mercoledì 14 aprile 2010

Garatti complice nel rapimento di Mastrogiacomo» 14 aprile 2010

Il Secolo xix


Marco Garatti, il medico italiano di Emergency fermato sabato in Helmand è considerato dai servizi di informazione di Kabul coinvolto nel rapimento del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo e complice nell’assassinio dell’interprete dell’inviato di Repubblica.




Lo ha dichiarato oggi «un’autorevole fonte governativa afgana» all’agenzia di stampa Pajhwok aggiungendo che il medico avrebbe anche intascato 500 mila dollari, parte cioè del riscatto pagato per la liberazione di Mastrogiacomo. Secondo la fonte Marco Garatti invitò il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo a Lashkar-Gah, dopo essersi accordato per il suo sequestro con i talebani. Il medico, nella notizia, viene identificato come Marco Grappin ma l’autore dell’articolo, contattato dall’ANSA, ha specificato che il riferimento era a Marco Garatti.

L’8 aprile 2007, ricorda la Pajhwok, i talebani uccisero Ajmal Naqshbandi, un mese dopo il suo sequestro, sostenendo che il governo si era rifiutato di accettare la loro richiesta di rilascio di alcuni leader degli insorti. Ai rapitori - riporta la Pajhwok - furono pagati 1 milione di dollari. «Dal momento che Naqshbandi era pienamente informato dell’accordo, i talebani lo uccisero su istigazione del dottor Grappin (cioè Garatti come precisato all’Ansa dall’autore dell’articolo). Il giornalista era stato sequestrato insieme a Mastrogiacomo che fu invece liberato dopo il rilascio di cinque talebani. Il loro autista, Sayed Agha, fu sgozzato nel marzo 2007.

La Replica di Emergency. Quanto fu rapito Daniele Mastrogiacomo Marco Garatti «si trovava a lavorare nell’ospedale di Emergency in Sierra Leone». Così la presidente di Emergency, Cecilia Strada, replica alle accuse rilanciate dall’agenzia afgana Pajhwok, sottolineando che si tratta «dell’ennesima notizia incontrollata che si legge in questi giorni». «Come è facilmente accertabile dalle autorità - dice Cecilia Strada - Marco era in Sierra Leone. E basta guardare i passaggi alle frontiere per accertare chi sta dicendo la verità». Dunque «non ha certo potuto invitare qualcuno a Lashkar Gah». E quanto all’accusa di aver ricevuto 500mila dollari come compenso per la sua collaborazione con i talebani, Cecilia Strada afferma che «qualsiasi persona con un minimo di buonsenso sa che nessuno pagherebbe 500mila euro ad un noto chirurgo per un lavoro che un qualsiasi criminale afgano fa per 50». Dunque si tratta dell’«ennesima sciocchezza».

EMERGENCY SMENTISCE LIBERAZIONE DI UN PRIGIONIERO
Di un possibile rilascio a breve di uno dei tre cooperanti di Emergency fermati sabato in Afghanistan «non abbiamo nessuna notizia, se non quella che abbiamo appreso anche noi dalle agenzie e dai siti».
Lo riferisce Maso Notarianni, responsabile della Comunicazione di Emergency, in seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri Franco Frattini sulla possibile liberazione di uno dei tre fermati. «Ci sembra strano - aggiunge Notarianni - che si parli del rilascio di uno solo dei nostri cooperanti e degli altri no. Sarebbe bello che tutti e tre possano essere rilasciati, visto che le accuse sono palesemente infondate».

Da Emergency garantiscono che «non c’è nessuna novità rispetto ai giorni scorsi - spiega Notarianni - e questo da una parte aumenta la nostra ansia e preoccupazione, ma dall’altra aumenta, come dire, anche la brutta figura che questo Paese un pò sta facendo visto che in Afghanistan abbiamo mandato 3.000 uomini che ogni giorno rischiano la pelle. Oltre a spendere - prosegue - centinaia di milioni di euro all’anno per sostenere il governo Karzai». Proprio di fronte a questo impegno del governo italiano, secondo Notarianni, «non riuscire non dico a ottenere una liberazione immediata, ma quantomeno a far rispettare la legge e ad ottenere le visite consolari che sono doverose, forse è un po’ imbarazzante».






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Contrabbando di carne di balena Gli scienziati accusano il Giappone

Corriere della Sera


Sostengono di avere le prove che piatti a base di cetacei arrivino anche negli Stati Uniti e in Corea del Sud 


MILANO – Un gruppo di ambientalisti, documentaristi e scienziati, riunitisi nel nome della salvaguardia dei cetacei e a favore del rispetto delle leggi, ha svelato e denunciato un traffico illecito di carne di balena verso gli Stati Uniti e la Corea del Sud, sottolineando che il commercio delle carni di questi animali è vietato a tutti i Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione sul Commercio Internazionale di Specie in via d'Estinzione del 1982. Il metodo utilizzato per le indagini è stato quello di comparare i dati genetici estratti da carne di balena acquistata legalmente in Giappone con quella proveniente dalle cucine di due ristoranti-sushi, uno a Los Angeles e l'altro a Seul.

GIAPPONE - Il Giappone, come l'Islanda e la Russia, è tra i pochi stati al mondo in cui è consentita la caccia alle balene, soprattutto a fini alimentari. La ragione per la quale la nazione nipponica può bypassare una legge diffusa a livello planetario è una discussa (e discutibile) esenzione, con motivazioni legate alla ricerca scientifica. Ma la realtà smascherata dal gruppo di ricercatori e ambientalisti è che la carne di balena non arriva solo sui tavoli dei ristoranti di Tokyo, violando le normative che ne vietano il commercio internazionale.

LOS ANGELES - L'analisi approfondita ha portato ad appurare che la carne di Los Angeles poteva appartenere a una Balenottera boreale, la cui carne era stata messa in vendita in Giappone nel 2007. Immediatamente sono state avviate indagini sul proprietario e il cuoco del ristorante, che rischiano ora di dovere fronteggiare pesanti accuse penali.

SEUL - Per quanto riguarda il sushi-bar di Seul, il team di esperti ha acquistato in due diverse occasioni (giugno e settembre 2009) 13 porzioni di carne di balena. Quattro provenivano da una Balenottera minore dell' Antartico, altre quattro da una Balenottera boreale, tre da una Balenottera minore del Nord-Atlantico e infine si è risaliti a una Balenottera comune e a un Delfino di Risso o Grampo, diffuso anche nei nostri mari. Anche in questo caso, il DNA celato nella carne appartenuta alla Balenottera comune, che può arrivare a misurare 24 metri e a pesare tra le 50 e 80 tonnellate, è risultato compatibile con quello di un animale messo in vendita sui mercati giapponesi nel 2007.

LA VOCE DI GREENPEACE – Pochi giorni fa, nel porto di Rotterdam, un gruppo di attivisti di Greenpeace, incatenandosi all'ancora di un cargo nipponico, ha bloccato un carico di carne di balena proveniente dall'Islanda e diretto in Giappone. La situazione si è sbloccata quando la compagnia NYK Line (che trasportava il carico) ha accettato di scaricare a terra i sette container contenenti la carne di una quindicina di balenottere.

GIAPPONE – A questo punto, secondo gli autori di questa «ricostruzione del crimine», il Giappone dovrebbe adottare una schedatura genetica delle balene pescate, in modo da poter meglio tracciare eventuali commerci illeciti. In questa maniera verrà fornito anche il dato reale e annuale dei cetacei uccisi, che è stimato al di sopra del migliaio di esemplari.

Emanuela Di Pasqua
14 aprile 2010




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Pedofilia, dal vescovo di Savona conferme e minacce di querela

Il Secolo xix

Un sacerdote della diocesi di Savona accusato di pedofilia è stato allontanato lo scorso settembre dall’esercizio della funzione ed è in corso la pratica canonica per la riduzione allo stato laicale. Lo ha rivelato oggi il vescovo di Savona-Noli, monsignor Vittorio Lupi, in risposta a Francesco Zanardi, il gay savonese che nei giorni scorsi aveva denunciato pubblicamente di avere subito violenze da ragazzino. Zanardi aveva ricordato le denunce fatte in passato alla stessa diocesi alle quali, ha affermato, non è stata data risposta.

Oggi, Zanardi ha portato personalmente alla diocesi una lettera in cui chiede le dimissioni del vescovo. Monsignor Lupi ha subito replicato alle critiche con una nota in cui spiega: «in riferimento alla situazione del sacerdote verso il quale sono state avanzate accuse di pedofilia preciso che egli dal settembre 2009 non esercita più il ministero sacerdotale ed è in corso la pratica canonica per la sua dimissione dallo stato clericale».





La diocesi, ha aggiunto il vescovo, «rimane disponibile ad ogni ulteriore chiarificazione nelle sedi competenti, afffinché la verità possa emergere pienamente». «In riferimento alla campagna mediatica sviluppatasi in questi giorni - ha aggiunto - con affermazioni non vere e anche calunniose nei confronti della diocesi, mi riservo di valutare eventuali iniziative legali». Francesco Zanardi, ha intanto annunciato al vescovo di avere predisposto «tutti gli elementi di prova in mio possesso per compiere regolare denuncia al magistrato del suo comportamento gravemente omissivo e di danno per la Chiesa e i suoi fedeli».

