Esattamente come accade da 15 anni a questa parte. Insomma da un lato la Corte Costituzionale (due volte), dall'altro il cambio rapido di posizione, hanno salvato Tonino dalle brutte figure. Per il resto è bastato annunciare i referendum e non raccogliere le firme. Ma stavolta è diverso. «Il primo maggio - spiega Di Pietro rilanciando la consultazione contro il legittimo impedimento - iniziamo una raccolta di firme per un referendum per cancellarla». E guai a chi ride.

Nicola Imberti
13/04/2010




Powered by ScribeFire.

Indiana, una donna per 23 matrimoni

La Stampa

La parabola di Linda Wolf, che ha 68 anni ed è alla ricerca di un nuovo marito: "Innamorarmi per me è una droga"


E' entrata nel Guinness dei Primati, non per avere la vita più stretta o le unghie più lunghe, ma per essersi sposata 23 volte. Linda Wolf, ultima di sette figli, nasce ad Alexandria, nello Stato dell'Indiana, e ha pronunciato il suo primo "si, lo voglio" all'età di 16 anni. Tra i mariti ce ne sono di tutti i tipi: idraulici, carcerati, musicisti e due che si sono scoperti gay.

"Non ricordo in ordine preciso i miei sposi. Il più bello era il numero uno, Jack Gourley era il migliore amante, ma spesso e volentieri litigavamo e ci siamo sposati tre volte. Poi ho detto il si ad un carcerato guercio, in un riformatorio di Pendleton" ha dichiarato la donna. Un matrimonio particolare era stato quello con Glynn Scotty, a sua volta l'uomo più sposato del mondo. L'unione durò solamente qualche ora: cifra record. "Innamorarmi per me è una droga" ha confessato.

A mancare non è di certo il numero dei figli, che sono sette. Due non hanno più lasciato tracce da alcuni anni, uno è in carcere per spaccio, uno è morto, una figlia si è sposata, una è diventata modella e un'altra è al terzo matrimonio. Sembra assomigliare alla madre. Nessuno di loro, però, va a trovare Linda, che è cosciente di quanto sia stato difficile per i figli accettare il suo comportamento. Al momento, si trova in una casa di riposo ed è single da dieci anni. Ma non si arrende. E' nuovamente alla ricerca del numero 24, un prossimo matrimonio, per vedere se riesce a trovare il "vero amore".




Powered by ScribeFire.

Ora Abu Omar si butta in politica: "Partito islamico con soldi processo"

di Redazione

Aspetta solo il risarcimento di 1,5 milioni di dollari deciso dal tribunale di Milano in seguito al suo sequestro. 


Poi potrà iniziare la sua sfida politica




Il Cairo

"Con i soldi di risarcimento che otterrò dal processo di Milano ho intenzione di fondare un partito politico islamico in Egitto". È quanto ha annunciato l’ex imam Abu Omar in un’intervista al giornale arabo al-Sharq al-Awsat. Hassan Mustafa Osama Nasr, questo il suo vero nome, noto per essere stato rapito e trasferito in Egitto nel 2003 da un gruppo di agenti della Cia, ha deciso di scendere in campo nella politica del suo Paese natale. Una discesa in campo che non sarà immediata dal momento che le sue precarie condizioni economiche, essendo disoccupato, gli impediscono di finanziare attività politiche. 

Il progetto di Abu Omar "Quando la mia condizione migliorerà - spiega - ho intenzione di fondare un partito islamico nel mio paese. Ho già avviato i contatti con diversi esponenti islamici locali". L’ex imam di Milano sostiene inoltre di aver ricevuto pressioni per non candidarsi alle prossime elezioni parlamentari egiziane, ma promette che "una volta che avrò ottenuto i soldi di risarcimento per quanto mi è accaduto nel proccesso di Milano darò vita a un’associazione o a una corrente perchè non ho abbandonato la lotta politica". 

Il giornale arabo sottlinea come Abu Omar viva nel quartiere popolare di Muharram Bek, un tempo roccaforte della sinistra egiziana e dalla fine degli anni Ottanta zona controllata dalla corrente islamica. Qui abita in un piccolo appartamento in affitto con la prima moglie albanese e la figlia. Sfruttando la popolarità acquisita di recente, in un primo momento l’esponente islamico intendeva presentarsi alle elezioni parlamentari di settembre, ma ha poi vi ha rinunciato. "Non ho però rinunciato alla vita politica - ha aggiunto - e sosterrò qualsiasi candidato dei Fratelli Musulmani si presenti nel mio quartiere. Combatterò inoltre contro qualsiasi candidato del partito di governo, fosse anche un ministro". 

