giovedì 22 aprile 2010

Su Youtube cittadino senegalese «placcato» dai vigili urbani

Corriere della Sera
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Nelle immagini l'ambulante steso a terra che rifiuta di farsi ammanettare e di entrare nell'auto di servizio

CAGLIARI - Quattro agenti della Polizia municipale di Quartu Sant'Elena su un giovane ambulante senegalese steso a terra che rifiuta di farsi ammanettare e di entrare nell'auto di servizio. Mentre tutt'intorno gli abitanti urlano «lasciatelo lavorare» e, poco dopo, «vergogna», esprimendo contrarietà sul modo in cui i vigili urbani hanno fermato l'uomo. È quanto si vede nelle immagini riprese con i cellulari, messe in rete su Youtube (guarda) e altri siti analoghi (Youreporter.it) e sottolineate con commenti estremamente negativi.

LA SEGNALAZIONE - A segnalare il video, poco più di 4 minuti, sono stati giovedì mattina i dirigenti provinciali del Pd e del Prc di Cagliari a margine di una conferenza stampa su temi elettorali. Il senegalese è stato fermato nei pressi del mercatino di Quartu con un intervento della polizia municipale che i due politici - Thamas Castangia (Pd) e Giuseppe Stocchino (Prc) - giudicano «eccessivo». I due esponenti della centrosinistra sollecitano le autorità competenti a visionare attentamente il filmato per chiarire le modalità del fermo e fanno appello al sindaco di Quartu affinchè si attivi con un'indagine interna: «Lo stesso comportamento - si chiedono Castangia e Stocchino - sarebbe stato attuato se non si fosse trattato di un extracomunitario?».


22 aprile 2010






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Sarkozy gli stringe la mano, lui la pulisce

Corriere della Sera
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Disappunto del presidente francese al gesto di un giovane incontrato a Nizza: «Non fare il furbo tu!»

PARIGI - Breve siparietto tra il presidente Nicolas Sarkozy e un giovane francese durante un bagno di folla del capo di Stato in occasione del 150esimo anniversario dell'annessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Secondo il sito internet del quotidiano Le Monde, il giovane si è pulito la mano strofinandola sul suo maglione subito dopo aver stretto quella del presidente. «Non fare il furbo tu!», gli ha subito replicato il capo di Stato reagendo al gesto del ragazzo.

IL PRECEDENTE - Le Monde traccia quindi un parallelo con il celebre episodio del Salone dell'Agricoltura a Parigi, quando il capo dell'Eliseo aveva dato dell'idiota a un contestatore che tra la folla aveva rifiutato di stringergli la mano. (Ansa)


22 aprile 2010






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Silvio-Fini, botte da orbi "Vuoi sfasciare il Pdl"

Il Giorno

Direzione tesissima. Il premier: "Se vuoi fare politica, dimettiti da presidente della Camera". L'ex missino: "Non lascio, nemmeno il partito". Pronto un documento dei coordinatori: sarà messo ai voti

Roma, 22 aprile 2010 - I coordinatori del Pdl hanno elaborato un documento finale della Direzione che sarà letto alla platea dal vice presidente della Camera, Maurizio Lupi, e poi sottoposto al voto. Lo ha spiegato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Gianfranco Fini ha invece riunito i suoi in una saletta contiguaSi discute se sia opportuno che i 22 fedelissimi di Fini, iscritti a parlare fin dal mattino, debbano o meno intervenire dopo lo show-down o addirittura presentare un proprio documento. Qualcuno lo ritiene indispensabile e parla di "mancato rispetto verso il ruolo istituzionale" dell’inquilino di Montecitorio, invitato dal premier a fare le valige e di "risposta non politica alle tesi politiche" dell’ex leader di An.

Ma Fini è di diverso avviso: è stato raggiunto l’obiettivo di dimostrare che c’e’ una componente interna che con le sue proposte interne vuole rafforzare il Pdl, attraverso un confronto anche duro ma trasparente. Non serve altro. Non ci saranno neppure documenti della componente finiana, che invece e’ pronta a votare il documento dei coordinatori in cui si elogia l’azione del governo e lo si sprona ad andare avanti. Diversamente, se nel documento finale dovessero esserci parti contrarie ad un partito con diverse anime, i finiani non le voteranno.

RISSA FINI-BERLUSCONI - "Questa riunione deve essere usata, a partire da me, per cercare di spiegare cosa sta accadendo. Non voglio usare espressione che può apparire polemiche ma mi sembra - dice Fini rivolto a Berlusconi, ma senza citarlo - che anche nella regia dell’avvio dei lavori della Direzione un atteggiamento un po’ puerile di chi vuole nascondere la polvere sotto tappeto come se gli italiani avessero visto un altro film".

“La leadership di Berlusconi non è messa in discussione, almeno da chi vi parla”, ha detto Fini. “Avere opinioni diverse rispetto al premier e presidente del partito significa esercitare un preciso diritto-dovere”, ha precisato. Il presidente della Camera spiega: “Sta accadendo che su alcune questioni di carattere squisitamente politico, relative ai problemi del Paese, all’azione del governo, al ruolo del partito, uno dei cofondatori (ho scoperto che eravamo in tanti a cofondare...) ha opinioni diverse rispetto a quelle del presidente Berlusconi. Il che non vuol dire negare ciò che ha fatto il Governo: molte cose dette dai ministri erano a conoscenza della Direzione e degli italiani”.

A un certo punto il premier interrompe l’intervento Fini: “Non attribuire a me cose che non ho mai detto”, dice il premier quando finalmente gli viene attivata la linea audio del microfono. In quel momento Fini ricordava di essere stato additato come “un traditore” per le sue posizioni in dissenso. Secca la risposta di Fini: “Hai un diritto di replica. Credo sia onesto giocare a carte scoperte”.

Fini continua il suo intervento e parla per la prima volta di una 'minoranza' nel Pdl. "’Oggi viene meno una fase che è stata quella costitutiva del Pdl: non ha più senso alcuno parlare di quote, del 70-30. C’è una larghissima componente che si riconosce in toto nelle posizioni del presidente del Consiglio e c’è una piccola componente politica, chiamatela come volete ma non corrente nel senso deteriore, che non lo è d’accordo in toto".

Ma anche l’Unità d’Italia e il 150esimo anniversario dell’unificazione nazionale sono oggetto di battibecco tra Fini e Berlusconi. Fini durante il suo intervento inizia sottolineando che non c’è "ancora nessuna proposta sulle celebrazioni dell’Unità". Berlusconi sbotta, lo interrompe e dice: "Ma come, stiamo lavorando tutti i giorni per questo...", poi butta la penna sul tavolo. "Non parlo del governo - risponde Fini - parlo del partito. Com’è possibile che la Padania scriva che ‘non c’è niente da festeggiarè per l’Unità d’Italia e che il Pdl non dica nulla? Rispetto a questo atteggiamento culturale un partito come il Pdl ha il dovere di reagire, o no?". Fini ha citato una serie di atteggiamenti leghisti rispetto all’unità nazioanle e ha anche fatto un cenno alla polemica suscitato dalle parole del figlio di Bossi sul tifo per la Nazionale.

A un certo punto lo scontro politico fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini è diventato fisicamente visibile. Andando oltre il duello a parole, è stato il presidente della Camera che in un primo momento ha fatto il gesto di allontanarsi mentre il premier replicava al suo intervento di fronte alla platea della Direzione del Pdl; poi ha ripreso posto ma si è nuovamente alzato in piedi e si è avvicinato al podio con il dito levato contro Berlusconi urlando: “Questo non te lo consento”.

E’ accaduto dopo che Berlusconi aveva preso di mira tre esponenti ‘finiani’: “Non mi è mai arrivata la richiesta di un ufficio di Presidenza sui temi che hai sollevato, le questioni sono state esposte al pubblico ludibrio in Tv da Bocchino, Urso e Raisi”.

Altro scambio durissimo quando il leader del Pdl ha chiesto a Fini di lasciare la presidenza della Camera se vuole fare dichiarazioni politiche. Replica del ‘cofondatore’ del partito: “Cosa fai? Mi cacci?”, accompagnando le sue parole con un chiarissimo gesto della mano.

Ad alcuni parlamentari a lui vicini, a margine del dibattito, Fini fa sapere: "Non ho nessuna intenzione di dimettermi dalla presidenza della Camera. Né tantomeno di lasciare il partito".

IL DISCORSO DEL PREMIER - La direzione del Pdl era iniziata con l’intervento di Silvio Berlusconi. "Abbiamo deciso la convocazione della Direzione nazionale prima delle elezioni regionali. Avevamo deciso questa riunione per affrontare la situazione da qui in avanti al seguito dei risultati che ci hanno premiato. Si tratta di risultati eccezionali unici in Europa dove tutti i governi sono stati penalizzati dalla crisi". Nel suo intervento il Cavaliere ha proposto che il congresso del Pdl si svolga entro l’anno.

