venerdì 23 aprile 2010

Bimbo preso a cinghiate e costretto a mangiare carta dalla matrigna cattiva

Quotidianonet

Sanremo, la storia di squallore e degrado è emersa grazie alla sensibilità delle insegnanti del piccolo, di 8 anni.
Che sarebbe stato costretto a cibarsi di cipolle e a ingoiare pagine di diario



SANREMO (IMPERIA), 23 APRILE 2010

Come Biancaneve, Cenerentola e Pel di carota: solo che non è una favola, la matrigna cattiva è una persona in carne e ossa. Che ora va a giudizio con l'accusa di incredibili maltrattamenti: avrebbe costretto un bimbo di 8 anni a ingoiare le pagine del diario e a mangiare cipolle per cena. Ma non solo. Il piccolo sarebbe stato preso a cinghiate oppure picchiato a mani nude e lasciato piangere, nel letto, per tutta la notte.

La storia, grazie alla perspicacia di alcuni insegnanti, è emersa a scuola: il piccolo vessato arrivava in classe senza neppure una penna e quando disegnava 'raccontava' per immagini i soprusi subiti: sui disegni c'erano una cinghia accanto alla figura della madre col bambino.

Il bambino è pure finito in ospedale, e dimesso con una prognosi di 21 giorni. Attraverso una mappatura dei lividi che presentava ovunque (dalla testa ai piedi), i medici hanno capito che si trattava di maltrattamenti continuati.

Ovviamente sono partite le indagini e lunedì si apre l'udienza preliminare.





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Caso Emergency, Strada querela il Giornale che controquerela: "Pesanti giudizi diffamatori"

di Redazione

Strada si scaglia contro il Giornale e Libero per i titoli dei giorni scorsi: "Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti.

Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere". Poi rilancia: "Il nostro obiettivo è quello di riaprire l’ospedale di Lashkar Gah"



 

Roma - "Il nostro obiettivo è quello di riaprire l’ospedale di Lashkar Gah". Gino Strada ha spiegato che Emergency sta "avendo contatti con tutte le autorità afghane dalle quali abbiamo ricevuto solidarietà. Il responsabile di Emergency in Afghanistan ieri ha incontrato il vicepresidente che ha garantito l’impegno delle autorità afghane per la riapertura dell’ospedale". Poi ha annunciato di aver querelato i quotidiani Il Giornale e Libero per i titoli dei giorni scorsi in cui si diceva che i tre operatori avevano confessato: "Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti. Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere".

Emergency querela Strada ha ricordato l’apertura dell’inchiesta per calunnia contro ignoti da parte della procura di Roma. Strada ha ricordato che calunnie nei confronti dei tre operatori e di tutta Emergency sono state sollevate anche in Italia e a questo proposito ha mostrato due prime pagine del Giornale di Vittorio Feltri con titoli che annunciavano le confessioni da parte dei tre operatori dell’Ong. "Questa - ha detto Gino Strada - è spazzatura. Adesso ci aspettiamo che facciano un titolo a tutta pagina con la scritta 'Liberi, sono innocenti'" e ha mostrato una pagina virtuale composta da Emergency. "Non lo faranno - ha proseguito Gino Strada - andranno avanti a fare il loro sporco mestiere. Abbiamo querelato anche la mini spazzatura che è Libero". 

Riaprire l'ospedale Strada ha quindi assicurato che il primo obiettivo di Emergency ora è quello di riaprire l’ospedale di Lashkar Gah, per continuare a curare i feriti. Alla domanda se temono per la sicurezza, dopo ciò che è accaduto, e se stanno organizzando un diverso sistema per garantire l’incolumità a tutti, Strada ha replicato: "Non possiamo certo chiedere al nostro Governo di mettere parte dei militari attorno al nostro ospedale che, in questo caso, diventerebbe un bersaglio. Stiamo comunque valutando tutte le condizioni di sicurezza anche per capire chi ha organizzato questa sporca provocazione".

Il Giornale controquerela: giudizi diffamatori La Società Europea di Edizioni, editrice del Giornale, annuncia in una nota di aver «dato mandato ai propri legali di intraprendere ogni e più opportuna azione a tutela della propria reputazione ed immagine professionale nei confronti del signor Gino Strada che  durante la conferenza stampa di Emergency, si è espresso, nei confronti della testata, con pesanti ed intollerabili giudizi diffamatori". 





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Sul Web l'assalto ai blog dei finiani: "Siete quattro gatti, ora andatevene"

La Stampa

La delusione del popolo del Pdl: "Una tarantella, sembriamo la Dc"
GABRIELE MARTINI

TORINO
Vanno a stanarli anche nei loro blog. «Basta, sembriamo la vecchia Dc». «Avete dato uno spettacolo indegno, Fini va cacciato». Qualcuno taglia corto: «La prossima volta voto Bossi». Nel day after dello scontro tra Berlusconi e Fini la rabbia del popolo del Pdl trova una valvola di sfogo sul Web. E nel mirino finiscono i fedelissimi del presidente della Camera.

Qualcuno si riconosce nella battaglia incarnata dall'ex leader di An ma anche nei santuari online dei finiani la maggioranza degli internauti si schiera con Berlusconi. A Fabio Granata va riconosciuto il merito di non censurare i commenti critici. Scelta obbligata, dopo aver tanto insistito sul "diritto al dissenso". Sulla sua pagina Internet il dibattito è infuocato. Sebastiano sta con Fini e si scaglia contro «l'idiozia imperante». Nicola sente aria di riscatto: «Abbiamo assolutamente bisogno di una vera Destra moderna, aperta, plurale». Ale declina il "nemico" Borrelli: «Resistere, resistere, resistere. Forza Gianfranco!».

Stupisce però la quantità di interventi pro-Cavaliere. Eleonora è delusa: «Lo spettacolo del battibecco in diretta è stato penoso». Antonio non usa giri di parole: «Finitela e dite le cose come stanno davvero: la questione non è affatto politica ma solo di poltrone e potere. Che pena!». Roberto rincara la dose: «Fini, che non tollerava il dissenso interno ad Msi e An ora lo supplica da Berlusconi. Considerava le correnti una metastasi, ora si appresta a formarne una nel Pdl». Patrizia parla di «commedia indegna». «Perdete pezzi ogni momento», infierisce Francesco. Per Lucio «Fini ha fallito, abbia il coraggio e la dignità per la carica che ricopre di uscire dal Pdl con i suoi quattro gatti».

Sulla pagina Facebook del Giornale vince lo sconforto. «Ma si diverte la casta a non arrivare ai 5 anni di legislatura?», chiede Fabrizio Contu. «Fini per cortesia vai a lavorare va». Seguono insulti. Qualcuno augura al presidente della Camera un accidente. L'appellativo più inflazionato è «traditore», altri optano per «democristiano». Sul sito del "Secolo d'Italia" la musica cambia. Fausta, «cittadina di sinistra», invita Fini a «continuare a difendere le nostre istituzioni». «L'intelligenza e il coraggio politico di Fini imporranno 20 anni di normale democrazia anche in Italia», scrive Marco. «L'Italia vera è con te». Francesco tira in ballo La Russa e Gasparri: «C'è chi nasce leader e chi nasce servo dei potenti».

Anche i blogger prendono posizione. Sul "Predellino" Giorgio Straquadanio accusa i finiani di essersi tirati indietro ieri quanto potevano prendere la parola, e Fini di non avere coraggio. Poi ironizza sul «diritto al dissenso» avvertendo che dopo "Arcipelago Gulag" «nessuno potrà scrivere "Arcipelago Montecitorio"». "L’Occidentale" mette in rilievo la scelta dei finiani di non prendere la parola: «L’unica fortuna è che stavolta - almeno si spera - nessuno se la sentirà di dire che è stato Berlusconi a mettere il bavaglio a quella minoranza dissenziente che da mesi ha il coraggio di levare la propria voce a sostegno di alte e altre ragioni politiche». Il sito di "Generazione Italia", che fa capo a Italo Bocchino, è stato sommerso da oltre 700 commenti in poche ore.

«Noi di destra siamo diversi da Fini. Facciamo battaglie ideali, morali, civili. Fini porta avanti solo la sua poltrona, ma ormai è vecchio», scrive Martellucci. Ai berlusconiani sale il sangue agli occhi: «Silvio è amato dalla gente! Ha consenso! Fini è solo invisioso!». «Molta politica, poca sostanza. Se questo è il nuovo mi tengo il vecchio», interviene Ciro. Valentino non ci sta: «Come è possibile che non si possa esprimere un parere diverso?». Gli risponde Emily: «Ieri un passo a sinistra, adesso due a destra, poi una giravolta: bella tarantella. Berlusconi per favore non farti fregare, queste sono serpi». I toni si alzano: «Ora vediamo se i lecchini accettano il confronto». Pietro sceglie l'ironia: «Preparatevi alle elezioni figli dell’ammmore». A scivolare nell'insulto ci si mette poco: «Te lo spiego meglio Mario: senza Fini il partito dell’ammmore alle prossime elezioni si fa le pugnette». Carmelo si dice «contento di aver trovato l’aggettivo giusto per Berlusconi: psiconano. Io sto con Fini». S'era capito.




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Lega: esame di italiano agli extracomunitari che aprono un negozio

Quotidianonet

Emendamento al dl incentivi, ma ad applicare la norma sarebbero le Regioni.
E i Comuni dovranno autorizzare le insegne dei negozi che non siano in una lingua europea o in dialetto

Roma, 23 aprile 2010 -

Esame di italiano per gli immigrati extracomunitari che chiedono l’autorizzazione ad aprire un negozio. Lo prevede un emendamento al dl incentivi presentato dalla leghista Silvana Comaroli nelle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera. Secondo la proposta sarebbero le Regioni a stabilire se far scattare questa condizione.