L'ostacolo al progetto A fermare i progetti politici di Abu Omar, al momento, sono le sue precarie condizioni economiche e il suo status di disoccupato. Per questo attende la somma di 1,5 milioni di dollari che il tribunale di Milano ha riconosciuto come risarcimento nei suoi confronti. Ci sono poi i 20 milioni di dollari chiesti al tribunale europeo dei Diritti dell’uomo dal suo legale, l’egiziano Montaser al-Zeyyat, che si recherà a maggio a Milano per accelerare i tempi della riscossione.

Infine l’ex guida islamica milanese rivela di aver ottenuto di recente il passaporto, "Anche se non mi è consentito viaggiare all’estero, eccetto per eseguire il pellegrinaggio alla Mecca che però non posso fare a causa dei miei problemi finanziari". Abu Omar conferma infine che da quando si trova in Egitto non ha mai svolto l’attività di imam per le pressioni esercitate dalle autorità: "Prego in una moschea del mio quartiere dietro un esponente dei Fratelli Musulmani e non vedo l’ora di iniziare la mia attività politica durante la prossima campagna elettorale per le politiche di autunno e per le presidenziali del prossimo anno".





Powered by ScribeFire.

Strada, il pacifista sempre in guerra contro l'Occidente

di Giancarlo Perna


 

Come medico, Gino Strada - il fondatore di Emergency - è coraggioso. Come diplomatico, una frana. Gli afghani arrestano tre dei suoi, li sospettano di complicità con i talebani e di attentare al governatore filoccidentale, Mangal. E Strada che ti fa? Insulta chi li tiene prigionieri. Di Mangal dice: «È il cretino di turno che non conta assolutamente nulla». Quanto al governo del primo ministro Karzai, sdottora: sono briganti colpevoli di avere, non già arrestato, bensì «rapito» i cooperanti «nella peggiore tradizione terroristica». Vi sembra il modo più intelligente per rasserenare gli animi e chiarire i fatti? Ovviamente, no. Gino fa solo il bullo che, nella fattispecie, rima con grullo.

Strada è fatto così. Ogni volta che interviene in Afghanistan combina pastrocchi. Nel 2007 si intrufolò nella trattativa sul giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo sequestrato dai talebani. Fu l'allora ministro degli Esteri, Max D'Alema, di cui Strada era consulente alla Farnesina, a dargli via libera. Per la prima volta, uno Stato occidentale affidava una simile missione a un privato, esautorando la diplomazia. L'esito fu catastrofico. Mastrogiacomo ebbe salva la vita ma furono sgozzati il suo autista e l'interprete afghano. In più, il governo Karzai fu costretto a liberare cinque tagliagole talebani. Ne uscimmo con le ossa rotte, additati al ludibrio mondiale per avere ideato l'operazione.

Gli alleati osservarono indignati che, mentre i loro soldati morivano per spedire in galera i terroristi, l'Italia li faceva uscire per liberare un cronista. Karzai fece la figura del pirla. Da allora considera Emergency e il suo fondatore come un'appendice talebana. Non ha tutti i torti, se si considerano le personali convinzioni del sessantaduenne chirurgo milanese.

Antioccidentale e terzomondista, Strada è un incallito odiatore degli Usa e di Israele. Un cenno al suo credo geopolitico ci aiuterà a capire. Dice: «Tra Bush e Hitler le analogie sono evidenti». Oppure: «Osama Bin Laden e Bush sono più o meno lo stesso. Tra i due non si saprebbe chi scegliere. Sono entrambi terroristi».

Il dottore non distingue tra chi provoca l'attentato dell'11 settembre e chi reagisce all'aggressione con la guerra afghana. Perciò: «È un dovere morale essere contro gli Usa, l'Occidente, la coalizione di cui l'Italia fa parte». Poi, si meraviglia se Karzai gli dà del talebano. Altre perle: «Gli Usa hanno praticato sistematicamente il terrorismo di Stato provocando centinaia di migliaia di vittime in tutti i continenti»; «Affermare che l'America è una democrazia è un insulto: basta chiederlo alle migliaia di desaparecidos arrestati dopo l'11 settembre (a chi si riferisca è ignoto, ndr) e ai prigionieri di Guantanamo».

Con questo armamentario ideologico, Gino è diventato il cocco dei pacifisti nostrani. Non a caso nella elezione 2006 per il capo dello Stato, alcuni parlamentari di quella parrocchia hanno scritto il suo nome sulla scheda. Il dottore ha dei fan anche tra i cattolici. Per i Gesuiti è un santo laico. Una loro rivista, Popoli, si sdilinquisce: «In valigia gli attrezzi chirurgici e la solita immensa solidarietà». Bravissimi nel darsi la zappa sui piedi, i seguaci di Sant'Ignazio fingono di ignorare la posizione di Strada sul Darfur. E questo per dei cattolici urla vendetta davanti al Creatore.