Il Pdl - ha detto il premier - “ha l’imperativo categorico di essere democratico: la democrazia è fondamentale nel nostro partito”. Berlusconi dice poi: "Ho sempre accettato senza discutere le decisioni dei coordinatori, credo che questo debba continuare e che il Pdl debba darsi più occasioni di confronto". Il presidente del Consiglio ha ricordato la nomina degli organismi del partito, e anche la scelta dei candidati alle ultime regionali: “Mi sono sempre messo a disposizione”, e quando “la maggioranza ha deciso, mi sono assolutamente schierato con le decisioni della maggioranza”. “Non c’è stata una volta - ha ribadito - in cui il Presidente del partito abbia imposto la sua opinione e la sua volontà”.

Berlusconi torna inoltre a snocciolare i numeri. Secondo gli ultimi sondaggi "l’apprezzamento del governo è al 48%, un risultato straordinario in un momento di crisi; quello del Pdl al 38,8%, se le elezioni si facessero domani; quello del presidente del Consiglio è addirittura bulgaro al 63%".

I COORDINATORI - "Il palazzo di via dell’Umiltà è grande ma spesso vuoto. Per chi vuole c’è spazio e posto". Lo afferma Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, nel corso del suo intervento. "C’è la necessità di affrontare molti problemi - spiega - Nessuno può sentirsi in grado di risolvere da solo i problemi di un partito che rappresenta" la maggioranza del Paese. Verdini boccia senza appello il doppio turno alle elezioni di qualsiasi livello: "I secondi turni sono devastanti per il centrodestra", ha detto.

"Non ci sono uomini liberi da una parte e servi dall’altra. Non esiste questa dicotomia". È una vera e propria salva di applausi e ‘bravo' dalla platea che accoglie questa frase di Sandro Bondi. “Si può stare in un partito - si chiede - e sostenere che il suo fondatore rappresenterebbe un modello da ripudiare, un’idea da archiviare al più presto, un fenomeno politico deteriore?”. Domanda che prende spunto dalle citazioni di alcuni intellettuali di FareFuturo, "mai smentiti". “Non condivido questo modo rozzo di giudicare la nostra storia e il ruolo di Berlusconi, e soprattutto non condivido questo modo di giudicare i risultati ottenuti in questi anni”, dice Bondi.

Poi è il momento di La Russa: “Ho cercato in questo anno di svolgere un ruolo che al di là dell’assoluta coincidenza del mio pensiero fosse di cucitura e di assemblaggio, di costruzione. Sono stato sincero e ho cercato di essere leale e trasparente con tutti". Ignazio La Russa inizia il suo discorso con una sorta di excusatio non petita. "Le ultime giornate possono far apparire come un fallimento il mio sforzo - spiega in riferimento alla convivenza delle due anime del Pdl - ma voglio dire a Fini che non c’è stata mai occasione in cui abbia riportato posizioni che provenivano dall’area degli ex An diverse da quelle che mi ha prospettato Gianfranco. Ho fatto da cinghia di trasmissione, operazione resa difficile dal ruolo istituzionale di Gianfranco, e non poteva non essere così".

SCHIFANI - "La mia è una proposta che va vista in chiave costruttiva e non polemica".Così il presidente del Senato, Renato Schifani, che ha invitato Gianfranco Fini a dimettersi dalla Presidenza della Camera per entrare nel Governo. Schifani aggiunge: "Ritengo che le incomprensioni e le tensioni interne al centrodestra, tra Berlusconi e Fini, potrebbero essere meglio risolte con una maggiore presenza politica di Fini all’interno del governo, in quanto lavorerebbero fianco a fianco e quindi potrebbero realizzare quei confronti e quelle eventuali intese sulla politica del Governo".

TREMONTI - "Se non abbiamo fatto la fine della Grecia è stato soprattutto merito di Silvio Berlusconi che alla forza delle idee ha saputo aggiungere la sua visione di sintesi e la forza di base del consenso popolare e parlamentare". Queste le parole del ministro dell'Economia, che spiega: "È anche per questo che dobbiamo essere uniti e forti, e forti perché uniti, datà l’enorme responsabilità che abbiamo verso il Paese. Responsabilità nel gestire la crisi, ed in più responsabilità di fare le riforme". Poi cita don Sturzo: "Guardate bene ai pericoli delle correnti organizzate in seno a un partito. Si comincia con le divisioni ideologiche. Si passa alle divisioni personali, si finisce con la frantumazione del partito".

ALFANO - “Io ho capito che dopo una settimana di silenzio successivo al voto si è detto qualcosa che era un copione scritto per la circostanza della sconfitta. Abbiamo vinto ed e’ stato sviluppato lo stesso copione nononostante la vittoria. Nelle argomentazioni esposte questa mattina ci sono delle buone ragioni, ma delle buone ragioni dette male, sembrano pretesti”. Il ministro della giustizia, senza nominarlo, contesta il presidente della Camera Gianfranco Fini che questa mattina ha duramente criticato l’impostazione sulla giustizia del Pdl. “Noi abbiamo fatto una vasta riforma”, dice Alfano che elenca i vari settori dell’intervento normativo da parte del governo. “Ora - aggiunge - che tutto si riduca al processo breve non è giusto”.

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Maldini e la moglie indagati per corruzione e spionaggio

Quotidianonet

L'ex capitano del Milan e consorte avrebbero chiesto verifiche fiscali illegali sul sistema informatico dell’Anagrafe tributaria su Alessandro Paolo Baresi, fratello dei calciatori Franco e Giuseppe



Milano, 22 aprile 2010

L’ex calciatore del Milan, Paolo Maldini è indagato a Milano con le accuse di corruzione e accesso abusivo al sistema informatico, insieme alla moglie, Adriana Fossa, nell’inchiesta della procura del capoluogo lombardo a carico di 43 persone in relazione a pratiche illecite per ottenere trattamenti fiscali più favorevoli.

 

Accusa, quest’ultima, contestata a Luciano Bressi, il funzionario dell’agenzia delle entrate di Milano, arrestato nel giugno dell’anno scorso, che si era ‘riciclatò commercialista per i vip.

L’ex capitano del Milan era stato intercettato dai militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza mentre chiedeva a Bressi se era possibile effettuare una verifica fiscale su Alessandro Paolo Baresi, fratello dei calciatori Franco e Giuseppe, nell’ambito di un’operazione immobiliare in Toscana a cui voleva partecipare.

Il pubblico ministero Paola Pirotta lo accusa in concorso con Bressi di essersi introdotto abusivamente nel sistema informatico dell’Anagrafe tributaria con finalità non istituzionali.

L’intercettazione risale al 26 gennaio 2009 ed è riportata nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Bressi firmata dal gip Gloria Gambitta.

Ecco una parte del dialogo intercettato:

Maldini: "Visto che si tratta comunque di... sì di un impegno economico abbastanza...".

Bressi: "Notevole...".

Maldini: "Sì... eh... volevo fare una piccola... verificare su su su Alessandro eh... Come si può fare (...) Su di lui si può fare una verifica eh...fiscale su di lui... Nel senso se ha avuto problemi con la giustizia ad esempio eh... Oppure se ha avuto problemi con il fisco... Giustizia posso chiedere a qualcun altro, so gia a chi".

Nell’ordinanza, Gambitta spiegava che la richiesta di Maldini si inseriva nel contesto della "costituzione di una nuova società operante nel settore edile-immobiliare" di cui voleva diventare socio insieme con la moglie.

Ne parlava al telefono con un avvocato mentre era intercettato lo stesso Bressi, che poi successivamente discuteva con Maldini della verifica fiscale su un altro socio che evidentemente il calciatore non conosceva e di cui non si fidava.

"Maldini intercettato chiede a Bressi di compiere un’indagine sulla posizione fiscale del predetto Baresi perchè risulta tra i soci della nuova società - scriveva il gip - Maldini afferma che intende svolgere altri accertamenti di giustizia per i quali dice che si sarebbe rivolto a un’altra persona".

agi





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Appello, Vanna Marchi condannata a 14 anni Alla figlia 12


Milano, 22 aprile 2010 - I giudici della seconda Corte d’appello di Milano hanno condannato a 14 anni  Vanna Marchi e a 12 anni la figlia Stefania Nobile. I giudici hanno di fatto accolto la richiesta della difesa applicando la continuazione con un’altra sentenza.

