mercoledì 21 aprile 2010

La Lega: il 25 aprile niente 'Bella ciao' Partigiani protestano

Quotidianonet

Polemiche in un paesino del Trevigiano, dove il neoeletto sindaco leghista vuole sostituire il canto tradizionale della liberazione con la canzone del Piave



Roma, 21 aprile 2010

Polemiche a Mogliano, nel Trevigiano, in vista dei festeggiamenti per il prossimo 25 aprile. Come scrive oggi la Tribuna di Treviso il neo sindaco leghista Giovanni Azzolini vorrebbe ‘eliminare’ la tradizionale canzone partigiana “Bella ciao” dalla scaletta della banda che dovrà suonare durante la parata in ricordo della festa della liberazione.

“Meglio cantare la canzone del Piave”, ha detto il primo cittadino, scatenando le proteste della locale sezione dell’Associazione nazionale dei partigiani.
Il presidente dell`Anpi moglianese, Maurizio Beggio, ha infatti commentato con disappunto la proposta: “Non mi da fastidio che suonino il Piave, o “la bella Gigogin” ma si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti - commenta Beggio - non stiamo mica chiedendo ‘Fischia il vento’...”.





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Le bruciarono l'auto dopo il derby, Roma e Lazio gliela ricomprano

Corriere della Sera

Alla fine della partita la donna e i due figli si trovarono in mezzo agli scontri.
Il Comune: «Le due squadre e Cisco Roma risarciranno la mamma e suoi figli»


ROMA - Il Comune di Roma, grazie anche all'aiuto di Roma, Lazio e Cisco Roma, interverrà perché la signora Suad, la donna coinvolta negli incidenti di domenica dopo il derby, possa di nuovo avere una automobile. La sua macchina è andata a fuoco e lei e i due figli di 11 e 9 anni si sono salvati in extremis.

LA DECISIONE
- «Sia il presidente Sensi della Roma, che il presidente Lotito della Lazio hanno dato la disponibilità di restituire alla signora un mezzo di locomozione - dice Luca Panariello, responsabile delle relazioni del sindaco del Comune di Roma con le associazioni dei cittadini- C'è un profondo rammarico del sindaco per l'accaduto, stiamo valutando in che modo intervenire, se restituire un mezzo alla signora oppure una somma di denaro corrispondente, sembra strano ma come Comune avremmo avuto problemi ad intervenire». «Questa mattina chiedendo il consenso al presidente della Cisco Roma, saremmo in grado di dare anche una somma di denaro, grazie alla partita del 2 gennaio il cui incasso era stato devoluto in beneficenza, per riparare la perdita di denaro che la signora aveva in macchina- conclude Panariello- Dobbiamo dire grazie alle tre squadre di Roma che hanno reso possibile il tutto».

IL RACCONTO
- La signora Suad ha raccontato la sua avventura ai microfoni di Centro Suono Sport nel corso della trasmissione «Te La Do Io». «Stavamo ritornando da Viale Marconi, nella zona dello stadio c'era traffico, la partita era finita da poco e i tifosi stavano lasciando l'Olimpico, ad un certo punto si sono bloccate le macchine e la gente apriva gli sportelli e scappava. Mi sono chiesta cosa stesse succedendo, poi ho visto persone con il volto coperto e dei guanti che camminavano, si sono iniziati a vedere petardi e tanto fumo, una pioggia di bottiglie che si rompevano, io non avevo capito niente. Un signore vicino a me mi diceva di scappare, a quel punto ho preso i miei figli e ho cercato di farli uscire, mentre dal finestrino è entrato del fuoco che si è acceso sul sedile. Mentre correvamo volavano bottiglie incendiate, una mi ha presa sulla spalla e a mio figlio sul ginocchio. Per fortuna un ragazzo mi ha aiutata a scendere, mi sono buttata con i miei bambini insieme ad una signora anziana, ci siamo fatti male per lanciarci sotto il Lungotevere. C'era un ragazzo che era medico e ci ha tranquillizzato. Dopo un po' si è sentita la polizia, quando si è calmata la situazione siamo risaliti a carponi e ci siamo ricordati della macchina, sono arrivata lì ed era completamente mangiata dalle fiamme, volevo avvicinarmi, ma non ho potuto. Tremavamo dalla paura». Redazione online
21 aprile 2010



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Fitolacca, pianta-blob «mangiapaletti»

Corriere del Mezzogiorno

Fuorigrotta, le enormi radici cresciute a dismisura «inglobano» anche i segnali stradali

La fitolacca

La fitolacca

NAPOLI - La Fitolacca è una pianta arborea originaria delle praterie del Sud America, dal Brasile meridionale all'Argentina dalle proprietà medicamentose; i suoi frutti sono utilizzati in omeopatia. È considerata in particolare una pianta dotata di azione emetica, purgativa e depurativa a seconda della posologia. Si ritiene che la bacca e la radice essiccate abbiano proprietà antinfiammatorie ed immunostimolanti. Proveniente dalle delle regioni tropicali e subtropicali come l'America latina ma anche Asia e Africa questa pianta curativa ben si adatta al clima delle regioni mediterranee dove si sviluppa nei giardini, ma anche ai margini delle strade e nei luoghi incolti in genere; è il caso della Fitolacca di via Giulio Cesare quartiere Fuorigrotta.

Povera Fitolacca: guarda le foto

Cresciuta sul ciglio della strada l’enorme arbusto piantato negli anni ’60 si è sviluppato a dismisura raggiungendo per dimensioni quasi il tetto del vicino ex sferisterio. Le sue radici attingendo al canale fognario sotterraneo hanno favorito una crescita eccezionale della pianta ma al tempo stesso lo sviluppo incontrollato dei bulbi ha incorporato i pali in ferro di recinzione e un cartello autostradale tra l'altro mai rimossi. La tutela del patrimonio di specie vegetali in aree pubbliche in quanto fattore di decoro e qualificazione ambientale sembra esser stato davvero carente nel corso degli anni nei confronti della Fitolacca napoletana; una trascuratezza significativa che protrattasi nel tempo ha consentito che si realizzasse questo “mostro” vegetale. Monito ed esempio di tanti anni di disattenzione dell’amministrazione competente alla gestione e manutenzione del verde pubblico. Antonio Cangiano
20 aprile 2010


Take the bus R2, like the king...» Turisti giapponesi derisi all'Infopoint

Corriere del Mezzogiorno

Due visitatori accolti da risate e sfottò degli addetti del punto di informazione della stazione di piazza Garibaldi

Video


NAPOLI - Due giapponesi si avvicinano all'infopoint per i turisti alla stazione di piazza Garibaldi a Napoli. «Where are you from? Tokyo?» è la cordiale accoglienza dei giovani addetti all'accoglienza che hanno ripreso la scena pubblicando poi il video su internet. Però subito dopo il conciliante welcome la situazione prende una piega diversa. I due visitatori si ritrovano in un vortice di risate e mezzi sberleffi che proprio di benvenuto non sembrano. Uno degli addetti comincia a dare veloci indicazioni in un inglese un po' maccheronico («...you stay here, go straight on...») segnando alla velocità della luce alcuni punti sulla cartina. Indicazioni che quasi stordiscono i turisti nipponici, «vittime» anche dei giochi di parole che i giovani steward si divertono a coniare. «You got bus R2».