Si sa che nel Sudan Occidentale - il Darfur, appunto - è in corso uno sterminio islamico delle popolazioni cristiane: 400mila trucidati; 2,5 milioni di sfollati. Médecins sans frontières - l'omologo francese di Emergency - fa un appello al giorno contro la carneficina. Recentemente il Tribunale dell'Aja ha spiccato mandato di cattura per genocidio contro il ras sudanese, Al Bashir. L'ineffabile Strada ha invece preso le difese del satrapo islamico e aperto un ospedale nella capitale Karthoum. Facendolo ha detto: «La storia del genocidio è un'invenzione totale.

In Sudan e Darfur ci sono grossi problemi umanitari. È in corso una guerra tribale ma nessun genocidio. Un genocidio non ti può sfuggire fisicamente. Come fai a non vedere 50mila morti?». Dunque, gioca anche con i numeri. E, non contento, aggiunge che gli occidentali si occupano del Darfur solo perché lì c'è il petrolio. Stantio ritornello terzomondista già usato per Irak e Afghanistan. Accecato dall'antiamericanismo, Strada nega ciò che è sotto l'occhio di tutti. Una sola volta, messo alle strette, ha annunciato - bontà sua - l'apertura di un ospedale anche nel Darfur. Ignoro se abbia poi mantenuto la promessa.

Gino è un comunista dalla cervice all'alluce. Nato nella rossa Sesto San Giovanni, è l'unigenito di Mario, operaio alla Breda, e di Pina, operaia della Osva. Iscritto alla facoltà di Medicina della Statale di Milano, entrò nel Movimento studentesco, attratto dalla sua ala più brutale, quella dei «katanghesi». Un mezzo migliaio di ceffi che si dichiaravano marxisti-leninisti o, in base ai gusti, stalinian-maoisti. Il capo politico della genia era il nostro attuale collaboratore, Mario Capanna. Quello militare, Luca Cafiero. Oggi settantenni, sono stati entrambi deputati del Pdup. Prima degli scontri con la polizia, capi e gregari urlavano ritmicamente: kata-kata-katanga.

Gino era il vice di Cafiero e guidava i mazzieri del gruppo Lenin, quello di Medicina. Si distinse per zelo militante. I suoi portavano l'eskimo di ordinanza e il casco da combattimento. In tasca avevano le «caramelle», cioè i sassi da scagliare contro i poliziotti, e la «penna», ossia la chiave inglese lunga mezzo metro. La usavano in battaglia e, in caso di arresto, per dire al giudice: «Passavo di lì, mentre andavo a fare un intervento come idraulico» e farsi assolvere con tante scuse dal complice in toga.

L'idolo di Gino è stato Norma Bethune, un canadese degli anni '30 del Novecento, che lasciò il comodo ospedale di Montréal per partecipare alla lotta civile spagnola come chirurgo delle Brigate comuniste. Poi, per il resto della vita, fu medico nei teatri di guerra del vasto mondo. Seguendo il modello, Strada si specializzò in medicina d'urgenza. È stato in Sud Africa con Barnard, il decano dei trapiantologi, e negli States per perfezionarsi. Perse di vista il primo e rinnegò i secondi. Assunto dal nosocomio di Rho, si sentì un pesce fuor d'acqua. Le malattie borghesi non gli bastavano più. Voleva alleviare le grandi sofferenze. Nel '93, nacque Emergency e il duplice Strada che conosciamo: medico generoso e ideologo ributtante.





L’Unità non si pente affatto Sogna ancora morte del premier

di Francesco Cramer


Il direttore Concita De Gregorio difende la vignetta di Staino, che invoca il bis in Italia della sciagura polacca

 
Roma
 

Fedeli al motto che errare è umano, perseverare è diabolico, l’Unità e il vignettista Staino s’incaponiscono nella truce ilarità in nome della satira. Non è bastata una giornata intera di rovente polemica per quella ruvida vignetta in cui ci si augurava la morte di Berlusconi e il suo governo tramite tragedia aerea.

Mea culpa? Macché. Rettifica per aver sorpassato il limite del buon gusto? Neanche per idea. Così, giù un’altra bella sganasciata all’idea che al posto dei vertici della Polonia sull’aereo precipitato a Smolensk ci fossero i ministri italiani, soprattutto il primo. Non solo: ieri è arrivata la rivendicazione ufficiale che desiderare una sciagura aerea, se a bordo c’è il Cavaliere, è ragionevole, giustificato, perfino doveroso. Nessun pessimo gusto, anzi: fa ridere. Ci si sbellichi a pensare a un velivolo che si schianti al suolo se per aria c’è Silvio. Ci si scompisci a immaginare i membri del nostro esecutivo spariti in un sol colpo dopo una disgrazia in alta quota.