Come già rivelato da un’inchiesta del Secolo XIX (leggi qui la pagina dello scorso 8 aprile), il sacerdote allontanato, Nello Giraudo, ha 55 anni e per molto tempo ha retto una parrocchia del savonese. Secondo quanto appreso negli ambienti diocesani, il parroco aveva chiesto lo scorso anno un temporaneo allontanamento dal territorio, una sorta di anno sabbatico. Nel frattempo però, la diocesi ha deciso di allontanarlo in modo definitivo.

Nella risposta a Zanardi, il vescovo Vittorio Lupi ha spiegato che «soprattutto in questo momento di grande dolore per tutta la nostra Chiesa, invito alla preghiera, al discernimento e all’ accompagnamento di tutte quelle persone che hanno sofferto, o vivono con sofferenza i nostri limiti e le nostre fragilita».

Zanardi, nella lettera a Lupi afferma tra l’altro: «mi rivolgo a lei, con rispetto filiale, nella sua qualità di Vescovo della Diocesi di Savona-Noli nella quale vivo e nella quale purtroppo ho subito per anni abusi da parte di un sacerdote.

Solo di ieri, la notizia che la Santa Sede nel 2003, indicò tramite una precisa direttiva ai Vescovi di denunciare eventuali casi di pedofilia nelle Diocesi, direttiva ignorata totalmente sia da lei che dal suo predecessore, malgrado le mie molteplici denunce e pure quelle di un sacerdote, velocemente ed opportunamente intimidito e tacitato per impedirgli di continuare le sue denunce a fronte del clero e che hanno portato solamente alla personale rovina, voluta proprio dalla Diocesi di Savona per impedirmi di proseguire le mie legittime proteste».

«Alla luce di tutto ciò - ha aggiunto Zanardi -, per il rispetto di Santa Romana Chiesa, per il rispetto del Cristo sceso sulla terra a sacrificarsi per noi, le chiedo formalmente di dimettersi dal suo magistero di Vescovo della Diocesi di Savona e Noli, avendo tollerato che un sacerdote pedofilo continuasse a compiere gravissimi crimini contro l’umanità, rendendosi complice di un criminale che tanto danno ha fatto e sta continuando a fare, in Italia e all’estero».

In realtà, come ha spiegato ieri il Secolo XIX (leggi), l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria, vale solo nei paesi in cui questo è previsto dalla legge, mentre in altri paesi, come in Italia, è la vittima o la sua famiglia a dover fare denuncia.





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Bikini sexy per bimbe Scoppia il caso in Gran Bretagna "Incita alla pedofilia"

Quotidianonet


L'azienda che commercializzava i costumi è stata costretta a ritirarli dal mercato e a scusarsi. Ha anche assicurato che i proventi ottenuti dai capi già venduti saranno devoluti a un'organizzazione benefica a sostegno dei minori


Roma, 14 aprile 2010


Ritirata la linea di costumi con top imbottiti per bambine di appena 7 anni. Travolta dalle critiche, la catena di abbigliamento britannica Primark ha fatto retromarcia e tolto dal mercato i bikini dello scandalo, che - a detta di molti - potevano incoraggiare la pedofilia.

I costumini, che costavano appena 4 sterline ed erano venduti nei colori rosa con stelle oro o nero a pois bianchi, facevano parte della collezione estiva della catena. In molti, però, non li hanno trovati di buon gusto tanto che l’azienda non solo si è scusata per le possibili offese arrecate dal prodotto, ma ha assicurato che i proventi ottenuti dai capi già venduti saranno devoluti a un’organizzazione benefica a sostegno dei minori.

"Primark ha preso nota delle preoccupazioni su alcuni top per bambine - ha detto un portavoce al quotidiano britannico ‘Tehegraph’ online - un prodotto venduto in quantità relativamente piccole. La compagnia ha interrotto la vendita di questa linea con effetto immediato. E donerà ogni profitto ottenuto finora a un’associazione benefica per bambini, scusandosi con i clienti per ogni possibile offesa arrecata".

Una marcia indietro velocissima, seguita alle critiche piovute sui toppini imbottiti, anche da parte del politico David Cameron, leader del partito conservatore in campagna elettorale, che ha stigmatizzato la "sessualizzazione dei bambini", sottolineando che le aziende dovrebbero smettere di fare cose simili e "assumersi alcune responsabilità".


Contro i costumi sexy erano scese in campo anche le associazioni per la protezione dei minori. Secondo gli esperti specializzati nel sostegno alle baby-vittime dei pedofili, le bimbe, indossando questo bikini, avrebbero potuto suscitare l’attenzione dei predatori sessuali.




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Una talpa informava i boss dei blitz" Mafia, parla il pentito dei Lo Piccolo

La Stampa

Nuove rivelazioni di Manuel Pasta: «Ingroia nel mirino di Cosa Nostra»

PALERMO



La cosca dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo aveva una talpa tra gli investigatori o negli uffici giudiziari che ha consentito di venire a conoscenza di almeno due operazioni antimafia tra il 2006 e il 2008. È quanto rivelato dal neo collaboratore di giustizia Manuel Pasta che recentemente ha favorito l’arresto di tre boss, impedendo la riorganizzazione del clan di Resuttana.

Il pentito avrebbe anche riferito dell’intenzione di Cosa nostra di rialzare la testa con un’intimidazione eclatante che aveva come obiettivo un personaggio simbolo dell’impegno antimafia, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Secondo Pasta si voleva danneggiare l’auto privata della famiglia e dare un segnale preciso allo Stato e alla procura che aveva messo sotto scacco i mandamenti un tempo in mano ai Lo Piccolo.

Poi il progetto non fu realizzato per l’opposizione dello stesso Pasta, circostanza che testimonierebbe il peso specifico del collaborante all’interno dell’organizzazione criminale e l’importanza delle sue ammissioni.




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Sparisce partita di droga sequestrata, indagati i 23 carabinieri di Cinecittà

La Stampa

A Roma l'Arma sceglie la linea dura:trasferita l'intera sezione coinvolta. L'accusa: concorso in furto e scasso
ROMA


Sono stati iscritti sul registro degli indagati, per concorso in furto con scasso in pubblici uffici, i 23 carabinieri della stazione di Cinecittà, trasferiti in altri reparti dopo la sparizione di 17 chili di hashish.

La droga, che faceva parte di un quantitativo maggiore sequestrato alcune settimane fa, era custodita in un locale blindato noto solamente a quei carabinieri (dal comandante all’ultimo in grado). La sottrazione sarebbe avvenuta da una delle finestre con l’uso di un rampino. L’iscrizione, fatta dal pm di turno Giuseppe Saieva a garanzia degli stessi indagati, è un atto dovuto in quanto legata alla denuncia che i vertici dell’Arma hanno trasmesso alla procura di Roma.

Tutti i militari sono ufficialmente sospettati, ma non ci sono certezze su chi possa essere stato l’autore materiale del furto. La droga, secondo una prima, sommaria, stima, avrebbe potuto fruttare sul mercato dello spaccio una cifra superiore ai trentamila euro. Il magistrato ha affidato gli accertamenti ai carabinieri del Reparto operativo che dovranno capire, tra l’altro, come mai lo stupefacente sparito non sia stato a suo tempo mandato al macero, come prevede la prassi.

Quella della caserma di Cinecittà è una storia di bugie, sospetti e omertà. I carabinieri, comandante compreso, sono stati tutti trasferiti. Via tutti insomma, chi non dice la verità e chi la omette, eventualmente, per coprire un collega. La Stazione dei carabinieri di Cinecittà è un punto di riferimento per uno dei quartieri più popolari della Capitale. Una caserma laddove durante lo scorso weekend è sparito l'hashish che faceva parte di una partita di droga sequestrata durante un’operazione. Cosa sia successo nessuno lo sa ancora, le indagini, quelle interne e quelle della Procura sono appena cominciate. Rubata, sparita, sottratta? Chissà, si vedrà col passare dei giorni e con l’avanzare delle indagini.

Intanto c’è solo una sorta di parola d’ordine tra i vertici dell’Arma: «Mai più altre vicende come quella della Compagnia Trionfale», ovvero la compagnia che vede ben sei carabinieri coinvolti a vario titolo nell’affaire Marrazzo e nell’inchiesta trans. Il pensiero naturalmente non può che correre agli ultimi episodi che hanno visto al centro dell’intrigo politico-giudiziario che ha travolto l’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, un’altra caserma, quella del quartiere Trionfale dove lavoravano i carabinieri «infedeli» poi arrestati sempre da militari dell’Arma. E per evitare che la ferita ancora non rimarginata procuri ancora dolore questa volta i vertici dei carabinieri hanno deciso di andare fino in fondo.

Certamente è una misura drastica quella di trasferire i componenti della Stazione ma necessaria per dare il segno che ogni anomalia, ogni illegalità, verrà affrontato con il rigore più evidente e più radicale. E sono gli stessi carabinieri, infatti, che fanno notare come «all’interno della stazione dell’Arma di Cinecittà dopo la sparizione di un quantitativo di droga che faceva parte di un sequestro avvenuto alcune settimane fa, tutti i componenti sono stati trasferiti». Ma non solo, «per questo motivo sono state avviate tempestive indagini per accertare eventuali responsabilità, provvedendo al contestuale avvicendamento dei componenti del reparto stesso». In sostanza, anche se qui non è stato ancora accertato quali siano le reali responsabilità dei militari della Stazione di Cinecittà, bisogna allontanare le mele marce, come disse nei momenti più caldi dell’affaire Marrazzo il comandante provinciale dei Carabinieri, Vittorio Tomasone.