“Le Regioni - si legge nella proposta - possono stabilire che l’autorizzazione all’esercizio dell’attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente qualora sia un cittadino extracomunitario di un certificato attestante il superamento dell’esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati”.

Un altro emendamento della Comaroli prevede invece che le Regioni possano stabilire che “l’autorizzazione da parte dei Comuni alla posa delle insegne esterne a un esercizio commerciale è condizionata all’uso di una delle lingue ufficiali dei Paesi appartenenti all’Unione europea ovvero del dialetto locale”.

L'IDV ALL'ATTACCO - "L’emendamento della Lega conferma la deriva d’intolleranza dell’attuale maggioranza, fortemente condizionata dalla ‘cultura’ della Lega’’’. afferma in una nota il portavoce nazionale dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando, commentando l’emendamento al decreto legge incentivi. ‘’Ai dirigenti leghisti - aggiunge - vorremmo fare una domanda: il divieto riguarda anche le insegne di grandi aziende non europee come quelle della Toyota, della Nissan, della Suzuki o della Kawasaki? ...In attesa di risposta penseremo che sia solo una scelta razzista’’.





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25 aprile, Cirielli: "Liberi solo grazie agli americani"

di Redazione

Alla vigilia del 25 aprile, scoppia il "caso Salerno". Il presidente della Provincia "cancella" la Resistenza dal manifesto celebrativo.

E punta il dito contro "una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio della Russia comunista". Sinistra all'attacco: "Revisionismo"

 

Salerno - Alla vigilia del 25 aprile, scoppia il "caso Salerno". Il presidente della Provincia Edmondo Cirielli, l’ex deputato aennino oggi Pdl e presidente della commissione Difesa della Camera, "cancella" la Resistenza e la lotta di liberazione dall'occupazione nazifascista dal manifesto celebrativo, come accusa il centrosinistra.

I manifesti della Provincia A Salerno campeggiano i manifesti della Provincia: nessun riferimento - è l’obiezione - alla Resistenza partigiana e alla lotta al nazifascismo, ma un elogio all`esercito americano "per l'intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l'Italia, come l'Europa, dalla dittatura comunista". Il centrosinistra salernitano parla di "provocazione da guascone" di Cirielli: "Non si può rinnegare la storia" e "piegarla alle contingenti convenienze della politica", attaccano dal Pd. «Polemiche costruite ad arte", si difende Cirielli. Che nega ogni revisionismo: "La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista - spiega il presidente della Provincia di Salerno - è, inequivocabilmente, scritta nel testo: 'La Festa del 25 aprile celebra la riconquista della libertà del popolo italiano e la difesa dei valori fondanti per la dignità dell’uomo e per la convivenza civile e democratica della nostra comunità nazionale'. Il riconoscimento dell’impegno, del ruolo svolto dagli italiani che hanno sacrificato la loro vita a fianco degli Alleati per la conquista della libertà è ugualmente presente in maniera centrale come fondativo della nostra nuova Italia".

Le accuse di Cirielli Cirielli punta il dito contro "una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista", che accusa di voler "negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche". Cioè, spiega, che "senza l’intervento e il consequenziale sacrificio di centinaia di migliaia di giovani americani, l’Italia non sarebbe stata liberata e la Coalizione non avrebbe sconfitto la Germania nazista"; che "la Resistenza era un movimento composito che intruppava anche persone che non combattevano per la libertà e per la democrazia, ma per instaurare una dittatura comunista in Italia"; infine, che "se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero".





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Le tangenti, Di Pietro e Cuccia: vi svelo i segreti di Bossi ai tempi di mani pulite"

Libero







Alessandro Patelli era il pirla (autodefinizione) della Lega. È stato arrestato  il 7 dicembre 1993 con l’accusa di aver violato la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, tangente da 200 milioni di lire gentilmente allungata  da Enimont. Erano gli anni di Mani Pulite, politica italiana stravolta, Di Pietro star (?!) e tutti dentro. Patelli, responsabile amministrativo, organizzativo e uomo di fiducia di Bossi, è stato condannato a 8 mesi (arresti domiciliari) e poi  ha lasciato il gruppo. È sparito, portando con sè verità e misteri del boom della Lega. Ora, a distanza di  quasi 20 anni, racconta e si racconta. Bossi, i finanziamenti ai partiti, Tangentopoli. Ecco  tutti i segreti della storia dei Lumbard che finora non erano mai stati svelati.

«Piacere e scusi se ho spostato il giorno dell’appuntamento, ma ieri avevo un esame all’Università».


Da quando Alessandro Patelli insegna?
«No, frequento come studente. Sono iscritto da tre anni a Scienze Politiche».

Quanti esami le mancano?
«Tre: psicologia sociale e due di lingua. Conto di finire entro dicembre, poi vorrei fare la specialistica. Ho la media del 24 e un 30 e lode in Sociologia della criminalità organizzata, con Nando Dalla Chiesa».

Patelli, perdoni la domanda un po’ sfacciata. A 59 anni fa lo studente universitario, complimenti. Ma di cosa vive?
«Ho un vitalizio della Regione che mi permette di condurre una vita dignitosa. Abito a Milano e in questi anni ho fatto anche qualche consulenza. Poi, per un periodo, ho effettuato lavoretti per il pensionato universitario, cose umili. Tipo alzarsi alle 4.30, due volte la settimana, per portare in strada la spazzatura della Bocconi. Non mi vergogno a raccontarlo».

E con la politica non fa più nulla?
«Ad ogni tornata elettorale qualcuno mi chiama. Ultimamente ho aiutato la Dc».

E la Lega?
«Ora sono indipendente, ma il cuore è leghista, impossibile dimenticare i primi anni, le scelte, i sacrifici».

Le piace la Lega di oggi?
«Non credo che la nuova classe politica sia più preparata di quella dei miei tempi. I vari Cota, Zaia, Stucchi, semplicemente, dicono alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire.  Non c’è dietro un vero progetto politico».

Roberto Calderoli è Ministro per la Semplificazione Normativa. Tante uscite folkloristiche, ma anche buoni risultati.
«Non mi piace. È una macchietta. Dice di aver soppresso 29mila leggi. Ma quali sono? Ce le spieghi. Non condivido il suo comportamento e sa che feci quando un suo parente, nel ’94, mi disse indicandolo: “Eccolo, è nato il sostituto di Bossi!”?».

Che fece?
«Gli risi in faccia».

Rapporti difficili?
«Mai avuto l’ambizione di essergli amico. Lui  invece ambiva a essermi nemico».

E Umberto Bossi? L’ha più visto?
«Due anni fa, al funerale di Gnutti. Ci siamo stretti la mano, ma non mi ha detto nulla, né bravo, né pirla. Ho il dubbio che non mi abbia riconosciuto».

Vi siete mai sentiti?
«L’ho cercato per telefono, ma non credo gli sia giunta notizia: c’è una cerchia di persone che filtra ogni contatto... Mi piacerebbe incontrarlo, il nostro rapporto non è mai stato conflittuale. Non sono andato via dalla Lega per causa sua».

Le piace il Bossi di oggi?
«La Lega attualmente è lui».

E il futuro è il figlio Renzo detto la “trota”?
«No, temo che lui non troverà mai una collocazione adeguata, il confronto con il padre è troppo pesante. E pensare che Bossi ripeteva sempre che solo uno, in famiglia, deve far politica…».

Alessandro Patelli, invece, ha figli?
«Chiara ha 34 anni, Paola ne ha 30.  Federica, avuta dall’attuale compagna,  ne ha 15. Mai parlato di politica con loro. Non so nemmeno cosa votano ».

E lei per chi ha votato tre settimane fa? Perché sorride?
«Non provi a fregarmi, non lo dico».

E allora per chi non ha votato?
«Non ho votato per la Lega, se è questo che  vuole sapere. Questione di candidati».

In che rapporto è con i Lumbard?
«La situazione non è chiara, loro non hanno mai voluto chiarirla. Forse qualcuno ha timore che possa riavvicinarmi».

Le piacerebbe?
«Me lo chiedesse Bossi, tornerei non domani, ma ieri. Ma non tutti sarebbero felici. Ne ho avuto la prova a Pontida...».

Quando?
«Dieci anni fa Bossi organizza la “Festa di riappacificazione”. Dopo 50 metri vengo fermato da tre gruppi di militanti e poi arrivano le camicie verdi. Che mi minacciano: “Vai, altrimenti son botte”. E quelli della Digos fanno finta di niente».

Facciamo un ulteriore salto all’indietro nel tempo. Al piccolo Alessandro Patelli.
«Nasco a Cologno al Serio, provincia di Bergamo, il 21 aprile 19 50».

Auguri, tra 3 giorni sono 60! Il piccolo Patelli che bambino è?
«Uno spilungone in calzoni corti che fa il boy scout».

Scuole?
«Quelle dell’obbligo e poi divento apprendista idraulico».

Perché nelle sue biografie si legge che ha il diploma di perito?
«Lo prenderò a inizio Anni ’80, alle serali».

Quando il contatto con la politica?
«Nel 1985, tramite amici, vengo ingaggiato come indipendente nel Psi di Zanica.  Nel frattempo ho un incarico nell’Assl. Dopo due anni esco dal gruppo, sono i periodi della prima Lega e mi ritrovo nel giro. Tanto che sarò presente allo studio Anselmo di Bergamo quando viene firmato lo statuto dell’Alleanza Nord».