Ieri la direttora dell’Unità Concita De Gregorio è tornata sull’imbarazzante argomento con un pirotecnico mix di candore e aggressività, attaccando chi ha osato irritarsi per quella sconcertante sghignazzata. «Gasparri e altri dipendenti di Berlusconi tra cui l’ex piduista Cicchitto - sputa veleno la De Gregorio - si sono indignati per la vignetta di Staino sulla tragedia polacca. La satira ha licenza di linguaggio, persino la Cassazione lo dice».

Immancabile la frecciata al curaro anche al direttore del Tg1 Augusto Minzolini, reo di aver dedicato alla faccenda, come per altro hanno fatto tutti i quotidiani ieri in edicola, «un ampio servizio: non altrettanto ha fatto quando abbiamo scritto di come abbia ricevuto in dono i nastri di intercettazioni a lui gradite e due giorni dopo pubblicate sul Giornale, o dei picchetti alla Omsa, o dei prelati vaticani in rapporti con associazioni sotto inchiesta per violenze».

Ridacchiare sui morti si può se serve a dire che Berlusconi sotto terra è un auspicio, un desiderio, un piacevole sogno. Ecco la motivazione: «Abbiamo sopportato per anni le barzellette del premier sugli ebrei, sui comunisti, sui negri e sugli omosessuali. Nessun servizio al Tg1, in quel caso: nemmeno quando ha detto che avrebbe sconfitto il cancro, e non era una battuta». Per la De Gregorio è ipocrita turbarsi se la satira diventa lo strumento per ardere dal desiderio di vedere morto ammazzato l’avversario politico.

Ma non è solo la direttora a prendere le difese del vignettista giacché lo stesso Staino rivendica l’opportunità di quel disegno. Altro disegno a pagina tre, altro scambio di battute tra Bobo e la figlia: «Piccola, qualcuno dice che quella tua battuta offende ed è troppo cinica». Risposta: «E perché? Mica ho detto che, senza soldi alla ricerca, fra tre anni sarà sconfitto il cancro...». Insomma, il vero cinico, ignobile, indecente, immorale e turpe è sempre il solito Berlusconi. E via a smascellarsi dalle risate, si tirino in ballo i morti oppure no.

Comunque è meglio se c’è un riferimento a qualche decesso: che la sinistra abbia una sorta di predilezione per il sense of humor macabro lo dimostra la cronaca recente. Alfonso Pecoraro Scanio, infatti, nel 2006 si fece una crassa risata assieme a Vasco Errani durante i funerali solenni dei caduti di Nassirya. Il tutto immortalato da un implacabile fotoreporter. Il collega di Staino, Vauro Senesi, invece arrivò a ghignare sui morti dell’Aquila a tre giorni dal terremoto, pur di sbeffeggiare il piano casa del governo in carica.
Per quella vignetta intitolata «Aumento delle cubature... Dei cimiteri», con tanto di bare abruzzesi ben allineate, il satiro di Santoro fu sospeso per una puntata di Annozero, con le immancabili vibranti proteste della sinistra che gridò alla censura. Insomma, per gli antiberlusconidi la satira, ma soltanto la loro, ha licenza di uccidere.




Powered by ScribeFire.

Calciopoli, in campo la difesa di Moggi E spunta cena tra Facchetti e Bergamo

Corriere della Sera



Chiesta la trascrizione di altre 75 telefonate. E Auricchio parla degli incontri dell'ex presidente dell'Inter


NAPOLI - È il grande giorno. Comunque vada al centro del "campo" è tornato Luciano Moggi, con la sua ultima difesa: il lavoro dei suoi consulenti che hanno spulciato tra le 171mila telefonate intercettate durante l'indagine che ha portato al processo «Calciopoli».
Accolto dall'incoraggiamento di alcuni tifosi bianconeri, subito dopo allontanati, l'ex direttore generale della Juventus, ha fatto il suo ingresso nel tribunale a Napoli. Battuta: «Non parlo. Parleranno solo i miei avvocati. Oggi ho un po' di raucedine e non posso sforzare la gola».

LE NUOVE TELEFONATE - L'attenzione di tutti è rivolta alla richiesta che hanno avanzato i legali di Moggi, Maurilio Prioreschi e Paolo Trofino, ovvero l'acquisizione di altre 75 intercettazioni che nel 2006 non furono trascritte e che per la difesa dell'ex direttore generale della Juventus dimostrerebbero invece che la tanto famigerata cupola non è mai esistita. I testi di alcune di queste intercettazioni sono stati diffusi nei giorni scorsi e per la prima volta sono comparsi presidenti e dirigenti di società rimasti estranei, del tutto o in parte, allo scandalo, da Moratti a Facchetti, passando per Cellino, Galliani e Spalletti.


Calciopoli, il processo di Napoli
 


«ANCHE FACCHETTI PARLAVA DI GRIGLIE» - Anche l'allora presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti, parlava di griglie arbitrali. Nel corso dell'udienza lo ha sottolineato l'avvocato Paolo Trofino, uno dei legali di Moggi, in una domanda fatta al colonnello dei carabinieri, Attilio Auricchio, che ha condotto le indagini su Calciopoli.