La parola R2 si pronuncia Ar-tù. «Like the king...do you know Re Artù?» e giù altre risate. I giapponesi non capiscono, abbozzano un sorriso. Uno degli «steward» si rammarica anche del fatto che sono terminate le mappe per altri percorsi cittadini. «Sennò sai comm' pariav'm», tradotto: sai come ci divertivamo con questi qua. E i poveri ospiti nipponici appaiono sempre più spaesati. A piazza Garibaldi farebbero bene ad apporre una lapide: perdete ogni speranza o voi (turisti) che approdate.

IL COMMENTO DELL'EPT - Una scenetta certo poco encomiabile che l'Ept, ente provinciale del turismo, commenta così: «Certo non è una bella immagine quella che risulta dal video (e dai tanti che circolano sulla rete) in cui la “fantasia” e la “creatività” dei napoletani superano la professionalità a discapito dei turisti - si legge in una nota inviata al Corriere - Tuttavia, come si evince dalle immagini, non è un video recente. Dallo scorso mese di dicembre, infatti, l’Ente per il Turismo di Napoli è impegnato in un progetto di riqualificazione di tutti gli infopoint presenti sul territorio regionale.

Oggi, il personale addetto alle informazioni turistiche viene periodicamente selezionato attraverso una agenzia per il lavoro che individua i candidati più idonei sulla base delle conoscenze territoriali e linguistiche. Nei prossimi giorni - conclude la nota - è in programma la riapertura degli infopoint della stazione Garibaldi e della stazione Marittima (in collaborazione con l’Autorità portuale), due punti di accoglienza ritenuti cruciali per il servizio di informazione al turista nella città di Napoli». L'Ept assicura, infine, la presenza di nuove strutture, «altamente tecnologiche e rifornite costantemente di materiale promozionale recentemente aggiornato». Speriamo «dotate» anche di cortesia e serietà per gli ospiti del Sol Levante.

Redazione online
20 aprile 2010

Giornalista molesta prete, lei a processo per stalking

Corriere della Sera

La donna, milanese, è finita nei guai perché accusata di molestie verso un sacerdote di 32 anni

Lo riferisce la "Nuova ferrara"

Giornalista molesta prete, lei a processo per stalking


MILANO - Lei è una giornalista milanese, lui è il parroco in servizio nell’Argentano, in provincia di Ferrara. È forse la prima donna in Italia ad essere accusata di stalking ai danni di un sacerdote. Quasi sempre sono le donne le vittime di comportamenti persecutori ed aggressivi da parte di un uomo. Stavolta invece i ruoli sono invertiti. La giornalista di 30 anni, che si è invaghita di un prete, è stata accusata e imputata di stalking. A riferirlo è il quotidiano locale "La nuova Ferrara". La donna, fervente credente e religiosa, è finita nei guai e sotto processo perché accusata di molestie verso un sacerdote di 32 anni, che se la vedeva arrivare nei weekend, soprattutto, e durante le funzioni, creando imbarazzo tra i parrocchiani: era insistente, gli lasciava messaggi non sempre del tutto "spirituali" che nascondeva in chiesa, riferisce il giornale.

IL PROCESSO - I legali dei due, Stefano Marangoni per la donna imputata di stalking, Daniela Viatali ed Elena Cavallini per il sacerdote, parte civile, sono stati i protagonisti di un processo davanti al giudice Silvia Marini e al pm onorario Stefano Antinori. Processo durato appena una manciata di minuti: appena il tempo per il prete e i suoi legali, con molta indulgenza religiosa, di accogliere la proposta di ritirare la denuncia. Il reato dunque è stato cancellato. L’incontro tra i due era nato due anni fa, in Sardegna. Il sacerdote va spesso in vacanza ospite da un prete amico a Santa Teresa di Gallura. Anche lei è in vacanza e da parte della donna nasce un'attrazione, che lei definisce solo "amore spirituale". Non è proprio così per il parroco che è arrivato a chiedere consiglio anche al vescovo di Ravenna, per poi rimettersi nelle mani dei legali costretti a denunciare la donna per stalking (fonte: Apcom).


21 aprile 2010



Informazioni sugli utenti e censura Google svela le pressioni dei governi

La Stampa

Il motore di ricerca mostra il numero di richieste di rimozione di contenuti
Informazioni sugli utenti e censura Google svela le pressioni dei governiROMA

Google ha lanciato un nuovo strumento contro la censura che mostra il numero di richieste di dati degli utenti o di rimozione di contenuti ricevute nel corso degli ultimi sei mesi del 2009 da parte dei governi. Riguardo alle richieste di rimozione di contenuti, in testa si trova il Brasile con 291, poi c’è la Germania con 188, l’India con 142, gli Stati Uniti con 123. L’Italia è settima con 57. Il Brasile è primo anche per le richieste di dati degli utenti a quota 3663, seguito da Stati Uniti con 3580 e Gran Bretagna con 1166. L’Italia è sesta con 550.

Nella classifica non compare la Cina, finita più volte nel mirino per la censura su Internet. Sulla mappa al posto del numero corrispondente appare un punto interrogativo e la seguente spiegazione: «La Cina considera la richieste di censura segreto di stato, non possiamo quindi fornire questa informazione al momento». «La censura nel mondo sta aumentando - afferma il vicepresidente David Drummond sul blog aziendale - Oggi 40 governi impongono la rimozione di informazioni su Internet, contro i 4 che lo facevano nel 2002.

Ovviamente non tutte le richieste che ci arrivano dai governi sono illegittime: alcune riguardano la tutela della privacy e dei minori, altre sono utili a scopi investigativi. In generale però noi crediamo che più trasparenza a livello globale contribuisca a ridurre la censura e per questo abbiamo lanciato questo nuovo strumento che contiamo di aggiornare ogni sei mesi».