Sono anni duri?
«Siamo visti come razzisti. Io sono artigiano, idraulico in proprio e quando divento leghista perdo il 50 per cento dei clienti».

Bossi come lo conosce?
«Appuntamento a Bergamo, 1988. Siamo io, Antonio e Gisberto Magri: per entrare in Lega serve il suo benestare. Passa un’ora e non arriva. Due ore, niente. Dopo tre ore -  un ritardo classico per lui - si presenta e si cena. E c’è subito feeling».

E  Patelli diventa il “maggiordomo”.
«Sono segretario amministrativo dal 1989 al 1992, e organizzativo fino al ’94. Giorno e notte con Bossi, viviamo in simbiosi, di lui so tutto, vita morte e miracoli».

Allora puntiamo alto. Ci sveli qualcosa che non ha mai raccontato.
«Nel 1991 Bossi ha il primo infarto, lo ricoverano a Varese e io ricevo una strana telefonata da due personaggi di primo piano della Lega Nord...».

Nomi, grazie.
«No, ma non è difficile intuire: uno è tuttora nella Lega, l’altro è andato via».

La chiamano e...?
«Cercano di convincermi, dicono che devo far dimettere Bossi,  far decretare la sua incapacità di intendere e di volere. Così poi si può convocare il consiglio federale e prendere atto che le funzioni del segretario vengano assunte dal presidente federale in carica».

E chi è?
«Franco Rocchetta».

Un piano perfetto per far fuori il Senatùr!
«Io rispondo che finché Bossi avrà un filo di voce, non farò mai nulla del genere».

Bossi, poi, ha meditato vendetta?
«Non ha mai saputo nulla, lo scoprirà per la prima volta ora leggendo questa intervista: il mio ruolo richiedeva anche la capacità di moderare tra il movimento e lui. Ma non si stupisca, sa quante volte hanno cercato di boicottarlo?».

Patelli, mettiamo da parte il Bossi politico. E proviamo a descrivere il Bossi uomo.
«Nel rapporto a due era di un’umanità incredibile. Con uno sguardo capiva se avevi un problema, se eri preoccupato, se stavi bene o male. E ne parlava. Se solo si aggiungeva una terza persona, si trasformava diventando quasi disumano. Faceva di tutto per sminuire gli altri, sentiva la necessità di prevalere. D’altronde in quegli anni il movimento  aveva bisogno di un dittatore. Ora non più».

Lei, oltre a essere il “maggiordomo”, è anche responsabile amministrativo e organizzativo. Fa da punto di riferimento della Festa di Pontida, per esempio.
«Quando decidiamo di organizzare la prima manifestazione c’è da trovare un campo adatto. Giro per Pontida, parlo con i contadini finché trovo l’area giusta. Che poi, nel tempo, verrà comprata».

Perché quel sorriso?
«Qualcuno ha rivenduto il terreno alla gente,  metro quadrato alla volta. Ma la vicenda è poco chiara, dove sono i soldi?».

Lei nel ’92 organizza anche una spettacolare spedizione a Roma...
«Vengono eletti 80 nostri parlamentari. Il problema è che solo due di loro sono già stati a Roma, mentre gli altri non sanno nemmeno dove sia la Camera e dove sia il Senato. Allora mi invento un perfetto viaggio di comitiva. Tutti a Linate in autobus e all’atterraggio a Fiumicino si va in centro a Roma rigorosamente con i mezzi pubblici per risparmiare. E lì, a gruppi, accompagno chi a Montecitorio e chi a Palazzo Madama».

Tra i suoi incarichi, anche amministratore della Cooperativa Editoriale Nord.
«In due giorni compriamo Radio Varese. Poi , nel ’93, per tre mesi siamo a un passo dal prendere Telemontecarlo».

Urca. Cioè?
«Otteniamo da Mediobanca, a firma di Cuccia, un’opzione per subentrare. Che poi, però, decade senza che riusciamo a concludere ».

Parliamo di carta stampata. Quando nasce l’idea della Padania?
«Nel ’95 studio l’ipotesi quotidiano. La testata originale non è “Padania”, ma “Voce del Nord”. Non voglio un giornale di partito, ma di area, stile “Indipendente”, per arrivare a chi ancora non è leghista. A far la differenza però è la questione economica: con un giornale di partito ci sono più finanziamenti e così nasce “La Padania”».

Patelli, più raccontiamo più si capisce che in quegli anni lei ha pieni poteri ...
«Ho le deleghe in bianco, fogli firmati da Bossi che è l’unico ad avere accesso ai conti: posso comprare, assumere e vendere quello che voglio. Per assurdo, potrei anche far sparire i soldi della Lega».

A renderla tristemente famoso, invece, sono soldi incassati e non spariti. I famosi 200 milioni. Da dove iniziamo, Patelli?
«Dal ’91, quando provo a organizzare una serie di attività e associazioni alternative che permettano di accedere ai finanziamenti e poi distribuirli sul territorio: mi riferisco alll’Aclis (Associazione culturale leghe italiane sportive), al Cicos (l’organismo che doveva procacciare affari all’ estero per i grandi gruppi). Vado in Croazia e a Mosca dove firmo due accordi. Il trucco è che poi i proventi e le consulenze ottenute da queste attività possono essere girate legalmente al partito».

Tra i grandi gruppi, c’è anche Enimont. Quando il primo incontro?
«Nel ’91, con Marcello Portesi. Loro vogliono conoscere il pianeta Lega. Spiego quello che  facciamo, programmi e attività. Mi chiedono un progetto scritto e dopo due mesi mi ripresento: possono darci sostegno per Aclis, Cicos e Publinord».

Quante volte vi incontrate in tutto?
«Quattro e l’ultima volta ci sono anche Bossi e per la prima volta Sama. Ma non si parla mai di soldi e cifre. E non chiediamo nessun finanziamento illecito. Anche perché non abbiamo bisogno di denaro in quel momento. Sa perché?».

Lo spieghi lei.
«C’è la campagna elettorale e facciamo due conti. Servirà più o meno un miliardo. I finanziamenti statali sono di 160 milioni. Non bastano. Allora vado dal direttore della Bnl di Varese per il prestito di un miliardo. Mi guarda: “Garanzie?”. “Sono proprietario di un immobile che vale 1 miliardo e 800 milioni, una cascina a Zanica”. Resta sorpreso, mi credeva uno sprovveduto. Si fida e così abbiamo i soldi, senza bisogno di chiedere delibere alla Lega o firme a Bossi».

Torniamo ai 200 milioni. In piena campagna elettorale lei riceve una telefonata da Portesi. Appuntamento a Roma, bar Doney in via Veneto.
«Non so nemmeno dove sia. Il tassista mi porta all’albergo vicino, non al bar.  Alla reception chiedo di Portesi. Non risulta. Esco e lo trovo fuori, non dice nulla e mi dà un pacchetto».

Scusi, lei riceve un pacco e che pensa?
«Che sia un anticipo per la consulenza. Poca roba».

Bossi sapeva?
«Non posso rispondere».

Lei ha in mano il pacchetto e che fa?
«Vado nel panico, mai visti tanti soldi insieme. Sull’aereo, poi,  realizzo che sono fregato perché ho in mano denaro che scotta ed è impossibile da gestire e da sistemare. Non posso dichiararlo senza sapere per quale attività mi è stato dato. Arrivato a Milano, decido di nascondere questi 200 milioni in sede, che per assurdo è il posto più sicuro».

Dopo qualche giorno, però, quei soldi le vengono rubati.
« La correggo. Mi vengono distratti. La differenza è sottile, ma importante».

Dal dizionario Zingarelli. Distrarre: “sottrarre e utilizzare qualcosa per per scopi diversi dal previsto”.
«Appunto».

In quanti sapevate di quella somma?
«In due».

Lei e Bossi?
«Non glielo posso dire. Lo deduca lei».

Come scoprite il furto?
«Bossi è a un comizio a Cremona. A tarda notte rientra in sede la Pivetti e trova tutto sottosopra. Chiama Bossi, che dopo pochi minuti, stranamente, è già lì. I ladri avevano cercato il denaro solo nei tre punti precisi dei miei tre uffici in cui sarebbe potuto essere...».

Al processo lei dichiara che sono spariti 150 milioni. Scusi, e gli altri 50?
«Vengono utilizzati per  il partito. Con regolari fatture».

Ai carabinieri però denuncia il furto di soli 15 milioni.
«Come avrei potuto giustificare così tanti soldi non registrati?».

Patelli, ma in quegli anni come funziona il finanziamento ai partiti? È così necessario cercare sostegno altrove?
«Inevitabile, impossibile farne a meno. Anche la Lega in quel momento è costretta a far fronte ad aiuti, non può viverne senza. Non c’è partito che non va avanti se non in questo modo. Non si è mai chiesto perché Bossi mi sostituisce da responsabile amministrativo solo ad agosto, e non subito dopo il fattaccio dei 200 milioni?».

Perché?
«Nel frattempo la Lega ha 80 parlamentari, che portano entrate. E non c’è più bisogno di chiedere il sostegno ad altri al di fuori del gruppo...».

C’è un grande giro di soldi intorno a voi?
«La Lega fa gola. In quegli anni potrei diventare ricchissimo, se lo volessi. C’è gente disposta a pagare 2 o 3 miliardi per farsi candidare con noi. E io riceverei il 20 per cento. Ma, d’accordo con Bossi, rifiutiamo sempre. E poi, se solo raccontassi dei cambi di governo fino al ‘94...».