L'avvocato Trofino ha citato una telefonata, che non appartiene a quelle già trascritte e contenute nelle informative, del 26 novembre 2004 in cui il dirigente nerazzurro conversa con l'ex designatore Paolo Bergamo. Facchetti: «E allora per domenica?». Bergamo: «Facciamo un gruppo di internazionali così non rischiamo niente». Facchetti: «Va bè, metti dentro Collina».

Il penalista ha chiesto al testimone perchè questa telefonata non fosse stata considerata dagli investigatori. «La conversazione tra Bergamo e Facchetti - ha replicato Auricchio - è stata registrata e trascritta ma non è nell'informativa perchè non è stata considerata investigativamente utile».

LA TESI DELLA DIFESA
- La tesi dei legali di Moggi è che queste telefonate, ignorate dagli inquirenti, dimostrano che l'allora dirigente bianconero non era l'unico ad avere contatti con arbitri o designatori e che anzi questa era una pratica comune. Una sorta di «tutti colpevoli, tutti innocenti» che punterebbe a scagionare Moggi, anche se l'accusa insiste sul fatto che sono i contenuti delle telefonate a fare dell'ex dg juventino il "grande burattinaio".

In effetti, fin qui, di compromettente le nuove intercettazioni non hanno evidenziato granché ma c'è da scommettere che Prioreschi e Trofino abbiano i loro assi nella manica, tanto che Nicola Penta, consulente sportivo di Moggi, rivela che in una delle intercettazioni c'è un presidente di club che contatta uno dei designa­tori, invitandolo a passare «da casa del maggiore azionista della so­cietà che ti deve dare un rega­lo». L’avvocato Prioreschi ha sottolineato come il comportamento contestato al suo assistito Luciano Moggi fosse comune anche ad altri. «Tutti parlavano con Pairetto, con Bergamo, e non solo Moggi. Questo viene fuori dalle telefonate e dalle conversazioni intercettate 24 ore su 24.

Intercettazioni che non erano state evidenziate in precedenza». Il penalista ha poi aggiunto: «Pranzi e cene li facevano tutti, tutti facevano incontri con i designatori, tutti parlavano di griglie». Le telefonate - "rilevanti" - di cui parla la difesa di Moggi si riferiscono a conversazioni con altri indagati tra cui proprio Bergamo e Pairetto. Durante il controinterrogatorio dell'avvocato Paolo Trofino, l'altro legale di Moggi, il tenente colonnello Attilio Auricchio ha ammesso di essere a conoscenza di cene tra l'allora presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti, e l'ex designatore Paolo Bergamo. Dopo la richiesta dei difensori dell’ex dg della Juve il tribunale ha invitato gli avvocati a produrre il materiale per la prossima udienza in modo tale da permettere la pubblico ministero di esaminare le nuove acquisizioni prodotte dai legali.

13 aprile 2010




Powered by ScribeFire.

Lashkar Gah, Emergency lascia l'ospedale «Hanno raggiunto il loro scopo»

Corriere della Sera


La polizia afghana nella struttura. La ong: «Nessuna notizia dei tre operatori italiani arrestati»




MILANO


Emergency non ha ancora alcuna notizia dei tre operatori italiani in cella da sabato scorso nell'ospedale afghano di Lashkar Gah, con l'accusa di un aver ordito un complotto assieme ad altri sei arrestati per uccidere il governatore di Helmand. L'ospedale, spiega la ong di Gino Strada, è dal giorno del blitz in mano alla polizia afghana e al personale locale. Nessun operatore internazionale è più operativo all'interno della struttura. «Se volevano non farci più operare a Lashkar Gan, l'obiettivo è stato raggiunto.

Non abbiamo più notizie dell'ospedale. Siamo fermi alla presa in possesso delle autorità afghane di sabato scorso» ha detto Alessandro Bertani, vicepresidente di Emergency. «La polizia ha in mano la sicurezza - ha confermato il portavoce del governo di Helmand, Daud Ahmadi parlando della struttura di Lashkar Gah - e tutte le attività si svolgono normalmente, come finora è stato, in presenza del personale locale». Quanto al fermo dei tre italiani e degli afghani, Ahmadi ha spiegato che «le indagini continuano e non c'è nulla di nuovo».

In mattinata il personale internazionale dell'ospedale che ancora si trovava a Lashkar Gah, dopo l'arresto di Dell'Aira, Garatti e Pagani, ha preso un volo per Kabul, diretto alle strutture di Emergency della capitale afghana. Si tratta di sei operatori, cinque italiani (di cui quattro donne) ed un indiano. Dal giorno dell'arresto dei connazionali, i sei operatori si trovavano nelle loro case e non erano più rientrati in ospedale. Alla base della decisione di lasciare l'ospedale, presa dalla ong d'intesa con le autorità, anche motivi di sicurezza.