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Emergency, Berlusconi scrive a Karzai Frattini: "Frasi di Strada non aiutano"

di Redazione

La diplomazia italiana consegnerà una lettera del premier italiano.

Ma Frattini: "Voglio conoscere con urgenza le accuse mosse". Gli italiani in buona salute: un operatore potrà essere liberato se non dovessero esserci elementi di prova.

Verso creazione di un team italo-afgano per l’accertamento dei fatti. Strada: "Chi di dovere si dia una mossa"





Kabul - L’Italia non è soddisfatta del modo in cui le autorità afgane stanno gestendo la vicenda dei tre operatori di Emergency arrestati nel loro ospedale nel sud del Paese e il premier Silvio Berlusconi ha scritto una lettera al presidente afghano Hamid Karzai, chiedendo "una risposta urgente". "Non sono soddisfatto della risposta delle autorità afghane", ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, in un’audizione alle commissioni Esteri di Camera e Senato, circa gli elementi a carico dei tre arrestati e il rispetto del loro diritto di difesa. 

"Vogliamo conoscere gli elementi di prova e che venga garantito il diritto pieno alla difesa. Sono deciso a intensificare alcune azioni per l’acceleramento dei fatti con il pieno rispetto del diritto a nominare un avvocato", ha spiegato il capo della Farnesina. Frattini ha detto anche, ma senza fornire dettagli, che uno dei tre operatori "potrebbe essere rimesso in libertà se non dovessero esserci elementi di prova". 

Frattini: "Insoddisfatti delle risposte" Sebbene da Berlusconi sia stata spedita una lettera per chedere risposte "urgenti e concrete", la Farnesina si è detta insoddisfatta. "Desideriamo conoscere con urgenza le configurazioni dell’accusa che viene mossa ai cittadini italiani - ha spiegato Frattini - vogliamo conoscere gli elementi di prova e che venga garantito il diritto pieno alla difesa. 

Sono deciso a intensificare alcune azioni per l’acceleramento dei fatti con il pieno rispetto del diritto a nominare un avvocato", ha aggiunto Frattini, che ha riferito di aver incaricato l’ambasciatore a Kabul con "di recapitare un messaggio personale e lettera del presidente Berlusconi" al presidente afghano, Hamid Karzai. "Sono certo - ha sottolineato il capo della Farnesina - che il rapporto tra Italia e Afghanistan e il nostro impegno per lo sviluppo del Paese meriti una risposta tempestiva alle nostre richieste in tempi rapidi". 

Gli italiani in buona salute La vicenda per gli altri cinque va verso una "positiva conclusione" nel senso che stiamo lavorando per fare in modo che presto "potranno lasciare l’Afghanistan". L’ambasciatore italiano a Kabul Claudio Glaentzer quando domenica scorsa ha potuto incontrare i tre operatori di Emergency arrestati in Afghanistan, li ha trovati "in buono stato di salute" anche se "certamente assai provati sotto il profilo emotivo". Frattini ha spiegato che "il generale Naim (capo dell’Nds, ndr) ha assicurato di aver dato disposizioni che ai tre venga garantito un trattamento rispettoso dei loro diritti individuali". Uno dei tre operatori di Emergency arrestati in Afghanistan potrebbe, infatti, essere rimesso in libertà se non dovessero esserci elementi di prova. 

Frattini: frecciata a Strada Alcune dichiarazioni fatte "fuori da questo parlamento" come quelle di "Gino Strada, in cui, in questi momenti, si accusano gli Usa, la Nato e l’Isaf" di certo "non aiutano l’azione diplomatica" ha detto ancora Frattini, intervenendo a Montecitorio. 

Strada: "Bisogna muoversi" "E' ora che chi di dovere si dia una mossa. L’Italia ha tutti i mezzi per poter dire semplicemente: 'Consegnateci i nostri tre connazionali subito e in ottime condizioni'", ha detto a Sky Tg24 il fondatore di Emergency, Gino Strada. "Questa è chiaramente una manovra politica per screditare il lavoro di Emergency. Da cittadino italiano e non da membro di Emergency - ha aggiunto il chirurgo - ritengo questa cosa molto offensiva per il nostro Paese. Chi dal nostro paese riceve due milioni di euro al giorno, anche se sotto forma sbagliata, non può permettersi di trattare cittadini italiani in questo modo". "Vogliamo renderci conto che è la prima volta che c'è una guerra internazionale e non c'è un giornalista che possa dire ai cittadini del mondo cosa sta succedendo? In qualche modo l’ospedale di Emergency funzionava come punto di osservazione".



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Inghilterra: un cecchino per far fuori la volpe che disturbava il cricket

Corriere della Sera





Il campo di cricket di Hove
I
MILANO - Hanno chiamato un cecchino perché facesse fuori la volpe che minacciava il campo di cricket e ora quelli del Sussex County Cricket Club di Hove, uno dei più antichi di tutta l’Inghilterra, si ritrovano nella bufera, con animalisti e residenti sul piede di guerra per l’uccisione della povera bestiola. Il desiderio dei responsabili dell’esclusivo centro era quello di avere i campi in perfette condizioni, stante l’imminente inizio della stagione di cricket, ma una volpe rischiava di scombinare i loro piani, scavando continue buche nel terreno. Da qui, l’idea di assoldare un tiratore scelto, perché mettesse fine al bucolico scempio. Come, in effetti, è stato domenica notte.
 

TRE COLPI - «Stavo bevendo nel pub lì vicino, quando ho sentito tre colpi di fucile», ha raccontato al Daily Mail il sessantenne Nigel Furness, «e ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava. Cinque minuti dopo, è arrivata una macchina della polizia: ho chiesto agli agenti cosa stesse succedendo e loro mi hanno detto che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Il cricket club stava sparando alle volpi, ma era tutto legale». Legale forse, ma di sicuro un tantino estremo. «Le volpi sono innocue», ha proseguito il pensionato che vive a un tiro di schioppo (è proprio il caso di dirlo) dal club, «e in più distruggono parassiti come le lumache. Ma la cosa più allarmante è che nessuno ci abbia detto nulla».

PROTESTA - E proprio questi spari improvvisi – e la successiva scoperta del motivo che li aveva generati – hanno spinto una ventina di persone a riunirsi martedì sui campi del County Cricket Club, per protestare contro la barbara uccisione. Non solo. Gli arrabbiati manifestanti stanno pensando di tornare anche giovedì, in occasione della partita casalinga della squadra del Sussex contro Surrey, per dare voce alla loro protesta.

«Molta gente continua a venire alla nostra associazione per dire quanto ami le volpi», ha spiegato Valerie Paynter, leader della Save Hove Conservation Campaign, «e molti hanno anche dato del cibo a questi animali e per questo sono così sconvolti. Gli avventori del pub vedono sempre le volpi in giro e c’erano anche tre cuccioli l’anno scorso. Del resto, siamo talmente vicini alle South Downs (le colline nel sud dell’Inghilterra che si estendono dall’Hampshire alle scogliere di Beachy Head, attraversando il Sussex, ndr) che le volpi sono molto comuni e hanno gli stessi nostri diritti di essere qui».

PROBLEMI - Ma l’amministratore delegato del County Cricket Club la pensa diversamente. «Sono anni che abbiamo le volpi sul campo», ha detto Dave Brooks al Daily Mail, «ma questa in particolare aveva iniziato a causare problemi, grattando le coperture e agendo in maniera strana. Probabilmente, era malata. Non volevamo spararle, ma non c’era davvero altro che potessimo fare. Ovviamente, non volevamo turbare i residenti della zona, ma quello che abbiamo fatto è stato perfettamente legale». In effetti, sono state cercate soluzioni alternative, ma inutilmente. «Date le dimensioni del campo da cricket», ha continuato Brooks, «non potevamo sigillarlo completamente e con la stagione che sta per iniziare, l’ultima cosa di cui avevamo bisogno era cancellare le partite a causa di una volpe che faceva le buche nel terreno. L’England and Wales Cricket Board (la Ferdercricket, ndr) non l'avrebbe gradito per niente».

SGOMENTO - La controversa esecuzione - avvenuta durante le ore notturne, perché le volpi sono animali che escono al crepuscolo e per non spaventare i bambini della zona – è stata accolta con sgomento dagli animalisti, come ha sottolineato Sue Baumgardt, portavoce del Green Party. «Avere gente che se ne va in giro con i fucili è davvero spaventoso». Ma per il portavoce della polizia locale è tutto in regola. «Dopo che alcuni cittadini, allarmati dagli spari, ci hanno chiamato, siamo arrivati sul posto e abbiamo scoperto che una società per il controllo dei parassiti era al lavoro in quel momento sul campo di cricket. Non c’è alcuna violazione al porto d’armi a sparare agli animali durante la notte in una proprietà privata, quindi non ci saranno ulteriori indagini».

Simona Marchetti
14 aprile 2010



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Gb: in campagna banda larga fai-da-te

Corriere della Sera




Nel centro dell’Inghilterra un villaggio di 200 famiglie stanco dei “no” di British Telecom si organizza da sé. Gb: in campagna banda larga fai-da-te 


MILANO - Chi fa da sé va veloce almeno per tre: ecco il motto degli abitanti del villaggio di Lyddington, non servito dalla connessione a banda larga dell’operatore British Telecom, che ora possono navigare in grande velocità grazie a una connessione fai-da-te, voluta e organizzata direttamente dalla popolazione locale. E oggi gli abitanti del piccolo villaggio della campagna inglese (che conta in tutto 200 famiglie) sono finalmente connessi: nelle loro case navigano, almeno sulla carta, a 40 megabit al secondo.