Il processo d’appello riguardava la bancarotta della Ascè, la ditta attraverso la quale l’imbonitrice televisiva svolgeva la sua attività commerciale. In primo grado Vanna Marchi era stata condannata a sei anni di reclusione mentre la figlia a quattro anni e sei mesi.

Mentre il sostituto procuratore generale, Enzo La Stella, ha chiesto la conferma della sentenza, l’avvocato Liborio Cataliotti, per ottenere uno sconto concreto di pena, ha sollecitato i giudici affinche’ applicassero la continuazione con l’altra sentenza di condanna della Marchi e della figlia per i reati di truffa ed estorsione, in relazione a promesse non rispettate fatte a diversi clienti. Per la Marchi la condanna era stata di nove anni e sei mesi, per la Nobile di nove anni.

Nessuna delle due imputate si è presentata in aula. La Marchi è rimasta in carcere a Bologna mentre la figlia si trovava in un ospedale di Milano, per essere sottoposta ad esami clinici.





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Lecco, il cadavere di un anziano in strada, la gente indifferente ai tavolini dei bar

Corriere della Sera

Pensionato di 70 anni morto suicida. Intorno, curiosi e persino turisti che scattano foto

MILANO - Il cadavere a terra, coperto da un lenzuolo bianco, dopo un volo dal terzo piano. Attorno gli agenti della questura e della polizia locale, a pochi metri di distanza la gente che continua a mangiare ai tavolini dei bar e dei ristoranti, scaldati dal sole primaverile. È accaduto mercoledì pomeriggio nel centro storico di Lecco, dove è morto un pensionato di 70 anni. Gli investigatori allo stato sono praticamente certi che si sia trattato di un suicidio. Il settantenne ultimamente era depresso, tra l'altro per problemi di natura economica. A lasciare perplesso chi è corso invano a cercare di soccorrere la vittima, è stato l'atteggiamento della piazza, dove qualcuno potrebbe anche essere stato ignaro della tragedia che si era appena consumata (ma il dubbio si è dissolto davanti all'accorrere della polizia e degli uomini del 118 e poi del carro funebre) e qualcun altro invece si è spinto addirittura a dare un'occhiata tra un boccone e l'altro. C'è chi ha seguito i primi accertamenti della polizia scientifica sbocconcellando un panino e chi, come alcuni giovani turisti giapponesi, ha cercato di scattare una foto quanto mai macabra. Altri sono rimasti seduti a mangiare e bere poco distante, ai tavolini e solo ora l'opinione pubblica sembra concorde nel ritenere che se non altro gli esercenti avrebbero dovuto evitare la permanenza almeno nei tavoli esterni (foto: Ansa).


22 aprile 2010





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Esplosione a bordo di una piattaforma petrolifera: 11 dispersi e 17 feriti

Corriere della Sera
Erano 126 le persone presenti al momento dello scoppio. Scatta l'allarme ambientale nella zona

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HOUSTON - Proseguono le ricerche dei dispersi nel Golfo del Messico, dove una piattaforma petrolifera è esplosa martedì notte al largo delle coste della Louisiana: 11 sono le persone disperse, diciassette i feriti di cui quattro gravi. Al momento dell’esplosione erano presenti 126 impiegati della piattaforma. Enormi colonne di fuoco si innalzano ancora dalla piattaforma Deepwater Horizon, alta 122 metri, attorno alla quale continuano a circolare elicotteri e navi alla ricerca dei dispersi. L’esplosione si è prodotta verso le 22 di martedì sera ora locale su una piattaforma larga come due campi di calcio della società Transocean. L’incidente potrebbe rivelarsi il più grave degli ultimi 50 anni negli Stati Uniti. A causa delle alte temperature raggiunte con l’incendio la piattaforma si è inclinata e rischia di cadere in acqua, con possibili gravi danni ecologici nella zona. Parte del petrolio è già finito in mare.

La lotta con le fiamme

AL LARGO DELLA LOUSIANA - La piattaroma esplosa, che si trova a 84 km a sud-est di Venice, in Louisiana, è della Transocean e lavora per BP. Le cause dell'esplosione non sono ancora note e sarà immediatamente avviata un'inchiesta.

RICERCA DEI DISPERSI E LOTTA ALLE FIAMME - La speranza è che gli undici che mancano all'appello siamo saliti su un battello di emergenza poi trascinato lontano dalla piattaforma dalle correnti. Alle operazioni di ricerca partecipano elicotteri, aerei e navi della guardia costiera. Almeno cinque unità navali stanno combattendo contro le fiamme che avvolgono al piattaforma. Non sono state ancora chiarite le cause della esplosione e del conseguente incendio che hanno devastato la piattaforma. Attorno alla piattaforma ancora in fiamme è stata dichiarata una "zona di sicurezza" per un raggio di cinque miglia nautiche. Le autorità devono valutare anche i danni all'ambiente provocato dall'incidente: quantità di petrolio sono finite in mare e una chiazza ha cominciato a formarsi nei pressi della piattaforma che si è inclinata di alcuni gradi per effetto dell' incendio. «Per adesso la priorità è trovare i dispersi - ha detto una portavoce della operazione di soccorso - dobbiamo inoltre estinguere le fiamme. In seguito sarà possibile indagare sulle cause dell'incidente».


21 aprile 2010(ultima modifica: 22 aprile 2010)





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Linea dura di Sarkozy «Il burqa sarà illegale in tutta la Francia»

Corriere della Sera
Pronto a maggio il progetto di legge

L'iniziativa Il presidente contro il velo integrale

Linea dura di Sarkozy «Il burqa sarà illegale in tutta la Francia»


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


PARIGI — La Francia vieterà in modo rigoroso il burqa negli spazi pubblici. Il disegno di legge del governo sarà discusso all'Assemblea in maggio, ha annunciato il portavoce Luc Chatel al termine del consiglio dei ministri. Lo «spazio pubblico» è concetto più vasto del luogo pubblico. In pratica, la Francia vuole proibire il burqa non solo nell'ambito delle istituzioni e dei servizi (scuole, ospedali, amministrazioni, trasporti), secondo quanto era stato immaginato nella prima fase di un dibattito in corso da mesi, ma anche nei luoghi esposti al pubblico, quali ad esempio uffici, mercati, banche, locali. Nel primo caso sarebbero sufficienti regolamenti amministrativi, equiparabili al divieto di presentarsi a volto coperto (ad esempio il casco integrale del motociclista), ovvero una misura di polizia.

Nel secondo, si colpisce la visibilità del burqa, confinato di conseguenza all'ambito privato e al diritto individuale. La distinzione diventa sostanziale e risponde alla volontà del presidente Sarkozy, il quale, con un occhio alla disaffezione dell'elettorato moderato, ha modificato la posizione iniziale, orientata a un messaggio educativo più che repressivo. «Il velo integrale — è il suo pensiero — deve essere considerato un'offesa alla dignità della donna e al principio della parità: il burqa non è benvenuto in Francia». «E' una legge per arginare un fenomeno che aggrava la deriva comunitaristica e il rigetto dei valori repubblicani», ha commentato Chatel. Il fenomeno, in verità, è circoscritto. Secondo stime del ministero dell'Interno, non più di duemila donne porterebbero il burqa in Francia (inclusi territori d'Oltremare e Mayotte). Ma la questione va al di là delle cifre per percorrere inquietudini della società e comportamenti elettorali. Il divieto assume un valore emblematico, rispetto a fenomeni più profondi e complicati, come la poligamia, la proliferazione di correnti islamiste, le barriere invisibili che separano molte banlieues dalle regole repubblicane.

Quanto la legge possa trovare un ampio consenso parlamentare e un'effettiva applicazione è tutto da verificare. La strada del disegno di legge aggira le raccomandazioni del Consiglio di Stato, la più alta giurisdizione francese, che ha messo in guardia dai rischi di un divieto generalizzato che non troverebbe fondamenti nel dettato costituzionale, venendo in qualche modo a ledere il principio delle libertà individuali. Secondo i giudici, ogni applicazione potrebbe innescare un ginepraio di ricorsi e polemiche sulla stampa. Da più parti, si sottolinea il rischio di una reazione identitaria da parte di oltre 5 milioni di musulmani, la maggior parte dei quali è integrata e aderisce a valori repubblicani. Con il dibattito attorno al burqa, la Francia si avvia a rivivere la traumatica riflessione collettiva sulla legge per la laicità, voluta a suo tempo dal presidente Jacques Chirac. Di fronte a cronicizzate questioni socio-politiche, Sarkozy sceglie una strada analoga: l'esaltazione simbolica dei valori dello Stato francese, senza progredire nella sfera delle disparità e dell'esclusione sociale. Ciò che il dibattito non dice è che il presidente ha dovuto fare concessioni a quelle correnti interne della sua maggioranza che reclamano un ritorno «ai fondamentali» del programma. Correnti che stanno trovando un punto di coagulo attorno al capogruppo Jean-François Copé, giovane stella del gollismo, il quale si è fatto promotore della legge. Copé già sogna un futuro all'Eliseo. Magari al turno successivo, nel 2017. Ma si prepara, facendo il Sarkozy. Quello vero, versione 2007.