A KABUL GLI ALTRI ITALIANI - Emergency, dunque, «non ha il controllo» del suo ospedale di Lashkar Gah, nella provincia di Helmand. «Non sappiamo cosa stia accadendo all’interno» della struttura, ha spiegato Maso Notarianni, responsabile comunicazione della ong. Nel frattempo, i cinque cooperanti italiani e il fisioterapista indiano bloccati da sabato a Lashkar Gah, sono già arrivati a Kabul. «In seguito alle operazioni che hanno portato al prelevamento di Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, i cinque italiani erano rimasti asserragliati nella casa dell’organizzazione di Gino Strada. A sbloccare la situazione è stata la mediazione dell’ambasciatore italiano a Kabul Caludio Glaentzer» ha precisato Notarianni. Tra i sei ora nella capitale afghana, il logista dell’ospedale di Kabul che era andato a Lashkar Gah subito dopo l'irruzione delle forze di polizia, una anestesista e tre infermiere italiane e un fisioterapista indiano che lavoravano nella struttura.

NESSUNA NOTIZIA DEI FERMATI - Ad Emergency al momento non risulta che sia stata ancora formulata alcuna accusa a carico dei tre operatori arrestati né che siano stati indicati i diritti a loro tutela, compresa la possibilità di nominare un avvocato difensore. La ong è in attesa di ricevere ulteriori informazioni sulla condizione dei fermati da parte della rappresentanza diplomatica italiana a Kabul che sta seguendo l’evolversi della situazione.

POLEMICHE - Si infiamma intanto in Italia il dibattito politico sull'arresto dei tre connazionali. Lunedì il ministro degli Esteri Franco Frattini ha annunciato che il 14 aprile riferirà in parlamento sulla vicenda. Per la deputato Pdl e Presidente del Comitato Schengen Margherita Boniver, la questione è «estremamente confusa» e «l'unica cosa certa in questa confusione» è «che sono stati trovati esplosivi, munizioni, cinture esplosive, all'interno dell'ospedale di Emergency». Tuttavia, ha aggiunto la Boniver, «sembra francamente poco credibile che dei medici e paramedici impegnati in azioni umanitarie da tutta una vita improvvisamente diventino dei bombaroli».

In un'interpellanza urgente che sarà discussa giovedì a Montecitorio, il Pd chiede certezze su quanto sta avvenendo in Afghanistan. Dal ministro Frattini, i democratici vogliono sapere quale pressione diplomatica il nostro governo ha messo in atto verso quello afghano per chiarire dinamiche e accuse. Sulla vicenda interviene duramente anche Fausto Bertinotti. «È, prima ancora che politicamente, umanamente intollerabile che Emergency venga aggredita o non difesa come merita. Tocca a tutti farlo, alla Repubblica italiana e ai suoi organi, alle organizzazioni politiche, ai singoli cittadini. Ognuno faccia sentire la propria voce» è l'appello dell'ex presidente della Camera ed ex leader del Prc.

Redazione online
13 aprile 2010




Powered by ScribeFire.

E' morto Gianfranco Fineschi l'ortopedico di papa Wojtyla

Il Messaggero

CITTÀ DEL VATICANO (12 aprile) 


È morto a Cavriglia, nella sua casa in Toscana, l'ortopedico Gianfranco Fineschi, uno dei chirurghi di Giovanni Paolo II. Fineschi aveva 87 anni. Aveva conosciuto papa Wojtyla nel 1981, dopo l'attentato di Alì Agca, quando era stato chiamato a curare, con due piccoli interventi chirurgici, una frattura al dito e una al gomito del pontefice. Poi nel 1993, lo aveva di nuovo assistito per una frattura con lussazione alla spalla e nel 1994 lo aveva operato per una gravissima frattura all'anca destra. Da tutti questi incontri medici, ne era nato ancora un profondo rapporto di amicizia personale.

Fineschi oltre ad essere un luminare dell'ortopedia coltivava il più bel roseto del mondo. Parola del quotidiano «Le Monde», che nell'estate del 2000 definì Fineschi «il più grande collezionista di rose», dopo che il suo roseto a Cavriglia, alle porte del Chianti, fu visitato da un inviato francese. Creato nel 1960 insieme a sua moglie Carla, il roseto si estende su una superficie di oltre due ettari e ospita 7.000 varietà di rose, alcune delle quali ormai introvabili o addirittura estinte.