Non si dicono le cose a metà. Forza.
«C’era sempre chi veniva a perorare la propria causa per avere ministeri anche non della Lega. Gente che poi ha fatto il primo ministro per altri partiti...».

Tipo Prodi?
«Nessun nome».

Nel frattempo, il 17 febbraio 1992 , scatta Mani Pulite.
«Guardi, c’è un aspetto che va preso in considerazione. La settimana prima dell’arresto di Chiesa so per certo che Di Pietro ha due incontri eccellenti».

Scusi, come lo sa. C’era?
«No, ma in quel momento siamo informati: intellettuali e Vip di ogni settore ci vedono con interesse e ci aggiornano».

E con chi si incontrerebbe Di Pietro?
«Lo chieda a lui. A me risulta Cossiga, presidente della Repubblica, e Andreotti, presidente del consiglio. Un modo, secondo me, per ottenere l’ok e  partire con l’obiettivo di far fuori il Psi e i partiti. E…».

...e?
«Da chi crede abbia ricevuto  i documenti Di Pietro? Pensa che li abbia trovati da solo? In quel periodo andò negli Usa, facile immaginare che i servizi segreti...».

Patelli, restiamo a Mani Pulite. Che ne pensa a distanza di quasi 20 anni?
«Non ha cambiato niente. Ha distrutto il sistema per non crearne un altro. Il vecchio sistema prendeva i soldi e li riciclava. Ora i soldi se li tengono per sé».

Lei viene arrestato il 7 dicembre ’93, un anno e mezzo dopo aver preso i 200 milioni.
«Mesi infernali. Pian piano vengono arrestati tutti i responsabili amministrativi degli altri partiti, manco solo io. Non dormo di notte, sto malissimo».

Finché...
«Una mattina sto andando a pranzo a Tavernola, provincia di Bergamo. Mi telefonano, dicono che devo presentarmi in Questura e penso che ci siano problemi perché sto organizzando il congresso nazionale di Assago. Giro la macchina e faccio l’autostrada a 180 all’ora. Senza sapere che invece corro verso la galera».

Già, raccontiamo.
«Sto dentro per un giorno e mezzo. Sono tranquillo, perché quel momento nella mia testa l’ho già immaginato e vissuto mille volte. Lo psicologo si preoccupa, mi incontra tre volte: “La vedo troppo calmo. Non è che combina qualcosa?”».

A San Vittore come la accolgono?
«Vengo mandato per 4 ore in isolamento nei sotterranei. Poi mi fanno salire in cella e ricevo il dono degli altri carcerati».

In che senso? Insulti?
«No, un benvenuto vero! Chi mi regala un pane, chi una Simmenthal. Io penso al peggio, cerco di capire come potrò fare a lavorare perché sono convinto che starò recluso tanto, tantissimo».

Invece esce subito. Arresti domiciliari.
«Di Pietro mi viene a interrogare in carcere. Appena mi vede, si lascia scappare: “Questo qui non può aver tenuto i soldi per sé, non ha il maglione di cachemire“. Poi cerca di farmi dire che Bossi sapeva tutto, prova a farmi scaricare le colpe sul Senatùr. Ma non riesce nell’intento».

E perché la manda a casa?
«Gli racconto tutto come sto raccontando a lei. É soddisfatto».

Patelli, secondo lei Di Pietro come viene a sapere di quel denaro?
«Una soffiata di qualcuno in area Lega. La sua domanda a Sama, durante  il processo, è diretta, di uno che già sa tutto».

Scusi, ma dei 200 milioni non sapevate solo lei e Bossi?
«Sì, ma Bossi era un po’ chiacchierone. Alle cene con gli imprenditori, a fine serata, faceva il giro con il cappello per portare a casa soldi. E a volte si lasciava scappare qualche parola di troppo».

C’è qualcosa che lei, ancora, non ha capito di quella vicenda?
«Mi piacerebbe incontrare Cusani e fargli qualche domanda. Perché mi ha fatto dare quei soldi? Nessuno li aveva richiesti. Li dava a tutti ed era un modo per fregarci? Oppure qualcuno ci voleva ricattare?».

Torniamo all’arresto. Caos. Lega sotto accusa. E Bossi la soprannomina il “pirla”.
«No, errore. Al congresso di Assago racconto tutto e sono io a darmi del pirla! L’idea, però, la rubo a Feltri, che il giorno prima, nell’editoriale sull’Indipendente, mi definisce così. Intendendolo alla bergamasca, però, cioè sempliciotto».

Patelli il pirla. Ma non c’era proprio modo di evitare il coinvolgimento della Lega?
«L’errore è stato non provare a staccarsi dal processo Enimont. Sarebbe bastato farmi eleggere al parlamento europeo. Poi, nell’anno e mezzo passato tra la mazzetta e il mio arresto, sarebbe bastato inserire quei soldi sul bilancio: voci vuote ce ne erano. Invece...».

Lei viene condannato a 8 mesi. Nel frattempo, però, continua a lavorare. Sempre con un ruolo importante.
«Nel ’94 partecipo agli incontri tra Bossi e Berlusconi per la famosa alleanza».

Un aneddoto su Berlusconi?
«La domenica arrivo ad Arcore e mi accoglie il Cavaliere in giardino, in tenuta sportiva. Lo provoco: “Ma come, alla sua età si mette ancora a correre?”. Silvio mi guarda con sfida: “Cribbio, ma lei sa che io faccio i 100 metri in 12 secondi?”. Rido. Lui si gira e parte: giro del giardino di scatto come dimostrazione. Sa perché in quel momento è stato al gioco con uno come me?».

Perché?
«Noi della Lega piacevamo e lui aveva il contatto con la gente, percepiva ciò che le persone comuni e gli imprenditori volevano in quel momento. Ora non è più così. Adesso siamo in una sorta di dittatura democratica, con Berlusconi da una parte e il “Roberspierre Di Pietro” dall’altra».

Un aneddoto di Bossi?
«Il giovedì prima della presentazione delle liste siamo al tavolo io e lui, a un passo dall’accordo con Berlusconi. Ad un certo punto ci comunicano l’ennesima sostituzione tra i loro candidati  e Bossi si arrabbia. E decide di far saltare tutto. Poi ci ripensa. Non avesse cambiato idea, chissà, la storia politica italiana sarebbe completamente diversa».

Nel ’96 i rapporti con la Lega si incrinano.
«Mi fanno pagare il fatto che sono stato per anni l’uomo di Bossi. Mi sospendono per 6 mesi per una banalità e poi mi complicano la vita, impedendomi di utilizzare qualsiasi strumento del partito. Scrivo a Bossi: “Se le cose non cambiano, esco dal gruppo”. Bossi mette la pratica nelle mani di Calderoli e non ho alcuna risposta. Come dire: non c’è la volontà di fare qualcosa».

E così lei esce dalla Lega. Dalla politica dei riflettori. Dalle cronache. A fine Anni ’90, però, il suo nome riappare.
«Purtroppo. Una brutta vicenda e secondo me c’entra il mio passato politico».
 
In che senso?
«Non fossi stato il Patelli della Lega, non si sarebbero accaniti così».

Le va di raccontare?
«Faccio il volontario a Voghera, in una comunità di accoglienza giovanile. Tra gli ospiti c’è una ragazzina cinese di 17 anni, trovata a Linate senza passaporto, probabilmente destinata al mercato americano della prostituzione. Io e la mia compagna la aiutiamo e poi otteniamo l’affido, la mandiamo a scuola, la ospitiamo per sei mesi. Finché un giorno, dopo una banale discussione, lei va dall’assistente sociale e mi accusa di molestie sessuali».

Perché?
«Lo scopriremo poi, traducendo il suo diario  cinese: i genitori al telefono tentavano di convincerla a scappare e tornare in Cina, portando soldi».

Viene denunciato?
«No, ma il pm Pietro Forno apre lo stesso un’inchiesta».

Come finisce?
«La ragazza, prima di fuggire in Oriente, confessa al Tribunale che si era inventata tutto, ma vengo comunque rinviato a giudizio. Poi assolto in tutti i gradi. Però...».

Però?
«L’accusa di molestie ai minori è la più infamante per un uomo. Le confesso che se non avessi avuto l’esperienza di Tangentopoli, che in qualche modo mi ha formato, mi sarei buttato da un viadotto. L’avrei fatta finita, suicida per vergogna».

Patelli, ultime domande veloci. 1) Il politico più bravo?
«Bossi perché è un animale politico. Craxi per coerenza: ha avuto il coraggio di dire cose che tutti sapevano e facevano, ma non avevano il coraggio di ammettere».


2) Un politico sottovalutato e uno sopravvalutato.
«Leoni e Di Pietro».
3) Il più simpatico e il più antipatico.
«Grillo e D’Alema».
4) Nella politica c’è più sesso o droga?
«Sesso. Di droga non ne ho mai vista».

Ultima. Se uno oggi le dà del pirla che fa?
«Sorrido. Ormai ci sono abituato. Basta che sia un pirla alla bergamasca, cioè sempliciotto».