L’IDEA – Il progetto nasce dall’idea di un gruppo di residenti di questo villaggio nella piccola contea di Rutland, al centro della Gran Bretagna, stufi di connessioni troppo lente nelle loro abitazioni, che non permettevano per esempio di scaricare una canzone e vedere un video in streaming.

Dopo svariati e ripetuti tentativi con i principali operatori di telecomunicazioni inglesi, e constatato che British Telecom per gli elevati costi non avrebbe mai posato la fibra ottica nel loro villaggio, hanno unito le loro forze. Il gruppo di 11 persone, con un investimento di 3mila sterline a testa e grazie alla collaborazione di una società locale rivenditrice di fibra, è riuscito a portare al centro del paese la connessione e si è poi occupato di gestire l’ultimo tratto di connessione, dalla centralina di paese fino alle case dei singoli navigatori.

Per farlo, gli 11 novelli manager si sono affiliati a Rutland Telecom, piccola telco della zona, che a sua volta ha dovuto attendere due anni per ricevere dalla Ofcom, l’ente regolatorio inglese, il via libera all’operazione. Oggi la piccola nuova società, come racconta la Bbc ha già 50 clienti nella zona. Molti paesi limitrofi stanno infatti tentando di replicare il progetto nelle loro campagne.

DUE VELOCITA’ – Il problema di connessioni a due velocità – una più potente laddove il ritorno economico è evidentemente più alto, e una inadeguata nelle aree in cui i clienti sono pochi e le spese di attivazione molto alte – affligge tutta la Gran Bretagna, dove si conta che 160mila persone nelle campagne non abbiano alcun tipo di connessione, in quelle che il Telegraph chiama le «aree desertiche della banda larga».

Per correre ai ripari, il governo inglese ha promesso che entro il 2012 in tutte le zone remote d’Inghilterra verrà garantita una velocità minima di connessione di 2 megabit al secondo, ben al di sotto di quanto promettono oggi i grandi operatori telco. Ma la spinosa tematica del «divario rurale», il rural divide all’inglese, è nota anche all’Italia, che nelle classifiche mondiali (in particolare nel Broadband Quality Index) risultava lo scorso anno solo 38esima. Ben lontana da realtà come la Finlandia, dove già ora la banda larga è per tutti, perché lo dice una legge di stato.

Eva Perasso
14 aprile 2010



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Nel livornese sale giochi aperte solo dopo le 12 per bloccare la fuga da scuola

Corriere della Sera
A Collesalvetti la decisione di posticipare l'apertura per bloccare il fenomeno degli studenti che marinano e a un provvedimento simile sta pensando anche il comune di livorno

Nel livornese sale giochi aperte solo dopo le 12 per bloccare la fuga da scuola




LIVORNO – Parlare di guerra contro il Paese dei Balocchi forse è un po’ esagerato. Anche perché gli studenti marina-scuola non sono epigoni di Lucignolo, non si trasformeranno in asini, e i comuni non sono fate turchine o grilli parlanti. Però, statistiche alla mano, la percentuale di «bruciaioli» (come si chiamano a Livorno gli studenti che disertano le lezioni) sta aumentando sensibilmente e pare ci sia un collegamento con le sale da giochi aperte la mattina.

APERTURA POSTICIPATA - Così, per arginare il fenomeno, il comune di Collesalvetti, immediata periferia di Livorno, ha deciso di posticipare l’apertura delle sale «acchiappa forcaioli» (un altro temine toscano per definire chi decide di saltare le lezioni) a mezzogiorno, poco prima dell’orario di uscita delle scuole. Un modo per disinnescare pulsioni negative. E a un provvedimento simile adesso sta pensando anche Livorno. Lo conferma il sindaco Alessandro Cosimi. «Il problema esiste ed è giusto che un ente locale se ne faccia carico – dice Cosimi -. Anche se non è nostra intenzione approvare provvedimenti proibizionisti che servono a poco. Dobbiamo discutere il piano del commercio nel quale sarà affrontato il problema dell’apertura domenicale. In quella sede si parlerà anche di sale da gioco». A Collesalvetti - quasi 17 mila anime, comune industriale e agricolo-turistico, nel quale la raffineria Agip della frazione Stagno e l’Interporto Vespucci con il più grande deposito di auto d’Europa, convivono con una campagna a tratti bellissima - il provvedimento anti-lucignoli è già stato firmato. Entrerà in vigore la prossima settimana e, salvo imprevisti, è destinato a fare scuola. A proporlo è stato Benedetto Tuci, ex apprezzassimo dirigente dell’Arci livornese e assessore a Collesalvetti nella giunta di centrosinistra. Tuci però non vuole essere frainteso e precisa: «Non vogliamo dare un’immagine repressiva del nostro comune. Io non sono affatto un assessore sceriffo. Oltretutto nel nostro comune ci sono pochissime sale giochi. La nostra decisione affronta un problema che è soprattutto culturale». Culturale? Assolutamente sì, per Tuci. «In un momento in cui il governo centrale incentiva il gioco d’azzardo per contribuire a far cassa ignorando tutti i problemi connessi alla dipendenza, noi ci facciamo carico dei problemi dei ragazzi. Diamo un segnale, insomma. Sia ben chiaro: le sale da gioco sono assolutamente legali e in regola e spesso svolgono anche un ruolo importante di socializzazione. Crediamo però importante che si dettino regole precise per il bene dei ragazzi».

VIA LIBERA SOLO AL POMERIGGIO - Dunque, niente flipper, videogiochi e altre diavolerie virtuali al mattino. E via libera, senza problemi, al pomeriggio. E lo psicologo che cosa dice? Favorevolissimo. «Un segnale ottimo e finalmente una prova della consapevolezza dell’importanza dei problemi dell’aggregazione giovane – spiega Paolo Fuligni, psicologo ed esperto in ecologia urbana -. La concorrenza di tipo commerciale, basata sul denaro, non può prevaricare un’aggregazione istituzionale e culturale, come la scuola e anche raggruppamenti spontanei senza fini di lucro». Secondo Fuligni, il provvedimento di Collesalvetti potrebbe essere il primo passo verso la creazione di un forum che affronti i problemi del vivere giovanile. «Ci sono tante problematiche da affrontare – spiega lo psicologo – nel rapporto tra ragazzi e tessuto urbano. Fare finta di niente è un errore che sconteremo nel presente e nel futuro».

Marco Gasperetti
14 aprile 2010

Comandante dei Ros a processo per droga: chiesti 27 anni di carcere

Corriere della Sera



Il pm: «il generale Giampaolo Ganzer creava traffici di STUPEFACENTI per poi reprimerli»
Comandante dei Ros a processo per droga: chiesti 27 anni di carcere
L'accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, peculato e falso





MILANO - Una richiesta di condanna a 27 anni di carcere è stata formulata dal pm nei confronti del comandante del Ros Giampaolo Ganzer, imputato a Milano. Il Pm di Milano, Luisa Zanetti, ha chiesto la condanna al termine di una lunga requisitoria la condanna a 27 anni di carcere per il comandante dei Ros con l'accusa di associazione a delinquere (che sarebbe stata da lui «diretta e organizzata») finalizzata al traffico di droga, peculato e falso.

IL PROCESSO - Nel processo, che si svolge davanti ai giudici dell'ottava sezione penale del Tribunale di Milano, sono imputate altre 14 persone che, insieme a Ganzer, secondo quanto ricostruito dalla rappresentante della pubblica accusa, «creavano traffici di droga al fine di reprimerli usando le conoscenze investigative e strumentalizzando le risorse dell'Arma, inducendo i trafficanti a importare droga».

Si tratta, per il Pm, di «reati gravissimi», dai quali si evince una «deviazione dai compiti istituzionali». L'indagine che ha portato al processo è durata sette anni ed è sfociata in 29 udienze preliminari, coinvolgendo altri ufficiali del Ros. Secondo il Pm, Ganzer avrebbe assicurato «una adesione piena» ai traffici di stupefacenti, «promuovendone l'attività».

«CONTINUO IL MIO LAVORO» - Il generale Ganzer risponde ai cronisti che lo sollecitano a un commento dopo la richiesta del pm di Milano: «Nessun commento. L'unica cosa che posso dire è che continuo con la serenità e l'impegno di sempre a fare il mio lavoro. I commenti fateli voi».

Redazione online
14 aprile 2010

Matrimoni gay e divieto nel codice Respinti i ricorsi di Venezia e Trento

Corriere del Veneto




La Consulta rigetta le istanze del tribunale lagunare e della Corte d'Apello trentina: nelle motivazioni probabile «rinvio» alla discrezionalità del legislatore in materia

La Consulta ha bocciato i ricorsi in materia di nozze tra persone dello stesso sesso (web)  


ROMA - La Corte Costituzionale ha rigettato i ricorsi sui matrimoni gay presentati dal tribunale di Venezia e dalla Corte di Appello di Trento per chiedere l’illegittimità di una serie di articoli del codice civile che impediscono le nozze tra persone dello stesso sesso. I giudici della Consulta - secondo quanto appreso dall’angenzia Ansa - nelle motivazioni della decisione presa stamane in camera di consiglio dovrebbero puntualizzare che compete alla discrezionalità del legislatore la regolamentazione dei matrimoni gay.