Massimo Nava
22 aprile 2010



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Chirurgo “illegale” smascherato dalle Iene

Il Secolo xix

Ieri sera, su Italia Uno, seconda parte del viaggio delle Iene in un improbabile centro estetico allestito in una non precisata città dell’Italia del centro-sud, dove vengono praticati ritocchi ai glutei iniettando silicone liquido, una pratica illegale e pericolosa, perché è molto probabile che la sostanza si metta a “viaggiare” all’interno del corpo, provocando dolorosissimi depositi nelle zone più impensate.





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Pedofilia, nuova bufera sulla Chi

Il Secolo xix

A Miami, nello Stato americano della Florida, il Vaticano ha deciso di rimpiazzare un vescovo, anni fa sfiorato da sospetti di omertà su casi di abusi sessuali, ma la scelta del sostituto non va a genio allo Snap, la più grande associazione americana di vittime del clero pedofilo: anche monsignor Thomas Wenski, l’arcivescovo metropolita di una diocesi di 800.000 anime, nominato dal Papa al posto di monsignor John Favalora, avrebbe steso il velo del silenzio sulle denunce di abusi arrivate alla curia.

Intanto, a Washington, lo Snap ha vinto un’altra partita: dopo le proteste dell’associazione, gli organizzatori di una messa solenne in latino hanno fatto marcia indietro sull’invito al cardinale Dario Hoyas Castrillon, in questi giorni al centro di polelmiche. Castrillon era stato invitato a guidare la celebrazione di sabato nella chiesa del National Shrine dell’Immacolata Concezione, uno dei santuari più importanti degli Usa. La messa è organizzata dal Paulus Institute, gruppo nato tre anni fa «per la propagazione della sacra liturgia».

Nove anni fa, quando era prefetto per la Congregazione del Clero, Castrillon si era «congratulato» con il vescovo francese Pierre Pican per non avere denunciato un prete accusato di abusi su minori e ha poi detto di avere scritto quella lettera con l’approvazione di papa Giovanni Paolo II. Lo Snap aveva scritto al nunzio a Washington, Pietro Sambi, e all’arcivescovo di Washington, Thomas Wuerl, chiedendogli di «proibire» al cardinale di celebrare la messa.

Anche a Miami, il nodo per lo Snap p il silenzio delle gerarchie: «Il Papa promuove un vescovo con un passato preoccupante quanto a sicurezza dei bambini», ha detto David Clohessy, direttore esecutivo dell’associazione delle vittime. Il nuovo vescovo, figlio di polacchi, viene da Orlando, sempre in Florida: progressista sui temi sociali come l’immigrazione, conservatore senza compromessi sull’aborto, le nozze gay, l’ordinazione delle donne. Wenski parla inglese, spagnolo e creolo, è stato più volte a Cuba e ad Haiti, va in giro in Harley Davidson: lo Snap lo accusa di «inganno, ritardo e spregiudicatezza in tre casi, specialmente in uno recente, che coinvolge un’accusa di stupro commessa da un prete e da un seminarista». Il suo predecessore, monsignor Favalora, si è ufficialmente dimesso per motivi di salute, ma è sospettato di aver a sua volta coperto casi di pedofilia. Il presule, tuttavia, è anche ricordato per aver usato il pugno di ferro contro il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado.

Miami non è la sola diocesi con un nuovo vescovo su cui lo Snap ha puntato i riflettori: l’associazione ha protestato anche per la nomina a Springfield (Illinois) di Thomas Paprocki, l’ausiliario di Chicago che tre anni fa attribuì a Satana la spinta dietro le denunce legali contro il clero.

Intanto, sta per tornare in libertà in Texas il “prete zero”, l’ex sacerdote Gilbert Gauthe, il cui processo per molestie sessuali portò per la prima volta nel 1985 sotto i riflettori la piaga degli abusi: Gauthe ha finito di scontare due anni di prigione per non essersi registrato presso le autorità della contea di Galveston come molestatore sessuale. L’ex prete ha 64 anni: condannato in Louisiana a 20 anni di prigione per molestie sessuali su minori e possesso di pornografia infantile, ne scontò appena nove. All’epoca, il caso scatenò una valanga di denunce: oltre cento persone uscirono allo scoperto accusando padre Gauthe, e la Chiesa fu costretta a pagare milioni di dollari. La vicenda divenne un caso celebre per il lavoro del giornalista investigativo Jason Berry - lo stesso che ha indagato di recente sui Legionari di Cristo - che ne scrisse sul giornale cattolico National Catholic Reporter.





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Morales: "Se mangi Ogm diventi gay"

La Stampa

La gaffe del presidente boliviano.
Ira delle associazioni omosessuali: "Affermazioni prive di fondamento"




LA PAZ

Omosessualità e calvizie sono causate dagli alimenti transgenici: è quanto sostiene il presidente boliviano Evo Morales, intervenuto alla prima conferenza mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici e la Madre Terra, apertasi a Cochabamba.

Come riporta il quotidiano spagnolo El Pais, Morales ha difeso l’ecologismo affermando che «o muore il capitalismo o muore la Madre Terra», ed ha elogiato il consumo di «alimenti ecologici» sottolineando la pericolosità della Coca Cola - di cui ha rimarcato la capacità di sturare i lavandini - e di altri «simboli del capitalismo».

«La calvizie, che in Europa sembra normale, è una malattia causata da quello che mangiano, mentre le popolazioni indigene come noi non lo sono, perché mangiamo altre cose», ha affermato Morales (dalla chioma fluente), avvertendo inoltre che «i polli che ci mangiamo sono pieni di ormoni femminili, per questo quando gli uomini li mangiano soffrono di deviazioni nel loro essere uomini».

La risposta dei collettivi gay non si è fatta attendere: «Questo genere di affermazioni, prive di alcuna base scientifica, costituiscono un messaggio di odio e rifiuto alla popolazione omosessuale, soprattutto quando a farle è il Presidente di uno Stato», ha dichiarato la Confederazione Spagnola degli Omosessuali, che ha chiesto a Morales una pubblica rettifica.

L’associazione della Comunità omosessuale argentina (Cha) ha rincarato la dose definendo una «bestialità» le dichiarazioni di Morales: «Seguendo quanto ha detto, vorrebbe dire che se un omosessuale mangia pollo con ormoni mascolini, allora diventa eterosessuale?».



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Caro Montecitorio ti scrivo C'è chi vuole il porno in tv per legge

Il Tempo


Quasi mille richieste inviate alla Camera dagli italiani.

Dalla riforma della legge elettorale alla riunificazione con San Marino alle norme sulla fabbricazione degli orologi.


Montecitorio, la Camera dei deputati C'è chi chiede di «vietare l'uso di parole straniere nelle scritture pubbliche» e chi desidera norme «a tutela della corretta denominazione della marmellata». Chi vorrebbe un impegno a sostegno di vegeteriani e vegani e chi, più banalmente, si accontenterebbe di non pagare il canone Rai. Benvenuti nel fantastico mondo delle petizioni. Un mondo poco conosciuto ma che, però, offre un interessante spaccato di quello che gli italiani, o meglio una parte di essi, considerano prioritario per il Paese. L'articolo 50 della Costituzione, infatti, stabilisce che «tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità».

Non esiste un numero minimo di firme da raccogliere. Una, dieci, mille, non fa differenza. E così le istituzioni si trasformano in una sorta di posta del cuore. Avete un problema, un'idea, una richiesta? Scrivete a Montecitorio. Dall'inizio della legislatura sono 965 le petizioni arrivate alla Camera dei deputati. Alcune sono inviate e poi reinviate a distanza di mesi. Per certi firmatari è quasi un secondo lavoro e, in due anni, sono stati in grado di presentarne un numero impressionante. Ognuna è riassunta in poche righe: il nome di chi l'ha proposta, la città di provenienza e la sua richiesta. La procedura è semplice. Si legge il sunto in Assemblea e poi si affida la segnalazione alla commissione competente che la può esaminare autonomamente o insieme a progetti di legge sulla medesima materia.