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Fa la "mano morta" in aereo

Libero





La "mano morta" in autobus o in metropolitana è un malcostume abbastanza diffuso. Ma ecco la novità. La mano morta in aereo non si era mai sentita né vista.
L'episodio è accaduto su un volo della Ryanair decollato dalla capitale spagnola, Madrid, e in arrivo a Orio al Serio, Bergamo. Pare che un uomo,
un 39enne milanese, abbia sfiorato per ben tre volte il seno della vicina, una 35enne spagnola abitante a Milano. Il tutto inventandosi una originale manovra: apriva il giornale e fingeva di sconfinare fino al petto della donna. Quest'ultima si è lamentata chiedendo più volte di smettere e invitandolo anche a cambiare posto. Ma niente da fare.
La donna, allora, si è lamentata con una hostess che l’ha fatta accomodare nei sedili riservati all’equipaggio. Una volta giunti a destinazione, la spagnola ha denunciato il milanese, che ha respinto le accuse. L'uomo è stato accusato di violenza sessuale e processato al tribunale di Bergamo. È stato condannato a un anno e mezzo di carcere, con la condizionale.

23/04/2010





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Il Comune beffa i piccioni troppo prolifici

Corriere della Sera

«Stop alla riproduzione»: uova false per ingannarli.
E per i centomila pennuti in vista l'«estinzione dolce»



MILANO - Cibo a volontà e clima mite. Un ghetto dorato, lontano da piazze e luoghi nobili. Unico imperativo: vietato riprodursi. Per i suoi centomila piccioni il Comune sogna l’estinzione dolce, in una torre riscaldata e immersa nel verde. La prima piccionaia della città nascerà in zona Bocconi, nel mezzo del parco Baravalle. La delibera firmata dall’assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiavenna sarà in giunta stamani. L’operazione anti-colombi non costerà nulla. La piccionaia arriverà da Brescia, da un’azienda privata che presterà la struttura al Comune in comodato d’uso. Ci penseranno gli addetti del settore parchi e giardini ad accudire i volatili. La supervisione generale del progetto sarà invece nelle mani di Gianluca Comazzi, di professione garante degli animali di Palazzo Marino. Tecnica semplice e collaudata, assicurano gli esperti. Il microclima perfetto e la super-nutrizione sono l’esca migliore per attrarre i colombi nella torre. Soggiorno extra-luxe. Meglio che mendicare briciole in piazza Duomo. Poi, la trappola. La sostituzione, cioè, dell’uovo covato con uno finto, di plastica. Senza che il volatile se ne accorga, il potenziale erede non vedrà mai la luce. Il ricorso ai «siti di riproduzione controllata» non ha mai tradito. Prendiamo Basilea. Lì i risultati sono stati strabilianti: dimezzato il numero di piccioni, con oltre una tonnellata e mezzo di guano in meno.

A Milano c’è un piccione ogni dieci abitanti. La movida volatile si concentra nelle piazze del centro. In Duomo, ovvio. Ma anche in San Fedele o in Cadorna. «Portano malattie e sono un danno enorme per i monumenti», punta il dito l’assessore. La denatalità forzata è l’ultimo tentativo. Due anni fa il sindaco Moratti ci provò con un’ordinanza che vietava il becchime. Divieto largamente disatteso. Di multe ad eventuali trasgressori non è mai arrivata notizia. Ora la torre. Una però non basta. Dice l’assessore Landi che «per l’obiettivo natalità zero ce ne vorrebbero almeno nove». Una piccionaia in ogni quartiere.

Andrea Senesi
23 aprile 2010



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Emergency, i tre operatori: «Trattati con umanità, ma scritte cose infamanti»

Corriere della Sera
Garatti: «Si è cercato di buttare addosso fango a noi e ad Emergency.
Per questo chi è responsabile pagherà»

GINO STRADA: «ABBIAMO QUERELATO IL GIORNALE E LIBERO»

Emergency, i tre operatori: «Trattati con umanità, ma scritte cose infamanti»




MILANO - Hanno confessato di avere avuto paura ma di non avere mai perso la speranza di uscire dal carcere a testa alta in quanto innocenti. I tre operatori di Emergency arrestati il 10 aprile nell'ospedale di Lashkar Gah in Afghanistan e liberati nove giorni dopo sono arrivati a Milano dopo un avventuroso viaggio ostacolato dalla nube di cenere del vulcano islandese (a Francoforte hanno dovuto noleggiare due auto). In una conferenza stampa a Milano hanno raccontato che nei nove giorni trascorsi in cella sono stati trattati in modo civile. «Anche nei posti peggiori puoi trovare una grande umanità» ha detto Marco Garatti.

NOVE GIORNI DI PAURA - Matteo Dall'Aira ha detto che al momento dell'arresto nessuno di loro si è reso conto di cosa stava accadendo: «Ho pensato molto alla mia famiglia e adesso sto scoprendo il grande affetto di tutto il popolo di Emergency. Un affetto che è per noi di grande conforto». Garatti ha invece parlato del pensiero fisso nei nove giorni di detenzione: «Pensavo che sarei potuto anche non uscire ma nello stesso tempo mi dicevo che sarei uscito con i miei compagni dopo un'ora. In carcere ci hanno anche chiesto se volevamo un legale perché dopo 72 ore di fermo la legge afghana lo prevede. Noi abbiamo detto di sì ma non abbiamo mai visto alcun legale». Matteo Pagani, in collegamento video da Roma, non si è ancora dato una spiegazione dell'arresto: «Non dimentichiamoci che ciò che è stato fatto a noi è stato fatto anche ai cittadini afghani, la cosa grave è che è stato chiuso l'ospedale. I pazienti non hanno più nessuna cura e nessuno può aiutarli». Pagani ha ammesso di avere avuto paura: «In quelle condizioni non è facile pensare. Si può pensare positivo e illudersi e ci si fa del male. Io pensavo alla mia famiglia e ai miei amici e questo era molto di conforto».



POLEMICHE E SMENTITE - Mentre i tre erano in carcere, in Italia si consumavano le polemiche, tra conferme e smentite (con la notizia della presunta "confessione" dei tre di aver partecipato a un complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand). Garatti si è detto addolorato: «Sto cercando di leggere con molta calma ciò che è stato scritto in questi giorni perché fa più male dell'essere stato in carcere. Su di noi sono state scritte cose infamanti. Il giorno del mio compleanno ho visto i due ambasciatori che hanno chiesto a me, ma anche ai miei compagni, cosa chiedevo. A loro ho detto che volevo uscire a testa alta. Così è stato perché non volevamo uscire spinti dalla diplomazia. Poi ho scoperto che si è cercato di buttare addosso fango a noi e ad Emergency. Per questo, per quanto mi riguarda, chi è responsabile pagherà». Anche Garatti ha detto di aver avuto paura in tutti i nove giorni della detenzione: «Siamo stati accusati di aver saputo che nel nostro ospedale erano entrate delle armi e che noi sapevamo di questa cosa perché eravamo in contatto con i talebani. L'accusa si basava su dati di fatto nulli e risibili». Garatti ha quindi spiegato di non sapere o comunque di non essersi ancora dato una spiegazione su chi possa avere organizzato il complotto contro Emergency: «Siamo stati liberati e di questo siamo orgogliosi e fieri per noi e per tutta Emergency». Alla domanda se durante gli interrogatori in Afghanistan fosse stato fatto riferimento al rapimento del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, Garatti non ha nascosto un sorriso ironico: «È stato scritto anche questo, per cui ho saputo di essere diventato ricco. Ho saputo di aver ricevuto dei soldi. Peccato che quando c'è stato il rapimento di Mastrogiacomo io ero in Sierra Leone a lavorare in un altro ospedale di Emergency». «Non so - ha concluso Garatti - se il rapimento di Mastrogiacomo è una scheggia dolente rimasta nelle scarpe dei servizi segreti afghani».

«COMPLOTTO CONTRO EMERGENCY» - Dell'Aira è convinto che sia stato ordito un complotto contro Emergency: «Prima del 10 aprile, giorno dell'arresto - ha spiegato -, non abbiamo avuto alcuna avvisaglia. È probabilmente corretto dire che quello che è accaduto è accaduto perché abbiamo raccontato la guerra. Ha dato fastidio perché abbiamo raccontato a tutti le storie dei nostri feriti, il 40% dei quali sono bambini. Questo non va dimenticato. Non si raccontano più le barzellette sulla guerra. Cito una frase che non è mia però è significativa e cioè "la guerra è odore di sangue, di morte e di merda". Molti parlano senza mai aver visto i feriti». Alla conferenza è intervenuto anche Gino Strada, che ha annunciato: «Il nostro obiettivo è quello di riaprire l'ospedale di Lashkar Gah. Stiamo avendo contatti con tutte le autorità afghane dalle quali abbiamo ricevuto solidarietà. Il responsabile di Emergency in Afghanistan ha incontrato il vicepresidente che ha garantito l'impegno delle autorità afghane per la riapertura dell'ospedale». Su questo punto è stato interpellato anche il ministro degli Esteri Frattini, che da Tallinn, dove è in corso la ministeriale Nato, ha detto: «Non vedo ostacoli pregiudiziali alla riapertura dell'ospedale». Strada ha parlato anche dei rischi legati alla sicurezza del personale: «Non possiamo certo chiedere al nostro governo di mettere parte dei militari attorno al nostro ospedale che, in questo caso, diventerebbe un bersaglio. Stiamo comunque valutando tutte le condizioni di sicurezza anche per capire chi ha organizzato questa sporca provocazione».