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Parigi contro Bertone: «Inaccettabile l'accostamento tra gay e pedofili»

Corriere della Sera



La nota del ministero degli Affari esteri francese dopo le frasi del segretario di Stato vaticano. LA polemica
Parigi contro Bertone: «Inaccettabile l'accostamento tra gay e pedofili»



Bertone durante la sua visita in Cile

PARIGI - È ancora bufera sulle dichiarazioni di Tarcisio Bertone. Il governo francese attacca senza mezzi termini il segretario di Stato vaticano, definendo «un amalgama inaccettabile» il suo accostamento tra omosessualità e pedofilia. Una dura presa di posizione, arrivata attraverso una nota del ministero degli Affari esteri.

LE FRASI - Parlando dal Cile, Bertone aveva affermato che «numerosi psichiatri e psicologi hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri - e mi è stato confermato anche recentemente - hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia. Questa è la verità e là sta il problema», ha dichiarato il segretario di Stato vaticano rispondendo a un'intervista a una radio cilena.

14 aprile 2010




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Calciopoli, il figlio di Facchetti: "Vergognosa falsificazione"

Quotidianonet

A pronunciare queste parole è Gianfelice Facchetti, che in una nota rende chiara la posizione della sua famiglia in merito alle ultime intercettazioni esaminate

Roma, 13 aprile 2010

"E' stata pubblicata e utilizzata in maniera eversiva un’intercettazione tra mio padre, Giacinto Facchetti, e il Dott. Paolo Bergamo". "In tale conversazione  a mio padre viene attribuito l’aver pronunciato il nome del Sig.Collina, cosa che invece dialogando faceva il Dott. Bergamo. Di conseguenza, ne è risultata un’interpretazione totalmente differente dalla realtà delle cose, utilizzata peraltro dai legali stessi del Sig. Moggi in aula e diffusa con irresponsabile complicita’ da alcuni organi di ‘informazione".

A pronunciare queste parole è Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, che in una nota rende chiara la posizione della sua famiglia in merito alle ultime intercettazioni esaminate nel corso del processo di Calciopoli, che tirano in ballo il padre.

‘’Questa falsificazione dei fatti è grave, vergognosa e inaccettabile, oltre che lesiva della memoria di mio padre. Pur riponendo la massima fiducia nella giustizia - conclude la nota - la famiglia di Giacinto Facchetti chiede a tutti gli organi competenti, sportivi e non, di prendere una posizione decisa e definitiva a riguardo di questa vicenda indegna’’.





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Strage di Erba, la difesa: "Un nuovo testimone"

di Redazione

Riprende a Milano il processo d’appello per la strage di Erba.

Frigerio, unico scampato all’eccidio, accusa i Romano: "Sono bestie sanguinarie".

Un nuovo teste potrebbe testimoniare come la strage sia nata da "contrasti in carcere" tra Marzouk e ambienti della malavita


 

Milano

Riprende a Milano il processo d’appello per la strage di Erba e se il "superteste" Mario Frigerio, unico scampato all’eccidio, rilancia le accuse contro i Romano, ("Sono due bestie sanguinarie"), la difesa chiede un nuovo teste che scagionerebbe la coppia: un detenuto che potrebbe testimoniare come la strage sia nata da "contrasti in carcere" tra Azouz Marzouk e ambienti della malavita.

Riprende il processo d'appello Ad avviare lo "scontro", le dichiarazioni di Frigerio, per la prima volta arrivato a partecipare alle udienze, fuori dall’aula: "L’ho detto fin dal primo momento che a colpirmi era stato Olindo. La verità non è qualla che raccontano i Romano ma è la mia e non ho paura di ripeterla". Poi, iniziato il dibattimento, è la difesa dei coniugi condannati in primo grado all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso 4 persone l’11 dicembre 2006 a scaldare l’aula. "C’è una nuova prova decisiva", sostengono, la lettera cioè di un uomo che è stato detenuto a Como con Azouz e che parlerebbe di "vendetta trasversale" e di non volere che vengano condannati degli innocenti. Richesta alla quale si è opposta il sostituto Pg Nunzia Gatto: la testimonianza sarebbe "superflua", perchè la pista della ritorsione è già stata analizzata e scartata in primo grado. Lo stesso detenuto inoltre non porterebbe elementi a sostegno e sarebbe già stato anche autore di "decine e decine di lettere e istanze, queste ultime tutte respinte".





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Il chirurgo trattò per liberare Torsello Si fa strada l’ipotesi della ritorsione

Corriere della Sera



Il caso dei tre operatori sanitari arrestati in Afghanistan

ROMA
 

Una ritorsione contro Emergency che potrebbe avere radici lontane. È l’ipotesi che prevale tra chi sta trattando per ottenere il rilascio dei tre operatori sanitari ancora detenuti in Afghanistan. Marco Garatti, il chirurgo arrestato insieme a Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani era infatti uno dei mediatori del sequestro di Gabriele Torsello. Con il trascorrere delle ore si delinea dunque in maniera sempre più evidente il legame tra questa vicenda e quella dei due italiani tenuti in ostaggio in Afghanistan: oltre a Torsello che fu preso nell’ottobre 2006, Daniele Mastrogiacomo inviato del quotidiano La Repubblica rimasto prigioniero quindici giorni nel marzo 2007.

Il ruolo di Garatti è ben delineato in una relazione allegata al fascicolo aperto due giorni fa dalla procura di Roma. Sono i tabulati delle telefonate acquisiti nel corso delle indagini effettuate all’epoca dai carabinieri del Ros a rivelare che era proprio lui a ricevere le telefonate dal mediatore Rahmatullah Hanefi — all’epoca responsabile dell’ospedale di Lashkar Gah—e girare poi le informazioni a Gino Strada e al sito internet dell’organizzazione Peacereporter. E forse è proprio per aver rivestito questo ruolo che le autorità di Kabul hanno deciso adesso di disporre il suo arresto. Fu Strada, due anni fa, a svelare che per ottenere la liberazione di Torsello furono pagati due milioni di dollari messi a disposizione dal governo italiano.

Ed ora è lo stesso reporter a lanciare velenosi sospetti: «Se veramente avessero voluto eliminare Emergency avrebbero bombardato l’ospedale, magari per sbaglio, come è successo in tanti altri casi. Il punto è che c’è qualcosa che non va a Lashkar Gah. C’è qualcosa che non va nel personale, afgano o pakistano, che lavora in Emergency. E lo ha detto anche lo stesso Strada, le armi può averle messe qualcuno che lavora lì. È necessario che si facciano delle indagini per capire chi è questa persona che ha messo le armi nell’ospedale, chi manovra lì dentro.

Magari è la stessa persona che era lì quando c’era Hanefi. E su Hanefi le indagini sono state bloccate. Questo è stato un grave errore perché potevano emergere allora particolari interessanti che forse oggi potrebbero risultare utili». Dichiarazioni pesanti e inopportune, soprattutto in un momento delicato del negoziato per far rilasciare i tre operatori sanitari. Le pressioni esercitate dalla diplomazia sul ministero dell’Interno afgano si sono fatte più intense visto che finora nei loro confronti non è stata formalizzata alcuna accusa riguardo alla partecipazione al complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand, come invece era stato detto inizialmente.

Appare comunque difficile che i tempi possano essere brevi. Il fatto che siano stranieri potrebbe agevolare la procedura, ma i contatti di queste ore sembrano dimostrare che le autorità di Kabul possano non essere l’unico interlocutore con cui trattare. E così l’opera di mediazione si sta allargando agli inglesi, visto che l’area dove si trova l’ospedale è sotto il controllo del comando militare britannico e sono stati proprio quei soldati ad affiancare nell’operazione la polizia locale, fornendo di fatto il via libera alla cattura dei tre italiani.

Fiorenza Sarzanini
14 aprile 2010





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Asti tappezzata da frasi d'amore. Ignoto l'autore

La Stampa

C'è chi se la cava con un lucchetto alla Moccia, chi invece punta ad altre quote e decide di investire addirittura in una campagna pubblicitaria per dichiarare i suoi sentimenti.
È il caso dell'ignoto innamorato astigiano che da qualche giorno sta facendo tappezzare la città con manifesti bianchi (un centinaio, 6 metri per tre) su cui compaiono frasi, scritte in corsivo, dal sapore romantico e in alcuni casi piuttosto originali.

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Meglio un premier gay che leghista"

di Francesco Cramer



I finiani preferiscono l’orgoglio omosessuale agli alleati del Carroccio. 

 

La politica dei "fighetti" di Fini. Ronchi: "Dopo Berlusconi solo Fini"

 


 
Roma
 

Che la destra non sia più la vecchia destra lo dimostra ancora una volta il finiano vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino. Il quale, punzecchiato da Klaus Davi, in un’intervista ha sentenziato che per lui non ci sarebbe alcun problema se un futuro presidente del Consiglio fosse gay: «Sì a un premier omosessuale se eletto dagli italiani perché sono contrario a qualsiasi forma di discriminazione e se venisse eletto dal popolo avrebbe tutto il diritto di governare il Paese». 