E così non stupisce che Salvatore Bonelli da Licata (Agrigento) chieda «una riforma della legge elettorale con l'introduzione, tra l'altro, del voto di preferenza», o che Antonio Padalino da Belluria Igea Marina (Rimini) voglia «misure per abbattere i costi della politica e i privilegi riconosciuti alla classe politica», o ancora Matteo La Cara da Vercelli punti su «una riforma dello Stato in senso presidenziale». In fondo si tratta di argomenti che fanno già parte del dibattito politico. Così come la riforma del fisco, quella della giustizia, le pensioni, la reintroduzione o l'abolizione dell'immunità parlamentare, la sicurezza delle città e le ronde, la lotta all'immigrazione clandestina, le intercettazioni telefoniche, la cancellazione dell'Iva e dell'Irap, la trasparenza nella spese di deputati e senatori, l'abolizione delle province, la tutela del valori cristiani e del crocifisso, la legalizzazione dell'eutanasia, la ricostruzione in Abruzzo.

Qualcuno, come Francesco Di Pasquale da Cancello ed Arnone (Caserta), aveva addirittura chiesto «il rinvio delle prossime elezioni regionali, in considerazione dei gravi scandali e della crisi economica in atto». Gli è andata male ma, anche se probabilmente non è così, è bello pensare che queste petizioni abbiano un peso sulle scelte e sulle mosse della politica. In ogni caso si sa, gli italiani sono un popolo di poeti, e così la creatività è protagonista assoluta. Giovanni Bello da Ferrara, ad esempio, spazia senza problema dalla richiesta di «norme per consentire la trasmissione televisiva di film e programmi pornografici nelle ore notturne», all'«interruzione delle relazioni diplomatiche con la Repubblica di San Marino» con successive «iniziative per promuoverne la riunificazione con l'Italia».

Cui poi aggiunge, giusto per non farsi mancare niente, la richiesta di «fuoriuscita dell'Italia dalla Nato, dalla Ue e dall'Onu» e il «divieto di esporre negli edifici pubblici la bandiera Ue e qualsiasi altro vessillo accanto alla bandiera italiana». Meglio di lui fa sicuramente chi, come Di Pasquale, chiede «l'istituzione della giornata del dovere» o chi, come Salvatore Acanfora da Roma, dopo aver lanciato «la celebrazione della storia del Psi e della figura di Bettino Craxi», invita il Parlamento ad intervenire per favorire «il rientro in Italia delle salme di tutti i componenti della famiglia Savoia».

E se Roberto Di Gaetano da Nodica (Pa) vuole «limitare l'uso da parte dei minorenni di telefoni cellulari idonei alla registrazione e riproduzione di immagini», Salvatore Germinara da Pistoia sogna «un giornale quotidiano pubblico, interamente finanziato dallo Stato». Mentre Giuseppe Catanzaro da Tricesimo (Udine) chiede «iniziative volte ad appurare la verità storica di fatti e circostanze concernenti l'esito del referendum istituzionale del 1946». Ma c'è anche chi, come Paolo Eugenio Vigo da Genova, si preoccupa di ottenere «norme in materia di fabbricazione degli orologi, al fine di consentire la contestuale visualizzazione dell'ora solare e legale». Insomma, la fantasia non latita. Come nel caso di Fabio Ratto Trabucco (Chiavari), che passa dalla «regolamentazione del naturismo» agli «assegni vitalizi agli ex pugili», senza dimenticare «l'istituzione di una lotteria abbinata alla rassegna "Benevento-città spettacolo"».

I veri artisti della petizione, però, sono sicuramente Matteo La Cara e Moreno Sgarallino da Terracina. Quest'ultimo dopo aver chiesto norme per «garantire che il divieto di fumo sia rispettato anche nelle trasmissioni televisive», pensa di premiare «i vincitori di competizioni sportive con medaglie raffiguranti l'aria, l'acqua e il legno». Mentre La Cara si distingue per: la reintroduzione della pena di morte, l'esenzione dall'abbonamento Rai per i nati nel 1954, anno di inizio delle trasmissioni televisive, la commissione d'inchiesta sullo scioglimento della Dc e, dulcis in fundo, la possibilità che «in caso di dimissioni o decesso del presidente del Consiglio dei ministri, le sue funzioni siano assunte temporaneamente dal presidente della Camera». Siamo sicuri che Matteo La Cara non sia uno pseudonimo di Gianfranco Fini?


Nicola Imberti

22/04/2010





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Marchionne: "Facciamo miracoli Ora i sindacati si accontentino"

Quotidianonet

Incontro dell'amministratore delegato di Fiat con il ministro Scajola. "Pronti a investire 700 milioni di euro su Pomigliano d'Arco, ma serve l'accordo".
Su Termini Imerese: "Il discorso è stato già chiuso"

Roma, 22 aprile 2010 - "Facciamo miracoli": così l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, ha risposto a chi gli chiedeva se il governo fosse o meno soddisfatto della decisione dell’azienda di raddoppiare la produzione di vetture entro il 2014. “L’incontro è andato benissimo - ha detto Marchionne uscendo dal ministero dello Sviluppo economico - faremo più o meno 20 miliardi di euro di investimenti in Italia. L’ad di Fiat ha sottolineato che “ci vorranno cinque anni per spenderli. Direi che i sindacati si possono accontentare”.

Su Pomigliano d’Arco - dice Marchionne -, dove la Fiat è pronta a investire 700 milioni di euro per la ristrutturazione del sito che consentirà dalla metà del prossimo anno la produzione della nuova Panda, “bisogna chiudere l’accordo” con i sindacati, perchè “se non si chiude, l’investimento non parte”. A chi gli chiedeva se Fiat fosse disponibile anche ad un accordo separato senza la Fiom-Cgil, Marchionne si è limitato a dire: "La cosa importante è trovare l’accordo. Senza accordo non si possono fare gli investimenti".

L’ad della casa automobilistica torinese ha ricordato che in ballo ci sono “700 milioni di investimenti”, e sono però subordinati a un accordo con i sindacati. “Sono disposto a non investire - ha aggiunto Marchionne - se non troviamo l’accordo”.

Per quanto riguarda lo stabilimento di Termini Imerese “il discorso è stato già chiuso - ha concluso l’ad di Fiat che ha dunque confermato la chiusura del sito siciliano a partire dalla fine del 2011 - su Mirafiori abbiamo già dato i numeri di un potenziamento incredibile. Bisogna produrre più di 200mila vetture l’anno”.

L'ad del Lingotto ha detto infine che "le partecipazioni finanziarie restano in Fiat, così come ‘La Stampa’ che non è una partecipazione finanziaria".

SCAJOLA - "Mi pare un’iniziativa utile per focalizzare meglio sull’auto l’impegno della Fiat". Così il ministro dello Sviluppo Economico commenta la decisione del Gruppo Fiat di scorporare in due società le attività del gruppo.
Parlando al termine dell’incontro con il presidente e l’amministratore delegato di Fiat, John Elkann e Sergio Marchionne, il ministro dello Sviluppo Economico ha detto che si è trattato di "una visita di cortesia con il nuovo presidente della Fiat che rientra nei contatti continui che manteniamo con Fiat".





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L’Aquila non vuole Bertolaso cittadino onorario

di Redazione

Il Comune boccia la richiesta di conferire l’attestato al capo della Protezione civile.

Il governatore Chiodi: "È l’ennesima brutta figura, così rischiamo una pessima reputazione.

Sono tutti riconoscenti per quanto è stato fatto per il terremoto"



 

L’Aquila - Gli aquilani dicono no alla cittadinanza onoraria all’«uomo dell’emergenza». La commissione statuto e regolamenti del Consiglio comunale dell’Aquila ha, infatti, bocciato la proposta della giunta municipale di conferire questo importante riconoscimento a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile. Quattordici sono stati i voti contrari, due quelli favorevoli. Molti i commenti. Per il governatore della Regione, Gianni Chiodi, nonché commissario delegato per la ricostruzione, «è l’ennesima brutta figura a cui siamo costretti dopo quella della contestazione del Consiglio comunale nella notte della commemorazione delle vittime».

«Su una cosa di questo genere L’Aquila rischia di avere una pessima reputazione. E questo mi dispiace - ha chiarito ancora il commissario delegato -. Sono tutti grati per quanto fatto per il terremoto e quindi anche nei confronti di Bertolaso. È una cosa che non riesco a comprendere anche perché è un comportamento autolesionista. Se una persona deve avere la cittadinanza onoraria, è proprio Bertolaso».

Poi ha aggiunto con una nota polemica: «È stata attribuita a personaggi che hanno avuto a che fare con L’Aquila per situazioni meno importanti che non hanno segnato la storia della città, come invece avvenuto con il capo della Protezione civile nazionale che si è occupato dell’emergenza causata da una tragedia epocale».
Per il centrosinistra la proposta per la cittadinanza onoraria era improponibile e non solo per alcune inchieste giudiziarie che vedono coinvolto il capo della Protezione civile. Mentre per l’Idv «questa decisione è la nostra contrarietà all’operato svolto da Bertolaso, ma anche ad alcune scelte adottate che hanno visto la città dell’Aquila non coinvolta».