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Paura a Pozzuoli, raid punitivo di sei camorristi

La Stampa

Le telecamere interne ed esterne alle due sale-giochi mostrano immagini agghiaccianti.
Spari e atti incendiari tra bambini e famiglie impegnati a trascorrere una domenica pomeriggio tra booling e slot-machine.
Il "commando" che intende fare un'azione dimostrativa il 14 marzo di quest'anno entra armato e spara, seminando panico.
Carabinieri e Guardia di Finanza, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno identificato i sei esecutori materiali, e tra di loro c?era anche il mandante, del raid avvenuto all'interno di "Hollywood Casino" a Giuliano e la sala booling "Big One" di Pozzuoli.

Video



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Il piatto piange Ma il Pd fa ridere

IL Tempo

L'opposizione fa un esposto alla Corte dei conti, ma il deficit è di Veltroni.

Le agenzie di rating danno fiducia al Campidoglio. Storace ne approfitta: "Quando sarà approvato il bilancio?".


Il Campidoglio Non è bastata la «casuale» precisazione dell'agenzia di rating Standard & Poor's sulla situazione del debito del Campidoglio per placare gli animi in Aula Giulio Cesare. La società ha confermato la valutazione a lungo termine A+ per il Comune di Roma e ha evidenziato le «prospettive stabili» delle finanze capitoline «garantite dal supporto straordinario che lo Stato ha concesso al Comune» (il trasferimento annuale di 500 milioni di euro, pari al 15 per cento delle entrate correnti). È stato il leader de La Destra Francesco Storace il primo a chiedere alla Giunta e al sindaco Gianni Alemanno «di fornire all'assise capitolina notizie sui conti del Comune di Roma e sui tempi di approvazione del Bilancio. Si dice - ha aggiunto - che l'approvazione sia stata posticipata, vorrei avere informazioni sullo stato dell'arte».

L'assessore al Bilancio Maurizio Leo ha rilanciato il giudizio positivo di Standard & Poor's: «Evidenzia l'efficacia delle iniziative assunte dall'amministrazione capitolina per riportare ordine ed equilibrio nei propri conti ma senza per questo diminuire la qualità e il livello dei servizi resi alla cittadinanza». Ma la bufera è stata inevitabile. Anche surreale. Perché il Pd, che ha tenuto la cassa per quindici anni, ha scoperto all'improvviso i debiti e non ha lesinato critiche: «In due anni dall'insediamento dell'amministrazione di destra, Roma ha vissuto un primo periodo in cui lo stesso sindaco Alemanno, sulla scorta del più volte denunciato buco di Bilancio, è stato investito dell'incarico di Commissario. Il periodo commissariale ha comportato l'impossibilità di procedere ad una adeguata pianificazione della città e lo stop dei pagamenti ai fornitori che hanno svolto servizi per conto del Comune di Roma e che, ancora ad oggi, aspettano il pagamento delle loro spettanze» ha tuonato il consigliere Pelonzi, membro della commissione Lavori Pubblici. Se avessero avuto altrettanta attenzione negli anni passati forse la situazione non sarebbe stata così critica.

Ha rincarato il vicepresidente della Commissione Bilancio, Ferrari, che ha messo in evidenza «l'immobilismo di cui è vittima la città con la gestione Alemanno». Ribatte il presidente della Commissione, Guidi: «È davvero stupefacente che il centrosinistra dia lezioni sulle tematiche legate al Bilancio. Quando era maggioranza, infatti, ha lasciato le casse del Comune in condizioni indecenti, oggi da opposizione specula, polemizza e fa propaganda sulle iniziative adottate dall'amministrazione capitolina al fine di fare uscire Roma dal disastro degli anni passati». Tra le iniziative, la circolare della Ragioneria generale del Comune che impone un «visto di regolarità» prima di ogni spesa e, nel contempo, il divieto di finanziare acquisti di beni e servizi con risorse iscritte in esercizi di bilancio futuri. Un freno alle spese, insomma, con tanto di minaccia di rivalsa verso i dirigenti che dovessero liquidare spese «senza verificarne la coerenza contabile e la relativa copertura finanziaria». Non usa mezzi termini il capogruppo capitolino del Pd, Umberto Marroni: «Mi sembra impossibile che il bilancio della capitale d'Italia sia sparito da mesi. Leo non ci ha dato neppure una data sulla sua approvazione - ha aggiunto - nel frattempo la città si sta bloccando».

«Il Pd ha la memoria corta - replica il consigliere del Pdl De Micheli - È solo grazie al Governo, infatti, che è stato possibile andare oltre i disastri che i suoi compagni di partito ci hanno lasciato dopo 15 anni di gestione capitolina». Ma i consiglieri del Pd hanno presentato anche un esposto alla Corte dei conti per chiedere «in ragione delle forti somme» che sarebbero state impegnate dal Comune per finanziare eventi e «della assenza di qualsiasi procedura di evidenza pubblica, di aprire un'indagine per verificare se non si ravvisino gli estremi del danno erariale». Tra debiti, trasferimenti e spese tutto lascia supporre che la battaglia tra gli schieramenti sarà ancora lunga.

Alberto Di Majo

21/04/2010





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Fini rinnega ancora se stesso: le correnti? Erano "metastasi"

di Paolo Del Debbio

Il presidente della Camera fino a ieri si diceva contrario alle divisioni ma adesso guida la fronda degli ex An e reclama più potere personale.


Gianfranco Fini rimane nel Pdl ma vuole che la componente ex An, con lui saldamente alla testa, conti di più. Per questo - di fatto -, da ieri, ha dato vita ad una corrente. Non lo seguirà tutta An, una parte di An, e minoritaria. Ci sono materie sulle quali vuol dire la sua e in modo non sporadico. Insomma, devono sapere, nel Pdl, che da ieri non si tratterà più di qualche esternazione fatta ogni tanto, ma di esternazioni accompagnate dai numeri: quelle dei deputati e dei senatori (nonché di tutti gli amministratori locali, consiglieri di amministrazione di entità varie) che faranno pesare e contare - appunto - la loro forza.