QUERELATI "IL GIORNALE" E "LIBERO" - Per quanto riguarda le polemiche sulla presunta "confessione" dei tre operatori Strada ha detto di aver querelato Il Giornale e Libero: «Ci aspettiamo un titolo con scritto "sono innocenti". Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere». Il fondatore di Emergency ha ricordato l'apertura dell'inchiesta per calunnia contro ignoti da parte della Procura di Roma e ha mostrato due prime pagine del Giornale di Feltri con titoli che annunciavano le confessioni da parte dei tre operatori: «Questa è spazzatura. Adesso ci aspettiamo che facciano un titolo a tutta pagina con la scritta "liberi, sono innocenti"» e ha mostrato una pagina virtuale composta da Emergency. «Non lo faranno - ha proseguito Gino Strada -, andranno avanti a fare il loro sporco mestiere. Abbiamo querelato anche la mini spazzatura che è Libero».

Redazione online
23 aprile 2010



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Ho abusato di un bambino» Il vescovo di Bruges si dimette

Benedetto XVI ha accolto le dimissioni.
PEDOFILIA

«Ho abusato di un bambino». Il vescovo di Bruges si dimette

MILANO - Benedetto XVI ha accolto le dimissioni del vescovo belga di Bruges, mons. Roger Joseph Vangheluwe, il quale ha confessato, in una dichiarazione ufficiale, diffusa dalla sala stampa vaticana insieme all'annuncio delle dimissioni, di aver «abusato sessualmente di un giovane». «Quando ero ancora semplice sacerdote e per un certo tempo all'inizio del mio episcopato - ha confessato il vescovo - ho abusato sessualmente di un giovane nell'ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata. Nel corso degli ultimi decenni - ha aggiunto mons.Vangheluwe - ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono.

Ma questo non lo ha pacificato. E neppure io lo sono. La tempesta mediatica di queste ultime settimane ha rafforzato il trauma. Non è più possibile continuare in questa situazione. Sono profondamente dispiaciuto per ciò che ho fatto e presento le mie scuse più sincere alla vittima, alla sua famiglia, a tutta la comunità cattolica e alla società in generale». «Ho presentato le mie dimissioni da vescovo di Bruges a papa Benedetto XVI - ha concluso mons.Vangheluwe -. Sono state accettate venerdì. Perciò, mi ritiro». (Fonte Ansa)

23 aprile 2010




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Emergency, Strada querela Il Giornale e Libero

di Redazione

Strada si scaglia contro i due quotidiani per i titoli dei giorni scorsi: "Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti.

Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere".

Poi rilancia: "Il nostro obiettivo è quello di riaprire l’ospedale di Lashkar Gah"

 
Roma - "Il nostro obiettivo è quello di riaprire l’ospedale di Lashkar Gah". Gino Strada ha spiegato che Emergency sta "avendo contatti con tutte le autorità afghane dalle quali abbiamo ricevuto solidarietà. Il responsabile di Emergency in Afghanistan ieri ha incontrato il vicepresidente che ha garantito l’impegno delle autorità afghane per la riapertura dell’ospedale". Poi ha annunciato di aver querelato i quotidiani Il Giornale e Libero per i titoli dei giorni scorsi in cui si diceva che i tre operatori avevano confessato: "Ci aspettiamo un titolo con scritto sono innocenti. Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere".

Emergency querela Strada ha ricordato l’apertura dell’inchiesta per calunnia contro ignoti da parte della procura di Roma. Strada ha ricordato che calunnie nei confronti dei tre operatori e di tutta Emergency sono state sollevate anche in Italia e a questo proposito ha mostrato due prime pagine del Giornale di Vittorio Feltri con titoli che annunciavano le confessioni da parte dei tre operatori dell’Ong. "Questa - ha detto Gino Strada - è spazzatura. Adesso ci aspettiamo che facciano un titolo a tutta pagina con la scritta 'Liberi, sono innocenti'" e ha mostrato una pagina virtuale composta da Emergency. "Non lo faranno - ha proseguito Gino Strada - andranno avanti a fare il loro sporco mestiere. Abbiamo querelato anche la mini spazzatura che è Libero". 

Riaprire l'ospedale Strada ha quindi assicurato che il primo obiettivo di Emergency ora è quello di riaprire l’ospedale di Lashkar Gah, per continuare a curare i feriti. Alla domanda se temono per la sicurezza, dopo ciò che è accaduto, e se stanno organizzando un diverso sistema per garantire l’incolumità a tutti, Strada ha replicato: "Non possiamo certo chiedere al nostro Governo di mettere parte dei militari attorno al nostro ospedale che, in questo caso, diventerebbe un bersaglio. Stiamo comunque valutando tutte le condizioni di sicurezza anche per capire chi ha organizzato questa sporca provocazione".  





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La battaglia (vinta) di Microsoft contro la pirateria cinese

Corriere della Sera

Scritto da: Federico Cella


windows7-new-logo-microsoft-china-2.jpgSi festeggia, oggi, a Redmond. Se da un lato Microsoft ha chiuso il primo trimestre dell'anno con utili sopra le stime - 45 centesimi ad azione (3 in più rispetto alla previsioni) e ricavi pari a 14,5 miliardi (+6,2% annuo) -, dall'altro il colosso ha messo a segno una vittoria legale dal sapore storico. Una corte di Shanghai ha infatti decretato che una compagnia assicurativa locale dovrà pagare 318 mila dollari di danni all'azienda per l'utilizzo di copie illegali di software targato Microsoft. Una sentenza che fa notizia, e crea un precedente più che interessante per le softwarehouse occidentali, e non solo perché - come commenta un portavoce della multinazionale - "per la prima volta abbiamo portato a giudizio una grande azienda cinese e abbiamo ottenuto con la vittoria la cifra più alta mai ottenuta in Cina per danni". Come spiega in Financial Times, dietro alla Dazhong Insurance ci sono diverse compagnie di proprietà statale, e il buon esito del processo significa che la collaborazione del Governo cinese per sradicare il fenomeno della pirateria nel Paese non è solo di facciata. Un lavoro di sinergia tra il Public Security Bureau locale e i marchi occidentali che è esordito nel 2007 - con lo zampino dell'Fbi - proprio con un'operazione che portò al rastrellamento di software Microsoft contraffatto per un valore di due miliardi di dollari.

billgates-china.jpgSecondo la Bsa, la Business software alliance, i produttori di programmi per computer nel corso del 2008 hanno dovuto fronteggiare in Cina perdite per 6,67 miliardi di dollari a causa della pirateria informatica. Un dato importante, che diventa ancor più sorprendente se si pensa che è di almeno il 10% inferiore rispetto a quanto accadeva fino a qualche anno prima. "La battaglia che stiamo portando avanti nel Paese sta dando i suoi frutti", commenta Yao Xin, responsabile Bsa in Cina. "E questa vittoria legale sarà un bel campanello d'allarme per tutte quelle grandi imprese cinesi che ancora continuano a usare software contraffatto".

Pubblicato il 23.04.10 10:13



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Salvarono i clandestini, ma andranno alla sbarra

di Stefano Zurlo

A processo. Per violenza privata. Violenza nei confronti di settantacinque clandestini che erano stati salvati in mezzo al mar Mediterraneo, caricati su una nave della Guardia di finanza e riaccompagnati al punto di partenza, in Libia. Un’operazione condotta in esecuzione della legge e dell’accordo stipulato fra Roma e Tripoli. La norma parla di riconsegne e respingimenti, a seconda delle modalità, ma la procura di Siracusa utilizza un altro linguaggio, quello del codice penale. E spedisce a dibattimento, senza dover passare dal gip, il prefetto Rodolfo Ronconi, direttore della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, e il generale delle Fiamme gialle Vincenzo Carrarini. I due rischiano sulla carta quattro anni di carcere e anche più.

È un’inchiesta davvero surreale quella che arriva dalla Sicilia. Un’indagine anticipata dal Giornale l’8 dicembre scorso. La procura di Siracusa aveva iscritto nel registro degli indagati i componenti dell’equipaggio di un pattugliatore delle Fiamme gialle, il «Denaro», che alla fine di agosto 2009 aveva intercettato al largo di Portopalo, in acque internazionali, il barcone stracarico di migranti, come li chiama la magistratura di Siracusa con un vocabolario da Caritas. I settantacinque clandestini erano stati salvati e poi affidati alle motovedette libiche che li avevano riportati a Tripoli, come previsto dalla normativa. Ma in questo modo, secondo il procuratore Ugo Rossi, fu impedito in linea teorica agli extracomunitari di far valere i propri diritti e di ottenere lo status di rifugiati politici. Ora l’inchiesta è finita: i militari se la sono cavata e per loro la pratica finisce in archivio. In sostanza, agirono «in esecuzione di ordini superiori non manifestamente illegittimi». Per i pm questa giustificazione non tiene invece per i vertici della catena di comando, il prefetto e il generale.

Non erano, ovviamente, a bordo del «Denaro» ma sono i responsabili ultimi della politica attuata dalle nostre unità militari. E dunque dovranno rispondere di violenza privata. Rossi spiega anche puntigliosamente le motivazioni del provvedimento: «L’imputazione non concerne direttamente la cosiddetta politica dei respingimenti e in particolare non attiene alla legittimità in sé degli accordi sottoscritti fra Italia e Libia». Ci mancherebbe. E allora? «Nel caso specifico - prosegue Rossi - si ritiene che il rinvio sia avvenuto senza assicurare il rispetto di diritti riconosciuti agli stranieri che, pur clandestinamente, cercano di raggiungere l’Italia e sono soggetti a tutte le leggi italiane dal momento in cui sono saliti a bordo di una unità navale militare italiana in acque internazionali, equiparata a tutti gli effetti al suolo italiano». A quanto sembra, dalle carte dell’inchiesta, nessuno dei settantacinque sollevò il problema, nessuno invocò lo status di rifugiato, nessuno disse nulla, ma al procuratore non basta.