Pedofilia, il cardinal Bertone: «Studi dimostrano legame con l'omosessualità»

Il Messaggero


Grillini: affermazioni gravi. Critiche anche da parte del Movimento cileno per le minoranze sessuali


ROMA (12 aprile) 


Ancora polemiche sulla bufera preti pedofili nel giorno in cui la Santa Sede ha pubblicato le linee guida per trattare la materia. Molti studiosi hanno dimostrato «il legame tra pedofilia e omosessualità» dice il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone. «Affermazioni gravi» ribatte Il presidente di gaynet e neo consigliere regionale dell'Idv, Franco Grillini.

«È stato dimostrato da molti psicologi e psichiatri che non c'è legame tra celibato e pedofilia» ha detto in una conferenza stampa Bertone, ricordando che «molti» altri studiosi hanno invece dimostrato un legame «tra omosessualità e pedofilia». Rispondendo ai giornalisti a Santiago del Cile sulla questione della pedofilia nel clero, il cardinale Bertone ha inoltre ricordato che la Santa Sede «non può rispondere caso per caso» di fronte a nuove denunce, «ma ogni caso deve essere risolto». «Se interpellata, la Santa Sede dà le sue indicazioni, ma ogni caso deve essere risolto dalle autorità locali, sia ecclesiastiche sia civili», ha sottolineato.

«La pedofilia riguarda anche altre religioni» ha affermato il cardinal Bertone. «Abbiamo statistiche dell'Onu e dell'Unicef relative a migliaia di casi riguardanti tutte le categorie e che non parlano solo della Chiesa cattolica, perché - ha aggiunto - è una percentuale minima».

«È ora di finirla con questi attacchi sempre solo alla Chiesa cattolica» ha detto Bertone che contrattacca il New York Times, e annuncia nuove «sorprendenti» iniziative del Papa sull'argomento, precisando però che il celibato non è in discussione. «Il New York Times - ha detto citando il Wall Street Journal - è un giornale che attacca solo la Chiesa e ha smesso di dare informazione sui problemi del mondo».

Grillini: gravi affermazioni.
Il presidente di gaynet e neo consigliere regionale dell'Idv, Franco Grillini, definisce «gravissime» le affermazioni del segretario di Stato vaticano Bertone «per l'accostamento che fa tra omosessualità e pedofIlia». Un accostamento, aggiunge, «del tutto destituito di fondamento, perché, come ognuno sa, i casi di pedofilia si concentrano soprattutto nelle strutture educative cattoliche e nella famiglia tradizionale, come dimostra il 90% dei casi giudiziari di violenza sui minori». 


Per Grillini, «le dichiarazioni di Bertone la dicono lunga sullo stato dell'attuale disperazione vaticana, se sono costretti a buttare la croce sugli omosessuali che sono invece il gruppo umano meno coinvolto in assoluto in casi di pedofilia. La Chiesa cattolica, anzichè buttare la croce addosso ad altri - conclude -, dovrebbe implorare il perdono per aver coperto per decenni, forse per secoli, quello che possiamo definire il più grande scandalo sessuale della storia dell'umanità».

Critiche anche da parte del Movimento cileno per le minoranze sessuali (Movikh). «Bertone mente in modo palese ed inumano quando sostiene che ci sono studi che dimostrato l'esistenza di relazioni tra l'omosessualità e la pedofilia», afferma il Movimento in una nota. Il Movilh ha replicato che il segretario di Stato «mente, in quanto non c'è nessuna ricerca scientifica, seria e indipendente da tutte le correnti religiose, che indichi questo. Le affermazioni del cardinale sono provocatorie - aggiunge la nota - perché tendono ad attribuire responsabilità a persone con un orientamento sessuale diverso per i brutali casi di pedofilia commessi da sacertoti, utilizzando in modo immorale gli omosessuali come capro espiatorio».


La vergogna del benessere

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Per i cubani della mia generazione l’idea di aspirare al successo implicava la sofferenza di una terribile deviazione ideologica, non solo se si pretendeva ottenere di più a livello personale, ma anche in ambito professionale o economico. Siamo stati educati a essere umili e ci hanno imposto la regola che quando ci assegnavano un riconoscimento pubblico era obbligatorio sottolineare che senza l’aiuto di tutti i compagni, sarebbe stato impossibile ottenere un simile risultato. Accadeva la stessa cosa con il semplice possesso di un oggetto, lo sfruttamento di una comodità o la “malsana” ambizione di migliorare la propria posizione.

La pretesa di essere competitivo veniva punita con etichette molto difficili da staccare dal nostro dossier, come le accuse di essere autosufficiente o presuntuoso. Il successo doveva essere - o sembrare - comune, frutto dello sforzo di tutti, sotto la saggia direzione del Partito. In questo modo abbiamo appreso a nascondere l’autostima e a mettere le briglie all’entusiasmo imprenditoriale. I mediocri hanno vissuto un periodo d’oro in una società che ha finito per tagliare le ali agli individui più intraprendenti, mentre potenziava il conformismo.