Secondo noi Gianfranco Fini fu un po’ avventato e troppo radicale quando si pronunciò fortemente contro le correnti. Lo ha fatto recentemente, nel libro di Bruno Vespa, Donne di cuori, dove al proposito sostenne «Se ragionassi con la logica dell’esistenza di una componente finiana nel Pdl, mi sarei tenuto stretta Alleanza nazionale. Le correnti avevano senso quando servivano a gestire fette di potere, o comunque in partiti di carattere ideologico. Come si fa oggi a portare una logica di corrente dentro un partito “liquido”?».
Evidentemente il partito, nel frattempo, si è solidificato e Fini ha deciso di solidificare il suo potere interno. All'assemblea nazionale di An, il 2 luglio del 2005, fu, se possibile, ancora più radicale e deciso: «Se avrò la fiducia di questa assemblea - disse - intendo governare il partito senza le correnti. Non faccio alcun appello al loro scioglimento. Ne nego l’esistenza poi loro potranno anche continuare ad esistere, ma An va liberata dalle correnti: sono una metastasi che rischia di distruggere il corpo del partito».

I gruppi organizzati all’interno dei partiti ci sono sempre stati e, lo dimostrano i fatti di ieri, ci saranno ancora. Nei partiti ci sono sempre state la destra e la sinistra. Ci sono state sempre sensibilità diverse. Quando poi un partito nasce dalla fusione di altri partiti questo è vero ancora di più. Le correnti sono un male in sé? No. O meglio, dipende.

Nelle ultime settimane si sono date tante letture della crisi dei rapporti tra Fini e Berlusconi. In molti hanno pensato, e qualcuno lo ha anche detto, che la chiave di lettura giusta era quella del lettino (psicoanalitico) e non quella politica. Altri hanno richiamato la lettura solo ed esclusivamente legata alle sedie e alle poltrone. Senza poltrone, d’altra parte, non si governa, si emettono solo dei labili e pii desideri. Tutto regolare, almeno dall’agorà greca in poi.
Ma Fini tutto questo lo sa meglio di Berlusconi e lo sapeva anche quando, un po’ avventatamente, fece quelle dichiarazioni che abbiamo riportato.

La storia va avanti per correnti, vale per il pensiero e vale per la prassi - politica compresa -. Senza correnti l’aria si fa malsana e le acque stagnano e marciscono. Nel pensiero vale la stessa legge: senza correnti di pensiero saremmo fermi a qualche secolo fa. Ma devono essere correnti forti, impetuose quando c’è bisogno. Non devono essere spifferi perché con quelli ci si ammala e non si va da nessuna parte.

Finora abbiamo l’impressione che non siamo arrivati neanche allo spiffero. Ci siamo fermati prima. Si è trattato di cosucce, robaccia. Che non serve. Ci fossero da ieri delle belle correnti d’aria fresca nel Pdl crediamo che gli elettori non sarebbero che contenti. Potrebbe essere un’occasione. Come suggerì Fedele Confalonieri dopo la statuetta in faccia al Cavaliere, da un male se ne potrebbe ricavare un bene. Speriamo che sia così. Speriamo.






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Divieto a pubblicare le intercettazioni? Italia dei valori le leggerà in aula»

Corriere della Sera



Di Pietro annuncia la "disobbedienza civile": «In questo modo saranno inserite nel resoconto parlamentare» «I giornalisti buttino i registratori: d'ora in poi rischiano fino a 4 anni»
«Divieto a pubblicare le intercettazioni? Italia dei valori le leggerà in aula»


Antonio Di Pietro
Antonio Di Pietro
ROMA
- Il governo vieta la pubblicazione delle intercettazioni? Allora l'Italia dei valori le leggerà in aula. Ad annunciare questa forma di 'disobbedienza civile' è lo stesso leader Idv, Antonio Di Pietro, illustrando ai giornalisti anche il metodo che sarà portato avanti: «Ogni volta che ci sarà un'intercettazione regolarmente depositata e a disposizione delle parti, al termine della seduta d'aula (alla Camera o al Senato) si alzerà un parlamentare dell'Idv e la leggerà».

LA STRATEGIA - Un modo, questo, che comporterà l'inserimento delle intercettazioni lette nel resoconto parlamentare e la loro conseguente pubblicazione. La strategia, ha proseguito Di Pietro, è stata messa a punto nel corso di una riunione del partito per evitare che con gli emendamenti che la maggioranza ha presentato al ddl intercettazioni «si passi dalla padella alla brace» così come dimostrerebbe, secondo l'ex pm, la cosiddetta norma «Anti-D'Addario» che vieta e punisce riprese e registrazioni considerate 'fraudolente'. Il leader di Idv ha quindi concluso l'incontro con i giornalisti con una battuta: «Buttate tutti i registratori - ha chiosato - perché d'ora in poi rischiate fino a quattro anni!» (fonte: Ansa).

21 aprile 2010




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Il fratello di Vanna Marchi a processo a San Marino

Il Resto del Carlino

Il riciclaggio è reato anche sul Titano, dove si apre una nuova era: in base alle nuove norme si rischia una condanna da 4 a 10 anni.
Dino Marchi avrebbe trasferito a San Marino anche i proventi del mago Do Nascimento

San Marino, 21 aprile 2010.

UN IMPUTATO eccellente per il primo processo per riciclaggio della storia di San Marino. Il prossimo 1° giugno Dino Marchi, fratello della più celebre Vanna e zio di Stefania Nobile, salirà sul Titano per rispondere del reato previsto dall’articolo 199 del codice penale.

Un articolo fresco di inserimento nell’ordinamento giudiziario sammarinese e conseguenza della legge voluta da Moneyval (il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa per il contrasto al riciclaggio del denaro ed al finanziamento del terrorismo) nella primavera del 2008 quando la Repubblica più antica del mondo era saldamente dentro alla «procedura rafforzata» da cui riuscì ad uscire il 23 settembre dello stesso anno quando una delegazione sammarinese illustrò i passi intrapresi verso la normalizzazione e la trasparenza. Il magistrato che tutelò gli interessi giuridici sammarinesi fu Rita Vannucci che sarà adesso chiamata a giudicare per la prima volta il reato di riciclaggio.

Sul banco degli imputati si troverà appunto Dino Marchi. L’accusa nei suoi confronti è lineare: avrebbe trasferito su conti sammarinesi i proventi dell’attività della sorella Vanna, della nipote Stefania Nobile e di Mario Pacheco Do Nascimento. Agli atti processuali risultano 150mila euro depositati in una sola banca, importo già sequestrato dal magistrato Vannucci. La Cassazione italiana il 14 marzo dell’anno scorso ha ribadito le condanne alla Marchi (9 anni e 6 mesi) e alla Nobile (due mesi di meno).