A quanto pare, però, la decisione della commissione statuto del Comune è stata accolta negativamente pure da alcuni comitati cittadini che si sono costituiti dopo il sisma del 6 aprile dello scorso anno. Due, in particolare, sembrano essere i giudizi che pesano maggiormente: adottare il riconoscimento solo nei confronti di Bertolaso potrebbe significare, a loro parere, escludere tanti altri protagonisti, come le associazioni di volontariato che sono state costantemente impegnate fin dai primi momenti successivi al terremoto. In secondo luogo significherebbe, sempre secondo alcuni comitati cittadini, la riappropriazione del ruolo centrale da parte del Consiglio comunale dell’Aquila troppo spesso emarginato da decisioni importanti. Eppure Bertolaso, al quale il Comune dell’Aquila oggi nega le chiavi della città, ha già ricevuto questo tipo di riconoscimento anni fa a San Giuliano di Puglia. Anche in quella occasione ci furono associazioni di volontariato che si adoperarono subito, ma nessuno ha mai messo in discussione l’operato del capo della Protezione civile.

Ora, invece, c’è chi addirittura parla di arroganza. «Si tratta dell’unica risposta possibile all’arroganza con la quale il capo della Protezione Civile si è sempre rivolto al Consiglio comunale - sostiene il Prc -, a cominciare dal triste episodio della richiesta di trasparenza in merito all’assegnazione degli alloggi del Progetto Case da parte del Consiglio, liquidata con una rispostaccia con la quale si rifiutava di fornire alcun tipo di spiegazione a chi, fino a prova contraria, rappresenta i cittadini aquilani». Ma ripensando all’Aquila un anno fa e passeggiando oggi nei nuovi quartieri è innegabile che la Protezione civile, sicuramente insieme alle associazioni di volontariato, abbia lavorato duramente.





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Ciancimino e la nuova casa: «I nuovi vicini non mi vogliono»

Corriere di Bologna

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, che ora vive a Bologna, è stato vittima di numerose intimidazioni

Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino

Il nome «Ciancimino», evidentemente, fa paura. Soprattutto, nessuno lo vuole vedere scritto su un campanello del proprio palazzo. Tanto che a Bologna c'è chi ha deciso di agire preventivamente: i potenziali nuovi vicini di casa di Massimo Ciancimino - figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito - hanno indetto un’assemblea di condominio e votato all’unanimità contro l’eventualità di un suo trasferimento nel loro palazzo.

Ciancimino, vittima di numerose intimidazioni (gli sono stati recapitati dei proiettili) legate alle sue rivelazioni sulla trattativa tra Stato e mafia, vive da qualche tempo a Bologna per motivi di sicurezza. Aveva intenzione di cambiare casa, ma pare che dovrà rinunciarci visto che i vicini, appresa la notizia, hanno avuto paura che la sua presenza potesse creare problemi e si sono espressi contro. A raccontare l'episodio, con rammarico, è lo stesso Ciancimino.


22 aprile 2010





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Soldi dal Congo per i bimbi di Adro

Corriere della Sera

Settecento euro da una missione comboniana. «Vogliamo un mondo diverso»

ADRO (Brescia) — La mail è arrivata martedì mattina assieme alla promessa di 700 euro da versare nelle casse della mensa di Adro «per aiutare uno dei bimbi che rischiano il digiuno». La mano tesa è quella di padre Giovanni Piumatti, comboniano che gestisce una missione nel nord del Congo. Lui, che con la carità cristiana ogni giorno riesce a sfamare 900 bambini africani, quando ha saputo del gesto di Silvano Lancini, il benefattore che ha evitato il digiuno agli alunni di Adro, si è fatto subito avanti per sostenere, anche economicamente, la sua causa. E, paradossalmente, ma non troppo, per una volta la solidarietà arriva dai villaggi costruiti con le donazioni dei bresciani e il lavoro di tanti volontari. Padre Giovanni ha affidato a un’amica bresciana una lettera per «il benefattore di Adro». «Inviamo un contributo per pagare la mensa per un anno ad uno dei tuoi-nostri bambini—si legge nella missiva di padre Giovanni —. Sono soldi che molti amici dell' Italia ci danno per l'Africa. Conoscendo bene i nostri amici sono sicuro che saranno contenti se ne invio una fetta lì, perché anche loro vogliono un mondo diverso: un mondo fatto più di ponti che di barriere».

Certo, le colline della Franciacorta non sono come le foreste di Kivu, né Adro è un paese sperduto del Congo. Ma per padre Giovanni la solidarietà non può conoscere latitudini né privilegiare un solo paese. Quindi ha messo mano al portafoglio per aiutare gli «amici bresciani con i quali ha condiviso tante gioie e fatto sorridere migliaia di bambini africani». Continua padre Giovanni: «A Brescia mi legano alcuni parenti e soprattutto padre Maggioni, il primo bell'esempio di missionario conosciuto in Congo. Senza dimenticare gli amici dentisti, quelli dello "smile mission", che ci hanno costruito tre studi-laboratorio e vengono regolarmente a prestar servizio. Poi Marcello, vigile urbano, che le sue vacanze le ha fatte nel nostro villaggio come volontario. Ci sono tante "perle" anche da voi e il benefattore di Adro né è l’esempio più fervido. Sono sicuro che i miei ragazzi saranno fieri di questo gesto, come gli amici che ci hanno dato questi soldi come pegno di solidarietà e di giustizia. Anche a Adro un piatto caldo può regalare un sorriso a un bambino...».

Giuseppe Spatola
22 aprile 2010






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La favola dei prof del sud

La Stampa

FLAVIA AMABILE


La sento ripetere da tempo ormai questa leggenda dei professori meridionali che vanno al Nord, rubano i posti ai settentrionali e dopo un anno si fanno trasferire al sud lasciando stuoli di studenti a dover ricominciare da capo con un nuovo insegnante, forse ancora di origini meridionali, in una progressione senza fine che provoca danni irreversibili nei ragazzi del nord per colpa dei soliti prof del sud, un po' maneggioni, un po' approfittatori, di sicuro incapaci di stare alle regole del gioco e anche ladri di posti altrui. 

Su questa favola si è costruita una parte del consenso del centrodestra nei confronti della proposta della Lega e poi del governo di realizzare graduatorie regionali per il reclutamento dei professori. C'è un solo, vero punto debole in questo ragionamento, i dati. 

La Fondazione Agnelli li aveva pubblicati nei mesi scorsi sottolineando in neretto che dalla lettura dell'analisi «risultano smentiti convincimenti talvolta presenti nell’opinione pubblica e nelle forze politiche, ad esempio quelli della mobilità di rientro degli insegnanti meridionali». Le cifre raccontano una realtà ben diversa: su 120 mila domande di trasferimento l'anno sono 692, lo 0,5%, quelle che riguardano prof che dal Nord vanno al Sud.  E al nord fra gli insegnanti di ruolo 2 su 10 sono originari del sud. 

Tutti i dati potete trovarli a questo
link





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Pedofilia: vescovo Mixa si dimette Accusato di maltrattamenti

Quotidianonet

Il prelato di Augusta accusato di maltrattamenti brutalmente dei bambini in un orfanotrofio.
Mixa è anche oggetto di indagine per appropriazione indebita di fondi destinati a un istituto per l’accoglienza di bambini

Augusta, 22 aprile 2010

Il vescovo di Augusta, Walter Mixa, ha presentato le dimissioni. La curia ha confermato di aver trasmesso la richiesta al Papa, che dovrà accettarle per renderle definitive.
Nelle settimane scorse il vescovo conservatore di Augusta, 68 anni, è stato al centro di pesanti polemiche per aver “maltrattato”, in passato, dei bambini orfani. Nella lettera inviata al pontefice, lo stesso monsignore spiega che “le continue discussioni pubbliche sul suo conto pesano gravemente sui sacerdoti e sui fedeli”.
 

Mixa è stato accusato di aver picchiato brutalmente dei bambini in un orfanotrofio, diverse decine di anni fa, quando era parroco. Il vescovo ha ammesso, dopo un iniziale diniego, di averne schiaffeggiati alcuni e ha chiesto perdono alle vittime per il dolore loro arrecato. Mixa è anche oggetto di un’indagine per appropriazione indebita di fondi destinati a un istituto per l’accoglienza di bambini.





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Berlino, giudici fannulloni alla gogna

di Salvo Mazzolini

Sul bollettino del ministero i nomi dei magistrati che trascinano a lungo le indagini o non rispettano la durata dei processi.