Il dna degli ex Msi ed ex An è mutato e sembra lontano mille miglia dall’antico fastidio per i femminielli tradotto nell’uscita di «epurator» Storace che, in una celebre rissa alla Camera nel 1994, gridò: «Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso ma io non l’ho toccato: sfido chiunque a trovare le sue impronte sul mio culo...». Avversione parafrasata anche dal collega di partito Stefano Morselli che, nella stessa circostanza, aggiunse ruvido: «Paissan, pederasta, fai bene a farti scortare!». 

Lontanissimo anche dal Gianfranco Fini del 1998 che dal palco del Maurizio Costanzo Show ammise candido: «Lo so, ora l’intellighenzia mi farà a fettine, ma io la penso così: un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può insegnare». Ma poi, dal leader in persona, arrivarono le correzioni di rotta: «Ho detto solo che ostentare comportamenti gay può dar fastidio» (2005), 

«Sono disposto a discutere sul tema del riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto» (2006), «Non mi permetterei mai di dire che l’omosessuale è un diverso» (2007), fino all’ufficiale faccia a faccia a Montecitorio tra il presidente della Camera e le varie associazioni omosessuali accompagnate dall’onorevole piddina Paola Concia (Arcigay, Agedo, Famiglie arcobaleno e GayLib).

Ai reduci della Fiamma, quindi, non turba più il «mondo del vizietto» ma il «celodurismo» di Alberto da Giussano. «Favorevole a un premier gay ma non a uno leghista - ha infatti sentenziato tranchant Bocchino -. Come ho più volte detto, il presidente del Consiglio non può rappresentare solo un’area del Paese e un leghista a capo del governo è improbabile per una ragione di “limite territoriale” che la Lega ha: non può governare un intero Paese chi ne rappresenta solo una parte». 

L’uscita di Bocchino non è andata giù agli alleati del Carroccio che, attraverso il responsabile giustizia Matteo Brigandì, hanno risposto con sarcasmo: «Forse rivendica il posto di premier per sé». La frase contestata invece è musica per le orecchie del presidente onorario di Arcigay, Franco Grillini: «Non possiamo che essere d’accordo perché un gay governerebbe nell’interesse di tutti mentre un leghista spaccherebbe l’Italia in due». 

Insomma, la nuova destra dimostra che salirebbe più volentieri sul carro di un gay pride piuttosto che sul Carroccio. Anche perché, parole di Bocchino: «La Lega non può essere il partito traino della coalizione, rappresenta un terzo del territorio e ha problemi di credibilità internazionale, tipici di tutti i partiti politici limitati in una parte di territorio e identitari. Un partito che fa leva inevitabilmente sull’egoismo».





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Carabinieri contro: due denunce in procura

Il Secolo xix

Il procuratore Di Mattei: «Sono episodi e non costituisco un trend. Semmai un’abitudine a non voler chiarire di persona fatti anche banali, ricorrendo in maniera esagerata alla “querelle” giudiziaria».
Carabinieri contro carabinieri, anche a suon di segnalazioni di reato alla procura. Non sembra certamente essere un momento felice per chi veste la divisa: polizia stradale, vigili urbani e ora anche i carabinieri non sembrano sfuggire a momenti di forti tensioni interne.

Due segnalazioni inoltrate alla magistratura, una per abuso d’ufficio e l’altra per falso, hanno riguardato i comandi, in particolare due capitani di reparti diversi. Entrambi sono state seguite personalmente dal procuratore capo Bernardo Di Mattei e proprio di recente sono state trasmesse al gip con la richiesta di archiviarle entrambi. Nessun reato di quelli ipotizzabili, secondo il pm, è da attribuire a nessuno dei due ufficiali.

Sarà ora il gip Domenico Varalli a stabilire se prosciogliere oppure se rinviare i fascicoli alla procura della Repubblica per ulteriori accertamenti. Comunque finiscano, le vicende hanno creato imbarazzo e reso difficili i rapporti interni, tanto che, almeno in uno degli episodi, si è richiesto un temporaneo trasferimento di personale per non creare ulteriori motivi di attrito.

Il primo e più recente dei casi riguarda il capitano Antonio Angiulli. L’episodio che avrebbe determinato l’inoltro di una segnalazione per abuso d’ufficio si riferisce ad una serie di encomi mancati. Encomi che sono stati attribuiti ad un solo nucleo, trascurando l’operato fondamentale svolto anche da un altro nucleo. I fatti si riferiscono alla rapina avvenuta l’estate scorsa al Banca di San Giorgio a Porto Maurizio. Quattro malviventi di origine palermitana furono, grazie ad una segnalazione telefonica di un passante, bloccati dai carabinieri all’interno dell’istituto di credito. Lo schieramento imponente di pattuglie all’esterno da parte della Benemerita e il blitz scattato in forze all’interno costrinse i quattro alla resa.

Per quella brillante operazione il capitano Antonio Angiulli segnalò meriti particolari rivolgendoli in particolare agli uomini del nucleo radiomobile. Sul posto e soprattutto all’interno della banca però avevano fatto ingresso anche e soprattutto i militari del nucleo operativo. Il comando generale dell’Arma a sua volta e di conseguenza rivolse i suoi encomi al solo radiomobile., fatto che scatenò immediate reazioni da parte del nucleo. Da qui, a settembre del 2009, è derivata la denuncia per presunto abuso d’ufficio da parte del capitano Angiulli.

Accusa che il procuratore capo non ha ritenuto sostenibile e per la quale ha chiesto appunto l’archiviazione.
Ma Di Mattei, quasi contemporaneamente si è dovuto occupare di un’altra spinosa vicenda di rapporti tesi tra la “base” e i vertici della caserma Somaschini di Imperia.

Prima dell’inizio dell’estate scorsa un appuntato dei carabiniere del reparto operativo provinciale, durante il suo servizio, notato un automobilista compiere un’infrazione e, in quella precisa circostanza, privo del blocco per le contestazioni verbali aveva deciso di far ritorno in caserma. Qui aveva richiesto il taccuino, spiegando le motivazioni. Eseguita la contravvenzione al rientro in caserma aveva fatto notare al capitano Sergio Pizziconi l’orario e la necessità di segnare il servizio come prestazione in orario straordinario. Secondo lo stesso appuntato il capitano prima avrebbe sottoscritto lo straordinario, successivamente però lo avrebbe depennato, cancellato.

Immediata conseguenza è stata la segnalazione per falso inoltrata alla procura della Repubblica. Accusa anche questa che il procuratore, dopo una serie di accertamenti, ha ritenuto insostenibile e trasmesso al gip proponendo l’archiviazione. Certo è che questi avvenimenti, sommati ai recenti fatti emersi e che riguardano dissapori tra gli operatori e il comando della polizia stradale di Imperia, aggiunti alle serie difficoltà di rapporti tra il vertice del Corpo di polizia municipale di Diano Marina (come evidenziato in pagina), l’amministrazione comunale e i componenti della sede di piazza Martiri, rischiano di rendere un’immagine poco edificante per i vari comandi di polizia giudiziaria e locale di Imperia. Immagine che sotto il profilo dell’operatività però appare ottima.

Conferma il procuratore Di Mattei: «Sono episodi e non costituisco un trend. Semmai un’abitudine a non voler chiarire di persona fatti anche banali, ricorrendo in maniera esagerata alla “querelle” giudiziaria».




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Strage di Erba, Frigerio in aula: Olindo e Rosa bestie sanguinarie

Quotidianonet

Milano, 14 aprile 2010 


Mario Frigerio, l’unico sopravissuto della strage di Erba non ha nessun dubbio sulla colpevolezza di Rosa Bazzi e Olindo Romano, condannati in primo grado all’ergastolo per il quadruplice omicidio dell’11 dicembre 2006. "L’ho detto - dice Frigerio presente nell’aula dove si celebra il processo di appello - fin dal primo momento che era Olindo, gli ero vicino, non oltre un metro e mezzo di distanza".

Nessun perdono, nè nessuna parola di comprensione per i coniugi che nella strage hanno ucciso 4 persone, tra cui la moglie dell’unico sopravissuto. "Sono due bestie sanguinarie - sottolinea - lo hanno dimostrato anche con l’ultima lettera in cui si rivolgevano a me".

Frigerio si salvò solo perchè creduto morto, ma di quella strage, ha ancora visibili sul corpo i segni: una profonda ferita al collo, difficoltà motorie e un tutore che gli protegge il braccio sinistro. Le coltellate inferte dall’aggressore gli hanno reciso una corda vocale: la sua voce è flebile ma sicura. "La verità non è quella che dicono loro, ma è la mia e io non ho paura di ripeterla".

 Poi, Frigerio chiede rispetto per le vittime. Mancano pochi minuti perchè nel tribunale di Milano si cominci una nuova udienza del processo d’appello per la strage di Erba.





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Pedofilia, nuovo fronte: scout Usa condannati a risarcire 38enne molestato da ragazzo

Quotidianonet

L'associazione americana dovrà pagare 1,4 milioni di danni all'uomo per aver permesso al capo scout di continuare a svolgere la sua attività anche dopo che nel 1983 aveva confessato di aver molestato 17 ragazzi

Portland, 14 aprile 2010


I Boy Scout d’America dovranno pagare 1,4 milioni di danni ad un uomo che, quando era ragazzo, è stato molestato da un capo scout . Lo ha deciso una giuria di Portland che ha anche stabilito che l’organizzazione, che ha la sua sede principale ad Irving, in Texas, potrebbe essere condannata, in una seconda fase del processo, a pagare ulteriori indennizzi, fino a 25 milioni di dollari, per non aver protetto il giovane vittima di abusi rimuovendo dal suo incarico lo «scoutmaster».