LA VICENDA di Vanna Marchi, la televenditrice più famosa d’Italia, esplose il 27 novembre del 2001 grazie a uno scoop di Striscia la Notizia a proposito di una serie di truffe che fecero molto scalpore. Riguardavano una serie di attività sospette delle due Marchi e dal sedicente mago Do Nascimento. L’operazione che i tre avevano messo in piedi si basava sulla vendita televisiva di numeri ritenuti fortunati per il lotto, di talismani e amuleti che avrebbero dovuto scacciare le influenze maligne. Ma non era tutto: la Marchi aveva ‘studiato’ una particolare rito a base di sale da sciogliere in acqua che avrebbe dovuto scacciare il malocchio. I telespettatori raggirati, e in alcuni casi ridotti sul lastrico, furono decine: la Marchi e la figlia furono condannate per bancarotta fraudolenta, per truffa aggravata e associazione per delinquere finalizzata alla truffa.

Le denunce da parte degli incauti acquirenti furono 148, ma solo in 111 si presentarono in tribunale. La Cassazione, nella sentenza dello scorso anno, ha confermato pure l’importo dei risarcimenti a favore delle vittime delle truffe: 2,3 milioni di euro. Chiuso il processo in Italia adesso l’attenzione si sposta sul Titano dove Dino Marchi, alla sbarra per il primo processo per riciclaggio in territorio sammarinese, rischia da 4 a 10 anni di carcere.

di GIAN MARIA FUIANO





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Ecco come sparano i killer ragazzini Nuovo video choc a Napoli

Corriere del Mezzogiorno

l'epiisodio, in via tribunali al centro storico, risale al 17 gennaio 2009
La freddezza consumata dell’assassino minorenne
L'omicidio di un vigilante ripreso dalle telecamere


Video

NAPOLI
Sabato sera: mentre la guardia giurata 27enne Umberto Concilio ispeziona con un collega le saracinesche dei negozi, la strada è illuminata dalle auto di chi, con la pancia piena, lascia le pizzerie per tornare a casa. Umberto, fra poche ore compirà 28 anni. La sua famiglia lo aspetta per festeggiare. L’ultimo negozio da controllare, una banca alla fine della strada che dà su Castel Capuano, e poi via, anche lui a casa. Sarebbe andata così se solo, contemporaneamente, il 17enne Manuel Brunetti insieme con un complice non fosse stato lì ad attenderlo dietro l’angolo, proprio all’incrocio con via Pietro Colletta. Mentre i due vigilantes, passo dopo passo, percorrono via Tribunali, la distanza fra loro e i ragazzini si riduce. Dal filmato ripreso dalle telecamere della banca, si nota l’attesa, il temporeggiare, il nervosismo dei due ragazzini che, killer spietati, attendono la preda.

Umberto Concilio e il suo collega giungono all’incrocio. Li si vede arrivare da via Tribunali, passare dietro un’auto, discorrere in una serata come tante, con le luci, la movida e tutto il resto, quando tutto ti aspetteresti tranne di essere ucciso da una coppia di killer-bambini. Il tempo di vederli sbucare. I due, armati, scattano e raggiungono i vigilantes in due secondi. Con la freddezza del killer professionista, uno dei due stendendo il braccio punta la pistola dritto al volto delle guardie giurate. E’ un attimo, poi due lampi. Concilio è a terra, e mentre un lago di sangue comincia ad allargarsi sotto di lui le auto fanno retromarcia, la gente scappa, i motorini girano bruscamente. E i killer-bambini sono già imboscati fra i vicoli di Partenope, la metropoli occidentale dove, pure se hai una divisa, sei armato, e il traffico ti scorre intorno, puoi succedere che qualcuno ti punti una pistola al volto e prema il grilletto. Umberto Concilio, morto il giorno dopo in ospedale, è stato ucciso perché volevano rubargli la pistola di ordinanza.

I fatti risalgono al 17 gennaio 2009. Manuel Brunetti è stato arrestato sei mesi più tardi, e rinchiuso nel carcere minorile di Airola. Anche lì, ha dato problemi. Il 26 ottobre scorso, durante la pausa per la cena, insieme ad altri quattro detenuti riuscì ad immobilizzare le guardie carcerarie aggredendole all’interno del refettorio con diversi pugni al volto. Prese le chiavi da uno degli agenti di custodia, la banda uscì dall’istituto di pena rubando una Lancia Musa parcheggiata poco distante. Neanche il blocco improvviso dell’auto — l’antifurto scattò dopo pochi metri— riuscì ad arrestare la corsa dei fuggiaschi, che, bloccata un’Alfa 156, scaraventato l’autista fuori dall’abitacolo, proseguirono imperterriti nella propria corsa. L’auto venne trovata la mattina dopo a Torre del Greco. Brunetti, l’ultimo degli evasi ad essere preso, venne trovato il 24 novembre in un’abitazione di Pinetamare.

Stefano Piedimonte
20 aprile 2010(ultima modifica: 21 aprile 2010)



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Il razzismo radical chic è come Gomorra

di Marcello Veneziani

Egregio Adriano Sofri, ho letto il suo editoriale di ieri su la Repubblica e mi ha sorpreso la violenza verbale nei confronti di Berlusconi. Lo definisce lupo spelacchiato, lo accusa di non pensare, gli attribuisce una visione cosmetica del mondo, lo tira per i capelli, gioca perfino tra lezioni e lozioni. E gli contrappone, in un corpo a corpo che ricorda gli anni di piombo, l’immagine e la persona di Saviano, l’autore di Gomorra. Giochino facile e un po’ demagogico, lievemente fascista - e glielo dice uno che di fascismo se ne intende - perché oppone la gagliarda giovinezza del «lupacchiotto» Saviano all’età grave e assai provata del «lupo spelacchiato» Silvio. Fu Pasolini - ricorda? - a vedere in lei e in Lotta continua di cui lei era leader, qualcosa che gli ricordava il primo squadrismo.

Curiosamente lei adotta a rovescio la stessa distinzione manichea usata da Berlusconi nel dividere le forze del Bene dalle forze del Male, opponendo, in una forma di implicito razzismo, l’antropologia di Saviano all’antropologia, anzi all’antropofagia, di Berlusconi. Deprecabile manicheismo in ambo i casi, con l’attenuante per Berlusconi che lo ha usato nella guerra politica ed elettorale, mentre lei, Sofri, è un fine intellettuale e lo usa in tempo di pace, fuori dalle urne. Il tema è noto. Berlusconi ha criticato - com’è suo diritto e lo ha ben ricordato la figlia Marina - la riduzione del nostro Paese alla criminalità organizzata; è un’immagine falsa che nuoce all’Italia. La malavita è una delle facce dell’Italia, ma non si identifica con l’Italia. E invece da qualche tempo si tende a vendere, soprattutto fuori d’Italia, l’immagine di un Paese dominato, anzi diciamo pure, governato dalla malavita. Salvo una minoranza di antitaliani puri, puliti e pensanti.