«C’è l’assoluta convinzione - rimarca oggi il capo della polizia Antonio Manganelli - che l’azione si sia svolta nel pieno rispetto della normativa nazionale e delle convenzioni internazionali vigenti in materia». Ma Rossi, che ad ottobre aveva definito «un fatto gravissimo» le parole dette da Berlusconi contro i giudici a Ballarò, la pensa in tutt’altro modo: anche se ci si trova in acque internazionali occorre distinguere e dividere i potenziali rifugiati dai clandestini a tutti gli effetti. I primi, individuati non si sa bene come in mezzo agli altri, resteranno in Italia, i secondi verranno rispediti da dove sono venuti. Che cosa avrebbero dovuto fare i militari del pattugliatore? Chiedere a ciascuno: «Lei è forse è un rifugiato?». Non solo. A leggere attentamente il ragionamento di Rossi si ricava che è stato proprio il gesto di umanità, l’aver accolto i clandestini a bordo di una nave italiana, ad aver fatto scattare il reato. Se i finanzieri li avessero abbandonati al loro destino l’illecito non sarebbe stato consumato? «Questa è un’intimidazione bella e buona al governo italiano e alla sua politica - spiega alGiornale il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano - e del resto a settembre, in un convegno tenuto a Lampedusa, Magistratura democratica e il Movimento per la giustizia hanno definito operazioni illegali i respingimenti. Ma noi non ci lasceremo condizionare».




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Fini e quell’ossessione per il Nord

di Redazione

Questo Nord sconosciuto e straniero. Fini è di Bologna ma il suo destino è a Sud. È a Roma che trova Almirante. È lì che nasce An, quando Berlusconi si allea su con Bossi e giù con Gianfranco. E a Sud si trova la roccaforte delle sue speranze politiche.
Fini si è ritrovato con il Nord nemico. Il Nord è Bossi senza tricolore. È il tradimento di La Russa. Sono le cene di Arcore, da cui si è sentito escluso, messo da parte per una simpatia da vecchi lumbard tra il Cavaliere e il Senatùr. È l’anti Nord del «meglio gay che leghista». Il Nord di Fini è un’ideale che non c’è. È una scommessa. Come la destra che da anni tiene in cantiere. Forse è qui il suo paradosso politico.

Costruire il suo futuro intorno a un «partito del Sud», che vuole essere nazionale, ma rischia di diventare soprattutto un «anti Nord». È per questo che i finiani non moriranno leghisti. Non c’è pericolo. La nuova «ideologia» di Fini si nutre ancora molto di tattica, ma su un punto è abbastanza chiara. È una risposta romana e sudista alla «questione settentrionale». Attenzione. Questo non significa che l’ex leader di An sia una sorta di De Mita o Gava. Non è uno scontro tra vecchio e nuovo. Non significa che Fini non indossi un vestito liberale o liberista. Nulla di tutto questo. È indubbio però che i finiani stanno cercando la loro identità in contrapposizione al nordismo culturale di Bossi, Berlusconi e Tremonti. E anche se Fini è cresciuto a Bologna, sa benissimo che le possibilità di trovare uno spazio per il suo futuro politico crescono in direzione Sud.

La Bossi-Fini è lontana un secolo. Il Nord finiano non è più immigrazione, sicurezza, partite Iva. È la generazione Balotelli. È il fascino del multiculturalismo. È l’elogio di tutto ciò che è ibrido e sfumato. È il suono del muezzin che nelle nebbie lombarde crea una sorta di incantesimo da terra di nessuno. È la finanza islamica. È, insomma, l’altra faccia del Nord. Tutto quello che non è Carroccio, Fini sta cercando di farlo suo. Ma è un mercato ristretto. È lo stesso su cui si muove la sinistra. Non c’è spazio per uno, figuratevi per due. Questo, naturalmente, lo sa anche Fini. Il suo «nordismo alternativo» non serve a catturare voti settentrionali. È un manifesto culturale che dovrebbe funzionare nel resto d’Italia. E di fatto spezza l’Italia in due.

I leghisti hanno cominciato a etichettare la corrente finiana come il «partito del Sud». Non c’è più Roma ladrona, ma una forza meridionalista che non vuole le riforme. Questo è il succo del discorso che hanno fatto Calderoli e Castelli, ma che diventerà uno dei tormentoni padani dei prossimi anni. Fini dirà che lui le riforme le vuole. Non solo. Il suo partito ipotetico farà del riformismo colto e nazionale un’identità politica. Cosa dicono i finiani? Noi siamo l’altra destra, quella storica, quella non populista, quella senza interessi, quella che parla di liberismo. Ottimo. L’unico problema è che l’equazione non torna. C’è un intoppo. Qualcosa che i teorici del finismo fingono di ignorare. I finiani parlano di liberismo a statali, colletti bianchi e intellettuali. Questa al momento è la base sociale degli scissionisti. È con loro che cercheranno di riscrivere la legislazione del lavoro, con l’appoggio morale di Casini e D’Alema.

La scommessa è alta. Fini deve muoversi a Sud, ma allo stesso tempo deve convincere il Mezzogiorno che la ricetta anti-nordista non è l’assistenzialismo.
Fini ha una sola carta politica a disposizione. È la riforma del fisco. Fini per sopravvivere deve fare una mossa populista: urlare tutti i giorni di abbassare le tasse. Ed è quello che, dicono, si sta preparando a fare. È l’asso che butterà sul tavolo delle riforme. La Lega parlerà al Nord di federalismo, i finiani parleranno alle piccole e medie imprese venete, piemontesi e lombarde di tagli fiscali e agevolazioni al credito. La speranza è quella di spiazzare i governatori del Carroccio e mettere in difficoltà i conti di Tremonti. Ma l’assalto alle roccheforti sociali del berlusconismo è un’impresa titanica da portare avanti con un pugno di uomini e con una ambiguità nel messaggio politico. Alla fine di questo strappo non si è ancora capito chi e cosa siano davvero i finiani. Troppe identità e il rischio che prevalga il fattore negativo. Laicisti contro i cattolici. Liberisti al Sud. Multiculturali al Nord. E, come si è visto, antiberlusconiani nel Pdl.



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Al lavoro anche il Primo maggio

Corriere della Sera

Fine del tabù: negozi aperti da Torino a Palermo Sindacati e cattolici contrari: troppo potere ai consumi

Gli incassi - Per alcuni esercizi commerciali, in tempi di crisi, orari più lunghi possono significare difesa dell’occupazione

Al lavoro anche il Primo maggio


«E’ il Primo maggio, tutti al lavoro». Quella che fino a ieri sarebbe passata come una provocazione, oggi diventa un invito a cui, complice la crisi, è difficile dire no. A violare la sacra festa dei lavoratori è sempre più spesso il mondo del commercio. Si allunga anno dopo l’elenco dei comuni che autorizzano i negozi a tenere aperto il Primo maggio. E anche nel mondo della piccola impresa il Natale laico dei dipendenti non è più un tabù.

Milano aperta
Dall’anno scorso i milanesi possono fare shopping il 25 aprile. Per la prima volta nel 2009 i negozi hanno avuto la possibilità dal Comune di accogliere i clienti anche in occasione della Liberazione. Oggi si pensa anche al Primo maggio. Sebbene ieri, durante una riunione a palazzo Marino, i confederali abbiano espresso un no categorico. «Comprendo l’opposizione dei sindacati — riflette l’assessore al Commercio del capoluogo lombardo, Giovanni Terzi —. D’altra parte non posso ignorare il richiamo del mondo del commercio, soprattutto in un momento di crisi come questo. Nei prossimi giorni prenderemo una decisione». «I nostri associati ci chiedono sempre più spesso di poter tenere aperto anche il 25 aprile e il Primo maggio — si inserisce Pietro Rosa Gastaldo, direttore generale di Confesercenti Milano —. Il calo dei consumi impone un sacrificio, anche personale, per evitare di perdere occasioni di vendita, in particolare nelle grandi città e nelle zone con maggiore attrazione turistica». Intanto a Milano una certezza c’è già: il prossimo Primo maggio i mercati comunali scoperti si terranno come se fosse un sabato qualunque. A Torino è sicuro: le saracinesche nell’area turistica del centro potranno restare alzate. È la prima festa dei lavoratori con i negozi aperti sotto la Mole. Domenica due maggio si farà il bis. La decisione è stata condivisa dal sindacato, complici anche le esigenze legate all’ostensione della Sindone: non si possono trascurare i turisti che arrivano copiosi in città. Ma i centri che il Primo maggio terranno aperti i negozi sono anche altri: Monza, Genova, Cagliari, Palermo per fare solo qualche esempio.

Richieste in crescita
A dire il vero sulle aperture festive il mondo del commercio è diviso. Anche se la crisi tende a far pendere il piatto della bilancia dalla parte di coloro che vogliono alzare le saracinesche. «Registriamo un aumento delle richieste di deroga motivate da esigenze di bilancio. Per alcuni tenere aperto vuol dire anche riuscire a difendere meglio l’occupazione», osserva Renato Borghi, vice presidente Confcommercio. «D’altro canto— tiene ad aggiungere Borghi — il Primo maggio rappresenta conquiste e valori di partecipazione democratica che riteniamo anche nostri. Sull’argomento affineremo il sondaggio che registra i pareri degli associati ». Ma cosa vuol dire per la cassa di un negozio un sabato come quello del prossimo Primo maggio? «Molto dipende dal settore merceologico. Ma in media gli incassi del sabato valgono come quelli di due giorni feriali», dimensiona la posta in gioco Sandro Castaldo, docente di Marketing alla Bocconi di Milano. «Di solito tenere aperto anche nei festivi è più facile per chi ha un’organizzazione del lavoro su due o più turni», precisa Castaldo. Quindi per la grande distribuzione. Non è un caso che tra coloro che a Milano chiedono a gran voce l’apertura il Primo maggio ci siano anche alcune grandi catene.