È stata così accolto il ricorso di Kerry Lewis, ora 38enne, che ha accusato gli Scout di negligenza per aver permesso all’ex capo scout Timur Dykes di continuare a svolgere la sua attività anche dopo che l’uomo nel 1983 aveva confessato ad un vescovo della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, la chiesa mormone che negli anni ‘80 coordinava un terzo dell’intera organizzazione degli scout americani, che aveva molestato 17 ragazzi.

Decisiva è stata la presentazione alla giuria dei cosidetti «perversion files», cioè la lista dei nomi delle persone interne all’organizzazione accusate di pedofila dal 1965 al 1984, che veniva tenuta segreta nella sede centrale dei Boy Scout.

L’organizzazione ha cercato in tutti i modi di continuare a tenerla segreta ma la lo scorso febbraio la Corte Suprema dell’Oregon ha ordinato che i circa mille documenti fossero utilizzati nel processo di Portland. L’organizzazione nazionale dei Boy Scout si è sempre difesa delle accuse di negligenza, rivendicando invece una sua azione per proteggere sempre i ragazzi da eventuali abusi. «Siamo rattristati per quello che è successo a Lewis, le azioni dell’uomo che ha commesso questi crimini non rappresentano i valori e gli ideali dei Boy Scouts di America» ha detto il portavoce Deron Smith annunciando il ricorso contro la sentenza.

Anche perchè la decisione della giuria di Portland potrebbe essere seguita da altre analoghe, dal momento che vi sono altre nove cause del genere in questo momento in corso negli Stati Uniti.





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Il prete pedofilo confessa Il suo gesto era premeditato

Il Tempo


Il religioso si era presentato a casa della bimba con un regalo. Le urla della sua vittima lo hanno spaventato e costretto alla fuga.

Il prete pedofilo di Teramo consegnato alla giustizia 

TERAMO - Ha ammesso le sue colpe. Ha chiesto perdono. Poi ha detto di non ricordare i dettagli. Di non comprendere bene la lingua. Il prete indiano accusato di abusi sessuali su una bambina di nove anni, ai magistrati si è mostrato affranto.

Quasi sconvolto di quanto accaduto. Il gip Marina Tommolini ha confermato la custodia cautelare per David T., il sacerdote accusato di abusi sessuali su una bambina di nove anni. Le accuse del pm Bruno Auriemma sono state quindi confermate. Il prete pedofilo resta nel carcere di Teramo. Un interrogatorio difficoltoso, si è resa necessaria la presenza di un interprete. Il religioso ha ammesso di essersi fatto toccare dalla bambina, ma ha messo a verbale: «Mi sono subito ritratto».

Poi vuoti di memoria. I non ricordo, però, non hanno reso grave la posizione del religioso. Il suo gesto, infatti, è stato premeditato come dimostra il racconto della vittima. La bambina, residente nella piccola frazione di Magnanella, ha parlato con la consulente della Procura, la psicologa di Pescara, Angelozzi, riferendo con precisione quanto accaduto quella mattina.

Ed è proprio il suo racconto che inchioda David T., e non rende credibile la sua versione del raptus improvviso. La bimba ha raccontato tutto ai genitori, poco ore dopo il fatto, avvenuto tra Natale e Capodanno dello scorso anno. Il sacerdote si presentò a casa della bambina con un pupazzo di Babbo Natale. Le aveva portato un dono. In casa non c'erano i genitori e la bambina non lo voleva fare entrare, ma il sacerdote è riuscito a convincerla. In casa c'era solo la sorellina più piccola, sei anni, che era nella sua stanzetta. L'orco si è subito mostrato per quello che era. Ha preso la manina della piccola e l'ha poggiata sui suoi genitali.

La bambina, che ha descritto il gesto nei dettagli, ha urlato ed è fuggita in un'altra stanza. L'orco con la tonaca è andato in bagno dove «è rimasto alcuni minuti» racconta la bambina. L'urlo ha svegliato la sorellina che ricorda solo questo particolare. Il prete lascia la casa e la bambina, appena rientrano, racconterà tutto ai genitori. Senza indugi questi si recano dai carabinieri e quindi dal vicario diocesano del vescovo, don Davide Pagnotella, superiore gerarchico del prete indiano.

La famiglia è molto religiosa e si dimostra subito fiduciosa sia nei carabinieri che nella gerarchia ecclesiastica. Il prete viene convocato e subito ammette. «Mi pento di quello che ho fatto». La diocesi lo sospende immediatamente dal ministero e il prete indiano, viceparroco ad interim della piccola frazione di Teramo, torna a Roma, al convitto internazionale di San Tommaso nel rione Monti. Vi resterà poco tempo.

Nel frattempo, causa la grave malattia della mamma in India, padre David T. lascia l'Italia. Non sarà una fuga, ma la procura preferisce emettere un decreto di latitanza. L'altro ieri il prete tornato dall'India è stato convocato dalla Diocesi di Teramo e il vicario, don Davide Pagnotella, lo ha accompagnato in procura dove gli stato notificata la misura cautelare.

Affranto, quasi pentito ha ammesso davanti al sostituto Auriemma l'episodio. Poi però si è chiuso. Confuso ha detto di non capire la lingua, di non ricordare con certezza cosa aveva fatto. Le stesse cose che ha ripetuto poi nell'interrogatorio di garanzia avvenuto, ieri davanti al gip. L'orco con la tonaca aveva scelto bene la sua vittima. La bambina infatti frequentava la chiesetta della frazione ed era assidua nella lettura dei testi durante la messa.

Il piccolo borgo è abbastanza isolato e soprattutto di giorno gli adulti sono pressoché assenti perché si recano al lavoro lontano. Il prete venuto dall'India appartiene alla diocesi di Roma, è residente presso il convitto internazionale al Rione Monti e prestato alla diocesi di Teramo-Atri per supplire alla carenza di sacerdoti. Padre David svolgeva infatti il ruolo di parroco ad interim della frazione teramana. Un ministero sacerdotale che svolgeva nei fine settimana e nelle feste comandate. Così ha conosciuto la bambina. Ha acquistato il pupazzo e con questo «cavallo di Troia» ha cercato di approfittare della sua innocenza. Il prete si è fatto toccare.

Davanti ai suoi superiori ha ammesso quella che ha chiamato «debolezza», «raptus». I genitori della bambina non hanno avuto dubbi e lo hanno denunciato: prima ai carabinieri e poi al vescovo. Fiduciosi sia nella giustiza degli uomini sia in quella della Chiesa. Il prete orco è in cella, sospeso dalle sue funzioni sacerdotali.

dagli inviati Fabio Capolla e Maurizio Piccirilli
14/04/2010




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Giudice fannullone per cinque anni Assolto: "La moglie l'ha lasciato..."

di Redazione

Il tribunale di Brescia ha assolto un collega milanese che per cinque anni non ha trattato neanche una pratica. Lui: "Sto male, mia moglie mi ha lasciato"

 

Milano - Non stava bene, il giudice. E non da ieri. A dire il vero, erano anni che aveva la testa altrove. Cinque anni. Così preso dai suoi problemi familiari, il magistrato, da accumulare fascicoli sulla sua scrivania. Un monte di carte. Però non s’è arreso. O meglio, non ha mollato la presa. Quell’ufficio l’ha tenuto occupato, pur facendo poco o nulla di quanto gli veniva richiesto. E anche se a mezzo servizio (e forse anche meno), ogni mese è passato all’incasso. Stipendio e anzianità di servizio. Insomma, quel che si dice una carriera. Finché il giocattolo si è rotto. Finché, cioè, qualcuno non ha presentato un esposto al Csm e una denuncia penale. 

Così il magistrato è stato rinviato a giudizio dal gip di Brescia con l’accusa di omissione in atti d’ufficio. Con il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 4 mesi. E con l’imputato che ha ammesso che era vero, aveva accumulato ritardi, ma il fatto è che la moglie l’aveva lasciato e per questo non riusciva più a lavorare. E per dire quanto stava male, ha spiegato che il problema non riguardava solo il caso per cui si trovava a processo, ma qualcosa come 300 (trecento!) fascicoli. E com’è andata a finire? Assolto nel giro di una mattinata. Per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè, mica colpa sua. È che da quando la consorte l’ha mollato non ce l’ha più fatta. 

La storia di Giuseppe Maria Blumetti, giudice della sesta sezione civile del Tribunale di Milano, parte da lontano. E inizia, più o meno, dieci anni fa. Quando sulla sua scrivania finisce una causa di separazione come ce n’è a migliaia nel Palazzaccio del capoluogo lombardo. Una pratica banale. Il magistrato era chiamato a stabilire - sulla base di una perizia - il valore di alcuni beni attribuiti da una precedente sentenza a un marito, ma che la moglie aveva fatto sparire. In altre parole, l’uomo - non potendo mettere le mani su quei beni - chiedeva di poterne almeno monetizzare il prezzo. Nel 2001, inizia la causa per l’accertamento del valore. 