Prima che lo dicesse Berlusconi, in un mio libro di un anno fa avevo criticato anch’io che l’Italia fosse rappresentata con un solo film a Hollywood, il Gomorra tratto da Saviano. E avevo scritto e detto a Napoli che quel film andava proiettato nelle scuole del napoletano e del casertano, a scopo educativo; ma non poteva diventare l’unica sintesi dell’Italia da esportare nella principale vetrina del mondo. È chiaro anche ai cretini che non facevo solo una questione d’immagine, di finzione o di cosmesi. Ma contestavo una falsa rappresentazione dell’Italia, che non corrisponde alla realtà e nuoce agli italiani, soprattutto a coloro che lavorano e studiano all’estero. Invece lei ha ridotto la tesi di Berlusconi a una pura questione di ipocrisia facciale, dicendo che il premier avrebbe esortato Saviano a dire il falso. È vero proprio il contrario, ha respinto la falsa riduzione dell’Italia alla criminalità. Anche per lei Berlusconi ha censurato Saviano e la verità.

Ora si dà il caso che Saviano abbia pubblicato il suo Gomorra proprio da Mondadori, riconducibile a Berlusconi. Non mi pare che Berlusconi abbia soppresso il libro o esortato a boicottarlo. Ha solo criticato l’uso improprio di una piaga verissima del nostro Paese. Non è suo diritto divergere dall’opinione di Saviano o è vilipendio della Repubblica, intesa come quotidiano? Mi pare legittimo dire che la malavita alberga dentro l’Italia a partire dal sud, ma mi pare falso e masochista dire che l’Italia sia dentro la malavita. Non è vero e non è giusto per la grande maggioranza degli italiani. Berlusconi non ha peraltro invocato censure e killeraggi, come accadeva negli anni ’70, ma ha dissentito da una tesi, e lo ha fatto alla luce del sole.

Ammiro Saviano, ha scritto un libro coraggioso e forte, e perciò vive pericolosamente. E anche se non sopporto il suo uso da madonna pellegrina nei manifesti, in tv, in politica e nei giornali, a cui peraltro lui si concede, so distinguere la buccia sgradevole dalla polpa meritevole.
Ma lei, Sofri, si rivela molto più simile all’icona di Berlusconi che lei stesso dipinge e dileggia, quando si sofferma sull’immagine e sulle parole di Berlusconi e non sui fatti e sulle azioni di governo del medesimo: ma è qui che va giudicato un uomo di governo. Lei può fare tutti i paragoni gobbi con Andreotti, ma non può mistificare la realtà. Il governo Berlusconi ha fatto di più contro la malavita rispetto ai governi precedenti. Ha messo in galera più mafiosi e camorristi, ha sgominato più bande, ha minato i racket della monnezza e fermato appalti alla malavita, ha confiscato beni rilevanti. Da una parte ci sono gli ideologi dell’antimafia, dall’altra ci sono arresti, espropri, confische. Se tutto questo per lei non conta, allora è lei a ritenere che conti più la parola, la vetrina, il pregiudizio ideologico, la retorica che la realtà dei fatti. E questo non è un caso, perché lei proviene da un radicalismo che opponeva l’immagine di un mondo migliore alla realtà della storia, che ha sempre anteposto l’utopia ai fatti, che ha sempre preferito i parolai e i professionisti dell’antimafia a chi sul serio l’ha combattuta e magari è morto.

E tra questi ci sono molti uomini «di destra», come lei stesso cita. E i Borsellino che lei ricorda erano della stessa pasta dei Calabresi, che lei non ricorda: ambedue furono uccisi perché servitori dello Stato da criminali comuni o da criminali ideologici (sul piano degli effetti si equivalgono; sul piano delle intenzioni no, riconosco ai secondi un perverso idealismo). Se il paragone non fosse irriverente, direi che la stessa cosa accade con Ratzinger: lui che più di ogni altro papa ha denunciato e condannato i pedofili, e ha sofferto di queste ferite della Chiesa fino alle lacrime, passa per il papa della pedofilia. Così il governo che più ha colpito la malavita passa per un governo mafioso. Perché l’immagine che vi siete costruiti prevale sulla realtà.

Penserà che ho difeso il premier perché scrivo sul Giornale di Berlusconi. No, Sofri, scrivo sul Giornale perché penso queste cose. E converrà con me che è più coerente chi scrive sul Giornale perché preferisce Berlusconi ai suoi avversari interni ed esterni, rispetto a chi, come lei, scriveva su una rivista «di Berlusconi», Panorama - senza peraltro subire censure neanche lei, mi pare - ma poi lo detestava intimamente. E ora che non ci scrive più lo detesta in questo modo plateale e un po’ volgare. Ma siamo abituati allo snobismo incivile, versione aggiornata del vecchio radicalismo chic. Sapendola sprezzante, confido in una sua non risposta. A differenza sua, io invece, le esprimo la mia stima per la sua qualità di scrittura, di lettura e di intelligenza, unita al mio dissenso e al mio civilissimo disprezzo per la sua cecità ideologica e il suo torvo manicheismo che in altra epoca dettero, come lei ben sa, atroci frutti.



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Beffa Ue: premi a moschee più belle

di Enza Cusmai

Il concorso fotografico è sponsorizzato da Strasburgo: a vincere saranno i luoghi di culto islamico più interessanti Escluse le chiese e i campanili, simboli della cultura e della religione cristiana.

La Lega insorge: "Servilismo culturale"



 
Crisi internazionale, disoccupati e ora ingenti perdite economiche per colpa della nube vulcanica. L’Europa ne ha di problemi di cui occuparsi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma non si vive di solo pane. Così l’Europa si dedica alla cultura, anzi all’architettura. E decide di premiare le foto migliori raffiguranti minareti del vecchio Continente. A chi pensa di aver letto male, diciamo subito che è tutto vero. L’iniziativa è seria. È un concorso di fotografia lanciato il 15 febbraio e organizzato con la collaborazione del Consiglio d’Europa «sull’estetica e l’arte musulmana europea nello spazio pubblico». Le fotografie più significative verranno valutate da una giuria internazionale, composta da esponenti di Ong, rappresentanti religiosi, artisti e architetti, e saranno premiate all’interno del Parlamento europeo di Strasburgo.