Alle vittime indennizzi di 100 euro per ogni mese di ritardo


 

Berlino - Indenizzi per i danni morali, risarcimenti per quelli materiali e in più la gogna mediatica per giudici e pubblici ministeri pelandroni colpevoli di trascinare indagini e processi alle calende greche. Sono i punti forti di una riforma che verrà presto discussa al Parlamento tedesco per rendere più veloce ed efficiente l'apparato giudiziario e consentire ai cittadini che si rivolgono al magistrato di ottenere giustizia entro tempi ragionevoli.

Provvedimenti così radicali potrebbero far pensare che la giustizia tedesca si trovi in una situazione drammatica. In realtà non è così. Basti pensare che in Germania la durata media di una causa civile è di appena quattro o cinque mesi ed ancora più ridotti sono i tempi quando il giudizio passa dal primo al secondo grado. Un po' più lunghi sono i tempi dei tribunali amministrativi, dai dieci ai dodici mesi. E per quanto riguarda i reati penali le indagini vengono concluse entro gli otto mesi. Medie superiori a quelle di molti paesi europei e certamente invidiabili se paragonate a quelle italiane. Eppure la Corte costituzionale le ha giudicate in contrasto con il diritto sacrosanto dei cittadini di avere un apparato giudiziario che funzioni in tempi veloci. Di qui la riforma per processi più brevi.

Secondo la proposta di legge presentata dal ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, verrà fissata una durata di riferimento per indagini e processi che varia a seconda dei reati. Nel caso che giudici e pubblici ministeri non rispettino la durata fissata, i cittadini che si ritengono danneggiati dalla lentezza dei magistrati potranno presentare ad un apposito tribunale un'istanza denominata «verzögerungsrüge» (letteralmente «biasimo per il ritardo») e se verrà dato loro ragione otterranno a titolo di «pretium doloris» un indennizzo per il danno morale di cento euro per ogni mese di ritardo ed inoltre avranno il diritto di chiedere il risarcimento dei danni per l'attesa non giustificata. Non solo: giudici e pubblici ministeri che per motivi infondati non hanno rispettato i tempi di durata vedranno i loro nomi pubblicati sul Bundesanzeiger, il bollettino del ministero della Giustizia. Una pubblicità che non costituisce certo un bel voto nella carriera di un magistrato.

Insomma tolleranza zero per i magistrati che non lavorano entro i tempi stabiliti. E a nulla varrà invocare il tradizionale pretesto del troppo lavoro e della scarsità degli organici poiché la Corte costituzionale ha stabilito che tribunali e procure sono perfettamente attrezzati per far fronte alla domanda di giustizia. Con i suoi oltre ventimila giudici, pari a ventiquattro toghe per ogni centomila abitanti, la Germania è il paese con la maggiore densità al mondo di personale giudicante.

A far scattare la riforma per indagini e processi più veloci non è stata solo la raccomandazione della Corte costituzionale ma anche alcuni casi eccezionali di lentezza di alcuni tribunali decisamente in contrasto con le durate medie e che per la verità si contano sulle dita ma che hanno spinto la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo a tirare le orecchie ai magistrati tedeschi. Il caso più clamoroso riguarda una lite tra coniugi divorziati per l'affidamento dei figli. La causa iniziò quando i due figli avevano uno otto e l'altro sei anni: si è conclusa il 21 gennaio di quest'anno dopo dodici anni quando entrambi i figli erano ormai maggiorenni e a risolvere il dilemma di chi affidarli ci aveva pensato il tempo. Un caso che ovviamente fece notizia ed alcuni giornali riferendosi alla lunga attesa per il giudizio parlarono di giustizia secondo «italienische verhältnisse», cioè all'italiana. Certamente non un complimento.





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Riina: il cardinale mi aiuti per la grazia

Corriere della Sera
Il capomafia è in cella da diciassette anni. Il difensore: «È stata un'iniziativa personale
Appello del boss a Tettamanzi in un incontro con il cappellano del carcere


ROMA — Arrivato alla soglia degli ottant’anni d’età, e dopo diciassette di carcere, Totò Riina pensa alla grazia. In un colloquio con il cappellano del carcere di Opera dov’è rinchiuso, il pluriergastolano capomafia corleonese ha fatto balenare questa idea, chiedendo al sacerdote di intercedere presso l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’appoggio a un ipotetico provvedimento di clemenza. Una formale domanda, infatti, non è stata ancora presentata.

L’incontro è avvenuto un paio di settimane fa ed è stato riferito alla Procura nazionale antimafia dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a sua volta informata dal direttore del carcere milanese. L’appunto trasmesso alla Superprocura, guidata da Piero Grasso, fa esplicito riferimento alla grazia a cui Riina aspirerebbe, anche se ciò potrebbe avvenire solo attraverso un complesso iter che non è stato nemmeno messo in moto ed è difficile immaginare che possa trovare uno sbocco concreto. Tanto che l’avvocato del boss, Luca Cianferoni, dice di non saperne niente: «Non sono a conoscenza di questa iniziativa, che a quanto capisco è di tipo assolutamente personale». La notizia è stata comunque ritenuta di interesse per il massimo ufficio inquirente in materia di mafia, vista la personalità e il ruolo del protagonista, del quale vengono costantemente monitorate tutte le mosse.

Soprattutto dopo che nove mesi fa accettò per la prima volta di incontrare i magistrati di Caltanissetta. Senza diventare un «pentito», ma per sostenere davanti agli inquirenti che hanno riaperto l’indagine su quell’eccidio, che nella strage del luglio ’92 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta c’entravano pezzi dello Stato, con generici riferimenti ad apparati e servizi segreti deviati. «Borsellino l’hanno ammazzato loro» aveva detto pochi giorni prima attraverso il proprio difensore, che in quell’occasione aveva riportato il pensiero del suo cliente: «Il signor Riina ha voluto, tramite me, rappresentare la sua convinzione e cioè che l’attentato a Borsellino fu opera di personaggi legati alle istituzioni». Da successivo interrogatorio non vennero molti altri elementi, tranne la ripetizione del concetto che per quella strage «ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori». Parole intese come messaggi che si tentò di interpretare, con i magistrati divisi tra chi se ne considerava destinatario e chi invece riteneva che fossero rivolti ad altri soggetti.

Trapelò che Riina stesse preparando un memoriale per dare la sua personale versione dei fatti in cui è stato coinvolto e per i quali è stato condannato, ma non se n’è fatto niente. Un altro messaggio? E indirizzato a chi? Forse anche l’intenzione di presentare prima o poi una domanda di grazia, per la quale cerca un preventivo quanto improbabile interessamento della Chiesa attraverso l’arcivescovo della città in cui è detenuto, potrebbe far parte di una strategia fatta di segnali. In questo caso però il difensore se ne tira fuori. L’avvocato Cianferoni ritiene invece che sia giunto il momento di attenuare i rigori dell’articolo «41 bis» imposto a Riina dal giorno dell’arresto e ricorda le tante istanze presentate per far fronte a uno stato di salute del capomafia che lui definisce «decadente». Ma anche questa è una battaglia che s’annuncia difficile. Il boss corleonese è stato più volte definito dal suo legale «il parafulmine» d’Italia e adesso il difensore è alle prese con il processo di primo grado in cui Riina è imputato per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, scomparso a Palermo nel 1971.

Su istanza della difesa la Corte d’assise ha appena ammesso la produzione di un libro, Anni Ottanta, attacco della mafia allo Stato, che contiene un riferimento ai diari dell’ex consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, ucciso nel 1983, nei quali si riportano presunte convinzioni dell’ex capo della squadra mobile Boris Giuliano (assassinato nel 1979) su ipotetiche responsabilità per quel delitto. «A me paiono importanti non tanto per l’attribuzione delle responsabilità — commenta l’avvocato Cianferoni — ma per dimostrare l’estraneità del Riina».

Giovanni Bianconi
22 aprile 2010






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Rosarno, tornano gli africani. E fanno gli schiavi

di Filippo Marra Cutrupi

Quattro mesi fa la rivolta degli immigrati in Calabria.

 L’Italia si indignò a suon di slogan così: "Mai più sfruttati, mai più violenza".

Gli extracomunitari fuggirono in massa: oggi i riflettori sono spenti e loro sono di nuovo lì.