Nel 2003, viene depositata la perizia (che fissa la cifra di 230mila euro). Poi, il buio. Codice alla mano, il giudice avrebbe avuto 30 giorni di tempo per firmare la sua ordinanza. Ma siccome siamo in Italia, come spesso accade quei trenta giorni vengono dilatati dal processo civile. Due mesi. Tre mesi. Sei mesi. Un anno. Due. Niente. La sentenza non arriva. L’avvocato che segue la causa tra marito e moglie cerca di sollecitare la pratica, ma dall’ufficio del giudice nessuna risposta. 

I colleghi del magistrato allargano le braccia, ammettendo di essere a conoscenza del problema ma non sapendo come risolverlo. Fino a quando il legale non decide che la misura è colma, e nel 2008 - cioè, dopo cinque anni di inutile attesa - presenta un esposto al Consiglio superiore della magistratura (che avrebbe sospeso la toga dalle funzioni) e una denuncia penale. E così il giudice «lumaca» finisce a processo. 

Quel che accade davanti al collegio della I sezione del tribunale di Brescia, però, ha il sapore del grottesco. La prima udienza, infatti, è anche l’ultima. Al pubblico ministero e all’avvocato di parte civile, che si attendevano un’udienza «filtro» per iniziare a discutere del caso, viene comunicato che la vicenda va affrontata senza perdere altro tempo, che si procede all’immediata discussione, che ci sarà la camera di consiglio e la sentenza. È il 18 marzo scorso. Il giudice-imputato spiega al collegio che la ragioni di quel ritardo erano dovute al suo stato di prostrazione psichica (e a riprova porta due perizie), e che le sue difficoltà l’avevano portato a trascurare qualcosa come 300 fascicoli che gli erano stati affidati. Non esattamente un’attenuante. 

Avrebbe potuto prendersi un periodo di malattia, un’aspettativa, ammettere di non essere in grado di fare fronte al carico di lavoro e passare la mano a qualche collega. Avrebbe potuto - extrema ratio - persino dimettersi. E invece no. Ha accumulato ritardi su ritardi. E pace a chi chiede alla giustizia di essere - se non rapida - almeno decente. Il Tribunale, però, l’ha assolto per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè non c’è il dolo, e - soprattutto - l’imputato era afflitto da una condizione che gli impediva sì di assolvere le sue funzioni, ma non di vedersi accreditato lo stipendio ogni mese, per dodici mesi, nei cinque anni in cui non ha fatto nulla. 

Ma se non poteva lavorare, per quale ragione non l’ha responsabilmente ammesso prima di mettere un’altra zavorra al sistema? Tant’è, assolto. Subito. Nel giro di una mattinata. [/TESTO]In due ore. E poi si dice che non esiste il processo breve.




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Calciopoli, intercettazioni Giacinto sente Bergamo: "Ho un regalino da darti"

di Redazione

Ecco la madre di tutte le intercettazioni: l'allora presidente dell'Inter telefona a Bergamo. La difesa: "Tutti chiamavano i designatori".


Il tribunale accettale 75 telefonate recuperate. Insorge Facchetti jr: "Falso vergognoso"

 
Ecco la «madre di tutte le intercettazioni». Secondo Paolo Trofino, legale di Moggi, questa telefonata che risale al 26 novembre 2004 è la dimostrazione che non solo l’ex direttore generale della Juventus, ma anche altri - nel caso specifico l’allora presidente dell’Inter, Giacinto Facchetti - parlavano di griglie con i designatori.

Paolo Bergamo
: «Giacinto».
Giacinto Facchetti: «Paolo, buongiorno»
Bergamo: «Buongiorno come stai?»
Facchetti: «Bene e tu?»
Bergamo: «Ti sento volentieri... Troviamo ancora queste difficoltà...»
Facchetti: «Senti, per domenica allora?»
Bergamo: «Senti per domenica noi facciamo un gruppo di internazionali perché non vogliamo rischiare niente quindi sono quattro, tutti e quattro possono fare la partita»
Facchetti: «Metti dentro qualche...»
Bergamo: «Collina, tutti internazionali Giacinto, così per lo meno non c’è discussione. C’è dentro Collina, c’è dentro Paparesta, Bertini e c’è dentro Rodomonti. Sono tutti internazionali e abbiamo evitato che ci fossero anche troppi giovani, per esempio anche se Trefoloni sta facendo bene però preferisco lasciarlo al girone di ritorno e poi non abbiamo altro, sinceramente perché dopo questi quattro... Messina non mi dà più garanzie su una partita così dura...».
Facchetti: «Perché non sta...?»
Bergamo: «Non è che non va bene. Ogni volta che lo proviamo nelle partite grosse, anche l’altr’anno lo provai in Milan-Roma, l’ha fatta male. È un po’ scarico perché a livello professionale è ormai messo da parte quindi ora ci devo parlare, deve trovare più forza, più determinazione».
Facchetti: «Ma lui non è nella first class».
Bergamo: «Sì, ma c’è momentaneamente il posto suo lo prende Rosetti perché ha delle aspettative, è giovane sta facendo bene quindi...»
Facchetti: «Con Bertini abbiamo avuto qualche problemino anche l’anno scorso là a Torino e anche in qualche altra partita abbiamo avuto qualche problema con Bertini».
Bergamo: «Ma se mai sfortunatamente fosse così ci parlo anzi semmai... Che devo dire?».
Facchetti: «Volevo dirtelo»
Bergamo: «Hai fatto bene».
Facchetti: «Qualche problema l’abbiamo avuto proprio in Juve-Inter»
Bergamo: «Io mi ricordavo a Perugia».
Facchetti: «A Perugia clamoroso e a Torino con la Juve l’anno scorso anche là».
Bergamo: «Cosa c’è stato?».
Facchetti: «C’è stato il gol loro che era fuorigioco perché il portiere era fuori e non ha visto che c’era solo un giocatore dietro».
Bergamo: «Ma quello è l’assistente, Giacinto, l’arbitro è difficile che dà il fuorigioco se sbaglia l’assistente sei morto, purtroppo».
Facchetti: «E poi abbiamo avuto un certo tipo di persone... So che erano arrabbiati tutti i giocatori, Moratti anche lui. Anche quest’anno abbiamo avuto... non erano molto contenti... Sono arbitraggi...».
Bergamo: «Aspetta soltanto un attimo perché mi metti una curiosità, dunque avete fatto Inter-Palermo 1-1. Con lui?»
Facchetti: «Con Bertini».
Bergamo
: «Ma Roma-Inter per esempio avete fatto 3-3 ma lì vincevate 3-1 poi si è addormentata la difesa perché la partita l’ha fatta bene la Roma».
Facchetti: «Sì, non mi ricordo. Io so solo, ho in mente Perugia e l’anno scorso a Torino».
Bergamo: «Perugia l’altr’anno sì. Ma fu un errore talmente clamoroso perché ci fu il fallo di mano. Ma lui era quindi... me lo ricordo quelli sì. Ma insomma, stiamo a vedere».
Facchetti: «Va bene».
Bergamo: «Insomma dai stiamo a vedere, semmai ci parlo».
Facchetti: «Bene ciao».
Bergamo: «In bocca al lupo».
Facchetti: «Ciao».
C’è anche un’altra telefonata tra Bergamo e Facchetti destinata a fare polemica, preannunciata nel corso di una trasmissione tv su un circuito privato, da Nicola Penta, consulente sportivo di Luciano Moggi. Risale al 23 dicembre 2004.
Facchetti: «Se tu chiami Moratti… son stato là anche ieri da lui... abbiam parlato»
Bergamo: «Io non ho più il suo numero, se tu me lo dai... infatti ricordi... ne avevamo parlato»
Facchetti: «Si dài, perché voleva... se passi di qui un giorno»
Bergamo: «Ma dov'è a Forte?»
Facchetti: «In ufficio, no no a Milano se ti capita di venire giù perché aveva là un regalino da darti»
Bergamo: «Volevo sentirlo anche così anzi avevo piacere anche di incontrarlo, di incontrarvi, insomma per fare così qualche riflessione insieme».
Facchetti: «E va bene».
Bergamo: «È una situazione che vorrei proprio anch'io aiutarvi a radrizzare... perché insomma la squadra non merita la posizione che ha».
Facchetti: «Sono stati dodici pareggi incredibili».
Ecco invece la trascrizione della telefonata fra Giacinto Facchetti e Gennaro Mazzei (designatore degli assistenti) alla vigilia di Inter-Juventus del 28 novembre 2004.
Mazzei: «Sono in macchina che vado a Coverciano».
Facchetti: «Sceglili bene per domenica sera eh...».
Mazzei: «Il numero 1 e il numero 2, da quello che penso, Ivaldi e Pisacreta».
Facchetti: «Ivaldi e Pisacreta?».
Mazzei: «Eh, sono il numero 1 e il numero 2».
Facchetti: «Sì certo, e il numero 1 degli arbitri...».
Mazzei: «Eh sì, speriamo che ci caschi con questo sorteggio del cavolo, che ci caschi il numero 1».
Facchetti: «No lì non devono fare i sorteggi, ci devono».
Mazzei: «Come si fa Giacinto, purtroppo ci vuole fortuna». Facchetti: «Ma dai...».
Mazzei: «Ti dico la verità, qui un sorteggio lo fa un giornalista, devono studiare una griglia e le possibilità sono più alte».
Mazzei: «L’unica cosa è che devono studiare una griglia dove le possibilità sono più alte per lui..»
Facchetti: «Ma se mettono De Santis che ha già fatto la Juve domenica e non può, mettono Rosetti che è di Torino..» 




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