Gli organizzatori sono orgogliosi di questa idea. Sostengono che la bellezza dell’architettura islamica «può essere un’occasione per ribadire il valore dei simboli sacri e promuovere l’educazione al rispetto interculturale». Nessuno di questi creativi, però, ha pensato che in Europa esiste dell’altro. Immagini altrettanto suggestive, quelle dei campanili delle chiese. O le immagini delle cattedrali. Insomma, tutta roba della cristianità, di cui gli europei condividono la cultura. Invece niente. I premi saranno assegnati solo ai minareti. Proprio quelli che la Svizzera non vuole vedere neanche da lontano, né tantomeno costruire, figuriamoci premiare. Ma l’Europa non è la Svizzera, d’accordo. Però le moschee non sono affini alla cultura cattolica, non sono il simbolo della popolazione di maggioranza cristiana. E nelle grandi città non molti amano ammirare le moschee. Soprattutto quelle moderne, che somigliano più ad hangar del dopoguerra che a luoghi di culto.

Certo, se si fa un viaggio ad Istanbul il discorso cambia. Quei cupoloni azzurri al chiaro di luna sono da mozzafiato. Ma vogliamo parlare delle emozioni che trasmette il nostro cupolone romano, oppure le guglie del duomo di Milano al tramonto? Molti non capiscono l’esclusione. Sarebbe stata accettabile una concorrenza alla pari. Invece, secondo il deputato leghista europeo, Fiorello Provera, siamo davanti ad un vero e proprio «servilismo culturale che dovrebbe farci vergognare». L’esponente del Carroccio non lesina critiche all’iniziativa.

La sua è una dura reprimenda che non punta il dito solo contro l’idea del premio in se, ma contro il messaggio che si vuole lanciare in un periodo in cui gli Stati europei si interrogano su quale sia il rapporto ideale da mantenere con l`Islam. «È una vera e propria ingerenza negli affari interni» affonda Provera «dei vertici comunitari privi di contatto con la realtà». In effetti, l’iniziativa sembra più di natura politica che artistica. E l’imam Pallavicini lo conferma. «Non vogliamo che nel contesto democratico dell’Europa contemporanea si affermino doppi standard discriminatori dell’identità delle minoranze religiose». E Provera ribatte che esiste anche una discriminazione al contrario. In diverse scuole italiane si sono eliminati i presepi e persino il Natale (sostituito con la più neutrale festa della neve) per assecondare gli studenti islamici. Roba da far indignare Oriana Fallaci nell’aldilà.





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La nube blocca gli operatori di Emergency Noleggiato pullman per il rientro a Milano

Corriere della Sera
Garatti, Dell'Aira e Pagani sono a Francoforte: erano attesi a Linate in mattinata insieme a Iannucci

rinviata la conferenza stampa dei tre prevista per questo pomeriggio

La nube blocca gli operatori di Emergency
Noleggiato pullman per il rientro a Milano

MILANO

Torneranno in pullman da Francoforte i tre operatori di Emergency liberati domenica dopo una settimana agli arresti in Afghanistan. Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani sarebbero dovuti arrivare in mattinata all'aeroporto di Linate da Francoforte, insieme all'inviato della Farnesina Attilio Iannucci, ma il volo è stato annullato a causa dei disagi provocati dalla nube islandese. I tre erano partiti martedì da Kabul con un volo commerciale diretto a Dubai, da dove poi hanno raggiunto Francoforte. Nella città tedesca c'è stata la brutta sorpresa della cancellazione del volo. Da qui, la decisione di noleggiare un pullman per arrivare a Milano: il gruppo è atteso nel capoluogo lombardo in giornata. Emergency aveva indetto una conferenza stampa dei tre operatori per le 14.30 presso la sede milanese, appuntamento che è stato annullato e che verrà ridefinito in giornata.

Redazione online
21 aprile 2010



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Argentina, condanna storica: 25 anni all'ultimo dittatore

La Stampa

Esultano i genitori dei desaparecidos: «Dopo tanto tempo giustizia è fatta»



BUENOS AIRES

L’ex generale Reynaldo Bignone, l’ultimo dittatore dell’Argentina, è stato ieri condannato a 25 anni di carcere per il suo ruolo nel sequestro, nella tortura e nell’uccisione di decine di oppositori durante il passato regime militare (1976-1983). La sentenza è stata emessa da un tribunale di San Martin, località in provincia di Buenos Aires.

Bignone oggi ha 82 anni ma la corte gli ha revocato gli arresti domiciliari ed ha disposto che sconti la sua pena in carcere. Per gli oltre 50 capi di imputazione relativi alle atrocità commesse tra il 1976 ed il 1978 nella tristemente famosa base militare di Campo de Mayo, all’estrema periferia della capitale, il maggior centro di torture e di eccidi del Paese durante la dittatura, con Bignone sono stati condannati a 25 anni anche gli ex generali Santiago Omar Riveros e Fernando Verplatsen. A Carlos Tepedino, Osvaldo Garcia e Eugenio Perello, gli altri imputati, sono stati inflitti 20, 18 e 17 anni rispettivamente.

Bignone venne designato dopo il disastro della guerra per le Falkland-Malvine con la Gran Bretagna. Quando era al potere varò una legge che avrebbe dovuto impedire che i militari fossero giudicati per le loro azioni . Prima della sentenza, l’ex generale, come del resto hanno fatto altri suoi colleghi processati, ha ribadito che «nessuno può dubitare che in quel periodo era in corso una guerra». Alla lettura del verdetto, alcuni familiari di desaparecidos che hanno assistito al processo hanno applaudito e esultato. «Non può aspettarsi altro chi ha commesso tante atrocità», ha detto il sottosegretario per i diritti umani, Eduardo Luis Duhalde dicendosi «soddisfatto» per la condanna.

Soddisfatta anche la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela Carlotto, la cui organizzazione viene data come una possibile candidata al Premio Nobel per la Pace. «La giustizia si è fatta attendere parecchio ma alla fine per fortuna è arrivata», ha detto. I legali di Bignone hanno fatto sapere che con ogni probabilità presenteranno ricorso in appello non solo contro la sentenza ma anche contro la revoca degli arresti domiciliari all’anziano ex generale.

Durante gli anni della dittatura militare e la guerra sucia (guerra sporca) contro gli oppositori dei generali al potere, oltre 11 mila persone sono state uccise o risultano a tutt’oggi scomparse. Bignone è stato l’ultimo dei "presidenti" con le stellette ed è il solo sopravvissuto assieme a Jorge Rafael Videla, l’autore del golpe del 1976, che dopo essere stato condannato all’ergastolo nel 1985 venne amnistiato cinque anni dopo dall’allora presidente Carlos Menem





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De Magistris orchestra il girotondo anti Papa

di Alessandro M. Caprettini

L’ex pm, deputato Idv a Strasburgo, ispira un’interrogazione che chiama in causa le gerarchie vaticane sul caso pedofilia, firmata dall'ex premier belga Guy Verhofstadt.