Sono maltrattati come allora, ma nessuno ne parla


Rosarno (Rc) - È tornato tutto com’era, a Rosarno. Come prima della rivolta di gennaio, gli africani vivono nei casolari abbandonati, senz’acqua, né luce. Se possibile, in condizioni più disumane di prima. Devono nascondersi e disperdersi per le campagne, altrimenti polizia e carabinieri li costringono a sloggiare. Alle porte del paese, la vecchia fabbrica della Rognetta, dove si erano accampati e dove almeno c’erano acqua corrente e bagni chimici, è stata demolita. L’ex Opera Sila, 700 posti in un impianto abbandonato per la raffinazione dell’olio, è frequentemente perlustrata dalle forze dell’ordine per impedire i rientri, così come le casupole nei dintorni. E allora gli africani hanno ripiegato per ricoveri di fortuna in luoghi più impervi, laddove i controlli non arrivano, ma stentano a raggiungerli anche i pochi aiuti delle associazioni di volontariato e della gente di buon cuore. E ogni giorno, per andare in centro a cercare lavoro, i ragazzi di colore devono macinare chilometri e chilometri, perlopiù a piedi. Certo, adesso sono rimasti davvero in pochi. «Fino ad un mese erano circa 400 - spiega Giuseppe Pugliese dell’Osservatorio Migranti di Rosarno - adesso saranno la metà. Anche la stagione delle arance è finita e, come ogni anno in questo periodo, gli africani sono già in Puglia e Campania dove comincerà la raccolta dei pomodori».

Cosa resta della rivolta? Per Giuseppe Pugliese, solo amarezza. «Sono stati scritti fiumi d’inchiostro, abbiamo ascoltato le analisi e i commenti più disparati, ma qui non è cambiato niente - sostiene il responsabile dell’Osservatorio Migranti - Aldilà dell’indignazione e delle promesse, le condizioni di vita di questi ragazzi non hanno subito alcun miglioramento. Chi di loro ha potuto, una volta rientrato dopo gli sgomberi, ha affittato una piccola casa in paese, gli altri sono tornati a vivere tra i cumuli di spazzatura. Continuano ad elemosinare un lavoro nei campi: ora che la stagione degli agrumi si è conclusa, zappano, seminano, ripuliscono dalle erbacce».

A Rosarno, però, le rivolte dei neri - quella di gennaio e l’altra del dicembre 2008, scatenate entrambe dalle pistolettate esplose contro alcuni di loro - qualche beneficio l’hanno portato. Al Comune, ancora commissariato per le infiltrazioni mafiose, stanno arrivando i milioni di euro dei fondi europei. «Ora è partito il business dell’accoglienza - afferma Pugliese - Gli stagionali sono stati mandati via, ma si aspetta il milione e 900 mila euro del Pon Sicurezza per costruire un centro di aggregazione e di accoglienza per immigrati regolari sui terreni confiscati al clan Bellocco, in contrada Carmine». Un altro centro per stranieri e un’area attrezzata per il mercato sono previsti alla Rognetta, l’ex stabilimento per la trasformazione del succo d’arancia demolito subito dopo gli scontri.

E con 200 mila euro, stanziati dal ministro Maroni per l’emergenza dello scorso anno, sono stati acquistati sette containers con servizi igienici e docce che dovevano essere sistemati nei siti popolati dagli africani e ora resteranno al Comune. Insomma, gli aiuti agli stranieri si sono fermati alle intenzioni e loro si sono arrangiati come hanno potuto, con il solo aiuto dei volontari, come Norina Ventre. Gli Africani la chiamano “Mamma Africa” quest’ex insegnante ottantenne che non si risparmia per accudirli: cucina pentoloni di pasta, carne e legumi, distribuisce buste piene di viveri e vestiti, li cura e li ascolta. Dopo la rivolta, qualcuno le distrusse la mensa che aveva allestito in una piccola abitazione nel suo agrumeto, ma lei, caparbia, dopo qualche settimana ha ricostruito tavoli e sedie ed ha riaperto il suo “ristorante” sotto gli aranci. Una volta, la domenica in fila si contavano anche 200 africani, ore sono poche decine, al massimo 60 persone. Norina non li abbandona, anche se la fatica comincia a farsi sentire, ma continua pure a difendere i rosarnesi che sono stati tacciati di razzismo. «A gennaio i ragazzi hanno esagerato - dice - è normale che la gente sia insorta, ma nessuno dei rosarnesi per bene ha mai sparato o picchiato uno di loro»

A guardarlo ora, Rosarno, non sembra affatto il paese degli scontri e della caccia al nero. Un giovanissimo africano attraversa la strada in bicicletta, un altro cammina tranquillo con in mano una busta colma dei prodotti del vicino discount. Per la gente di qui, abituata a conviverci da ormai vent’anni, è come se anche loro facessero parte del paesaggio.



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Coop Liguria perde la causa contro “Falce e Carrello”

Il Secolo xix

Il libro “Falce e Carrello”, scritto dal patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, non diffama Coop Liguria e il suo ex presidente, Bruno Cordazzo: è quanto emerge da una sentenza del tribunale Civile di Milano sulla causa milionaria intentata dal braccio ligure del colosso della distribuzione sulla presunta natura diffamatoria del volume, pubblicato nel 2007.

Secondo il giudice, «una valutazione complessiva della parte centrale del libro interessata alla posizione della Coop Liguria non evidenzia alcuna dolosa o colposa alterazione dei fatti storici riportati e le valutazioni critiche espresse, se pur negative, non si traducono in un attacco gratuito all’immagine della Coop e della persona fisica del Cordazzo».

Coop Liguria e Bruno Cordazzo avevano chiesto al Tribunale di ordinare il ritiro del libro dal commercio e la distruzione di tutte le copie già distribuite e di condannare Caprotti ed Esselunga al risarcimento dei danni per oltre 30 milioni di euro. Tutte le richieste sono state rigettate, in particolare quelle dell’ex presidente, che si riteneva diffamato anche a livello personale per un episodio narrato in Falce e Carrello.



Il Tribunale ha solo riconosciuto alla società la somma di 50.000 euro, sul presupposto che Caprotti, in quanto imprenditore patron di Esselunga, non potrebbe muovere critiche ai propri concorrenti. Esclusa invece la natura pubblicitaria del libro e l’idea che il volume abbia causato qualche danno economico a Coop Liguria. Anche i coautori di Falce e Carrello, Geminello Alvi e Stefano Filippi, e la casa editrice Marsilio sono stati scagionati da tutte le accuse.

In un capitolo del volume, tutto dedicato a criticare il sistema di agevolazioni fiscali e a denunciare gli appoggi politici delle Coop, Caprotti racconta dell’acquisto nel 1984 di un immobile in Valpolcevera a Genova per costruire un supermercato, ceduto nel 1989 per gli ostacoli posti dal Comune all’apertura del punto vendita, che venne poi inaugurato l’anno successivo con insegna Coop. La sentenza del Tribunale di Milano è la prima su una serie di cause intentata dalle Coop ad Esselunga dopo l’uscita di Falce e Carrello, che aveva sollevato un vespaio di polemiche nel 2007. Diffamate dal libro si sono sentite Coop Estense e Coop Adriatica e una causa è stata intentata anche da Coop Italia.






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Minacce ai creatori di South Park "Farete la fine di Theo Van Gogh"

La Stampa

Il cartone animato irride Maometto, sul Web la rabbia dei fondamentalisti
"E' stata una cosa stupida e pericolosa"




TORINO
Minacce di morte ai creatori di South Park. Dopo la messa in onda la scorsa settimana di un episodio del cartone animato che aveva come protagonista il profeta Maometto, dice il New York Times, un gruppo di estremisti islamici ha postato un messaggio sul sito Revolutionmuslim.com (al momento non disponibile sul web) in cui augura a Trey Parker e Matt Stone «la stessa fine di Theo Van Gogh».

Il riferimento è al regista morto assassinato nel 2004 per mano di Mohammed Bouyeri, un olandese di origine marocchina che sparò in strada otto colpi a Van Gogh mentre si stava recando al lavoro a Amsterdam. Dopo averlo ucciso quasi lo decapitò tagliandoli la gola. Van Gogh aveva realizzato un cortometraggio dal titolo Submission, sottomissione, uno dei possibili modi in cui si può tradurre il termine arabo Islam.

Il 14 aprile la serie animata creata da Parker e Stone ha prodotto un episodio che ha fatto vedere Maometto vestito da orso, e sin dalla sua messa in onda ha causato un’ondata di polemiche nel mondo musulmano.

«Dobbiamo mettere in guardia Matt e Trey che quello stanno facendo è stupido e probabilmente faranno la stessa fine di Theo Van Gogh a causa del suo film. Non è una minaccia, ma un avvertimento di quello che gli potrebbe accadere», questo il testo del messaggio, in allegato la foto del regista olandese.

In realtà sarebbe più di un intimidazione in quanto il sito riporta informazioni personali riguardo a dove i creatori del cartone lavorano e vivono. A seguito nella pagina web si trova il sermone di un estremista dello Yemen che descrive quali punizioni meritano i due per aver «bestemmiato» contro la religione musulmana.



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