Erano i tempi in cui si dovevano nascondere i beni materiali, dimostrare che tutti eravamo figli di volenterosi proletari e affermare che odiavamo profondamente i borghesi. Alcuni hanno finto di abbracciare l’egualitarismo, ma in realtà accumulavano privilegi e ammassavano fortune, mentre ripetevano nei discorsi i richiami all’austerità.

Erano le persone che continuavano a sostenere nelle autobiografie di provenire da una famiglia povera e che la loro aspirazione principale era servire la patria. Con il tempo i colleghi di lavoro avrebbero scoperto che dietro l’immagine di ascetismo si nascondeva un individuo che sottraeva risorse statali o un accumulatore compulsivo di beni materiali. Ancora oggi questi soggetti portano in volto la maschera della frugalità, ma le loro pance ingombranti dicono tutto il contrario.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


Il tenore Domingo vince il cancro e per Barenboim diventa baritono

di Piera Anna Franini


Placido Domingo, il tenore dei tenori, già si rimette in pista dopo l’intervento chirurgico d’inizio marzo, quando si temette il peggio. Si testa sul palcoscenico della Scala dove, da venerdì 16, sarà Simon Boccanegra nell’opera di Giuseppe Verdi diretta da Daniel Barenboim. Una prova del nove da far tremare i polsi poiché si sommano il ritorno alle scene, la sfida di lui, tenore, che opta per un ruolo da baritono (appunto Simone), e poi l’emozione di un titolo con il quale la Scala festeggia i quarant’anni di carriera milanese di Domingo. Eppure, lui si presenta più fresco che mai, sana abbronzatura, sobriamente elegante, e soprattutto con il savoir faire del gentiluomo che risponde affabilmente, per un’ora e mezza, alle domande - anche le meno indispensabili - di una folla di giornalisti.

Tutti lì, compressi nella Sala Gialla del Teatro, per sapere come sta questo pezzo di storia della musica. Non tradisce emozione, Domingo, quando parla di quel tumore asportato di recente, però ammette che «certe parole ti fanno paura. Tremi. Sono ammirato per il progresso fatto dalla scienza e dalla tecnica. Ora ricorrerò a giornali, tv, radio per fare opera di sensibilizzazione intorno alla malattia, voglio spiegare come sia importante sottoporsi regolarmente a esami». Sui progetti futuri, Domingo è cauto. Si parlava di un suo Rigoletto, dunque altro ruolo da baritono, «prima voglio vedere come mi sento durante il Simone e come reagisce il pubblico, poi vedremo», chiarisce lui. Però è certo che in settembre, a Los Angeles, debutterà il suo 132esimo ruolo, ne Il Postino, opera replicata a Vienna e Parigi. E Milano? «Perché no, si potrebbero aprire le trattative», rilancia subito.

Domingo soggiorna a Milano fino a maggio. Perché non c’è in ballo solo il Simone, il tenore porta alla Scala anche il concorso che ha creato per giovani cantanti. La finale, aperta al pubblico, è attesa per il 2 maggio. Un concorsone, intitolato «Operalia», che dal 1993 ha saputo lanciare un bel po’ di voci: José Cura, Rolando Villazon, Erwin Schrott, Giuseppe Filianoti. Annualmente si sposta di città in città, e ora arriva alla Scala per un’edizione speciale, «perché ci sono tanti teatri importanti al mondo, ma la Scala è la quinta marcia». Domingo difende a spada tratta i giovani. Basta con i soliti adagi tipo «Non ci sono più i cantanti di una volta». Semmai: «Si tende a considerare la propria generazione come la migliore. Ma non è vero. Spuntano continuamente bei talenti, prima è stata la volta degli Italiani, poi degli Americani, quindi dei Russi e ultimamente dei Latino-americani, penso a Cura, Villazon, Florez, Alvarez».

È vero, ma che dire di tante carriere folgoranti però di breve durata? Le istruzioni per l’uso - della carriera - di Domingo sono basilari: tutelarsi. «Oggi il problema non è tanto quello che canti, ma quello che ti fanno fare. Capita che sottopongano un giovane cantante a decine di interviste al giorno, per il marketing. E alla fine il cantante perde la voce: per la pubblicità». Talenti che ora fanno i conti con un mercato dell’opera piuttosto sofferente: e ciò ovunque. «La crisi ha fatto stragi e bisogna ricalibrare tutto. Conta preservare la qualità, quindi se non si possono mantenere otto titoli in cartellone, va bene proporne cinque purché ben allestiti. Bisognerebbe poi giocare di più la carta delle coproduzioni. Ad esempio, nel 2013 ci sono tre anniversari, Verdi, Wagner e Britten, ora se un teatro vuole curare in esclusiva i titoli classici va bene, sono d’accordo, ma forse le opere minori potrebbero nascere dalla collaborazione fra teatri diversi».