Un pesante attacco contro quella che l'attuale capo dei liberali europei definisce "gerarchia vaticana"

Roma

Che intende fare Barroso? E cosa aspetta Van Rompuy (il neo-presidente della Ue) a protestare con forza? È solo l’avvio di una durissima interrogazione che l’ex-premier belga Guy Verhofstadt - attuale capo dei liberali europei - ha messo nero su bianco ed in cui si attaccano pesantemente Benedetto XVI, il cardinal Bertone, monsignor Babini e persino il frate cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore pontificio. Chiarendo che, prima di ogni altra cosa, occorre eliminare ogni tipo di ostacolo, diplomatico o legale, che permetta ai sacerdoti pedofili di nascondersi dietro lo speciale status della Santa Sede.

A Bruxelles, nella sede dell’Europarlamento, son parecchi che hanno fatto un salto sulla sedia all’apparire dell’interrogazione (che solo domani si saprà se andrà in aula, accettata o meno dall’ufficio di presidenza). Perché di mormorii e di allusioni ce n’erano stati all’apparire di articoli di stampa dedicati alla questione. Ma mai ci si attendeva un attacco così frontale a quella che Verhofstadt (57enne premier di una coalizione socialisti-liberali tra il ’99 e il 2007, una somiglianza incredibile con Elton John) definisce «la gerarchia vaticana» e in cui, a pié di nota, si chiama direttamente in causa il segretario di Stato cardinal Bertone per aver osato ipotizzare una relazione «tra omosessualità e pedofilia» anziché condannare i tanti sacerdoti che hanno perseguito abusi sessuali su numerosi minori.

Che Verhofstadt esploda periodicamente, a caccia di pubblicità, è un fatto. Non più tardi di un paio di mesi fa, quando a Parigi si discuteva di interesse nazionale, se ne uscì con un «c’è del marcio nella Repubblica francese» che mandò Bernard Kouchner su tutte le furie. Ma stavolta le cose sembrano un po’ diverse. Possibile gli siano arrivate alle orecchie le parole di monsignor Babini sulla somiglianza delle accuse indirizzate alla Chiesa cattolica con quelle di «un attacco sionista»? O che si premurasse di cercare le parole di fratel Cantalamessa per il quale gli attacchi erano simili a quelli del «più violento antisemitismo»? Poco probabile. Mentre è vero che poco più di un mese fa - a questione aperta - ci fu un suo compagno di cordata dell’Alde (Liberal-democratici europei) che rivelò come a suo modo di vedere «non sarebbe un tabù che Ratzinger possa rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia denunciati in Germania».

Chi era l’antemarcia? Luigi De Magistris, l’ex pm eletto con Di Pietro all’Europarlamento. Che in una trasmissione tv disse anche che si trattava di una occasione da non perdere in quanto «quando i fatti avvengono all’interno delle mura vaticane scatta una giurisdizione domestica e quindi non è cosa facile far luce sulla verità». E proseguì dicendo che, «considerato che non è la prima volta che su queste vicende viene tirato in ballo lo stesso Papa, a mio avviso si pone la necessità per la Chiesa stessa di una maggiore credibilità verso i suoi fedeli». E davanti all’intervistatore che gli chiedeva cosa dovesse fare il Pontefice se un giudice avesse sollecitato una sua testimonianza, chiudeva: «Nessuno è al di sopra della legge!».

In sostanza, il sospetto che le carte siano circolate da Roma a Bruxelles pare avere qualche fondamento. E forse a questo punto poco deve stupire la crudezza con cui Verhofstadt chiede tanto a Barroso che al Consiglio Europeo (dunque ai capi di Stato e di governo di cui Van Rompuy è il presidente), di esprimere un netto giudizio di condanna senza ambiguità, respingendo i tentativi giustificazionisti del Vaticano o le sue velleità di nascondere ulteriormente le cose. Chiede altresì di respingere e condannare seccamente i parallelismi tra omosessualità e pedofilia e i riferimenti agli attacchi antisemiti. Tutte cose queste - spiega il presidente dell’Alde in una missiva spedita a Van Rompuy, Barroso e al presidente dell’Europarlamento in cui annuncia l’interrogazione - che fanno a cazzotti con i principi ispiratori della Ue e che vengono ora a minacciare «gravemente e seriamente» non solo il rapporto tra Chiesa cattolica e Ue, ma quello già più complesso tra Unione Europea e Santa Sede.




Mostro di Firenze, caso Narducci: prosciolti tutti gli imputati

Quotidianonet

Secondo l'accusa il presunto sodalizio, che vedeva coinvolti anche famigliari e pubblici ufficiali, avrebbe operato dal giorno della scomparsa del medico, l’8 ottobre del 1985, fino a dopo il luglio del 2004, per cercare di sviare gli accertamenti sulla morte e per evitare che si ipotizzasse un omicidio legato alle vicende del mostro di Firenze

Perugia, 21 aprile 2010 - Il gup di Perugia, Paolo Micheli, ha prosciolto i venti imputati per i quali il pubblico ministero Giuliano Mignini aveva chiesto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta relativa alle presunte irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere del medico perugino, Francesco Narducci.

La decisione del gup è arrivata al termine di una lunga camera di consiglio durata per l’intera giornata di martedì. Tra gli imputati figuravano anche alcuni familiari del gastroenterologo, ma anche pubblici ufficiali e appartenenti alle forze dell’ordine, accusati, a vario titolo, di aver preso parte al tentativo di depistaggio delle indagini sulla morte del medico perugino, scomparso in circostanze misteriose l’8 ottobre del 1985 e il cui cadavere venne trovato nella acque del Trasimeno.

Secondo la ricostruzione accusatoria il presunto sodalizio avrebbe operato dal giorno della scomparsa del medico, fino a dopo il luglio del 2004, per cercare di sviare gli accertamenti sulla morte e, in particolare, per evitare che si ipotizzasse un omicidio legato alle vicende del mostro di Firenze. Secondo l’accusa, infatti, il medico sarebbe stato ucciso perchè coinvolto nelle vicende dei delitti fiorentini e poi, con uno scambio di cadavere, l’omicidio sarebbe stato mascherato da incidente o suicidio.

agi