«Molti dei nostri associati hanno questa esigenza—constata Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione, associazione che rappresenta le grandi insegne —. Avere più opportunità per tenere aperto spesso vuol dire aiutare le famiglie a fare acquisti più ragionati. Inoltre anche in questi primi mesi del 2010 i consumi sono deboli. Più giornate di apertura danno ossigeno ai conti delle imprese». «I beni non di prima necessità vengono acquistati nel tempo libero. Per questo le aperture di sabato e domenica sono così importanti», fa notare Alberto Baldan, direttore generale di Rinascente. «Certo, bisognerebbe che i comuni si decidessero per tempo. Ci terremmo ad avvertire i dipendenti con un certo anticipo». A interrogarsi sulla necessità di una declinazione del Primo maggio aggiornata ai tempi non è solo il mondo del commercio. Negli Anni ’60 il 50% dei dipendenti in Italia si trovava in aziende con più di mille dipendenti. Oggi quel mondo non esiste più. «In molte piccole imprese datore di lavoro e dipendenti sono fianco a fianco. Gli stessi lavoratori si autogestiscono. Il conflitto sociale si è ridotto, con buona pace del sindacato. Così se arriva una commessa urgente in tempi come questi nessuno si tira indietro anche se è il giorno del lavoratori», esemplifica il presidente di Confapi, Paolo Galassi

Festa operaia
«Il Primo maggio era la festa della classe operaia. Oggi gli operai sono sempre meno. E dove ci sono vengono ignorati — aggiunge un altro tassello Giulio Sapelli, docente di Storia economica alla Statale di Milano. «Questo appuntamento ha una centralità simbolica sempre minore. La cultura diffusa del Primo maggio è sparita — continua Sapelli —. Anche se bisogna rilevare una recente inversione di tendenza. Si sta riscoprendo il valore del lavoro, compreso quello operaio. Una nuova centralità che potrebbe tradursi col tempo in un Primo maggio rivisto e aggiornato». Ultimo ma cruciale in questo dibattito il parere del sindacato. «Di anno in anno a ridosso di feste fondamentali come il 25 aprile e il Primo maggio aumenta la tentazione dei comuni di fare forzature», rileva Maria Grazia Gabrielli, responsabile del tema «orari» per la Filcams, i lavoratori del commercio della Cgil. «Ora la crisi fornisce un nuovo argomento — conclude Gabrielli —. Ma resta il fatto che non tutto può essere giustificato dalla necessità di favorire i consumi. Ci siamo spinti troppo oltre. Una valutazione, questa, che condividiamo con il mondo cattolico».

Rita Querzé
23 aprile 2010



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Campagna choc dei ciclisti romani foto di morto contro la strage sulle strade

Corriere della Sera

Rimbalza su Facebook l'immagine cruda: due piedi che sporgono da un lenzuolo. Sabato riunione di protesta

ROMA - Rimbalza già sulle «bacheche» di Facebook, la campagna shock lanciata dal Coordinamento Di Traffico Si muore. Un caso, destinato a far discutere: sulla cartolina Web si vedono i piedi di una vittima della strada coperti da un lenzuolo e accompagnati da un messaggio: «Passeggiare per le strade di Roma? Meglio in un’altra città. Il traffico di Roma uccide. Andate altrove».
L’avevano annunciata i coordinatori dell'associazione, dopo la segnalazione di un altro incidente mortale accaduto il 30 marzo in via dei Fori Imperiali, dove ha perso la vita un turista giapponese, nello stesso luogo dove, il 29 ottobre scorso, era deceduta la giovane ciclista Eva Bohdalova. Ora il Coordinamento organizza una grande riunione di protesta per sabato 24 aprile.

La cartolina choc sul web

CARTOLINA SUL WEB - Ora la cartolina web sarà tradotta in inglese, francese, tedesco, spagnolo e giapponese. E i ciclisti insistono: «Le amministrazioni italiane, in questo caso ci riferiamo al Comune di Roma, sono indifferenti alla violenza del traffico veicolare - spiega Paolo Bellino del Coordinamento, meglio conosciuto come Rotafixa –. Sotto gli occhi degli amministratori, da piazza Venezia ai Fori Imperiali le macchine sfrecciano velocissime in barba al codice della strada. Abbiamo segnalato mille volte il problema. In risposta ci vengono offerte piste nella foresta amazzonica, ma nessuno fa nulla per far rispettare i limiti di velocità e per salvaguardare così l’incolumità di ciclisti e pedoni».



MOBILITA' SU DUE RUOTE - La strada della mobilità su due ruote ecologiche è ancora costellata di inciampi. Luci e ombre si riversano anche sulla questione ciclabili. Se ad Ostia sono state installate quattro nuove postazioni per il bike sharing («poco funzionali», denunciano le associazioni dei ciclisti), buone nuove arrivano da viale della Moschea. Come segnalano le associazioni, tra cui BiciRoma, dopo un anno, è stato ripristinato il percorso ciclabile unico, interrotto durante la costruzione del complesso AcquAniene, in occasione dei campionati mondiali di nuoto.
Per oltre un anno, i ciclisti hanno dovuto percorrere un tratto della carreggiata, dove passano le auto, perché la pista era occupata dal cantiere. Ora, l’impasse è stata risolta con la creazione di una corsia dedicata (senza interruzioni).

PONTE PERICOLANTE - Sempre i ciclisti urbani segnalano la permanenza di un problema sulla pista che collega Ponte Milvio a Castel Giubileo. Qui, un ponticello vicino alla Flaminia, all’altezza di via dei Due Ponti, è chiuso al transito ciclabile perché dissestato e pericolante. In un primo momento, erano stati annunciati interventi risolutivi entro l’autunno scorso, con alcuni lavori di consolidamento ma, ad oggi, la corsia ciclabile è ancora chiusa e i ciclisti devono compiere un percorso tortuoso per percorrere i due capi della pista. «A quando gli interventi?», chiedono a gran voce le associazioni.

Simona De Santis
23 aprile 2010




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Svanito il mio Tex d'oro"

La Stampa

Trafugata una megacollezione da 75 mila euro: "Mi hanno portato via i sogni di ragazzo"



FRANCO BINELLO, ENZO ARMANDO
ASTI

«Hanno rubato il mio sogno di ragazzo, i ricordi, le fantasie, le avventure anche solo immaginate. Il mio West era lì, in quei racconti. E Tex il mio mito».

Non è un ranch quello di Gian Luca Ferraris, 37 anni, impiegato alle Poste di Montechiaro, paese sulle colline astigiane. Nulla che ricordi i deserti dell’Arizona, dove corrono i cavalli selvaggi. Eppure qualcuno è entrato di notte nella sua casa di campagna. E ha puntato un mobile. Dentro c’era la raccolta completa dei fumetti di Tex Willer: «Dal numero 1 al 584: mi hanno lasciato solo gli ultimi 10, i più recenti», annota. E chiosa la sua amarezza così: «A questo punto, dico ai signori ladri che possono pure venirsi a prendere quelli che mi sono rimasti...».

Una scorribanda degna di una razzia di preziosi «purosangue», perchè i fumetti con il «ranger» inventato nel 1948 da Gian Luigi Bonelli hanno per i collezionisti un grande valore. «I primi numeri - ricorda - me li aveva regalati mio padre, quando ancora non sapevo neanche leggere. Poi, negli anni, mi sono appassionato: non guardo ai soldi, ma a quello che hanno rappresentato per me quelle tavole». Un mistero che avrebbe intrigato anche Bonelli. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

E non mancano i consigli, come quelli di Franco Semenzin, anch’egli astigiano di Viarigi, fra i maggiori collezionisti di fumetti d’Italia. «Per trovare il colpevole - suggerisce - bisogna cercare nella cerchia dei conoscenti. E’ capitato un caso simile a Casale Monferrato. Un collezionista si era visto offrire dei Tex: lui, però, si era accorto che erano gli stessi che aveva venduto a un cliente, al quale erano stati rubati da quelli che si sono poi scoperti essere suoi “amici”. Li ha denunciati». Semenzin ha organizzato numerose mostre sul ranger: «Ho il 90% delle strisce uscite dal 1948. Ho anche la “serie rossa” e le raccoltine delle strisce retinate». Per gli esperti quel materiale vale oro. Semenzin sconsiglia di percorrere la strada delle assicurazioni: «Costano un’enormità e sono di fatto impraticabili. I miei fumetti sono catalogati e fotografati. Lascio anche dei piccoli segni di riconoscimento, che solo io so rintracciare».

I Tex possono costituire un piccolo patrimonio: «La serie del 1954, la prima nel formato gigante, arriva a 75 mila euro». Pare che la posseggano personaggi come Jerry Scotti e Alex Del Piero». L’attuale pubblicazione mensile, quella che parte con il mitico episodio «La mano Rossa» del 1958, ha quotazioni variabili. Il numero 1 può arrivare a 3 mila euro: «Sulla copertina deve però riportare il prezzo di 200 lire - spiega l’esperto - e avere determinate caratteristiche nell’impaginazione. Quelli che valgono veramente sono i primi 70 numeri: il valore può arrivare a 20 mila euro».





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